mercoledì 25 novembre 2009

L'euro sopravviverà alla crisi finanziaria?, Il Velino 25 novembre

Roma, 25 nov (Velino) - E’, senza dubbio, un interrogativo molto poco politically correct, specialmente in una fase in cui la valorizzazione della moneta unica europea si sta rafforzando, non indebolendo, sui mercati internazionali. Ma che viene inevitabilmente in mente a chi, come me, ha visto la fine dell’area della sterlina, delle unioni monetarie della Comunità franco-africana, dell’Africa occidentale, dell’Africa centrale, dell’Africa orientale, della Federazione della Malesia (al decesso della quale la Repubblica di Singapore incluse, nella propria Carta Costituzionale, il divieto d’istituire una banca centrale) e di un’altra mezza dozzina di unioni grandi e piccole e relative “monete uniche”.

La domanda non può non venire alla mente guardando gli ultimi preconsutivi della finanza pubblica dei principali Paesi che fanno parte dell’area dell’euro: rispetto ai parametri del “patto di stabilità” (un indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non superiore al 3% del Pil ed uno stock di debito tendente a non superare il 60% del Pil), l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazione sfiora il 15% in Irlanda, il 12% in Grecia, il 10% in Spagna, l’8% in Francia , il Portogallo al 7% e Italia e Germania attorno al 5% ed il rapporto tra stock di debito e pil è in Grecia 135%, in Italia 118%, il Irlanda 96%, in Portogallo 91%, Francia 88%, in Germania 80% ed in Spagna 74%. In gran misura a ragione degli interventi di salvataggio a favore del settore finanziario (ed in certi casi pure dal manifatturiero), la media ponderata dello stock di debito pubblico dei Paesi dell’area dell’euro in rapporto al pil è l’88% , ossia sfiora il 90%. Quindi delle due l’una: o i parametri ed i vincoli del trattato di Maastricht, prima, e del patto di stabilità, poi, sono “stupidi” come li qualificato Romani Prodi (quando era il Presidente dalla Commissione Europea) oppure l’euro , nonostante sia “forte”, è in serie difficoltà. In effetti, i piani di rientro in questi giorni all’esame del Consiglio dei Ministri degli Stati dell’area dell’euro non postulano tempi brevi per rientrare nei “tetti” del Trattato e del patto.

A questi dati si aggiunge un’analisi molto raffinata del Levy Economic Institute del Bard College; nel Public Policy Brief n. 106 in uscita in questi giorni a firma di Stephanie A. Kelton e L. Randall Wray. Lo studio – sintetico ma eloquente e corredato di dati e grafici - pone l’interrogativo Can Euroland Survive? da un altro punto di vista. Non esamina gli effetti della crisi economica e finanziaria dal punto di vista della risposta della politica di bilancio (in seguito agli interventi per impedire fallimenti e il crollo della domanda aggregata) ma sotto quella della crescente spread dei tassi d’interesse a lungo termine e dei credit default swaps tra Paesi dell’area dell’euro più o meno virtuosi. Tale spread è cresciuta notevolmente e sta provocando tensioni che rischiano di lacerare l’unione monetaria. Stepahnie A. Kelton e L. Randall Wray offrono una ricetta tanto europeista che non la si aspetterebbe dagli Usa : non ci si deve affidare unicamente o principalmente alla disciplina posta dai mercati internazionali (ossia allo spread) ma allo politica con la “P” maiuscola creando un vero e proprio bilancio federale (con risorse molto maggiori di quelle di cui dispongono la Commissione Europea e la Banca centrale europea) ed una “nuova istituzione finanziaria” con lo scopo di aiutare i Paesi dell’area dell’euro in difficoltà un’ampia serie di obiettivi di politica economica durante le fasi di contrazione.

Delle due proposte , la seconda può essere attuata facilmente ampliando la sfera d’attività della Banca europea per gli investimenti – già negli Anni 80 la Banca mondiale ha effettuato il passaggio da prestiti per singoli progetti o programmi al policy based lending. Molto più complesso il trasferimento di risorse dai singoli Stati dell’area dell’euro ad istituzioni “federali”, anche in quanto il “federalismo” è proprio ciò che il Trattato di Lisbona, che entra in vigore il primo dicembre, ha tenuto alla larga per avere il consenso dei 27 Stati dell’Ue

(Giuseppe Pennisi) 25 nov 2009 11:53

ANCHE IL LAVORO VA ADATTATO ALLA SOCIETA’ CHE INVECCHIA, Avvenire 25 novembre

ANCHE IL LAVORO VA ADATTATO ALLA SOCIETA’ CHE INVECCHIA
Giuseppe Pennisi
Dal “Rapporto Nazionale 2009 sulle condizioni ed il pensiero degli anziani: una società diversa”, presentato in questi giorni, si evince che già il 20% degli italiani ha più di 65 anni ( nel Nord Est si sfiora il 30%), il 60% degli ultra-65enni sono donne e un terzo dei lavoratori attivi è nella “la terza età”. “Il welfare – conclude il documento- necessita di urgenti interventi per adeguarsi ai bisogni di queste nuove generazioni di anziani” in una società in cui nel 2050 l’aspettativa di vita raggiungerà 86.6 anni per gli uomini e 88.8 per le donne.
A mio avviso, gli interventi più importanti riguardano l’adattamento del mercato del lavoro ad un processo di pensionamento graduale, alcuni meccanismi previdenziali specifici ed il sistema sanitario. Tali interventi potranno essere compiuti dopo il superamento della crisi economica in corso ma occorre cominciare a rifletterne da ora.
In materia di mercato del lavoro, la priorità è facilitare l’occupazione degli anziani che possono e vogliono restare attivi. Ciò è stato fatto negli Usa con una sentenza della Corte Suprema che ha giudicato discriminatori, e incostituzionali, i “limiti di età” . Ciò implica ripensare norme recenti che, con l’obiettivo di svecchiare la dirigenza pubblica, hanno reso più stringenti tali “limiti”. Lo scopo di avere una dirigenza giovane pur mantenere gli anziani al lavoro (se possono e vogliono farlo), si raggiunge ponendo alle posizioni dirigenziali “tetti di età” anche inferiori alle attuali (in multinazionali ed organizzazioni Onu sono a 57 anni) ma facendo sì che i dirigenti siano affiancati da anziani in posizione di staff, della cui esperienza possano avvalersi. Ciò facilita anche posporre l’età effettiva di pensionamento. In Italia, è di queste settimane l’accordo secondo cui gli avvocati non potranno fruire di pensioni di vecchiaia prima dei 70 anni di età e di 35 anni di contributi. Pur se il meccanismo “contributivo” per il computo dei trattamenti previdenziali induce a ritardare l’età della pensione, è auspicabile che misure come questa vengano generalizzate al fine di evitare lo scenario di un’Italia il cui 30-40% della popolazione sarà composta da anziani indigenti.
La revisione di alcune norme lavoristiche e previdenziali deve essere accompagnata da misure specifiche attinenti all’indicizzazione dei trattamenti. Quando il meccanismo “contributivo” sarà in vigore, il rapporto tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico sarà attorno al 50%. Ciò può essere considerato adeguato dato che molti pensionati disporranno di capitali accumulati in vita attiva: smentendo il teorema per il quale Franco Modigliani ebbe il Premio Nobel, un’analisi dell’Università di Chicago avverte nazi che nell’America in cui il saggio di risparmio di individui e famiglie è rasoterra, solo gli anziani hanno tassi positivi di risparmio, sia per il desiderio di lasciare un’eredità a figli ( il 25% degli anziani risparmia a questo scopo) sia per la preoccupazione di spese elevate quando non saranno autosufficienti. Negli Usa chi nel 2009 va in pensione a 65 deve accantonare, a seconda del reddito e del genere, tra i 135.000 ed i 400.000 dollari per premi assicurativi sanitari e spese sanitarie non assicurabili. Ciò implica : un maggiore tasso d’indicizzazioni delle pensioni a partire dai 75 anni ed una politica mirata al miglioramento dei servizi sanitari per gli anziani.

CHI HA PAURA DEI FONDI SOVRANI? L'Occidentale del 25 novembre

CHI HA PAURA DEI FONDI SOVRANI?
Giuseppe Pennisi
La sinistra un tempo intonava “l’internazionale”. Ora a giudicare dei commenti dui alcuni giornali alle recenti visite di Berlusconi nella Penisola Arabica e di Tremonti in Cina, pare che abbia riscoperto la “Marcia Reale” dei tempi delle nostre prime avventure africane e le intermezzi con gli anni della compagna d’Abissinia (allora si chiamava così quella che oggi ha il nome di Etiopia). In breve, nonostante le statistiche della Banca mondiale e dell’Unctad (l’agenzia Onu preposta all’uopo) classifichino l’Italia tra i Paesi dove meno affluiscono investimenti diretti dall’estero, commentatori anche paludati hanno espresso riserve nei confronti di contatti presi affinché i “Fondi sovrani” dei Paesi visitati guardino alle opportunità presenti a casa nostra. C’è chi ha parlato di “svendita” di impianti, fabbriche ed imprese a interessi stranieri e, quindi, di perdita di sovranità.
Facciamo il punto, sine ira ni studio, i “fondi sovrani” – creati da Paesi con forti attivi delle bilance dei pagamenti e ragguardevoli riserve – hanno una cospicua aapacità finanziaria (stimata in almeno 4000 miliardi di dollari) . I fondi di Paesi petroliferi o di Paesi emergenti in particolare (non il Norway Global Pension Fund, ben 360 miliardi di dollari, che ha finalità previdenziali specifiche ed investe con grande maestria specialmente in fondi pensione di tutto il mondo) hanno concluso una serie di accordi tra di loro per avere maggiori competenze tecnico-finanziarie (lo ha ammesso il Presidente del Fondo Kazaco Samruk-Kazyna) e avere, quindi, maggiori capacità di analisi e di scelta d’investimenti in un’ottica di medio e lungo periodo, non legati ai risultati trimestrali. Il Fondo di Abu Dhabi, ad esempio, ha concluso un’intesa di questa natura con quello della Malesia ed un’altra con il piccolo fondo sovrano francese per alta tecnologia; l’India e l’Oman hanno dato vita ad un fondo sovrano congiunto; i fondi sovrani di Corea e Malesia hanno stretto un accordo con il fondo australiano d’investimenti QIC; i fondi di Cina, Singapore e Kuwait hanno operato d’intesa per supportare Backrock nell’acquisizione di Barclays Global Investiment. Da circa un anno, poi, si stanno orientando sempre più verso il manifatturiero in via di riassetto. In Italia, sono noti i rapporti, ormai di alcuni decenni, tra la FIAT e la Libia (prima direttamente con il Governo, poi con il fondo sovrano creato a Tripoli). E’ meno noto il ruolo che il fondo sovrano di Abu Dhabi prima e quello del Quadar poi hanno nella riorganizzazione dell’industria metalmeccanica tedesca. Il fondo di Abu Dhabi , con il 9,1% del capitale, è diventato l’azionista di riferimento della Daimler; al termine della fusione tra la Volkswagen e la Porche, il fondo del Qatar deterrà tra il 17% ed il 20% della nuova struttura aziendale. Il fondo del Qatar– ha una vasta gamma d’investimenti in Francia: da Suez Environment al principale concorso ippico (le Prix de l’Arc de Triomphe), dai grandi alberghi all’alta tecnologia (nonché ad una fetta importante di Bot francesi sul mercato).
Oggi “i fondi sovrani” assomigliano sempre più al “private equity” , essiccatosi all’inizio della crisi finanziaria che agli “hedge fund”. E’ aumentata la trasparenza , e soprattutto gli investimenti tendono a guardare sempre più al medio (ed anche lungo periodo) , piuttosto che ad indicatori finanziari a breve termine. Possono dare un contributo significativo alla ripresa, specialmente in Europa e soprattutto se scommettono su settori e comparti che necessitano liquidità per attuare programmi di riassetto strutturale (la metalmeccanica e l’edilizia sono i primi a venire in mente).I timori che i fondi sovrani vengano gestiti con finalità politiche clientelari sono, in gran misura, non fondati. Lo afferma in modo persuasivo Sven Behrendt in un lavoro appena pubblicato nel “Policy Outlook” del Carnegie Middle East Center a Beirut. Richard Epstein dell’Università di Chicago e Amada Rose della Vanderbilt argomentano che aggravare i fondi sovrani con regolamentazione eccessiva può solamente causare danni ai Paesi che la mettono in atto: inducono i fondi ad investire altrove, con una perdita secca di opportunità. Lo ribadisce un lavoro del Fondo monetario in corso di pubblicazione – ne sono autori Tao Sun e Heiko Hesse- in cui si esaminano investimenti e disinvestmenti da parte di “fondi sovrani” nel periodo 1990-2009: 166 “eventi” di cui si conoscono le caratteristiche . Sun e Hesse focalizzano su un aspetto l’impatto a breve termine delle operazioni dei fondi (acquisti e vendite di partecipazioni) in vari tipi di mercati finanziari (maturi ed emergenti) sia nel settore manifatturiero sia in quello finanziario al fine di valutare se hanno effetti “destabilizzanti” o se abbiamo turbato la “governance” di banche ed imprese. La conclusione che effetti di tale natura non ci sono stati ma che al contrario hanno spesso irrobustito con linfa nuova le banche e le imprese in cui hanno investito.

martedì 24 novembre 2009

NEUROECONOMIA Il Fohglio 24 novembre

NEUROECONOMIA
Giuseppe Pennisi
Le buone notizie accelerano la crescita? Vale la pena chiederselo dopo l’entusiasmo con cui alcuni media italiani hanno colto la notizia diramata dall’Ocse secondo cui nel terzo trimestre del 2009 il Pil italiano è cresciuto, rispetto ai tre mesi precedenti, ad un tasso (0,6%) superiore a quello della media dell’Ue (0,2%) e dell’area dell’euro (0,4%). Gli stessi media hanno dato relativamente poco rilievo ad un altro passo dello stesso documento Ocse- quello secondo cui ” la disoccupazione italiana salirà all'8,5% nel 2010 e all'8,7% nel 2011e “ il Pil italiano calerà' del 4,8% quest'anno per poi tornare a crescere dell'1,1% il prossimo e dell'1,5% nel 2011”. Quasi nessuno ha riportato le previsioni diramate lo scorso fine settimana dai 20 modelli econometrici (tutti privati, nessuno italiano) del gruppo chiamato, in gergo, “del consensus” secondo cui nel 2010 l’Italia avrebbe una crescita dello 0,8% rispetto all’1,2% della media dell’area dell’euro, restando essenzialmente uno dei fanalini di coda dell’Ue.
Lettura poco attenta delle cifre da parte di redattori sotto pressione a ragione delle scadenze del processo di produzione giornalistica oppure con poca dimestichezza con la statistica economica? Od un’interpretazione più sottile che si collega con le analisi del recente “Rapporto Stiglitz” sull’economia della felicità? Quasi in parallelo con le pacche sulle spalle alla lettura dei dati Ocse per il terzo e secondo semestre 2009 (comunque acqua passata poiché già dettagliate nelle principali specifiche dai comunicati Istat), un centinaio di quotidiani di vari Paesi – le testate aderenti al pool di commentari “project syndacate”, pubblicavano un editoriale di Robert J. Shiller dell’Università di Yale – l’esegeta, per intenderci, dell’”esuberanza irrazionale” delle Borse alla base della bolla della “new economy” prima e tra le componenti dell’attuale crisi, poi- efficacemente intitolato “La ripresa: è tutta nella nostra testa”. Intendiamoci, questa volta Schiller non è un profeta di sventura – come lo era al tempo dell’analisi dell’”esuberanza irrazionale”; al contrario, l’ipotesi di Schiller è che se si vuole che i barlumi di miglioramento si consolidino e si giunga a crescita auto-sostenibile, occorre guardare in termini positivi e con fiducia all’avvenire. Non è un’ipotesa nuova, anche se formulata più dai sociologi che dagli economisti. Nel 1937, ad esempio, quando gli Usa stavano uscendo dalla Grande Recessione, nel best seller “Think and Grow Rich , Napoleon Hill” sostenne che per arricchirsi occorreva lavorare sul subconscio. L’ottimismo del dopoguerra è stato, in parte, ispirato a “The Self-Fulfilling Prophecy” di Robert K. Merton: con l’auto-convincimento i sogni economici diventano realtà.
Gli specialisti di economia dello sviluppo hanno testato queste interpretazioni sociologiche con gli strumenti della disciplina economica. Negli Anni 70, Albert O. Hirschmann la applicò “al viaggio verso il progresso dell’America Latina”. Un quarto di secolo fa, il suo allievo italiano Luca Meldolesi scrisse un saggio secondo cui, per uscire dai pasticci, il Mezzogiorno avrebbe dovuto abbandonare la tradizionale melanconia mediterranea e guardare al presente ed al futuro “con gioia!”, L’elenco è diventato vasto negli ultimi dieci anni man mano che si è affermata la “neuroeconomia” sperimentale , disciplina in cui l’economista utilizza tanto gli algoritmi quanto le tecniche ed il lettino dello psicanalista: oggi Victor Ricciardi del Social Science Research Network invia tre newsletter al giorno ai propri abbonati – cinque giorni la settimana : una di teoria di neuro-economia, una di applicazioni (ed esperimenti) alla finanza ed una di applicazioni (ed esperimenti) all’economia reale. Dal 1996 sono uno dei suoi fedeli lettori.
Il lavoro dei neuro-economisti, soprattutto quello empirico, però, ha riguardato e riguarda, in gran misura, problemi micro. L’ultimo fascicolo dell’ American Economic Review viene aperto da un saggio di Nir Jaimovich e Sergio Rebello specificatamente attinente al nostro tema: in che misura le informazioni sul futuro (come le previsioni econometriche ed ancora di più la lettura che ad esse danno i media per renderle alla portata dei telespettatori e dei lettori di giornali) possono pilotare il ciclo economico. L’analisi riguarda gli ultimi 60 anni; sulla base di previsioni e realizzazioni effettive negli Usa prende in esame non solo il nesso tra notizie ottimiste e pessimiste e la crescita del Pil ma anche tramite un unico modello econometrico (di norma si sono utilizzati modelli distinti per i singoli fenomeni). il nesso con gli investimenti, le ore effettivamente lavorate, la produttività . Il lavoro non solamente conferma che l’ottimismo innescato da buone nuove (pur quando i dati vengono interpretati un po’ artatamente) facilita il miglioramento del ciclo economico. Mentre il pessimismo lo peggiora. Schiller non cita il lavoro; se non lo ha letto, è bene che lo faccia poiché vi trova una dimostrazione quantitativa alla sua tesi.

- Teatro, all’Opera di Roma un “Lago dei Cigni” molto tradizionale

Roma, 24 nov (Velino) - “Il Lago dei Cigni”, uno dei capolavori compositivi di Petr Ilic Ciajkovskij, è uno dei balletti più rappresentati al Teatro dell’Opera di Roma, nonostante sia arrivato relativamente tardi sul palcoscenico della Capitale. Composto tra il 1875 e il 1876 – ossia nel pieno della crisi di identità sessuale di Petr Ilic e di suo fratello Modest –, debuttò a Mosca nel 1877 senza ottenere il successo sperato, che gli arrise invece, grazie anche alla nuova coreografia di Marius Petipa, nel 1892 a San Pietroburgo, dopo gli esiti trionfali dei due balletti successivi, “La Bella Addormentata nel Bosco” e “Lo Schiaccianoci”. Al Teatro dell’Opera arrivò nel 1937, nella versione di Boris Romanov che vi impiegò Attilia Radice e Anatolij Obuchov. La coreografia del successo originale di Marius Petipa e Lev Ivanov fu proposta dal London’s Festival Ballet nel 1960 e otto anni prima il New York City Ballet aveva eseguito quella del suo coreografo di punta George Balanchine. Le Terme di Caracalla ospitarono il balletto per la prima volta nel 1980 con Diana Ferrara e Paolo Bortoluzzi come protagonisti della versione di Jurij Grigorovic, versione già offerta al pubblico romano dal Corpo di Ballo del Teatro Bolscioi nel 1970. La stessa ambientazione estiva accolse Rudolf Nureyev nei panni del principe Siegfried nel 1984. Complessivamente circa 80 rappresentazioni. Forse solo il Bolscioi di Mosca e il Marrinskij di San Pietroburgo ne hanno avuto un numero maggiore.

