Qualche proposta per non perdere un patrimonio nazionale
Cooperazione e competizione
per salvare la musica
di Giuseppe Pennisi Tre preghiere non previste dalla liturgia chiudono la “Grande Messe Solennelle de Sainte Cécile” di Charles Gounod – una vera rarità per il panorama musicale italiano – ascoltata a Perugia al Teatro Morlacchi la sera del 25 settembre, a chiusura della Sagra Musicale Umbra, in un’esecuzione concertata da Michel Tabachnick alla guida del Noord Nederlands Orkest und Choor: la prima è “Pour la République”, la seconda “Pour l’Armée”, la terza “Pour la Nation”. Le tre preghiere danno il senso di quanto “la République”, “l’Armée” e “la Nation” siano centrali alla sensibilità dei nostri vicini francesi.
Questo magazine si occupa di riflessione politica, non di critica musicale. La Sagra Musicale Umbra ce ne fornisce un’occasione tanto più puntuale, in quanto è ormai imminente la riforma del Fondo unico per lo spettacolo (Fus), il principale strumento di politica musicale esistente in Italia. La manifestazione, nata nel lontano 1937 (è la più antica, con il Maggio Musicale, tra i festival italiani) è giunta alla 64esima edizione. È anche dedicata da sempre “alla musica dello spirito”, da intendersi in un senso più ampio di semplice “musica di Chiesa”. Nei suoi 67 anni, il festival ha spesso ospitato prime rappresentazioni, per l’Italia, di composizioni ispirate a religioni non-cattoliche e non-cristiane, o anche laiche pur se rivolte all’Alto.In questa edizione, opere di Georg Friedrich Haendel e Joseph Haydn (in occasione della ricorrenza dei 250 anni dalla morte del primo e dei 200 anni da quella del secondo) e chicche di Purcell e Alessandro Scarlatti vengono giustapposte al Novecento “storico” di Benjamin Britten e alla contemporaneità di Ivan Fedele, Sofia Gubaidulina, Salvatore Sciarrino, Arvo Pärt e Marco Momi, tutti con composizioni in qualche modo correlate a Santa Cecilia. Altri appuntamenti importanti, quelli con Soeur Marie Keyrouz e il suo Ensemble de la Paix per la prima volta a Perugia e alla Sagra, così come quelli con I Barocchisti diretti da Diego Fasolis, I Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e l’Ensemble Epoca Barocca; mentre ritornano, sempre molto festeggiati, i Neue Vocalsolisten Stuttgart e Filippo Maria Bressan alla guida della Camerata Strumentale “Città di Prato” e del Coro Voxonus.La Sagra è iniziata al Teatro Morlacchi di Perugia il 12 settembre con l’esecuzione dell’oratorio Le Stagioni di Haydn, un grande affresco corale, diretto da Enoch zu Guttenberg alla guida dei Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e del Chorgemeinschaft Neubeuern. Solisti, il soprano Carolina Ullrich, il tenore Jörg Dürmüller e il basso York Felix Speer. Anche la chiusura è avvenuta al Teatro Morlacchi, con l’esecuzione – come si è detto – della sontuosa Messa Solenne di Santa Cecilia di Charles Gounod. Due appuntamenti importanti per chi ama la musica contemporanea: il concerto, nel Museo di San Francesco a Montefalco, del gruppo Kamerinis Koras Brevis di Vilnius con l’Hymn to St. Cecilia di Britten e quello a Torgiano, nella Chiesa di San Bartolomeo, con Ullrike Brand al violoncello, Margit Kernalla bayan-fisarmonica e Roberta Cortese come voce recitante di due composizioni di Sofia Gubaidulina: In Croce per violoncello e fisarmonica e i Dieci preludi per violoncello solo, che accompagnano la recita di Paese senza parole di Dea Loher.
In breve, 16 concerti (di grandi complessi internazionali) in 15 città con grande partecipazione del pubblico locale. Non solo. Il Sovrintende del Festival di Salisburgo, Jürgen Flim, è stato letteralmente scovato dal direttore artistico tra il pubblico pagante in sala; era venuto per scoprire quali chicche invitare l’anno prossimo alla maggiore manifestazione musicale austriaca. Non si sono visti Sovrintendenti delle maggiori istituzioni musicali italiani, in tutt’altre faccende affaccendati.
Di queste faccende, la più importante è il Fus. Da alcuni anni, la dotazione del Fondo diminuisce (anche e soprattutto a ragione delle implicazioni sulla finanza pubblica della bassa crescita economica, prima, e della recessione, poi), mentre il numero dei soggetti beneficiari (alcuni per contributi di 10mila euro l’anno!) aumenta; il risultato è la polverizzazione a pioggia degli stanziamenti.
L’urgenza della riforma non vuole dire che si debba trattare di un riassetto frettoloso e definito senza un’adeguata consultazione con esponenti ed esperti del settore. Sarebbe auspicabile che la tematica non venisse affrontata unicamente da un gruppo molto ristretto di dirigenti ministeriali e di giuristi. Sarebbe auspicale che la materia venisse discussa, piuttosto, in seno al Consiglio superiore dei Beni culturali per avere il parere di esperti di altre discipline. Sono da incoraggiare, in questo senso, iniziative come quella dell’Istituto Bruno Leoni che il primo ottobre a Milano ha indetto un seminario per esaminare una “success story” romana e le lezioni di politica legislativa che se ne possono apprendere. Altra “success story” è la Sagra Umbra che con un budget totale di 250mila euro e un contributo Fus di 110mila euro, riesce a essere una delle manifestazioni più note nel mondo musicale europeo (anche se scarsamente apprezzata in certi ambienti italiani, forse perché sullo “spirito” e sull’anno di nascita si vuole gettare una coltre d’oblio).
Quali che siano le specifiche, la metà del Fus è da anni a supporto delle fondazioni liriche. Sono un notorio melomane dall’età di dodici anni, e ho espresso in tempi non sospetti serie perplessità sulla normativa alla base dell’attuale assetto (la legge Veltroni) quando è stata varata circa 13 anni fa. Ne ho preannunciato gli ultimi sviluppi, in un breve saggio pubblicato sul periodico Musica nella primavera 2006. Quindi, nulla di nuovo sotto il sole. La diagnosi resta immutata: in un paese dove non si fa politica della cultura musicale da circa settant’anni, le fondazioni liriche (di diritto privato) sono in uno stato comatoso: sono necessariamente fragili (prive di un “sottostante” strato culturale che dia loro un forte supporto pubblico) e sono travolte dalla più piccola crisi dei conti pubblici, anche di origine internazionale.
A fronte di una diagnosi essenzialmente immutata, del commissariamento di quattro fondazioni su tredici (e del probabile commissariamento di una quinta), di manifestazioni e scioperi , le soluzioni non possono non tenere conto del “morbo di Baumol” (dal nome dell’economista, William Baumol, che negli anni Sessanta ha scritto un fondamentale trattato sul settore): in un mondo in rapido progresso tecnologico, senza supporto pubblico (tramite sovvenzioni o sgravi tributari adeguati alle elargizioni filantropiche) la lirica muore (i teatri tedeschi hanno sovvenzioni che coprono mediamente il 90% dei costi e sono sempre pieni grazie a un “sottostante” diffuso, popolare ed attivo). Per l’Italia, dove 400 anni fa è nato il teatro in musica, ciò vuol dire una perdita pesante di patrimonio nazionale. In sintesi, le soluzioni possibili sono le seguenti:
Una revisione drastica della normativa sulle fondazione che comporti un ripensamento del loro status giuridico e una riduzione del loro numero (eliminandone un paio o per eccessiva contiguità territoriale con altre o perché hanno masse artistiche- orchestra, coro- qualitativamente al di sotto della media di buoni teatri europei) e introducendo maggior supporto ad altre iniziative originali, meritevoli e di alta qualità.Imporre per legge una gestione delle fondazioni restanti basata sul binomio cooperazione-competitizione. Cooperazione vuole dire dare vita a un cartellone nazionale con forti risparmi negli allestimenti e nei cachet degli artisti ed evitare che ciascuna fondazione miri a stagioni simili a mini-festival autoreferenziali. Competizione vuole dire premiare le fondazioni che, in base ai risultati di biglietteria e le valutazioni tecniche di una commissione internazionale, sappiano coniugare consuntivi in pareggio e alta qualità. Non dovrebbe succedere che uno dei più applauditi spettacoli di questa estate abbia avuto un budget di 25mila euro (e due sole rappresentazioni) e uno dei più fischiati sia costato 3 milioni di euro (per quattro rappresentazioni). Introdurre regolazione analoga a quella in atto al Metropolitan di New York e nei maggiori teatri austriaci e tedeschi per calmierare cachet e costi di produzione. Mettere in atto sia una rigorosa valutazione della qualità, sia il principio del “matching grant”, in base al quale il supporto pubblico deve essere correlato a quanto la fondazione musicale riesce a ottenere dagli sponsor e dal mercato.
30 settembre 2009
mercoledì 30 settembre 2009
Qualche proposta per non perdere un patrimonio nazionale Cooperazione e competizione per salvare la musica Ffwebmagazine del 30 settembre
martedì 29 settembre 2009
A MILANO LA CAPITALE SUONA IN TRASFERTA Il Tempo 29 settembre
Giuseppe Pennisi
A Piazza Castello 23 , a pochi passi da Palazzo Mezzanotte (sede della Borsa), ossia nel cuore stesso della City della capitale della Lombardia, il primo ottobre alle 10,30 musicisti, musicologi, sovrintendenti di teatri, economisti, manager pubblici e dirigenti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si riuniscono per riflettere su come un’iniezione di privato può migliorare qualità ed offerta della “musa bizzarra e altera”, la lirica e la grande sinfonica.
Ad organizzare il seminario è l’Istituto Bruno Leoni (IBL)– la roccaforte del liberismo italiano. Già alcuni anni fa, l’IBL ha organizzato un seminario analogo su come migliorare l’efficienza interna e la valorizzazione delle fondazioni lirico sinfoniche sulla base di uno studio successivamente pubblicato dell’Istituto ed apparso, in una versione sintetica, anche sulla più antica e più prestigiosa rivista del settore.
La novità è che questa volta viene studiata un’esperienza precisa: quella della Orchestra Sinfonica di Roma, unica orchestra a grande organico totalmente privata, sostenuta dalla Fondazione Roma e che, guidata dal suo direttore musicale Francesco La Vecchia (anche principale direttore ospite dei Berliner Symphoniker) ha, all’auditorium di via della Conciliazione, una stagione di 30 concerti l’anno ed un ricco programma di tournées all’estero. Il mondo milanese della cultura e della finanza viene, questa volta, ad ascoltare, da La Vecchia, come nell’Italia dei sussidi è avvenuto questo mini-miracolo.
Sullo sfondo, dato il momento politico ed economico, c’è anche la riforma del Fondo Unico per lo Spettacolo (ampiamente trattata su Il Tempo del 20 settembre): Come incoraggiare la partecipazione dei privati tramite incentivi tributari in linea con le indicazioni europee (e con il resto del mondo)? Come privilegiare enti e fondazioni in grado di ottenere, sul mercato, finanziamenti privati? Quali criteri utilizzare per valutare gli investimenti in attività culturali e sostenere i più meritevoli? Come contenere i costi (che in certi comparti in Italia sono il doppio della media europea?
L’IBL ha predisposto un documento di riflessione per agevolare la discussione tra i partecipanti.
E’ possibile che dal seminario esca un libro e che questa sia la prima di altre iniziative in sede Agis e Anfols
L
A Piazza Castello 23 , a pochi passi da Palazzo Mezzanotte (sede della Borsa), ossia nel cuore stesso della City della capitale della Lombardia, il primo ottobre alle 10,30 musicisti, musicologi, sovrintendenti di teatri, economisti, manager pubblici e dirigenti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si riuniscono per riflettere su come un’iniezione di privato può migliorare qualità ed offerta della “musa bizzarra e altera”, la lirica e la grande sinfonica.
Ad organizzare il seminario è l’Istituto Bruno Leoni (IBL)– la roccaforte del liberismo italiano. Già alcuni anni fa, l’IBL ha organizzato un seminario analogo su come migliorare l’efficienza interna e la valorizzazione delle fondazioni lirico sinfoniche sulla base di uno studio successivamente pubblicato dell’Istituto ed apparso, in una versione sintetica, anche sulla più antica e più prestigiosa rivista del settore.
La novità è che questa volta viene studiata un’esperienza precisa: quella della Orchestra Sinfonica di Roma, unica orchestra a grande organico totalmente privata, sostenuta dalla Fondazione Roma e che, guidata dal suo direttore musicale Francesco La Vecchia (anche principale direttore ospite dei Berliner Symphoniker) ha, all’auditorium di via della Conciliazione, una stagione di 30 concerti l’anno ed un ricco programma di tournées all’estero. Il mondo milanese della cultura e della finanza viene, questa volta, ad ascoltare, da La Vecchia, come nell’Italia dei sussidi è avvenuto questo mini-miracolo.
Sullo sfondo, dato il momento politico ed economico, c’è anche la riforma del Fondo Unico per lo Spettacolo (ampiamente trattata su Il Tempo del 20 settembre): Come incoraggiare la partecipazione dei privati tramite incentivi tributari in linea con le indicazioni europee (e con il resto del mondo)? Come privilegiare enti e fondazioni in grado di ottenere, sul mercato, finanziamenti privati? Quali criteri utilizzare per valutare gli investimenti in attività culturali e sostenere i più meritevoli? Come contenere i costi (che in certi comparti in Italia sono il doppio della media europea?
L’IBL ha predisposto un documento di riflessione per agevolare la discussione tra i partecipanti.
E’ possibile che dal seminario esca un libro e che questa sia la prima di altre iniziative in sede Agis e Anfols
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lunedì 28 settembre 2009
CASA SCELSI, IL SALOTTO DELLA CITTA’-CHE-PENSA Il Tempo 28 settembre
A Washington, i “giovani leoni” dell’Amministrazione Obama hanno ripreso e rafforzato una prassi in disuso ai tempi di G.W. Bush: per i corteggiamenti di potenziale partner colto si va ai concerti della Phillips Collection – museo privato di pittura contemporanea. Si accede unicamente per invito. abbigliamento casual ma atmosfera raffinatissima (seguita da cena nei ristoranti chic attorno a Dupont Circle).
A Roma, per finalità analoghe – oltre per ascoltare lo sperimentalismo più squisito- si va alla Fondazione Scelsi a Via di San Teodoro 8: concerti unicamente per invito (martedì 29 alle 18 Giorgio van Straten , Guido Barbieri e Francesco Dillon presentano i “quattro pezzi per orchestra ciascuno su una nota sola),; per essere invitati, occorre iscriversi a www.scelsi.it .; il salotto di casa Scelsi e non contiene più di 40 persone. C’è spesso un aperitivo sulla terrazza con vista mozzafiato sul Palatino. Si incrocia la Roma-che-pensa (in rigoroso casual).
Giacinto Scelsi, nato nel 1905 a La Spezia 1905 e morto a Roma nel 1988, è stato un ricco “dandy” ed ha attraversato il Novecento, diventando notissimo all’estero nel mondo della musica e delle arti figurative – nel 2007 a Salisburgo gli hanno dedicato un intero festival. La sua musica ha influenzato intere generazioni in tutto il mondo.. Nel corso della sua vita ha partecipato intensamente alle tempeste -artistiche e culturali del proprio tempo, legandosi a figure come Jean Cocteau, Henri Michaux, Virginia Woolf, Walter Klein e grandi interpreti quali Nikita Magaloff e Pierre Monteux. Una delle sue prime composizioni Rotativa, in prima mondiale nella Sala Pleyel a Parigi, diretta da Monteux, il 21 dicembre 1931, lo impose all’attenzione internazionale
Una curiosità: nell’autunno del 1947, l’allora ventottenne Giulio Andreotti gli scrisse, a mano, una lettera d’apprezzamento- ora è disponibile nell’archivio della sua casa.
A Roma, per finalità analoghe – oltre per ascoltare lo sperimentalismo più squisito- si va alla Fondazione Scelsi a Via di San Teodoro 8: concerti unicamente per invito (martedì 29 alle 18 Giorgio van Straten , Guido Barbieri e Francesco Dillon presentano i “quattro pezzi per orchestra ciascuno su una nota sola),; per essere invitati, occorre iscriversi a www.scelsi.it .; il salotto di casa Scelsi e non contiene più di 40 persone. C’è spesso un aperitivo sulla terrazza con vista mozzafiato sul Palatino. Si incrocia la Roma-che-pensa (in rigoroso casual).
Giacinto Scelsi, nato nel 1905 a La Spezia 1905 e morto a Roma nel 1988, è stato un ricco “dandy” ed ha attraversato il Novecento, diventando notissimo all’estero nel mondo della musica e delle arti figurative – nel 2007 a Salisburgo gli hanno dedicato un intero festival. La sua musica ha influenzato intere generazioni in tutto il mondo.. Nel corso della sua vita ha partecipato intensamente alle tempeste -artistiche e culturali del proprio tempo, legandosi a figure come Jean Cocteau, Henri Michaux, Virginia Woolf, Walter Klein e grandi interpreti quali Nikita Magaloff e Pierre Monteux. Una delle sue prime composizioni Rotativa, in prima mondiale nella Sala Pleyel a Parigi, diretta da Monteux, il 21 dicembre 1931, lo impose all’attenzione internazionale
Una curiosità: nell’autunno del 1947, l’allora ventottenne Giulio Andreotti gli scrisse, a mano, una lettera d’apprezzamento- ora è disponibile nell’archivio della sua casa.
CLT - Musica, tradotto in italiano l’epistolario di Mendelssohn Il Velino 28 settembre
Roma, 28 set (Velino) - Cade quest’anno il bicentenario della nascita di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847). Del compositore tedesco se ne è parlato nel novembre scorso quando, mentre le maestranze della Scala minacciavano di fare saltare il “Don Carlos” inaugurale (forse avrebbero fatto meglio ad attuare la loro minaccia…), l’Accademia di Santa Cecilia gli ha dedicato un mini-festival in cui, accanto all’esecuzione di sinfonie molto ascoltate, ha presentato il grandioso oratorio “Elias”, una vera e propria opera di grande portata. Mendelssohn Bartholdy ha poco frequentato il campo del teatro in musica, se non si considerano tali i due grandi oratori (“Paulus” ed “Elias”) e le musiche di scena per rappresentazioni teatrali, la più nota delle quali è la marcia nuziale del “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, una delle marce più frequentemente suonate in occasione di matrimoni.
Arriva in questi giorni in libreria un volume davvero straordinario, nel senso etimologico del termine: “Felix Mendelssohn Bartholdy ‘Tendere alla perfezione’. Lettere scelte e documenti” (Zecchini Editore). Il testo curato dal musicologo Claudio Bolzan è di grande importanza (se ne auspicano traduzioni in inglese e tedesco da parte di editori con reti di distribuzione internazionali) poiché nei suoi 38 anni di vita piuttosto convenzionale, se raffrontata con quella di altri musicisti tedeschi, Mendelssohn fu a pieno titolo uno dei maggiori autori del romanticismo, nonché un grande maestro concertatore e pianista. Ma, sempre a differenza di altri romantici della Germania, non lasciò nessun trattato di poetica musicale. Eppure, un trattato esiste annidato nelle sei-settemila lettere: un epistolario intrapreso a partire dal 1816, “un’attività che non deve essere considerata episodica o comunque secondaria rispetto a quella organizzativa”, scrive acutamente Bolzan. Era un impegno che occupava Mendelssohn diverse ore della giornata in quanto, specialmente in quelle ai suoi editori, agli organizzatori del Festival del Basso Reno, ai poeti e ad altri compositori, possiamo trovare quella che sarebbe potuta essere la prima bozza di un trattato di musica romantica.
L’epistolario integrale non è mai stato pubblicato tradotto in italiano. Due principalmente le ragioni: i musicologi specialisti del periodo e dell’autore hanno, in genere, dimestichezza con la lingua tedesca; un Himalaya di corrispondenza come quella lasciata dal compositore avrebbe scoraggiato il più semplice lettore colto ed appassionato di musica dall’accostarsi al volume. Dalla selezione compiuta da Bolzan emerge non solo un ritratto di Mendelssohn e della complessa psicologia, ma anche la sua personale visione di dove stesse andando la musica in quel periodo. In particolare il pericolo dell’allontanamento da quell’equilibrio e da quella perfezione, da lui considerati come ideale da perseguire.
(Hans Sachs) 28 set 2009 10:05
Arriva in questi giorni in libreria un volume davvero straordinario, nel senso etimologico del termine: “Felix Mendelssohn Bartholdy ‘Tendere alla perfezione’. Lettere scelte e documenti” (Zecchini Editore). Il testo curato dal musicologo Claudio Bolzan è di grande importanza (se ne auspicano traduzioni in inglese e tedesco da parte di editori con reti di distribuzione internazionali) poiché nei suoi 38 anni di vita piuttosto convenzionale, se raffrontata con quella di altri musicisti tedeschi, Mendelssohn fu a pieno titolo uno dei maggiori autori del romanticismo, nonché un grande maestro concertatore e pianista. Ma, sempre a differenza di altri romantici della Germania, non lasciò nessun trattato di poetica musicale. Eppure, un trattato esiste annidato nelle sei-settemila lettere: un epistolario intrapreso a partire dal 1816, “un’attività che non deve essere considerata episodica o comunque secondaria rispetto a quella organizzativa”, scrive acutamente Bolzan. Era un impegno che occupava Mendelssohn diverse ore della giornata in quanto, specialmente in quelle ai suoi editori, agli organizzatori del Festival del Basso Reno, ai poeti e ad altri compositori, possiamo trovare quella che sarebbe potuta essere la prima bozza di un trattato di musica romantica.
L’epistolario integrale non è mai stato pubblicato tradotto in italiano. Due principalmente le ragioni: i musicologi specialisti del periodo e dell’autore hanno, in genere, dimestichezza con la lingua tedesca; un Himalaya di corrispondenza come quella lasciata dal compositore avrebbe scoraggiato il più semplice lettore colto ed appassionato di musica dall’accostarsi al volume. Dalla selezione compiuta da Bolzan emerge non solo un ritratto di Mendelssohn e della complessa psicologia, ma anche la sua personale visione di dove stesse andando la musica in quel periodo. In particolare il pericolo dell’allontanamento da quell’equilibrio e da quella perfezione, da lui considerati come ideale da perseguire.
(Hans Sachs) 28 set 2009 10:05
domenica 27 settembre 2009
IL FLAUTO MULTIETNICO ONORA O OFFENDE MOZART? Milano Finanza 26 settembre
L’attesa “prima” italiana del “Flauto Magico” (rielaborato dall’Orchestra di Piazza Vittorio) ha avuto luogo il 23 settembre a Roma a conclusione del Festival del Bel Canto dell’Accademia di Santa Cecilia ed ad inaugurazione dellaa XXIV edizione del RomaEuropa Festival- da cui è prodotto. Da Roma andrà a Napoli ed in Emilia (inaugura la stagione lirica dei Teatri di Reggio), per poi viaggiare in Francia in gennaio, continuare la tournée in Italia, arrivando forse a New York.
Dell’opera di Mozart l’azione è semplificata e la partitura riscritta (con interventi jazz, pop, rock, raggae e quant’altro). Violini e contrabbassi sono affiancati da batteria, combas, sax, dijembe e strumenti afro-cubani. Le voci, provenienti da vari continenti, rispecchiano abbastanza bene l’originale. Da un lato, si può dire che questo è ciò che i viennesi videro ed ascoltarono il 30 settembre 1791 al Theater auf der Wieden : un musical in cui l’impresario era anche uno dei protagonisti e canzonette, lazzi e frizzi si intercalavano a musica “colta”. Da un altro lato, si può deprecare il sacrilegio dell’originale mozartiano. Da un terzo punto di vista, l’operazione può venire letta come un modo per avvicinare al teatro in musica “colto” un pubblico nuovo e compiere un esperimento di integrazione inter-etnica . Lo spettacolo è piacevole non scivola mai nel volgare ed ha alcune voci di grande pregio (Pietra Magoni nel ruolo della Regina della Notte e Silvie Lewis in quello di Pamina). Divertente l’africano Pap nel ruolo di Papageno. Accattivanti le scene e le animazioni. Il pubblico ha risposto con vero entusiamo.
Dell’opera di Mozart l’azione è semplificata e la partitura riscritta (con interventi jazz, pop, rock, raggae e quant’altro). Violini e contrabbassi sono affiancati da batteria, combas, sax, dijembe e strumenti afro-cubani. Le voci, provenienti da vari continenti, rispecchiano abbastanza bene l’originale. Da un lato, si può dire che questo è ciò che i viennesi videro ed ascoltarono il 30 settembre 1791 al Theater auf der Wieden : un musical in cui l’impresario era anche uno dei protagonisti e canzonette, lazzi e frizzi si intercalavano a musica “colta”. Da un altro lato, si può deprecare il sacrilegio dell’originale mozartiano. Da un terzo punto di vista, l’operazione può venire letta come un modo per avvicinare al teatro in musica “colto” un pubblico nuovo e compiere un esperimento di integrazione inter-etnica . Lo spettacolo è piacevole non scivola mai nel volgare ed ha alcune voci di grande pregio (Pietra Magoni nel ruolo della Regina della Notte e Silvie Lewis in quello di Pamina). Divertente l’africano Pap nel ruolo di Papageno. Accattivanti le scene e le animazioni. Il pubblico ha risposto con vero entusiamo.
sabato 26 settembre 2009
PECCARE PER CRESCERE Il Tempo 26 settembre
L’aggiustamento contemplato nella finanziaria e la ripresa dei nostri partner commerciali ci aiuteranno a crescere? Oppure torneremo ai tassi anemici degli ultimi 15 anni che ci riporteranno soltanto nel 2014 ai livelli di pil ed occupazione raggiunti nel 2007? Mentre alcuni economisti si scervellano su queste domande, altri si domandano se non solamente si debba consumare di più ma anche incoraggiare quei consumi di solito associati al vizio e ritenuti “disdicevoli” – tabacco, alcol , gioco d’azzardo. Julie Salaber , una simpatica docente di finanza all’Università di Bath, lo sostiene nonostante la sua foto (sul sito dell’ateneo) assomigli a quella di una suffragetta – tipo “Maggiore Barbara” di J.B. Shaw o Sister Sarah di “Bulli e Pupe” ( attraenti, ma severe). Julie ha analizzato il mercato azionario Usa in tempi di recessione e ne ha concluso che le “azioni del peccato” (ossia quelle di aziende che producono sigarette, liquori pesanti e giochi d’azzardo) vanno meglio della media del mercato; dato che ciò avviene pure in tempi di vacche grasse, la Prof.ssa Salaber conclude che a) chi opera in investimenti “socialmente responsabili” perde denaro , b) il peccato fa male a chi lo commette ma, in certe circostanze, può far bene alla società.
C’è anche di più , un’analisi delle prestigiose università di Yale e di Duke (negli Stati Uniti) dimostra che i disdicevoli consumi del vizio (principalmente il bere superalcolici) resistono a prezzi ed a imposte indirette. Tassarli porta gettito all’erario ma non li frena. Neanche in tempo di crisi. Anzi ne fa una solida realtà su cui costruire la ripresa.
C’è anche di più , un’analisi delle prestigiose università di Yale e di Duke (negli Stati Uniti) dimostra che i disdicevoli consumi del vizio (principalmente il bere superalcolici) resistono a prezzi ed a imposte indirette. Tassarli porta gettito all’erario ma non li frena. Neanche in tempo di crisi. Anzi ne fa una solida realtà su cui costruire la ripresa.
LA LEZIONE DI VERDI DIMOSTRA CHE AL TEATRO ITALIANO SERVE UNA SVOLTA LIBERISTA, Il Foglio 26 settembre
Gianandrea Gavazzeni era non solo un musicista, un musicologo ed un superbo direttore d’orchestra (raffrontate il suo “Simon Boccanegra” in cd con la tanto celebrata edizione di Abbado) ma soprattutto un uomo di buon senso. Amava ripetere che Verdi viene celebrato tutte le sere di ciascun anno in molteplici teatri dei cinque continenti; a fronte di questo festival ininterrotto ormai da più di 150 anni, cosa può fare un Festival con la “F” maiuscola intitolato al Maestro di Busseto? Per questa ragione, aggiungeva, i numerosi tentativi di organizzare, a Parma e dintorni, il “Festival Verdi” con la “F” maiuscola non hanno mai avuto un grande esito. Occorre ammettere che da quando Mauro Meli (sovrintendente) e Yuri Termikanov (direttore musicale) sono alla guida del Teatro Regio si è cercato di dare una sferzata e di fare diventare Parma “capitale europea della musica”. Meli viene dalla guida di Ferrara Musica, il Lirico di Cagliari e la Scala, Termikanov da quella della Filarmonica di San Pietroburgo. Hanno tracciato un programma mirato a mettere in scena tutte e 27 le opere di Verdi in edizioni “esemplari” entro il 2013 (secondo centenario dalla nascita del compositore) quando verrebbero varate in un cofanetto di DvD da diffondere in tutto il mondo all’insegna di un “made in Parma” che per molti vorrebbe dire “made in Verdi”.
Un progetto del genere comporta naturalmente collaborazioni internazionali, tournée e supporto pubblico e privato. Richiede anche una certa “esclusiva” (come i marchi Chanel e Yves St Laurent). Tale “esclusiva” è l’opposto del festival continuo evocato da Gavazzeni. L’attuazione del progetto è iniziata circa cinque anni fa. Le collaborazioni internazionali e le tournée non sono mancate. Il supporto locale è stato vivace e, dall’amministrazione centrale dello Stato, l’Arcus (la Spa del Mef , Ministero dell’Economia e delle Finanze, e del Mibac, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, per il sostegno della cultura) ha concesso un finanziamento straordinario (che, all’epoca, ha irritato Sovrintendenti di altri teatri). La crisi economica e finanziaria internazionale, però, ha colpito le entrate dell’erario; ne hanno sofferto, quindi, i fondi per lo spettacolo, la stessa Arcus si trova a corto di risorse e gli sponsor locali fanno fatica a vendere i loro prodotti (meccanica, agro-alimentare). Il “Festival” con la “F” maiuscola è in calendario dal primo al 28 ottobre, ma ha due sole opere complete in cartellone (“I Due Foscari” e “Nabucco”), molte in versione Bignami e concerti. Busseto è irritata perché, per la prima volta in decenni, il suo delizioso teatrino non ospita un’opera. Inoltre, “I Due Foscari” è un allestimento già visto a Bilbao e Trieste; “Nabucco” arriva in una produzione che gira di dieci anni e nel 2008 ha fatto tappa a Reggio Emilia. Protagonista di ambedue i lavori , il quasi settantenne Leo Nucci. Si parla di “Festival Nucci”, piuttosto che di “Festival Verdi”. La “F” con la maiuscola ha il sapore un po’ beffardo del titolo di una commedia di Edoardo, Peppino e Titina (De Filippo).
Come se ciò non bastasse , dal 3 al 16 ottobre al Teatro Comunale di Firenze è in corso un contro-festival: le tre opere “popolari” (“Rigoletto”, “Trovatore”, “Traviata”) presentate in repertorio – in tre giorni si vedono tutte e tre. Affidate ad unico regista (Franco Ripa di Meana), noto per allestimenti a basso costo ma densi di idee, schierano tre maestri concertatori di rango (Stefano Ranzani, Massimo Zanetti, Andrea Callegari), un cast internazionale di livello (Alberto Gazale, Desirée Rancatore, Stuart Neill, Kristine Lewis, Andrea Rost, Franco Vassallo, Saimur Pirgu) e prezzi popolari (dai 50 ai 20 euro). Infine, il colpo basso: l’intera intrapresa viene portata a Reggio Emilia, in terra verdiana, nell’elegante Teatro Romolo Valli.
Gavazzeni certamente, dall’Alto, sorride con quella ironia che lo ha sempre connaturato. Si pongono, però, questioni di politica musicale, di come si declina il coordinamento-competizione tra chi abbraccia “la musa bizzarra e altera”, la musica lirica. Le sedi per coordinarsi e massimizzare i benefici da una spesa sempre più ristretta. Il primo ottobre se ne parlerà, a Milano, in un seminario all’Istituto Bruno Leoni. E’ da augurarsi che sia l’inizio di un dibattito serio tra chi ama la musa bizzarra e altera ma è cosciente dei vincoli finanziari. E dell’improrogabile riforma del Fondo unico per lo spettacolo (Fus).
Un progetto del genere comporta naturalmente collaborazioni internazionali, tournée e supporto pubblico e privato. Richiede anche una certa “esclusiva” (come i marchi Chanel e Yves St Laurent). Tale “esclusiva” è l’opposto del festival continuo evocato da Gavazzeni. L’attuazione del progetto è iniziata circa cinque anni fa. Le collaborazioni internazionali e le tournée non sono mancate. Il supporto locale è stato vivace e, dall’amministrazione centrale dello Stato, l’Arcus (la Spa del Mef , Ministero dell’Economia e delle Finanze, e del Mibac, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, per il sostegno della cultura) ha concesso un finanziamento straordinario (che, all’epoca, ha irritato Sovrintendenti di altri teatri). La crisi economica e finanziaria internazionale, però, ha colpito le entrate dell’erario; ne hanno sofferto, quindi, i fondi per lo spettacolo, la stessa Arcus si trova a corto di risorse e gli sponsor locali fanno fatica a vendere i loro prodotti (meccanica, agro-alimentare). Il “Festival” con la “F” maiuscola è in calendario dal primo al 28 ottobre, ma ha due sole opere complete in cartellone (“I Due Foscari” e “Nabucco”), molte in versione Bignami e concerti. Busseto è irritata perché, per la prima volta in decenni, il suo delizioso teatrino non ospita un’opera. Inoltre, “I Due Foscari” è un allestimento già visto a Bilbao e Trieste; “Nabucco” arriva in una produzione che gira di dieci anni e nel 2008 ha fatto tappa a Reggio Emilia. Protagonista di ambedue i lavori , il quasi settantenne Leo Nucci. Si parla di “Festival Nucci”, piuttosto che di “Festival Verdi”. La “F” con la maiuscola ha il sapore un po’ beffardo del titolo di una commedia di Edoardo, Peppino e Titina (De Filippo).
