lunedì 7 maggio 2007

IL MAGGIO COMPIE 70 ANNI MA LA PRIMA NON CONVINCE

Il Maggio Musicale Fiorentino ha 70 anni. Venne creato nel quadro di un disegno che sarebbe ancora moderno: gli enti lirici sovvenzionati dallo Stato avrebbero dovuto fare essenzialmente repertorio (ma presentare una novità, possibilmente italiana l’anno), mentre due festival (a Firenze e Venezia) avrebbero dovuto avere rispettivamente il compito delle riscoperte e del confronto internazionale di musica contemporanea. Gli enti – oggi fondazioni – non fanno repertorio ma cercano ciascuno di realizzare stagioni articolate come minifestival. I compiti di Firenze e Venezia si sono accavallati.
Per i 70 anni del Maggio accanto ad una riscoperta di grido – “La Dafne” di Marco Gagliano, forse l’opera più antica di cui esista una partitura – abbiamo molta musica contemporanea: il tema della manifestazione – che si estende dal 24 aprile a fine giugno- è “mito e contemporaneità”.
Ad una prima mondiale è stata dedicata l’inaugurazione: “Antigone” di Ivan Fedele, compositore cinquantaquattrenne noto all’estero più che in Italia e per la prima volta alle prese con il teatro in musica. Per alcuni aspetti, è opera perfetta per inaugurare un festival: è breve (un atto unico di 75 minuti) e tale da dare spazio alla mondanità (una cena nei locali del teatro); tratta di temi alti -il confronto tra diritto naturale (o divino) e leggi fatte dagli uomini-; la vicenda è stata drammatizzata diecine di volte (da Sofocle a Fugard) e messa in musica in numerosi adattamenti dal Settecento (Hasse, Traetta) al Novecento (Honneger, Orff). Figlio di un matematico e laureato in filosofia, Fedele è più vicino alla scuola francese dell’Ircam che all’avanguardia di stampo tedesco. Il suo catalogo comprende un’ottantina di titoli , eseguiti dalle maggiori orchestre europee ed americane. Le aspettative, quindi, erano elevate.
Il Maggio non è lesinato sull’allestimento: l’enorme palcoscenico del Comunale di Firenze (il più vasto in Italia) è stato ulteriormente dilatato (perdendo alcune file di platea) per dare posto alla macchina di scena concepita da Sergio Tramonti per la regia di Mario Martone; due barcacce (oltre al golfo mistico) danno spazio all’enorme organico (specialmente importanti le percussioni) guidato da Michel Tabachnick; i cantanti (Monica Bacelli, Chiara Taigi, Roberto Abbondanza, Mirko guadagnino, Martin Oro) sono stati dotati di “sonorizzatori” per non essere coperti dal flusso sinfonico. In breve, il pubblico ha l’impressione di essere alle prese con un evento quasi unico (tre rappresentazioni in programma a Firenze) e probabilmente irrepetibile , come erano, all’inizio del Novecento, certi spettacoli di Max Reinhardt.
Tuttavia, ci si aspettava un libretto ed una scrittura orchestrale e vocale della più schietta contemporaneità, mentre ci si trova a rimettere l’orologio indietro di almeno trenta anni – di tornare a quelle che erano le sperimentazioni tra grande organico, effetti timbrici e musica elettronica (impiegata nell’intervento di Tiresia, scritto per un controtenore). La partitura orchestrale non manca di fascino ed il declamato scivola quasi in numeri tradizionali (arie, duetti). A fronte delle canizie di un’avanguardia con i capelli grigi, l’emozione resta epidermica. Anche in quanto il testo non coglie il confronto tra due visioni del mondo e della vita, ma pare incentrato sul dramma Creonte (e la dannazione degli Dei che portano alla morte violenta di suo figlio e di sua moglie). Un’occasione, quindi, in parte mancata.