Il favore de “Il Lago dei Cigni” presso il pubblico romano è dimostrato che in questa fine stagione 2009 erano state inizialmente programmate sei repliche fuori abbonamento (di cui una riservata alle scuole). A ragione degli esisti della biglietteria e delle esigenze finanziarie di effettuare tutte le economie possibili, è stato spostato all’anno prossimo il nuovo allestimento della prima per Roma di un altro balletto e si sono aggiunte altre sei repliche. Alla terza serale in abbonamento, la sala era piena nonostante “Il Lago dei Cigni” fosse stato messo in calendario soltanto pochi giorni prima. L’edizione proposta, con la coreografia di Marius Petipa e Lev Ivanov e le scene e i costumi di Aldo Buti, è quella che, in varia guisa, si replica quasi ogni anno dal 2003, Un prodotto, quindi, rodato che il corpo di ballo e i numerosi ballerini nei tanti ruoli minori conoscono bene. Una caratteristica dell’impianto scenico è che mentre gli atti a Palazzo Reale seguono una scenografia decorativa quasi ottocentesca, in quelli nei pressi del lago viene inserita (al centro del lago) una riproduzione de “L’Isola dei Morti” di Arnold Böcklin, uno dei quadri più ambigui e più intriganti del decadentismo di fine Ottocento. È un modo particolarmente efficace di cogliere il senso ambiguo, e morboso, di un balletto composto quando l’autore, consapevole della propria omosessualità (e di quella di suo fratello), per celarla si sposò. Un matrimonio breve che terminò con il ricovero in manicomio della moglie e innescò la serie di eventi che portarono al suo suicidio (più o meno volontario) nel 1893, proprio mentre “Il Lago dei Cigni” stava gustando il successo meritato.

Molto bravi i quattro protagonisti: Ekaterina Borchenko, Massimo Garon, Mauro Murri e Carla Fracci nel ruolo della Regina madre. Efficaci i numerosissimi ruoli minori e il corpo di ballo. Lo spettacolo piace. Il solo neo è la concertazione di Andrey Anikhanov, un routinier che dirige un repertorio molto vasto a San Pietroburgo, da dove è stato probabilmente chiamato pochi giorni prima dell’andata in scena. La sua bacchetta è impeccabile, tranne qualche tono bandistico all’inizio della seconda parte e diligente. Tuttavia, la triade “Si bemolle-Re-Fa”, associata alle forze del male, e la triade “Si-Fa diesis-Do diesis”, associata, invece, al tema della morte e resurrezione non hanno il macero e morboso che meglio avrebbe rispecchiato il dramma di una partitura che è solo in apparenza decorativa. Ma rispecchia una tragedia interiore.

(Hans Sachs) 24 nov 2009 15:49

lunedì 23 novembre 2009

Servizi pubblici locali: una liberalizzazione "ben temperata", Ffwebmagazine del 23 novembre

Focus Rss
[Servizi pubblici locali: una liberalizzazione ]
Un passo verso la separazione più netta tra proprietario e gestore
Servizi pubblici locali:
una liberalizzazione "ben temperata"
di Giuseppe Pennisi Si è concluso in questi giorni il primo importante di una liberalizzazione “ben temperata”, quella dei servizi pubblici locali. È “ben temperata” perché come sottolinea il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, la nuova normativa sui servizi pubblici locali è «una riforma vera che metterà in moto investimenti veri», è una riforma che interessa da vicino noi tutti e che viene attuata gradualmente – selezionando i settori e prevedendo una loro apertura progressiva al mercato. Non come le liberizzazioni-privatizzazioni attuate dai governi di sinistra che – lo documentano i rapporti annuali di “Società Libera”, un’associazione apartitica che non ha mai mostrato particolari simpatie per il centro-destra – sono state realizzate in modo selvaggio e con un occhio agli amici e agli amici degli amici.I servizi pubblici locali – acqua, trasporti di massa, rifiuti urbani – riguardano la vita quotidiana di tutti noi . Il servizio studi della Banca d’Italia ha diramato di recente una serie di interessanti monografie (in italiano e in inglese) relative sia a tematiche generali (la regolamentazione attuale e quella che si profila in prospettiva, la creazione di un “capitalismo municipale” costituito non più da piccole aziende ma da grandi imprese, l’impiego della finanza di progetto e le sue implicazioni) sia a comparti specifici (trasporto pubblico locale, rifiuti urbani, distribuzione di gas naturale, il servizio idrico, taxi ed autonoleggio, e via discorrendo). Non solamente si tratta di studi basati su dati aggiornati, ma essi gettano nuova luce sulla questione di fondo: nel paese in cui Giovanni Montemartini inventò, in età giolittiana, le municipalizzate – gli abbiamo dedicato un museo a Via Ostiense ma i suoi libri sono introvabili in Italia, anche se in traduzione in inglese fanno ancora testo nelle università americane – è più urgente, in questo primo scorcio di XXI secolo, liberalizzare o privatizzare al fine di migliorare il servizio e rendere il settore competitivo su scala europea ed internazionale?Il settore comprende circa 370 imprese, con 200mila addetti. Alcune imprese sono di grandi dimensioni (si pensi a Hera, Iride, Gesac, Aem-Asm, Acea): risultano da un processo di aggregazione degli ultimi venti anni. I Comuni, le Province e in certi casi le Regioni sono tra i maggiori azionisti – una delle monografie analizza dieci tra i principali casi aziendali e individua i percorsi “virtuosi” (spesso associati a un nocciolo duro energetico caratterizzato da alta redditività). Accanto ai “giganti” c’è una miriade di piccole e medie aziende. Complessivamente, formano oltre l’1% del Pil nazionale, ma in alcune Regioni rappresentano il 6% del valore aggiunto prodotto in loco. Il “capitalismo municipale”, inoltre, è internazionalizzato; l’azionista di maggioranza della società che gestisce gli aeroporti campani è una multinazionale d’origine britannica. Le società miste pubblico-privato, e in particolare quelle con soci stranieri, presentano indici di redditività superiori a quelle delle società unicamente municipali, specialmente in termine di margine operativo lordo. Un’analisi di dieci “Big” del settore delinea vincoli che frenano anche i “grandi” e che impediscono la crescita dei “piccoli”: da un canto, il disegno regolamentare è inadeguato poiché le tariffe non coprono i costi, e sono comunque state fissate (anche a ragione della metodologia prevista per legge) a livelli eccessivamente bassi (scoraggiando partner privati, soprattutto quelli stranieri); da un altro, la separazione tra proprietà/controllo (quasi sempre pubblica) e gestione non è sempre sufficientemente netta quanto sarebbe auspicabile. Lo studio suggerisce “una separazione dei ruoli – di rappresentanza delle esigenze dei consumatori da quella della politica locale e dall’interesse ai risultati economici – attraverso forme di privatizzazione dei gestori con una diluizione delle partecipazioni degli enti locali. A indicazioni analoghe è giunto tempo fa uno studio del dipartimento di Economia dell’Università di Roma “La Sapienza”: «una scelta radicale» - «una gestione pubblica separata dalla fornitura del servizio, almeno sino al momento in cui non sarà risolto il nodo degli assetti gestionali» . Non è, però, un percorso semplice. Nonostante la crisi finanziaria ed economica internazionale (che ha inciso non poco sui programmi di tutti i governi e sulle loro priorità), la normativa varata rappresenta un passo importante verso una più netta separazione tra proprietario/controllore e gestore da scegliersi in seguito a «procedure competitive ad evidenza pubblica». Lo sostiene anche una recente rassegna commissionata dalla Fondazione Bertelsmann e presentata ad una congresso internazionale a Berlino a cui hanno partecipato circa 600 esperti.

domenica 22 novembre 2009

RILANCIARE “LISBONA” SI PUO’ FARLO RIPARTENDO DAL PROGRAMMA PRESENTATO DALL’ITALIA, Synthesis novembre 2009

RILANCIARE “LISBONA” SI PUO’ FARLO RIPARTENDO DAL PROGRAMMA PRESENTATO DALL’ITALIA

Giuseppe Pennisi

Vi ricordate i “Protocolli di Lisbona” così denominati in quanto formulati ad un Consiglio Straordinario dei Capi di Stato e di Governo dell’UE (allora ancora a 15) tenuto sulle rive del Tago (il Portogallo aveva la Presidenza di turno dell’Unione) nel marzo 2000? I documenti esaminavano la crescita economica verificatasi nelle principali aree della comunità internazionali negli Anni Novanta, giungendo alla conclusione – per mutuare da un libro recente di Mario Baldassarri- che l’Europa era stata “la bella addormentata” in un mondo sempre più caratterizzato dalla “formica cinese”, dalla “cicala americana” e dall’”aquila russa”. La “bella addormentata”, in particolare, non aveva sfruttato (come avrebbe dovuto) le tecnologie della comunicazione e dell’informazione per ridurre drasticamente le distanze di tempo e di spazio ed aumentare competitività e produttività. In campi specifici come la banda larga, la diffusione di Internet, l’innovazione di processo e di prodotto si era rimasti pericolosamente indietro. In questo contesto, ed in questo spirito, il Consiglio Europea varava un piano ambizioso, incentrato sulla tecnologia, mirato a fare diventare entro il 2010 l’Europa l’area più dinamica del mondo.
Siamo alla vigilia del 2010: nella loro ultima tornata di previsioni (diramata il 23 maggio), i 20 maggiori istituti econometrici internazionali (tutti privati, nessuno italiano) anticipano che l’anno prossimo l’UE esporrà una crescita appena dello 0,3%, rispetto all’1,4% degli Usa , allo 0,6% del Giappone, al 2% della Russia, al 7% della Cina ed al 6% dell’India. A fronte di queste cifre, ciò-che-resta-degli-eurocrati di Bruxelles hanno imbarazzo quando si affronta il tema. Cambiano discorso sottolineando la crisi internazionale ed i suoi effetti, da cui però – come affermano le cifre citate – altre aree del mondo stanno uscendo prima e meglio dell’Europa.
La prima fase del programma di Lisbona – lo ha detto il rapporto Koch (dal nome dell’ex- Commissario Europeo Peter Koch) nel 2005 quando è stata effettuata una valutazione del primo lustro d’attuazione dei Protocolli – è stata afflitta da una malattia tipica di Bruxelles: il “mal d’indicatori” (il numero eccessivo di indicatori statistici, spesso di dubbia robustezza, richiesto dalla Commissione alle amministrazioni degli Stati membri al fine di “monitorare” politiche, piani, programmi, progetti e singole misure). E’ stata, quindi, varata una seconda fase che prevedeva una riduzione drastica degli adempimenti burocratici e dei relativi indicatori e la presentazione invece di programmi nazionali basati su 24 linee guida condivise dagli Stati membri dell’UE. Il ruolo della Commissione sarebbe cambiato: da controller a facilitator e coordinator.


L’Italia, infatti, è stata uno dei rari Paesi che ha presentato alla Commissione Europea il “Piano Nazionale per l’Innovazione, la Crescita e l’Occupazione” (il PICO, nel gergo comunitario) entro il termine previsto del 14 ottobre 2005. Lo ha fatto con discrezione, quasi con pudore. La discrezione ed il pudore, però, sono stati tali che la stampa e l’opinione pubblica quasi non si sono accorti del PICO (anche in quanto con la preparazione della campagna elettorale infuriava, ed infuria, la più aspra polemica politica su tutti e su tutto). Si tratta, invece, di documento che va letto, studiato e meditato il quanto, quale sarà il risultato delle elezioni politiche (ed amministrative) della prossima primavera, il PICO indica una strada, per molti aspetti al di sopra delle parti, da percorrere per riavviare il motore del sistema Italiana dopo circa tre lustri in cui la crescita è stata rasoterra e si è stati, a lungo, molto vicini alla stagnazione. I prossimi Consigli europei rappresentano un’occasione per ripartire dal PICO per definire una nuova strategia europea per l’innovazione, la crescita e l’occupazione.
Cosa è il PICO e come ha origine? La “strategia di Lisbona” sotto-intendeva una politica di crescita che avrebbe dovuto equilibrare (o meglio ancora controbilanciare) le politiche della moneta e di bilancio iscritte nel Trattato di Maastricht, prima, e nel “patto di stabilità”, poi – ambedue inerentemente restrittive. Dal 2000, lo sappiamo, l’attenzione è stata rivolta agli indicatori del “patto di stabilità” (comunque di più immediato impatto mediatico e politico) invece che alle strategie di trasformazione economica. Sotto il profilo istituzionale, il PICO italiano è stato definito da un Comitato di sei Ministri, coordinati dal Ministro per le Politiche Comunitarie Giorgio La Malfa. Sotto il profilo tecnico, l’anima ed il motore del PICO è stato Paolo Savona, rientrato per l’occasione nella pubblica amministrazione (nella veste di Capo Dipartimento delle Politiche Comunitarie), dove aveva già rivestito (circa un quarto di secolo fa) la carica di Segretario Generale della Programmazione.
Quale il metodo adottato per mettere a punto, in poche settimane, il PICO? Quali i contenuti? E cosa può maggiormente interessare imprese, famiglie ed individui? Oltre a passare al setaccio i capitoli dei bilanci delle pubbliche amministrazioni (ed i loro cassetti) per individuare i progetti effettivamente pronti e cantierabili nelle aree più incisive per la trasformazione tecnologica, l’allora Capo del Dipartimento delle Politiche Comunitarie, Prof. Paolo Savona ha svolto un vasto giro di consultazioni con le parti sociali (tutte le 37 organizzazioni con le quali il Governo di norma dialoga), con le Regioni e con le autonomie locali, nonché con numerosi economisti, al fine individuare cinque obiettivi che l'Italia considera prioritari: ampliare l'area di libera scelta dei cittadini e delle imprese; incentivare la ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica; rafforzare l'istruzione e la formazione del capitale umano, nonché accrescere l'estensione dei relativi benefici alla popolazione, specie ai giovani; adeguare le infrastrutture materiali e immateriali; tutelare l'ambiente. Ciascun obiettivo prevede, nel Piano, una dettagliata ricognizione di programmi e progetti puntuali di intervento che spaziano dall'economico al sociale, al tecnologico, alla politica legislativa, alla qualità della regolazione.
In materia di contenuti, il PICO parte dalla constatazione che l’Italia presenta una preponderanza di imprese di piccole e medie dimensioni . Una categoria (principalmente a conduzione familiare) è vulnerabile alla competizione di prezzo, specialmente dai Paesi a bassi salari e bassa tutela sociale. Un’altra (il “made in Italy” di alta qualità) è vulnerabile alle contraffazioni. Sono, inoltre, presenti dualismi territoriali e settoriali accentuati. Infine, il Paese è caratterizzato da modi di soddisfazione delle esigenze di solidarietà tali da incidere sui bilanci delle pubbliche e delle imprese , già peraltro gravate da eccessiva regolamentazione.
Il PICO si articola in due vaste tipologie di strumenti da attivare: provvedimenti a carattere generale i progetti specifici. I primi riguardano : liberalizzazioni, segnatamente nei settori dei servizi; miglioramento delle prestazioni della pubblica amministrazione; creazione di un contesto normativo favorevole agli investimenti; valorizzazione della piccola e media impresa allo scopo di accrescere l’utilizzazione da parte loro delle tecnologie digitali, piena valorizzazione del capitale umano, creazione o completamento di reti infrastrutturali, un’incisiva attuazione della politica di seconda europea.
I secondi concernono : a) il completamento del progetto Galileo per una rete satellitare europea; b) la partecipazione ai progetti europei Egnos e Sesame per la gestione del traffico aereo; c) la realizzazione di piattaforme informatiche per la tutela della salute, lo sviluppo del turismo, l’infomobilità, la gestione delle banche dati pubbliche e territoriali; d) l’attuazione di 12 programmi strategici di ricerca nei settori della salute, farmaceutico e bio-medicale, dei sistemi di manifattura, della motoristica, della cantieristica navale e aeronautica, della ceramica, delle telecomunicazioni, dell’agroalimentare, dei trasporti e della logistica avanzata, dell’ ICT e componentistica elettronica e della microgenerazione energetica; e) la creazione di 12 laboratori di collaborazione pubblico-privata per lo sviluppo della ricerca nel Mezzogiorno nei settori della diagnostica medica, dell’energia solare, dei sistemi avanzati di produzione, dell’e-business, delle bio-tecnologie, della genomica, dei materiali per usi elettronici, della bioinformatica applicata alla genomica, dei nuovi materiali per la mobilità, dell'efficacia dei farmaci, dell’open source del software, dell’analisi della crosta terrestre; f) lo sviluppo di 24 distretti tecnologici, che estendono l’esperienza dei distretti industriali italiani a settori ad alto contenuto tecnologico e potenziale innovativo; g) l’ampliamento e l’uso razionale delle infrastrutture nel settore energetico e idrico; h) settori di rilevanza strategica aventi ricadute tecnologiche nei processi produttivi e nel benessere dei cittadini e in condizione di garantire una migliore tutela ambientale, con particolare attenzione alle fonti energetiche alternative.
Il PICO non è un Piano “chiuso”. Oltre a considerare ciò che già è stato fatto in attuazione della strategia di Lisbona, il PICO ha accolto provvedimenti e progetti di pronta attuazione, che incidono una tantum sulla spesa pubblica e sono capaci di attrarre risorse private, ma resta “aperto” ad accogliere nuovi contributi provenienti delle capacità progettuali del sistema economico e politico italiano ed europeo, anche perché il meccanismo di nuovi finanziamenti pubblici è basato sul gettito derivante dalla cessione di attività reali di proprietà dello Stato, secondo una logica di gestione patrimoniale (asset management), e trova attuazione nelle scelte che su queste disponiblità verranno effettuate dal CIPE. Le risorse finanziarie pubbliche messe al servizio del Piano sono in parte già incorporate negli stanziamenti di cassa previsti in bilancio fino al 2005 e in quelli di competenza previsti per il triennio 2006-2008, nonché nelle dotazioni aggiuntive per la politica di coesione comunitaria e, per la parte aggiuntiva, da fondi provenienti dalla cessione di attività reali dello Stato stimati nell’ordine dell’1% del PIL per il triennio di Piano (equivalenti a 13 mld di euro), di cui 3 mld nel 2006. Più importanti di questi dati quantitativi, che rappresentano ormai un mero documento di storia economica contemporanea, è sulk metodo consultativo del PICO e sui suoi risultati attesi che occorre porre l’accento. L’insieme dei provvedimenti e progetti avrebbero dovuto fare avvicinare le spese in ricerca e sviluppo (R&S) all’obiettivo del 3% del pil indicato dalla Commissione Europea. Più significativa appare invece la stima effettuata sull’impatto macroeconomico derivante dall’attuazione del Piano: l’innalzamento del reddito potenziale attuale è valutato nell’ordine dell’1%, con effetti disinflazionistici strutturali stimati in 30 centesimi di punto e un parallelo rafforzamento del potere di acquisto salariale. Il PICO avrebbe indotto un incremento dell’occupazione nell’ordine dei 200 mila posti di lavoro, con una significativa concentrazione tra i giovani.

Subito dopo la presentazione del PICO si è entrati in campagna elettorale, è cambiata la maggioranza parlamentare, si è avuto la più breve legislatura della storia della Repubblica e, subito dopo nuove elezioni, la nuova maggioranza si è trovata alle prese con la crisi finanziaria ed economica mondiale più grave dal dopoguerra e con emergenze nazionali come il terremoto dell’Abruzzo. Il PICO pare coperto da una coltre d’oblio anche al Dipartimento delle Politiche Comunitarie dove è stato preparato.

Tuttavia, mai come ora, è necessario aggiornarlo, riprendendone metodo ed obiettivi ed adattali alla nuova situazione europea ed internazionale. Ed offrirlo all’UE come proposta italiana per rilanciare la strategia definita dieci anni fa a Lisbona. Evitando che la bella addormentata , con il passare del tempo, diventi vecchia e grinzosa.


Giuseppe Pennisi, Vice Presidente del Comitato Scientifico dell’O.S.E.C.O, è Professore emerito della SSPA; insegna attualmente economia internazionale e politica economica europea all’Università Europea ed all’Università di Malta.