Come se ciò non bastasse , dal 3 al 16 ottobre al Teatro Comunale di Firenze è in corso un contro-festival: le tre opere “popolari” (“Rigoletto”, “Trovatore”, “Traviata”) presentate in repertorio – in tre giorni si vedono tutte e tre. Affidate ad unico regista (Franco Ripa di Meana), noto per allestimenti a basso costo ma densi di idee, schierano tre maestri concertatori di rango (Stefano Ranzani, Massimo Zanetti, Andrea Callegari), un cast internazionale di livello (Alberto Gazale, Desirée Rancatore, Stuart Neill, Kristine Lewis, Andrea Rost, Franco Vassallo, Saimur Pirgu) e prezzi popolari (dai 50 ai 20 euro). Infine, il colpo basso: l’intera intrapresa viene portata a Reggio Emilia, in terra verdiana, nell’elegante Teatro Romolo Valli.
Gavazzeni certamente, dall’Alto, sorride con quella ironia che lo ha sempre connaturato. Si pongono, però, questioni di politica musicale, di come si declina il coordinamento-competizione tra chi abbraccia “la musa bizzarra e altera”, la musica lirica. Le sedi per coordinarsi e massimizzare i benefici da una spesa sempre più ristretta. Il primo ottobre se ne parlerà, a Milano, in un seminario all’Istituto Bruno Leoni. E’ da augurarsi che sia l’inizio di un dibattito serio tra chi ama la musa bizzarra e altera ma è cosciente dei vincoli finanziari. E dell’improrogabile riforma del Fondo unico per lo spettacolo (Fus).
Pittsburgh: le "nuove regole" e il ruolo del dollaro , Il Foglio 25 settembre
E’ tutta in salita la strada verso le “nuove regole globali” che il Vecchio Continente vorrebbe proporre al resto del mondo: da tetti ai bonus dei maghi della finanza a nuove versioni della “Tobin Tax” (ripudiata, del resto dallo stesso Tobin una dozzina di anni fa) sulle transazioni finanziarie a breve, da nuove mascelle e nuovi denti ad un Fondo monetario (una volta riformato) a varie forme di lotta alla non meglio definita “speculazione”. Il comunicato finale di Pittsburgh, peraltro redatto (ed in gran misura negoziato da settimane), prevede almeno un anno di trattative , durante il quale può accadere di tutto. Alla vigilia del vertice, sulla scrivania di Barack Obama troneggiava il pillolame (ossia il super-sunto in pillole) di uno studio di Paul R. Masson e John C. Pattison della Joseph Rotman School of Management intitolato "Financial Regulatory Reform: Using Models of Cooperation to Evaluate Current Prospects for International Agreement" – ossia “Riforma delle regole internazionali per la finanza: prospettive di un accordo internazionale utilizzando modelli di cooperazione”. Il lavoro, ancora inedito, si può richiedere agli autori (paul.masson@rotman.utoronto.ca; johnpattison@rogers.com).
Ai politici e ai loro “sherpa” non interessa tanto l’analisi (rigorosamente condotta in termini di “teoria dei giochi”), ma la conclusione del lavoro: in un club vasto e diversificato come il G20 è improbabile raggiungere gli stessi prolegomeni di un accordo che non sia tanto vago e tanto ambiguo da voler dire poco o nulla. Quindi – dicono gli americani – meglio non perdere tempo e passare ad altro (mentre, per il momento, ciascuna area geo-economica badi a mettere le regole di casa propria in ordine senza troppe ambizioni mondialistiche). D’altronde – si fa notare a Washington – è ciò che gli europei stanno già facendo, con il varo unilaterale, alla vigilia del vertice, del nuovo sistema di vigilanza bancaria nel loro Continente. Tale mossa viene vista come un errore tattico poiché rafforza la tesi, sostenuta dagli Stati Uniti e da altri Paesi (specialmente gli asiatici) del G20, secondo cui le “rules” dovrebbero essere al massimo regionali – e tra gruppi di Paesi omogenei – e non “global”.
Cosa vuol dire passare ad altro? Concentrarsi sul nodo degli squilibri finanziari mondiali, come afferma un documento del Tesoro Usa, chiamato “i principi di Geithner” quasi a contrapporlo ai “principi de L’Aquila”. Il documento non respinge in toto i punti definiti dal G8 in luglio. Propone una serie di misure per aumentare le “difese” delle istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni) nei confronti di tempeste sui mercati (in sostanza incrementi del capitale e delle riserve). Tende la mano agli europei (al Congresso Usa) in materia di incentivi ai manager (bonus, opzioni convertibili in azioni). Pone , però, soprattutto l’accento su come ridurre gli squilibri finanziari internazionali, ossia il disavanzo di conti con l’estero Usa e la caduta del valore internazionale del dollaro. A questo proposito punta il dito sui Paesi asiatici come principali responsabili degli squilibri che avrebbero aggravato (ed in parte originato) l’attuale crisi dopo il lungo periodo di “great moderation” (tassi d’interessi bassi, tassi di cambio senza troppi balzi, borse in rialzo ed immobiliaristi radianti di gioia). Il rinnovo del mandato a Ben Bernanke alla guida della Fed rafforza questo orientamento: per Ben è futile parlare di “nuove regole mondiali” se non si è giunti in precedenza ad un’intesa sui cambi.
I temi relativi agli squilibri finanziari sembrano appassionare i tecnici più che i politici (specialmente i Capi di Stato e di Governo) ma sta diventando un freno pesante al negoziato sulle “global rules”. I punti-chiave ormai sono due: a) in seno al G20 si è ripreso a mettere l’accento sui livelli auspicabili dei tassi di cambio, e sul regime di cambio per raggiungerli ed aggiornarli, gradualmente e senza traumi; b) nel breve e medio termine, l’onere del riassetto è posto principalmente, ove non esclusivamente, sull’Asia (Governi e Banche centrali) e non sugli Stati Uniti.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giuseppe Pennisi
Ai politici e ai loro “sherpa” non interessa tanto l’analisi (rigorosamente condotta in termini di “teoria dei giochi”), ma la conclusione del lavoro: in un club vasto e diversificato come il G20 è improbabile raggiungere gli stessi prolegomeni di un accordo che non sia tanto vago e tanto ambiguo da voler dire poco o nulla. Quindi – dicono gli americani – meglio non perdere tempo e passare ad altro (mentre, per il momento, ciascuna area geo-economica badi a mettere le regole di casa propria in ordine senza troppe ambizioni mondialistiche). D’altronde – si fa notare a Washington – è ciò che gli europei stanno già facendo, con il varo unilaterale, alla vigilia del vertice, del nuovo sistema di vigilanza bancaria nel loro Continente. Tale mossa viene vista come un errore tattico poiché rafforza la tesi, sostenuta dagli Stati Uniti e da altri Paesi (specialmente gli asiatici) del G20, secondo cui le “rules” dovrebbero essere al massimo regionali – e tra gruppi di Paesi omogenei – e non “global”.
Cosa vuol dire passare ad altro? Concentrarsi sul nodo degli squilibri finanziari mondiali, come afferma un documento del Tesoro Usa, chiamato “i principi di Geithner” quasi a contrapporlo ai “principi de L’Aquila”. Il documento non respinge in toto i punti definiti dal G8 in luglio. Propone una serie di misure per aumentare le “difese” delle istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni) nei confronti di tempeste sui mercati (in sostanza incrementi del capitale e delle riserve). Tende la mano agli europei (al Congresso Usa) in materia di incentivi ai manager (bonus, opzioni convertibili in azioni). Pone , però, soprattutto l’accento su come ridurre gli squilibri finanziari internazionali, ossia il disavanzo di conti con l’estero Usa e la caduta del valore internazionale del dollaro. A questo proposito punta il dito sui Paesi asiatici come principali responsabili degli squilibri che avrebbero aggravato (ed in parte originato) l’attuale crisi dopo il lungo periodo di “great moderation” (tassi d’interessi bassi, tassi di cambio senza troppi balzi, borse in rialzo ed immobiliaristi radianti di gioia). Il rinnovo del mandato a Ben Bernanke alla guida della Fed rafforza questo orientamento: per Ben è futile parlare di “nuove regole mondiali” se non si è giunti in precedenza ad un’intesa sui cambi.
I temi relativi agli squilibri finanziari sembrano appassionare i tecnici più che i politici (specialmente i Capi di Stato e di Governo) ma sta diventando un freno pesante al negoziato sulle “global rules”. I punti-chiave ormai sono due: a) in seno al G20 si è ripreso a mettere l’accento sui livelli auspicabili dei tassi di cambio, e sul regime di cambio per raggiungerli ed aggiornarli, gradualmente e senza traumi; b) nel breve e medio termine, l’onere del riassetto è posto principalmente, ove non esclusivamente, sull’Asia (Governi e Banche centrali) e non sugli Stati Uniti.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giuseppe Pennisi
venerdì 25 settembre 2009
PERCHE' SI DEVE SPINGERE DI PIU' DELLA CRESCITA L'Occidentale 25 settembre
PERCHE’ SI DEVE SPINGERE DI PIU’ SUL PEDALE DELLA CRESCITA
Rientrando a Via Venti Settembre nella primavera 2008, Giulio Tremonti ha promesso che avrebbe firmato l’”ultima finanziaria”. Ha mantenuto l’impegno: il programma triennale varato dal Parlamento quasi alla vigilia dello scorso Natale, è stata l’ultima legge finanziaria in senso stretto.
Una manovra triennale per spostare l’andamento dei conti pubblici da dove stavano andando (in gergo “il tendenziale”) a dove sarebbero dovuti andare (“il programmatico”) in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea (Ue). E’ stata un’operazione a vasto raggio che ha lasciato scontenti numerosi Ministeri ed altri enti di spesa.
I tre articoli del disegno di legge 22 settembre 2009 (che tutti possono leggere su Internet) e che il Parlamento si accinge ad esaminare danno corpo concreto alla promessa: un aggiustamento di leggera portata quantitativa (circa 3 miliardi di euro) a quanto approvato nel dicembre 2008 , con accento sul rinnovo dei contratti del pubblico impiego – un tema disatteso troppo a lungo. Non è stato certamente facile mantenere la promessa in un anno in cui il pil ha subito una recessione tra il 4,5% ed il 5% (siamo ancora in corso d’anno e ci si basa su pre-consuntivi).
Occorre, però, chiedersi se si sarebbe potuto tenere fede all’impegno preso utilizzando un percorso leggermente differente ed ottenendo maggiori risultati in termini di crescita del valore aggiunto e dell’occupazione.
La mattina del 24 settembre, l’Associazione Economia Reale ha presentato il proprio rapporto previsionale. Nel documento si sottolinea come seguendo il percorso tracciato dalla finanziaria si tornerebbe al livello di pil, di consumi e di occupazione che si sono registrati nel 2007 – ossia nell’anno in cui la crisi ha cominciato a manifestarsi – solamente nel 2014. Non solo la pressione fiscale resterebbe elevata, attorno al 43%, l’indebitamento netto della Pa scenderebbe al di sotto del 3% del pil non prima del 2015 e il rapporto tra stock di debito pubblico e pil continuerebbe a crescere sino al 2020. Il documento propone una strategia alternativa: un drastico contenimento di spesa pubblica di parte corrente per “acquisti di beni e servizi da parte della Pa” e “trasferimenti a fondo perduto” per 35 miliardi di euro da utilizzare per un drastico taglio del carico fiscale sulle famiglie e sulle imprese, maggiori investimenti pubblici in infrastruttura, difesa, sicurezza, ricerca ed innovazione.
Pur se sono essenzialmente d’accorso sul tracciato indicato nel rapporto di Economia Reale, la mia esperienza a contatto con la Pa mi induce a ritenere che in materia di “acquisti di beni e servizi” c’è davvero poco da tagliare: gran parte delle amministrazioni sono ridotte all’osso (dopo 17 anni di tagli dei capitoli afferenti a questo campo), non riescono a finanziare missioni di servizio ed anche a pagare bollette di utenze quali l’elettricità ed il telefono.
Occorre, invece, effettuare con urgenza un’operazione di contenimento delle “contabilità speciali” in cui vengono annidati “residui di cassa” spesso “impegnati” solo sotto il profilo meramente delle scritture contabili , senza che abbiano come sottostante un contratto od altra obbligazione giuridica. E’ difficile fare una stima precisa senza una mappatura, ma è possibile seguire quanto fatto da Governi precedenti (Prodi, Amato):
a) ridurre drasticamente il lasso di tempo per il quale i residui possono essere parcheggiati in “contabilità speciali” (sia che ci sia che non ci sia un’obbligazione giuridica ad essi sottostanti)
b) effettuare entro la fine del 2009 una rimappatura delle “contabilità speciali”.
E’ possibile che si ottengano risparmi analoghi a quelli che si avrebbero operando sui capitoli degli acquisti di beni e servizi . Da riallocare alla riduzione della pressione tributaria ed a spese con alto impatto di sviluppo.
Rientrando a Via Venti Settembre nella primavera 2008, Giulio Tremonti ha promesso che avrebbe firmato l’”ultima finanziaria”. Ha mantenuto l’impegno: il programma triennale varato dal Parlamento quasi alla vigilia dello scorso Natale, è stata l’ultima legge finanziaria in senso stretto.
Una manovra triennale per spostare l’andamento dei conti pubblici da dove stavano andando (in gergo “il tendenziale”) a dove sarebbero dovuti andare (“il programmatico”) in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea (Ue). E’ stata un’operazione a vasto raggio che ha lasciato scontenti numerosi Ministeri ed altri enti di spesa.
I tre articoli del disegno di legge 22 settembre 2009 (che tutti possono leggere su Internet) e che il Parlamento si accinge ad esaminare danno corpo concreto alla promessa: un aggiustamento di leggera portata quantitativa (circa 3 miliardi di euro) a quanto approvato nel dicembre 2008 , con accento sul rinnovo dei contratti del pubblico impiego – un tema disatteso troppo a lungo. Non è stato certamente facile mantenere la promessa in un anno in cui il pil ha subito una recessione tra il 4,5% ed il 5% (siamo ancora in corso d’anno e ci si basa su pre-consuntivi).
Occorre, però, chiedersi se si sarebbe potuto tenere fede all’impegno preso utilizzando un percorso leggermente differente ed ottenendo maggiori risultati in termini di crescita del valore aggiunto e dell’occupazione.
La mattina del 24 settembre, l’Associazione Economia Reale ha presentato il proprio rapporto previsionale. Nel documento si sottolinea come seguendo il percorso tracciato dalla finanziaria si tornerebbe al livello di pil, di consumi e di occupazione che si sono registrati nel 2007 – ossia nell’anno in cui la crisi ha cominciato a manifestarsi – solamente nel 2014. Non solo la pressione fiscale resterebbe elevata, attorno al 43%, l’indebitamento netto della Pa scenderebbe al di sotto del 3% del pil non prima del 2015 e il rapporto tra stock di debito pubblico e pil continuerebbe a crescere sino al 2020. Il documento propone una strategia alternativa: un drastico contenimento di spesa pubblica di parte corrente per “acquisti di beni e servizi da parte della Pa” e “trasferimenti a fondo perduto” per 35 miliardi di euro da utilizzare per un drastico taglio del carico fiscale sulle famiglie e sulle imprese, maggiori investimenti pubblici in infrastruttura, difesa, sicurezza, ricerca ed innovazione.
Pur se sono essenzialmente d’accorso sul tracciato indicato nel rapporto di Economia Reale, la mia esperienza a contatto con la Pa mi induce a ritenere che in materia di “acquisti di beni e servizi” c’è davvero poco da tagliare: gran parte delle amministrazioni sono ridotte all’osso (dopo 17 anni di tagli dei capitoli afferenti a questo campo), non riescono a finanziare missioni di servizio ed anche a pagare bollette di utenze quali l’elettricità ed il telefono.
Occorre, invece, effettuare con urgenza un’operazione di contenimento delle “contabilità speciali” in cui vengono annidati “residui di cassa” spesso “impegnati” solo sotto il profilo meramente delle scritture contabili , senza che abbiano come sottostante un contratto od altra obbligazione giuridica. E’ difficile fare una stima precisa senza una mappatura, ma è possibile seguire quanto fatto da Governi precedenti (Prodi, Amato):
a) ridurre drasticamente il lasso di tempo per il quale i residui possono essere parcheggiati in “contabilità speciali” (sia che ci sia che non ci sia un’obbligazione giuridica ad essi sottostanti)
b) effettuare entro la fine del 2009 una rimappatura delle “contabilità speciali”.
E’ possibile che si ottengano risparmi analoghi a quelli che si avrebbero operando sui capitoli degli acquisti di beni e servizi . Da riallocare alla riduzione della pressione tributaria ed a spese con alto impatto di sviluppo.
mercoledì 23 settembre 2009
PIU’ PIL PER TUTTI, Il Foglio 24 settembre
Joseph Stiglitz ha abbracciato l’”economia della felicità” con l’entusiasmo dei neofiti. In effetti – ti ricordi, Joe, quando si andava a lunch a The Thorn Tree a Kimaty Road ed a cena o da Jacques o a The Lobster Pot nella Nairobi inizio anni 70 ? – il suo principale contributo alla professione è stata la teoria economica dell’informazione tanto sotto il profilo macro quanto sotto quello micro. Cominciò a lavorarci – ne fece il punto centrale della prolusione pronunciata quando gli venne conferito il Premio Nobel dell’Economia nel 2001- in quella fucina di pensiero e fantasia che era l’Istitute of Development Studies (IDS) della capitale del Kenya. Lì lavorava, fianco a fianco, con John Harris, Micheal Todaro e Richard Jolly specialmente sull’economia del lavoro e del capitale umano allo scopo di comprendere cosa inducesse tanti genitori e tanti ragazzi a completare cicli d’istruzione e migrare verso città dove non c’era lavoro per loro. Stiglitz, con Harris, Todaro e Jolly risposero che la determinante era un sistema distorto d’informazioni. Il vostro “chroniqueur” ha vivo e vivido in mente quel periodo perché, allora in Banca Mondiale, faceva luchi e frequenti soggiorni a Nairobi e frequentava l’IDS. Temi importanti ma distanti dall’”economia della felicità” al centro dell’attenzione degli economisti classici scozzesi e degli studiosi di economia pubblica e scienza delle finanze italiani e svedesi all’inizio del secolo scorso.
L’”economia della felicità “ –alla voce “economics of happiness” di Goggle escono circa 10 milioni di “entry”- viene da lontano ed è entrata anche nella pubblicistica giornalistica da decenni. Alla metà degli Anni 80, ad esempio, uscì sul “Wall Street Journal” un lungo articolo di un economista d’azienda giapponese intitolato, non senza una punta di polemica, “Konatabe, GNP!” (“Vai al diavolo, Pil ”- ma in nipponico, l’espressione è molto più volgare). In breve, l’articolo sosteneva che poiché il fine pure costituzionale del Giappone moderno è il “perseguimento della felicità”, occorre misurare la crescita non in termini di aumento del valore aggiunto di beni e servizi e della sua consueta ripartizione tra consumi e risparmi/investimenti ma in termini di incremento della felicità sia pubblica sia privata. Tanto più che tecniche di indagine socio-economica e psicologica (quali quelle delle “valutazioni contingenti”) ne rendevano fattibile la misurazione.
L’”economia della felicità” è divenuta una disciplina a se stante , con cattedre ad essa specificatamente intitolate, all’inizio degli Anni 90. Da una decina d’anni c’è anche una manualistica per integrare le analisi consuete , con tecniche condivise per il calcolo della felicità, specialmente sotto il profilo micro-economico. Non si tratta, necessariamente, di letteratura che fa ricorso a modellistica arcana ed ad algoritmi complicati. Tra i testi rigorosi ma accessibili anche a chi non ha dimestichezza con un armamentario quantitativo , utile segnalare il libro di Bruno Frey e Alois Stutzer “Happiness and Economics; how the economy and the institutions affect human well-being”, “Felicità ed economia; come l’economia e le istituzioni incidono sul benessere umano” Princeton University Press, 2002. In linguaggio chiaro , il volume analizza gli effetti economici della felicità e di converso il ruolo della felicità nel plasmare politiche economiche. Bruno Frey era noto in Italia molti anni prima che assumesse la cattedra di “economia della felicità” all’Università di Zurigo. La sua fama era legata ai suoi studi teorici ed empirici in tema di economia delle arti sceniche (in particolare di quella musa bizzarra ed altera che è l’opera lirica) e di economia del terrorismo. C’è un nesso tra lo studio (economico) delle arti sceniche, da un lato, del terrorismo, da un altro, e della felicità, da un altro ancora: si accantona l’assunto di base che il soggetto economico (indivduo, famiglia, impresa) abbia come obiettivo principale da massimizzare una qualche forma di utilità, e si entra nell’analisi economica dei sentimenti e della psiche (la “neuroeconomics” è ormai diventata una disciplina vera e propria) e con l’interazione tra comportamenti economici (sia micro sia macro) e sentimenti. Tra i lavori in italiano (nonché basati su studi ed esperienze italiane) di rilievo il libro Luigino Bruni e Stefano Zamagni “Economia civile, equità, felicità pubblica” , Il Mulino 2004.) . A livello pubblicistico ne ho trattato spesso sul settimanale “Il Domenicale” e su alcuni quotidiani.
Tra le applicazioni recenti, utile ricordare il dibattito su tassazione progressiva e felicità (sia pubblica sia privata) . Importante l’indagine empirica sull’impatto del benessere economico in termini di felicità in Australia , Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi ed Ungheria. L’indagine individua un tratto comune nei cinque: le spese per beni di consumo durevole contano almeno quanto i flussi di reddito in termini di felicità. Inoltre (altro tratto comune) cambiamenti in livelli di ricchezza, di reddito e di consumo producono mutamenti relativamente modesti in termini di soddisfazione, ossia di felicità. Da diversi anni, gli abbonati al servizio telematico del Social Science Resarch Network ricevono – ogni giorno – due newsletter con abstracts di saggi (con la possibilità di scaricarli) che trattano di “economia dei comportamenti” ; una delle due riguarda la metodologia, l’altra esperimenti concreti effettuati quasi in condizioni quasi di laboratorio (come un’aula universitaria allo scopo, ad esempio, di determinare cosa renda “più felice” un gruppo di giovani, voti più alti agli esami o maggior tempo libero).
Guardando verso il futuro a lungo termine, secondo un’analisi del servizio studi della Banca d’Italia, alla fine del XXI secolo, ci accontenteremo di un pil a crescita rasoterra poiché comunque, a ragione della diminuzione della popolazione, il reddito pro-capite mostrerà leggeri aumenti.
L’”economia della felicità “ –alla voce “economics of happiness” di Goggle escono circa 10 milioni di “entry”- viene da lontano ed è entrata anche nella pubblicistica giornalistica da decenni. Alla metà degli Anni 80, ad esempio, uscì sul “Wall Street Journal” un lungo articolo di un economista d’azienda giapponese intitolato, non senza una punta di polemica, “Konatabe, GNP!” (“Vai al diavolo, Pil ”- ma in nipponico, l’espressione è molto più volgare). In breve, l’articolo sosteneva che poiché il fine pure costituzionale del Giappone moderno è il “perseguimento della felicità”, occorre misurare la crescita non in termini di aumento del valore aggiunto di beni e servizi e della sua consueta ripartizione tra consumi e risparmi/investimenti ma in termini di incremento della felicità sia pubblica sia privata. Tanto più che tecniche di indagine socio-economica e psicologica (quali quelle delle “valutazioni contingenti”) ne rendevano fattibile la misurazione.
L’”economia della felicità” è divenuta una disciplina a se stante , con cattedre ad essa specificatamente intitolate, all’inizio degli Anni 90. Da una decina d’anni c’è anche una manualistica per integrare le analisi consuete , con tecniche condivise per il calcolo della felicità, specialmente sotto il profilo micro-economico. Non si tratta, necessariamente, di letteratura che fa ricorso a modellistica arcana ed ad algoritmi complicati. Tra i testi rigorosi ma accessibili anche a chi non ha dimestichezza con un armamentario quantitativo , utile segnalare il libro di Bruno Frey e Alois Stutzer “Happiness and Economics; how the economy and the institutions affect human well-being”, “Felicità ed economia; come l’economia e le istituzioni incidono sul benessere umano” Princeton University Press, 2002. In linguaggio chiaro , il volume analizza gli effetti economici della felicità e di converso il ruolo della felicità nel plasmare politiche economiche. Bruno Frey era noto in Italia molti anni prima che assumesse la cattedra di “economia della felicità” all’Università di Zurigo. La sua fama era legata ai suoi studi teorici ed empirici in tema di economia delle arti sceniche (in particolare di quella musa bizzarra ed altera che è l’opera lirica) e di economia del terrorismo. C’è un nesso tra lo studio (economico) delle arti sceniche, da un lato, del terrorismo, da un altro, e della felicità, da un altro ancora: si accantona l’assunto di base che il soggetto economico (indivduo, famiglia, impresa) abbia come obiettivo principale da massimizzare una qualche forma di utilità, e si entra nell’analisi economica dei sentimenti e della psiche (la “neuroeconomics” è ormai diventata una disciplina vera e propria) e con l’interazione tra comportamenti economici (sia micro sia macro) e sentimenti. Tra i lavori in italiano (nonché basati su studi ed esperienze italiane) di rilievo il libro Luigino Bruni e Stefano Zamagni “Economia civile, equità, felicità pubblica” , Il Mulino 2004.) . A livello pubblicistico ne ho trattato spesso sul settimanale “Il Domenicale” e su alcuni quotidiani.
Tra le applicazioni recenti, utile ricordare il dibattito su tassazione progressiva e felicità (sia pubblica sia privata) . Importante l’indagine empirica sull’impatto del benessere economico in termini di felicità in Australia , Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi ed Ungheria. L’indagine individua un tratto comune nei cinque: le spese per beni di consumo durevole contano almeno quanto i flussi di reddito in termini di felicità. Inoltre (altro tratto comune) cambiamenti in livelli di ricchezza, di reddito e di consumo producono mutamenti relativamente modesti in termini di soddisfazione, ossia di felicità. Da diversi anni, gli abbonati al servizio telematico del Social Science Resarch Network ricevono – ogni giorno – due newsletter con abstracts di saggi (con la possibilità di scaricarli) che trattano di “economia dei comportamenti” ; una delle due riguarda la metodologia, l’altra esperimenti concreti effettuati quasi in condizioni quasi di laboratorio (come un’aula universitaria allo scopo, ad esempio, di determinare cosa renda “più felice” un gruppo di giovani, voti più alti agli esami o maggior tempo libero).
Guardando verso il futuro a lungo termine, secondo un’analisi del servizio studi della Banca d’Italia, alla fine del XXI secolo, ci accontenteremo di un pil a crescita rasoterra poiché comunque, a ragione della diminuzione della popolazione, il reddito pro-capite mostrerà leggeri aumenti.
Ragioni di cuore per essere tutti afgani in Ffwebmagazini 23 settembre
Lasciare la missione sarebbe voltare le spalle a un intero paese
Ragioni di cuore
per essere tutti afgani
Secondo il sito web www.icasualties.org, alla mezzanotte (ora di Greenwich) del 18 settembre, 1403 militari in missione di pace Nato hanno perso la vita in Afghanistan da quando nel 2001 è iniziata l’operazione. Tra essi 838 americani, 216 britannici e tra quelli di altre Nazioni, le perdite più numerose sono state di canadesi e di tedeschi. Il giorno prima dell’attentato-strage che ha falciato sei parà della Folgore, un titolo di apertura di prima pagina del New York Times ricordava ai propri lettori – in gran parte cittadini Usa – che «molte Nazioni soffrono le pene della guerra in Afghanistan». Attenzione: utilizzava il termine “Nazione” non quello più frequente “paese” o “Stato” e l’ampio servizio (circa una pagina intera del quotidiano) riportava un’analisi asettica delle ripercussioni delle perdite sull’opinione pubblica nell’ambito Nato. Il servizio veniva accostato ad uno, più breve, da Washington in cui si riferiva come lo Stato Maggiore americano si preparava a chiedere alla Casa Bianca un aumento dello sforzo militare, e, quindi, delle forze armate imperniate nell’impervie montagne e valli dell’Asia centrale.
Questo il contesto generale di una situazione in cui tutti i media ricordano correttamente che né le truppe di Sua Maestà britannica (ai tempi del massimo fulgore dell’Impero) né quelle sovietiche sono riuscite ad averla vita in un’area dove da sempre domina la guerriglia di clan tribali, ora accentuata dal fanatismo estremista e terrorista di matrici islamica.
I lettori di Ffwebmagazine sanno che sono un economista, non uno specialista di politica estera e tanto meno di strategia e tattica militare. Tuttavia, parte dei 24 di anni di vita professionale in Banca Mondiale (18) e agenzie specializzate delle Nazioni Unite (6) sono trascorsi lavorando sull’Asia. Per oltre un lustro uno dei miei migliori amici e colleghi è stato un architetto afghano (Zia Naimei) , morto vittima innocente di un gruppo terrorista giapponese nel cielo tra Penang e Kuala Lampur. Era persona colta e raffinata che aveva completato i propri studi a Zurigo e a Monaco, era sposato con un’intellettuale della Baviera, cucinava splendidamente la cucina della sua Nazione e conosceva profondamente la musica del romanticismo tedesco. La sua famiglia risiedeva a Kabul; il padre era stato alto funzionario dell’amministrazione afghana, i suoi fratelli e le sue sorelle erano di religione musulmana ma pensavano e agivano come occidentali. E si era non pochi anni fa, ma nella seconda metà degli Anni Settanta.
Il ricordo della morte, per mano di terroristi, di Zia non può non associarsi a quello dei 1403 (tra cui 21 nostri compatrioti) militari Nato che hanno perso la vita, per mano di terroristi, in Afghanistan. Oggi, infatti, sono afghano anche io. E dovrebbero esserlo tutti gli italiani nella consapevolezza che la lotta al terrorismo tra le valli e le montagne dell’Asia centrale non è soltanto per un Afghanistan libero ma anche per bloccare minacce alla libertà di tutti noi.
Le ragioni per la presenza Nato in Afghanistan sono identiche a quella della presenza Usa in Viet-Nam in anni che le nuove generazioni hanno coperto da una corte di oblio ma che non possono non avere plasmato profondamente chi, come me, ha vissuto a Washington dal 1967 al 1982 e ha visto numerosi compagni di università partire per l’Estremo Oriente volontari e non ritornare. Allora non si era alle prese con la difesa di un regime (quello dei vari Governi che si avvicendavano a Saigon) quanto meno discutibile ma delle libertà essenziali in tutta l’Asia meridionale e forse nel resto del mondo. Erano in corso varie forme di “insurgency” comunista – lo abbiamo dimenticato – in Malesia, in Indonesia, nelle Filippine. Dopo dieci anni di sforzo nel Viet-Nam quella battaglia fu persa, ma la guerra per la libertà nel resto dell’Asia fu vinta.
Phil McCoombs, mio compagno di studi e da giornalista del Washington Post vincitore di numerosi premi (anche perché fu prigioniero dei Viet-Cong e riuscì, in mondo rocambolesco, a scappare) nel saggio scritto a 30 anni della caduta di Saigon, sostiene, acutamente, che la battaglia venne persa solo temporaneamente: se gli “yankee” non avessero resistito per dieci anni, non avrebbe impiantato i semi su cui oggi , pur se in modo confuso e contradditorio, la libertà sta rinascendo nella Penisola.
Il parallelo tra Viet-Nam e Afghanistan è ancora più pregnante per due motivi: perché le montagne e le valli dell’Asia centrale non sono un baluardo di difesa di clan valenti ed orgogliosi come ai tempi dell’Impero britannico e dell’invasione sovietica, ma celano gruppi (minoritari) che sono diventati il motore ed il rifugio del terrorismo internazionale; e perchè persone come il mio compianto amico Zia e la sua famiglia dimostrano che c’è un Afghanistan moderno che può trainare il resto sulla via della modernizzazione, della crescita economica, del benessere, di una società più libera. Lasciare oggi, vorrebbe dire non solo voltare le spalle ai 1403 militari Nato caduti, ma anche al mio amico Zia. E ai tanti come lui.23 settembre 2009
Ragioni di cuore
per essere tutti afgani
Secondo il sito web www.icasualties.org, alla mezzanotte (ora di Greenwich) del 18 settembre, 1403 militari in missione di pace Nato hanno perso la vita in Afghanistan da quando nel 2001 è iniziata l’operazione. Tra essi 838 americani, 216 britannici e tra quelli di altre Nazioni, le perdite più numerose sono state di canadesi e di tedeschi. Il giorno prima dell’attentato-strage che ha falciato sei parà della Folgore, un titolo di apertura di prima pagina del New York Times ricordava ai propri lettori – in gran parte cittadini Usa – che «molte Nazioni soffrono le pene della guerra in Afghanistan». Attenzione: utilizzava il termine “Nazione” non quello più frequente “paese” o “Stato” e l’ampio servizio (circa una pagina intera del quotidiano) riportava un’analisi asettica delle ripercussioni delle perdite sull’opinione pubblica nell’ambito Nato. Il servizio veniva accostato ad uno, più breve, da Washington in cui si riferiva come lo Stato Maggiore americano si preparava a chiedere alla Casa Bianca un aumento dello sforzo militare, e, quindi, delle forze armate imperniate nell’impervie montagne e valli dell’Asia centrale.
Questo il contesto generale di una situazione in cui tutti i media ricordano correttamente che né le truppe di Sua Maestà britannica (ai tempi del massimo fulgore dell’Impero) né quelle sovietiche sono riuscite ad averla vita in un’area dove da sempre domina la guerriglia di clan tribali, ora accentuata dal fanatismo estremista e terrorista di matrici islamica.
I lettori di Ffwebmagazine sanno che sono un economista, non uno specialista di politica estera e tanto meno di strategia e tattica militare. Tuttavia, parte dei 24 di anni di vita professionale in Banca Mondiale (18) e agenzie specializzate delle Nazioni Unite (6) sono trascorsi lavorando sull’Asia. Per oltre un lustro uno dei miei migliori amici e colleghi è stato un architetto afghano (Zia Naimei) , morto vittima innocente di un gruppo terrorista giapponese nel cielo tra Penang e Kuala Lampur. Era persona colta e raffinata che aveva completato i propri studi a Zurigo e a Monaco, era sposato con un’intellettuale della Baviera, cucinava splendidamente la cucina della sua Nazione e conosceva profondamente la musica del romanticismo tedesco. La sua famiglia risiedeva a Kabul; il padre era stato alto funzionario dell’amministrazione afghana, i suoi fratelli e le sue sorelle erano di religione musulmana ma pensavano e agivano come occidentali. E si era non pochi anni fa, ma nella seconda metà degli Anni Settanta.