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L'ITALIA DEL PROFESSORE INCASSA UN BRUTTO COLPO

Sotto il profilo dei rapporti con l’Italia e delle politiche economiche, la vittoria di Nicolas Sarkozy significa, innanzitutto, una nuova sconfitta di Romano Prodi, il quale , invece di mantenere – come avrebbe richiesto il bon ton - la neutralità di fronte ad una serrata competizione tra due visioni del mondo in terra vicina ma straniera, ha chiaramente ed apertamente parteggiato per Ségolène Royal. Nella “sua” Bologna, proprio sabato mattina, ad una tavola rotonda internazionale (a cui Prodi non era presenta), tre esperti di livello (un tedesco, una americana ed un francese) hanno stigmatizzato il Professore per la partigianeria che gli ha alienato alleati tradizionali dell’Italia. Dopo i Governi degli Stati Uniti, della Repubblica Federale e della Gran Bretagna, ora avremo anche un Presidente della Repubblica francese ed un Governo della Francia che sarà memore dell’ostilità mostratigli dall’inquilino di Palazzo Chigi. Il costo sarà elevato. Per tutti gli italiani. A Bruxelles, e nella altre maggiori sedi internazionali, non avremo nessun alleato tra coloro che contano.
Lo si tocca con mano esaminando il programma con cui Sarkozy si è presentato agli elettori, che , al termine di una competizione serrata ma leale, lo hanno approvano. E’ un programma di modernizzazione della Francia in cui ci si impegna a modificare la normativa sulla settimana lavorativa di 35 ore (detassando gli straordinari), a ridurre le aliquote dell’imposta personale sul reddito ed abrogare quella di successione, a riformare il sistema previdenziale per il pubblico impiego (molto più generoso delle misure per il resto dei lavoratori dipendenti), a istituire un meccanismo per contenere i disagi (per i cittadini) degli scioperi nei servizi pubblici essenziali ed a promuovere l’internazionalizzazione del “made in France”.
E’ soprattutto (per quanto riguarda l’Italia) un programma che è l’antitesi di quanto Prodi e la sinistra di governo (e di movimento) stanno cercando di fare a casa nostra. Mentre Sarko guarda al futuro ed alle giovani generazioni, Prodi latita su misure essenziali come quelle in materia previdenziale. Sembra preoccupato principalmente dal crearsi una rete di banche ed aziende “collaterali” e dalla difesa di privilegi ormai anacronistici.
E’ difficile dire se Nicolas Sarkozy riuscirà ad attuare interamente il programma sulla cui base è stato eletto. Oltralpe, infatti, da un lato, una Francia tecnologicamente ed industrialmente molto avanzata e competitiva sui mercati internazionali (pur se agevolata da un sistema di supporto pubblico molto raffinato). Dall’altro, c’è una Francia “profonda” legata al “territorio” (di ciascun villaggio dei famosi 500 formaggi e quasi altrettante “appéllations controllées”) e contraria a qualsiasi cambiamento. Inoltre, pure la Francia più globalizzata e meglio integrata nel contesto internazionale, non ama, e non vuole, cambiare. Anche ove si ha contezza che la “grandeur” appartiene al passato, c’è la convinzione diffusa che la qualità della vita (la douceur de vivre) sia migliore in Francia che altrove. Non mancheranno resistenze ad programma tutto orientato al cambiamento. E che allontana Parigi sempre più da Roma.