Janáček’s The Cunning Little Vixen in Florence La Scena Musicale Nov 22

Janáček’s The Cunning Little Vixen in Florence
by Giuseppe Pennisi

Italians are not fond of fairy tales. There is very little Italian literature of that kind, even of high quality fantastic books and novels. The same applies to music theatre. Attempts to develop an Italian “Zauberoper” in the 19th and 20th Century were – by-and-large – doomed to fail. The Japanese, particularly love their fairy tales, with its long literary roots, plus a very rich musical theatre. Leóš Janáček’s The Cunning Little Vixen (Příhody Lišky Bystroušky), a fable set to musical theatre, lands in Florence in a new co-production with the Japanese Saito Kinen Festival, with Japanese conductor Seiji Ozawa as the musical director. Frenchman Laurent Pelly, a rising star of international theatre, is the stage director and the costume designer, whilst the set are entrusted to Barbara De Limburg Stirum. The Orchestra of the Maggio Musicale Fiorentino (one the best in Italy) and an international cast of 13 soloists – to cover nearly 25 different characters - complete the playbill.

On opening night (November 8, 2009), the fable enchanted, indeed enthralled, the Florentine audience and European critics reviewers. There was considerable interest in Seiji Ozawa, as he has reduced his conducting duties to a comparatively small number of fully staged operas every year. There was also interest in Laurent Pelly’s stage direction, especially after the semi-flop of his Traviata in Santa Fé and Turin – the entire plot was set in the Parisian Père-Lachaise grave yard. The Cunning Little Vixen has been seldom staged in Italy, even though in the last ten years the opera was seen at the Spoleto Festival, La Scala and La Fenice.

The opera was based on a novel published by installments on a Brnò’s daily paper, as a set of cartoons giving life to both human and animal characters. The cartoons compare and confront two different worlds: the gritty, petty and hypocritical lower middle class of a small town and the healthy and generous animals of a nearby woods. There, the animals – first of all the cunning little vixen – live in full freedom and nature regenerates itself. The action does not have a dramatic development (like Jenufa, Kat’ia or Makropoulos) but is made up of number of episodes welded into a coherent structure by the music – mostly by a continuous forest’s murmur. In the middle of the third act, the vixen is shot by the gamekeeper, but with a real coup de theatre, in the final scene of the opera she seems to appear again in full bloom and with her very cunning eyes. In short, the forces of nature are stronger that than of mankind; sensual and physical love are at the root of such a strength. An optimistic outcome of Janáček’s meditation on death and rebirth, which is the dominant theme of his three last operas. In his Janáček’s biography, his friend Adolf E. Vaseck recalls that, at the composer’s request, at his funeral service, the Orchestra of the Brnò National Opera played the end of The Cunning Little Vixen as an anthem to the eternity of nature.

Seiji Ozawa chooses the meditation on death and rebirth as the key element of his musical direction. His baton strikes the right balance between melancholic Slavic melody and Richard Strauss’s pagan and pantheistic symphonic approach. He also draws up front Debussy’s influence on The Cunning Little Vixen orchestration - Janáček knew both La Mer and Pelléas quite well. The Orchestra of the Maggio Musicale Fiorentino provided the right tinta in both the forest and the urban setting.

Pelly’s stage direction and costumes and Barbara De Limburg Stirum’s sets are visionnaire - viz a blown up vision of a naturalistic staging. The forest is lush and at the same time almost somber.

In the excellent international cast, two singers stand out: Isabel Bayrakdarian, the sexy and sensual cunning vixen, and Quinn Kelsey, the brash albeit reflective gamekeeper.

THE PLAYBILL

THE CUNNING LITTLE VIXEN

Leóš Janàček
text and music

Seiji Ozawa conductor
Laurent Pelly stage director and customs designer
Barbara de Limburg Stirum sets
Lionel Hoche choreography
Peter van Praet lighting

Quinn Kelsey
The Gamekeeper

Judith Christin
His Wife, The Owl

Dennis Petersen
The Schoolmaster,The Mosquito

Kevin Langan
The Priest, The Badger

Gustáv Belácek
Harašta, a tramp

Federico Lepre
Pásek, The Innkeeper

Marcella Polidori
Páskova, His Wife

Isabel Bayrakdarian
Bystrouška, the Cunning Little Vixen

Lauren Curnow
The Fox

Eleonora Bravi
Bystrouška as a Child

Elena Mascii
Frantík

Riccardo Zurlo
Pepík

Marie Lenormand
Lapák, the Dog

Mayumi Kuroki
The Cock

Gregorio Spotti
The Grasshopper

The Hen
Elena Cavini
Gabriella Cecchi
Laura Lensi
Delia Palmieri
Sarina Rausa
Maria Rosaria Rossini
Maria Livia Sponton
Nadia Sturlese

The other animals of the wood

Carlotta Favino
Elena Mascii
Eleonora Bravi
Alessia Marchiani
Riccardo Zurlo
Pietro Achatz Antonelli


The little foxes

Leone Barilli

Paola Fazioli
Kristina Grigorova
Margherita Mana
Gaia Mazzeranghi
Christine Vezzani
Judith Vincent
Paolo Arcangeli
Michelangelo Chelucci
Cristiano Colangelo
Antonio Guadagno
Zhani Lukaj
Pierangelo Preziosa


Orchestra and Chorus of the Maggio
Musicale Fiorentino
Piero Monti Chorusmaster

Soloists of MaggioDanza

The Children Chorus of Florencee
Marisol Carballo Chorusmaster

venerdì 20 novembre 2009

Musica contemporanea, a Roma il Festival di Nuova Consonanza Il Velino 20 Novembre

Musica contemporanea, a Roma il Festival di Nuova Consonanza
Roma, 20 nov (Velino) - Con il 46esimo Festival di Nuova Consonanza si chiude il 2009 di musica colta contemporanea a Roma. La Capitale, nell’anno che sta per terminare, ha dedicato a questo genere artistico più ore di Berlino e adesso assieme a Parigi rappresentano le tre capitali europee del pentagramma contemporaneo e della sperimentazione. L’Accademia di Francia ha ospitato l’inaugurazione, mercoledì scorso, omaggiando Gérard Grisey a dieci anni dalla scomparsa, con il duo Claude Delangle al sassofono, e suo figlio Rémi Delangle, al clarinetto. Il concerto è stato il primo dei dieci appuntamenti che compongono la nuova edizione dello storico festival romano, quest’anno incentrato sul tema “La musica da vedere”. Divisa in due parti, la manifestazione, che si avvale del contributo e del sostegno del ministero per i Beni e le attività Culturali - Direzione Generale dello Spettacolo dal vivo, e del Comune di Roma - assessorato alle Politiche culturali, presenta una prima serie di concerti fino al 2 dicembre dedicati al rapporto fra musica e nuove tecnologie; la seconda parte, dal 9 al 21 dicembre giorno della conclusione del Festival, indagherà le possibili relazioni della musica con altri linguaggi. Come in ogni edizione, all’interno dell’evento sarà ospitata la finale del concorso di composizione “Franco Evangelisti”, che per il 2009 accoglierà le partiture per voce ed elettronica e un workshop di composizione che quest’anno è affidato a Salvatore Sciarrino. Sarà proprio Sciarrino a chiudere il Festival con un “Portrait” nel quale si eseguiranno suoi lavori dal 1975 ad oggi, con una prima esecuzione assoluta per voce e strumenti dal titolo “L’Altro Giardino”.

Appuntamento atteso e sempre molto seguito da qualche edizione a questa parte, è la Festa d’autunno, una vera e propria maratona musicale a Villa Aurelia, bellissima sede dell’American Academy of Rome, che la ospiterà domani dalle 16,30 alle 23. Titolo della giornata “Crossing sounds”. Si aprirà con “Multipla” di Ennio Morricone e proseguirà con una serie di concerti, presentazioni di libri, esposizione dell’archivio storico di Nuova Consonanza nelle diverse sale della villa e del giardino dell’Accademia. Ci sarà anche un omaggio alle poesie di Mirella Thau Coen ispirate a Morricone, Petrassi, Scelsi, Bortolotti e Guaccero. Il concerto serale ospiterà “Performing sounds” con la prima italiana, dopo il debutto londinese, dello spettacolo audio-visuale “Lucrezio” ispirato al De Rerum Naturae. Da sottolineare la partecipazione straordinaria del newyorkese Don Byron, uno dei maggiori clarinettisti e sassofonisti contemporanei, ospite dell’American Academy in quanto vincitore del prestigioso “Samuel Barber Rome Prize for Composition”. I due appuntamenti successivi del Festival di Nuova Consonanza sono dedicati alla musica e all’elettronica: mercoledì 25 novembre alle ore 21 alla Sala Casella (via Flaminia 118) è la volta di “Electroshop”, da un’idea di Anna Troisi e Antonino Chiaramonte prodotto in collaborazione con la University of Plymouth (Gran Bretagna). L’altro evento si terrà il 2 dicembre, sempre alla Sala Casella, con il titolo “Pianoforte & Electronics” della pianista argentina Nora Garcia e la regia del suono di Gustavo Adolfo Del Gado.

La seconda parte del Festival di Nuova Consonanza, dal 9 al 21 dicembre, si compone di sei concerti volti a indagare le possibili relazioni della musica con altri linguaggi. Una novità per la manifestazione è il teatro musicale da camera contemporaneo con due omaggi a Pier Paolo Pasolini (“Dicevo di te Pier Paolo” e “La mia Eternità”) su testi di Elsa De Giorgi, musica di Enrico Marocchini e “Ormond Brasil 10” tratto da “Der Tunnel” di Friedrich Dürrematt, musica di Fabio Cifariello Ciardi. Altro appuntamento di rilievo “Animali e Bestie” con Anna Proclemer, sul palco insieme al pianista Antonio Sardi de Letto e la musica di Fabrizio de Rossi Re. Inoltre, El Cimarron Ensemble interpreterà “Memoirs of Elagabalus” opera in un atto e cinque scene con la musica di Stefano Taglietti. Nella seconda parte della serata, “Storia di Giona” per baritono-basso, flauto, chitarra e percussione, ultimo lavoro di Luca Lombardi compositore romano dal linguaggio musicale fortemente connotato e completamente immerso nella contemporaneità. “Storia di Giona” debutterà in prima assoluta ad Hallein (Salisburgo) il prossimo 8 dicembre e sarà presentata subito dopo da Nuova Consonanza in prima rappresentazione italiana. Il rapporto fra suono e immagine sarà infine il tema di un “Viaggio con foto - Suoni romani” del Duo Alterno (Tiziana Scaldaletti soprano e Riccardo Piacentini pianoforte) dove alcune “fotografie sonore” ci restituiscono il paesaggio sonoro di Roma.

(Hans Sachs) 20 nov 2009

E' allarme debito e lavoro. La ripresa c'è ma bisogna accelerarla, L'Occidentale 20 novembre

Gli ultimi dati dell’Ocse e dei 20 centri internazionali di analisi econometrica -tutti privati, nessuno italiano, colloquialmente chiamati “il gruppo del consensus”- forniscono un quadro poco entusiasmante della ripresa di cui si vedono i primi spiragli.

Specialmente preoccupanti le previsioni Ocse:” la disoccupazione italiana salirà all'8,5% nel 2010 e all'8,7% nel 2011; il Pil italiano calera' del 4,8% quest'anno per poi tornare a crescere dell'1,1% il prossimo e dell'1,5% nel 2011; l'attività ha ripreso nel terzo trimestre, con il miglioramento delle condizioni finanziarie che ha ''aiutato a ricostituire la fiducia e spingere la domanda interna', ma ''sia il timing sia la forza della ripresa sono incerte''; salirà il debito pubblico italiano che nel 2011 sarà' al 120% con un deficit che resterà sopra il 5%.

In sintesi, secondo Château de la Muette (l’elegante sede parigina dell’Ocse), "sforzi significativi di consolidamento fiscale saranno dunque necessari (all’Italia) dal 2011 in poi, quando la crescita riprenderà'''. Più ottimistiche, almeno ad una prima lettura, la analisi del “consensus”. La nota riassuntiva precisa che “la recessione nell’area dell’euro è terminata poiché nei tre mesi conclusisi il 30 settembre, Il Pil della zona è aumentato dell0 0,4%”. “La crescita è stata sostenuta soprattutto in Germania (0,7%), ma anche Francia ed Italia hanno fatto la loro parte, con una crescita rispettivamente dello 0,3% e dello 0,6%, mentre le economia di Spagna e Grecia hanno continuato a contrarsi”. Una lettura attenta dei dati – i 20 modelli econometrici sono tutti della famiglia dello strumento neo-keynesiano sviluppato dal Premio Nobel Lawrence Klein, anche se hanno specifiche differenti l’uno dall’altro- non induce certo a stare allegri. Per l’Italia prevedono mediamente una crescita dello 0,8% rispetto all’1,2% della media dell’area dell’euro ed un aumento di coloro che cercano lavoro senza trovarlo analogo a quanto profetizzato a Château de la Muette.

Questo contesto generale suggerisce che la priorità del Governo e del Parlamento deve essere l’accelerazione della ripresa - obiettivo sul quale dovrebbero convergere le differenti “scuole di pensiero” (un tempo le si chiamava “anime” ) di cui è composta la maggioranza. Il nodo è come farlo, tenendo presente che la politica della moneta è ormai competenza del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) guidato dalla Banca centrale europea (Bce) e che la finanza pubblica deve essere orientata a tornare a rispettare il “patto di crescita e stabilità”.

In primo luogo, occorre notare che, a ragione della recessione mondiale, 20 dei 27 Paesi dell’Ue e quasi tutti i Paesi dell’area dell’euro sono al di fuori dei limiti posti dal “patto”, specialmente in tema di indebitamento netto della Pa. Oggi, neanche gli interpreti più rigorosi dei trattati si sentono vincolati al “patto” (si veda la politica espansionista della Germania). Al tempo stesso, però, occorre rientrare con prudenza nei binari poiché ne va della credibilità dell’unione monetaria. Le stime Ocse e “consensus” pongono al 5% il rapporto tra indebitamento netto della Pa e Pil in Italia (invece del 3% posto come limite massimo dal “patto”).

E’ auspicabile non solo che il tetto non venga ulteriormente superato ma si rientri nell’alveo. Ciò comporta un interrogativo: ove si volesse o dovesse agire ulteriormente sulla politica di bilancio è preferibile aumentare la spesa o ridurre la pressione tributaria? Alberto Alesina e Silvia Ardagna hanno diramato in questi giorni a Harvard un paper (l’Harvard Institute of Economics Research Paper N. 2180) – in corso di pubblicazione – in cui si passano in rassegna una cinquantina di episodi di politica di accelerazione della crescita nei Paesi Ocse tra il 1970 ed il 2007: la riduzione del carico fiscale risulta più efficiente e più efficace dell’incremento della spesa pubblica. E’ un’indicazione chiara per Governo e Parlamento.

C’è anche spazio, però, per misure che non riguardano i conti pubblici. Alcuni mesi fa un lavoro econometrico del servizio studi della Bce avvertiva che le liberalizzazioni dei servizi potrebbero portare in Italia ad un aumento del Pil dell’11% su cinque anni di cui almeno la metà nei primi tre anni. Il 19 novembre il CEPR ha diramato uno studio condotto da una squadra di economisti italiani (il Discussion Paper N. 7470) da cui si evince che una più marcata azione antitrust nei confronti di posizioni dominanti grandi e piccole – la base empirica dell’analisi sono 22 comparti in 12 Paesi Ocse - darebbe un impulso alla produttività totale dei fattori di produzione e, quindi, alla crescita. Un invito questo alle varie autorità di settore, specialmente pregnante in momento in cui si discute sul futuro della rete di telecomunicazioni.

mercoledì 18 novembre 2009

Come i russi vedono la crisi finanziaria II Il Velino 18 novembre

Electronic copy available at: http://ssrn.com/abstract=1503579
Financial crisis of 2008-2009 and
other financial crises: how to cope
with them?
Andrey Artemenkov,
Member of the Standards and Methodology Committee
at RF National Valuation Council,
Senior Economist, The Russian Society of Appraisers
artemenkov@rambler.ru
http://ssrn.com/author=806294
Department of Economic Measurements,
The State University of Management
April 2009

Come i russi vedono la crisi finanziaria Il Velino 18 novembre

Roma, 18 nov (Velino) - Sulla stampa italiana, ed internazionale, pochi anzi pochissimi si sono interessati a come i russi vedono la crisi finanziaria e le possibili exit strategy. È un errore poiché, a mio avviso, la Federazione Russa rappresenta, con l’Italia, la Francia, la Germania, l’Egitto e la Turchia l’Esagono che, dopo il superamento della crisi, potrà essere il fulcro della crescita in Europa e nel Bacino del Mediterraneo. Per questo motivo mi sono rivolto al mio collega ed amico Andrei Igorrevitch, Artemenko, titolare della cattedra di politica economica e finanziaria alla Scuola superiore della pubblica amministrazione della Federazione, per saperne di più. Artemenko mi ha inviato le dispositive che utilizza per insegnare la tematica ai dirigenti dell’amministrazione centrale – quelli maggiormente in contatto sia con gli argomenti del caso sia con le loro controparti europee ed americane.

Mi è parso utile, in questa rubrica, non dare la mia opinione personale ma riassumere la diapositive di Artemenko, il quale parte dall’assunto che la crisi finanziaria non è la determinante di quella dell’economia reale ma, al contrario, la finanza è saltata a ragione della contrazione delle attività reali. Le sfasature tra economia reale ed economia finanziaria derivano dal fatto che mentre la prima ha le caratteristiche cicliche analizzati da Keynes - ed approfondite da Minski (più volte citato da Artemenko) -, la seconda comporta l’espansione del credito totale interno ad interesse composto - a ritmi superiori in ogni caso rispetto a quelli dell’economia reale, specialmente in fase di recessione. Nonostante la sfasatura tra economia reale ed economia finanziaria ci sono periodi anche lunghi di calma relativa - quelli caratterizzati dalla “grande moderazione” di Minski- ma il giorno della resa dei conti non può essere posposto indefinitivamente. Il sottosistema monetario finisce, per auto sostenersi, nell’area dell’economia “virtuale” (la Borsa), che – avverte Artemenko – i proponenti della teoria dell’efficienza dei mercati finanziari considerano uno specchio fedele dell’economia reale. “Ne è, invece, un miraggio ingannatore” e “uno strumento per gonfiare rendimenti di breve periodo”, mentre nel lungo periodo crea inflazione non produzione reale di beni e servizi e la associa a scarsa utilizzazione delle risorse, quindi a disoccupazione. A questo punto, “una manovra keynesiana impostata e gestita con acume” è l’unico rimedio per rimettere in moto il sistema.

Ciò non è, però, sufficiente. Una discrepanza analoga si ha tra economia monetaria e consumi, come dimostrato dall’espansione di credito al consumo, anche nei confronti di soggetti non in grado di fare fronte ad ammortamenti ed interessi. Per controbatterla, occorrono misure keynesiane rivolte direttamente ai consumatori, coniugate con controlli sui prezzi del tipo di quelli più volte proposti da Galbraith. “In questo contesto è da considerarsi positivamente il rilancio del piano di Chicago per la riforma del sistema monetario internazionale” - di tassi di cambio che rispecchino le parità interne di potere d’acquisto e di una moneta internazionale (come il Bancor di keynesiana memoria).

In breve, il settore monetario e il settore dell’economia dovrebbero essere gestiti in modo da evitare persistenti disparità tra i due. Il settore monetario, inoltre, dovrebbe essere “servente” di quello reale e “dovrebbe, democraticamente, rendere conto alle esigenze dell’economia reale, della produzione e dell’occupazione”. I vincoli allo sviluppo dovrebbero essere le risorse reali ed umane, non la situazione monetaria. “In questo contesto aver passato il testimone dal G7 al G20 è un segnale positivo a ragione della maggiore attenzione all’economia reale da parte di molti Paesi del G20 sino ad ora esclusi dal G7”.

Queste idee sono meno confuse di quel che sembrano. C’è una buona dose di interventismo pubblico (keynesianismo, temperato da controlli sui prezzi) unito a nostalgie di un’economia monetaria internazionale agganciata a materie prime o a beni preziosi come l’oro. Nonché una dose di sfiducia nei confronti di banche centrali, rating agenzie e finanza in generale. Un mondo, quindi, distante da quello che ci circonda. Dato che è ciò che viene insegnato ai dirigenti russi, è bene esserne consapevoli.