Il ricordo della morte, per mano di terroristi, di Zia non può non associarsi a quello dei 1403 (tra cui 21 nostri compatrioti) militari Nato che hanno perso la vita, per mano di terroristi, in Afghanistan. Oggi, infatti, sono afghano anche io. E dovrebbero esserlo tutti gli italiani nella consapevolezza che la lotta al terrorismo tra le valli e le montagne dell’Asia centrale non è soltanto per un Afghanistan libero ma anche per bloccare minacce alla libertà di tutti noi.
Le ragioni per la presenza Nato in Afghanistan sono identiche a quella della presenza Usa in Viet-Nam in anni che le nuove generazioni hanno coperto da una corte di oblio ma che non possono non avere plasmato profondamente chi, come me, ha vissuto a Washington dal 1967 al 1982 e ha visto numerosi compagni di università partire per l’Estremo Oriente volontari e non ritornare. Allora non si era alle prese con la difesa di un regime (quello dei vari Governi che si avvicendavano a Saigon) quanto meno discutibile ma delle libertà essenziali in tutta l’Asia meridionale e forse nel resto del mondo. Erano in corso varie forme di “insurgency” comunista – lo abbiamo dimenticato – in Malesia, in Indonesia, nelle Filippine. Dopo dieci anni di sforzo nel Viet-Nam quella battaglia fu persa, ma la guerra per la libertà nel resto dell’Asia fu vinta.
Phil McCoombs, mio compagno di studi e da giornalista del Washington Post vincitore di numerosi premi (anche perché fu prigioniero dei Viet-Cong e riuscì, in mondo rocambolesco, a scappare) nel saggio scritto a 30 anni della caduta di Saigon, sostiene, acutamente, che la battaglia venne persa solo temporaneamente: se gli “yankee” non avessero resistito per dieci anni, non avrebbe impiantato i semi su cui oggi , pur se in modo confuso e contradditorio, la libertà sta rinascendo nella Penisola.
Il parallelo tra Viet-Nam e Afghanistan è ancora più pregnante per due motivi: perché le montagne e le valli dell’Asia centrale non sono un baluardo di difesa di clan valenti ed orgogliosi come ai tempi dell’Impero britannico e dell’invasione sovietica, ma celano gruppi (minoritari) che sono diventati il motore ed il rifugio del terrorismo internazionale; e perchè persone come il mio compianto amico Zia e la sua famiglia dimostrano che c’è un Afghanistan moderno che può trainare il resto sulla via della modernizzazione, della crescita economica, del benessere, di una società più libera. Lasciare oggi, vorrebbe dire non solo voltare le spalle ai 1403 militari Nato caduti, ma anche al mio amico Zia. E ai tanti come lui.23 settembre 2009
martedì 22 settembre 2009
Musica, con “Il Viaggio a Reims” il belcanto fa tappa a Roma Il Velino 22 settembre
Musica, con “Il Viaggio a Reims” il belcanto fa tappa a Roma
Roma, 22 set (Velino) - Dopo il successo riscosso nel 2008, anche quest’anno a Roma l’Accademia di Santa Cecilia ha messo in cantiere un festival del “belcanto”. In primo luogo occorre specificare cosa s’intenda per “belcanto”. Si tratta di una tecnica di canto virtuosistico caratterizzata dal passaggio omogeneo dalle note gravi alle acute e da agilità nell'ornamentazione e nel fraseggio. E’ caratterizzato dalla perfetta uniformità della voce, da un eccellente legato, da un registro lievemente più alto del consueto, da un'incredibile flessibilità e da un timbro morbido. La maggiore enfasi posta sulla tecnica, rispetto al volume, fa sì che il “belcanto” sia associato a un esercizio atto a dimostrare la bravura: il cantante dovrebbe essere in grado di reggere una candela accesa davanti alla bocca e di cantare senza far oscillare la fiamma. E’ arduo dire che la grande Sala Santa Cecilia consente al “belcanto” di dispiegarsi in tutte le sue caratteristiche. Il “belcanto” in senso stretto ha una durata relativamente breve: inizia alla seconda metà del Settecento e termina all’inizio dell’Ottocento. A rigore, Vincenzo Bellini ne è il maggior esponente. I momenti più importanti del festival 2008 sono stati un concerto della “belcantista” per antonomasia Cecilia Bartoli e l’esecuzione delle belliniana “Norma”. Ancor prima che dal melodramma verdiano, il “belcanto” in senso stretto è travolto dal teatro in musica di Mozart, dalle stesse “opere serie” come “Idomeneo” e “La Clemenza di Tito” il cui libretto era stato scritto da Metastasio cinquanta anni prima che il salisburghese ci mettesse le mani su un testo riveduto da Giambattista Veresco.
L’edizione 2009 del festival, dal 16 al 26 settembre, comporta sei spettacoli di cui uno replicato due volte e un altro quattro. Bellini non è presente all’appello. Vi è invece molto Rossini (tre dei sei spettacoli) che, a rigore, non appartiene al “belcanto” e il mozartiano “Flauto Magico”, prodotto da RomaEuropa Festival per inaugurare la sua 24esima stagione, nella versione pop-rock dell’Orchestra di piazza Vittorio. Quindi, il termine “belcanto” deve essere inteso come una cornice molto vasta e molto vaga entro cui incastonare il festival. E’ stato inoltre inaugurato dal jazzista Danilo Rea con una serie non di parafasi ma di improvvisazioni basate principalmente su Bellini e Donizetti. Uno di punti forti è comunque avere portato a Roma, in forma semi-scenica, “Il Viaggio a Reims” di Gioacchino Rossini, opera “miracolata” in quanto considerata perduta sino a quando una studiosa americana ne ha ritrovato la partitura originale (in gran parte riutilizzata dallo stesso Rossini per “Le Comte Ory”) nei polverosi archivi dell’Accademia di Santa Cecilia. “Il Viaggio” venne lanciato da una favolosa esecuzione scenica (regia di Luca Ronconi, scene di Gae Aulenti, direzione musicale di Daniele Abbado) al Rossini Opera Festival del 1984, poi ripresa diverse volte a Pesaro, Vienna e alla Scala.
Variamente chiamato, negli stessi autografi, “Cantata Scenica” o “Opéra Comique en un Act”, “Il Viaggio a Reims” è un lavoro d’occasione: permette di mostrare l’abilità dei sette maggiori cantanti del Théatre Italien di Parigi nei giorni del 1825 in cui si festeggiava l’incoronazione di Carlo X, il quale avrebbe concesso a Rossini un lauto stipendio e una ricca pensione di cui il nostro ha goduto dall’età di 37 anni (Caro Renato Brunetta, i baby pensionati non sono un’italica invenzione recente…). Sta a “Le Comte Ory” come “Ernani” sta a “Il Trovatore”: un magnifico abbozzo di quello che sarebbe diventato uno stupendo lavoro completo. Purtroppo i bigotti impresari del romanticismo e del Novecento storico hanno boicottato “Le Comte” poiché troppo intriso di eros. E’ comunque lavoro importante che richiede un cast di stelle. Sorprende che abbia impiegato oltre 30 anni per arrivare dagli archivi alla Sala grande dove opera l’Accademia di Santa Cecilia e che in questi tre decenni sia stato ignorato anche dal Teatro dell’Opera. “Belcanto” o meno è un’operazione che andava fatta. E che è stata fatta a un alto livello artistico. Inutile raccontare la non-trama: altolocati di vari paesi europei attendono di andare alle feste per l’incoronazione in un albergo termale, ma vengono a mancare i cavalli per le carrozze e il festeggiamento viene fatto in albergo. E’ unicamente un pretesto per mostrare all’epoca cosa fossero in grado di fare Giuditta Pasta, Adelaide Schiassetti, Laure Cinti, Domenico Donzelli, Marco Bordogni, Felice Pellegrini, Vincenzo Graziani e Nicholas-Prosper Lévasseur, ossia il meglio del meglio del Théatre Italien.
Per quanto riguarda l’esecuzione al festival di Santa Cecilia, la bacchetta di Kent Nagano è molto differente da quella di Claudio Abbado: meno frizzante forse, ma più trasparente e di maggior supporto ai cantanti specialmente nel “grande pezzo concertato a quattordici voci”, uno dei momenti più alti e più complessi del lavoro. Il suono dell’orchestra è, al tempo stesso, rotondo e lucente; i solisti (l’arpa, i fiati) sono veri e propri virtuosi. Abbado, va ricordato, aveva a disposizione l’orchestra giovanile della Comunità europea (sia a Pesaro sia nel disco che ne ha immortalato l’esecuzione): senza dubbio giovani professionisti di gran valore, ma non con l’esperienza dei professori di Santa Cecilia.
“Il Viaggio” è un poema di voci e per voci. L’Accademia ha coniugato cantanti già molto noti (Daniela Barcellona, Nicola Ulivieri, Dmitry Korchak, Paolo Bordogna), con voci che adesso stanno cominciando a farsi conoscere (Shi Yijei, Mirco Palazzi, Ellie Dehn, Elena Gorshunova) e con giovanissimi del proprio Opera Studio. Ci vorrebbero pagine per commentare ciascun interprete e l’ottima tenuta d’insieme. Una sola menzione: la 23nne Rosa Feola nel ruolo di Corinna, la parte che rese celebre Cecilia Gasdia e che forse è la più prossima di tutte alla purezza del “belcanto”. E’ stata straordinaria e si è meritata applausi a scena aperta. Un suggerimento: non segua il percorso della Gasdia che, nel giro di tre lustri, ha rovinato il proprio strumento cantando anche ruoli di soprano drammatico. Resti ancorata al “belcanto” di Bellini, Donizetti e di certi ruoli rossiniani: di voci come la sua c’è tanto bisogno perché il “belcanto” possa continuare a essere ascoltato. Un’ultima annotazione: complimenti alla regia di Elisabetta Courir nel difficile spazio scenico e ai bei costumi presi in prestito dal Teatro dell’Opera.
Roma, 22 set (Velino) - Dopo il successo riscosso nel 2008, anche quest’anno a Roma l’Accademia di Santa Cecilia ha messo in cantiere un festival del “belcanto”. In primo luogo occorre specificare cosa s’intenda per “belcanto”. Si tratta di una tecnica di canto virtuosistico caratterizzata dal passaggio omogeneo dalle note gravi alle acute e da agilità nell'ornamentazione e nel fraseggio. E’ caratterizzato dalla perfetta uniformità della voce, da un eccellente legato, da un registro lievemente più alto del consueto, da un'incredibile flessibilità e da un timbro morbido. La maggiore enfasi posta sulla tecnica, rispetto al volume, fa sì che il “belcanto” sia associato a un esercizio atto a dimostrare la bravura: il cantante dovrebbe essere in grado di reggere una candela accesa davanti alla bocca e di cantare senza far oscillare la fiamma. E’ arduo dire che la grande Sala Santa Cecilia consente al “belcanto” di dispiegarsi in tutte le sue caratteristiche. Il “belcanto” in senso stretto ha una durata relativamente breve: inizia alla seconda metà del Settecento e termina all’inizio dell’Ottocento. A rigore, Vincenzo Bellini ne è il maggior esponente. I momenti più importanti del festival 2008 sono stati un concerto della “belcantista” per antonomasia Cecilia Bartoli e l’esecuzione delle belliniana “Norma”. Ancor prima che dal melodramma verdiano, il “belcanto” in senso stretto è travolto dal teatro in musica di Mozart, dalle stesse “opere serie” come “Idomeneo” e “La Clemenza di Tito” il cui libretto era stato scritto da Metastasio cinquanta anni prima che il salisburghese ci mettesse le mani su un testo riveduto da Giambattista Veresco.
L’edizione 2009 del festival, dal 16 al 26 settembre, comporta sei spettacoli di cui uno replicato due volte e un altro quattro. Bellini non è presente all’appello. Vi è invece molto Rossini (tre dei sei spettacoli) che, a rigore, non appartiene al “belcanto” e il mozartiano “Flauto Magico”, prodotto da RomaEuropa Festival per inaugurare la sua 24esima stagione, nella versione pop-rock dell’Orchestra di piazza Vittorio. Quindi, il termine “belcanto” deve essere inteso come una cornice molto vasta e molto vaga entro cui incastonare il festival. E’ stato inoltre inaugurato dal jazzista Danilo Rea con una serie non di parafasi ma di improvvisazioni basate principalmente su Bellini e Donizetti. Uno di punti forti è comunque avere portato a Roma, in forma semi-scenica, “Il Viaggio a Reims” di Gioacchino Rossini, opera “miracolata” in quanto considerata perduta sino a quando una studiosa americana ne ha ritrovato la partitura originale (in gran parte riutilizzata dallo stesso Rossini per “Le Comte Ory”) nei polverosi archivi dell’Accademia di Santa Cecilia. “Il Viaggio” venne lanciato da una favolosa esecuzione scenica (regia di Luca Ronconi, scene di Gae Aulenti, direzione musicale di Daniele Abbado) al Rossini Opera Festival del 1984, poi ripresa diverse volte a Pesaro, Vienna e alla Scala.
Variamente chiamato, negli stessi autografi, “Cantata Scenica” o “Opéra Comique en un Act”, “Il Viaggio a Reims” è un lavoro d’occasione: permette di mostrare l’abilità dei sette maggiori cantanti del Théatre Italien di Parigi nei giorni del 1825 in cui si festeggiava l’incoronazione di Carlo X, il quale avrebbe concesso a Rossini un lauto stipendio e una ricca pensione di cui il nostro ha goduto dall’età di 37 anni (Caro Renato Brunetta, i baby pensionati non sono un’italica invenzione recente…). Sta a “Le Comte Ory” come “Ernani” sta a “Il Trovatore”: un magnifico abbozzo di quello che sarebbe diventato uno stupendo lavoro completo. Purtroppo i bigotti impresari del romanticismo e del Novecento storico hanno boicottato “Le Comte” poiché troppo intriso di eros. E’ comunque lavoro importante che richiede un cast di stelle. Sorprende che abbia impiegato oltre 30 anni per arrivare dagli archivi alla Sala grande dove opera l’Accademia di Santa Cecilia e che in questi tre decenni sia stato ignorato anche dal Teatro dell’Opera. “Belcanto” o meno è un’operazione che andava fatta. E che è stata fatta a un alto livello artistico. Inutile raccontare la non-trama: altolocati di vari paesi europei attendono di andare alle feste per l’incoronazione in un albergo termale, ma vengono a mancare i cavalli per le carrozze e il festeggiamento viene fatto in albergo. E’ unicamente un pretesto per mostrare all’epoca cosa fossero in grado di fare Giuditta Pasta, Adelaide Schiassetti, Laure Cinti, Domenico Donzelli, Marco Bordogni, Felice Pellegrini, Vincenzo Graziani e Nicholas-Prosper Lévasseur, ossia il meglio del meglio del Théatre Italien.
Per quanto riguarda l’esecuzione al festival di Santa Cecilia, la bacchetta di Kent Nagano è molto differente da quella di Claudio Abbado: meno frizzante forse, ma più trasparente e di maggior supporto ai cantanti specialmente nel “grande pezzo concertato a quattordici voci”, uno dei momenti più alti e più complessi del lavoro. Il suono dell’orchestra è, al tempo stesso, rotondo e lucente; i solisti (l’arpa, i fiati) sono veri e propri virtuosi. Abbado, va ricordato, aveva a disposizione l’orchestra giovanile della Comunità europea (sia a Pesaro sia nel disco che ne ha immortalato l’esecuzione): senza dubbio giovani professionisti di gran valore, ma non con l’esperienza dei professori di Santa Cecilia.
“Il Viaggio” è un poema di voci e per voci. L’Accademia ha coniugato cantanti già molto noti (Daniela Barcellona, Nicola Ulivieri, Dmitry Korchak, Paolo Bordogna), con voci che adesso stanno cominciando a farsi conoscere (Shi Yijei, Mirco Palazzi, Ellie Dehn, Elena Gorshunova) e con giovanissimi del proprio Opera Studio. Ci vorrebbero pagine per commentare ciascun interprete e l’ottima tenuta d’insieme. Una sola menzione: la 23nne Rosa Feola nel ruolo di Corinna, la parte che rese celebre Cecilia Gasdia e che forse è la più prossima di tutte alla purezza del “belcanto”. E’ stata straordinaria e si è meritata applausi a scena aperta. Un suggerimento: non segua il percorso della Gasdia che, nel giro di tre lustri, ha rovinato il proprio strumento cantando anche ruoli di soprano drammatico. Resti ancorata al “belcanto” di Bellini, Donizetti e di certi ruoli rossiniani: di voci come la sua c’è tanto bisogno perché il “belcanto” possa continuare a essere ascoltato. Un’ultima annotazione: complimenti alla regia di Elisabetta Courir nel difficile spazio scenico e ai bei costumi presi in prestito dal Teatro dell’Opera.
CARTE ITALIANE A PITTSBURGH Il Tempo 22 settembre
L’Italia ha molto in gioco al G20 di Pittsburgh: la proposta di nuove “global rules” condivise dai 20 “Grandi” dell’economia e della finanza mondiale nasce a Roma. E’ stata portata gradualmente avanti prima in via bilaterale (convincendo Germania e Francia), poi in sede Ue ed infine al G8 (in effetti un G a geometria variabile) tenuto a L’Aquila in luglio. La settimana scorsa è stata il punto centrale della sessione dei Ministri dell’Economia e delle Finanze Ue.
Della proposta si conoscono essenzialmente le 70 pagine (o giù di lì) chiamati , a livello internazionale, i “principi de L’Aquila”. Il nodo di fondo del G20 è se ed in quale misura i “principi” saranno acquisiti e condivisi e si potrà passare allo stadio successivo della (non certo facile) redazione di convenzioni e trattati internazionali. E’ utile notare come parte importante della comunità finanziaria sostenga la linea dei “principi” per giungere a nuove “global rules”. Ad esempio, in questi giorni, Constantinos Stephanou, un alto dirigente della Banca Mondiale, ha pubblicato un saggio in favore dell’approccio “made in Italy”. Anche Rameshu Babu di una delle maggiori facoltà di finanza aziendale dell’India ha inteso scendere in campo con un articolo pubblicato su una delle maggiori riviste internazionale. Ciò non vuole dire che il Governo dell’India (usa a far sentire il proprio peso in sedi come il G20) sia a favore della proposta, adesso diventate “made in European Union”.
Soprattutto, gli Stati Uniti non hanno scoperto le loro carte. Ed il gioco di alleanze ad esse connesso.
Della proposta si conoscono essenzialmente le 70 pagine (o giù di lì) chiamati , a livello internazionale, i “principi de L’Aquila”. Il nodo di fondo del G20 è se ed in quale misura i “principi” saranno acquisiti e condivisi e si potrà passare allo stadio successivo della (non certo facile) redazione di convenzioni e trattati internazionali. E’ utile notare come parte importante della comunità finanziaria sostenga la linea dei “principi” per giungere a nuove “global rules”. Ad esempio, in questi giorni, Constantinos Stephanou, un alto dirigente della Banca Mondiale, ha pubblicato un saggio in favore dell’approccio “made in Italy”. Anche Rameshu Babu di una delle maggiori facoltà di finanza aziendale dell’India ha inteso scendere in campo con un articolo pubblicato su una delle maggiori riviste internazionale. Ciò non vuole dire che il Governo dell’India (usa a far sentire il proprio peso in sedi come il G20) sia a favore della proposta, adesso diventate “made in European Union”.
Soprattutto, gli Stati Uniti non hanno scoperto le loro carte. Ed il gioco di alleanze ad esse connesso.
domenica 20 settembre 2009
FINANZIAMENTI PUBBLICI: DEFISCALIZZARE IL CINEMA , DECENTRARE LA LIRICA, Il Tempo 20 settembre
Dopo anni di emergenza continua, la riforma del Fondo unico per lo spettacolo (Fus) è ormai diventata improrogabile non solo per le “grida di dolore” che, a torno od a ragione, si levano da tutto il settore ma anche in quanto il dibattito pare assumere caratteri folkloristici quali la sfida a duello che una personalità del mondo dello spettacolo ha lanciato al Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione. Da alcuni anni, la dotazione del Fus diminuisce (anche e soprattutto a ragione delle implicazioni sulla finanza pubblica della bassa crescita economica, prima, e della recessione, poi), ma il numero dei soggetti beneficiari (alcuni per contributi di €10.000 l’anno !”) aumenta; il risultato è la polverizzazione a pioggia degli stanziamenti.
L’urgenza della riforma non vuole dire che si debba trattare di un riassetto definito senza un’adeguata consultazione con esponenti ed esperti del settore. Sarebbe auspicabile che la tematica non sia affrontata unicamente da un gruppo molto ristretto di dirigenti ministeriali e di giuristi . Merita di essere discussa in seno al Consiglio Superiore dei Beni Culturali per avere il parere di altre discipline. Sono da incoraggiare iniziative come quella dell’Istituto Bruno Leoni che il primo ottobre a Milano ha indetto un seminario per esaminare una “success story” romana e le lezioni di politica legislativa che se ne possono apprendere.
La metà del Fus è da anni a supporto delle fondazioni liriche. Quindi, riforma del Fus vuole dire in primo luogo riforma del finanziamento pubblico alla lirica, anche perché per il cinema la strada tracciata è quella del credito d’imposta e di agevolazioni fiscale in linea con la normativa Ue. “Le aziende italiane potranno cominciare a investire anche nel cinema”. L’Ue ha dato via libera a questa forma di finanziamento pubblico indiretto alle produzioni cinematografiche, che rende possibile e favorisce il coinvolgimento di aziende italiane che, pur operando in altri settori, intendono investire nel cinema nazionale, in forme che saranno presto delineate nei decreti attuativi in via di pubblicazione. Verrà concesso un credito d’imposta del 40% per investimenti fino a 2 milioni e mezzo, per partecipare con quote minoritarie alla produzione e allo sfruttamento di film italiani. E’ già stata predisposta la modulistica necessaria per consentire ai produttori di richiedere il “tax credit”.
Per la lirica e la sinfonica, la diagnosi resta inquietante: in un Paese dove non si fa politica della cultura musicale da circa 70 anni, le fondazioni liriche (di diritti privato) sono in uno stato comatoso. A fronte del commissariamento di quattro fondazioni su 13 (e del probabile commissariamento di una quinta), di manifestazioni, le soluzioni non possono non tenere conto del “morbo di Baumol” (dal nome dell’economista, William Baumol, che negli Anni 60 ha scritto un fondamentale trattato sul settore): in un mondo di rapido progresso tecnologico, senza supporto pubblico (tramite sovvenzioni o sgravi tributari adeguati alle elargizioni filantropiche) la lirica muore (i teatri tedeschi hanno sovvenzioni che coprono mediamente il 90% dei costi e sono sempre pieni grazie ad un “sottostante” diffuso, popolare ed attivo). Per l’Italia, dove 400 anni fa è nato il teatro in musica, ciò vuol dire una perdita pesante di patrimonio nazionale. In sintesi, le soluzioni possibili sono le seguenti:
• Una revisione drastica della normativa sulle fondazioni che comporti un ripensamento del loro status giuridico ed una riduzione del loro numero (eliminandone un paio o per eccessiva contiguità territoriale con altre o perché hanno masse artistiche- orchestra, coro- qualitativamente al di sotto della media di buoni teatri europei).
• Imporre per legge una gestione delle fondazioni restanti basata sul binomio cooperazione-competitizione. Cooperazione vuole dire dare vita ad un cartellone nazionale con forti risparmi negli allestimenti e nei cachet degli artisti ed evitare che ciascuna fondazione miri a stagioni simili a mini-festival autoreferenziali. Competizione vuole dire premiare le fondazioni che, in base ai risultati di biglietteria e le valutazioni tecniche di una commissione internazionale, sappiano coniugare consuntivi in pareggio ed alta qualità. Non dovrebbe succedere che uno dei più applauditi spettacoli di questa estate abbia avuto un budget di 25.000 euro (e due sole rappresentazioni) ed uno dei più fischiati sia costato, secondo alcune stime, quasi 2 milioni di euro (per quattro rappresentazioni).
• Trasferire, nell’ambito del federalismo, alle Regioni “i teatri di tradizione”, i l”lirici sperimentali”, le “scuola d’opera” e simili. Gli eletti regionali decideranno se dare priorità al patrimonio lirico nazionale od alle fiere del carciofo gigante. Ed i loro elettori li giudicheranno.
Questo è naturalmente lo scheletro di un’architettura più complessa ancora tutta da elaborare.
L’urgenza della riforma non vuole dire che si debba trattare di un riassetto definito senza un’adeguata consultazione con esponenti ed esperti del settore. Sarebbe auspicabile che la tematica non sia affrontata unicamente da un gruppo molto ristretto di dirigenti ministeriali e di giuristi . Merita di essere discussa in seno al Consiglio Superiore dei Beni Culturali per avere il parere di altre discipline. Sono da incoraggiare iniziative come quella dell’Istituto Bruno Leoni che il primo ottobre a Milano ha indetto un seminario per esaminare una “success story” romana e le lezioni di politica legislativa che se ne possono apprendere.
La metà del Fus è da anni a supporto delle fondazioni liriche. Quindi, riforma del Fus vuole dire in primo luogo riforma del finanziamento pubblico alla lirica, anche perché per il cinema la strada tracciata è quella del credito d’imposta e di agevolazioni fiscale in linea con la normativa Ue. “Le aziende italiane potranno cominciare a investire anche nel cinema”. L’Ue ha dato via libera a questa forma di finanziamento pubblico indiretto alle produzioni cinematografiche, che rende possibile e favorisce il coinvolgimento di aziende italiane che, pur operando in altri settori, intendono investire nel cinema nazionale, in forme che saranno presto delineate nei decreti attuativi in via di pubblicazione. Verrà concesso un credito d’imposta del 40% per investimenti fino a 2 milioni e mezzo, per partecipare con quote minoritarie alla produzione e allo sfruttamento di film italiani. E’ già stata predisposta la modulistica necessaria per consentire ai produttori di richiedere il “tax credit”.
Per la lirica e la sinfonica, la diagnosi resta inquietante: in un Paese dove non si fa politica della cultura musicale da circa 70 anni, le fondazioni liriche (di diritti privato) sono in uno stato comatoso. A fronte del commissariamento di quattro fondazioni su 13 (e del probabile commissariamento di una quinta), di manifestazioni, le soluzioni non possono non tenere conto del “morbo di Baumol” (dal nome dell’economista, William Baumol, che negli Anni 60 ha scritto un fondamentale trattato sul settore): in un mondo di rapido progresso tecnologico, senza supporto pubblico (tramite sovvenzioni o sgravi tributari adeguati alle elargizioni filantropiche) la lirica muore (i teatri tedeschi hanno sovvenzioni che coprono mediamente il 90% dei costi e sono sempre pieni grazie ad un “sottostante” diffuso, popolare ed attivo). Per l’Italia, dove 400 anni fa è nato il teatro in musica, ciò vuol dire una perdita pesante di patrimonio nazionale. In sintesi, le soluzioni possibili sono le seguenti:
• Una revisione drastica della normativa sulle fondazioni che comporti un ripensamento del loro status giuridico ed una riduzione del loro numero (eliminandone un paio o per eccessiva contiguità territoriale con altre o perché hanno masse artistiche- orchestra, coro- qualitativamente al di sotto della media di buoni teatri europei).
• Imporre per legge una gestione delle fondazioni restanti basata sul binomio cooperazione-competitizione. Cooperazione vuole dire dare vita ad un cartellone nazionale con forti risparmi negli allestimenti e nei cachet degli artisti ed evitare che ciascuna fondazione miri a stagioni simili a mini-festival autoreferenziali. Competizione vuole dire premiare le fondazioni che, in base ai risultati di biglietteria e le valutazioni tecniche di una commissione internazionale, sappiano coniugare consuntivi in pareggio ed alta qualità. Non dovrebbe succedere che uno dei più applauditi spettacoli di questa estate abbia avuto un budget di 25.000 euro (e due sole rappresentazioni) ed uno dei più fischiati sia costato, secondo alcune stime, quasi 2 milioni di euro (per quattro rappresentazioni).
• Trasferire, nell’ambito del federalismo, alle Regioni “i teatri di tradizione”, i l”lirici sperimentali”, le “scuola d’opera” e simili. Gli eletti regionali decideranno se dare priorità al patrimonio lirico nazionale od alle fiere del carciofo gigante. Ed i loro elettori li giudicheranno.
Questo è naturalmente lo scheletro di un’architettura più complessa ancora tutta da elaborare.
venerdì 18 settembre 2009
LA MUSICA COLTA RISUONA NELLE SAGRE, Milano Finanza 19 settembre
In queste settimane si svolgono due festival internazionali, con grande affluenza di pubblico, rispettivamente in Umbria (Sagra Musicale Umbra) ed in Toscana (Anima Mundi). La Sagra è iniziata il 12 settembre e dura sino al 25 (un totale di 15 rappresentazioni sparse per tutta la regione) ; Anima Mundi si articola a Pisa dal 15 al 9 ottobre ed offre sei appuntamenti. Cinque sono le caratteristiche principali delle due manifestazioni a) enfasi su musica dello spirito – la Sagra Umbra ha come suo centro la figura di Santa Cecilia, la Santa patrona della musica, Anima Mundi la musica d’ispirazione religiosa del Settecento; b) contributi dello Stato molto limitati ma finanziamenti di enti locali e soprattutto di mecenati (di norma imprese) dei rispettivi territori; c) presenza principalmente di grandi complessi stranieri (dai filarmonici di Baviera diretto da Enoch zu Guttenberg all’orchestra e coro del Nord dei Paesi Bassi concertati da Michel Tabachnik, dall’Orchestre Révolutionaire et Romatique guidata da Eliott Gardiner ai celeberrimi Wiener Saengerknaben ) d) accostamento di classici con autori contemporanei, specialmente italiani (Part, Sciarrino, Fedele, Momi, Torchio, Frisina); e) politiche di prezzi contenuti (nella Sagra Umbra) e di gratuità (Anima Mundi), il che favorisce l’affluenza di pubblico nuovo, e giovane.
Sono due manifestazioni che si differenziano pure in termini anagrafici. La Sagra Umbra ha 64 stagioni sulle spalle, e se le porta molto bene. Anima Mundi è relativamente giovane (questa è la nona edizione) ma si è già affermata; l’edizione 2008 ha ottenuto il “Premio Abbiati” (l’Oscar italiano della musica per la categoria Festival). Naturalmente Haendel e Haydn di cui ricorrono i 250 e i 200 anni dalla morte hanno un posto di grande rilievo. Tra gli spettacoli ancora in programma segnalo il concerto finale della Sagra Umbra, a Perugia. in cui Part viene giustapposto a Gounod e a Pisa La Creazione di Haydn concertata da Sir Jonh Eliot Gardiner direttore musicale della manifestazione.
Sono due manifestazioni che si differenziano pure in termini anagrafici. La Sagra Umbra ha 64 stagioni sulle spalle, e se le porta molto bene. Anima Mundi è relativamente giovane (questa è la nona edizione) ma si è già affermata; l’edizione 2008 ha ottenuto il “Premio Abbiati” (l’Oscar italiano della musica per la categoria Festival). Naturalmente Haendel e Haydn di cui ricorrono i 250 e i 200 anni dalla morte hanno un posto di grande rilievo. Tra gli spettacoli ancora in programma segnalo il concerto finale della Sagra Umbra, a Perugia. in cui Part viene giustapposto a Gounod e a Pisa La Creazione di Haydn concertata da Sir Jonh Eliot Gardiner direttore musicale della manifestazione.
giovedì 17 settembre 2009
CLT - Musica, perché occorre portare la Sagra Umbra a Kabul. Il Velino 17 settembre
Roma, 17 set (Velino) - Arrivata la notizia della inutile strage a Kabul, il pensiero è corso a uno dei concerti della Sagra Musicale Umbra che si tiene in questi giorni. In particolare a quello di souer Marie Keyroutz e del suo Esemble de la Paix nella magnifica chiesa medioevale di San Bevignate, riaperta, dopo anni ed anni di restauri, per questa occasione. Soeur Marie è una suora di origine maronita e melchiana di concrezione religiosa. Nata in Libano, nei pressi di Baalbeck, ha un dottorato in musicologia e antropologia religiosa e un diploma in canto classico occidentale. Sotto il profilo tecnico è un “soprano assoluto” con un registro molto vasto e la capacità di ascendere ad acuti elevatissimi e discendere con naturalezza a tonalità gravi. È, in breve, una suora studiosa che canta. Perché canta? Lo ha detto lei stessa in un’intervista: per mettere la musica al servizio dei valori, di quello più alto che è la fede ma anche di quello più importante sul piano terreno che è la pace.
Ha fondato a Parigi un Istituto di Musicologia e anche uno speciale gruppo strumentale, l’Ensemble de la Paix. Costituito unicamente da uomini (di un’ampia gamma d’età), l’Ensemble coniuga strumenti mediorientali , principalmente a corda (il nay, il riqq, il naqus, il mahar, il quanun), con strumenti occidentali, quali il pianoforte e il contrabbasso. Nel concerto di domenica scorsa ha declinato il “Salve ,o Maria” di Mascagni e il “Panis Angelicus” di Franck con canti, spesso tratti dal Vangelo, della chiesa siriaca maronita. Chi ha una certa dimestichezza con la musica ebrea Bukhara (sono emigrati dall’Asia centrale negli Usa, quelli non sterminati nei genocidi comunisti), rimane colpito dalla somiglianza nel lessico musicale delle tre grandi religioni monoteiste. Lo si avverte specialmente nel “Touba lahum” (le Beatidini dal Vangelo di San Matteo cantate da souer Marie a conclusione del concerto). La Sagra Umbra è da 64 anni dedicata alla pace: perché non portarla, con un finanziamento speciale, come messaggero di pace in luoghi di guerra come l’Afghanistan e l’Iraq? Benedetto XVI in più di un’occasione ci ha ricordato che la musica è la più alta delle arti perché è quella che più ci avvicina all’Altissimo.
Anche il concerto inaugurale è stato dedicato alla pace: un “oratorio laico”, ma intriso di religiosità, raramente eseguito in Italia, “Die Jahreszeiten (Le Stagioni)”. È opera matura di un Joseph Haydn quasi settantenne. Composta nel 1800, rappresenta sotto numerosi punti di vista, un ponte tra il classicismo settecentesco e il romanticismo del XIX secolo appena iniziato. Si avvertono presagi, principalmente con il “Freischütz” di Weber (la tempesta della seconda parte e la caccia della terza) e con la “Sinfonia Pastorale” di Beethoven (la descrizione della natura, specialmente nella prima parte sin dall’introduzione in “Si” bemolle). Ciò che distingue l’esecuzione concertata da Enoch zu Guttenberg, alla guida di un orchestra e di un coro da lui creati, rispetto ad altre, è l’accento su questi presagi romantici, pur restando nella struttura formale classica. Per zu Guttenberg, non siamo più in un “oratorio” settecentesco, ma in un’anticipazione di quella che sarebbe stata l’opera romantica tedesca prima della riforma wagneriana. È un’opera a tre personaggi (padre, figlia, fidanzato della figlia), semplici contadini, con un doppio coro, pure esso di contadini, a loro contorno. Si avverte una vicenda di amore nel trascorrere delle stagioni e nel comprendere insieme il significato trascendente della esistenza terrena.