GENTILONI STUDIA LE NUOVE STRADE DELL’ETERE

Chi insegnava alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza di Roma nel periodo a cavallo tra gli Anni 60 e gli Anni 70, ricorda che Paolo Gentiloni, ora Ministro delle Comunicazioni, era particolarmente versato in materie con un contenuto astratto e un po’ filosofico. Come “storia delle dottrine politiche”. Ed in effetti è stato l’afflato filosofico a dargli carica e fargli tenere saldo il timone da Assessore per il Giubileo. Ora è circondato da ingegneri e tecnologi – la tecnocrazia imperante nel mondo delle comunicazione in una fase così delicata come quella della transizione da televisione analogica a digitale terrestre. Quindi, mentre il disegno di legge che porta il suo nome ha iniziato quello che sembra essere un lungo viaggio in Parlamento, Gentiloni indirizza le proprie letture verso la filosofia dei media, in generale e della Tv in particolare.
La ho interessato un lavoro proveniente della Università dell’East Anglia e pubblicato nell’autorevole rivista “Kiklos”,“Cross Country Differences in Trust in Television and the Governance of Public Broadcasters" (“Differenze tra Paesi in tema di fiducia nella televisione e la gestione della televisione pubblica”) di Sara Connolly e Shaun P. Hargreaves Hep . Il lavoro compara la situazione in diversi Paesi europei, tutti caratterizzati da una forte presenza della proprietà pubblica (non solo della regolamentazione del settore da parte dello Stato o da varie authority). L’analisi, rigorosamente quantitativa, conclude che il grado di indipendenza dai Governi pro-tempore è la determinante principale del grado di fiducia di cui gode la televisione presso l’opinione pubblica- e, quindi, anche presso l’elettorato. Tale grado di fiducia è importante non solo poiché la televisione ha un’incidenza speciale sulla politica ma anche è soprattutto perché rispecchia il grado di fiducia dei cittadini nelle istituzioni che maggiormente contribuiscono (o dovrebbero contribuire) al benessere degli individui.
Implicitamente ad una conclusione analoga giunge Marving Kalb della John F. Kennedy School of Government della Università di Harvard nel saggio , ancora inedito ma di Gentiloni cui ha avuto un esemplare a diffusione limitata “The Israeli-Hezbollah War of 2006: The Media as a Weapon in Asymmetrical Conflict" (“La guerra Israele-Hezbollah: i media come un’arma in un conflitto asimmetrico”). Non è un lavoro quantitativo (zeppo di equazioni e algoritmi), ma socio-economico più vicino quindi alla sua formazione. E’ una “content analyis” basata su una disanima di stampa e televisione nel conflitto. Indica il percorso seguito dai media per passare da osservatori a strumento, molto moderno, di guerra. Lo studio sostiene anche che una società aperta, come Israele, è svantaggiata perché un gruppo molto chiuso, come gli Hezbollah, riescono a mantenere controllo totale sui messaggi che , tramite anche semplici notizie, filtrano ai media (pure a quelli non necessariamente a loro affini).
E’ entrando nel campo dell’economia (e della finanza) che i nessi tra i media ed il resto del mondo meglio si avvertono. José Gozalo Ranger delle Stern School of Business della New York University li sviscera in “News, Announcements, and Stock Market Volatility Dynamics" (“Notizie, annunci e la dinamica della volatilità della Borsa”) , un lavoro molto tecnico, in uscita in primavera avanzata. Il succo dell’alta matematica applicata è che gli annunci sono più importanti delle notizie (nell’incidere sulla volatilità del mercato azionario) , che i dati più importanti (in termini di effetti sulla Borsa) sono quelli relativi all’occupazione ma che quelle sull’inflazione sono le statistiche che hanno implicazioni più durature. Un test condotto da Meredith Beechey e Jonathan Reserve Board "Rounding and the Impact of News: A Simple Test of Market Rationality" (“Arrotondamenti e l’impatto delle notizie: un test semplice di razionalità del mercato”). Nel caso dell’inflazione , ad esempio, il mercato pare ignorare i decimali , specialmente quando si è alle prese con l’andamento dell’indice del costo della vita.