(Giuseppe Pennisi) 18 nov 2009 11:11

• La Russia e la crisi, le dipositive di Artemenko

LA SCENA DRITTA Il Foglio 18 novembre

Le polemiche sul Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) , di cui alla lettera del Ministro Sando Bondi a “Il Foglio” del 13 novembre, devono essere poste nel contesto appropriato. Non solamente il Paese sta cominciando ad intravedere l’uscita da una gravissima crisi economica, ma l’amministrazione dei beni culturali ha una capacità di spesa limitata. Pure nel campo dominato dalla musa più bizzarra e più altera, e quindi, più costosa (così un musicologo tedesco definì la lirica) nella stessa Italia degli sprechi non mancano esempi virtuosi.
Lasciamo ad altra sede l’analisi dei “barlumi” di ripresa e, quindi, di aumento delle entrate (con conseguente possibilità di incremento della spesa pubblica, la cui voce principale – le pensioni – sta viaggiando verso il 18-20 percento del Pil, togliendo spazio ad altri campi d’intervento). Pur ipotizzando che le risorse siano disponibili, negli ultimi 15 anni (quale che fosse il Ministro ed il Governo), la capacità di spesa del Ministro dei Beni Culturali ha raramente superato la metà delle disponibilità. Nonostante lo scorso maggio, il Consiglio Superiore per i Beni Culturali abbia espresso una raccomandazione unanime sulle misure da adottare per aumentarla, i dati dell’ultimo rendiconto suggeriscono che alla fine del 2009 i resti effettivi di cassa supereranno il 55% delle disponibilità. Il Tesoro sarà tormentato dal dubbio se prevedere uno stanziamento qualsiasi per il 2010. Il nodo è amministrativo, anche in base alle “leggi Bassanini” degli Anni 90. Aumentare la capacità di spesa è pure essenziale allo scopo d’ invogliare i privati a fornire contributi liberali: un’apposita commissione ha formulato proposte a metà gennaio 2008.
Veniamo adesso agli esempi “virtuosi” nel campo della musa che assorbe oltre la metà del Fus. Una rappresentazione lirica in Italia (artisti, masse orchestrali e corali , amministrazione) ha un costo pari al 170% della media di quella che era l’Ue a 15 – si andrebbe ad oltre il 250% rispetto l’Ue a 27. E’ la punta di un iceberg che dovrebbe fare riflettere chi ha avuto responsabilità nel settore.
A fronte di questo iceberg dovrebbero spiccare ancora di più i teatri nazionali che, dopo grandi crisi (ad esempio, La Scala, il Massimo di Palermo, il Lirico di Cagliari, - l’elenco non ha la pretesa di essere esaustivo), sono riusciti a presentarsi per anni consecutivi con conti in ordine, con produzioni di qualità, con aumento del pubblico anche straniero, con masse artistiche motivate e disciplinate. Dovrebbero fare riflettere le “buone prassi” attuate da circuiti regionali per co-produrre (tra loro ed anche con teatri esteri), per valorizzare giovani talenti (non solo nostrani), per contenere i cachet (che in Italia raggiungono il triplo di quelli praticati a Vienna e Monaco ed i quadruplo di quelli del Metropolitan di New York). Ai circuiti “toscano”, “emiliano” e “lombardo”, si è aggiunto di recente un circuito “veneto” (Padova, Bassano, Rovigo) che con regie innovative e scoperte di artisti (quali la giovanissima, bellissima e bravissima Kristin Lewis del lontano Kansas). Meritevoli pure i tentativi della Fondazione Pergolesi-Spontini a Jesi (bilanci sempre in pareggio o in attivo) di attivare un circuito analogo nelle Marche; hanno avuto risultati incompleti (a ragione di localismi) ma è in queste settimane in giro (Jesi, Fermo, Udine, Ravenna) un godibilissimo “Barbiere” rossiniano (al costo complessivo di € 80.000 a recita) cantato da giovani coreani, americani, russi, e italiani (in gran parte provenienti dall’Accademia del ROF) con una regia felliniana di Damiano Michelietto ed un apparato scenico composto solo da una ventina di sedie, una dozzina di ombrelli, una scala, e qualche pallone.
Questi comportamenti virtuosi si basano su prassi simili: co-produzioni e competizione. Anche a regole attuali, la musa bizzarra e altera, e le altre muse delle arti sceniche, potrebbe ridurre costi, aumentare qualità ed espandere la produzione con tre piccole clausole: a) almeno il 70% degli spettacoli in co-produzione; b) ingaggi più lunghi per gli artisti ma cachet non superiori alla media dell’Ue a 15; c) una premialità a chi presenta consuntivi finanziari ed artistici migliori sulla base del giudizio di una commissione internazionale non di chiara, ma di chiarissima fama (per evitare giochi di bottega).

LA BELLEZZA TI FA RICCO Il Tempo del 18 novembre

“Non è bello quel che è bello ma è bello quel che piace”. “Beauty is in the eye of the beholder”. Questi due proverbi , uno in italiano ed uno in inglese, sintetizzano quanto sia difficile (ove non impossibile) dare un valore ad un “bene intangibile” quale la bellezza, come ben sa chi opera nel campo dei beni artistici e culturali.
Negli ultimi vent’anni metodi e tecniche per la stima del bello sono state applicate anche al valore della avvenenza fisica, con particolare attenzione al significato che può avere nel mercato del lavoro in termini di assunzioni e carriera (quindi di reddito). Molto importanti a riguardo gli studi condotti dagli economisti Hamermesh e Biddle negli Anni 90. Le analisi prendono l’avvio da cosa vuole dire avvenenza fisica in Paesi industriali ad economia di mercato ai giorni d’oggi; ha senza dubbio caratteristiche molto differenti da quella che aveva all’epoca di Rubbens od in alcune regioni del mondo dove, per ragioni culturale, il bello maschile e femminile viene associato ad essere particolarmente bene in carne. La definizione viene ricavata dai due economisti da analisi delle preferenze dei consumatori condotte in Canada: “bello” vuol dire snello, slanciato.
Una prima verifica empirica riguarda una coorte di lavoratori dipendenti in una grande impresa , la cui carriera retributiva viene seguita per tre lustri. Il risultato è che in effetti i maschi “belli” hanno un vantaggio statistico sui maschi “non belli”. Per le donne, invece, non c‘è differenziale apprezzabile, ma quelle “belle” invece tendono a lasciare il mercato del lavoro (oppure a dare meno peso alla carriera retributiva) in quanto sposano uomini “belli”. La grande impresa, però, segue una serie di complesse regole interne che possono falsare il funzionamento del mercato del lavoro nel suo interno. Un’ulteriore analisi di Hamermesh e Biddle riguarda il valore dell’avvenenza fisica in un mercato, quello dei giuristi, in cui si ha lavoro sia dipendente sia autonomo. Una coorte viene seguita, ancora una volta, per tre lustri (sulla base delle fotografie del giorno della laurea). Non c’è differenza per genere nelle carriere tra “belli” e “non belli”. I “belli”, però, tendono ad andare alla professione libera, mentre i “non belli” ad optare per il lavoro dipendente, specialmente nella pubblica amministrazione.
Un lavoro più recente non utilizza come parametro il reddito da lavoro ma prende in esame un vasto campione d’insegnanti e correla avvenenza con i risultati dei loro allievi all’esame di stato (computerizzato e corretto , in via centralizzata dal lettore ottico); in breve, gli studenti di docenti maschi e belli sono quelli che hanno gli esiti migliori.
E nel mercato della politica? Il tema è oggetto di un saggio nell’ultimo fascicolo della rivista scientifica “Kyklos”. E’ curato da economisti di Oxford e dell’Università Nazionale dell’Australia. Si basa sugli esiti delle elezioni federali in Australia nel 2004. I risultati sono statisticamente “robusti”: i candidate “belli” hanno un margine tra un punto percentuale e due punti percentuali di elettori rispetto ai “non belli” (in un sistema uninominale ciò può assicurare la vittoria). Al margine, la bellezza conta di più per i candidati uomini che per le candidate donne.
Questo spiega la crescita del business del “wellness”.

lunedì 16 novembre 2009

Tra riforma del sistema finanziario internazionale e scenari globali Ffwebmagazine 16 novembre

Barack Obama e Hu Jintao
Tra riforma del sistema finanziario internazionale e scenari globali
Ma un G2 fra Usa e Cina
metterebbe all'angolo l'Europa
di Giuseppe Pennisi È possibile cominciare a tirare un consuntivo preliminare del tour del presidente degli Stati Uniti in Asia. Gli elementi importanti sono due: un intesa molto al ribasso (rispetto alla attese, probabilmente eccessive, di alcuni) in materia di ambiente e clima (siamo alla vigilia della Conferenza di Copenhagen); un accordo implicito molto più sostanziale in materia di tasso di cambio (la moneta cinese verrà rivalutata gradualmente, ma leggermente, rispetto a quella Usa pur restando agganciata al “greenback” ). Questi due elementi suggeriscono che forse sta nascendo un G2 (Usa-Cina) che farà da superdirettorio in seno al G20, mettendo sostanzialmente in un angolo l’Europa?Per rispondere, vale la pena prendere l’avvio dal G20 tenuto poche settimane fa a Pittsburgh. Mentre i Grandi del G20 si congratulavano a vicenda, all’interno della delegazione Usa, si diceva che quello raggiunto è un equilibrio di Nash (dal nome del Premio Nobel, reso noto grazie al film A Beautiful Mind, che ha teorizzato equilibri dinamici, e quindi instabili). In seno alle delegazioni europee, invece, si faceva riferimento a una commedia settecentesca messa in musica da Antonio Salieri (Prima le parole, poi la musica), in altri termini se si potessero redigere le nuove regole mondiali sulla finanza (le parole) se non si fosse in precedenza risolto il nodo degli squilibri finanziari mondiali e dei tassi di cambio, specialmente del dollaro, di cui si teme un tracollo (la musica). Le due battute esprimono, in modo differente, lo stesso dilemma: è possibile un profondo riassetto delle regole in una fase in cui c è la minaccia di una tempesta valutaria? Nonostante gli appelli del segretario al Tesoro Usa a favore di un dollaro forte, l’Amministrazione Obama continua a seguire ancora la politica del benign neglect (trascuratezza voluta) nei confronti del valore internazionale del dollaro, nonostante, con un debito totale interno (famiglie, imprese, settore pubblico) pari a tre volte il Pil il prossimo scossone finanziario potrebbe venire dall’estero (un dollaro a picco che provochi un ondata di sfiducia nonostante il quadro macro-economico paia migliorare). Il rapporto di cambio con la moneta unica europea si pone a 1,5 dollari per euro – livello che secondo il maggiore istituto di analisi economica tedesca (Diw Berlin) rappresenta il livello di soglia oltre il quale la sofferenza dell’export diventa eccessiva. In parallelo, uno studio ancora inedito di un giovane economista bolognese (ma di ruolo a Los Angeles) , Piero Cinquegrana, circola al ministero delle Finanze tedesco; nel lavoro, viene dimostrata la stabilità delle relazioni monetarie Usa-Cina nel lungo periodo. In aggiunta, le ultime stime di Angus Maddison, un economista che ha dedicato tutta la propria vita allo studio della contabilità economica nazionale, sostiene che in termini di parità di potere d’acquisto il Pil della Cina è pari all’80% di quello Usa (non al 50% come valutato dalla Banca Mondiale). Un rallentamento della crescita della Cina (inevitabile in caso di rivalutazione dello yuan) frenerebbe, quindi, l’intera economia mondiale, in una fase, per di più, delicatissima.Ciò, unitamente alle alte riserve in dollari Usa presso la Banca centrale cinese, spiega perché gli Usa non insistano più perché Pechino riveda le loro politiche valutarie e chiedono, invece, aiuto all’ Ue perché insista affinché l’Asia acceleri la propria crescita interna. Nell’Ue, però, nonostante la discesa in campo di Angela Merkel (più verbale che sostanziale) a favore del Lecce Framework , ossia del programma in gran misura italiano per modificare le regole della finanza internazionale, aumentano gli scetticismi sulla possibilità di effettuare cambiamenti radicali sino a quanto non si è definito un percorso per uscire dal crescente disavanzo dei conti con l estero Usa. Con schiettezza, il ministro francese dell’Economia e delle Finanze, Christine Lagarde, ha affermato: «Abbiamo portato a casa quello che volevamo, ovvero vincoli alle retribuzioni dei supermanager della finanza in linea con quelli ora in vigore in Francia». La schiettezza minimizza quanto si è raggiunto in altre aree: rilancio del negoziato sugli scambi, la via per modificare (entro il 2011) i regolamenti Basilea II, la priorità alle politiche di crescita e l’ampliamento del direttorio mondiale a tutti i 20.Resta, però, il dilemma: si possono cambiare le regole mentre si pone mano al riassetto degli squilibri? A cui se ne aggiunge un altro: con tanti temi sul tappeto, un accordo a 20 è praticamente impossibile da raggiungere. Lo dimostra matematicamente un lavoro di Paul R. Masson e John C. Pattison della Joseph Rotman School of Management (si può chiedere a paul.masson@rotman.utoronto.ca, oppure a johnpattison@rogers.com ), il cui sunto troneggia sulla scrivania di Obama alla vigilia del G20. In tal senso, un eventuale G2 (che darebbe all’Europa un ruolo di comprimario nel processo decisionale mondiale) è figlio del G20.L’Europa stessa, però, sta facendo molto poco per darsi un ruolo maggiore: il confuso negoziato sulle nomine europee (presidente del Consiglio Ue per i prossimi due anni e mezzo, Alto rappresentante per la Politica estera e vice presidente della Commissione per i prossimi cinque anni), la bagarre sulle poltrone europee al Fondo monetario e in Banca mondale, la disorientante strategia mediterranea e quella nei confronti dell ex-Urss, stanno dando al resto del G20 l’idea che la sigla Ue sia poco più di un sito web e di alcune tonnellate di carta intestata.16 novembre 2009

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CLT - Fus, una polemica che un “Barbiere” potrebbe appianare Il Velino 16 novembre

Roma, 16 nov (Velino) - Mentre infuria la polemica tra il ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi e i vari comitati spesso autoproclamatisi vestali delle arti sceniche sul presente e sul futuro del Fus, si suggerisce tanto al titolare del Collegio Romano quanto agli altri di fare un breve viaggio per andare a vedere e ad ascoltare il rossiniano “Barbiere di Siviglia” che ha debuttato a Jesi il 12 novembre e che sino a metà gennaio sarà in tournée nelle Marche, in Friuli e in Romagna per poi approdare, forse, in Toscana e altrove. E’ un “Barbiere” che va lontano, pare che arriverà pure in Puglia e che siano interessati impresari giapponesi e americani, e che viene da lontano. L’allestimento è del Maggio Musicale Fiorentino che nell’estate 2005 lo utilizzò come banco di prova della Scuola di Musica di Fiesole, affidandolo a quello che allora era poco più che un giovanotto alle prime armi con la regia: Damiano Michieletto, enfant prodige ora conteso in tutta Europa e “Premio Abbiati” per la “Gazza Ladra” messa in scena al Rossini Opera Festival del 2008. All’epoca non c’era un euro (o quasi) per scene e costumi; però la materia grigia fa spesso supplenza al finanziamento e anzi scatta quando i soldi sono pochi. Con 16 sedie, una scala blu, una mezza dozzina di ombrelli e alcuni palloni (sul palcoscenico altro non c’è), Michieletto utilizzò la metafora di un viaggio in treno, in seconda o terza classe di un regionale, di un circo felliniano (Don Basilio è vestito da serpente, Figaro da volpe, Don Bartolo da cane e il Conte da arricchito) per fare ridere per circa tre ore, passando da una gag all’altra e chiedendo ai giovani cantanti di essere non solo attori ma anche atleti.

L’edizione, ora in giro per mezza Italia, è una “ripresa” di quella del 2005. Non è necessario realizzare sempre nuovi allestimenti (alcuni di quelli di Zeffirelli vengono replicato al Metropolitan di New York da 45 anni e quello di Shenk del “Rosenkavalier” di Richard Strauss si è replicato a Vienna e Monaco per più di 50 anni e il pubblico insiste perché si torni a quella produzione). Non è neanche necessario che gli allestimenti siano costosi e richiedano ogni volta schiere di scenografi e sarti: devono invece essere efficaci. Tedeschi, francesi e britannici sono diventati maestri di quella che un tempo era una “professione” molto italiana: saper divertire il pubblico se si tratta di un’opera buffa; commuoverlo nel caso di un dramma e via discorrendo. Proprio con “Il Barbiere”, il Rossini Opera Festival (ROF) ha toppato due volte budget. La prima volta al ROF del 1992, con un’edizione firmata da Squarzina ambientata nell’aula di anatomia dell’Archiginnasio di Bologna. La seconda, firmata Ronconi, ambientata in un’enorme casa-prigione. Nessuna delle due edizioni rispecchiava l’allegria della partitura.


Mettendo a confronto le diverse epoche, possiamo dire che il “Barbiere” dei “junior” (l’attuale), diverte più di quello dei “senior” (le edizioni passate). Naturalmente, sotto il profilo musicale il ROF “senior” ha messo in campo nel 2005 un cast stellare: Juan Diego Florez, Bruno de Simone, Dalinor Janis, Natale De Carolis e Joyce Di Donato, con la direzione musicale di Daniele Gatti: uno spettacolo da ascoltare chiudendo gli occhi. Nel “Barbiere” “junior”, la concertazione di Giampaolo Maria Bisanti è diligente, il corso decoroso. Si alternano due cast. In uno di essi, il tenore Francesco Marsiglia esibiva un’enfasi sul registro di centro poco adatta al ruolo, tanto che l’impervia aria “Cessa di più resistere” è stata tagliata. Il suo alter ego, Enea Scala, pare abbia una tessitura più consona al ruolo (ma l’impervia aria resta tagliata). Ci sono tre scoperte: il 23enne, Kim Jootaek perfetto pure nella dizione nei panni di Figaro; il 24enne Alexey Yakimov , un Don Basilio esilarante e dalle impeccabili tonalità gravi; la poco più che ventenne Charlotte Doobs che dal Vermont regala una deliziosa Rosina (con un leggero accento Usa). Una conferma: il “senior” Roberto Abbondanza, spesso relegato in ruoli da comprimario, nel ruolo di Don Bartolo.


Lo spettacolo è a basso costo (anche se non sono stati forniti dati puntuali). In ogni caso, da dieci anni la Fondazione lirica di Jesi chiude i bilanci in pareggio o con leggeri attivi ed è la sola in Italia con la certificazione di qualità Uni En Iso 9001:2008 da parte dell’ente terzo di certificazione TÜV nel settembre 2009. Ha anche un vasto programma di formazione. In breve è su esperienze virtuose che occorre puntare. Lasciando a casa i piagnistei.

(Hans Sachs) 16 nov 2009 14:33

domenica 15 novembre 2009

SE LA FEDE MUOVE LE BORSE Il Tempo 15 novembre

Nel dibattito sulla sentenza delle Corte di Strasburgo a proposito dell’affissione del Crocefisso nelle scuole, non sono state esaminate le dimensioni economiche e finanziarie. La dimensione “economica” è il nesso tra religiosità , da un lato, e benessere e crescita, dall’altro. Per dimensione finanziaria, i rapporti tra religiosità e mercati, ossia Borse.
I primi sono stati analizzati sin dagli inizi dell’economia classica nel lontano XVIII secolo, ma solo di recente sono stati effettuati studi quantitativi . Ne ho compiuto, un paio di anni fa, una rassegna su un periodico specializzato. Le conclusioni , e gli aggiornamenti della letteratura, forniscono utili indicazioni. Un aspetto di fondo è come si quantizza la “religiosità”. La convenzione è di calcolarla in termini di “partecipazione alle funzioni religiose” da parte della popolazione che, al censimento, dichiara di appartenere ad una Fede od ad un’altra. Gran parte delle analisi spiegano almeno metà del tasso di crescita di lungo periodo degli Stati Uniti con la determinante “religione” (inculcata dall’asilo: occorre “appartenere” ad una Fede quale che sia per essere un “buon americano”).
Un’analisi dell’Università di Chicago, considerata la roccaforte del liberismo (e del laicismo) – lo IZA Discussion Paper N. 4279 – passa in rassegna oltre 200 studi micro-economici su Fede, famiglia e capitale umano. Pure giungendo ad individuare molte lacune nelle nostre conoscenze, specialmente sulle implicazioni di nuove definizione di “famiglia” (famiglie “multiple” a ragione di divorzi, famiglie con partner dello stesso genere), conclude che il capitale umano nasce e cresce meglio nelle famiglie dove c’è Fede.
Di recente, questi studi sono stati arricchiti da ricerche di economisti europei, non appartenenti a confessioni specifiche (cattolici, calvinisti, luterani). Un bel lavoro del Max Planck Institut, giunge ad alcune “considerazioni provvisorie”: il Cristianesimo (in tutte le sue guise) e l’Islam favoriscono l’imprenditorialità, mentre altre Fedi (in particolare l’Induismo) la inibiscono. Tra imprenditorialità e Borsa non mancano nessi. Da economista che si è dilettato con il Corano e che ha molto lavorato in Paesi islamici, aggiungo che i nessi tra Islam ed imprenditorialità sono complessi, specialmente poiché i precetti del Corano sulle successioni e sulla proprietà sono stati interpretati, per secoli, come freni alla formazione del capitalismo ed all’istituzione di società a responsabilità limitata.
Interessante, un lavoro (ancora in forma provvisoria) della Università di Canterbury : le Borse dei Paesi a cultura e religione mussulmana presentano un’anomalia nel mese del Ramadan (quello in cui si digiuna e si prega). Un’analisi delle Borse di 14 Paesi mussulmani nel periodo 1989-2007 , conclude che nel Ramadan domina il Toro e i mercati sono meno volatili. La spiegazione : “le preci portano ad investimenti meglio meditati ed ad un maggior senso di solidarietà”.