(Hans Sachs) 17 set 2009 19:43
Ha fondato a Parigi un Istituto di Musicologia e anche uno speciale gruppo strumentale, l’Ensemble de la Paix. Costituito unicamente da uomini (di un’ampia gamma d’età), l’Ensemble coniuga strumenti mediorientali , principalmente a corda (il nay, il riqq, il naqus, il mahar, il quanun), con strumenti occidentali, quali il pianoforte e il contrabbasso. Nel concerto di domenica scorsa ha declinato il “Salve ,o Maria” di Mascagni e il “Panis Angelicus” di Franck con canti, spesso tratti dal Vangelo, della chiesa siriaca maronita. Chi ha una certa dimestichezza con la musica ebrea Bukhara (sono emigrati dall’Asia centrale negli Usa, quelli non sterminati nei genocidi comunisti), rimane colpito dalla somiglianza nel lessico musicale delle tre grandi religioni monoteiste. Lo si avverte specialmente nel “Touba lahum” (le Beatidini dal Vangelo di San Matteo cantate da souer Marie a conclusione del concerto). La Sagra Umbra è da 64 anni dedicata alla pace: perché non portarla, con un finanziamento speciale, come messaggero di pace in luoghi di guerra come l’Afghanistan e l’Iraq? Benedetto XVI in più di un’occasione ci ha ricordato che la musica è la più alta delle arti perché è quella che più ci avvicina all’Altissimo.
Anche il concerto inaugurale è stato dedicato alla pace: un “oratorio laico”, ma intriso di religiosità, raramente eseguito in Italia, “Die Jahreszeiten (Le Stagioni)”. È opera matura di un Joseph Haydn quasi settantenne. Composta nel 1800, rappresenta sotto numerosi punti di vista, un ponte tra il classicismo settecentesco e il romanticismo del XIX secolo appena iniziato. Si avvertono presagi, principalmente con il “Freischütz” di Weber (la tempesta della seconda parte e la caccia della terza) e con la “Sinfonia Pastorale” di Beethoven (la descrizione della natura, specialmente nella prima parte sin dall’introduzione in “Si” bemolle). Ciò che distingue l’esecuzione concertata da Enoch zu Guttenberg, alla guida di un orchestra e di un coro da lui creati, rispetto ad altre, è l’accento su questi presagi romantici, pur restando nella struttura formale classica. Per zu Guttenberg, non siamo più in un “oratorio” settecentesco, ma in un’anticipazione di quella che sarebbe stata l’opera romantica tedesca prima della riforma wagneriana. È un’opera a tre personaggi (padre, figlia, fidanzato della figlia), semplici contadini, con un doppio coro, pure esso di contadini, a loro contorno. Si avverte una vicenda di amore nel trascorrere delle stagioni e nel comprendere insieme il significato trascendente della esistenza terrena.
(Hans Sachs) 17 set 2009 19:43
LA SAGRA IN UMBRIA E ANIMA MUNDI A PISA, NOTE DI SACRO, Il Domenicale 19 settembre
Mentre a Milano ed Torino sta volgendo al termine la terza edizione della grande kermesse di Mi.To., è utile ricordare due manifestazioni musicali di alta qualità che in autunno hanno luogo in Italia centrale e sono dedicate alla musica dello spirito. La più antica è la Sagra Musicale Umbra giunta alla 64 edizione; coinvolge numerose città della regione e gode di una partecipazione molto attiva della popolazione. Più recente (è alla nona edizione) la pisana Anima Mundi.
Da quanto Alberto Batisti ne ha assunto la direzione artistica , ogni Sagra ha un tema specifico: nel 2008 lo è stato la Divina Commedia di Dante, nel 2009 il tema èquanto dedicata a Santa Cecilia che patrona della musica . La Santa è il fulcro della manifestazione poiché sono incentrate su di lei sia opere conosciutissime sia primizie barocche sia nuove composizione contemporanee.
In breve Georg Friederich Haendel e Joseph Haydn (in occasione della ricorrenza dei 250 anni dalla morte del primo e dei 200 anni da quella del secondo) e chicche di Herny Purcell e Alessandro Scarlatti vengono giustapposti al Novecento “storico” di Benjamin Britten e alla contemporaneità di Ivan Fedele, Sofia Gubaidulina, Salvatore Sciarrino, Arvo Pärt e Marco Momi con composizioni in qualche modo correlate a Santa Cecilia.
La Sagra è iniziata al Teatro Morlacchi di Perugia il 12 settembre con l’esecuzione dell’oratorio Le Stagioni di Haydn,un grande affresco corale, diretto da Enoch zu Guttenberg alla guida dei Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e del Chorgemeinschaft Neubeuern. Solisti il soprano Carolina Ullrich, il tenore Jörg Dürmüller e il basso York Felix Speer. Anche la chiusura avverrà al Teatro Morlacchi, il 25 settembre, con l’esecuzione della sontuosa Messa Solenne di Santa Cecilia di Charles Gounod diretta da Michel Tabachnik alla guida della Noord-Nederlands Orkest (NNO), formazione che si esibisce per la prima volta in Italia. Tra queste due date un programma ricchissimo per tutti coloro che amano i vari modi in cui veniva e viene declinata la musica “alta”.
Il vostro chroniquer ha assistito al concerto inaugurale. Le Stagioni è opera matura di un Joseph Haydn quasi settantenne; composta nel 1800 rappresenta , sotto numerosi punti di vista, un ponte tra il classicismo settecentesco ed il romanticismo del secolo appena iniziato. Si avvertono presagi , principalmente con il Freischütz di Weber (la tempesta della seconda parte e la caccia della terza) e con la Sinfonia Pastorale di Beethoven (la descrizione della natura, specialmente nella prima parte sin dall’introduzione in Si bemolle).
Ciò che distingue l’esecuzione concertata da Enoch zu Guttenberg , alla guida di un orchestra e di un coro da lui creati, rispetto ad altre – anche a quelle più presenti nella discografia corrente (ad esempio le incisioni di Harnoncourt e di von Karajan, ora facilmente trovabili in edizioni economiche) è l’accento su questi presagi romantici, pur restando nella struttura formale classica. Per zu Guttenberg, non siamo più in un “oratorio” settecentesco – in effetti Le Stagioni non furono pubblicate come “oratorio” ma con un titolo neutro Le Stagioni , da Thomson, messe in musica da Joseph Haydn – ma in un’anticipazione di quella che sarebbe stata l’opera romantica tedesca prima della riforma wagneriana. E’ un’opera a tre personaggi (padre, figlia, fidanzato della figlia), semplici (contadini), con un doppio coro (pure esso di contadini) a loro contorno. Si avverte una vicenda di amore nel trascorrere delle stagioni e nel comprendere insieme il significato (trascendente) della esistenza terrena. Caroline Ulrich è un giovano soprano lirico cileno, con un volume potente, molto abile nel raggiungere tonalità alte e in momenti di coloratura. Jörg Dürmüller è un tenore dalla emissione pura e dal timbro leggermente scuro (forse anche a ragione delle sue esperienze in ruoli wagneriani), Martin Danes è un baritone-basso , specialmente apprezzabile nei momenti in cui è richiesta agilità.
Di grande impatto anche il concerto di Soeur Marie Keyrouz e il suo Ensemble de la Paix, da anni anche grande successo discografico in quanto i canti della giovane suora maronita sono di particolare appello pure alla nuove generazioni.
Due appuntamenti importanti per chi ama la musica contemporanea: il concerto, nel Museo di San Francesco a Montefalco, del gruppo Kamerinis Koras Brevis di Vilnius in cui verrà eseguito l’Hymn to St. Cecilia di Britten a quello a Torgiano nella Chiesa di San Bartolomeo ove, alle ore 21, Ullrike Brand al violoncello, Margit Kernalla bayan-fisarmonica e Roberta Cortese come voce recitante a due composizioni di Sofia Gubaidulina: In Croce per violoncello e fisarmonica e i 10 Preludi per violoncello solo che accompagnano la recita di Paese senza parole di Dea Loher.
Più giovane la rassegna di musica dello spirito , antica e contemporanea, “Anima Mudi” che da nove anni viene organizzata ogni autunno a Pisa. Il direttore artistico è Sir John Gardiner e si conta su esecutori di grande rilievo. La rassegna si svolge dal 15 settembre al 9 ottobre. Pure a Pisa Haendel e Haydn hanno un posto speciale. La rassegna è iniziata con il grande oratorio haendeliano “Israel In Egypt” e include “La Creazione” e “Le ultime parole di Cristo sulla Croce” di Haydn. Grande attesa per la prima mondiale di un oratorio o opera-oratorio di Don Marco Frisina , compositore sempre al limite tra la musica “alta” e quella più popolare al fine di attirare pubblico nuovo alla musica sacra: dopo avere girato l’Italia (e non solo) con “La Divina Commedia”, debutterà a Pisa la sua lettura musicale del “Cantico dei Cantici”.
Da quanto Alberto Batisti ne ha assunto la direzione artistica , ogni Sagra ha un tema specifico: nel 2008 lo è stato la Divina Commedia di Dante, nel 2009 il tema èquanto dedicata a Santa Cecilia che patrona della musica . La Santa è il fulcro della manifestazione poiché sono incentrate su di lei sia opere conosciutissime sia primizie barocche sia nuove composizione contemporanee.
In breve Georg Friederich Haendel e Joseph Haydn (in occasione della ricorrenza dei 250 anni dalla morte del primo e dei 200 anni da quella del secondo) e chicche di Herny Purcell e Alessandro Scarlatti vengono giustapposti al Novecento “storico” di Benjamin Britten e alla contemporaneità di Ivan Fedele, Sofia Gubaidulina, Salvatore Sciarrino, Arvo Pärt e Marco Momi con composizioni in qualche modo correlate a Santa Cecilia.
La Sagra è iniziata al Teatro Morlacchi di Perugia il 12 settembre con l’esecuzione dell’oratorio Le Stagioni di Haydn,un grande affresco corale, diretto da Enoch zu Guttenberg alla guida dei Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e del Chorgemeinschaft Neubeuern. Solisti il soprano Carolina Ullrich, il tenore Jörg Dürmüller e il basso York Felix Speer. Anche la chiusura avverrà al Teatro Morlacchi, il 25 settembre, con l’esecuzione della sontuosa Messa Solenne di Santa Cecilia di Charles Gounod diretta da Michel Tabachnik alla guida della Noord-Nederlands Orkest (NNO), formazione che si esibisce per la prima volta in Italia. Tra queste due date un programma ricchissimo per tutti coloro che amano i vari modi in cui veniva e viene declinata la musica “alta”.
Il vostro chroniquer ha assistito al concerto inaugurale. Le Stagioni è opera matura di un Joseph Haydn quasi settantenne; composta nel 1800 rappresenta , sotto numerosi punti di vista, un ponte tra il classicismo settecentesco ed il romanticismo del secolo appena iniziato. Si avvertono presagi , principalmente con il Freischütz di Weber (la tempesta della seconda parte e la caccia della terza) e con la Sinfonia Pastorale di Beethoven (la descrizione della natura, specialmente nella prima parte sin dall’introduzione in Si bemolle).
Ciò che distingue l’esecuzione concertata da Enoch zu Guttenberg , alla guida di un orchestra e di un coro da lui creati, rispetto ad altre – anche a quelle più presenti nella discografia corrente (ad esempio le incisioni di Harnoncourt e di von Karajan, ora facilmente trovabili in edizioni economiche) è l’accento su questi presagi romantici, pur restando nella struttura formale classica. Per zu Guttenberg, non siamo più in un “oratorio” settecentesco – in effetti Le Stagioni non furono pubblicate come “oratorio” ma con un titolo neutro Le Stagioni , da Thomson, messe in musica da Joseph Haydn – ma in un’anticipazione di quella che sarebbe stata l’opera romantica tedesca prima della riforma wagneriana. E’ un’opera a tre personaggi (padre, figlia, fidanzato della figlia), semplici (contadini), con un doppio coro (pure esso di contadini) a loro contorno. Si avverte una vicenda di amore nel trascorrere delle stagioni e nel comprendere insieme il significato (trascendente) della esistenza terrena. Caroline Ulrich è un giovano soprano lirico cileno, con un volume potente, molto abile nel raggiungere tonalità alte e in momenti di coloratura. Jörg Dürmüller è un tenore dalla emissione pura e dal timbro leggermente scuro (forse anche a ragione delle sue esperienze in ruoli wagneriani), Martin Danes è un baritone-basso , specialmente apprezzabile nei momenti in cui è richiesta agilità.
Di grande impatto anche il concerto di Soeur Marie Keyrouz e il suo Ensemble de la Paix, da anni anche grande successo discografico in quanto i canti della giovane suora maronita sono di particolare appello pure alla nuove generazioni.
Due appuntamenti importanti per chi ama la musica contemporanea: il concerto, nel Museo di San Francesco a Montefalco, del gruppo Kamerinis Koras Brevis di Vilnius in cui verrà eseguito l’Hymn to St. Cecilia di Britten a quello a Torgiano nella Chiesa di San Bartolomeo ove, alle ore 21, Ullrike Brand al violoncello, Margit Kernalla bayan-fisarmonica e Roberta Cortese come voce recitante a due composizioni di Sofia Gubaidulina: In Croce per violoncello e fisarmonica e i 10 Preludi per violoncello solo che accompagnano la recita di Paese senza parole di Dea Loher.
Più giovane la rassegna di musica dello spirito , antica e contemporanea, “Anima Mudi” che da nove anni viene organizzata ogni autunno a Pisa. Il direttore artistico è Sir John Gardiner e si conta su esecutori di grande rilievo. La rassegna si svolge dal 15 settembre al 9 ottobre. Pure a Pisa Haendel e Haydn hanno un posto speciale. La rassegna è iniziata con il grande oratorio haendeliano “Israel In Egypt” e include “La Creazione” e “Le ultime parole di Cristo sulla Croce” di Haydn. Grande attesa per la prima mondiale di un oratorio o opera-oratorio di Don Marco Frisina , compositore sempre al limite tra la musica “alta” e quella più popolare al fine di attirare pubblico nuovo alla musica sacra: dopo avere girato l’Italia (e non solo) con “La Divina Commedia”, debutterà a Pisa la sua lettura musicale del “Cantico dei Cantici”.
NEL 2020 LA PREVIDENZA ASSORBIRA’ IL 205 DEL PIL, Il Tempo del 17 settembre
E’ il caso di stappare bottiglie di champagne ed affermare che i problemi previdenziali del Paese sono risolti? Martedì 15 settembre, il Consiglio di Indirizzo e di Vigilanza dell’Inps – ossia, nella “governance” duale dell’istituto, l’organo di governo designato dalle associazioni sindacali e imprenditoriali- esaminerà stime secondo cui l’esercizio di gestione per il 2009 esporrà un saldo attivo di 5,9 miliardi di euro. I bilancio di esercizio del 2008 e del 2009 si sono chiusi con saldi attivi attorno a 6,5-7 miliardi di euro ed il patrimonio netto dell’istituto è valutato in ben 45 miliardi; grande festa, quindi, a Via Ciro Il Grande (sede centrale Inps). E’ il caso di farla?
Occorre cautela prima di organizzarla. Le entrate Inps – al netto del contributo a carico dell’erario- sono aumentate in misura significativa in questi ultimi anni a ragione di determinanti di breve e medio periodo non di cambiamenti strutturali nell’evoluzione della spesa previdenziale e delle risorse per sostenerla, oppure dell’andamento demografico. Alcune di queste determinanti – la regolarizzazione di circa 200.000 stranieri (sia extra-comunitari sia neocomunitari) e la lotta al lavoro in nero con l’emersione di circa 80.000 uomini e donne tra dipendenti ed autonomi- sono chiaramente “una tantum”. Inoltre, le regole Ue e le “convenzioni” bilaterali con numerosi Paesi terzi prevedono che, in caso di rientro in Patria, i contributi versati all’Inps dagli stranieri e dai loro datori di lavoro vengano stornati agli istituti previdenziali dei Paesi di provenienza: possibile, quindi, che le entrate nette di oggi vengano in parte neutralizzate da uscite di domani. Alcuni scenari suggeriscono pure un deflusso netto, come si sta verificando in Canada. L’aumento dei contributi varato dal Governo Prodi è anche esso una misura i cui effetti si esauriscono nel giro di pochi anni, dopo il balzo iniziale di entrate da esso attivato. Tra le entrate messe in conto, poi, ci sono crediti per 30 miliardi nei confronti principalmente di imprese (che non hanno versato i contributi), ma il loro valore effettivo dipende dall’esito di circa mezzo milione di vertenze. La conclusioni di molte di queste sarà alla calende greche. Per molte altre, si dovrà giungere ad accordi extra-giudiziali che presumibilmente porteranno ad introiti inferiori a quelli oggi stimati. Se mediamente tali accordi comportassero una riduzione effettiva dei crediti del 30% (ipotesi prudenziale; è più verosimile un recupero attorno al 50%), si passerebbe da un attivo ad un passivo.
I nodi di fondo- economici, ancora prima che finanziari, e demografici – sono ben lungi dall’essere risolti. Lo mostrano a tutto tondo le previsioni nell’ultimo Dpef che pur ipotizzano una crescita economica più sostenuta (1,5-2% l’anno del pil) di quella che ora appare realistica (una ripresa lenta dopo una contrazione: si tornerebbe al pil del 2008 attorno al 2012) e mettevano in conto una modifica (al ribasso) dei “coefficienti di trasformazione” (i parametri con cui calcolare le annualità da erogare, ai pensionati, in base al montante di contributi spettante a ciascuno). Non molto differenti da quelle della Ragioneria Generale dello Stato ( sulle quali si basa il Dpef) sono le stime dell’Ocse e di uno studio dell’Università di Roma. In sintesi, mentre nella media dei Paesi Ue, la spese per la previdenza pubblica assorbono circa il 14%del pil, in Italia rischiano di arrivare al 16% - ove non al 18% - del pil prima di assestarsi sul 14% verso il 2050. Attenzione, secondo mie stime a ragione dell’andamento macroeconomico 2008-2012 nel 2020 circa, a regole invariate la previdenza potrebbe assorbire circa il 20% del pil. Quanto più si spende per la previdenza tanto meno si ha a disposizione per istruzione, cultura, e via discorrendo.
In questi anni, tutti gli altri Paesi Ocse si stanno prendendo misure per incoraggiare gli anziani a restare nel mercato del lavoro. La crisi economica è in molti Paesi il grimaldello per cambiare la normativa; nei Paesi scandinavi ed in Germania l’età legale della pensione viaggia più o meno gradualmente verso i 68 anni, ove non i 70. L’unica eccezione è la Francia, dove i lavoratori dipendenti nel settore privato vanno in pensione ancora a 60 anni (nel pubblico a 65, tranne alcune categorie quali i ferrorieri).
In Italia esiste un forte incentivo a restare sul mercato del lavoro (ma pochi lavoratori se ne sono accorti) : se si torna ad un tasso d’inflazione del 5% l’anno – come verosimilmente stanno programmando Usa ed Ue per liberarsi della montagna di debito accumulato in questi ultimi due anni-, nel giro di dieci anni il valore reale di molte pensioni medio-alte si ridurrà del 40%, quello di pensioni basse del 20%. Chi va in pensione presto, quindi, rischia grosso.
Occorre cautela prima di organizzarla. Le entrate Inps – al netto del contributo a carico dell’erario- sono aumentate in misura significativa in questi ultimi anni a ragione di determinanti di breve e medio periodo non di cambiamenti strutturali nell’evoluzione della spesa previdenziale e delle risorse per sostenerla, oppure dell’andamento demografico. Alcune di queste determinanti – la regolarizzazione di circa 200.000 stranieri (sia extra-comunitari sia neocomunitari) e la lotta al lavoro in nero con l’emersione di circa 80.000 uomini e donne tra dipendenti ed autonomi- sono chiaramente “una tantum”. Inoltre, le regole Ue e le “convenzioni” bilaterali con numerosi Paesi terzi prevedono che, in caso di rientro in Patria, i contributi versati all’Inps dagli stranieri e dai loro datori di lavoro vengano stornati agli istituti previdenziali dei Paesi di provenienza: possibile, quindi, che le entrate nette di oggi vengano in parte neutralizzate da uscite di domani. Alcuni scenari suggeriscono pure un deflusso netto, come si sta verificando in Canada. L’aumento dei contributi varato dal Governo Prodi è anche esso una misura i cui effetti si esauriscono nel giro di pochi anni, dopo il balzo iniziale di entrate da esso attivato. Tra le entrate messe in conto, poi, ci sono crediti per 30 miliardi nei confronti principalmente di imprese (che non hanno versato i contributi), ma il loro valore effettivo dipende dall’esito di circa mezzo milione di vertenze. La conclusioni di molte di queste sarà alla calende greche. Per molte altre, si dovrà giungere ad accordi extra-giudiziali che presumibilmente porteranno ad introiti inferiori a quelli oggi stimati. Se mediamente tali accordi comportassero una riduzione effettiva dei crediti del 30% (ipotesi prudenziale; è più verosimile un recupero attorno al 50%), si passerebbe da un attivo ad un passivo.
I nodi di fondo- economici, ancora prima che finanziari, e demografici – sono ben lungi dall’essere risolti. Lo mostrano a tutto tondo le previsioni nell’ultimo Dpef che pur ipotizzano una crescita economica più sostenuta (1,5-2% l’anno del pil) di quella che ora appare realistica (una ripresa lenta dopo una contrazione: si tornerebbe al pil del 2008 attorno al 2012) e mettevano in conto una modifica (al ribasso) dei “coefficienti di trasformazione” (i parametri con cui calcolare le annualità da erogare, ai pensionati, in base al montante di contributi spettante a ciascuno). Non molto differenti da quelle della Ragioneria Generale dello Stato ( sulle quali si basa il Dpef) sono le stime dell’Ocse e di uno studio dell’Università di Roma. In sintesi, mentre nella media dei Paesi Ue, la spese per la previdenza pubblica assorbono circa il 14%del pil, in Italia rischiano di arrivare al 16% - ove non al 18% - del pil prima di assestarsi sul 14% verso il 2050. Attenzione, secondo mie stime a ragione dell’andamento macroeconomico 2008-2012 nel 2020 circa, a regole invariate la previdenza potrebbe assorbire circa il 20% del pil. Quanto più si spende per la previdenza tanto meno si ha a disposizione per istruzione, cultura, e via discorrendo.
In questi anni, tutti gli altri Paesi Ocse si stanno prendendo misure per incoraggiare gli anziani a restare nel mercato del lavoro. La crisi economica è in molti Paesi il grimaldello per cambiare la normativa; nei Paesi scandinavi ed in Germania l’età legale della pensione viaggia più o meno gradualmente verso i 68 anni, ove non i 70. L’unica eccezione è la Francia, dove i lavoratori dipendenti nel settore privato vanno in pensione ancora a 60 anni (nel pubblico a 65, tranne alcune categorie quali i ferrorieri).
In Italia esiste un forte incentivo a restare sul mercato del lavoro (ma pochi lavoratori se ne sono accorti) : se si torna ad un tasso d’inflazione del 5% l’anno – come verosimilmente stanno programmando Usa ed Ue per liberarsi della montagna di debito accumulato in questi ultimi due anni-, nel giro di dieci anni il valore reale di molte pensioni medio-alte si ridurrà del 40%, quello di pensioni basse del 20%. Chi va in pensione presto, quindi, rischia grosso.
mercoledì 16 settembre 2009
SOLO LA STAMPA ITALIANA POTEVA FESTEGGIARE L’ANNIVERSARIO DELLA CRISI, L'Occidentale 16 settembre
Un suggerimento a editori, amministratori delegati e direttori di giornali: in tutte le redazioni ci dovrebbe essere affisso un pannello con il detto americano Boys (and Girls) Do Not Cry. La lettura dei commenti e dei servizi economico delle prime pagine del 14 e 15 settembre (specialmente di quelle di alcune testate, per di più da sempre collaterali alla grande industria ed alla grande finanza) dava la netta impressione che i giornalisti economici amino i necrologi (forse perché diventati fonte essenziale d’inserzione) e i lacrimatoi di neroniana memoria(Tacito racconta che l’Imperatore aveva una stanza apposita nella Domus Area dedicata al pianto ed alla raccolta, in urne, delle imperiali lacrime).
Basta scorrere che pochi hanno dedicato la loro attenzione ai segni di ripresa ed a temi relativamente nuovi per la stampa quotidiana , pur se antichi nella professione, (come l’economia della felicità). Quasi tutti hanno dedicato colonne e colonne all’anniversario del fallimento di Lehman Brothers , trattato come evento epocale (pur se lacrimogeno e lacrimoso) che avrebbe segnato una spartiacque nell’evoluzione mondiale e nella percezione di cosa è auspicabile e cosa è invece deprecabile. Gran parte degli articoli erano, in aggiunta, firmati da giornalisti che non avevano percepito l’avanzarsi della crisi nella prima parte di questo decennio. Tra coloro in lacrime anche un collega con cui ha avuto una garbata polemica nel luglio 2007 poiché alle prime misure della Federal Reserve (dirette a tentare di mettere una toppa) aveva salutato la fine delle difficoltà finanziarie (si era appena all’inizio) ed aveva anche lanciato un peana in favore dei mutui subprime per la loro funzione da lui ritenuta sociale.
Le rassegne stampa del 14 e 15 settembre dovrebbe indurre ad una riflessione. In primo luogo, non si celebrano le ricorrenze dei fallimenti – la stampa estera ha ricordato l’evento con molta sobrietà e poco spazio. In secondo luogo, se la stampa economica, in una fase densa di temi nuovi come l’attuale, si dedica ad acchiappare farfalle (tra un piagnisteo e l’altro), non dobbiamo sorprenderci se lettori (ed inserzionisti) votano con le gambe e le voltano le spalle.
Nel 1952, Keith Murdoch, padre quel Sir Rupert che è uno dei maggiori editori a livello mondiale, scrisse nella propria lettera-testamento al proprio figlio-erede: “Salva la stampa scritta”. Keith la vedeva già assediata dalla televisione ma ne riconosceva la funzione sociale: non solo dare notizie (quello, nel 1952, poteva già farlo la televisione ed ora Internet e tanti altri meccanismi) ma approdarle, evidenziarne la relativa gerarchia. Keith Murdoch non è ricordato nell’ultimo lavoro di Alex Jones, per anni una delle firme di punta del “New Times”, vincitore di un Premio Pulitzer e a lungo alla guida dello Shorenstein Center on the Press, Politics and Public Policy all’Università di Harvard. Nel suo ultimo libro (“Losing the News. The Future of News that Feeds Democracy, Oxford University Press) sottolinea, in 234 pagine dense di teoria del giornalismo e di analisi empiriche, come la stampa scritta ha una sola strada per salvarsi (e contribuire alla democrazia): in-depth reporting (ossia approfondimenti ed inchieste). Se il giornalismo si dedica al coretto a cappella per intonare un Miserere per Lehman Brothers, non si lamenti che i tempi sono duri.
Basta scorrere che pochi hanno dedicato la loro attenzione ai segni di ripresa ed a temi relativamente nuovi per la stampa quotidiana , pur se antichi nella professione, (come l’economia della felicità). Quasi tutti hanno dedicato colonne e colonne all’anniversario del fallimento di Lehman Brothers , trattato come evento epocale (pur se lacrimogeno e lacrimoso) che avrebbe segnato una spartiacque nell’evoluzione mondiale e nella percezione di cosa è auspicabile e cosa è invece deprecabile. Gran parte degli articoli erano, in aggiunta, firmati da giornalisti che non avevano percepito l’avanzarsi della crisi nella prima parte di questo decennio. Tra coloro in lacrime anche un collega con cui ha avuto una garbata polemica nel luglio 2007 poiché alle prime misure della Federal Reserve (dirette a tentare di mettere una toppa) aveva salutato la fine delle difficoltà finanziarie (si era appena all’inizio) ed aveva anche lanciato un peana in favore dei mutui subprime per la loro funzione da lui ritenuta sociale.
Le rassegne stampa del 14 e 15 settembre dovrebbe indurre ad una riflessione. In primo luogo, non si celebrano le ricorrenze dei fallimenti – la stampa estera ha ricordato l’evento con molta sobrietà e poco spazio. In secondo luogo, se la stampa economica, in una fase densa di temi nuovi come l’attuale, si dedica ad acchiappare farfalle (tra un piagnisteo e l’altro), non dobbiamo sorprenderci se lettori (ed inserzionisti) votano con le gambe e le voltano le spalle.
Nel 1952, Keith Murdoch, padre quel Sir Rupert che è uno dei maggiori editori a livello mondiale, scrisse nella propria lettera-testamento al proprio figlio-erede: “Salva la stampa scritta”. Keith la vedeva già assediata dalla televisione ma ne riconosceva la funzione sociale: non solo dare notizie (quello, nel 1952, poteva già farlo la televisione ed ora Internet e tanti altri meccanismi) ma approdarle, evidenziarne la relativa gerarchia. Keith Murdoch non è ricordato nell’ultimo lavoro di Alex Jones, per anni una delle firme di punta del “New Times”, vincitore di un Premio Pulitzer e a lungo alla guida dello Shorenstein Center on the Press, Politics and Public Policy all’Università di Harvard. Nel suo ultimo libro (“Losing the News. The Future of News that Feeds Democracy, Oxford University Press) sottolinea, in 234 pagine dense di teoria del giornalismo e di analisi empiriche, come la stampa scritta ha una sola strada per salvarsi (e contribuire alla democrazia): in-depth reporting (ossia approfondimenti ed inchieste). Se il giornalismo si dedica al coretto a cappella per intonare un Miserere per Lehman Brothers, non si lamenti che i tempi sono duri.
BILANCIO POSITIVO INPS MA LE PENSIONI RESTANO DA RIFORMARE Avvenire 16 settembre
Giuseppe Pennisi
Molti hanno applaudito le stime secondo cui per il terzo anno consecutivo il conto economico (o bilancio d’esercizio) dell’Inps segna un considerevole utile di gestione (circa 6 miliardi di euro). Tale utile può essere considerato come un’indicazione che il “tormentone” previdenziale italiano sta terminando e dobbiamo smetterla di parlare di riforme della previdenza? Senza dubbio, un utile è preferibile ad un disavanzo. Tuttavia, l’Inps copre solamente parte dell’universo previdenziale e riceve un congruo contributo dall’erario a titolo di separazione tra assistenza e previdenza (in molti Paesi Ocse parte delle voci da noi considerate “assistenza” rientrano a pieno titolo nella “previdenza”). Ci sono, poi, determinanti di breve periodo destinante ad esaurire il loro apporto ai conti Inps: a) l’aumento dei contributi di numerose categorie varato nella scorsa legislatura; b) la regolarizzazione di 200.000 extra-comunitari e neo-comunitari; c) l’emersione di 80.000 lavoratori in nero. Un tassello è particolarmente fragile: le regole Ue e i trattati dell’Italia con molti Paesi extra-comunitari prevedono che al rientro in patria i lavoratori portino seco (ai loro enti previdenziali nazionali) i contributi versati da loro e dai loro datori di lavoro. Altro tassello fragile riguarda le entrate: vengono contabilizzati crediti (nei confronti principalmente di imprese renitenti al pagamento dei contributi) per 30 miliardi di euro- arduo ipotizzare che ne venga recuperato più del 30-50% (in tal caso l’attivo di d’esercizio prospettato per il 2009 diventerebbe un passivo). I conti possono sembrare incipriati.
Come si è detto, l’Inps non copre tutta la spesa previdenziale: i conti di altri istituti- Inpdap in particolare – forniscono un quadro non affatto incoraggiante. Il punto cruciale è che sulla base delle nuove stime di crescita dell’economia italiana c’è l’alta probabilità la spesa totale per la previdenza passi dal 14% del pil nel 2008 al 19-20% nel 2018, togliendo risorse ad altri settori importanti (istruzione, ricerca, supporto alla trasformazione produttiva).
Il quadro non è solamente fosco. C’è un tracollo delle richieste di pensionamento d’anzianità ed un graduale prolungamento dell’età in cui si va a riposo. Stanno cambiando in senso virtuoso i comportamenti – un effetto ritardato delle norme del 1993 e del 1997 in materia di indicizzazione (che comportano un’erosione, nel tempo, del valore reale dei trattamenti). Tale cambiamento è molto più importante di conti più o meno imbellettati.
Basta contare su un ulteriore modifica spontanea dei comportamenti nella direzione appropriata? Probabilmente no. Occorre rimettere mano ai coefficienti per trasformare in trattamenti annuali i montanti di contributi accumulati nella vita lavorativa. La soluzione migliore sarebbe prevedere una riduzione maggiore dell’attuale della differenza tra ultimo stipendio e prima pensione ma un aumento significato del’assegno previdenziale dai 75 anni in più – quando maggiore è l’esigenza di assistenza. Ciò inciderebbe davvero sui comportamenti .
Molti hanno applaudito le stime secondo cui per il terzo anno consecutivo il conto economico (o bilancio d’esercizio) dell’Inps segna un considerevole utile di gestione (circa 6 miliardi di euro). Tale utile può essere considerato come un’indicazione che il “tormentone” previdenziale italiano sta terminando e dobbiamo smetterla di parlare di riforme della previdenza? Senza dubbio, un utile è preferibile ad un disavanzo. Tuttavia, l’Inps copre solamente parte dell’universo previdenziale e riceve un congruo contributo dall’erario a titolo di separazione tra assistenza e previdenza (in molti Paesi Ocse parte delle voci da noi considerate “assistenza” rientrano a pieno titolo nella “previdenza”). Ci sono, poi, determinanti di breve periodo destinante ad esaurire il loro apporto ai conti Inps: a) l’aumento dei contributi di numerose categorie varato nella scorsa legislatura; b) la regolarizzazione di 200.000 extra-comunitari e neo-comunitari; c) l’emersione di 80.000 lavoratori in nero. Un tassello è particolarmente fragile: le regole Ue e i trattati dell’Italia con molti Paesi extra-comunitari prevedono che al rientro in patria i lavoratori portino seco (ai loro enti previdenziali nazionali) i contributi versati da loro e dai loro datori di lavoro. Altro tassello fragile riguarda le entrate: vengono contabilizzati crediti (nei confronti principalmente di imprese renitenti al pagamento dei contributi) per 30 miliardi di euro- arduo ipotizzare che ne venga recuperato più del 30-50% (in tal caso l’attivo di d’esercizio prospettato per il 2009 diventerebbe un passivo). I conti possono sembrare incipriati.