venerdì 4 maggio 2007

UN MILIARDO DA INVESTIRE IN AMBIENTE ED ENERGIA

A Marco Tronchetti Provera non piace né essere chiamato al telefono né tanto meno ricevere telefonate. La sua esperienza con la telefonia non è stata proprio entusiasmante. E’ schivo ed ama la privacy. I telefoni (ed annessi e connessi) lo hanno portato sulle prime pagine di giornali insieme a polemiche di ogni tipo – da quelle puramente politiche a quelle scandalistiche e perfino a quelle para-spionistiche. Alla fine dell’avventura telefonica, si trova comunque con un miliardo di euro in tasca (al netto del ripiano del debito e della distribuzione di qualche dividendo agli azionisti.
Cosa ci farà? In un’intervista al “Corriere della Sera” – le interviste sono più serene delle telefonate soprattutto se si ha il tempo di rivederne il testo – ha affermato che continuerà ad investire in Italia . Ha anche fornito alcune indicazioni: da un lato, tornare al core business (ossia ai cavi di vario tipo); da un altro, dare rilievo ad attività relativamente nuove come l’immobiliare (iniziato quasi per gioco quando, pensando agli anni in cui sarebbe stata chiusa la Scala per ristrutturazione, è stato costruito il Teatro Arcimboldi alla Bicocca); da un altro ancora, mettere a frutto l’esperienza fatta con nuove tecnologie (durante il tormentone telefonico) e spingere sulla banda larga.
Come avviene spesso in interviste in cui si danno indicazioni sugli investimenti futuri della azienda (o del complesso di aziende) di si è alla guida, quanto non è stato detto è probabilmente più importante di quanto destinato alla carta stampata. In effetti, i primi commentatori hanno mostrato una certa perplessità. Tornare al core business più tradizionale (ossia alla merce di famiglia) vuole dire principalmente riacquistare quanto venduto (principalmente alle banche) per avere il timone della Telecom: in breve, il 40% circa di Pirelli Tyre – ossia una partita puramente finanziaria. L’immobiliare è un comparto su cui si stanno addensando nubi , principalmente negli Usa ma anche in Europa – in Germania, ad esempio, la valorizzazione media dell’edilizia residenziale sta gradualmente scendendo da due anni. Anche ove fosse ancora la fonte di consistenti plusvalenze finanziarie, il suo impatto sull’economia di un Paese è modesto: con un rapporto incrementale tra capitale ed output di 4 a 1 contribuisce in modo modesto alla crescita – non appartiene, quindi, alla tipologia di investimento adatta a chi vorrebbe essere un Buddenbrook (attento allo sviluppo dell’azienda di cui è alla guida ma anche e soprattutto della comunità in cui è nato ed opera). E la banda larga? L’approssimarsi del WI-MAX le dà il tono rispettabile di una signorina di buona famiglia di qualche anno fa.
Ciò non vuole dire che i laboratori di ricerca della Pirelli non abbiamo qualcosa molto innovativo in serbo in questi tre settori, specialmente nella aree in cui dalla banda larga si va verso il WI-Max.
Tuttavia, pochi hanno riflettuto che c’è un comparto alla Budenbrook (tale da coniugare rendimenti finanziari all’azienda e rendimenti economico-sociali alla collettività) in cui la Pirelli ha registrato margini di crescita elevatissimi (e di cui pochi anno parlato proprio in quanto travolti dalle nuvole del tormentone). E’ quello delle bonifiche ambientali e del recupero energetico. Nessuno ha notato una coincidenza: proprio mentre Tronchetti Proveva dava addio alla Telecom , il 24 aprile, a Palazzo Vidoni i Ministri Luigi Nicolais e Alfonso Pecoraro-Scanio aprivano le porte a nuove strade in materia di smaltimento rifiuti e recupero energetico con la presentazione delle linee guida sulle migliori tecnologie nel campo quali definite nel rapporto congiunto della Commissione interministeriale dei Ministeri dell’Innovazione e dell’Ambiente. Occorre “promuovere – dice il documento - uno o più progetti guida su pirolisi e combustione di bassa temperatura dei rifiuti solidi urbani con sperimentazione di piccola unità di smaltimento (dell’ordine di una decina di tonnellate al giorno) da sperimentare sul campo per realtà rappresentative di piccoli bacini”. La pirolisi non produce diossine (a differenza degli inceneritori), allo stesso tempo trasforma il 90% del rifiuto in energia senza bruciarlo (a differenza del solo 50% degli inceneritori), è riproducibile in economia di scala ed è conveniente finanziariamente. In Germania vi sono due stabilimenti di pirolisi:a Hamm (di proprietà del colosso dell’energia elettrica tedesco Rwe) e a Burgao. Nel mondo gli stabilimenti sono più di quaranta ed hanno dato buona prova. I tecnici dei centri di ricerca della Pirelli li hanno studiati a fondo. Con un miliardo di euro in tasca, si piò operare alla grande in comparti nuovi (senza trascurare quelli tradizionali).

Per approfondimenti,
su pirolisi
http://tecnologie_energetiche.die.unipd.it/fr/biomasse/pirolisi.html -; www.lanuovaecologia.it/rifiuti/politiche/3520.php -

sul futuro delle valorizzazioni dell’immobiliare rispetto a azioni ed obbligazioni www.eiu.bvdep.com/

sul potenziale del WI-MAX e su concorrenza ed integrazione con banda larga
www.wi-max.it/