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sabato 14 novembre 2009

cori e canti gregoriani: torna il festival di musica sacra in Il Velino 13 novembre

Roma, 13 nov (Velino) - Per Platone la musica è la più alta delle filosofie. A introduzione de “La notte dell’Epifania”, William Shakespeare afferma: “se la musica è cibo dell’amore, continua a suonare”. È quale amore è più forte di quello per l’Alto e, quindi, per il proprio prossimo? Al termine del concerto per il suo 80esimo compleanno, Papa Benedetto XVI ha detto: “Sono convinto che la musica sia il linguaggio universale della bellezza, capace di unire tra loro gli uomini di buona volontà su tutta le terra e di portarli ad alzare lo sguardo verso l’Alto e ad aprirsi al Bene e al Bello assoluti, che hanno la loro ultima sorgente in Dio stesso”. Ciò spiega l’attenzione e la priorità che la Santa Sede dà alla musica, naturalmente a quella sacra. Dal 18 al 22 novembre e l’11 dicembre a Roma, nello splendore delle quattro basiliche papali e in quella di Sant’Ignazio in Campo Marzio, si terrà l’ottava edizione del Festival internazionale di musica e arte sacra: otto concerti a ingresso libero per tutti gli appassionati di musica che potranno ascoltare orchestre, cori, direttori e solisti di fama nel ricco repertorio della musica sacra, che spazia dall’antico al contemporaneo. “Il programma di quest'anno ha due centri focali: la polifonia della scuola romana e la musica d'organo - spiega Hans-Albert Courtial, presidente della Fondazione Pro Musica e Arte sacra -. La polifonia, assieme al canto gregoriano, è stata per secoli il grande codice musicale della liturgia latina. ‘È stata’, perché da qualche decennio latita e il suo tesoro risplende in luoghi troppo rari e nascosti. Riportarla in auge non è affatto opera di archeologia musicale ma fa tutt'uno con quella rinascita della celebrazione liturgica che papa Benedetto XVI ha in cima ai suoi propositi di pastore della Chiesa”.

“La Fondazione Pro Musica e Arte Sacra - continua Courtial - ha inoltre ultimato il restauro del grande organo Tamburini della basilica di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio. L'ha fatto con il contributo di generosi benefattori, grazie ai quali sia la Fondazione che il Festival operano anche in tempi duri di crisi economica generale”. L’edizione è dedicata a tutti i sacerdoti in occasione dell’Anno Sacerdotale indetto da Benedetto XVI. Evento particolare il ritorno di Domenico Bartolucci a San Pietro il 19 novembre per dirigere il suo Coro Polifonico nel corso di una solenne concelebrazione, momento spirituale che tradizionalmente affianca le proposte musicali del Festival. Come nelle edizioni precedenti, i Wiener Philarmoniker saranno l’orchestra in residence del Festival; nella loro formazione cameristica eseguiranno a Santa Maria Maggiore il 20 novembre, in un programma di altissimo livello con il Quintetto con clarinetto di Mozart e l’Ottetto di Schubert. Il Festival sarà invece inaugurato il 18 novembre dal Coro polifonico della Fondazione Domenico Bartolucci nella Basilica di San Giovanni in Laterano, “inestimabile patrimonio spirituale, artistico e culturale” come lo stesso papa Benedetto XVI l’ha definita, mentre la Polifonia della scuola romana aprirà ufficialmente il Festival.

Giovedì 19 novembre due gli appuntamenti in programma: alle 17, come ormai di consueto, nella Basilica di San Pietro in Vaticano sarà celebrata la Messa solenne, presieduta dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, accompagnata dalle musiche eseguite dal Coro Polifonico della Fondazione Domenico Bartolucci. Alle 21 il Festival si sposterà nella Basilica di Sant'Ignazio di Loyola in Campo Marzio per festeggiare il completamento del restauro dell’organo Tamburini, grazie ai lavori sostenuti dalla Fondazione Pro Musica e Arte sacra. Costruito nel 1935 dalla Pontificia Fabbrica d’organi Tamburini, l’organo è a tre tastiere e la sua composizione fonica è tipica di un organo novecentesco dove si trovano sia i registri della classica tradizione organaria, necessari al repertorio sette-ottocentesco, sia le timbriche più particolari, che trovano il loro naturale impiego in musiche del Novecento.

Sabato prossimo, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, in programma c’è la prima esecuzione italiana di “Paolo e Fruttuoso”, oratorio in due atti per soli, cori e orchestra di Valentino Miserachs, una monumentale partitura che vedrà impegnati sei solisti, 80 professori d’orchestra e oltre 200 coristi. Domenica 22, giorno in cui si festeggia santa Cecilia, patrona della musica, nella Basilica di Sant’Ignazio concerto dei solisti dell’Orchestra Sinfonica del Bayerischer Rundfunk Monaco e dell’organista Johannes Skudlik, che suonerà sul restaurato organo Tamburini. Chiusura l’11 dicembre con il concerto natalizio a Santa Maria Maggiore dei Wiener Sängerknaben, l’antico coro di voci bianche di Vienna. Il Festival si avvale della collaborazione dell’“Euro Via Festival 2009”, il grande festival europeo d'organo “In cammino per Roma” e, per la prima volta, del “Palatia classic” il Festival internazionale di Musica classica del Palatinato recentemente fondato dal direttore d’orchestra Leo Krämer.

(Hans Sachs) 13 nov 2009 11:34

Un omaggio ai ragazzi di Kos, dimenticati per troppo tempo in FFwebmagazine del 14 novembre

Uno studio ricostruisce una vicenda per anni "segretata"
Un omaggio ai ragazzi di Kos,
dimenticati per troppo tempo
di Giuseppe Pennisi Ricordate L'arpa birmana , il film diretto da Kon Ichikawa del lontano 1953? Fu nominato all' Oscar al miglior film straniero e partecipò alla 21ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia nel 1956, rivelando l'arte di Ichikawa al pubblico occidentale. Solo per pochissimi voti non vinse il Leone d'oro, che quell'anno la giuria decise di non assegnare. L'opera affrontò il tema della pietà spinta all'estremo, tramite la vicenda di un ufficiale nipponico rimasto dopo la guerra in Birmania per sotterrare, secondo i riti buddisti, i commilitoni morti e spesso lasciati agli avvoltoi o sotterrati in fosse comune.A Latina c’è un ex-ufficiale dell’Esercito (Accademia di Modena) che nel corso della sua carriera ha passato diversi anni all’estero quale rappresentante italiano in un progetto multinazionale. Ora potrebbe godersi serenamente la pensione, ma , letto un libro quanto meno facilone (Il mandolino del Capitano Corelli ) e visto il film di cassetta tratto dal romanzo, ha dedicato le proprie risorse (il trattamento previdenziale) e la propria esistenza a scoprire cosa è davvero successo nell’Egeo nel 1943-44. Il suo nome è Pietro Giovanni Liuzzi, poco noto al grande pubblico ma diventato un’autorità tra gli storici militari. Pur se non è uno storico ed è mosso dalla pietas per i nostri “ragazzi” di quegli anni. Come il protagonista de L'arpa birmana. Il suo primo libro riguarda Cefalonia ed è stato presentato, circa due anni fa, in un seminario della Fondazione Farefuturo.Il secondo (Kos- Una tragedia dimenticata. Settembre 1943-Maggio 1945, Edit@, pp. 240, euro 12) è molto più importante del primo in quanto riguarda una tragedia che è stata, in pratica, “segretata” sino agli anni Cinquanta e di cui anche oggi si preferisce non parlare. E neanche citare: quella dei “dimenticati di Kos”. Chi erano? La loro vicenda è ricostruita da Liuzzi (dopo lungo lavoro d’archivio ed incontri con i pochi testimoni ancora vivi sia in Italia sia nell’Egeo).Ricordiamo i fatti essenziali. Occupare il Dodecaneso è sempre stata un obiettivo strategico di Churchill (non condiviso dal comando Usa a ragione dei rischi); da tempo, egli aveva ordinato l’approntamento di un piano operativo per l’invasione. A ragione del marasma creatosi nelle forze armate italiane dopo la firma dell’armistizio del 8 settembre 1943, Churchill ritenne giunto il momento di agire e dette il via all’operazione “Accolade” il cui scopo era d’utilizzare l’aeroporto di Kos al fine di accorciare i tempi di volo degli aerei della Raf, dislocati al Cairo e a Cipro, per colpire obiettivi nei Balcani e dare copertura aerea alle unità navali nell’Egeo. I movimenti britannici furono rilevati dalla sorveglianza aerea tedesca che attaccò Kos con inusitata sorpresa, nella notte tra il 2 ed il 3 ottobre. Sostenute dall’intensa attività della Luftwaffe, dotate di equipaggiamento e armamento moderno, i tedeschi ebbero il sopravvento sulle scollegate azioni difensive italiane e britanniche. Dopo 38 ore di combattimento, il comando italiano dichiarava la resa alle 14 del 4 ottobre 1943. Mentre gran parte dei britannici raggiunse, con mezzi di fortuna, la Turchia e altri, catturati, vennero trasferiti in Grecia continentale e trattati da prigionieri di guerra secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra,. Tremila italiani, dei 4000 presenti nell’isola, furono ammassati nel Castello di Kos dove subirono, per 20 mesi, malversazioni di ogni tipo.Gli ufficiali italiani erano 148: di loro, 7 passarono con i tedeschi, 28 riuscirono a fuggire in Turchia, 10 ricoverati in ospedale e trasferiti in Germania, 103 fucilati. 66 corpi vennero ritrovati in 8 fosse comuni ma solo 42 furono riconosciuti. Gli altri 37 corpi, da allora, non furono mai cercati sebbene si conoscano i possibili luoghi delle fucilazioni. Perché tanti anni di oblio? Nella vicenda non brillava né il comportamento del governo Badoglio, né quello del governo britannico, né di quello del governo tedesco. I caduti non erano moltissimi: si preferiva ignorare che sollevare fatti veri ma imbarazzanti. Nel dopoguerra, poi, l’Italia allacciava nuove relazioni internazionali e né i tedeschi né i britannici avevano dato una buona prova. Sessantasei anni dopo, è imperativo ricordarsi che tra il sangue dei vinti c’è pure quello di Kos.Un seminario a Farefuturo? Vorrei suggerire sommessamente qualcosa di più: dedicare ai dimenticati di Kos uno dei seminari che il presidente della Camera dei deputati organizza frequentemente alla Sala della Lupa di Montecitorio. Lo meritano i ragazzi di Kos e la pietas di Liuzzi.

14 novembre 2009

The 2009 Parma Verdi Festival in La Scena Musicale 14 Novembre

Maestro Gianandrea Gavazzeni used to say that there is no need for a “Verdi Festival” because almost every day a “Verdi Festival” is being held in more than one of the five continents of the world. As a matter of fact, Parma, the capital of the province where Giuseppe Verdi was born in 1813, has been organizing a top-notch Festival for several decades. It used to take place in early June—that is, strategically after the Maggio Musicale Fiorentino and before the many Summer Opera Festivals (35 in 2009) flooding Italy from late-June to mid-September.

Since 2005, Mauro Meli has been Superintendent of Parma’s Teatro Regio and of the Verdi Festival and he invited Yuri Temirkanov to be the musical director of both organizations. In 2006 a program was undertaken to make Parma “the European music capital” by activating a new auditorium (for symphony and chamber music) and the many precious small theatres in the surrounding towns and even villages (first of all the Teatro Verdi in Busseto, near Le Roncole, the hamlet of only a few homes where Verdi was actually born). International collaborations were developed through co-production and tours. Finally, the Festival was moved from early June to October, Verdi was birth-month. Every day of October in Parma Verdi has a Festival event: a fully staged opera to highlights in concert to screening of films based on Verdi’s work. The whole town has become a part of the Festival, with exhibitions, shows and performances everywhere.

All this activity requires a great deal of financing, and the money had been forthcoming for a few years from the Central and Local Governments, a major State owned company and from local enterprises. But, recently, the economic finance crisis has put a major halt on funding. This year, Meli has had to make do with a much smaller budget, resulting in a lean program (see www.teatroregioparma.org/verdifest/index.htm): only two fully staged operas, the Requiem Mass (considered by many as Verdi’s 27th opera), and concerts and highlights from all the other 25 operas.

This review focuses on the three major events: the Requiem Mass and the fully staged productions of I Due Foscari and Nabucco. The Requiem opened the at the Cathedral. It is well known that Verdi was an atheist as many Italian Risorgimento intellectuals were; their atheism stemmed largely from their opposition to the Papal Kingdom as well as from the goal of having Rome as the capital of a united Italy, not of a Pope’s State. Verdi’s letters reveal that he was a tormented atheist with many doubts about the meaning of existence and the after-life. The Requiem Mass can be considered a melodrama-style search for these deep philosophical answers. Its central part (Dies Irae) is a long operatic act with the tender Lacrimosa, a meditation on human fragility, as a conclusion. Not even the final Libera me solves these doubts. The orchestra was conducted by Lorin Maazel, who had to fly into Parma to replace a suddenly sick Yuri Temirkanov. Even though Maazel had no time for a proper rehearsal, the orchestra and the chorus (under Martino Faggiani’s direction) gave the proper dramatic colour to the score and provided the required support to the soloists. Francesco Meli has thickened his voice in the last few years, but kept a very clear timbre and a pure emission; he might become a Carlo Bergonzi of the future. Daniela Barcellona is a true force of nature; she did balance her powerful voice with an excellent fraseggio and displayed a great skill to ascend to high tonalities with ease and to descend to grave tonalities with the same ease. Alexaneder Vinogradov is a good, but not memorable, Russian bass. Svetla Vassileva seemed not quite apt for the role: in the last few years she has taken roles not fully in line with her specific vocal endowment, with evident effects now. Her volume is small and she has difficulties with the low notes and pushes excessively with the acute. Being next to Barcellona did not help as it exposed her limits.

Much beloved by Verdi’s fans, Leo Nucci (now almost 68 years old) played the protagonist of both I Due Foscari and Nabucco. The latter is a widely performed opera whereas I Due Foscari has the record of being the shortest and one of the least staged Verdi melodrama. It was revived in 1968 in a Rome Teatro dell’Opera production that travelled as far as the Metropolitan Opera in New York. It is a dark opera, based on an even darker poem by Byron, that deals with power intrigues in 15th Century Venice. Jacopo is unfairly condemned to permanent exile by the Council of Ten, the highest governing body in Venice; in spite of Lucrezia’s efforts and pleas, his father cannot overturn the decision; Jacopo commits suicide and Francesco is ousted by his rivals. There are only three characters of dramatic and vocal relevance: the old doge, Francesco Foscari (Leo Nucci), his son Jacopo (Roberto De Biaso) and his daughter-in-law Lucrezia Contarini (Tatiana Serjan). There is almost no action—but a lot of difficult singing—on the stage because nearly the entire plot develops behind the scene.


Joseph Francioni Lee (stage direction) and William Orlandi (stage set) provide an intelligent solution: the three acts are performed with only a short intermission and there is as much action as the libretto provides. The stage direction and the sets are traditional but effective. Nucci and Serjan overrode the rest of the cast in tremendously difficult roles requiring considerable vocal agility and strong volume. De Biaso was good but at the end of the performance appeared clearly tired. Fine, but not exceptional, was Donato Renzetti’s baton.

Only a few words on Nabucco. The Daniele Abbado production is nearly 10 years old and was seen last year in Reggio Emilia (only 50 miles from Parma). It is a late 20th Century blockbuster with Jews in modern attire and the Babylonians in Hollywood-style costumes. Leo Nucci’s receives the lion’s share of the applause, closely followed by Dmitra Theodossiou; they are experienced professionals and know all the tricks to please the audience, even emphasizing certain moments of Verdi’s score. The young Michele Mariotti conducts with a swift allure. This production of Nabucco will be staged in Modena in February 2010 and in Japan next Summer.