Come si è detto, l’Inps non copre tutta la spesa previdenziale: i conti di altri istituti- Inpdap in particolare – forniscono un quadro non affatto incoraggiante. Il punto cruciale è che sulla base delle nuove stime di crescita dell’economia italiana c’è l’alta probabilità la spesa totale per la previdenza passi dal 14% del pil nel 2008 al 19-20% nel 2018, togliendo risorse ad altri settori importanti (istruzione, ricerca, supporto alla trasformazione produttiva).
Il quadro non è solamente fosco. C’è un tracollo delle richieste di pensionamento d’anzianità ed un graduale prolungamento dell’età in cui si va a riposo. Stanno cambiando in senso virtuoso i comportamenti – un effetto ritardato delle norme del 1993 e del 1997 in materia di indicizzazione (che comportano un’erosione, nel tempo, del valore reale dei trattamenti). Tale cambiamento è molto più importante di conti più o meno imbellettati.
Basta contare su un ulteriore modifica spontanea dei comportamenti nella direzione appropriata? Probabilmente no. Occorre rimettere mano ai coefficienti per trasformare in trattamenti annuali i montanti di contributi accumulati nella vita lavorativa. La soluzione migliore sarebbe prevedere una riduzione maggiore dell’attuale della differenza tra ultimo stipendio e prima pensione ma un aumento significato del’assegno previdenziale dai 75 anni in più – quando maggiore è l’esigenza di assistenza. Ciò inciderebbe davvero sui comportamenti .
martedì 15 settembre 2009
KAFKA SUL PALCO Il Foglio 16 settembre
In settembre, si scatena, l’”assalto alla diligenza” sulla finanziaria tanto in Italia quanto in gran parte dei Paesi Ue .Il mondo variopinto dei teatri in musica è quello che forse più di altri alle proteste accompagna i pianti. Sarà il senso del melodramma nel Dna della “musa bizzarra e altera”, così un musicologo tedesco chiamò anni fa la lirica. Sarà la rassegnazione in seguito ai “tagli” del passato. Sarà che, nelle “coulisses” dello stesso Ministero responsabile del Fus (il veicolo per le sovvenzioni ai teatri) albergano (da tre lustri) “residui di cassa” in “contabilità speciali”, limitando l’azione nei confronti di chi ha il cordone della spesa.
Il vostro “chroniqueur” è stato sedotto dalla “musa bizzarra e altera” quando era adolescente. Non si associa al coretto a cappella non solamente perché, come dice il proverbio americano, boys do not cry (“i ragazzi non piangono”) ma poiché è convinto che la “musa” sarà sempre più nei guai se non riduce i propri costi (troppe risorse finiscono in belletti e maschere facciali) e non attira il pubblico giovane. In reve, “la musa bizzarra e altera” deve ricominciare a sedurre i ragazzi nell’età che plasma i gusti. E’ riuscita a farlo in Europa centrale, in Nord America, in Estremo Oriente, nelle Isole britanniche. Perché non prova in Italia dove è nata per iniziativa di giovani (la Camerata Bardi) colti ma anche dediti ai piaceri della buona cucini, dei buoni vini e della carne?
Uno strumento sarebbe fare circolare le produzioni low-cost che da quattro anni, proprio in settembre, mentre vengono intonate le lamentazioni, sono allestite alla Sagra Melatestiana a Rimini. La prima è stata Diario di uno scomparso di Leoš Janàcek, posta in scena come un’opera con una propria integrità, un allestimento tanto più efficace quanto più “povero”. Ha seguito La Bellezza ravveduta nel Tempo nel Disinganno di Georg Händel : chi poteva pensare che un oratorio moralizzante (di tre ore) su libretto del Cardinal Pamphili potesse interessare i giovani di oggi? Era già successo a Zurigo. A Rimini, è stato portato ai giorni nostri : una cena (quattro cantanti, un piccolo complesso strumentale) durante il quale si svolge un delicato gioco di coppie. L’anno scorso è stata la volta di Water Passion di Tan Dun, di cui “Il Foglio” ha trattato: una scarna passione secondo Matteo dove live electronics è integrata da musica di elementi naturali- acqua, pietre. Ora sono è in scena Kafka Fragmente composto da György Kurtàg , uno dei maggiori compositori viventi che alla Biennale di Venezia 2009 riceve il Leon d’Oro alla carriera. E’ un’opera lirica che richiede solo un soprano (Sara Allegretta a Rimini) ed una violinista (Jeanne-Marie Conquer). Dura 50 minuti ed è strutturata in otto “scene” e quattro parti. Kurtág afferma che il luogo adatto per rappresentarla è una qualsiasi strada- “un’opera da strada”. Il regista Denis Krief ha scelto un cantiere aperto nel semi-distrutto complesso degli agostiniani, corredandolo con proiezioni di incisioni di Kubin e di immagini di film dei tempi di Kafka e di Kurtág. Le quattro parti (ciascuna frase viene da lavori giovanili di Kafka) esprimono i timori ed i tremori del giovane di fronte alla “folla cittadina”. E’ immediato il riferimento al romanzo “Amerika”. Non ne è, però, una riduzione. György Kurtàg sfiora Kafka, prelevando poche frasi e riportando tutto ad una drammaturgia che interviene sulle parole, sulle sillabe, sulle vocali. Spettacolo affascinante che attrae giovani ed il cui budget sfiora i 20.000 euro non gli oltre 2 milioni di euro che, pare, è costata la recente messa in scena della rossiniana Zelmira al Rof.
Richiede un teatro di dimensioni contenute. Sarebbe perfetto per la Piccola Scala, se esistesse ancora. Per il Goldoni di Firenze (raramente utilizzato). Per il Teatro Studio del Parco della Musica, per il Palladio, per il Nazionale a Roma. Per il Teatro delle Celebrazioni a Bologna. Per il Politeama a Napoli. Per gli splendidi teatri di Umbria, Marche e Toscana (restaurati di recente a spese dei contribuenti). Cosa fanno le fondazioni e gli enti preposti di fronte a alta qualità a costo basso (e mirata ad un nuovo pubblico)? Se si lamentano, la risposta può solo essere: Boys do not cry
Il vostro “chroniqueur” è stato sedotto dalla “musa bizzarra e altera” quando era adolescente. Non si associa al coretto a cappella non solamente perché, come dice il proverbio americano, boys do not cry (“i ragazzi non piangono”) ma poiché è convinto che la “musa” sarà sempre più nei guai se non riduce i propri costi (troppe risorse finiscono in belletti e maschere facciali) e non attira il pubblico giovane. In reve, “la musa bizzarra e altera” deve ricominciare a sedurre i ragazzi nell’età che plasma i gusti. E’ riuscita a farlo in Europa centrale, in Nord America, in Estremo Oriente, nelle Isole britanniche. Perché non prova in Italia dove è nata per iniziativa di giovani (la Camerata Bardi) colti ma anche dediti ai piaceri della buona cucini, dei buoni vini e della carne?
Uno strumento sarebbe fare circolare le produzioni low-cost che da quattro anni, proprio in settembre, mentre vengono intonate le lamentazioni, sono allestite alla Sagra Melatestiana a Rimini. La prima è stata Diario di uno scomparso di Leoš Janàcek, posta in scena come un’opera con una propria integrità, un allestimento tanto più efficace quanto più “povero”. Ha seguito La Bellezza ravveduta nel Tempo nel Disinganno di Georg Händel : chi poteva pensare che un oratorio moralizzante (di tre ore) su libretto del Cardinal Pamphili potesse interessare i giovani di oggi? Era già successo a Zurigo. A Rimini, è stato portato ai giorni nostri : una cena (quattro cantanti, un piccolo complesso strumentale) durante il quale si svolge un delicato gioco di coppie. L’anno scorso è stata la volta di Water Passion di Tan Dun, di cui “Il Foglio” ha trattato: una scarna passione secondo Matteo dove live electronics è integrata da musica di elementi naturali- acqua, pietre. Ora sono è in scena Kafka Fragmente composto da György Kurtàg , uno dei maggiori compositori viventi che alla Biennale di Venezia 2009 riceve il Leon d’Oro alla carriera. E’ un’opera lirica che richiede solo un soprano (Sara Allegretta a Rimini) ed una violinista (Jeanne-Marie Conquer). Dura 50 minuti ed è strutturata in otto “scene” e quattro parti. Kurtág afferma che il luogo adatto per rappresentarla è una qualsiasi strada- “un’opera da strada”. Il regista Denis Krief ha scelto un cantiere aperto nel semi-distrutto complesso degli agostiniani, corredandolo con proiezioni di incisioni di Kubin e di immagini di film dei tempi di Kafka e di Kurtág. Le quattro parti (ciascuna frase viene da lavori giovanili di Kafka) esprimono i timori ed i tremori del giovane di fronte alla “folla cittadina”. E’ immediato il riferimento al romanzo “Amerika”. Non ne è, però, una riduzione. György Kurtàg sfiora Kafka, prelevando poche frasi e riportando tutto ad una drammaturgia che interviene sulle parole, sulle sillabe, sulle vocali. Spettacolo affascinante che attrae giovani ed il cui budget sfiora i 20.000 euro non gli oltre 2 milioni di euro che, pare, è costata la recente messa in scena della rossiniana Zelmira al Rof.
Richiede un teatro di dimensioni contenute. Sarebbe perfetto per la Piccola Scala, se esistesse ancora. Per il Goldoni di Firenze (raramente utilizzato). Per il Teatro Studio del Parco della Musica, per il Palladio, per il Nazionale a Roma. Per il Teatro delle Celebrazioni a Bologna. Per il Politeama a Napoli. Per gli splendidi teatri di Umbria, Marche e Toscana (restaurati di recente a spese dei contribuenti). Cosa fanno le fondazioni e gli enti preposti di fronte a alta qualità a costo basso (e mirata ad un nuovo pubblico)? Se si lamentano, la risposta può solo essere: Boys do not cry
Return to the Origins — Chamber Opera in Crisis Times in Opera Today 15 settembre
15 Sep 2009
Return to the Origins — Chamber Opera in Crisis Times
Chamber opera is coming back after a period when it appeared to be confined to experimental works.
Matteo D’Amico: Le Malentendu; György Kurtág: Kafka Fragmente
Le Malentendu: E. Zilio, S. Solovij, M. Millhofer, D. Radrìguez, M. Iacomelli. Quartetti Bernini (M.Serino, Y. Ichichara, G. Saggini, V. Taddeo), M. Ceccarelli, M. Patarini, musical direction Guillaume Tournaire, stage direction Saverio Marconi, stage sets Gabriele Moreschi. Macerata, Teatro Italia.
Kafka Fragmente: S. Allegretta, J-M. Conquer. Stage direction, set, costumes and lighting Dennis Krief.
Above: From Kafke Fragmente
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It is a return to the origins of Opera, because, at the end of the sixteenth and beginning of the seventeenth centuries, Opera started out as a private musical entertainment, to be performed in the large hall of a Palace for the enjoyment of a limited number of friends and guests. Thus, it was chamber opera in the most literal sense.
There are several determinants at the roots of the return. Firstly, chamber opera requires a light budget with few soloists, an instrumental ensemble and simple sets and costumes; also, the production is generally suitable for touring and the costs can be shared. Secondly, it attracts a new and younger audience, partly because it charges lower ticket prices that a regular opera performance. Thirdly, and perhaps more significantly, chamber opera fits crisis times. In his Minima Moralia, Theodor A. Adorno considers Stravinsky’s chamber opera A Soldier’s Tale as one of the best expressions of World War I: the chamber group battered by shocks whose dreamlike compulsiveness simultaneously expresses real and symbolic destruction. This explains also Benjamin Britten’s emphasis on chamber opera in the years immediately after World War II.
An interesting feature of the return of chamber opera is the tendency to be addressed to an international audience. This is a new dimension: even Britten’s chamber operas were thought of primarily for an Anglo-Saxon public (although one of his masterpieces was premièred at La Fenice Opera House in Venice). In the last few weeks, two “international” chamber operas have had their première in Italy with plans of extensive European tours: Le Malentendu by Matteo D’Amico and Kafka Fragmente by György Kurtág . Neither of the two operas is in Italian; the former is in French, the latter in German. Both have been entrusted to an international cast.
The two composers are very different in age – D’Amico is in early 50s, Kurtág (in his 80s) just received the “Golden Lion” for his career at the Venice 2009 Biennale of Contemporary Music. D’Amico and Kurtág belong to different schools; in D’Amico’s work the listener feels the flavour and the colour of Henze. and those of Boulez in Kurtág’s. Both operas can be performed in a regular theatre of comparatively small dimensions (an audience of 400-600) but they are much more effective in an unusual space. For Le Malentendu a small center stage arena was chosen; for Kafka Fragmente the half destroyed main hall of a Convent bombed during World War II and never reconstructed.
Le Malentendu was premiered in Macerata. Its text is after Camus’ play, shortened so that the performance has a total 90 minutes’ duration without intermission. The four singers come from different European countries: the mother (Elena Zilio) is Italian, the daughter Martha (Sofia Solovij) Ukrainian, the son Jean (Mark Milhofer) British, his wife Maria (Davinia Rodrìguez) from Las Palmas. There is also a fifth character, the servant (Marco Iacomelli) - silent throughout the performance until his final explosion (a very loud “No!”). The orchestra, conducted by the French Guillaume Tournaire, is made up of five strings, a clarinet/bass clarinet, and an accordion.
The plot is simple: after many years, Jean goes back to his family and rents a room in the small B & B which his mother and his sisters operate. He does not unveil himself as he wishes to be recognized by his family; he gives his passport to the servant who keeps the information strictly to himself. As a result of this malentendu (misunderstanding), he is killed by the two women, who intend to steal his money. When the servant finally shows them Jan’s document, they are in despair. In tears, his wife asks God if there is a meaning to all this. The until-then-silent servant explodes with a loud “No!”
A scene from Le Malentendu
Camus wrote Le Malentendu in 1941, when France was under occupation. The play is pervaded with symbolism, expressionism and existentialism. It is theater of the absurd, or of the absurdity of life. It mirrors a deep crisis in Europe. To enhance full understanding of the text, singing is harsh declamation sliding into melodic intervals, a couple of arioso and duets. The orchestration is rich; the accordion is the link between the strings and clarinet/bass clarinet, and conveys anguish and loneliness in the voyage to nowhere by the protagonists. Singing and acting is of high quality, and because nearly all the four singers have perfect French diction – a rarity in opera performances in Italy. The only exception is Sofia Solovij: she excels dramatically but her French is barely understandable. A special mention to Elena Zilio, for the difficult role she takes at her not quite so young age.
Kafka Fragmente was also premiered in a comparatively small town, Rimini. Kurtág composed it nearly 20 years ago .Until last year it had only concert performances, although its author considers it “a street opera” – viz, a real opera (not a lieder cycle) to be “staged” in the street, in a tramway, in the midst of the crowd of a city. It lasts 50 minutes. It is made up of four scenes (without intermission) and requires only two interpreters: a soprano and a violinist –both young and attractive. Last year, a staged version toured France and part of Germany; it was conceived for regular theatres with a proper stage, stalls and balconies or boxes. It did not really fit Kurtág’s design of a “street opera”. This new production places the stage in a high Plexiglas and wood structure at the centre of the dilapidated hall: it shows the small apartment of a youngster at the beginning of the twentieth Century. The public sits on both sides of this unusual stage – perfect for any comparatively large hall. On the Plexiglas walls, footage of old movies is projected, to provide the colour of the four scenes. The footage is skilfully mixed in order not to allow the audience to identify the individual films.
The staging is international. Denis Krief , the mastermind (stage director and also responsible for costumes and lighting) was born in Tunisia, is a resident of Rome and has in his veins Jewish, Arab, French, Italian and Austro-Hungarian blood. The soprano is the Italian Sara Allegretta, the violinist the French Jeanne Marie Conquer.
Based on fragments of Kafka’s diary as well as of his first novel (Amerika), the four scenes have a development: the growing up to age of a fragile young person. The musical tension is between the voice and the instrument, heightened by the fact that the soprano and the violinist cannot see one another. Kurtág’ s vocal and instrumental writing is elegant - there is no minimalism at all in the intense 50 minutes, even though there are only two interpreters. They both have virtuoso roles. Sara Allegretta is a soprano assoluto with the full gamut of lyric, dramatic and even coloratura nuances; personally, in certain moments, I would have liked also a Wagnerian pitch. Jeanne Marie Conquer was simply exquisite.
Giuseppe Pennisi
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Return to the Origins — Chamber Opera in Crisis Times
Chamber opera is coming back after a period when it appeared to be confined to experimental works.
Matteo D’Amico: Le Malentendu; György Kurtág: Kafka Fragmente
Le Malentendu: E. Zilio, S. Solovij, M. Millhofer, D. Radrìguez, M. Iacomelli. Quartetti Bernini (M.Serino, Y. Ichichara, G. Saggini, V. Taddeo), M. Ceccarelli, M. Patarini, musical direction Guillaume Tournaire, stage direction Saverio Marconi, stage sets Gabriele Moreschi. Macerata, Teatro Italia.
Kafka Fragmente: S. Allegretta, J-M. Conquer. Stage direction, set, costumes and lighting Dennis Krief.
Above: From Kafke Fragmente
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It is a return to the origins of Opera, because, at the end of the sixteenth and beginning of the seventeenth centuries, Opera started out as a private musical entertainment, to be performed in the large hall of a Palace for the enjoyment of a limited number of friends and guests. Thus, it was chamber opera in the most literal sense.
There are several determinants at the roots of the return. Firstly, chamber opera requires a light budget with few soloists, an instrumental ensemble and simple sets and costumes; also, the production is generally suitable for touring and the costs can be shared. Secondly, it attracts a new and younger audience, partly because it charges lower ticket prices that a regular opera performance. Thirdly, and perhaps more significantly, chamber opera fits crisis times. In his Minima Moralia, Theodor A. Adorno considers Stravinsky’s chamber opera A Soldier’s Tale as one of the best expressions of World War I: the chamber group battered by shocks whose dreamlike compulsiveness simultaneously expresses real and symbolic destruction. This explains also Benjamin Britten’s emphasis on chamber opera in the years immediately after World War II.
An interesting feature of the return of chamber opera is the tendency to be addressed to an international audience. This is a new dimension: even Britten’s chamber operas were thought of primarily for an Anglo-Saxon public (although one of his masterpieces was premièred at La Fenice Opera House in Venice). In the last few weeks, two “international” chamber operas have had their première in Italy with plans of extensive European tours: Le Malentendu by Matteo D’Amico and Kafka Fragmente by György Kurtág . Neither of the two operas is in Italian; the former is in French, the latter in German. Both have been entrusted to an international cast.
The two composers are very different in age – D’Amico is in early 50s, Kurtág (in his 80s) just received the “Golden Lion” for his career at the Venice 2009 Biennale of Contemporary Music. D’Amico and Kurtág belong to different schools; in D’Amico’s work the listener feels the flavour and the colour of Henze. and those of Boulez in Kurtág’s. Both operas can be performed in a regular theatre of comparatively small dimensions (an audience of 400-600) but they are much more effective in an unusual space. For Le Malentendu a small center stage arena was chosen; for Kafka Fragmente the half destroyed main hall of a Convent bombed during World War II and never reconstructed.
Le Malentendu was premiered in Macerata. Its text is after Camus’ play, shortened so that the performance has a total 90 minutes’ duration without intermission. The four singers come from different European countries: the mother (Elena Zilio) is Italian, the daughter Martha (Sofia Solovij) Ukrainian, the son Jean (Mark Milhofer) British, his wife Maria (Davinia Rodrìguez) from Las Palmas. There is also a fifth character, the servant (Marco Iacomelli) - silent throughout the performance until his final explosion (a very loud “No!”). The orchestra, conducted by the French Guillaume Tournaire, is made up of five strings, a clarinet/bass clarinet, and an accordion.
The plot is simple: after many years, Jean goes back to his family and rents a room in the small B & B which his mother and his sisters operate. He does not unveil himself as he wishes to be recognized by his family; he gives his passport to the servant who keeps the information strictly to himself. As a result of this malentendu (misunderstanding), he is killed by the two women, who intend to steal his money. When the servant finally shows them Jan’s document, they are in despair. In tears, his wife asks God if there is a meaning to all this. The until-then-silent servant explodes with a loud “No!”
A scene from Le Malentendu
Camus wrote Le Malentendu in 1941, when France was under occupation. The play is pervaded with symbolism, expressionism and existentialism. It is theater of the absurd, or of the absurdity of life. It mirrors a deep crisis in Europe. To enhance full understanding of the text, singing is harsh declamation sliding into melodic intervals, a couple of arioso and duets. The orchestration is rich; the accordion is the link between the strings and clarinet/bass clarinet, and conveys anguish and loneliness in the voyage to nowhere by the protagonists. Singing and acting is of high quality, and because nearly all the four singers have perfect French diction – a rarity in opera performances in Italy. The only exception is Sofia Solovij: she excels dramatically but her French is barely understandable. A special mention to Elena Zilio, for the difficult role she takes at her not quite so young age.
Kafka Fragmente was also premiered in a comparatively small town, Rimini. Kurtág composed it nearly 20 years ago .Until last year it had only concert performances, although its author considers it “a street opera” – viz, a real opera (not a lieder cycle) to be “staged” in the street, in a tramway, in the midst of the crowd of a city. It lasts 50 minutes. It is made up of four scenes (without intermission) and requires only two interpreters: a soprano and a violinist –both young and attractive. Last year, a staged version toured France and part of Germany; it was conceived for regular theatres with a proper stage, stalls and balconies or boxes. It did not really fit Kurtág’s design of a “street opera”. This new production places the stage in a high Plexiglas and wood structure at the centre of the dilapidated hall: it shows the small apartment of a youngster at the beginning of the twentieth Century. The public sits on both sides of this unusual stage – perfect for any comparatively large hall. On the Plexiglas walls, footage of old movies is projected, to provide the colour of the four scenes. The footage is skilfully mixed in order not to allow the audience to identify the individual films.
The staging is international. Denis Krief , the mastermind (stage director and also responsible for costumes and lighting) was born in Tunisia, is a resident of Rome and has in his veins Jewish, Arab, French, Italian and Austro-Hungarian blood. The soprano is the Italian Sara Allegretta, the violinist the French Jeanne Marie Conquer.
Based on fragments of Kafka’s diary as well as of his first novel (Amerika), the four scenes have a development: the growing up to age of a fragile young person. The musical tension is between the voice and the instrument, heightened by the fact that the soprano and the violinist cannot see one another. Kurtág’ s vocal and instrumental writing is elegant - there is no minimalism at all in the intense 50 minutes, even though there are only two interpreters. They both have virtuoso roles. Sara Allegretta is a soprano assoluto with the full gamut of lyric, dramatic and even coloratura nuances; personally, in certain moments, I would have liked also a Wagnerian pitch. Jeanne Marie Conquer was simply exquisite.
Giuseppe Pennisi
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lunedì 14 settembre 2009
TRECENTO CANDELINE PER FESTEGGIARE PERGOLES Milano Finanza 12 settembre
Pergolesi nacque a Jesi il 10 gennaio 2010. Tanto la sua città natale quanto a Pozzuoli (dove è morto a 26 anni) è stato ha predisposto un programma da fare invidia quello allestito da Salisburgo per Mozart. Iniziato in giugno con un concerto inaugurale diretto da Claudio Abbado a Jesi, fino a tutto il 2010, sia Jesi sia a Pozzuoli, vengono messe in scena tutte e 10 le sue opere e il resto della sua musica. La ricorrenza viene celebrata anche in Francia, dove il Festival di Radio France ha spesso coprodotto allestimenti con la Fondazione Pergolesi, perché nel 1752 la rappresentazione a Parigi de “La Serva Padrona” – intermezzo dell’”opera seria” “Il Prigionier Superbo”- scatenò la “querelle des bouffons” tra sostenitori dell’”opéra ballet” barocca ed lirismo italiano. La “querelle” fu fondamentale nell’evoluzione dell’illuminismo e segnò la strada che avrebbe preso il teatro in musica.
Il boccone più prelibato del festival in corso è il “Prigionier Superbo”. Si fa ricorso ad una produzione internazionale con regia di Henning Brockhaus e direzione musicale di Corrado Rovaris ed una rosa d’interpreti specializzati. Anche al fine di tenere lo spettacolo entro una durata di meno di tre ore, non è incluso l’intermezzo “La Serva Padrona” . Interessante la regia: il mondo del barocco viene contrapposto a quello contemporaneo, facendo riferimento al teatro giapponese delle marionette Bunraku. Pupazzi inanimati vestiti con sfarzosi abiti barocchi prendono vita quando si stabilisce la connessione con i cantanti, loro alter ego contemporanei.
Il boccone più prelibato del festival in corso è il “Prigionier Superbo”. Si fa ricorso ad una produzione internazionale con regia di Henning Brockhaus e direzione musicale di Corrado Rovaris ed una rosa d’interpreti specializzati. Anche al fine di tenere lo spettacolo entro una durata di meno di tre ore, non è incluso l’intermezzo “La Serva Padrona” . Interessante la regia: il mondo del barocco viene contrapposto a quello contemporaneo, facendo riferimento al teatro giapponese delle marionette Bunraku. Pupazzi inanimati vestiti con sfarzosi abiti barocchi prendono vita quando si stabilisce la connessione con i cantanti, loro alter ego contemporanei.
A Guide To The Music Of The 21st Century Milano Finanza 12 settembre
Non fatevi confondere dal titolo e dalla copertina . Non è una nuova aggiornata edizione di “The Young Person’s Guide to Orchestra” oppure un’antologia delle nuove tendenze post-dodecafoniche quali minimalismo, elettroacustica e neo-romanticismo. E’, invece, una piacevole fusione di vari aspetti di quella che negli anni 70 si sarebbe chiamata musica “easy listening” utilizzando strumentazione sia antica sia moderna e con una buona dose di virtuosismo. Scavando ci si accorge che è una mini-opera rock : un gruppo di hippie scatena un virus in modo da potere restare soli a contemplare, nella loro isola, il loro universo; nel far ciò fondono le tendenze prevalenti di questi ultimi anni.
Perfect Vacuum
A Guide To The Music Of The 21st Century
Acidsoxx Musicks, Sante Fe, NM, 2009
CD $9.98
website del distributore: http://www.acidsoxx.com.
Perfect Vacuum
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Acidsoxx Musicks, Sante Fe, NM, 2009
CD $9.98
website del distributore: http://www.acidsoxx.com.
Parisina Milano Finanza 12 settembre
Parisina
Pietro Mascagni. Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma- Direzione Musicale Gianandrea Gavazzeni
Perché dedicare alcune ore di un calda estate all’ascolto di questa “Parisina” edita sulla base dei nastri di un’edizione romana del lontano dicembre 1978? In primo luogo, ricorrono dieci anni dalla scomparsa di Gavazzeni, uno dei maggiori musicisti europei del Novecento; è opera a cui Gavazzeni era (giustamente) particolarmente affezionato ma, da 30 anni, scomparsa dai palcoscenici italiani. In secondo luogo, il libretto è di Gabriele D’Annunzio ed il lavoro rappresenta l’apice a cui giunse, ai tempi della prima guerra mondiale, il decadentismo italiano. In terzo luogo, il decadentismo è tornato a piacere , soprattutto ai più giovani: anche per questa ragione il prossimo Maggio Musicale Fiorentino viene inaugurato con “La Donna Senz’Ombra”, contemporanea di “Parisina” con cui ha molte assonanze di scrittura vocale e strumentale.
Parisina
Pietro Mascagni – Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma- Direzione Musicale Gianandrea Gavazzeni. Solisti principali: Hazan, Venditelli, Protti, Furlanetto
Bongiovanni Editore € 31
Pietro Mascagni. Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma- Direzione Musicale Gianandrea Gavazzeni
Perché dedicare alcune ore di un calda estate all’ascolto di questa “Parisina” edita sulla base dei nastri di un’edizione romana del lontano dicembre 1978? In primo luogo, ricorrono dieci anni dalla scomparsa di Gavazzeni, uno dei maggiori musicisti europei del Novecento; è opera a cui Gavazzeni era (giustamente) particolarmente affezionato ma, da 30 anni, scomparsa dai palcoscenici italiani. In secondo luogo, il libretto è di Gabriele D’Annunzio ed il lavoro rappresenta l’apice a cui giunse, ai tempi della prima guerra mondiale, il decadentismo italiano. In terzo luogo, il decadentismo è tornato a piacere , soprattutto ai più giovani: anche per questa ragione il prossimo Maggio Musicale Fiorentino viene inaugurato con “La Donna Senz’Ombra”, contemporanea di “Parisina” con cui ha molte assonanze di scrittura vocale e strumentale.
Parisina
Pietro Mascagni – Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma- Direzione Musicale Gianandrea Gavazzeni. Solisti principali: Hazan, Venditelli, Protti, Furlanetto
Bongiovanni Editore € 31
FINALMENTE, TUTTO PERGOLESI (E 300) Il Domenicale 12 settembre
La piccola Jesi si propone come la Salisburgo italiana del 2010. E, per essere certa di partite con il piede giusto, inizia le attività in questi giorni. Nel 2006 in occasione dei 150 dalla nascita di Mozart, nella sua città natale vennero rappresentati tutti e 22 i suoi lavori per il teatro in musica. Gian Battista Draghi (o Drago) detto Pergolesi in quanto discendente da una famiglia di Pergola, nacque a Jesi il 10 gennaio 2010 e la città natale ha predisposto un programma per mettere in scena tutte e 10 le sue opere ed anche tutto il resto della sua musica (soprattutto sacra, come il notissimo “Stabat Mater”. Pergolesi visse solo 26 anni (Mozart arrivò a 35). Sino a quando una diecina di anni fa, la Fondazione Pergolesi- Spontini , con un forte sostegno locale, non ha creato un festival annuale, venivano rappresentati unicamente “La Serva Padrona” (nata come in intermezzo in due parti per l’opera seria “Il Prigionier Superbo”), la commedia in musica “Il Flaminio” e grazie principalmente a Riccardo Muti (appassionato del lavoro), l’opera buffa “Lu’ Frate Innamoratu”. Non si conosceva, quasi, il grande contributo dato, nell’arco di pochi anni, all’opera seria.
Le celebrazioni hanno avuto un’anteprima il 5 giugno con un concerto diretto da Claudio Abbado alla guida dell’Orchestra Mozart . Il programma vero e proprio è cominciato l’11 settembre con la prima rappresentazione in tempi moderni de “Il Prigionier Superbo” (regia di Henning Brockhaus, Corrado Rovaris alla guida dell’Accademia Barocca). Entro l’autunno del 2010 verranno rappresentate tutte le opere del compositore non solo a Jesi ma anche a Pozzuoli (dove morì ), spesso in coproduzione con altri teatri italiani e stranieri che le metteranno in scena tra il 2010 ed il 2011 In. È un evento importante su cui si sono accesi i riflettori internazionali.
Come abbiamo visto in maggiore dettaglio sul “Domenicale” del 30 agosto 2008, grandissimo è stato l’impatto di Pergolesi sullo sviluppo del teatro in musica, in poco più di cinque lustri di vita e soltanto sette anni di professione. Formatosi a Napoli, al “Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo”, iniziò con lavori a carattere religioso: “La fenice sul rogo, ovvero la morte di San Giuseppe, oratorio in 2 parti”, “Li prodigi della Divina Grazia nella conversione di San Guglielmo Duca d'Aquitania”, la “Messa in Re maggiore”. “Salustia”, messa in scena nel 2008 a Montpellier ed a Jesi, ed “Il Prigionier Superbo” (mai rappresentato sino all’11 settembre 2009) mostrano come Pergolesi avesse assimilato e reso trasparente il linguaggio dei musicisti allora all’avanguardia (Leo, Hasse, Vinci). In “Adriano in Siria”, Pergolesi affrontò tutte la opportunità che il “sistema melodrammatico” potesse offrire. Ne “L’Olimpiade” fece una scelta stilistica intimista. Accanto a questo percorso nel teatro serio, ne svolse uno parallelo nella musica sacra (“Salve Regina”, “Stabat Mater”) e soprattutto nella commedia in musica (“Lo’ Frate Innamoratu”, “La Serva Padrona”, “Livietta e Tracollo”, “Il Flaminio”). In tutte queste composizioni, anche le più religiose o le più esilaranti, pone al centro “il palpito dell’anima”, come ha scritto il compianto musicologo Francesco Degrada.
Fu questo “palpito dell’anima”, ancor più della rappresentazione a Parigi nel 1752 de “La Serva Padrona” a scatenare “la querelle des bouffons”, polemica durissima fra tradizione francese e musica italiana che segnò un punto di svolta non solo nella storia della musica ma nell’evoluzione dell’illuminismo
Le celebrazioni hanno avuto un’anteprima il 5 giugno con un concerto diretto da Claudio Abbado alla guida dell’Orchestra Mozart . Il programma vero e proprio è cominciato l’11 settembre con la prima rappresentazione in tempi moderni de “Il Prigionier Superbo” (regia di Henning Brockhaus, Corrado Rovaris alla guida dell’Accademia Barocca). Entro l’autunno del 2010 verranno rappresentate tutte le opere del compositore non solo a Jesi ma anche a Pozzuoli (dove morì ), spesso in coproduzione con altri teatri italiani e stranieri che le metteranno in scena tra il 2010 ed il 2011 In. È un evento importante su cui si sono accesi i riflettori internazionali.
Come abbiamo visto in maggiore dettaglio sul “Domenicale” del 30 agosto 2008, grandissimo è stato l’impatto di Pergolesi sullo sviluppo del teatro in musica, in poco più di cinque lustri di vita e soltanto sette anni di professione. Formatosi a Napoli, al “Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo”, iniziò con lavori a carattere religioso: “La fenice sul rogo, ovvero la morte di San Giuseppe, oratorio in 2 parti”, “Li prodigi della Divina Grazia nella conversione di San Guglielmo Duca d'Aquitania”, la “Messa in Re maggiore”. “Salustia”, messa in scena nel 2008 a Montpellier ed a Jesi, ed “Il Prigionier Superbo” (mai rappresentato sino all’11 settembre 2009) mostrano come Pergolesi avesse assimilato e reso trasparente il linguaggio dei musicisti allora all’avanguardia (Leo, Hasse, Vinci). In “Adriano in Siria”, Pergolesi affrontò tutte la opportunità che il “sistema melodrammatico” potesse offrire. Ne “L’Olimpiade” fece una scelta stilistica intimista. Accanto a questo percorso nel teatro serio, ne svolse uno parallelo nella musica sacra (“Salve Regina”, “Stabat Mater”) e soprattutto nella commedia in musica (“Lo’ Frate Innamoratu”, “La Serva Padrona”, “Livietta e Tracollo”, “Il Flaminio”). In tutte queste composizioni, anche le più religiose o le più esilaranti, pone al centro “il palpito dell’anima”, come ha scritto il compianto musicologo Francesco Degrada.