FRANCIA AL VOTO- IL MERCATO CON SARKOZY.PER ORA

Domenica i francesi decideranno chi sarà il loro Presidente. Le analisi sulla stampa italiana sono state, sino ad ora, principalmente a carattere politologico per due ragioni: le ricadute politiche sul nostro Paese e la sua traballante coalizione di Governo; le importanti notizie sull’economia reale provenienti dalla Germania (come la sensibile riduzione del tasso di disoccupazione) e la convenzione (non errata) che sia Berlino (piuttosto che Parigi) a trainare l’economia europea. Tuttavia, i mercati finanziari europei (e non solo) sono molto reattivi o ciò che avviane nell’Esagono (come i francesi amano chiamare la loro Patria). In primo luogo, nonostante le marcata riduzione d’importanza relativa della Bourse di Parigi nel contesto finanziario internazionale, il CAC 40 (il maggiore indice dell’andamento del mercato francese) è apparso, negli ultimi tre lustri, uno dei migliori anticipatori-predittori di indici su base più vasta (come il FTSE 100, il FTSEEurofirst 300 ed alcuni di quelli calcolati da Morgan Stanley). In secondo luogo, il mondo bancario francese ed il mondo bancario italiano hanno una stretta rete di alleanze e compartecipazioni che si estende, per alcuni aspetti, al mondo delle imprese (anche dopo il ritorno – ma è meglio non fare pronostici in materia – di Air France dal beauty context per Alitalia). In terzo luogo, la “francofonia” in senso lato (parte del Canada, un buon terzo dell’Africa, il Medio Oriente di espressione francese) guarda ancora a Parigi per le proprie scelte di fondo: la “zona del franco” è formalmente finita da 45 anni, ma la ragnatela di accordi esiste ancora.
Per individuare i possibili effetti sui mercati delle elezioni del 6 maggio è bene non perdere troppo tempo sulle dichiarazioni fatte dai candidati in questi ultimi giorni: sono ambedue alla conquista del voto di centro e, come dice a tutto tondo l’econometrico Philippe Aghion (sostiene Ségolène Royal, ma preferisce vivere sulle rive del fiume Charles, ossia ad Harvard, che su quelle della Senna), si annebbiano i punti essenziali.
Occorre andare ai programmi presentati alla vigilia del primo turno. Quello di Ségolène contiene molte concessioni alla sinistra socialista: il suo “contratto con i francesi” contempla un aumento dei minimi salariali (che toccherebbero i 1900 euro al mese nel 2012), sussidi per incoraggiare l’assorbimento della disoccupazione giovanile (ispirati dai contratti formazione lavoro dell’Italia fine Anni Ottanta), una riduzione della percentuale dei contratti a termine ora autorizzati alle piccole e medie imprese, un ingegnoso (ma complicato) sistema di incentivi e penalizzazioni per le grandi imprese che assumano con contratti a termine e lavoratori extracomunitari, un inasprimento della patrimoniale, ed , infine, un rilancio della “programmazione indicativa” di cui i Francesi sono stati maestri nel passato. Chiare inoltre le misure di politica economica internazionale, rivolte a difendere “l’eccezione francese” dal processo di integrazione economica.
Il programma di Sarkozy promette di modificare la normativa sulla settimana lavorativa di 35 ore (detassando gli straordinari), di ridurre le aliquote dell’imposta personale sul reddito e di abrogare quella di successione, di modificare il sistema previdenziale per il pubblico impiego (molto più generoso delle misure per il resto dei lavoratori dipendenti), di istituire un sistema (ispirato a quello italiano) per contenere i disagi degli scioperi nei servizi pubblici essenziali e di promuovere l’internazionalizzazione del “made in France”.
Secondo un’analisi di Barclays Capital la piattaforma di Sarkozy è molto più “amica del mercato” di quella della Royal. Dopo il confronto televisivo, il primo è ancora in testa alla seconda nei sondaggi.
Nel breve periodo, i mercati dovrebbero reagire meglio ad una vittoria di Sarko che ad una di Ségo. E’ bene tuttavia che non si creino troppe aspettative. Se vincerà le elezioni, il compito principale di Nicolas Sarkozy sarà quello di cambiare la Francia senza che i francesi se ne accorgano. Un compito molto più arduo di quello di Segolène Royal, che dovrà, invece, riportare soltanto l’orologio della Francia un po’ indietro, cercando di accontentare i vari tasselli del mosaico della sinistra. Oltralpe, infatti, ci sono due France : da un lato, una Francia tecnologicamente ed industrialmente molto avanzata e competitiva sui mercati internazionali (pur se agevolata da un sistema di supporto pubblico molto raffinato, e molto mascherato, ma tale da fare spesso arricciare le sopraciglia alla Commissione Europea); dall’altro, una Francia “profonda” legata al “territorio” (di ciascun villaggio dei famosi 500 formaggi e quasi altrettante “appéllations controllées”) e contraria a qualsiasi cambiamento. Inoltre, pure la Francia più globalizzata e meglio integrata nel contesto internazionale, non ama, e non vuole, cambiare. Anche ove si ha contezza che la “grandeur” appartiene al passato, c’è la convinzione diffusa che la qualità della vita (la douceur de vivre) sia migliore in Francia che altrove. E’ il programma di Sarko è tutto orientato al cambiamento.