THE PLAY BILL
Messa da Requiem

Soprano SVETLA VASSILEVA
Mezzo DANIELA BARCELLONA
Tenor FRANCESCO MELI
Bass ALEXANDER VINOGRADOV

Conductor LORIN MAAZEL
Chorus Mastero MARTINO FAGGIANI
I due Foscari
Francesco Foscari LEO NUCCI,
Jacopo Foscari ROBERTO DE BIASIO
Lucrezia Contarini TATIANA SERJAN
Jacopo Loredano ROBERTO TAGLIAVINI
Barbarigo GREGORY BONFATTI
Pisana MARCELLA POLIDORI
Fante MAURO BUFFOLI
Servant pf the Doge ALESSANDRO BIANCHINI

Conductor DONATO RENZETTI
Stage direction JOSEPH FRANCONI LEE
Stage sets and costumes WILLIAM ORLANDI
Lighting VALERIO ALFIERI


Nabucco

Nabucodonosor LEO NUCCI, GIOVANNI MEONI (18, 24, 28)
Ismaele BRUNO RIBEIRO
Zaccaria RICCARDO ZANELLATO
Abigaille DIMITRA THEODOSSIOU
Fenena ANNA MARIA CHIURI
Il Gran Sacerdote di Belo ALESSANDRO SPINA
Abdallo MAURO BUFFOLI
Anna CRISTINA GIANNELLI

Conductor MICHELE MARIOTTI
Stage Director DANIELE ABBADO
Stage sets and cistumes LUIGI PEREGO
Lighting VALERIO ALFIERI
Chorus Mastero MARTINO FAGGIANI
Labels: festival, Giuseppe Verdi, opera

giovedì 12 novembre 2009

COSI’ LA SVOLTA DI ANGELA MERKEL SUL FISCO CONDIZIONERA’ TREMONTI Il Foglio 12 novembre

Giuseppe Pennisi
E’ in corso un mutamento di fondo nelle strategie di bilancio (20 su 27 Stati dell’Unione sono sotto procedura d’infrazione del “patto di stabilità”) che caratterizzerà il futuro dell’Europa molto più di quali saranno le scelte in materia di Presidente del Consiglio Europeo e di Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Europea. Il mutamento – è questo l’aspetto più interessante – è pilotata non dal club Med (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna) generalmente considerato “lasco” e “creativo” in materia di conti pubblici, ma dalla Germania, considerata da sempre “tutore” del rigore in tema di bilancio e moneta. Per l’esercizio di bilancio, 2010 il Governo di Berlino ha programmato un indebitamento netto della pubblica amministrazione pari al 6,2 percento del Pil (oltre il doppio del limite massimo consentito dal “patto”). Le interpretazioni correnti attribuiscono all’aumento della disoccupazione (causato dalla recessione mondiale) il cambiamento di marcia. Esaminando dati (e lavori ancora inediti) ci si accorge che si tratta di un più profondo mutamento di rotta , tale da sollevare interrogativi sull’unione monetaria e sul futuro delle politiche economiche di altri Paesi (tra cui, ovviamente, l’Italia). Riguarda l’Italia perché se il mutamento di rotta in atto in Germania è effettivo, anche da noi si dovrà mettere meno l’accento sulla domanda estera (cioè sull’export) e più su quella interna (con implicazioni non secondarie per la politica dei prezzi e dei salari).
In sintesi, dai segnali che vengono da Berlino, sembra che la Germania passi da una strategia in cui l’export è stato il traino del Paese ad una in cui , invece, l’enfasi è sul potenziamento della domanda interna. Un libro recente di Paolo Guerrieri e Pier Carlo Padoan documenta come l’intera Ue (e specialmente Paesi come l’Italia) hanno, al pari della Repubblica Federale Tedesca, puntato, per decenni, su una crescita pilotata dall’export. Tuttavia, non è solo la sfida dei mercati emergenti (tesi di Guerrieri e Padoan) a fare ripensare la strategia, ma quanto sta avvenendo sul mercato dei cambi.
Il principale centro di ricerche economiche tedesche, nel DIW Berlin Discussion Paper n. 943 in corso di pubblicazione, conduce un’approfondita analisi empirica della reattività delle esportazioni tedesche al tasso di cambio con il dollaro Usa dal primo trimestre 1995 al quarto trimestre 2008. L’obiettivo è di identificare la soglie oltre la quale “si soffre troppo” e il perimetro entro il quale “si riesce a sopravvivere”. Il procedimento statistico è innovativo e comporta la costruzione di un complesso algoritmo (validato in una serie di seminari internazionali). L’obiettivo è identificare la soglia oltre la quale “si soffre troppo” ed il perimetro entro il quale “si riesce a sopravvivere” . Lo soglia oltre la quale “si soffre troppo” (e le imprese diventano a rischio di “sopravvivenza”) è quella che quella che rappresenta il limite di una crescita economica basata sull’export; una volta raggiunto questo limite , occorre cambiare strada. E’ un limite che né la Germania né l’Ue controllano in quanto determinato dal mercato internazionale . In sintesi il perimetro viene situato tra 1.30 e 1.55 $ per euro e la soglia a 1.55, il livello sfiorato negli ultimi giorni. Una oscillazione di breve periodo od una tendenza a più lungo termine.
Parte della risposta è fornita da una squadra di economisti della Federal Reserve Bank di New York in un saggio pubblicato nel fascicolo di ottobre di Current Issues in Economics and Finance. Il saggio analizza il crescente mercato del “dollar off-shore”, un fenomeno recente e poco studiato che si aggiunto al più noto problema dell’annoso squilibrio della bilancia dei pagamenti Usa: a fronte della crisi e delle restrizioni dei finanziamenti bancari tradizionali, le imprese multinazionali hanno fatto un uso del tutto inconsueto di swaps in dollari; in altri termini, il fiume di denari del piano Paulson è andato in questo modo a finanziare non le imprese Usa ma multinazionali ed ha creato un vasto (e non regolato) mercato off-shore per il dollaro..In breve quali che possano essere le congetture sui movimenti dei cambi a breve termini, analisi come quelle del DIW Berlin e della Federal Reserve Bank di New York hanno convinto i consiglieri economici del nuovo Governo tedesco ad un mutamento di rotta a lungo termine (in favore della domanda interna, piuttosto che di quella internazionale) non solamente ad un cambiamento di marcia, quale un passo più veloce per diminuire il tasso d’aumento della disoccupazione. E’ un cambiamento “dall’alto”: un sondaggio appena pubblicato da Forsa (un istituto indipendente di sondaggi d’opinione) afferma che il 70% dei tedeschi (a ragione del timore atavico dell’inflazione) è, paradossalmente, contrario ad una riduzione della pressione fiscale.

mercoledì 11 novembre 2009

TOBIN MI PRECISO’ “CON QUELLA TASSA IO NON C’ENTRO NULLA” Il Velino dell'11 novembre

Probabilmente James B. Tobin si sta rivoltando nella tomba dove giace dal marzo 2002 in quanto la tassa sui movimenti di capitale a breve, a cui è associato il suo nome, sta ricominciando a fare parlare di se all’interno del G20 e pare avere sedotto anche autorevoli uomini d Governo all’interno del più ristretto G7. In più occasioni, James B. Tobin, consigliere economico di John F. Kennedy (quando quest’ultimo era inquilino della Casa Bianca) definì i limiti dell’imposta da lui delineata in un libro del 1972, quando il sistema monetario di Bretton Woods era crollato e non si intravedeva ancora come avrebbero funzionato cambi e monete nel futuro. Ad esempio, alla conferenza annuale sullo sviluppo economico tenuta a Washington nell’aprile 1998, nel bel mezzo cioè della “crisi asiatica”, Tobin , che era uno dei relatori introduttivi, precisò che la proposta del 1972 aveva l’obiettivo di non di contenere una vagamente definita “speculazione” ma di frenare movimenti di capitale a breve che, in carenza dei meccanismi di Bretton Woods, avrebbero potuto causare fluttuazioni troppo forte del mercato dei cambi (pp.63-76 degli atti della conferenza). Precisò , poi, che , contrariamente alla vulgata dell’epoca (diventata ancora più forte oggi), non si sarebbe trattato di una tassa internazionale ma di misura che avrebbero potuto prendere unilateralmente i singoli Paesi che si sentivano minacciati dai flussi e dai deflussi di capitali a breve. Aggiunse che sotto il profilo della gestione amministrativa sarebbe stata “poco efficace”. Tornò sul tema un paio di volte su “The Financial Times”, sempre nel periodo della crisi asiatica, dove affermò esplicitamente che “non ripudiava la sua proposta del 1972 ma l’interpretazione distorta che se ne era data”.
Non ne parlò affatto nella sua autobiografia, scritta al’inizio degli Anni 80 in occasione del conferimento del Premio Nobel all’Accademia Reale delle Scienze svedese nel 1981.
Nell’autobiografia, Tobin ricorda come la “letio magistralis” che presentò, in occasione del conferimento del Nobel, contiene una sintesi del suo lavoro per dare maggiore coerenza al nesso tra macro-economia keynesiana e teoria della moneta. In effetti, è in questo campo che ha dato il maggior contributo. Nato all’inizio del secolo scorso, a Champagne nell’Illinois (nelle regioni più rurali quindi della “middle America” del MidWest), James B. Tobin è vissuto quasi tutta la vita nel New England (all’università di Yale), lontano quindi dalla Washington-che-può, dai corridoi dove si fa politica economica e si incide sulle grandi scelte pubbliche. Aveva avuto un ruolo pubblico unicamente all’inizio degli Anni 60 nella veste di componente del Comitato dei Consiglieri Economici della Casa Bianca. L’“Economic Report” del Comitato pubblicato nel 1962 aveva tracciato quella che sarebbe stata la “new economics” neo-keynesiana; con la sua enfasi sulle manovre di finanza pubblica, sul “bilancio di piena occupazione” e sulla spesa pubblica in conto capitale, essa rappresentava un approccio eterodosso nei confronti del pensiero prevalente di quegli anni. Con la “new economics” sarebbe anche iniziata una lunga disputa nei confronti della tradizione più strettamente monetaria che proprio in quel periodo trovava la sua roccaforte all’Università di Chicago.
Sempre nella sua auto-biografia, Tobin ricorda il debito intellettuale nei confronti di Henry Okun, morto prematuramente dopo avere scritto alcune opere brevissime e fondamentali su efficienza ed equità e soprattutto, dopo avere conosciuto in prima persona, la Washington della politica economica. Nel solco aperto da Okun, il pensiero di Tobin metteva fine alle dispute tra “fiscalisti” e “monetaristi” che hanno caratterizzato il dibattito sulle strategie economiche a medio termine negli Anni Settanta: trovava il punto di convergenza dimostrando la complementarità dell’utilizzazione dei due strumenti (finanza pubblica e moneta) specialmente per le politiche che gli economisti chiamano “anti-cicliche”, dirette cioè a pilotare il ciclo economico contro quelle che sembrano essere le sue tendenze naturali di breve e medio termine.
Il suo pensiero ha in questo senso influenzato anche la politica economica italiana. Ricordiamo, ad esempio, le “relazioni previsionali e programmatiche” e le leggi di bilancio italiane del 1982 e del 1983, mirate a potenziare la spesa in conto capitale in una fase in cui la politica monetaria doveva restare restrittiva (per impedire ulteriori slittamenti del cambio della lira) e la spesa di parte corrente doveva pure essa puntare al contenimento. Un libro di Giorgio La Malfa e Paolo Savona, all’epoca rispettivamente Ministro del Bilancio e Segretario alla Programmazione (“L’Italia al bivio: ristagno o sviluppo” Laterza, 1985), sostiene esplicitamente come il maestro intellettuale dell’intera strategia fosse stato Tobin. Oggi i temi del dibattito economico sono differenti: riguardano soprattutto il funzionamento dei mercati, le conoscenze, le informazioni e lo sviluppo delle istituzioni e delle regole.
Nella sua autobiografia, non ritiene la “Tobin Tax” neanche meritevole di un solo rigo. Mentre quasi il 25% delle pagine è dedicato a sua moglie, Betty.

PENSARE AL DOPO CRISI PUNTANDO SUI GIOVANI Avvenire dell'11 novembre

Si può attuare un’”exit strategy” che dia la priorità alle nuove generazioni? Un articolo lanciato su oltre cento giornali (in tutto il mondo) dal Premio Nobel Paul Krugman critica Usa ed Ue che starebbero attuando politiche di bilancio troppo timide; non tratta del peso, sui giovani, dell’indebitamento, causato dai crescenti deficit dei conti pubblico; negli Usa, ad esempio, il debito totale interno supera già tre volte il pil. “The Economist” gli ha fatto eco esaltando il “declino della fertilità”, “un regalo inatteso giunto alle società a basso reddito”, addirittura “un volano” per uscire dalla crisi. In sintesi, tanto Krugman quanto “The Economist” puntano su politiche che penalizzano i giovani di oggi (adulti di domani) e riducono il numero dei loro fratelli più piccoli.
Queste idee serpeggiano, purtroppo, nel G20. L’accento sul breve termine e l’elogio della denatalità hanno, in quella sede, una corrente di pensiero che si sta irrobustendo. Data la sede, occorre una risposta imperniata su argomentazioni economiche.
La forniscono due lavori recenti. Il primo , di Matthew Adler della University of Pennsylvania, è apparso nell’ultimo fascicolo della “George Washington Law Review”. Nello studio si definisce, in termini rigorosamente tecnico-economici, come dare la priorità alle nuove generazioni sia nelle politiche sia nella valutazione di provvedimenti e d’investimenti pubblici. Sono temi specialistici poco atti ad essere sintetizzati su un quotidiano. Suggerisco la lettura del saggio alla Presidenza del Consiglio, agli sherpa italiani per il G20 ed ai Ministeri (Economia & Finanze e Sviluppo Economico) direttamente interessanti. Il secondo, un’analisi effettuata dall’Università della Ruhr (Economic Paper n.107), scava, in base a dati dei nati in Germania Ovest dal 1966 al 2008, in che misura la disoccupazione giovanile influisce sul capitale umano (la risorsa più preziosa del Paese). Nei Länder presi in considerazione, il numero dei giovani al di sotto dei 25 anni alla ricerca di lavoro è passata dal 4% all’inizio degli Anni Ottanta al 10,5% nel settembre 2009. Nonostante il miglioramento dei livelli d’istruzione nei 40 anni in esame ed i vasti programmi di formazione che Governo federale e Länder, il rischio di disoccupazione di massa tra i giovani) minaccia un deterioramento dello stock di capitale umano (la sola forma di capitale che se non si utilizza, si erode) con conseguenze negative sul futuro. Lo conferma uno studio comparato del Cnr: la crisi sta riducendo l’innovazione in Europa pure a ragione dei suoi effetti sul capitale umano.
Cosa fare? Un’idea buona viene il “gruppo di Bruegel”, l’associazioni di economisti animata da André Sapir; la si può leggere nel sito www.bruegel.org. Alla vigilia delle “nomine europee” (Presidente dell’Ue per due anni e mezzo e Alto Rappresentante per la politica estera per cinque anni), il gruppo ha delineato le priorità economiche dell’Unione nel periodo 2010-2015, basandosi su un principio semplice ma chiaro: l’Ue ed i suoi organi devono guardare al lungo periodo (il ruolo dell’Europa nella globalizzazione, la perdita di capitale umano anche a causa dell’invecchiamento , l’innovazione tecnologica, l’approvvigionamento energetico), mentre i singoli Stati sono meglio atti a trattare gli aspetti di breve periodo. Ciò non vuol dire scaricare sull’Ue le politiche per le giovani generazioni ma dare loro una collocazione alta ed appropriata poiché i giovani di oggi sono “più europei” dei loro padri.

martedì 10 novembre 2009

HAYDN Die Jahreszeiten (Le Stagioni). Musica Novembre

HAYDN Die Jahreszeiten (Le Stagioni). M.Danies, J.Dürmüller, C. Ulrich. Orchestra Klangerwaltung Coro Chorgemeinschaft Neubeuern Direttore Enoch zu Guttenberg
Perugia, Sagra Musicale Umbra. Teatro Morlacchi 12 settembre 2009

Giunta alla 64sima, la Sagra Musicale Umbra offre, con la direzione artistica di Alberto Batisti, programmi a tema: nel 2008 il tema è stato Dante (e la Divina Commedia); nel 2009 è Santa Cecilia, la patrona della musica. Gran parte dei concerti sono dedicati alla santa martire romana. Per la serata inaugurale, è stato scelto un omaggio a Haydn nel bicentenario della morte: un “oratorio laico” (ma intriso di religiosità) raramente eseguito in Italia, Le Stagioni, che con il precedente La Creazione (eseguito, invece, molto spesso nel nostro Paese) avrebbe dovuto costituire le prime due parti di una quatrilogia , rimasta incompiuta per la morte del Barone Gottfried von Sweiten, autore del libretto (da un testo di un poeta scozzese) e patrocinatore dell’intero progetto. Le Stagioni è opera matura di un Joseph Haydn quasi settantenne; composta nel 1800 rappresenta , sotto numerosi punti di vista, un ponte tra il classicismo settecentesco ed il romanticismo del secolo appena iniziato. Si avvertono presagi , principalmente con il Freischütz di Weber (la tempesta della seconda parte e la caccia della terza) e con la Sinfonia Pastorale di Beethoven (la descrizione della natura, specialmente nella prima parte sin dall’introduzione in Si bemolle).
Ciò che distingue l’esecuzione concertata da Enoch zu Guttenberg , alla guida di un orchestra e di un coro da lui creati, rispetto ad altre – anche a quelle più presenti nella discografia corrente – è l’accento su questi presagi romantici, pur restando nella struttura formale classica. Per zu Guttenberg, non siamo più in un “oratorio” settecentesco – in effetti Le Stagioni non furono pubblicate come “oratorio” ma con un titolo neutro Le Stagioni , da Thomson, messe in musica da Joseph Haydn – ma in un’anticipazione di quella che sarebbe stata l’opera romantica tedesca prima della riforma wagneriana. E’ un’opera a tre personaggi (padre, figlia, fidanzato della figlia), semplici (contadini), con un doppio coro (pure esso di contadini) a loro contorno. Si avverte una vicenda di amore nel trascorrere delle stagioni e nel comprendere insieme il significato (trascendente) della esistenza terrena. Caroline Ulrich è un giovano soprano lirico cileno, con un volume potente, molto abile nel raggiungere tonalità alte e in momenti di coloratura. Jörg Dürmüller è un tenore dalla emissione pura e dal timbro leggermente scuro (forse anche a ragione delle sue esperienze in ruoli wagneriani), Martin Danes è un baritone-basso , specialmente apprezzabile nei momenti in cui è richiesta agilità.
Grande successo da parte di un pubblico attento.

“La Piccola Volpe Astuta” incanta Firenze Il Velino 10 novembre

CLT - Opera, “La Piccola Volpe Astuta” incanta Firenze

Opera, “La Piccola Volpe Astuta” incanta Firenze
Roma, 10 nov (Velino) - Agli italiani non piacciono le favole. Solamente Pinocchio di Collodi fa parte del nostro Dna. Per questo motivo, il meraviglioso teatro di Gozzi venne soppiantato da quello, borghese, di Goldoni. Sempre per questa ragione, quando nel Settecento e nell’Ottocento, nel resto d’Europa furoreggiava il teatro in musica del fantastico, l’Italia restò assente dal movimento. Nel Novecento, un tentativo venne fatto da Pietro Mascagni (“Le Maschere”): fu un insuccesso senza attenuanti. Ebbe buon esito Ferruccio Busoni (“Arlecchino”, “Turandot”) ma scriveva e componeva per il pubblico di Berlino, dove aveva scelto la propria residenza. Né successo né insuccesso per le tre operine di Malipiero, le quali però soltanto per metà erano favole: riprese alcuni anni orsono a La Fenice sono state poco gradite dal pubblico. Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino porta quest’anno due delle maggiori favole in musica del Novecento: “La Piccola Volpe Astuta” di Leos Janacek, co-prodotta con il giapponese Saito Kinen Festival, in scena fino al 15 novembre e “La donna senz’ombra” di Richard Strauss, dal 29 aprile all’8 maggio 2010. Una scelta coraggiosa perché si tratta di lavori di altissimo livello, ma raramente rappresentati in Italia. Alla prima della “Volpe”, l’8 novembre, il teatro era pieno e l’opera ha ricevuto acclamazioni da stadio. Le repliche ci diranno se gli italiani abbiano cominciato ad amare le favole, anche perché di questi tempi la realtà supera il fantastico.

Il ceco Janacek (1854-1928) è stato un borghese che ha passato la propria vita in una città di medie dimensioni della Moravia, tutto “casa e famiglia” sino a 63 anni quando si innamorò di una bella venticinquenne, e che alla fine della Prima guerra mondiale ha visto realizzato il suo sogno dell’indipendenza della Cecoslovacchia. Per tutta la vita, da intellettuale che guardava più alla cultura russa che a quella tedesca, aveva sofferto il perbenismo dei borghesi piccoli-piccoli della città in cui abitava. Decise quindi di prendere spunto dai fumetti popolari di un giornale vagamente di sinistra, per mettere alla berlina in modo graffiante il maestro di scuola saccente, il curato pedante, il guardiacaccia mal coniugato e sua moglie, il venditore ambulante avido, il barista e tutti gli altri che lo circondavano e non capivano nulla della sua vita. Come? Contrapponendo il loro piccolo mondo ipocrita con quello degli animali del poco lontano bosco. Si era attorno al 1920, più o meno nel periodo in cui Walt Disney inventava Topolino e gettava le basi per quella che sarebbe stata una delle maggiori multinazionali dell’entertainment “formato famiglia”. Sul Lidové Noviny (Quotidiano del Popolo) di Brnó, capoluogo della Moravia nella giovane repubblica cecoslovacca, appariva ogni giorno una puntata di un romanzo sterminato di Rudolf Tésnohlidek, cronista giudiziario dai sentimenti vagamente anarchici, orientato verso l’avanguardia e caratterizzato da poca simpatia per la burocrazia e la magistratura, specie se giustizialista.

Mentre i fumetti di Disney erano antropomorfici e seguivano habits and mores dalla middle class americana, le strisce disegnate di Tésnohlidek giustapponevano il modo ipocrita degli uomini (il curato, il maestro e il guardiacaccia si ubriacano ogni sera e il venditore ambulante ha il fucile facile) con quello libero e sensuale del bosco. Dove la regola più profonda ,e la più irritante per i borghesi piccoli-piccoli è l’amore che con la sua fisicità è l’eterna molla del rinnovamento. Mentre nei fumetti di Tésnohlide, la “Piccola Volpe” non muore, nell’opera viene uccisa dal guardiacaccia a metà del terzo atto ma pare risorgere nel finale: la natura si rigenera sempre. Una favola quindi piena di ottimismo. Dalla prima in Moravia nel 1924 dovettero passare più di trent’anni perché approdasse, dopo un po’ di girovagare per palcoscenici della “mittle-Europa” senza essere notata più di tanto in teatri importanti, nel 1957 alla Komische Oper di Berlino, in quella che era ancora la Germania Est. Lì il contrasto tra bosco e ipocrisia burocratica suonarono ancora più beffardi.