Fu questo “palpito dell’anima”, ancor più della rappresentazione a Parigi nel 1752 de “La Serva Padrona” a scatenare “la querelle des bouffons”, polemica durissima fra tradizione francese e musica italiana che segnò un punto di svolta non solo nella storia della musica ma nell’evoluzione dell’illuminismo
CLT - Festival Pergolesi Spontini / Se il regista butta la chiave…Il Velino 14 settembre
Roma, 14 set (Velino) - “Il prigionier superbo” di Giovanni Battista Pergolesi, messo in scena al Festival di Jesi per la seconda volta in tempi moderni (circa tre lustri fa sempre nella città marchigiana ci fu un’esecuzione diretta da Marcello Panni e registrata dalla casa discografica Bongiovanni), è una di quelle opere che dovrebbero interessare unicamente gli storici della musica. Non è dato sapere se dopo le due rappresentazioni jesine ci saranno ulteriori riprese. Si era parlato di Treviso e anche di Montpellier, ma per una serie di ragioni la sola data certa è il ritorno a Jesi tra circa un anno, in occasione delle celebrazioni del terzo centenario della nascita di Pergolesi, uno dei genius loci della gradevole città. Da quanto visto al Festival, un evento interessante, pieno di buona musica, composto nel 1733 da un Pergolesi ventiquattrenne, che sarebbe morto due anni dopo, è stato praticamente distrutto da una regia macchinosa che ha reso lo spettacolo incomprensibile. Spiace per Henning Brockhaus che ci ha regalato memorabili spettacoli (“Traviata”, “Elektra”, “El Cimarron”, “Emperor Jones”, “Lucia di Lammermoor”,”Madama Butterfly”, per citarne solo alcuni), ma che questa volta ha toppato. In un’opera in cui si tratta di prigioni e prigionieri – lo dice il titolo stesso-, ha chiuso la porta del carcere e buttato la chiave più importante: quella di rendere comprensibile la vicenda al pubblico che, come diceva Flaiano, ha reagito con le gambe (al terzo atto molto file e diversi palchi erano vuoti) o dormendo.
A giustificazione del regista occorre dire che il libretto è farraginoso e privo di vera efficacia drammatica: una complessa vicenda (con lieto fine), di re spodestati e incatenati, matrimoni combinati, tradimenti e via discorrendo. Brockhaus ha pensato di risolverla facendo ricorso al Teatro Bunraku delle marionette. In effetti, l’azione è rappresentata dalla meravigliose marionette del “Teatro Pirata”. Mentre, però, nel Bunraku, gli attori/cantanti sono in tute nere, invisibili (si sente solo la voce), nell’edizione jesina del “Prigionier superbo” si svolge un’azione parallela con cantanti in abiti moderni e mimi. A rendere il tutto ancora più incomprensibile, dato che ai tempi di Pergolesi molti ruoli maschili venivano affidati a castrati (prassi che, grazie al Cielo, non si usa più), mentre oggi sono assegnati a soprano o mezzo soprano, le cantanti che impersonano giovani e focosi principi indossano abiti lunghi e decolté invece che pantaloni. Difficile capire, per quasi tutto lo spettacolo, chi impersoni un uomo e chi una donna, ingenerando caos e inducendo parte del pubblico a girare la manovella per lasciare il teatro o addormentarsi sulle note di Pergolesi. Non mancano momenti efficaci, ad esempio l’inizio del terzo atto. Il cast internazionale è magistrale. L’orchestra è di valore. La concertazione buona e trasparente. Ma una volta buttata la chiave della comprensione lo spettacolo non regge.
Sarebbe stato molto più semplice se ci si fosse chiesto, con grande umiltà, perché i napoletani andarono ad ascoltare e vedere la messa in musica di una vicenda così complicata, in una Norvegia del tutto improbabile. Nel 1733, data del debutto al Teatro San Bartolomeo, l’intreccio aveva un forte significato politico e sociale: era una metafora delle tensioni in corso in Europa e nella Napoli governata dai Borboni d’Austria. Tensioni che alcuni anni dopo sarebbero sfociate nella guerra di successione austriaca, nell’ascesa di Maria Teresa al trono e nella perdita della corona imperiale che da Vienna sarebbe passata a Monaco di Baviera. A leggere con cura il libretto, c’è tutto: dai riferimenti alla legge salica e alla sua abolizione, a quelli alla guerra di successione polacca e via discorrendo.
Le alternative registiche erano essenzialmente due: mostrare l’opera come percepita dai napoletani (quindi, impianto settecentesco, riferimento alle guerre di successione – semmai con un gioco di carte geografiche- , enfasi sull’abile soluzione dinastica finale – il re non più prigioniero ma custode del trono per la figlia, elemento di forte carica innovativa); oppure attualizzare il tutto alla politica italiana odierna come fece, ad esempio, Gregoretti nel 1994 con “L’elisir d’amore” di Donizetti: Prodi avrebbe potuto essere il re deposto, Veltroni e Franceschini a contendersene le spoglie, ecc... Nel primo caso, si sarebbe dovuta prendere la metafora sul serio. Nel secondo, utilizzare un bel po’ d’ironia. Un vero peccato. Nonostante una esecuzione musicale ineccepibile – ottima Marina Comparato –, i veggenti dicono che “Il prigionier superbo” rischia l’oblio per altri 300 anni o giù di lì.
(Hans Sachs) 14 set 2009 10:28
A giustificazione del regista occorre dire che il libretto è farraginoso e privo di vera efficacia drammatica: una complessa vicenda (con lieto fine), di re spodestati e incatenati, matrimoni combinati, tradimenti e via discorrendo. Brockhaus ha pensato di risolverla facendo ricorso al Teatro Bunraku delle marionette. In effetti, l’azione è rappresentata dalla meravigliose marionette del “Teatro Pirata”. Mentre, però, nel Bunraku, gli attori/cantanti sono in tute nere, invisibili (si sente solo la voce), nell’edizione jesina del “Prigionier superbo” si svolge un’azione parallela con cantanti in abiti moderni e mimi. A rendere il tutto ancora più incomprensibile, dato che ai tempi di Pergolesi molti ruoli maschili venivano affidati a castrati (prassi che, grazie al Cielo, non si usa più), mentre oggi sono assegnati a soprano o mezzo soprano, le cantanti che impersonano giovani e focosi principi indossano abiti lunghi e decolté invece che pantaloni. Difficile capire, per quasi tutto lo spettacolo, chi impersoni un uomo e chi una donna, ingenerando caos e inducendo parte del pubblico a girare la manovella per lasciare il teatro o addormentarsi sulle note di Pergolesi. Non mancano momenti efficaci, ad esempio l’inizio del terzo atto. Il cast internazionale è magistrale. L’orchestra è di valore. La concertazione buona e trasparente. Ma una volta buttata la chiave della comprensione lo spettacolo non regge.
Sarebbe stato molto più semplice se ci si fosse chiesto, con grande umiltà, perché i napoletani andarono ad ascoltare e vedere la messa in musica di una vicenda così complicata, in una Norvegia del tutto improbabile. Nel 1733, data del debutto al Teatro San Bartolomeo, l’intreccio aveva un forte significato politico e sociale: era una metafora delle tensioni in corso in Europa e nella Napoli governata dai Borboni d’Austria. Tensioni che alcuni anni dopo sarebbero sfociate nella guerra di successione austriaca, nell’ascesa di Maria Teresa al trono e nella perdita della corona imperiale che da Vienna sarebbe passata a Monaco di Baviera. A leggere con cura il libretto, c’è tutto: dai riferimenti alla legge salica e alla sua abolizione, a quelli alla guerra di successione polacca e via discorrendo.
Le alternative registiche erano essenzialmente due: mostrare l’opera come percepita dai napoletani (quindi, impianto settecentesco, riferimento alle guerre di successione – semmai con un gioco di carte geografiche- , enfasi sull’abile soluzione dinastica finale – il re non più prigioniero ma custode del trono per la figlia, elemento di forte carica innovativa); oppure attualizzare il tutto alla politica italiana odierna come fece, ad esempio, Gregoretti nel 1994 con “L’elisir d’amore” di Donizetti: Prodi avrebbe potuto essere il re deposto, Veltroni e Franceschini a contendersene le spoglie, ecc... Nel primo caso, si sarebbe dovuta prendere la metafora sul serio. Nel secondo, utilizzare un bel po’ d’ironia. Un vero peccato. Nonostante una esecuzione musicale ineccepibile – ottima Marina Comparato –, i veggenti dicono che “Il prigionier superbo” rischia l’oblio per altri 300 anni o giù di lì.
(Hans Sachs) 14 set 2009 10:28
Immigrazione, serve una politica di "efficienza adattiva" Ffwebmagazine 14 settembre
Nei prossimi anni, verosimilmente nei prossimi lustri, la strategia in materia d’immigrazione sarà al centro del dibattito politico, economico e sociale quale che sarà il colore della maggioranza o dell’opposizione. È un tema a cui la Fondazione Farefuturo dedica speciale attenzione, come indicato dagli interventi sul webmagazine e dal seminario che tra circa un mese si terrà ad Asolo, organizzato congiuntamente con la Fondazione Italianieuropei. La determinante principale del problema risiede nel fatto che l’Italia è passata (nel giro di pochi decenni) da paese d’emigrazione netta a paese d’immigrazione netta. Come ho ricordato su questo magazine all’inizio di luglio, nel 1980 un mio libro sul tema venne trattato da molti editori come un testo di fantaeconomia tanto che, alla fine, apparve solo in inglese per i tipi di un editore tedesco.
In breve, tra il 1876 e il 1976 partirono dall’Italia oltre 24 milioni di uomini, donne e bambini (con una punta massima nel 1913 - oltre 870.000 partenze). Per tutto questo periodo, il fenomeno dell'immigrazione è stato invece pressoché inesistente, ove si eccettuino le migrazioni dovute alle conseguenze della seconda guerra mondiale, come l'esodo istriano o il rientro dalle ex-colonie d'Africa. Tali fenomeni tuttavia avevano un carattere episodico e non presentavano sostanziali problemi d'integrazione dal punto di vista sociale o culturale in quanto si trattava di persone che, pur risiedendo in terre lontane, appartenevano alla Nazione Italia. Siamo rimasti un paese dal saldo migratorio negativo. Ancora nel 1957, anno della firma del Trattato di Roma, 400mila italiani emigrarono. Nel 1973, l'Italia ebbe per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (101 ingressi ogni 100 espatri), ma gli ingressi erano ancora in gran parte costituiti da emigranti italiani che rientravano nel paese, piuttosto che da stranieri.
Il flusso di stranieri cominciò a prendere consistenza solo verso la fine degli Anni Settanta sia per la "politica delle porte aperte" praticata dall'Italia, sia per le politiche più restrittive adottate da altri paesi. Nel 1981, il primo censimento Istat degli stranieri in Italia calcolava la presenza di 321mila stranieri, di cui circa un terzo "stabili" e il rimanente "temporanei". Un anno dopo veniva proposto un primo programma di regolarizzazione degli immigrati privi di documenti, mentre nel 1986 fu varata la prima legge in materia, con cui ci si poneva l'obiettivo di garantire ai lavoratori extracomunitari gli stessi diritti dei lavoratori italiani. Secondo i dati Istat più recenti, relativi al primo gennaio 2008, sono presenti in Italia 3.432.651 stranieri, pari al 5,76% della popolazione, con un incremento, rispetto all'anno precedente, del 16,8% (493mila persone, il valore più alto degli ultimi anni). In questo valore non sono comprese le naturalizzazioni (45.485 casi, fenomeno ancora relativamente limitato), né ovviamente gli irregolari. L’età dei censiti è decisamente più bassa di quella italiana; i minorenni sono 767.060 (tra un quarto e un quinto del totale) mentre gli stranieri nati in Italia sono ormai 457.345.
Questi dati non pretendono di essere esaurienti, ma sono essenziali per toccare con mano il contesto in cui si situa un fenomeno e l’esigenza di elaborare politiche, programmi e misure con un alto grado di quella che noi economisti chiamiamo “efficienza adattiva”, ossia la capacità politica di adattarsi al mutare del contesto. Ad esempio, in un paese in cui mezzo milione di stranieri sono nati sul territorio, occorre chiedersi quanto è “efficiente” alzare barricate contro uno jus loci che prima o poi verrà applicato (poiché è nelle tendenze a lungo termine). In un paese a progressivo invecchiamento e in cui sempre meno si può contare sulla famiglia estesa per la cura degli anziani, quali sono le strategie di “efficienza adattiva” che possono assicurare uno stock e un flusso regolare di “badanti”? Inoltre, quanto è “efficiente” frenare proposte atte a dare il diritto di voto, almeno alle elezioni amministrative, a stranieri che sono regolarmente in Italia, che producono e consumano nel paese e vi pagano le tasse? Oppure quanto è “efficiente” porre ostacoli più che altrove al processo di naturalizzazione?
Non sono interrogativi, questi, da “anime belle” (o che vogliono sentirsi e farsi considerare tali), ma interrogativi di politica alta che sa guardare lontano, nella consapevolezza che chi difende l’esistente (in un mondo in rapido cambiamento) è destinato a essere perdente. Prendiamo due aspetti specifici tra i tanti che si potrebbero citare. Uno di più ampia portata e uno a livello “micro”. Riguardano rispettivamente l’immigrazione in Italia nel contesto Ue e le misure per l’integrazione. A proposito del primo, l’opinione dominante è che l’Italia sia un approdo di transito verso altri paesi europei – transito spesso destinato a diventare molto duraturo a ragione della porosità nel nostro sistema paese. E se , invece, il nostro paese diventasse come l’ "Hotel Canada" per riprendere il titolo di un saggio di Don J. Devoretz della Fraser University (Iza Discussion Paper n. 4312)? Ovvero se il fenomeno potesse essere indirizzato verso una “immigrazione circolare” in cui ottenuto un permesso di soggiorno permanente, valido nel resto dell’Ue, il transito verso altri luoghi (nel caso del Canada gli obiettivi preferiti sono gli Usa e Hong Kong) diventasse un deflusso regolare? È obiettivo desiderabile e fattibile di politica economica dell’immigrazione? Non è facile dare una risposta, ma occorre quanto meno porre il problema.
Prendiamo ora le misure per l’integrazione. Con la nostra tendenza mediterranea al piagnisteo, enfatizziamo, a ragione, il fatto che siamo carenti di mezzi e di risultati rispetto ad altri paesi con storia più lunga e maggiore esperienza nel campo. Dimentichiamo, però, esperienze “micro” di notevole importanza. È il caso, per esempio, dell’Orchestra Interetnica di Piazza Vittorio, che ha rielaborato “Il Flauto Magico” di Wolfgang Amadeus Mozart reinventandone sia la vicenda che la musica: i temi e le armonie di Mozart stringeranno la mano alla musica etnica e a quel particolare mélange di pop, reggae, rock e jazz che contraddistingue il complesso, in una produzione di RomaEuropaFestival già applaudita a Lione, Atene e Barcellona e che, il 23 settembre, inizierà al Teatro Olimpico della capitale la sua tournée italiana. È una misura forse piccola, ma è un segnale chiaro di cosa si intenda per “efficienza adattiva”.
14 settembre
In breve, tra il 1876 e il 1976 partirono dall’Italia oltre 24 milioni di uomini, donne e bambini (con una punta massima nel 1913 - oltre 870.000 partenze). Per tutto questo periodo, il fenomeno dell'immigrazione è stato invece pressoché inesistente, ove si eccettuino le migrazioni dovute alle conseguenze della seconda guerra mondiale, come l'esodo istriano o il rientro dalle ex-colonie d'Africa. Tali fenomeni tuttavia avevano un carattere episodico e non presentavano sostanziali problemi d'integrazione dal punto di vista sociale o culturale in quanto si trattava di persone che, pur risiedendo in terre lontane, appartenevano alla Nazione Italia. Siamo rimasti un paese dal saldo migratorio negativo. Ancora nel 1957, anno della firma del Trattato di Roma, 400mila italiani emigrarono. Nel 1973, l'Italia ebbe per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (101 ingressi ogni 100 espatri), ma gli ingressi erano ancora in gran parte costituiti da emigranti italiani che rientravano nel paese, piuttosto che da stranieri.
Il flusso di stranieri cominciò a prendere consistenza solo verso la fine degli Anni Settanta sia per la "politica delle porte aperte" praticata dall'Italia, sia per le politiche più restrittive adottate da altri paesi. Nel 1981, il primo censimento Istat degli stranieri in Italia calcolava la presenza di 321mila stranieri, di cui circa un terzo "stabili" e il rimanente "temporanei". Un anno dopo veniva proposto un primo programma di regolarizzazione degli immigrati privi di documenti, mentre nel 1986 fu varata la prima legge in materia, con cui ci si poneva l'obiettivo di garantire ai lavoratori extracomunitari gli stessi diritti dei lavoratori italiani. Secondo i dati Istat più recenti, relativi al primo gennaio 2008, sono presenti in Italia 3.432.651 stranieri, pari al 5,76% della popolazione, con un incremento, rispetto all'anno precedente, del 16,8% (493mila persone, il valore più alto degli ultimi anni). In questo valore non sono comprese le naturalizzazioni (45.485 casi, fenomeno ancora relativamente limitato), né ovviamente gli irregolari. L’età dei censiti è decisamente più bassa di quella italiana; i minorenni sono 767.060 (tra un quarto e un quinto del totale) mentre gli stranieri nati in Italia sono ormai 457.345.
Questi dati non pretendono di essere esaurienti, ma sono essenziali per toccare con mano il contesto in cui si situa un fenomeno e l’esigenza di elaborare politiche, programmi e misure con un alto grado di quella che noi economisti chiamiamo “efficienza adattiva”, ossia la capacità politica di adattarsi al mutare del contesto. Ad esempio, in un paese in cui mezzo milione di stranieri sono nati sul territorio, occorre chiedersi quanto è “efficiente” alzare barricate contro uno jus loci che prima o poi verrà applicato (poiché è nelle tendenze a lungo termine). In un paese a progressivo invecchiamento e in cui sempre meno si può contare sulla famiglia estesa per la cura degli anziani, quali sono le strategie di “efficienza adattiva” che possono assicurare uno stock e un flusso regolare di “badanti”? Inoltre, quanto è “efficiente” frenare proposte atte a dare il diritto di voto, almeno alle elezioni amministrative, a stranieri che sono regolarmente in Italia, che producono e consumano nel paese e vi pagano le tasse? Oppure quanto è “efficiente” porre ostacoli più che altrove al processo di naturalizzazione?
Non sono interrogativi, questi, da “anime belle” (o che vogliono sentirsi e farsi considerare tali), ma interrogativi di politica alta che sa guardare lontano, nella consapevolezza che chi difende l’esistente (in un mondo in rapido cambiamento) è destinato a essere perdente. Prendiamo due aspetti specifici tra i tanti che si potrebbero citare. Uno di più ampia portata e uno a livello “micro”. Riguardano rispettivamente l’immigrazione in Italia nel contesto Ue e le misure per l’integrazione. A proposito del primo, l’opinione dominante è che l’Italia sia un approdo di transito verso altri paesi europei – transito spesso destinato a diventare molto duraturo a ragione della porosità nel nostro sistema paese. E se , invece, il nostro paese diventasse come l’ "Hotel Canada" per riprendere il titolo di un saggio di Don J. Devoretz della Fraser University (Iza Discussion Paper n. 4312)? Ovvero se il fenomeno potesse essere indirizzato verso una “immigrazione circolare” in cui ottenuto un permesso di soggiorno permanente, valido nel resto dell’Ue, il transito verso altri luoghi (nel caso del Canada gli obiettivi preferiti sono gli Usa e Hong Kong) diventasse un deflusso regolare? È obiettivo desiderabile e fattibile di politica economica dell’immigrazione? Non è facile dare una risposta, ma occorre quanto meno porre il problema.
Prendiamo ora le misure per l’integrazione. Con la nostra tendenza mediterranea al piagnisteo, enfatizziamo, a ragione, il fatto che siamo carenti di mezzi e di risultati rispetto ad altri paesi con storia più lunga e maggiore esperienza nel campo. Dimentichiamo, però, esperienze “micro” di notevole importanza. È il caso, per esempio, dell’Orchestra Interetnica di Piazza Vittorio, che ha rielaborato “Il Flauto Magico” di Wolfgang Amadeus Mozart reinventandone sia la vicenda che la musica: i temi e le armonie di Mozart stringeranno la mano alla musica etnica e a quel particolare mélange di pop, reggae, rock e jazz che contraddistingue il complesso, in una produzione di RomaEuropaFestival già applaudita a Lione, Atene e Barcellona e che, il 23 settembre, inizierà al Teatro Olimpico della capitale la sua tournée italiana. È una misura forse piccola, ma è un segnale chiaro di cosa si intenda per “efficienza adattiva”.
14 settembre
giovedì 10 settembre 2009
LE NOTE DELL’ UMBRIA SCELGONO LO SPIRITO DI SANTA CECILIA Il Tempo 11 settembre
La 64sima Sagra Musicale Umbra è anche romana in quanto dedicata a Santa Cecilia, vergine martire , romanissima oltre che patrona della musica . La Santa è il fulcro della manifestazione poiché sono incentrate su di lei sia opere conosciutissime sia primizie barocche sia nuove composizione contemporanee. Una vera festa di rarità che si svolge in varie città della regione , riguarda (come è sua missione) la musica “dello spirito” ed è caratterizzata da una partecipazione attiva della popolazione. La manifestazione, nate nel lontano 1937, è alla 64sima edizione e si estende dal 12 al 25 settembre: per il programma completo, si veda www.perugiamusicaclassica.it
In breve Georg Friederich Haendel e Joseph Haydn (in occasione della ricorrenza dei 250 anni dalla morte del primo e dei 200 anni da quella del secondo) e chicche di Purcell e Alessandro Scarlatti vengono giustapposti al Novecento “storico” di Benjamin Britten e alla contemporaneità di Ivan Fedele, Sofia Gubaidulina, Salvatore Sciarrino, Arvo Pärt e Marco Momi con composizioni in qualche modo correlate a Santa Cecilia.
Grande attesa per Soeur Marie Keyrouz e il suo Ensemble de la Paix per la prima volta a Perugia e alla Sagra, così come lo sono I Barocchisti diretti da Diego Fasolis, I Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e l’Ensemble Epoca Barocca, mentre ritornano, sempre molto festeggiati, i Neue Vocalsolisten Stuttgart e Filippo Maria Bressan alla guida della Camerata Strumentale «Città di Prato» e del Coro Voxonus.
La Sagra inizia al Teatro Morlacchi di Perugia il 12 settembre con l’esecuzione dell’oratorio Le Stagioni di Haydn,un grande affresco corale, diretto da Enoch zu Guttenberg alla guida dei Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e del Chorgemeinschaft Neubeuern. Solisti il soprano Carolina Ullrich, il tenore Jörg Dürmüller e il basso York Felix Speer. Anche la chiusura avverrà al Teatro Morlacchi, il 25 settembre, con l’esecuzione della sontuosa Messa Solenne di Santa Cecilia di Charles Gounod diretta da Michel Tabachnik alla guida della Noord-Nederlands Orkest (NNO), formazione che si esibisce per la prima volta in Italia. Tra queste due date un programma ricchissimo per tutti coloro che amano i vari modi in cui veniva e viene declinata la musica “alta”.
Due appuntamenti importanti per chi ama la musica contemporanea: il concerto, nel Museo di San Francesco a Montefalco, del gruppo Kamerinis Koras Brevis di Vilnius in cui verrà eseguito l’Hymn to St. Cecilia di Britten a quello a Torgiano nella Chiesa di San Bartolomeo ove, alle ore 21, Ullrike Brand al violoncello, Margit Kernalla bayan-fisarmonica e Roberta Cortese come voce recitante a due composizioni di Sofia Gubaidulina: In Croce per violoncello e fisarmonica e i 10 Preludi per violoncello solo che accompagnano la recita di Paese senza parole di Dea Loher.
Vale senza dubbio un viaggio.
In breve Georg Friederich Haendel e Joseph Haydn (in occasione della ricorrenza dei 250 anni dalla morte del primo e dei 200 anni da quella del secondo) e chicche di Purcell e Alessandro Scarlatti vengono giustapposti al Novecento “storico” di Benjamin Britten e alla contemporaneità di Ivan Fedele, Sofia Gubaidulina, Salvatore Sciarrino, Arvo Pärt e Marco Momi con composizioni in qualche modo correlate a Santa Cecilia.
Grande attesa per Soeur Marie Keyrouz e il suo Ensemble de la Paix per la prima volta a Perugia e alla Sagra, così come lo sono I Barocchisti diretti da Diego Fasolis, I Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e l’Ensemble Epoca Barocca, mentre ritornano, sempre molto festeggiati, i Neue Vocalsolisten Stuttgart e Filippo Maria Bressan alla guida della Camerata Strumentale «Città di Prato» e del Coro Voxonus.
La Sagra inizia al Teatro Morlacchi di Perugia il 12 settembre con l’esecuzione dell’oratorio Le Stagioni di Haydn,un grande affresco corale, diretto da Enoch zu Guttenberg alla guida dei Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e del Chorgemeinschaft Neubeuern. Solisti il soprano Carolina Ullrich, il tenore Jörg Dürmüller e il basso York Felix Speer. Anche la chiusura avverrà al Teatro Morlacchi, il 25 settembre, con l’esecuzione della sontuosa Messa Solenne di Santa Cecilia di Charles Gounod diretta da Michel Tabachnik alla guida della Noord-Nederlands Orkest (NNO), formazione che si esibisce per la prima volta in Italia. Tra queste due date un programma ricchissimo per tutti coloro che amano i vari modi in cui veniva e viene declinata la musica “alta”.
Due appuntamenti importanti per chi ama la musica contemporanea: il concerto, nel Museo di San Francesco a Montefalco, del gruppo Kamerinis Koras Brevis di Vilnius in cui verrà eseguito l’Hymn to St. Cecilia di Britten a quello a Torgiano nella Chiesa di San Bartolomeo ove, alle ore 21, Ullrike Brand al violoncello, Margit Kernalla bayan-fisarmonica e Roberta Cortese come voce recitante a due composizioni di Sofia Gubaidulina: In Croce per violoncello e fisarmonica e i 10 Preludi per violoncello solo che accompagnano la recita di Paese senza parole di Dea Loher.
Vale senza dubbio un viaggio.
CLT - Sagra Musicale Umbra, 64 anni di musica dello spirito Il Velino 10 settembre
Roma, 10 set (Velino) - Giunta al 64esimo anno di età, la Sagra Musicale Umbra si presenta ancora giovanissima. La manifestazione ha due caratteristiche che la distinguono da altri festival: in primo luogo, riguarda esclusivamente la musica “dello spirito”, si rivolge all’Alto, principalmente ma non esclusivamente cristiano (ci sono stati concerti anche buddisti); in secondo luogo, si svolge in molteplici città della regione con una grande partecipazione della popolazione. Per il programma completo, si veda www.perugiamusicaclassica.it. L’edizione 2009 della Sagra è dedicata a Santa Cecilia, patrona della musica. Non è solo una grande festa imperniata su Haendel e Haydn in occasione della ricorrenza dei 250 anni della morte del primo e dei 200 anni di quella del secondo. A loro si affiancano primizie barocche, con Purcell e Alessandro Scarlatti, una particolare attenzione al Novecento con Britten e alla musica contemporanea con nomi prestigiosi in cartellone: Ivan Fedele, Sofia Gubaidulina, Salvatore Sciarrino, Arvo Pärt e il perugino Marco Momi. Tra gli artisti ospiti grande attesa per Soeur Marie Keyrouz e il suo Ensemble de la Paix per la prima volta a Perugia e alla Sagra, per i Barocchisti diretti da Diego Fasolis, i Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e l’Ensemble Epoca Barocca, mentre ritornano, sempre molto festeggiati, i Neue Vocalsolisten Stuttgart e Filippo Maria Bressan alla guida della Camerata Strumentale “Città di Prato” e del Coro Voxonus.
La Sagra inizia al Teatro Morlacchi di Perugia il 12 settembre alle 21 con l’esecuzione dell’oratorio “ Le Stagioni di Haydn”,un grande affresco corale, diretto da Enoch zu Guttenberg alla guida dei Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e del Chorgemeinschaft Neubeuern. Solisti il soprano Carolina Ullrich, il tenore Jörg Dürmüller e il basso York Felix Speer. Anche la chiusura avverrà, il 25 settembre al Teatro Morlacchi con l’esecuzione della sontuosa “ Messa Solenne di Santa Cecilia” di Charles Gounod diretta da Michel Tabachnik alla guida della Noord-Nederlands Orkest (Nno), formazione che si esibisce per la prima volta in Italia. “La Sagra Musicale Umbra – spiega il direttore artistico Alberto Batisti, anche direttore artistico della Fondazione Perugia Musica Classica Onlus – per il suo programma 2009 attinge all’immenso bacino di composizioni dedicate alla patrona della musica e dei musicisti, con particolare riguardo per Haendel e Haydn dei quali si celebrano quest’anno importanti anniversari. Da quando nacque nel 1937, il glorioso Festival umbro ha sempre avuto l’immagine di Santa Cecilia come simbolo riconoscibile della propria vocazione alla musica sacra. Dopo sessantaquattro edizioni ci è sembrato giusto celebrare quella martire romana che così tante pagine di musica meravigliosa ha saputo ispirare ai maggiori compositori”.
Come lo scorso anno è accaduto con la figura di Dante e il suo rapporto con la musica, i quindici appuntamenti della Sagra 2009 sono un percorso tematico, liberamente centrato sulla figura della santa martire Cecilia, di grande ricercatezza e curiosità artistica, che offre l’esecuzione di alcuni capolavori della musica barocca e la scoperta di alcune rarità di ieri e di oggi, senza dimenticare la doverosa attenzione al contemporaneo. Classica, il canale della grande musica in onda su Sky (canale 728) è da quest’anno media partner della manifestazione. Tra i numerosi concerti in programma, particolarmente interessante quello di domenica 13 settembre a Perugia di soeur Marie Keyrouz, “la grande signora del canto cristiano d’Oriente”, maronita di origine e melchita di congregazione religiosa, che affronta con il suo Ensemble de la Paix , fondato nel 1980, i “Psaumes et Cantiques de l’orient” e l’“Hymnes à l’Espérance”.
“Per ascoltare un concerto di suor Marie Keyrouz non basta un cd, bisogna vedere le mani”, scrive sul forum del Figaro un anonimo fan della suora libanese che affascina le platee di tutto il mondo con il suo canto - la “luce della musica sacra” come la stampa ha ribattezzato la fondatrice dell'Ensemble de la paix - infondendo nuova linfa e nuovo spessore interpretativo ai tesori della tradizione orientale. Senza trascurare le musiche antiche d'Occidente, studiosa di musicologia e antropologia, Marie Keyrouz spazia dal gregoriano al repertorio lirico sacro classico (Bach, Haendel, Mozart). La sicurezza della tecnica vocale le permette una grande intensità espressiva, che il concerto dedicato alla tradizione orientale saprà mettere magicamente in luce.
Altro concerto di rilievo quello del 18 settembre, nel museo di San Francesco a Montefalco, del gruppo Kamerinis Koras Brevis di Vilnius diretto da Gintautas Venislovas. Viene presentato un ricercato programma di grande suggestione, dedicato alla polifonia sacra del Novecento e contemporanea. In apertura sarà eseguito di Benjamin Britten l’“Hymn to St. Cecilia op. 27” che risale al soggiorno americano del compositore inglese e utilizza le “Three songs for St. Cecilia” scritte nel 1940 da Auden. E’ considerata una delle pagine più sorprendenti e riuscite, pur nella sua semplicità, nell’ambito della musica corale a cappella. Il programma è completato da musiche corali di Harris, Sandström, Augustinas, Miškinis, Martinaitis, Zakaras (che interpretato musicalmente una intensa poesia di Rabindranath Tagore, “The rain has held back”) e Svilainis.
Il 20 settembre all’auditorium di Foligno, i Barocchisti diretti da Diego Fasolis assieme ai solisti Maria Grazia Schiavo, soprano, Yetzabel Arias Fernandez, soprano, Nicola Marchesini, controtenore e Cyrill Auvity, tenore, affrontano una autentica rarità barocca: “Il martirio di Santa Cecilia”, oratorio di Alessandro Scarlatti composto nel 1798 a Roma su incarico del cardinal Ottoboni. Considerato irrimediabilmente perduto, l’oratorio che Scarlatti ha dedicato a Santa Cecilia è stato riscoperto, dopo tre secoli di totale oblio, nel fondo Manoscritti della Fondation Martin Bodmer di Coligny (Ginevra) ed è stato eseguito a Zurigo nel 2000, dopo essere stato pubblicato in edizione critica nello stesso anno da Karl Böhmer. A detta di tutti gli studiosi questa tragedia sacra può essere considerata tra gli oratori più drammatici e stilisticamente perfetti del barocco romano.
In assenza di cori, la musica affianca i pensieri e le gesta dei protagonisti del martirio con recitativi accompagnati che sfociano in toccanti ariosi e arie dai tratti molto commoventi. Per chi ama la musica contemporanea appuntamento il 22 settembre a Torgiano nella chiesa di San Bartolomeo ove, alle 21, Ullrike Brand al violoncello, Margit Kernalla bayan-fisarmonica e Roberta Cortese come voce recitante, eseguono la “Suite n. 5 per violoncello in do minore BWV 1011” di Bach, insieme a due composizioni di Sofia Gubaidulina: “In Croce per violoncello e fisarmonica “ e i “Dieci preludi per violoncello solo” che accompagnano la recita di “Paese senza parole” di Dea Loher.