giovedì 3 maggio 2007

LE RIFORME AMATO E PRODI HANNO TOLTO LE PENSIONI AI GIOVANI

Il Governo aveva annunciato che avrebbe presentato i lineamenti di una nuova riforma della previdenza (la settima nell’arco degli ultimi 15 anni) entro la fine di marzo. Siamo arrivati al primo maggio. Per il momento, è stato solo aperto un “tavolo di concertazione” tra l’Esecutivo e parti sociali. Per comprendere quali sono gli ostacoli occorre chiedersi quali sono gli obiettivi che Prodi si propone. Sono, in essenza, due : a) smantellare la riforma del 2004 (quella che porta il nome dell’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Roberto Maroni) e b) farlo coinvolgendo il meno possibile il Parlamento, tramite una legge delega ed una serie di decreti delegati (come si sta tentando di fare, ad esempio, per la nuova normativa sull’immigrazione e sulla formazione dei dipendenti pubblici). Il secondo obiettivo è legato al primo non tanto per l’esiguità della maggioranza in Senato quanto perché su cosa fare le varie componenti dell’Unione hanno posizioni molto distanti.
In breve, anno dopo anno, le pensioni stanno diventando sempre più sottili relativamente agli altri redditi da lavoro a ragione dei limiti all’indicizzazione posti dalla riforma previdenziale del Governo Amato nel 1993 (quando le pensioni sono state agganciate ai movimenti del costo della vita e non a quelli della massa salariale) e del Governo Prodi nel 1996 (l’aggancio all’intero costo della vita è stato ridotto per le pensioni che allora superavano al lordo 3 milioni di lire al mese). Secondo stime pubblicato in uno studio presentato nel 2005 alla conferenza scientifica dell’Associazione Italiana di Valutazione (Aiv) queste misure hanno comportato da allora ad 2004 un trasferimento di risorse dai pensionati in essere alle pubbliche amministrazioni (e tramite queste ultime ad altre categorie sociali) per circa 40-45 miliardi di euro. Particolarmente penalizzati i prepensionati a ragioni di ristrutturazioni aziendali e coloro andati in pensione di anzianità con il miraggio di assegni sufficienti. Lo stesso studio indica nell’aumento delle pensione minime e nella riforma del 2004 i primi passi per riequilibrare (in senso sociale oltre che di sostenibilità finanziaria ed economica) le storture distributive delle riforme Amato (1993) e Prodi (1996).
Tuttavia, il nodo previdenziale non riguarda solamente l’equità sociale e intergenerazionale: la dinamica demografica comporta un crescente problema di sostenibilità per la finanza pubblica e delle sempre maggiori esigenze di supporto per il numero sempre più consistente di coloro che superano gli 80 anni. La coperta è corta. Tutti la tirano in direzione opposta. I pensionati ai livelli più bassi chiedono aumenti degli assegni (e quindi della spesa). Gli organismi internazionali e le società di rating sostengono invece la necessità di ridurre il 16% del pil (o giù di lì) destinato alla previdenza e di porre alla crescita del debito previdenziale (che, a normativa vigente, giungerebbe al 180% del pil prima del termine della legislatura e potrebbe innescare il caos nei mercati finanziari). Le tensioni tra le varie scuole di pensiero sono specialmente forti all’interno della maggioranza.