Come sottolinea Franco Pulcini (il maggiore studioso italiano di Janacek) la scrittura orchestrale è un magico equilibrio tra il melodismo nostalgico slavo e il sinfonismo pagano di Richard Strauss, con influenze di Debussy (del quale Janacek conosceva bene sia “La Mer” sia “Pelléas” ) sull’orchestrazione. Massimo Mila ha parlato di “un ininterrotto mormorio della foresta”, inafferrabile e inclassificabile, nutrito di ingredienti anche diversi da quelli del sinfonismo di Strauss, e provvisto di temi di assoluta originalità, nonché di delicatezza impressionistica e di calligrafismo sonoro da “Ravel campagnolo”. Ancora più interessante la scrittura vocale in cui note e parole si plasmano a vicenda le une sulle altre. Un equilibrio che si può afferrare, con l’ausilio dei sovrattitoli, unicamente se, come a Firenze, lo spettacolo è in lingua originale. Laurent Pelly ci aveva deluso con la “Traviata” ambientata interamente in un cimitero parigino vista al Regio di Torino in provenienza dal Festival di Santa Fe. La sua regia e i suoi favolosi costumi (le scene sono di Barbara de Limburg Stirum) ci mostrano squarci di bosco e di villaggio in un’atmosfera tra il realistico e il poetico, ossia una lettura “visionaria” nel significato letterale del termine. Un “visionario” curatissimo e sempre molto elegante.

Il direttore Seiji Ozawa concerta con maestria l’orchestra del Maggio Musicale. Ha 75 anni e percepisce “La Piccola Volpe Astuta” così come, a 70 anni, la sentiva Janacek. Il quale richiese che il finale dell’opera, l’eterna rigenerazione della natura, venisse eseguito alle sue esequie in luogo della consueta marcia funebre. Bravissimi i 13 solisti (molti in più di un ruolo), il coro di voci bianche, i ballerini e i mimi dell’affollatissimo bosco. Su tutti emergono la protagonista, Isabel Bayrakdarian e il guardiacaccia, Quinn Kelsey a cui Janacek affida, alla fine dell’opera, le proprie riflessioni sulle vecchiaia.

(Hans Sachs) 10 nov 2009 09:58

lunedì 9 novembre 2009

E I GIOVANI IMPARARONO A CONQUISTARSI IL LAVORO. Il Tempo 9 Novembre

E I GIOVANI IMPARARONO A CONQUISTARSI IL LAVORO.
Giuseppe Pennisi
Dato che la mia professione consiste nell’insegnare, ho avuto modo di percepire la caduta del muro di Berlino principalmente attraverso il cambiamento di comportamento dei miei studenti – e dei miei colleghi di oltre 40 anni fa. I secondi erano quasi tutti della Germania occidentale – ho studiato in un’università internazionale , la Johns Hopkins University, a Bologna ed a Washington ed una delle mie prime pubblicazioni è stata scritta a quattro mani con un coetaneo tedesco (diventato successivamente un banchiere di successo a Francoforte). I miei compagni di studi ed i miei colleghi tedeschi in Banca mondiale (al cui servizio sono stato dal 1968 al 1986) avevano obiettivi e comportamenti analoghi ai miei. Pensavo che fossero tali anche quelli di coloro che erano cresciuti al di là del muro. Avevo avuto un primo cenno delle differenze a Washington nel 1982 quando la sorella (cresciuta in Sassonia) di un mio collega (cresciuto invece in Baviera) decise di tornare al di là del muro perché nel mondo occidentale “si deve scegliere sempre….c’è troppa, troppa libertà”.
Sempre in quegli anni invitai a cena un mio collega di Banca mondiale, rumeno, con la moglie. La Signora era professore di linguistica all’Università di Bucharest. Le chiesi se lavorava , a Washington. Lei ebbe uno scoppio d’ira : mio marito mi costringe a prostituirmi, disse. Fui il caos, lui urlò contro la prof. Prostituirsi, per lei, consisteva nel fatto che il consorte l’aveva invitata a cercare lavoro. A lei, che era stata presa dalla Transilvania e fatta diventare titolare di cattedra di lingue romanze all’Università di Bucharest. Non poteva concepire di fare colloqui professionali per interessare un potenziale datore di lavoro.
Alcuni dopo, nel 1988 o giù di lì, mi trovai a fare colazione con Pierre Hassner, a lungo direttore dell’Istituto Francese di Studi Internazionali e considerato uno dei maggiori conoscitori della Germania Est. Gli chiesi se i suoi studenti (in Germania orientale) , avendo letto Schiller, Schopenhauer e Goethe come quelli dell’Ovest, e parlando la medesima lingua, non fossero simili. “Differentissimi: un ventenne occidentale teme la disoccupazione, sa che per trovare un lavoro e fare carriera dovrà essere competitivo in conflitto con i coetanei; un ventenne orientale sa che ha il posto in ogni caso ma che la qualità dell’impiego e la carriera dipendono dalla cordata a cui è aggregato”.
Nel 2004-2006, ho insegnato analisi degli investimenti all’Università Tecnica di Berlino (vicino Tearpark, nei quartieri orientali, in locali che in passato erano stati la sede della Stati) e a Postdam , nei pressi di San Soucis , la “Versailles” di Federico II. Gli studenti erano quasi tutti dei Länder orientali. I corsi erano in inglese. Erano passati vent’anni dalla colazione con Hassner: tranne pochi “nostalgici” del posto assicurato (dal Partito) li trovai ancora legati al concetto di “legame” , ossia congrega, ma molto aggressivi e competitivi. In poco più di tre lustri il cambiamento era stato drastico.

domenica 8 novembre 2009

MUSICA CONTEMPORANEA : LA CAPITALE E’ ROMA Il Tempo 8 novembre

Giovedì prossimo , a Casa Scelsi di fronte al Palatino (vedi Il Tempo del 28 settembre) viene presentato l’Emufest (IIa Edizione del Festival Internazionale di Musica Elettroacustica del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma). Dopo una conferenza ed un filmato nel pomeriggio la serata proseguirà, nella sala di via dei Greci dell’Accademia di Santa Cecilia, con un concerto interamente dedicato a Giacinto Scelsi. Il concerto inaugurale del Festival si è tenuto la sera dell’8 novembre: elettroacustica, live electronics e strumentazione tradizionale, con prime mondiali o prime per l’Italia di autori di vari Paesi; alcune delle composizioni sono state commissionate da grandi istituzioni straniere come Radio France.
Una rarità? Non proprio. Nel 2009, sul punto di terminare, si sono suonate a Roma quasi tante ore di musica colta contemporanea quanto a Berlino. Non certo nelle istituzioni musicali più note come l’Accademia di Santa Cecilia e l’Orchestra Sinfonica di Roma (pur se la seconda è molto attenta al Novecento). Ma nelle istituzioni concertistiche musicali delle Università, all’Accademia Filarmonica, a Nuova Consonanza- un panorama non solo vasto ma capillare.
Una curiosità per pochi addetti ai lavori? Le sale sono quasi sempre affollate, soprattutto da giovani. Anche perché le radici affondano negli Anni Trenta, come ha ricordato alcuni anni fa Stefano Bigazzi nel libro L’Orchestra del Duce, quando il Festival di Musica Contemporanea di Venezia venne creato risposta (polemica) al paludato Festival di Salisburgo. Allora, Casella, Malipiero ed anche Dallapiccolla entravano ed uscivano da Palazzo Venezia in quanto il Cav. Capo del Governo pensava (a torto od a ragione) di avere il bernoccolo della musica di avanguardia – glielo riconobbe Stravinskji in persona. Una tendenza da incoraggiare anche oggi.

NOMINE UE, PEGGIO CHE IN ITALIA Il Tempo 8 novembre

Giuseppe Pennisi
Meno del 5% dei 500 milioni circa di cittadini dell’Unione Europea (Ue) “segue” le vicende che verosimilmente porteranno lunedì 9 novembre ad un accordo sulle “nomine europee” nel corso di una cena dei 27 riuniti a Berlino, nell’ambito delle celebrazioni per la caduta del muro. Pochi giorni dopo il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’Ue si riunirà a Bruxelles per ratificare l’intesa. Le “nomine riguardano chi, ai sensi del Trattato di Lisbona che riorganizza l’Ue , sarà il Presidente dell’Unione e chi l’Alto Rappresentate dell’Unione per la Politica Estera e di Sicurezza (o “Ministro degli Esteri” Ue). “Segue” vuol dire che meno del 5% degli europei legge i titoli dei giornali sul tema; per questo, i media danno all’argomento poco rilievo.
Eppure, si tratta di “nomine” di peso: coloro che otterranno i due incarichi potranno dare il segno della politica Ue nel 2010-2015 – gli anni dell’uscita dalla crisi e della costruzione di un’Europa più orientata verso la produzione e le esigenze di individui e famiglie , meno dipendente dall’export per la sua crescita ed in cui la finanza sia finalizzata non a “giochi di denari” ma alla creazione di valore aggiunto di beni e servizi. Delle due cariche, la più importante è quella del “Ministro degli Esteri” Ue: è di diritto Vice Presidente della Commissione Europea e resta in carica per cinque anni. Il Presidente Ue ha un mandato di due anni e mezzo ed è un “primus inter pares”, tra i 27. Dato che il Parlamento Europeo, è diviso tra due grandi forze politiche – i popolari ed i socialisti – è normale che ad un Presidente di una parte corrisponda un “Ministro degli Esteri” dell’altra. Dato che la Commissione Europea, guidata dal “popolare” José Manuel Barroso, è pure normale che si scelga il suo Vice tra una rosa di candidati indicata dal Partito Socialista Europeo.
Il disinteresse dell’opinione pubblica Ue per le “nomine europee” risiede nel fatto che la materia viene trattata come una partita a scacchi od un gioco di birilli in cui i candidati vengono proposti essenzialmente per ragioni interne (allontanare concorrenti dalla scena nazionale, trovare poltronissime per “disoccupati di lusso”). Inoltre, la trattativa pare seguire le prassi della “diplomazia segreta” quale prevaleva all’inizio del secolo scorso.
Nella “rosa” socialista per la carica di “Ministro degli Esteri” Ue, Massimo D’Alema è in concorrenza con la francese Elisabeth Guigou, il britannico David Miliband ed il tedesco Franz Walter Steinmeier. Ciascun nome esprime una logica nazionale prima che una europea. Gli scommettitori vedono D’Alema al quarto posto od al terzo (nel caso Miliband reiterasse di “non essere disponibile” poiché vuole assumere la leadership dei laburisti ). In numerosi Paesi neo-comunitari pesa su D’Alema l’onere di essere stato “comunista”. Per mesi e mesi, il “favorito” alla carica di Presidente Ue è stato Tony Blair. L’ex Premier britannico è partito troppo presto, arrivando sfiatato pur se considerandosi già sull’alto scranno, senza contare che l’incarico spetta ad un esponente del Partito Popolare. I “neocomunitari” chiedono una voce maggiore nell’Ue: il polacco Jerzy Buzek pare avere oggi la nomina in tasca per logiche nazionali più che europee.
Una siffatta “partita a scacchi” non fa bene all’Ue; anzi allontana i cittadini dalle nuove istituzioni in costruzione

venerdì 6 novembre 2009

I graffianti fumetti di Janácek a Firenze

Dopo il successo di pubblico della trilogia verdiana, Firenze mette in scena, fino al 15 novembre, La piccola volpe astuta di Leó Janácek. Si tratta di un'operazione coraggiosa: il lavoro, infatti, è stato raramente rappresentato in Italia ed è proposto in un'edizione di lusso coprodotta con il maggior festival musicale nipponico. Il direttore d'orchestra è Seiji Ozawa. Regia e costumi sono affidati a Laurent Pelly, di cui si è appena vista una controversa Traviata a Torino. Negli Anni VentiJanácek prendeva spunto da un graffiante romanzo a puntate a fumetti per giustapporre il mondo piccolo borghese, gretto e ipocrita di una città di provincia, con quello libero e sensuale degli animali del poco lontano bosco. Mentre nel primo tutti trasgrediscono sotto una coltre di finto perbenismo, nel secondo vigono le prassi del rinnovamento imperniato sull'amore in tutta la sua fisicità. Ozawa estrae dalla partitura il magico equilibrio tra melodismo nostalgico slavo e sinfonismo pagano di Richard Strauss, con accenni a Debussy. Pelly non tenta di sbigottire, ma racconta l'eterno mormorio della foresta. Bravo il cast internazionale di 13 solisti. Musica e parole (in originale, con sovratitoli) si plasmano a vicenda. Su tutti i cantanti, a cui si chiede di essere abili attori e anche atleti, spicca la volpe, Isabel Bayrakdarian, giovane stella nota negli Usa, per la prima volta in scena in Italia. (riproduzione riservata)

QUATTRO PISTE DI RIFLESSIONE PER UNA PENSIONE PIU’ EQUA Avvenire 5 novembre

La disciplina economica non è una scienza sperimentale. Da qualche tempo, però, si moltiplicano le analisi economiche che utilizzano esperimenti “in vitru” come la fisica, la chimica e la biologia. Il 15 ottobre, proprio mentre la stampa pubblicava gli appelli dell’Ue e di Bankitalia affinché nel nostro Paese venga aumentata l’età “legale” per andare in pensione, l’Università di Monaco (di Baviera) pubblicava un’analisi empirica (CEsifo working paper n.2752) da cui risulta come in Germania - dove tale aumento è stato legiferato – il saper di essere “costretti” ad andare più tardi in pensione ha inciso negativamente sulla produttività del lavoro delle classi di età meno giovani.
Non sta a noi entrare nelle specifiche dell’analisi. E’ un’indicazione di come è complesso il problema. Inoltre, in Italia la previdenza ha problemi più gravi: l’aumento dell’età effettiva di pensionamento si sta verificando naturalmente dato che il sistema contributivo ed i meccanismi d’indicizzazione sono incentivi forti a restare sul mercato se non si vuole essere indigenti nell’ultima fase dell’esistenza terrena.
Ciò vuol dire non toccare nulla? Niente affatto. La spesa previdenziale sta avanzando al 5% l’anno mentre il pil sta subendo una contrazione tale che, solo nel 2014 si sarà tornati ai livelli del 2007. Mentre la riforma del 1995 presupponeva un aumento annuo del pil dell’1,5% , tra il 1996 ed il 2007 abbiamo avuti incrementi medi dello 0,8% l’anno e successivamente un tracollo da cui usciremo dopo sette anni di vacche magre. La previdenza ora assorbe il 15% del pil; se non si interviene, nel 2020 ne assorbirà il 20% togliendo risorse a investimenti, a scuola, a sanità, a difesa, a sicurezza interna, ambiente. Attorno al 2020, poi. andranno in pensione le prime leve a cui applica in toto il meccanismo contributivo: i loro assegni saranno circa la metà dell’ultimo stipendio. All’orizzonte, c’è una fascia di anziani a basso reddito (molto inferiore di quello dei loro padri e zii) se non hanno accumulato privatamente in vita attiva. All’inefficienza (spesa pensionistica troppo elevata rispetto alle altre esigenze del Paese) si aggiunge l’iniquità generazionale e la probabile esigenza di dovere aumentare la spesa per la sussistenza.
Si può evitare questo scenario? Una soluzione ipotizzabile può fare perno su questi punti:
• Ridurre drasticamente il periodo di transizione previsto dalla riforma Dini- la principale causa di inefficienza e di iniquità. In Svezia si è fatta una transizione analoga (da “retributivo” a “contributivo” in tre anni – 1996-99); da noi se ne sono previsti 18 – e circa 25-30 per le pensioni di reversibilità. Siamo già in grande ritardo: si dovrebbe stabilire il “contributivo” per tutti (“pro quota” per coloro in impiego prima del 1995) dal primo gennaio 2010.
• Mantenere flessibilità di uscita, ma rendere effettiva quella che gli statistici chiamano l’equivalenza attuariale (ossia, ottieni tanto quanto hai versato in funzione della aspettativa di vita per il tuo genere e la tua fascia di età) e consentire, se si vuole e se si è in grado, di restare al lavoro senza limiti di età (come negli Usa) oppure sino a 70 anni (come nei Paesi scandinavi delle flexsecurity).
• Rivedere i parametri e per il calcolo delle prestazioni e per la loro indicizzazione. Nell’Europa del futuro , sarà possibile accettare anche un forte taglio del reddito al momento in cui si va in pensione (poiché si è comprata la casa e si sono sistemati i figli) ma occorre un reddito crescente a partire dai 75 anni di età per fare fronte a cure, ad assistenza ed ad accompagnamento.
• Riformare la normativa sui fondi pensione (secondo linee più volte tracciate su “Avvenire” al fine di concentrare le risorse in pochi fondi robusti ed in grado di diversificare gli impieghi e non in oltre 700 fondi lillipuziani che comprano titoli di stato (aggravandone il costo del collocamento) o che spariscono alla prima tempesta finanziaria.

CLT - Roma, la musica contemporanea torna a conquistare la Capitale, Il Velino 6 novembre

Roma, la musica contemporanea torna a conquistare la Capitale
Roma, 6 nov (Velino) - La sera dell’8 novembre a Roma nella splendida sala di via dei Greci dell’Accademia di Santa Cecilia, si terrà un concerto ispirato alla contemporaneità più avanzata: elettroacustica, live electronics e strumentazione tradizionale. Il programma include “Haiku” di Riccardo Bianconi, “Studio per Ali” di Nicola Sani, “Tre corpi minimi” di Guido Baggiani, “The merest chance” di Larry Matthews Gaab, “Planet” di Alfredo Santoloci, “Poema de una vida tragica” di Alejandro Casales, “Transparencias” di Jorge Luis Dad Levi. Al VELINO Nicola Sani, sino a poco tempo fa alla guida della direzione artistica del Teatro dell’Opera, ha illustrato il suo lavoro, commissionatogli non dalla Rai ma dalla Radio Francese: ‘Studio per le ali’- spiega- , è un oggetto sonoro che si svolge nello spazio. Creato al GRM di Parigi, utilizza le nuove tecniche digitali che consentono di intervenire sulla costruzione dello spettro sonoro. In questo processo è particolarmente significativo il rapporto del suono con la dimensione spaziale, che diventa parametro compositivo. Ogni singolo suono è disarticolato, frammentato nello spazio; una de-composizione che permette all’ascoltatore di ricostruire una sintesi individuale durante l'esecuzione. Si creano rapporti di distanza soggettiva con l'insieme sonoro, che genera un ambiente in continua trasformazione. Per tale lavoro è fondamentale il sistema di ascolto in ottofonia, per riprodurre con precisione le traiettorie sonore ideate e rendere lo spazio il vero interprete protagonista della composizione. Il titolo del lavoro proviene dagli studi sulla dinamica del volo di Leonardo da Vinci. Ho pensato con questa espressione di indicare un rapporto ideale fra il suono concreto e il suono virtuale ottenuto a partire da esso, ma che da esso si distacca; come una proiezione spaziale, istante indefinito, tempo sospeso del volo vissuto attraverso una sonorità virtuale”.

La spiegazione di Sani è utile per cogliere i percorsi su cui si sta muovendo la contemporaneità a Roma. Tema per pochi eletti? Non proprio. Basti sapere che nel 2009, se non fosse stato necessario ridurre il programma del Teatro Nazionale per ragioni finanziarie, Roma avrebbe avuto una dozzina di ore in più di concerti ed opere contemporanee di Berlino. Si tratta di eventi spesso affollati, come si è visto al Teatro Olimpico, in occasione delle rappresentazioni della rielaborazione del mozartiano “Flauto Magico” in chiave interetnica e contemporanea, ma anche all’Istituzione universitaria concerti (Iuc), ogni volta che sono in programma prime mondiali e nazionali e in altre sedi concertistiche e sceniche universitarie. Pochi ricordano, inoltre, che alla fine degli anni Trenta, l’Italia è stato il primo paese a lanciare un festival mondiale di musica contemporanea, a Venezia, che nella normativa sui teatri lirici del 1936 La Fenice era deputata all’innovazione e alla sperimentazione e che grazie alla Filarmonica e all’Associazione Nuova Consonanza è stata all’avanguardia della musica contemporanea europea sino alla fine degli anni Settanta.