(Hans Sachs) 10 set 2009 13:51
La Sagra inizia al Teatro Morlacchi di Perugia il 12 settembre alle 21 con l’esecuzione dell’oratorio “ Le Stagioni di Haydn”,un grande affresco corale, diretto da Enoch zu Guttenberg alla guida dei Filarmonici di Baviera - KlangVerwaltung e del Chorgemeinschaft Neubeuern. Solisti il soprano Carolina Ullrich, il tenore Jörg Dürmüller e il basso York Felix Speer. Anche la chiusura avverrà, il 25 settembre al Teatro Morlacchi con l’esecuzione della sontuosa “ Messa Solenne di Santa Cecilia” di Charles Gounod diretta da Michel Tabachnik alla guida della Noord-Nederlands Orkest (Nno), formazione che si esibisce per la prima volta in Italia. “La Sagra Musicale Umbra – spiega il direttore artistico Alberto Batisti, anche direttore artistico della Fondazione Perugia Musica Classica Onlus – per il suo programma 2009 attinge all’immenso bacino di composizioni dedicate alla patrona della musica e dei musicisti, con particolare riguardo per Haendel e Haydn dei quali si celebrano quest’anno importanti anniversari. Da quando nacque nel 1937, il glorioso Festival umbro ha sempre avuto l’immagine di Santa Cecilia come simbolo riconoscibile della propria vocazione alla musica sacra. Dopo sessantaquattro edizioni ci è sembrato giusto celebrare quella martire romana che così tante pagine di musica meravigliosa ha saputo ispirare ai maggiori compositori”.
Come lo scorso anno è accaduto con la figura di Dante e il suo rapporto con la musica, i quindici appuntamenti della Sagra 2009 sono un percorso tematico, liberamente centrato sulla figura della santa martire Cecilia, di grande ricercatezza e curiosità artistica, che offre l’esecuzione di alcuni capolavori della musica barocca e la scoperta di alcune rarità di ieri e di oggi, senza dimenticare la doverosa attenzione al contemporaneo. Classica, il canale della grande musica in onda su Sky (canale 728) è da quest’anno media partner della manifestazione. Tra i numerosi concerti in programma, particolarmente interessante quello di domenica 13 settembre a Perugia di soeur Marie Keyrouz, “la grande signora del canto cristiano d’Oriente”, maronita di origine e melchita di congregazione religiosa, che affronta con il suo Ensemble de la Paix , fondato nel 1980, i “Psaumes et Cantiques de l’orient” e l’“Hymnes à l’Espérance”.
“Per ascoltare un concerto di suor Marie Keyrouz non basta un cd, bisogna vedere le mani”, scrive sul forum del Figaro un anonimo fan della suora libanese che affascina le platee di tutto il mondo con il suo canto - la “luce della musica sacra” come la stampa ha ribattezzato la fondatrice dell'Ensemble de la paix - infondendo nuova linfa e nuovo spessore interpretativo ai tesori della tradizione orientale. Senza trascurare le musiche antiche d'Occidente, studiosa di musicologia e antropologia, Marie Keyrouz spazia dal gregoriano al repertorio lirico sacro classico (Bach, Haendel, Mozart). La sicurezza della tecnica vocale le permette una grande intensità espressiva, che il concerto dedicato alla tradizione orientale saprà mettere magicamente in luce.
Altro concerto di rilievo quello del 18 settembre, nel museo di San Francesco a Montefalco, del gruppo Kamerinis Koras Brevis di Vilnius diretto da Gintautas Venislovas. Viene presentato un ricercato programma di grande suggestione, dedicato alla polifonia sacra del Novecento e contemporanea. In apertura sarà eseguito di Benjamin Britten l’“Hymn to St. Cecilia op. 27” che risale al soggiorno americano del compositore inglese e utilizza le “Three songs for St. Cecilia” scritte nel 1940 da Auden. E’ considerata una delle pagine più sorprendenti e riuscite, pur nella sua semplicità, nell’ambito della musica corale a cappella. Il programma è completato da musiche corali di Harris, Sandström, Augustinas, Miškinis, Martinaitis, Zakaras (che interpretato musicalmente una intensa poesia di Rabindranath Tagore, “The rain has held back”) e Svilainis.
Il 20 settembre all’auditorium di Foligno, i Barocchisti diretti da Diego Fasolis assieme ai solisti Maria Grazia Schiavo, soprano, Yetzabel Arias Fernandez, soprano, Nicola Marchesini, controtenore e Cyrill Auvity, tenore, affrontano una autentica rarità barocca: “Il martirio di Santa Cecilia”, oratorio di Alessandro Scarlatti composto nel 1798 a Roma su incarico del cardinal Ottoboni. Considerato irrimediabilmente perduto, l’oratorio che Scarlatti ha dedicato a Santa Cecilia è stato riscoperto, dopo tre secoli di totale oblio, nel fondo Manoscritti della Fondation Martin Bodmer di Coligny (Ginevra) ed è stato eseguito a Zurigo nel 2000, dopo essere stato pubblicato in edizione critica nello stesso anno da Karl Böhmer. A detta di tutti gli studiosi questa tragedia sacra può essere considerata tra gli oratori più drammatici e stilisticamente perfetti del barocco romano.
In assenza di cori, la musica affianca i pensieri e le gesta dei protagonisti del martirio con recitativi accompagnati che sfociano in toccanti ariosi e arie dai tratti molto commoventi. Per chi ama la musica contemporanea appuntamento il 22 settembre a Torgiano nella chiesa di San Bartolomeo ove, alle 21, Ullrike Brand al violoncello, Margit Kernalla bayan-fisarmonica e Roberta Cortese come voce recitante, eseguono la “Suite n. 5 per violoncello in do minore BWV 1011” di Bach, insieme a due composizioni di Sofia Gubaidulina: “In Croce per violoncello e fisarmonica “ e i “Dieci preludi per violoncello solo” che accompagnano la recita di “Paese senza parole” di Dea Loher.
(Hans Sachs) 10 set 2009 13:51
mercoledì 9 settembre 2009
PERCHE’ I BANCHIERI CENTRALI , UN PO’ BARANDO, RIPRENDONO LA CORSA ALL’ORO, Il Foglio 10 settembre
Le Banche centrali sono tornate alla grande sul mercato dell’oro. Non per vendere- come avevano previsto gli esperti anche sulla base di un accordo fresco d’inchiostro . Ma per comprare lingotti . Veniamo, prima, ai dati e, poi, alle spiegazioni. Secondo l’istituto di ricerca londinese Gfms , che opera per il Consiglio mondiale dell’oro (Cmo), nel secondo trimestre 2009 gli acquisti netti di oro da parte degli istituti d’emissione hanno superato le 14 tonnellate di lingotti; una vera e propria svolta se si pensa che nel secondo trimestre 2008 le vendite nette avevano sfiorato le 70 tonnellate di lingotti. Un lingotto equivale a 400 once d’oro (12,44 kg); il prezzo di un’oncia è attorno ai mille dollari Usa.
C’è un dettaglio tecnico: le 35 tonnellate fisicamente uscite dal caveau della Bce tra aprile e giugno sono state contabilizzate dal Gfms in marzo (quando la transazione è stata conclusa). La svolta è però dimostrata anche dal fatto che nel primo semestre 2009 le vendite da parte delle banche centrali non hanno toccato le 39 tonnellate, il livello più basso dal 1997, con una contrazione del 73% rispetto al primo trimestre 2008.
Il 7 agosto, gli istituti che fanno parte del Central Banks Gold Agreement (Cbga) hanno rinnovato l’accordo - per il periodo 27 settembre 2009 – 26 settembre 2014- ponendo un limite più basso al 60% (che sino ad allora) era stata la percentuale delle loro riserve che detenere (come obiettivo) in lingotti. In altri termini, l’accordo implica vendite totali di oro (da parte delle banche del Cbga) di 400 tonnellate, invece che di 500 tonnellate l’anno. Il Sistema europeo di banche centrali (Sebc), ossia l’area dell’euro, è il pilastro dell’accordo, di cui fanno parte anche le Banche centrali di Gran Bretagna, Svizzera e Svenzia. Il Fondo monetario, la Russia,la Cina, e molti Paesi del Medio Oriente non fanno parte dell’accordo ed hanno molto tonnellate di metallo giallo nelle loro cassaforti. Gli acquisti sono stati effettuati, secondo lo studio Gfms, specialmente dal Sebc e dalla Cina. Sempre secondo l’analisi Gfms, l’accordo (i cui termini sono abbastanza ambigui in materia di tempistica) implicherebbe un improbabile cambiamento di strategia da parte dalle Banche centrali di Francia e d’Italia, sino ad ora strettamente abbracciate ai loro 3025 e 2452 lingotti, rispettivamente.
Un osservatore attento come Nouriel Roubini aveva affermato, nel suo blog del 10 agosto, che il nuovo accordo avrebbe avuto l’effetto d’accelerare le vendite. Sta avvenendo il contrario proprio in una fase di aumento della domanda (nel secondo semestre l’aumento in volume è stato ad un tasso annuale del 46%.) e, quindi, delle quotazioni.
La spiegazione più banale è che le banche centrali abbiano fatto , e stiano facendo incetta prima dell’entrata in vigore del nuovo Cbga. Ma a che prò? I banchieri centrali non sono ingenui. Una spiegazione più articolata viene dal Presidente del Cmo: l’oro è ormai considerato come una categoria importante ed indipendente di attività finanziario, specialmente in una fase in cui alcuni Paesi stanno riducendo la proporzione delle loro riserve in dollari Uza.
Una spiegazione implicita e più articolata ancora si ha se si leggono con cura gli interventi di banchieri centrali al loro “ritiro” annuale a Jackson Hole, nello Wyoming. Da un lato, si avvertono timori di una nuova flessione nel 2010 quando le politiche di bilancio espansionistiche, il supporto alle banche ed alla metalmeccanica ed altre misure messe in atto in questi ultimi mesi avranno esaurito i loro impatti. Da un altro, c’è preoccupazione dell’Himalaya di debito (sia privato- famiglie, imprese- sia pubblico) attivata in questi ultimi due anni per parare la recessione. Da un altro ancora, c’è la paura di una nuova ondata d’inflazione (per scalfire l’Himalaya) e, quindi, di aumenti dei tassi. In queste circostanze avere i caveau pieni di oro può rivelarsi molto utile in quanto si disporrebbe di uno strumento in più per declinare una strategia economica e finanziaria convergente, ove non comune, per ridurre parte dell’Himalaya senza, da un lato, dovere operare sui tassi d’interesse (in modo che potrebbe fare da freno sull’economia reale) o senza dovere , dall’altro, immettere sul mercato riserve in dollari Usa con il rischio di un tracollo del valore internazionale del “greenback” e di una tempesta valutaria. Che nessuno desidera.
La Russia, la Cina e numerosi Paesi del Medio Oriente (che non hanno mai fatto parte del Cbga) vedono con timore e tremore i dollari Usa nelle loro riserve. L’oro può essere la munizione per un atterraggio dolce, non brusco, nella strada verso un nuovo equilibrio dei valori internazionali delle valute.
C’è un dettaglio tecnico: le 35 tonnellate fisicamente uscite dal caveau della Bce tra aprile e giugno sono state contabilizzate dal Gfms in marzo (quando la transazione è stata conclusa). La svolta è però dimostrata anche dal fatto che nel primo semestre 2009 le vendite da parte delle banche centrali non hanno toccato le 39 tonnellate, il livello più basso dal 1997, con una contrazione del 73% rispetto al primo trimestre 2008.
Il 7 agosto, gli istituti che fanno parte del Central Banks Gold Agreement (Cbga) hanno rinnovato l’accordo - per il periodo 27 settembre 2009 – 26 settembre 2014- ponendo un limite più basso al 60% (che sino ad allora) era stata la percentuale delle loro riserve che detenere (come obiettivo) in lingotti. In altri termini, l’accordo implica vendite totali di oro (da parte delle banche del Cbga) di 400 tonnellate, invece che di 500 tonnellate l’anno. Il Sistema europeo di banche centrali (Sebc), ossia l’area dell’euro, è il pilastro dell’accordo, di cui fanno parte anche le Banche centrali di Gran Bretagna, Svizzera e Svenzia. Il Fondo monetario, la Russia,la Cina, e molti Paesi del Medio Oriente non fanno parte dell’accordo ed hanno molto tonnellate di metallo giallo nelle loro cassaforti. Gli acquisti sono stati effettuati, secondo lo studio Gfms, specialmente dal Sebc e dalla Cina. Sempre secondo l’analisi Gfms, l’accordo (i cui termini sono abbastanza ambigui in materia di tempistica) implicherebbe un improbabile cambiamento di strategia da parte dalle Banche centrali di Francia e d’Italia, sino ad ora strettamente abbracciate ai loro 3025 e 2452 lingotti, rispettivamente.
Un osservatore attento come Nouriel Roubini aveva affermato, nel suo blog del 10 agosto, che il nuovo accordo avrebbe avuto l’effetto d’accelerare le vendite. Sta avvenendo il contrario proprio in una fase di aumento della domanda (nel secondo semestre l’aumento in volume è stato ad un tasso annuale del 46%.) e, quindi, delle quotazioni.
La spiegazione più banale è che le banche centrali abbiano fatto , e stiano facendo incetta prima dell’entrata in vigore del nuovo Cbga. Ma a che prò? I banchieri centrali non sono ingenui. Una spiegazione più articolata viene dal Presidente del Cmo: l’oro è ormai considerato come una categoria importante ed indipendente di attività finanziario, specialmente in una fase in cui alcuni Paesi stanno riducendo la proporzione delle loro riserve in dollari Uza.
Una spiegazione implicita e più articolata ancora si ha se si leggono con cura gli interventi di banchieri centrali al loro “ritiro” annuale a Jackson Hole, nello Wyoming. Da un lato, si avvertono timori di una nuova flessione nel 2010 quando le politiche di bilancio espansionistiche, il supporto alle banche ed alla metalmeccanica ed altre misure messe in atto in questi ultimi mesi avranno esaurito i loro impatti. Da un altro, c’è preoccupazione dell’Himalaya di debito (sia privato- famiglie, imprese- sia pubblico) attivata in questi ultimi due anni per parare la recessione. Da un altro ancora, c’è la paura di una nuova ondata d’inflazione (per scalfire l’Himalaya) e, quindi, di aumenti dei tassi. In queste circostanze avere i caveau pieni di oro può rivelarsi molto utile in quanto si disporrebbe di uno strumento in più per declinare una strategia economica e finanziaria convergente, ove non comune, per ridurre parte dell’Himalaya senza, da un lato, dovere operare sui tassi d’interesse (in modo che potrebbe fare da freno sull’economia reale) o senza dovere , dall’altro, immettere sul mercato riserve in dollari Usa con il rischio di un tracollo del valore internazionale del “greenback” e di una tempesta valutaria. Che nessuno desidera.
La Russia, la Cina e numerosi Paesi del Medio Oriente (che non hanno mai fatto parte del Cbga) vedono con timore e tremore i dollari Usa nelle loro riserve. L’oro può essere la munizione per un atterraggio dolce, non brusco, nella strada verso un nuovo equilibrio dei valori internazionali delle valute.
martedì 8 settembre 2009
Manon Lescaut Musica Settembre
PUCCINI MANON LESCAUT. M.Serafin, M. Giordani , G. Guagliardo, A. Guerzoni, C. Olivieri, S. Consolini, N. Pirazzini, C. Ottimo, V. Torcigliani, Orchestra e Coro del Festival Puccini Direttore Alberto Veronesi, Regia Paul-Emile Fourny, Scene Poppy Ranchetti Costumi Giovanna Fiorentini
Torre del Lago, 2 agosto
La Manon Lescaut presentata a Torre del Lago, ed in calendario in settembre-ottobre a Nizza (il cui Teatro la co-produzione) è “prima” assoluta: introduce, all’inizio del secondo atto, un preludio mai incluso in rappresentazioni sceniche (pur se ne esiste una registrazione di Chailly in un disco dedicato a rarità pucciniane e lo stesso Chailly lo ha diretto in un concerto pucciniano alla Scala). E’ il frutto della travagliata scrittura del libretto che avrebbe dovuto avere un atto sulla vita (d’amore) di Manon e del Cavaliere prima della perdizione e dell’una e dell’altro. L’atto venne eliminato e con esso il preludio, pur se compiutamente composto. Alberto Veronesi ha giudizialmente concluso che rappresenta un utile interludio tra narrativo e mnemonico (Manon ricorda la felicità pur se in povertà con Des Grieux, prima di rituffarsi nelle peccaminose “trine morbide” dell’enorme letto nel suo appartamento a casa Geronte). La lettura orchestrale è un aspetto di rilievo dell’esecuzione . Veronesi scava nella partitura mostrandone il languore, la passione e l’eros. Particolarmente efficace il contrappunto orchestrale al concertato del terzo atto (“delle cortigiane”). L’orchestra, infine, avvolge cupa tutta la scena del breve quarto atto. L’intermezzo si è meritato un applauso a scena aperta, nonostante fosse infastidito da un inutile balletto. In questi anni, l’orchestra del Festival è cresciuta notevolmente.
Due voci di grandi livello internazionale incarnano Manon ed il Cavaliere. Conoscevo Martina Serafin per le sue interpretazioni wagneriani e per la sua Tosca romana (gennaio 2008). E’ una Manon più vicina a quella di Renata Scotto che a quella di Mirella Freni. Passionale, calda, sensuale, abilissima nell’emissione, risplende nelle arie e nei duetti: da un colore wagneriano a “Sola, perduta, abbandonata ricordandoci come Puccini fosse stato il solo compositore italiano inviato dalla Casa Ricordi a Bayreuth per toccare sul vivo cosa fosse “la musica dell’avvenire”. Marcello Giordani è oggi il tenore più amato e più acclamato al Metropolitan ; magnifico nel duetto “Tu,tu amore tu”, in “Donna non vidi mai” ed in “No pazzo son io”- momenti dove si è meritato applausi a scena aperta. Efficace Alessandro Guerzoni (Geronte), senza infamia e senza lode Giovanni Guagliardo (Lescaut), a corto di volume Cristiano Olivieri (Edmondo).
La regia è inesistente prima ancora che tradizionale: non cura la recitazione ed inzeppa la scena di inutili mimi e ballerini. Curiosa la scena di Poppi Ranchetti: una riproduzione del Ninfeo del Bramante a Genazzano con apertura sul lago e specchi in cui appaiono immagini oniriche della vita di Manon.
Torre del Lago, 2 agosto
La Manon Lescaut presentata a Torre del Lago, ed in calendario in settembre-ottobre a Nizza (il cui Teatro la co-produzione) è “prima” assoluta: introduce, all’inizio del secondo atto, un preludio mai incluso in rappresentazioni sceniche (pur se ne esiste una registrazione di Chailly in un disco dedicato a rarità pucciniane e lo stesso Chailly lo ha diretto in un concerto pucciniano alla Scala). E’ il frutto della travagliata scrittura del libretto che avrebbe dovuto avere un atto sulla vita (d’amore) di Manon e del Cavaliere prima della perdizione e dell’una e dell’altro. L’atto venne eliminato e con esso il preludio, pur se compiutamente composto. Alberto Veronesi ha giudizialmente concluso che rappresenta un utile interludio tra narrativo e mnemonico (Manon ricorda la felicità pur se in povertà con Des Grieux, prima di rituffarsi nelle peccaminose “trine morbide” dell’enorme letto nel suo appartamento a casa Geronte). La lettura orchestrale è un aspetto di rilievo dell’esecuzione . Veronesi scava nella partitura mostrandone il languore, la passione e l’eros. Particolarmente efficace il contrappunto orchestrale al concertato del terzo atto (“delle cortigiane”). L’orchestra, infine, avvolge cupa tutta la scena del breve quarto atto. L’intermezzo si è meritato un applauso a scena aperta, nonostante fosse infastidito da un inutile balletto. In questi anni, l’orchestra del Festival è cresciuta notevolmente.
Due voci di grandi livello internazionale incarnano Manon ed il Cavaliere. Conoscevo Martina Serafin per le sue interpretazioni wagneriani e per la sua Tosca romana (gennaio 2008). E’ una Manon più vicina a quella di Renata Scotto che a quella di Mirella Freni. Passionale, calda, sensuale, abilissima nell’emissione, risplende nelle arie e nei duetti: da un colore wagneriano a “Sola, perduta, abbandonata ricordandoci come Puccini fosse stato il solo compositore italiano inviato dalla Casa Ricordi a Bayreuth per toccare sul vivo cosa fosse “la musica dell’avvenire”. Marcello Giordani è oggi il tenore più amato e più acclamato al Metropolitan ; magnifico nel duetto “Tu,tu amore tu”, in “Donna non vidi mai” ed in “No pazzo son io”- momenti dove si è meritato applausi a scena aperta. Efficace Alessandro Guerzoni (Geronte), senza infamia e senza lode Giovanni Guagliardo (Lescaut), a corto di volume Cristiano Olivieri (Edmondo).
La regia è inesistente prima ancora che tradizionale: non cura la recitazione ed inzeppa la scena di inutili mimi e ballerini. Curiosa la scena di Poppi Ranchetti: una riproduzione del Ninfeo del Bramante a Genazzano con apertura sul lago e specchi in cui appaiono immagini oniriche della vita di Manon.
Goetterdaemmerung Aix Musica Settembre
WAGNER Götterdämmerung B. Heppner; G. Grochowski; M. Petrenko; D. Duising; K. Dalayman; E. Vetter; A.S. von Hotter; M. Radner; L. Paasikivi; M. Keys; S.Fox; Eva Vogel; A. Jahns. Orchestra Berliner Philarmoniker Direttore Sir Simon Rattle Coro the Rundfunkchor Berlin diretto da Simon Hashley Regia, scene e proiezioni : Stéphane Braunschweig Costumi: Thibault Vancraenenbroek Aix-en-Provence. Grand Théâtre de Provence-(6 luglio 2009).
Con Götterdämmerung , co-prodotto con il Festival di Salisburgo (dove si vedrà a Pasqua 2010), si completa un’interpretazione del wagneriano Ring che rappresenta una vera e propria pietra miliare per intelligenza e modernità di lettura e per qualità di esecuzione musicale. Orphée aux Enfers, coprodotto con un circuito teatrale francese (Tolone, Digione) ed affidato dell’Académie Européenne de Musique è poco più di una spettacolo gradevole – un’occasione, per molti aspetti mancata, poiché (specialmente nell’edizione 1858, quella presentata a Aix) Orphée è non solo una satira mordente del Secondo Impero ma anche un capolavoro dotato di una scrittura musicale e vocale davvero smagliante.
La carica innovativa del Ring di Aix- Salisburgo , particolarmente evidente in Götterdämmerung, è nel dare una lettura psicologica, quasi intimista, dell’enorme saga wagneriana. La scena è composta di tre pareti grigie e una scalinata. L’attrezzeria è fatta di tre sedie, una poltrona in pelle, due letti (essenziali per lo scambio di donne) e alcuni tronchi astratti d’albero. Le proiezioni ci offrono la profondità delle acque del Reno e l’incendio con straripamento finale. Le luci fanno il resto tramite un abile gioco di colori. Un lavoro magistrale di recitazione rende un quadro così spoglio, quasi minimalista, la cornice per l’intrigo di tradimenti e amori che portano alla fine non solo degli Dei ma anche di un’intera classe dirigente terrena tale da tenere l’attenzione tesa per circa sei ore. Altra caratteristica è l’impiego di una formazione sinfonica che, di rado, entra nel comparto del teatro in musica: i Berliner Philarmoniker, guidati da Sir Simon Rattle. Il Ring , e in particolare Götterdämmerung diventano una smisurata sinfonia sull’umanità alla ricerca di un nuovo e migliore futuro. Una meraviglia di colore, di sfumature, di virtuosismo: dal suono chiaro e leggero, quasi etereo, si scivola, dolcemente, alle tonalità nere, tragiche. Di pari statura le voci. A 55 anni Ben Heppner (Sigfrido) non ha perduto nulla né del suo timbro chiaro e trasparente, né della sua musicalità: ha un fraseggio superbo e un legato struggente. Mikhail Petrenko è un Hagen cupo e profondo. Gerd Grochowski è un Gunter torbdo. Gutrune (Emma Vetter), una giovane promessa da non perdere d’occhio. Anne Sophie Von Hotter una Waltraute di grande presenza scenica e vocale. Katerina Dalayman è Brunilde: trova il giusto equilibrio tra l’orgoglio superbo (quasi alterigia) della valchiria (che fu) e l’umanità della donna tradita ma ancora innamorata e che sa immolarsi per se e per gli altri. Ha una voce imponente. Le norme (Maria Radner, Lilli Paasikivi, Mirando Kyes) non sono le solite vecchie avvizzite, ma donne di tre età: una giovane che interpreta anche una delle figlie del Reno, una di mezza età e una verso l’invecchiamento. Seducenti le figlie del Reno (Eva Vogel e Anna Siminska, oltre a Maria Radner).
Pur se portato ai giorni nostri (le scene ed i costumi rispecchiano gli Anni 60), non c’è carica di novità in Orphée aux Enfers. Di buon livello , comunque, la Camerata Salzburg, ma la regia e le gags sono quanto di più convenzionale si possa immaginare. I giovani interpreti , bravi ma ancora un po’ acerbi nelle voci, hanno chiare difficoltà a danzare, specialmente lo scatenato “Can Can” conclusivo. Un difetto sta nell’avere rappresentato lo spettacolo in un teatro troppo grande (l’Archevêché) mentre sarebbe stato più adatto il più piccolo Jeu de Paume Un altro che è difficile affidare a giovani ruoli di adulti molto “vissuti” (come Giove e Giunone). Alcuni giovani infine sono molto promettenti: penso in particolare a Pauline Courtin (Euridice), Emmanuelle de Negri (Cupido), Mathias Vidal (Plutone), Jerôme Bill (John Styx). E quel che conta lo spettacolo pare piacere al pubblico.
Giuseppe Pennisi
Con Götterdämmerung , co-prodotto con il Festival di Salisburgo (dove si vedrà a Pasqua 2010), si completa un’interpretazione del wagneriano Ring che rappresenta una vera e propria pietra miliare per intelligenza e modernità di lettura e per qualità di esecuzione musicale. Orphée aux Enfers, coprodotto con un circuito teatrale francese (Tolone, Digione) ed affidato dell’Académie Européenne de Musique è poco più di una spettacolo gradevole – un’occasione, per molti aspetti mancata, poiché (specialmente nell’edizione 1858, quella presentata a Aix) Orphée è non solo una satira mordente del Secondo Impero ma anche un capolavoro dotato di una scrittura musicale e vocale davvero smagliante.
La carica innovativa del Ring di Aix- Salisburgo , particolarmente evidente in Götterdämmerung, è nel dare una lettura psicologica, quasi intimista, dell’enorme saga wagneriana. La scena è composta di tre pareti grigie e una scalinata. L’attrezzeria è fatta di tre sedie, una poltrona in pelle, due letti (essenziali per lo scambio di donne) e alcuni tronchi astratti d’albero. Le proiezioni ci offrono la profondità delle acque del Reno e l’incendio con straripamento finale. Le luci fanno il resto tramite un abile gioco di colori. Un lavoro magistrale di recitazione rende un quadro così spoglio, quasi minimalista, la cornice per l’intrigo di tradimenti e amori che portano alla fine non solo degli Dei ma anche di un’intera classe dirigente terrena tale da tenere l’attenzione tesa per circa sei ore. Altra caratteristica è l’impiego di una formazione sinfonica che, di rado, entra nel comparto del teatro in musica: i Berliner Philarmoniker, guidati da Sir Simon Rattle. Il Ring , e in particolare Götterdämmerung diventano una smisurata sinfonia sull’umanità alla ricerca di un nuovo e migliore futuro. Una meraviglia di colore, di sfumature, di virtuosismo: dal suono chiaro e leggero, quasi etereo, si scivola, dolcemente, alle tonalità nere, tragiche. Di pari statura le voci. A 55 anni Ben Heppner (Sigfrido) non ha perduto nulla né del suo timbro chiaro e trasparente, né della sua musicalità: ha un fraseggio superbo e un legato struggente. Mikhail Petrenko è un Hagen cupo e profondo. Gerd Grochowski è un Gunter torbdo. Gutrune (Emma Vetter), una giovane promessa da non perdere d’occhio. Anne Sophie Von Hotter una Waltraute di grande presenza scenica e vocale. Katerina Dalayman è Brunilde: trova il giusto equilibrio tra l’orgoglio superbo (quasi alterigia) della valchiria (che fu) e l’umanità della donna tradita ma ancora innamorata e che sa immolarsi per se e per gli altri. Ha una voce imponente. Le norme (Maria Radner, Lilli Paasikivi, Mirando Kyes) non sono le solite vecchie avvizzite, ma donne di tre età: una giovane che interpreta anche una delle figlie del Reno, una di mezza età e una verso l’invecchiamento. Seducenti le figlie del Reno (Eva Vogel e Anna Siminska, oltre a Maria Radner).
Pur se portato ai giorni nostri (le scene ed i costumi rispecchiano gli Anni 60), non c’è carica di novità in Orphée aux Enfers. Di buon livello , comunque, la Camerata Salzburg, ma la regia e le gags sono quanto di più convenzionale si possa immaginare. I giovani interpreti , bravi ma ancora un po’ acerbi nelle voci, hanno chiare difficoltà a danzare, specialmente lo scatenato “Can Can” conclusivo. Un difetto sta nell’avere rappresentato lo spettacolo in un teatro troppo grande (l’Archevêché) mentre sarebbe stato più adatto il più piccolo Jeu de Paume Un altro che è difficile affidare a giovani ruoli di adulti molto “vissuti” (come Giove e Giunone). Alcuni giovani infine sono molto promettenti: penso in particolare a Pauline Courtin (Euridice), Emmanuelle de Negri (Cupido), Mathias Vidal (Plutone), Jerôme Bill (John Styx). E quel che conta lo spettacolo pare piacere al pubblico.
Giuseppe Pennisi
IL PECCATO DEGLI ECONOMISTI Il Tempo 8 settembre
Un gruppo di economisti italiani ha scritto (e pubblicizzato) una lettera al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, per rispondere alle critiche del ministro di non avere anticipato la crisi finanziaria ed economica. Anche se gran parte degli economisti non hanno avvertito che uno tsumani era nell’aria, molti (pure italiani) lo hanno fatto; non sono stati ascoltati dai media ma i loro portafogli non hanno subito perdite ed in certi casi sono cresciuti. Coloro che hanno sentito odor di grossa crisi , e sono corsi ai ripari, lo hanno fatto . Il gruppetto di economisti italiani che , venendo l’avvicinarsi della bufera, non ci ha rimesso le penne (ed in certi casi ha pure guadagnato) ha commesso un errore, e sta continuando a commetterlo.. Lo fa notare, con acume, Harold James che insegna storia economica a Princeton ed il cui ultimo libro sta per arrivare nelle librerie (ovviamente di lingua inglese). L’errore consiste nel tracciare un parallelo con la Grande Depressione originata negli Usa nel 1929. In effetti, la crisi attuale è molto più simile a quella delle banche tedesche ed austriache, che, del tutto indipendentemente dagli avvenimenti americani, nel 1931 dovettero fare i conti con un alto grado d’incertezza relativo al valore delle loro attività (riserve, depositi, circolante, ecc.). La risposta della politica fu non solo quella di iniettare liquidità e di dar vita ad una “bad bank” per liquidare le attività più dubbie ma di creare strumenti analoghi ai “Tremonti bonds” di oggidì. Sotto il profilo tecnico, le misure furono molto complicate (e richiesero una base analitica giuridica e finanziaria non solamente economica). E’ forse il caso che numerosi economisti (nostrani e non solo) prendano in mano non solo il lavoro di James ma anche molti scritti dell’epoca (sono quasi tutti in tedesco) al fine di potere dare consigli davvero utili.
Musica, al via in una grotta il Festival Pergolesi Spontini Il Velino 8 settembre
Roma, 8 set (Velino) - Non si può dire che ai marchigiani manchi la fantasia. Quando circa dieci anni fa si pensò a un festival annuale intitolato a Giovanni Battista Pergolesi e Gaspare Spontini, non pochi furono gli scettici a ragione della relativamente scarsa produzione del primo (morto a 26 anni con solo sette di attività professionale alle spalle) e della virtuale poca rappresentabilità delle opere del secondo (grandi lavori , con organici sterminati, per soddisfare l’imperatore a Parigi e il re di Prussia a Berlino). E invece in questi giorni si è sta svolgendo l’ennesima edizione del Festival Pergolesi Spontini, la nona, che si incrocia con le celebrazioni per i 300 anni della nascita del primo. Dato che di Pergolesi verrà messa in scena per la prima o seconda volta in tempi moderni “Il Prigionier Superbo”, l’intera manifestazione è imperniata sul tema della prigione che, a fine Settecento, diventò argomento frequente del teatro in musica. A quello delle catene è inevitabilmente associato il tema della fuga. Una sorta di “Midnight Express” alla jesina, con un occhio ai propri genii loci e ai musicisti loro contemporanei.
Per rendere il festival ancora più sfizioso, l’inaugurazione di sabato scorso si è tenuta con un concerto nella più imponente delle Grotte di Frasassi, quella denominata, l’Abisso. Non per nulla prima della costruzione di Regina Coeli, Rebibbia o San Vittore, le grotte erano spesso orridi luoghi di prigione, dalle quali i carcerati, soprattutto se superbi, non avevano altra intenzione che scappare al più presto. Nelle Grotte di Frasassi a Genga (Ancona), il festival si è presentato con un concerto dal titolo “Il salice nella caverna”. Protagonista il coro Costanzo Porta, diretto da Antonio Greco, che ha dato voce al canto del popolo ebraico tra le catene dell’esilio babilonese: le lamentazioni di Geremia, da Palestrina agli autori del XX secolo. Si sono ascoltati il mottetto di Palestrina Super flumina Babylonis e cori di Tomàs Luis de Victoria, Henry Purcell. di David Zehavi, Arnold Schönberg e Benedikt Burghardt, nonché il Codex di Las Huelgas (XIV secolo) il più importante manoscritto di area ispanica sull’Ars Antiqua, conservato presso l’omonimo monastero femminile cistercense sito nei dintorni della città di Burgos.
Domenica, invece, si è tenuto un doppio appuntamento a Maiolati Spontini (Ancona). Prima il tradizionale appuntamento con il concerto sull’organo Gaetano Callido (1788) nella chiesa di Santo Stefano dal titolo “ Alle voci del bronzo guerriero” con musiche di Händel, Storace, Scarlatti, Bach, Daniel Purcell, Mozart e Telemann eseguite dal soprano Valeria Esposito, da Fabrizio Fabrizi alla tromba e da Gianluca Libertucci all’organo. A seguire, in piazza Garibaldi, il concerto “Prigionia d’amore” con l’ensemble vocale e strumentale Costanzo Porta in un programma su musiche di Andrea Gabrieli, Oratio Bassani, Claudio Monteverdi, Diego Personè, Johan Jakob Froberger. Oggi, domani e giovedì il Teatro della Fortuna di Monte San Vito, ospiterà l’integrale dei “Preludi e Fughe” per pianoforte di Dmitri Sostakovic affidati alla pianista russa Ilona Timchenko e il Teatro Ferrari di San Marcello “L’Arte della Fuga”, capolavoro di Bach eseguito dall’Accademia Barocca dei Virtuosi Italiani con il violino concertatore di Alberto Martini.