E’ possibile delineare un percorso per risolvere il problema. Guardiamo alla Svezia che, come l’Italia, ha trasformato, nel 1995, un sistema “retributivo” (in cui le spettanze erano basate sulle retribuzioni avute in vita attiva) ad uno “contributivo” (in cui le spettanze sono correlate ai contributi versati). In Svezia la transizione da un sistema all’altro è stata fatta nell’arco di tre anni (non su 18 anni – e per le pensioni di reversibilità su 30-35 anni - come previsto in Italia allo scopo di difendere alcune categorie molto care a certo sindacalismo). E’ stata accompagnata da un rialzo dell’età della pensione (a 67 anni, per il momento, ma tra breve a 70- dai 10 ai 13 in più di quelli previsti dalla normativa italiana), con eccezioni per lavoratori in settori e mansioni davvero usuranti (sempre di meno nell’età della terziarizzazione e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Una parte dei versamenti viene incanalata direttamente in “conti individuali” che i singoli possono affidare ad un fondo pensione o gestirli come pare a ciascuno di loro (ma non si possono ritirare prima dell’età in cui si va in pensione). L’età della pensione può essere anticipata ma con forti penalizzazioni.
Che lezioni trarne? Le riforme Amato (1992) e Prodi (1996) hanno duramente colpito i giovani (decurtando drasticamente le loro pensioni future) e i pensionati in essere (limando anno dopo anno gli assegni loro spettanti rispetto all’andamento dei salari). Si può iniziare a correggere queste storture (e restare nei vincoli della sostenibilità) con cinque passi da fare simultaneamente: a) aumentare l’età della pensione (con eccezioni per i lavori davvero usuranti); b) introdurre subito il meccanismo contributivo (estendendo a tutti le tecniche di computo “pro-quota” quali quelle già in atto per coloro che il primo gennaio 1996 erano occupati e contribuenti di Inps e altri enti previdenziali); c) applicare i nuovi coefficienti di calcolo delle spettanze (proposti dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro circa un anno fà) per tenere conto dell’allungamento delle aspettative di vita; d) aumentare le pensioni minime ed agganciarne l’evoluzione all’andamento dei salari (come prima del 1992); e) prevedere un indicizzazione ancora più forte per chi supera gli 80 anni (a ragione delle più alte spese per la cura della persona in cui si incorre in tarda età). I risparmi sulle voci a), b) e c) – di cui oggi beneficia, di norma, chi ha redditi alti o medio alti, servirebbero a finanziare le voci d) ed e) , dirette invece a chi è in condizioni di vero disagio.
Per Prodi l’ostacolo centrale a questo percorso è che, pur se ispirato al buon senso (ed alle raccomandazioni delle organizzazioni internazionali e dello stesso Nucleo di Valutazione del Ministero del Lavoro), va nel solco di riequilibrio sia finanziario sia sociale aperto dalla “riforma Maroni”. Parte dei sindacati e dei partiti che sorreggono l’Esecutivo insistono per d) ed e) – aumento delle pensioni minime ed indicizzazioni più consistenti – ma si oppongono ai risparmi che verrebbero effettuati con a) , b) e c) - aumento dell’età minima per la pensione, applicare a tutti il sistema contributivo e i nuovi coefficienti di calcolo delle spettanze.
Per risolvere il rebus , ci vuole una buona dose di coraggio oppure tentare di realizzare almeno parte del percorso senza che settori della sua stessa maggioranza se ne accorgano. Il coraggio – diceva Don Abbondio – chi non c’è lo ha non se lo può dare. Al Professore non scarseggia la furbizia. Ma questa volta ci vorrebbe un triplo dribbling- compito difficile pure per un calcio-amatore come lui.