Nel 2003, con il volume “L’Orchestra del Duce”, Stefano Bigazzi ha raccontato come lo stesso Stravinskij avesse stretto un rapporto privilegiato con Palazzo Venezia considerato, piaccia o non piaccia, uno dei pochi “luoghi della politica” dove si dava rilievo e priorità alla musica contemporanea e d’avanguardia. Per toccare con mano quanto sia stata importante Roma nel periodo denominato “notte della Repubblica”, va segnalata una vera chicca editoriale appena uscita: “Marjorie Wright, una cantante fuori dal comune” (Zecchini Editore). La Wright, cantante irlandese specializzata nel repertorio della contemporaneità più impervia, prima da soprano di coloratura, poi da mezzo soprano e infine da contralto acuto, ha vissuto in prima persona successi e intrighi e conduce il lettore in un labirinto internazionale che aveva allora Roma come punto di riferimento. Una lettura da consigliare al sindaco Gianni Alemanno e all’assessore alla Cultura Umberto Croppi: la musica contemporanea è una leva importante che non va trascurata nel rilancio della Capitale.

(Hans Sachs) 6 nov 2009 11:52

LA BORSA DELLA FELICITA’ Il Tempo 6 novembre

Il legame tra buoni investimenti e bel tempo
LA BORSA DELLA FELICITA’
Giuseppe Pennisi
Dall’inizio dell’anno gli indici di Morgan Stanley dei mercati mondiali hanno segnato un aumento del 30% circa. La svolta è stata pronunciata dalla fine dell’estate tanto che alcuni osservatori paventano il rischio di nuove “bolle”. E’ una conseguenza dei primi segnali di ripresa? Oppure intervengono altre determinanti?
Sta riacquistando prestigio un’ipotesi lanciata alcuni anni fa: l’esistenza di una correlazione tra Borse e tempo – inteso ovviamente come condizioni meteorologiche non come testata del nostro giornale. Uno dei primi a lanciare l’ipotesi è stato Ben Jacobsen della Massey University in Nuova Zelanda (Paese dove piove quasi ogni giorno) in un paper scritto a quattro mani con Wessell Marquerin, dell’Università di Rotterdam (città nebbiosa, umida e piovosa). Jacobsen ha dimostrato, con un complesso lavoro statistico, che le Borse tendono a ristagnare (o a scendere) in estate mentre acquistano brio in inverno e primavera. Lo studio ha ricevuto, circa cinque anni fa, il Barclay’s Global Investors Prize, un’onorificenza accompagnata da un buon assegno. L’ipotesi innescò ironia da parte dei profani (siamo tornati agli aùguri o a guardare alla luna ed alle stelle prima di investire estire sui mercati?) ma pure un intenso dibattito tra gli specialisti di finanza. Uno dei maggiori motori di ricerca accademici elenca un centinaio di saggi scientifici pubblicati nell’arco degli ultimi cinque anni. Naturalmente c’è pure chi sui nessi tra tempo e denaro ha impiantato un’attività d’impresa: scrivendo a businessinfo@meteowatch.org o consultando meteowatch.org/financial_markets.html si possono acquistare abbonamenti oppure servizi personalizzati allo scopo di meglio giocare in Borsa dopo avere ascoltato o visto le previsioni meteorologiche nei programmi della radio e della televisione del mattino.
Dalla vasta quantità di analisi si trae anche un’altra conclusione: le giornate davvero buone sono quelle in cui, in inverno od in primavera, c’è un bel sole. Nulla a che vedere ovviamente con il fatto che i primi studi sono stati fatti nei cieli bigi della Nuova Zelanda e dell’Olanda.
Tutto ciò descrive nessi, ma non li spiega. E’ di questi giorni un lavoro di Cahit Guven ("Weather and Financial Risk-Taking: Is Happiness the Channel?" , SOEP Paper N. 218) che fornisce una spiegazione. Pure Guven lavora agli antipodi, alla Deakin University, non lontana da Mealbourne nell’assolata Australia. La spiegazione si basa su concetti e paradigmi molto contigui alla “economia della felicità”, di cui si è discusso molto di recente in Italia in occasione del”Rapporto Stiglitz” commissionato dal Presidente francese Sarkozy. In breve, secondo Guven il bel tempo (soprattutto le giornate piene di sole in inverno e primavera) rende felici . E la felicità rende più attenti nel prendere decisioni, di qualsiasi tipo, anche finanziarie, pure perché quanto più si è felici tanto più si conta di vivere. Il bel tempo, dunque, porta a decisioni più oculate in Borsa. Con vantaggi per tutto il mercato.

mercoledì 4 novembre 2009

NEWSPEAK IN THE 21ST CENTURY, Leonardo Reviews November 4

by David Edwards and David Cromwell
Pluto Press, London, UK, 2009
299 pp. Trade, £50.00; paper, £13.59
ISBN: 0745328946; ISBN: 0745328938.

Reviewed by Giuseppe Pennisi
Professor of Economics Università Europea di Roma
Rome, Italy

giuseppe.pennisi@gmail.com


Does the crisis of the press in general and of the printed press in particular have as one of its determinants in the lack of trust of what is printed? This not the thesis of David Edwards and David Cromwell but rather the feeling the reviewer is left after going through 299 pages where news and reports are documented to be slanted either in good or in bad faith. Good faith is when the journalist is in error for lack of accuracy, sloppiness, laziness and/or mere ignorance. Bad faith is when the articles appear objective but are deeply slanted and intend to deceive the reader and to influence his or her opinion. David Edwards and David Cromwell are the co-editors of Media Lens, a non-profit British organization. On its website the organization defines itself as such : “Media Lens is a response based on our conviction that mainstream newspapers and broadcasters provide a profoundly distorted picture of our world. We are convinced that the increasingly centralised, corporate nature of the media means that it acts as a de facto propaganda system for corporate and other establishment interests. The costs incurred as a result of this propaganda, in terms of human suffering and environmental degradation, are incalculable”.

This self-presentation is telling a lot: Mr. Edwards and Mr. Cromwell do not think very highly of the profession. They do not take on print at the start of their book; they go straight to the Myth of the myths , the BBC alleged objective, unbiased, balanced and truthful reporting. For 60 pages, they document “The Magnificent Fiction” of the BBC. Not only a large number of mistakes is quoted, but also links are established between each of these errors in reporting and dependence on some power. Statistically, it is difficult to agree with the analysis because billion of news items are on the BBC every week, and those chosen may very well be a biased sample themselves. More interesting is that since the BBC was founded by Lord Reith in 1922 , it has been used as a propaganda power house in favor of the Baldwin Government. Thus, why wonder that it has been a propaganda weapon for Tony Blair.

Most of the book deals with reporting on the wars of the last 10 years: the Middle East Israel-Palestinian conflict, the Iraq entanglement, the Iran nuclear weapons of mass destruction. A chapter focuses on the press reports on the world climate problems and how the media is handling Venezuela and its controversial Head of State. Another chapter is an upfront fire on the “liberal press gang” – how the Independent and the Guardian are qualified when they are not called “brilliant fools”.

Thus, the diagnosis is quite bleak. Any therapy to improve the condition of the poor sick journalism or to alleviate its pains? A quite passionate, yet entertaining, book does not set any clear path , but a set of appeals to compassion, awareness, and honest journalism, even with reference to Buddhist monks (a model for guys struggling to make the front page or for chaps concerned more about their career than the betterment of mankind?)––in short, a pleasant read that could, nonetheless, scare the audience away from the media.

Last Updated 3 November, 2009

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L’ECLISSI DEL DOLLARO Formiche Novembre

La conclusione principale del G20 dei Capi di Stato e di Governo, tenuta a Pittsburgh il 24 e 25 settembre, è che ci vorrà molto tempo per dare un abito giuridico alle “nuove regole globali” a cui tanto tiene il Vecchio Continente ma che meno sembrano interessare al Nord America ed ancor meno ai Paesi dell’Asia e dell’America Latina che fanno parte del gruppo: da tetti ai bonus dei maghi della finanza a nuove versioni della “Tobin Tax” (ripudiata, del resto dallo stesso Tobin una dozzina di anni fa) sulle transazioni finanziarie a breve, dare nuove mascelle e nuovi denti ad un Fondo monetario (una volta riformato) a varie forme di lotta alla non meglio definita “speculazione”.
Un saggio ancora inedito di Paul R. Masson e John C. Pattison della Joseph Rotman School of Management intitolato analizza rigorosamente il problema in termini di “teoria dei giochi” e giunge alla conclusione che in un club vasto e diversificato come il G20 è improbabile raggiungere le stesse premesse per un accordo che non sia tanto vago e tanto ambiguo da voler dire poco o nulla. Quindi meglio non perdere tempo e passare ad altro (mentre, per il momento, ciascuna area geo-economica badi a mettere le regole di casa propria in ordine senza troppe ambizioni mondialistiche). D’altronde, lo ha già fatto la stessa Ue, che pur preme per “regole mondiali” con il varo unilaterale, alla vigilia del G20, del nuovo sistema di vigilanza bancaria (imperniato sulla Bce e su nuove authority europee) nel loro continente. Tale mossa è stata un errore tattico poiché rafforza la tesi- sostenuta dagli Stati Uniti da altri Paesi (specialmente gli asiatici) del G20- secondo cui le “rules” dovrebbero essere al massimo regionali – e tra gruppi di Paesi omogenei – e non “global”.
Il vero nodo dell’economia internazionale (alla base della stessa crisi) sono gli squilibri finanziari mondiali. Un percorso per ridurli -afferma un documento del Tesoro Usa, chiamato “i principi di Geithner” quasi a contrapporlo ai “principi de L’Aquila”- è la premessa per” nuove regole”. Il documento non respinge i punti definiti dal G8 in luglio, ma propone una serie di misure per aumentare le “difese” delle istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni) nei confronti di tempeste sui mercati (in sostanza incrementi del capitale e delle riserve). Tende la mano agli europei (al Congresso Usa) in materia di incentivi ai manager (bonus, opzioni convertibili in azioni) . Pone , però, soprattutto l’accento su come ridurre gli squilibri finanziari internazionale, ossia il disavanzo di conti con l’estero Usa e la caduta del valore internazionale del dollaro.
Un lavoro interno al Fmi , scritto da tre italiani (Pietro Cova e Massimiliano Pisani, e Alessandro Rebucci paper n. 09/64) è abbastanza esplicito; è in atto un rallentamento dell’incremento della produttività dei settori non aperti alla concorrenza internazionale (specialmente i servizi) nei Paesi emergenti dell’Asia ed, in parallelo, un aumento del livello di attività finanziarie straniere nelle riserve dei Paesi in questione. Il primo elemento ha inciso sul secondo che, a sua volta, ha avuto effetti importanti sugli Usa e sul resto del mondo. Un anno fa, in termini divulgativi, li ha illustrati Martin Wolf del Financial Times individuando nella strategia asiatica in tema di riserve una delle componenti maggiori della crisi (più importante dei mutui “subprime” per l’acquisto di case negli Usa).
Il leggero apprezzamento del valore internazionale della valuta cinese – si chiedono Ronald McKinnom dell’Università di Stanford e Gunther Schnabl di quella di Lipsia, in un saggio apparso su “China and the World Economy” – non ha avuto alcun impatto di rilievo: “La Cina deve smetterla di cincischiare con il cambio: è venuto il momento di stimolare alla grande l’economia interna e ridurre l’avanzo commerciale”. In uno degli ultimi fascicoli della “Pacific Asia Review”, tre economiste francesi, si domandano se non sia l’Asia ad avere la responsabilità dello squilibrio dei tassi di cambio all’interno del G20: i cinque maggiori Paesi del continente avrebbero tenuto artificialmente bassi i valori internazionali delle loro valute, specialmente dall’inizio del 2006. Sulla “Pacific Economic Review””, uno dei più noti economisti australiani, Rod Tyers, e due suoi allievi, Iain Bain e Yondxiang Bu, forniscono stime di quello che sarebbe dovuto il cambio dello yuan perché la Cina avesse avuto un saldo “normale” della bilancia commerciale. Ha una notevole eco negli Usa (ne ha parlato anche il “New York Times”) un lavoro di uno studioso italiano di storia economica, Antonio Mosconi del C.E.S.I di Torino. Lo studio riguarda la “supremazia mondiale del dollaro 1917-2008” ed avverte che il giorno del giudizio (“l’ultima convulsione internazionale della moneta Usa) sarebbe alle porte : con il 5% della popolazione ed il 20% del pil mondiale, nonché il 50% della spesa pubblica in difesa, gli Usa si sono assuefatti a stampare tra il 65 ed 70% delle riserve valutarie internazionali”. Il dollaro sarebbe davvero bucato. Saremmo alla vigilia di un drastico cambiamento negli equilibri del potere economico mondiale – e non solo.
Per saperne di più
P. Masson, J. Pattison "Financial Regulatory Reform: Using Models of Cooperation to Evaluate Current Prospects for International Agreement" (in corso di pubblicazione)
P. Cova, M. Pisani, A. Rebucci "Global Imbalances: The Role of Emerging Asia" IMF Working Paper No. 09/64

R. McKinnon, G. Schnabl "The Case for Stabilizing China's Exchange Rate: Setting the Stage for Fiscal Expansion" China & World Economy, Vol. 17, Issue 1, pp. 1-32, January-February 2009

Come alleviare la disoccupazione di massa Il Velino 3 novembre

Roma, 4 nov (Velino) - All’ultima tornata di previsioni econometriche (il 31 ottobre), i 20 maggiori istituti internazionali di analisi previsionale – il gruppo chiamato del “consensus” – paiono tracciare un quadro relativamente ottimista: dopo due anni di recessione il tasso di disoccupazione nell’area dell’euro è pari all’8,4% delle forze di lavoro mentre tocca il 10% negli Usa ed il 9,5% in Cina. Nell’Ue a 27, secondo l’Eurostat, il tasso di disoccupazione ha superato, pur se di poco, il 7% delle forze di lavoro. Il contenimento del tasso disoccupazione nell’unione monetaria si deve in gran misura all’Italia in cui coloro che cercano lavoro senza trovarlo sono il 7,4% della forza lavoro. Ciò dipende, in certa misura, dal sistema d’ammortizzatori sociali in vigore nel nostro Paese: con la “cassa integrazione” non si interrompe il rapporto di lavoro e, quindi, i cassaintegrati contano come occupati o comunque come uomini e donne che non sono alla ricerca di lavoro. Il quadro è meno incoraggiante se si guarda al futuro: l’Ocse prevede un tasso di disoccupazione almeno del 10% per i 30 Paesi che fanno parte dell’organizzazione. Due economisti indiani di rango , Ravi Jagannathan e Mudid Kappoor, hanno pubblicato, con Ernst Schaumburg, della Nortwestern University di Chicago, un saggio in cui sottolinea come la crisi finanziaria sia un sintomo, non una determinante, della recessione. Quindi, si rovescia il rapporto di causa ed effetto: non è la finanza a rallentare l’economia reale ma la seconda ed inviare segnali ai mercati. Una ripresa sostenibile – aggiungono – sarà possibile solo una volta risolti i nodi strutturali – primo tra tutti quello dei conti con l’estero Usa.

Questo è un compito di lungo periodo: cosa fare nel frattempo per alleviare il problema, pur senza avere la pretesa di risolverlo? Nello Iza Discussion Paper No. 4455, David Bell e David Blanchflower sostengano che la disoccupazione di massa può essere ben peggiore di quanto ci si aspetti oggi anche a ragione del moltiplicatore di disoccupazione che scatta in un mondo interdipendente (concetto relativamente nuovo coniato in università tedesche ed austriache, un’area dove il fenomeno morde già molto).Le idee di Bell e Blanchflower collimano con quelle delineate da Pierella Pac i, Ana Revenga, e Bob Rijkers in un lavoro in corso di pubblicazione da pare della Banca Mondiale ( "Coping with Crises: Why and How to Protect Employment and Earnings" World Bank Policy Research Working Paper No. 5094 ). In base all’esperienza di crisi precedenti di questa portata, lo studio afferma che “un atteggiamento miope e reattivo minaccia di essere controproducente: occorre invece un sistema automatico di protezione sociale e di reti di sicurezza”. Altrimenti, c’è il rischio di innescare “social unrest”, quale quello che si è già toccato con mano in Francia e Germania (per restare nell’Unione monetaria e senza tenere conto, per mancanza d’informazione, di quanto sta avvenendo in Cina dove i senza lavoro assommano, secondo stime della Banca Mondiale, a 150 milioni); lo sottolineano Oded Stark , Walter Hyll, e Doris Behrens, ancora tre accademici tedeschi ed austriaci – delle Università di Bonn e Klagenfurt. Segnale che là è dove le sofferenze sono maggiori.



Che conclusioni trarre da queste analisi? All’interno dello stesso schieramento di Governo c’è chi sostiene che abbiamo il più efficace sistema di ammortizzatori sociali e chi, invece, difende la tesi opposta. E’ utile, ed urgente, aprire una riflessione prima che il fantasma del “social unrest” si aggiri anche da noi.

(Giuseppe Pennisi) 4 nov 2009 09:02

lunedì 2 novembre 2009

- Opera, in un libro tutti i peccati del moraleggiante Wagner, Il Velino 2 Novembre

CLT - Opera, in un libro tutti i peccati del moraleggiante Wagner

Opera, in un libro tutti i peccati del moraleggiante Wagner
Roma, 2 nov (Velino) - Chi queste sere va al Teatro dell’Opera di Roma per il “Tannhäuser” di Richard Wagner, ascolta un apologo edificante in cui nel conflitto tra il Male (l’eros peccaminoso di Venere) e il Bene (la purezza della casta Elisabetta d’Ungheria) vince alla grande la virtù. Ed esce dal teatro, dopo quattro di spettacolo (intervalli compresi) pensando che il saggio Wagner, autore del testo e della musica, fosse un moralista tutto d’un pezzo nella complicata Germania del Romanticismo. Non solo. Ma un moralista che aborriva il peccato carnale (le orge nella montagna di Venere) ed esaltava la virtù e la purezza di Elisabetta d’Ungheria, morta vergine per il dolore di non riuscire a riscattare il suo amato e traviato cavalier-menestrello e portarlo alla redenzione.

Un saggio di Vincenzo Ramon Bisogni, “Richard Wagner- Das Rheingeld, un fiume di denaro” (Zecchini Editore), appena arrivato in libreria, documenta che questa lettura, su cui è impostata la regia dello spettacolo, non è errata ma erratissima. Il volume ha il pregio di essere facilmente leggibile (150 pagine) rispetto alla smisurate biografie su Wagner: quella di Ernest Neuman, tradotta in varie lingue e considerata il testo di riferimento da tutti gli studiosi del compositore, consta di sei volumi è di circa tremila pagine. Ha anche il vantaggio di essere scorrevole e di trattare, come un’inchiesta giornalistica, il “fiume di denaro” che accompagnava il “fiume di peccati” del buon Richard: un precursore, per molti aspetti, di D’Annunzio che amava fornicare nel lusso quasi che avesse esigenza di broccati e velluti di classe per godere i piaceri dell’amore.

Nel 1860, quando Wagner approntò l’edizione parigina del “Tannhäuser” (quella in scena a Roma), era un vero immoralista, molto diverso dal giovanotto trentenne, luterano di ferro, che tre lustri prima aveva composto la stessa opera per la rigorosa e puritana Corte di Sassonia. Nel ‘60 aveva abbandonato la moglie Minna, dopo averla tradita con varie ninfette e “veline” d’epoca, stava per portare via la moglie al proprio benefattore (l’industriale tessile svizzero Wesendock), aveva un ménage à trois con Cosima Litz e il di lei marito (il suo direttore d’orchestra favorito Hans von Bülow), anzi à quatre, perché nel letto di Cosima finiva spesso l’allora giovanissimo Hermann Levi, il quale qualche anno più tardi, dopo un “ben servito” a von Bülow, ne avrebbe preso il posto come direttore d’orchestra favorito di casa Wagner. Il tutto accompagnato da un fiume inarrestabile di denaro, proveniente dai suoi benefattori. E’ un mistero come avesse tanto fascino un ometto altro meno di un metro e sessanta e perennemente squattrinato. Sarebbe tornato a Lutero, mettendolo anzi in salsa buddista, negli ultimi anni della propria esistenza terrena e lasciando come suo ultimo lavoro una “sacra rappresentazione” ispirata alle letture più rigorose dei Vangeli, specialmente di quelli apocrifi.

(Hans Sachs) 2 nov 2009 10:56


02 nov 13:49 - POL - Il Cav.: La m