Per approfondimenti recenti:
Cremer H., Lozachmeur J-M, Pestieau P. Social Security and Retirement Decision: A Positive and Normative Approach"CEPR Discussion Paper No. 5542 http://ssrn.com/abstract=909607

Jousten A. "Public Pension Reform: A Primer" IMF Working Paper N o. 07/28 http://ssrn.com/abstract=962467, ;

Pennisi G. “European pension reform: an overview” in (O’Dwyer ed.) “Europe Needs Savings- Defusing the Pension Timebomb” Stockholm Network, London 2006

LA VOGLIA DI LUSSO DI AEROFLOT ED IL FILTTO DI PRODI

Attenuato, per il momento, il tormentone Telecom, l’attenzione torna a rivolgersi alla gara – o meglio in termini strettamente tecnici, beauty contest – per la vendita dell’Alitalia (o quanto meno del 30-40% delle sue azioni). Il titolo ha subito un’impennata proprio alla vigilia della pausa (borsistica) del primo maggio, nonostante l’annuncio di uno sciopero degli assistenti di volo per il 3 maggio che rischia di paralizzare la compagnia (ed ha consigliato molti clienti a optare per altri vettori). Nonostante, poi, una gara (per l’appunto il beauty contest) che sembra sbrindellata (ed a rischio di bocciatura da parte dell’Ue) a ragione delle frequenti dichiarazioni di esponenti del Governo secondo cui (malgrado i dettami del bando) la composizione delle tre cordate in lizza potrebbe essere alterata e nuovi concorrenti potrebbe essere ammessi , pur il termine perentorio del 29 gennaio è trascorso da numerose settimane. Esaminiamone, per dirla all’anglosassone, the politics e the economics.
Gli aspetti politici si vedono meglio dai Palazzi romani, ma incidono (e non poco) sulla milanese Piazza Affari. Sotto il profilo superficiale, il nocciolo politico sarebbe nelle conversazioni (non tanto riservate) tra il Ministro delle Finanze russo, Alekseij Kudrin, ed il Ministro italiano dell’economia e delle finanze, Tommaso Padoa-Schioppa. Il primo avrebbe rassicurato il secondo della serietà dell’offerta Aeroflot. In effetti, il gioco è più complesso. Romano Prodi ha centrato due colpi negli ultimi mesi , nel percorso per costruirsi un serie di aziende collaterali tali da fare forza alla sua pattuglia di parlamentari e membri del Governo anche se non otterrà lo scettro del nascituro Partito Democratico: l’operazione San Paolo-Intesa e la conclusione, per ora, della vicenda Telecom. Il resto del sinedrio della sinistra lo sa e non intende che vada a segno anche la terza boccia: la cessione dell’Alitalia alla Air One, considerata, a torto o a ragione, collaterale a Prodi. Questa dimensione politica interna (vista dai corrodi romani) è pure più importante di quella internazionale: gli accordi tra Eni e Russia, l’esigenza di controbilanciare la partnership mediterranea (sta riacquistando prospettiva pure l’intesa Autostrade-Abertis) con alleanze ad Est. In breve, gli alleati non gradiscono che Prodi (ed i suoi) si rafforzino tanto da rendere impossibile uno sfratto da Palazzo Chigi il giorno che chi ha gli elettori lo riterrà opportuno.
A questi aspetti politici, si aggiunge the economics L’offerta dell’Aeroflot (in partnership con Unicredito) si basa su un piano industriale la cui credibilità sta crescendo di giorno in giorno: far diventare l’Alitalia la sesta “A” di un sistema Italia basato su Abbigliamento, Alimentazione, Arredamento, Arte e Alimentazione. Non è un piano supersegreto in quanto ne scrive la rivista internazionale del lusso “The Monocle” e ne parla il giovane pianista Denis Matsuev (nato in Ikuts in Siberia, 31 anni, alto 1 metro e 92 centimetri ed idolo delle ragazze oltre che degli specialisti di Rachmaninov). L’Alitalia diventerebbe la costola di superlusso di una grande compagnia mondiale- in breve la Bentley o la Rolls Royce del trasporto aereo. Solamente prima classe, poltrone comodissime, televisioni al plasma, telefoni satellitari, cucina a bordo da Vissani, stampe d’autore alle pareti, uniformi firmate Valentino L’Aeroflot è interessata ad avere un ramo di superlusso perché non è più l’aviolinea “proletaria” dove si viaggiava ammassati in poltrone strettissime, agli ordini di hostess robuste e con accanto passeggeri con galline in cesti di vimini. Ha affrontato una dura ristrutturazione , riorganizzato le proprie tratte, dato la priorità sul mercato dell’Eurosia e si è dotata di una flotta di 88 jet, di cui 52 Tupelov e Ilyushin, 25 Airbus ed il resto suddiviso tra Boeing e McDonnel-Douglas. Ha appena ordinato 22 Aibus A350-XWB . Con i conti in ordine è pronta ad entrare alla grande nel mercato del lusso (non solo eurasiatico o per i nuovi magnati della Russia e dell’Asia centrale) ma mondiale. E, per tornare a the politics , ad una parte della maggioranza (che non ama Prodi) ciò calza a pennello.