Il clou si terrà venerdì 11 settembre e domenica 13 a Jesi, al Teatro Pergolesi, con la messa in scena de “Il Prigionier Superbo”: un dramma per musica in tre atti su libretto di Gennarantonio Federico, che nella sua prima rappresentazione al Teatro San Bartolomeo di Napoli nel 1733, venne eseguito con l’intermezzo “La Serva Padrona” negli intervalli. “Il Prigionier Superbo” è un opera seria che va in scena in un nuovo allestimento firmato dalla regia di Henning Brockhaus e nella edizione critica di Claudio Toscani per le Edizioni Fondazione Pergolesi Spontini. Sino a ora se ne conosceva soprattutto un’esecuzione di alcuni lustri fa diretta da Marcello Panni. Sarà la scarsa qualità della registrazione, ma sulla base di quella esecuzione il lavoro sempre un poco entusiasmante saggio accademico. L’estroso e fantasioso Brockhaus, due volte vincitore del “Premio Abbiati”, afferma : “Per ‘Il Prigionier Superbo’ farò un allestimento di forte contrapposizione. Il mondo del barocco è visto come in un sogno, la gestualità barocca presente come un’ombra in dialogo e contrasto con la gestualità contemporanea. A sottolineare il cortocircuito tra realtà, sogno e teatro ci si è avvalsi del concreto riferimento al teatro Bunraku, il teatro giapponese delle marionette. I personaggi dell’opera infatti sono sdoppiati, ci sono i pupazzi inanimati vestiti con sfarzosi abiti barocchi che prendono vita quando si stabilisce la connessione con i cantanti, sorta di alter ego contemporanei”. Vedremo che ne uscirà fuori.
Un aspetto interessante è come il festival, pur fruendo di un piccolo contributo pubblico, sia finanziato quasi interamente dagli enti locali soci della Fondazione Pergolesi Spontini (i fondatori Regione Marche, Provincia di Ancona, Comune di Jesi, Comune di Maiolati Spontini; i partecipanti aderenti Comune di Montecarotto, Comune di Monte San Vito, Comune di Monsano e Comune di San Marcello), dal sostegno dei privati riuniti nel raggruppamento Art Venture (Aethra, Gruppo Pieralisi, Leo Burnett Italia, Moncaro, New Holland-Gruppo Fiat, S.E.DA., Starcom Italia) e dallo sponsor principale Banca Marche, con la collaborazione di Camera di Commercio di Ancona e Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi. Un segnale di vitalità imprenditoriale.
(Hans Sachs) 8 set 2009 10:04
Per rendere il festival ancora più sfizioso, l’inaugurazione di sabato scorso si è tenuta con un concerto nella più imponente delle Grotte di Frasassi, quella denominata, l’Abisso. Non per nulla prima della costruzione di Regina Coeli, Rebibbia o San Vittore, le grotte erano spesso orridi luoghi di prigione, dalle quali i carcerati, soprattutto se superbi, non avevano altra intenzione che scappare al più presto. Nelle Grotte di Frasassi a Genga (Ancona), il festival si è presentato con un concerto dal titolo “Il salice nella caverna”. Protagonista il coro Costanzo Porta, diretto da Antonio Greco, che ha dato voce al canto del popolo ebraico tra le catene dell’esilio babilonese: le lamentazioni di Geremia, da Palestrina agli autori del XX secolo. Si sono ascoltati il mottetto di Palestrina Super flumina Babylonis e cori di Tomàs Luis de Victoria, Henry Purcell. di David Zehavi, Arnold Schönberg e Benedikt Burghardt, nonché il Codex di Las Huelgas (XIV secolo) il più importante manoscritto di area ispanica sull’Ars Antiqua, conservato presso l’omonimo monastero femminile cistercense sito nei dintorni della città di Burgos.
Domenica, invece, si è tenuto un doppio appuntamento a Maiolati Spontini (Ancona). Prima il tradizionale appuntamento con il concerto sull’organo Gaetano Callido (1788) nella chiesa di Santo Stefano dal titolo “ Alle voci del bronzo guerriero” con musiche di Händel, Storace, Scarlatti, Bach, Daniel Purcell, Mozart e Telemann eseguite dal soprano Valeria Esposito, da Fabrizio Fabrizi alla tromba e da Gianluca Libertucci all’organo. A seguire, in piazza Garibaldi, il concerto “Prigionia d’amore” con l’ensemble vocale e strumentale Costanzo Porta in un programma su musiche di Andrea Gabrieli, Oratio Bassani, Claudio Monteverdi, Diego Personè, Johan Jakob Froberger. Oggi, domani e giovedì il Teatro della Fortuna di Monte San Vito, ospiterà l’integrale dei “Preludi e Fughe” per pianoforte di Dmitri Sostakovic affidati alla pianista russa Ilona Timchenko e il Teatro Ferrari di San Marcello “L’Arte della Fuga”, capolavoro di Bach eseguito dall’Accademia Barocca dei Virtuosi Italiani con il violino concertatore di Alberto Martini.
Il clou si terrà venerdì 11 settembre e domenica 13 a Jesi, al Teatro Pergolesi, con la messa in scena de “Il Prigionier Superbo”: un dramma per musica in tre atti su libretto di Gennarantonio Federico, che nella sua prima rappresentazione al Teatro San Bartolomeo di Napoli nel 1733, venne eseguito con l’intermezzo “La Serva Padrona” negli intervalli. “Il Prigionier Superbo” è un opera seria che va in scena in un nuovo allestimento firmato dalla regia di Henning Brockhaus e nella edizione critica di Claudio Toscani per le Edizioni Fondazione Pergolesi Spontini. Sino a ora se ne conosceva soprattutto un’esecuzione di alcuni lustri fa diretta da Marcello Panni. Sarà la scarsa qualità della registrazione, ma sulla base di quella esecuzione il lavoro sempre un poco entusiasmante saggio accademico. L’estroso e fantasioso Brockhaus, due volte vincitore del “Premio Abbiati”, afferma : “Per ‘Il Prigionier Superbo’ farò un allestimento di forte contrapposizione. Il mondo del barocco è visto come in un sogno, la gestualità barocca presente come un’ombra in dialogo e contrasto con la gestualità contemporanea. A sottolineare il cortocircuito tra realtà, sogno e teatro ci si è avvalsi del concreto riferimento al teatro Bunraku, il teatro giapponese delle marionette. I personaggi dell’opera infatti sono sdoppiati, ci sono i pupazzi inanimati vestiti con sfarzosi abiti barocchi che prendono vita quando si stabilisce la connessione con i cantanti, sorta di alter ego contemporanei”. Vedremo che ne uscirà fuori.
Un aspetto interessante è come il festival, pur fruendo di un piccolo contributo pubblico, sia finanziato quasi interamente dagli enti locali soci della Fondazione Pergolesi Spontini (i fondatori Regione Marche, Provincia di Ancona, Comune di Jesi, Comune di Maiolati Spontini; i partecipanti aderenti Comune di Montecarotto, Comune di Monte San Vito, Comune di Monsano e Comune di San Marcello), dal sostegno dei privati riuniti nel raggruppamento Art Venture (Aethra, Gruppo Pieralisi, Leo Burnett Italia, Moncaro, New Holland-Gruppo Fiat, S.E.DA., Starcom Italia) e dallo sponsor principale Banca Marche, con la collaborazione di Camera di Commercio di Ancona e Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi. Un segnale di vitalità imprenditoriale.
(Hans Sachs) 8 set 2009 10:04
lunedì 7 settembre 2009
Se si vuole salvare la liberalizzazione del commercio Ffwebmagazine 8 settembre
Mentre il G8 dell’Aquila e il recentissimo G20 di Londra lanciano appelli contro il protezionismo e a favore di una conclusione spedita ed efficace della Doha development agenda (Dda), il negoziato multilaterale sugli scambi in corso dal Novembre 2001 in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, l’accordo firmato in questi giorni tra India e la Repubblica di Corea porta a 167 la rete di intese commerciali bilaterali (rispetto alle 41 in vigore nel 2001) e, secondo molte voci, pone a repentaglio la macchina multilaterale dell’ all’Organizzazione mondiale del commercio.Cerchiamo di analizzare il problema con il distacco necessario per giungere a proposte concrete e dirette alla liberalizzazione degli scambi, senza essere viziate da pregiudizi legati a ideologie che ormai appartengono al passato, convinti che la macchina negoziale costruita nel 1948 per 23 parti contraenti non sia affatto adatta a un’organizzazione che ha circa 153 Stati membri, che a loro volta, si raggruppano in vari sottogruppi (il G77, il G33, il G20) con interessi simili ma non identici. Nel contempo la sala dei negoziati (la Green Room ) contiene, fisicamente, non più di 40 ministri, dando luogo a problemi di protocollo (e di permalosità) di ogni genere. Negli anni ’60, l’accordo che diede un risultato positivo al Kennedy Round venne definito tra una dozzina di persone nello studio dell’allora direttore generale, Sir Wyndham White, un amabile e astuto avvocato britannico, al termine di una lunga notte in cui ci si sosteneva a base di brandy & soda. Un approccio impensabile adesso, con oltre duemila delegati al seguito, oltre che interessi divergenti anche all’ interno di gruppi relativamente omogenei come l’Ue. È essenziale , quindi, ripensare la macchina negoziale.
Proposte non mancano. Tra le tante merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy, un centro di ricerche tedesco, e il Center for Economic Policy Resarch, un centro studi americano. Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti, differenti da quelli attuali sia in durata – oggi durano 6-10 anni superando, quindi, i cicli politici – sia in scopo – oggi cercano di abbracciare tutti i problemi degli scambi mondiali. Mentre si ripensa la macchina negoziale, può essere utile muoversi su due strade parallele, poiché ciò eviterebbe il pericolo su cui si è soffermato di recente Renato Ruggiero, primo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, della frammentazione del commercio mondiale a ragione del proliferare di accordi preferenziali bilaterali. La prima strada è quella di incoraggiare i grandi mercati comuni e le grandi zone di libero scambio: non solamente superano il bilateralismo preferenziale, ma sono un percorso verso un commercio più libero. Uno studio di Richard Baldwin e Elena Segheza, sulla base di un milione di osservazioni statistiche in 23 paesi o gruppi di paesi (come la Ue), dimostra che il regionalismo può favorire la riduzione non discriminatoria delle restrizioni agli scambi. Su linee analoghe, uno studio di Lionel Fontagne e Soledad Zignago pubblicato sul periodico Economia Internationale. Da un esame quantitativo dell’esperienza di 100 paesi nel periodo 1996-2000, lo studio conclude che l’Unione europea, il Nafta e l’Asean hanno avuto un impatto positivo sulla creazione generale di commercio, anche se inferiore a quanto vantato in dichiarazioni, per lo più politiche, di questi ultimi anni. La seconda strada è quella di negoziati non multilaterali ma tra gruppi di paesi e su temi specifici al fine di liberalizzare il commercio mondiale e dare, al tempo stesso, un corpo di regole forti agli scambi di beni e servizi. La Dda è stata mostrata sulla stampa come una trattativa Nord-Sud. Spiace che giornalisti di stanza a Ginevra incorrano in tale macro-errore. I nodi del commercio mondiale e del negoziato sono essenzialmente Sud-Sud e possono essere risolti unicamente in trattative Sud-Sud. Dietro il paravento giornalistico della “Cinindia” c’è lo scontro quotidiano tra India e Cina, la prima alla ricerca di protezione da importazioni a go-go dalla seconda, e tra Cina e America Latina, poiché Pechino teme di essere invasa di prodotti agricoli di provenienza brasiliana. Questi sono i problemi più difficili all’inizio del XXI secolo: occorre smettere di pensare al commercio mondiale come si fosse ancora al Washington Hotel in quel di Bretton Woods, New Hampshire, nel luglio 1944. Il mondo è cambiato. Drasticamente. In questo contesto, è essenziale portare i servizi, di cui l’India è grande esportatrice, al centro dei prossimi negoziati: è il maggiore incentivo a una partecipazione costruttiva di New Delhi al processo di liberalizzazione.
Proposte non mancano. Tra le tante merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy, un centro di ricerche tedesco, e il Center for Economic Policy Resarch, un centro studi americano. Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti, differenti da quelli attuali sia in durata – oggi durano 6-10 anni superando, quindi, i cicli politici – sia in scopo – oggi cercano di abbracciare tutti i problemi degli scambi mondiali. Mentre si ripensa la macchina negoziale, può essere utile muoversi su due strade parallele, poiché ciò eviterebbe il pericolo su cui si è soffermato di recente Renato Ruggiero, primo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, della frammentazione del commercio mondiale a ragione del proliferare di accordi preferenziali bilaterali. La prima strada è quella di incoraggiare i grandi mercati comuni e le grandi zone di libero scambio: non solamente superano il bilateralismo preferenziale, ma sono un percorso verso un commercio più libero. Uno studio di Richard Baldwin e Elena Segheza, sulla base di un milione di osservazioni statistiche in 23 paesi o gruppi di paesi (come la Ue), dimostra che il regionalismo può favorire la riduzione non discriminatoria delle restrizioni agli scambi. Su linee analoghe, uno studio di Lionel Fontagne e Soledad Zignago pubblicato sul periodico Economia Internationale. Da un esame quantitativo dell’esperienza di 100 paesi nel periodo 1996-2000, lo studio conclude che l’Unione europea, il Nafta e l’Asean hanno avuto un impatto positivo sulla creazione generale di commercio, anche se inferiore a quanto vantato in dichiarazioni, per lo più politiche, di questi ultimi anni. La seconda strada è quella di negoziati non multilaterali ma tra gruppi di paesi e su temi specifici al fine di liberalizzare il commercio mondiale e dare, al tempo stesso, un corpo di regole forti agli scambi di beni e servizi. La Dda è stata mostrata sulla stampa come una trattativa Nord-Sud. Spiace che giornalisti di stanza a Ginevra incorrano in tale macro-errore. I nodi del commercio mondiale e del negoziato sono essenzialmente Sud-Sud e possono essere risolti unicamente in trattative Sud-Sud. Dietro il paravento giornalistico della “Cinindia” c’è lo scontro quotidiano tra India e Cina, la prima alla ricerca di protezione da importazioni a go-go dalla seconda, e tra Cina e America Latina, poiché Pechino teme di essere invasa di prodotti agricoli di provenienza brasiliana. Questi sono i problemi più difficili all’inizio del XXI secolo: occorre smettere di pensare al commercio mondiale come si fosse ancora al Washington Hotel in quel di Bretton Woods, New Hampshire, nel luglio 1944. Il mondo è cambiato. Drasticamente. In questo contesto, è essenziale portare i servizi, di cui l’India è grande esportatrice, al centro dei prossimi negoziati: è il maggiore incentivo a una partecipazione costruttiva di New Delhi al processo di liberalizzazione.
domenica 6 settembre 2009
BANDIERA, PIL E BENESSERE , Il Tempo 6 settembre
Nel dibattito sulla bandiera in corso in questi ultimi giorni, è mancata la dimensione economica. Non che sia la più importante ma noi economisti ci impicciamo un po’ di tutto. E, quindi, anche dei nessi tra la bandiera , da un lato, e varie misure della crescita e del benessere, dall’altro. Voxi Heinrich S. Amavilah, che insegna economia tanto in una delle università dell’Arizona quanto a Monaco di Baviera, ha scelto da anni questo come suo campo di ricerca. I suoi studi non sono di facile reperimento in Italia (tranne che non si faccia ricorso alle biblioteche telematiche del Social Science Research Monitor o dell’Università di Monaco), ma chi vuole si può rivolgere direttamente a lui per posta elettronica, a nome mio, (amavilah@msn.com) e chiedergli un elenco dei principali titoli e la spedizione di qualcuno di essi in pdf.
Ai fini del dibatto in corso – non si tratta di una discussione da spiaggia – il più importante è il saggio National Flags, National Flag Colors, and the Well-Being of Countries" (“Bandiere nazionali, colori delle bandiere ed il benessere dei Paesi). Il lavoro analizza , con un’interessante strumentazione statistico-econometrica, l’importanza delle bandiere nazionali e di loro colori, da un canto, ed il benessere economico, dall’altro, in 93 Paesi nel 2007. In sintesi, l’esistenza di una bandiera nazionale in cui si riconosca la popolazione della Nazionale ha un effetto positivo significativo sul benessere di un Paese, pur se l’incidenza varia tra le varie aree del mondo. Le misure di benessere, invece, sono inelastiche rispetto ai colori della bandiera. In parole povere, la bandiera ha un valore economico (oltre a quelli politici e sociali che tutti conosciamo e riconosciamo), mentre i suoi colori, le sue strisce, le sue stelle, i suoi stemmi ne hanno molto meno (in base a quanto ne sappiamo oggi).
Per Amivilah, il benessere viene misurato, in prima approssimazione, in termini di pil pro-capite o di consumi pro-capite. Le analisi, specialmente dell’Università di Zurigo, sull’”economia della felicità” mostrano che il risultato non cambia se si utilizzano indici di felicità. Per i giovani – ci dice un lavoro recentissimo della Università di Stanford- la felicità è spesso vista come uno stato di eccitazione. Per gli anziani, invece, come uno di calma contemplativa. Tanto i giovani quanto gli anziani, però, avvertono maggiormente la felicità se la bandiera esiste ed è pure simbolo del patto tra generazioni nell’ambito della Nazione.
Non sono concetti del tutto nuovi in Italia. Pur non occupandosi direttamente della bandiera, nel Quaderno SEMEQ n. 13 del 2009, Anna Carabelli e Mario Cedrini (ambedue dell’Università del Piemonte Orientale) analizzano scritti poco conosciuti di John Maynard Keyned (quale il saggio sulle possibilità economiche dei nostri nipoti) e suoi inediti giovanili sull’etica della Nazione per giungere a conclusioni analoghe.
Riflettiamoci quando vediamo sventolare il Tricolore.
Ai fini del dibatto in corso – non si tratta di una discussione da spiaggia – il più importante è il saggio National Flags, National Flag Colors, and the Well-Being of Countries" (“Bandiere nazionali, colori delle bandiere ed il benessere dei Paesi). Il lavoro analizza , con un’interessante strumentazione statistico-econometrica, l’importanza delle bandiere nazionali e di loro colori, da un canto, ed il benessere economico, dall’altro, in 93 Paesi nel 2007. In sintesi, l’esistenza di una bandiera nazionale in cui si riconosca la popolazione della Nazionale ha un effetto positivo significativo sul benessere di un Paese, pur se l’incidenza varia tra le varie aree del mondo. Le misure di benessere, invece, sono inelastiche rispetto ai colori della bandiera. In parole povere, la bandiera ha un valore economico (oltre a quelli politici e sociali che tutti conosciamo e riconosciamo), mentre i suoi colori, le sue strisce, le sue stelle, i suoi stemmi ne hanno molto meno (in base a quanto ne sappiamo oggi).
Per Amivilah, il benessere viene misurato, in prima approssimazione, in termini di pil pro-capite o di consumi pro-capite. Le analisi, specialmente dell’Università di Zurigo, sull’”economia della felicità” mostrano che il risultato non cambia se si utilizzano indici di felicità. Per i giovani – ci dice un lavoro recentissimo della Università di Stanford- la felicità è spesso vista come uno stato di eccitazione. Per gli anziani, invece, come uno di calma contemplativa. Tanto i giovani quanto gli anziani, però, avvertono maggiormente la felicità se la bandiera esiste ed è pure simbolo del patto tra generazioni nell’ambito della Nazione.
Non sono concetti del tutto nuovi in Italia. Pur non occupandosi direttamente della bandiera, nel Quaderno SEMEQ n. 13 del 2009, Anna Carabelli e Mario Cedrini (ambedue dell’Università del Piemonte Orientale) analizzano scritti poco conosciuti di John Maynard Keyned (quale il saggio sulle possibilità economiche dei nostri nipoti) e suoi inediti giovanili sull’etica della Nazione per giungere a conclusioni analoghe.
Riflettiamoci quando vediamo sventolare il Tricolore.
sabato 5 settembre 2009
MAXI, MIDI, MINI:3 VIE PER LA LIRICA Il Domenicale 5 settembre
Giuseppe Pennisi
Tra i temi che il Governo dovrà affrontare alla ripresa autunnale vi è quello del futuro del teatro in musica. Il “Dom” ha in più occasioni trattato delle malattie del settore: l’accumularsi di un debito stratosferico, il commissariamento di quattro fondazioni liriche su 13, il rischio di commissariamento di altre , la chiusura definitiva di “teatri di tradizione”. All’origine di questi problemi c’è anche la diserzione delle giovani generazioni. Agli occhi di un melomane viaggiante, è evidente che il pubblico è sempre più anziano. L’Istituto Bruno Leoni ha iniziato un programma di ricerche in questo campo: un seminario verrà tenuto il primo ottobre.
Ci sono, però, segnali importanti: la pre-inaugurazione della Scala aperta ai giovani a €10 a biglietto, le politiche di prezzo (tuttavia poco pubblicità) dei biglietti scontati attuati dai maggiori teatri lirici per chi ha meno di 26 anni e per chi è studente (di norma sino ai trent’anni), le iniziative di alcune Fondazioni (specialmente importante quella del Massimo palermitano) per portare le scuola a teatro e di converso il teatro alle scuole.
Al termine della stagione estiva festivaliera, è utile ricordare che lo Sferisterio di Macerata , il Gran Teatro Puccini a Torre del Lago ed i teatri di Aix-en-Provence riescono ad attirare giovani grazie a prezzi riservati alle nuove generazioni ed iper-scontati ed alla prossimità di luoghi di vacanze stracolme di giovani , pure di quelli che non amano finire la serata in discoteca. Più importante di questi aspetti è che ,
durante l’estate, si sono sperimentati, o si stanno sperimentando, tre approcci differenti su cui pochi si sono soffermati. Per semplicità, chiamamoli: il maxi, il midi ed il mini (o addirittura bichini) per attirare i giovani alla musica e, al tempo stesso, chiudere i conti in attivo o, quanto meno, in pareggio.
Il maxi è la “Tosca” scritta e composta da Lucio Dalla. Ha avuto un anteprima il 15 agosto, ha debuttato il 27 agosto a Torre del Lago (nel teatro intitolato a Giacomo Puccini) e ha in programma una lunga tournée (Verona in settembre, Bologna in Ottobre, Milano in Novembre, Roma il prossimo febbraio) con trasferte in Corea ed in Giappone. A Torre del Lago, inoltre, la si mette a confronto con un nuovo allestimento del lavoro pucciniano (con regia firmata da Beppe De Tomasi e Tullio Carminati alla direzione musicale). Nel “maxi” di Dalla dell’opera pucciniana resta la trama (anch’essa rivisitata con l’aggiunta di una veggente, che predice alla protagonista il proprio futuro). E’ una vera e propria “grand opéra” moderna, un kolossal con effetti speciali da film di fantascienza, impianti audio e luci di ultima generazione, linguaggi che scivolano dal teatro lirico al balletto moderno, dalla commedia al musical allo show televisivo fino al circo acrobatico. Non per nulla il produttore è David Zard, lo stesso di “Notre Dame de Paris”. Nel golfo mistico, però, c’è l’Orchestra del Festival Puccini, non un ensemble da musical, pur se ci si affida a cantanti-attori che sappiano ballare ed effettuare prove acrobatiche. E’ un’impresa puramente commerciale il cui esito dipende dalla risposta del pubblico, specialmente di quello giovane, in Italia ed all’estero.
Il midi è “Le Malentendu (Il malinteso)“ di Matteo D’Amico, tratto dall’omonimo dramma di Albert Camus. Lo scrittore francese ricorre all’essenzialità strutturale della tragedia greca: quattro personaggi in tutto chiusi nello spazio angusto di un unico luogo, il soggiorno e la camera di una locanda, nell’arco di poco più d'una giornata. Il lavoro di D’Amico è espressione vivida di questo senso di crisi. La scrittura musicale comporta un organico ristretto e in “bianco e nero”: cinque archi, una fisarmonica e un clarinetto. La fisarmonica è il nesso tra gli altri strumenti. La piccola orchestra è un tappeto sopra il quale scorre un canto in cui le parole fluiscono in declamati che si sciolgono in brevi momenti melodici (ariosi, duetti). Nulla a che vedere con l’altra novità italiana di questa estate :L’Imbalsamatore di Giorgio Battistelli- un melologo di un’ora e mezza sulla salma di Lenin (mentre viene imbalsamata) con un organico di 40 orchestrali e live electronics- abbastanza per mandare in dissesto un piccolo teatro. E fare scappare giovani (ed adulti) che poco si appassionano a Lenin ed alla sua salma. Anche “Le Malentendu (Il malinteso)“ merita di essere visto ed ascoltato non solo a Macerata; con un testo in lingua internazionale (ed ottima dizione di molti cantanti) , un organico ristretto al minimo merita una tournée in Italia ed in Francia, specialmente in una fase in cui è necessario mettere in scena spettacoli a basso costo – obiettivo che non sempre si ottiene riesumando allestimenti di 20-30 anni fa.
Il mini (o bikini) è il “Kafka Fragmente” di Geyorgy Kurtág, musicista ungherese giunto alla composizione in età relativamente tarda, in prima italiana a Rimini il 2-3 settembre. Dura circa un’ora e richiede unicamente un soprano ed una violinista, anche se nella terza parte si inserisce una ballerina sulla . E’ un’opera compiuta, pur se basata su “frammenti” di testi kafkiani. Kurtág (il quale vive nei pressi di Bordeaux) intende che la si rappresenti per strada. In Francia si è vista in teatri di Parigi, Orléans e Strasburgo. Con un budget risicatissimo (25.000 euro), il regista iper-risparmiatore Denis Krief compie ancora una volta il miracolo, analogo a quello che sempre a Rimini realizzò con la messa in scena della Passione secondo Matteo quale composta, per un organico in gran misura, di acqua ed altri elementi naturali dal più noto compositore cinese vivente, Tan Dum (“Water Passion”) In una sala piccola e non convenzionale ma affollata di ragazzi e di ragazze.
Kafka Fragmente giunge in un momento particolarmente importante non solo per le ragioni finanziarie-organizzative e per l’esigenza di andare verso un nuovo pubblico. Le origini e le caratteristiche del lavoro sono analizzate, con grande cura, dal musicologo Alessandro Taverna. Ci sono, però, due aspetti non citati da Taverna (pur nella sua approfondita ricerca) che meritano di essere ricordati. Gerhard Schweppenhäuser (docente di comunicazione e di teoria dei media, non di filosofia) ricorda in un libro su Theodor Adorno appena pubblicato in traduzione in inglese come il filosofo e musicologo tedesco considerasse l’”opera di strada” “L’Histoire du Soldat” di Igor Stravinsky come l’espressione più convincente dell’Europa distrutta dalla prima guerra mondiale : “un gruppo cameristico strapazzato dagli shocks” la cui “compulsione onirica” esprimeva distruzione fisica ed ideale. Inoltre, proprio in queste settimane, è uscito, per i tipi della casa editrice “Sguardo Mobile”, il saggio del giovane studioso Marco Federici Solari “Il demone distratto- Scrittura e personaggio nel primo Kafka”. Tanto la riflessione di Adorno, in Minima Moralia quanto il saggio di Federici Solari aiutano a comprendere Kafka Fragmente. E le ragioni per cui possa piacere ad un pubblico giovane. Non siamo certo alle prese con le distruzioni della Prima Guerra Mondiale, ma la crisi economica e finanziaria in atto (a cui ho dedicato alcuni spunti nel numero precedente del “Dom”) ci dice che un mondo di intendere il mondo e la stessa psicologia dell’”homo oeconomicus”, il calligrafismo di Kurtág (anche il giovane Stravinsky de L’Histoire è calligrafico) contrassegna un cambiamento in atto. Analogamente, i “frammenti” richiamano più una delle prime opere compiute di Kafka (Il disperso, conosciuto, però, in Italia con il titolo America) per il forte senso di ricerca in un contesto dove si avverte di avere perso l’idea di dove si va a parare e la strada per giungervi.
Il vostro “chroniqueur” è partigiano del “mini” . Ricorda una Staatsoper di Berlino colma di giovani, nell’inverno 2005, per ascoltare Seven attempted escapes from silence” (“Sette tentativi di fuga dal silenzio”), un libretto di Jonathan Safran Foer messo in musica da sette giovani compositori di Paesi e scuole musicali differenti. I mezzi utilizzati era pochissimi: le sette scene duravano complessivamente un’ora e mezzo. Che il Kafa Fragmente rilanciato in fondazioni liriche innovative e o in bolletta oppure attente agli equilibri di bilancio, possa ripetere l’exploit? Rammentiamoci sempre che l’opera è nata “da camera”- così venne pensata dalla Camerata Bardi.
Tra i temi che il Governo dovrà affrontare alla ripresa autunnale vi è quello del futuro del teatro in musica. Il “Dom” ha in più occasioni trattato delle malattie del settore: l’accumularsi di un debito stratosferico, il commissariamento di quattro fondazioni liriche su 13, il rischio di commissariamento di altre , la chiusura definitiva di “teatri di tradizione”. All’origine di questi problemi c’è anche la diserzione delle giovani generazioni. Agli occhi di un melomane viaggiante, è evidente che il pubblico è sempre più anziano. L’Istituto Bruno Leoni ha iniziato un programma di ricerche in questo campo: un seminario verrà tenuto il primo ottobre.
Ci sono, però, segnali importanti: la pre-inaugurazione della Scala aperta ai giovani a €10 a biglietto, le politiche di prezzo (tuttavia poco pubblicità) dei biglietti scontati attuati dai maggiori teatri lirici per chi ha meno di 26 anni e per chi è studente (di norma sino ai trent’anni), le iniziative di alcune Fondazioni (specialmente importante quella del Massimo palermitano) per portare le scuola a teatro e di converso il teatro alle scuole.
Al termine della stagione estiva festivaliera, è utile ricordare che lo Sferisterio di Macerata , il Gran Teatro Puccini a Torre del Lago ed i teatri di Aix-en-Provence riescono ad attirare giovani grazie a prezzi riservati alle nuove generazioni ed iper-scontati ed alla prossimità di luoghi di vacanze stracolme di giovani , pure di quelli che non amano finire la serata in discoteca. Più importante di questi aspetti è che ,
durante l’estate, si sono sperimentati, o si stanno sperimentando, tre approcci differenti su cui pochi si sono soffermati. Per semplicità, chiamamoli: il maxi, il midi ed il mini (o addirittura bichini) per attirare i giovani alla musica e, al tempo stesso, chiudere i conti in attivo o, quanto meno, in pareggio.
Il maxi è la “Tosca” scritta e composta da Lucio Dalla. Ha avuto un anteprima il 15 agosto, ha debuttato il 27 agosto a Torre del Lago (nel teatro intitolato a Giacomo Puccini) e ha in programma una lunga tournée (Verona in settembre, Bologna in Ottobre, Milano in Novembre, Roma il prossimo febbraio) con trasferte in Corea ed in Giappone. A Torre del Lago, inoltre, la si mette a confronto con un nuovo allestimento del lavoro pucciniano (con regia firmata da Beppe De Tomasi e Tullio Carminati alla direzione musicale). Nel “maxi” di Dalla dell’opera pucciniana resta la trama (anch’essa rivisitata con l’aggiunta di una veggente, che predice alla protagonista il proprio futuro). E’ una vera e propria “grand opéra” moderna, un kolossal con effetti speciali da film di fantascienza, impianti audio e luci di ultima generazione, linguaggi che scivolano dal teatro lirico al balletto moderno, dalla commedia al musical allo show televisivo fino al circo acrobatico. Non per nulla il produttore è David Zard, lo stesso di “Notre Dame de Paris”. Nel golfo mistico, però, c’è l’Orchestra del Festival Puccini, non un ensemble da musical, pur se ci si affida a cantanti-attori che sappiano ballare ed effettuare prove acrobatiche. E’ un’impresa puramente commerciale il cui esito dipende dalla risposta del pubblico, specialmente di quello giovane, in Italia ed all’estero.
Il midi è “Le Malentendu (Il malinteso)“ di Matteo D’Amico, tratto dall’omonimo dramma di Albert Camus. Lo scrittore francese ricorre all’essenzialità strutturale della tragedia greca: quattro personaggi in tutto chiusi nello spazio angusto di un unico luogo, il soggiorno e la camera di una locanda, nell’arco di poco più d'una giornata. Il lavoro di D’Amico è espressione vivida di questo senso di crisi. La scrittura musicale comporta un organico ristretto e in “bianco e nero”: cinque archi, una fisarmonica e un clarinetto. La fisarmonica è il nesso tra gli altri strumenti. La piccola orchestra è un tappeto sopra il quale scorre un canto in cui le parole fluiscono in declamati che si sciolgono in brevi momenti melodici (ariosi, duetti). Nulla a che vedere con l’altra novità italiana di questa estate :L’Imbalsamatore di Giorgio Battistelli- un melologo di un’ora e mezza sulla salma di Lenin (mentre viene imbalsamata) con un organico di 40 orchestrali e live electronics- abbastanza per mandare in dissesto un piccolo teatro. E fare scappare giovani (ed adulti) che poco si appassionano a Lenin ed alla sua salma. Anche “Le Malentendu (Il malinteso)“ merita di essere visto ed ascoltato non solo a Macerata; con un testo in lingua internazionale (ed ottima dizione di molti cantanti) , un organico ristretto al minimo merita una tournée in Italia ed in Francia, specialmente in una fase in cui è necessario mettere in scena spettacoli a basso costo – obiettivo che non sempre si ottiene riesumando allestimenti di 20-30 anni fa.
Il mini (o bikini) è il “Kafka Fragmente” di Geyorgy Kurtág, musicista ungherese giunto alla composizione in età relativamente tarda, in prima italiana a Rimini il 2-3 settembre. Dura circa un’ora e richiede unicamente un soprano ed una violinista, anche se nella terza parte si inserisce una ballerina sulla . E’ un’opera compiuta, pur se basata su “frammenti” di testi kafkiani. Kurtág (il quale vive nei pressi di Bordeaux) intende che la si rappresenti per strada. In Francia si è vista in teatri di Parigi, Orléans e Strasburgo. Con un budget risicatissimo (25.000 euro), il regista iper-risparmiatore Denis Krief compie ancora una volta il miracolo, analogo a quello che sempre a Rimini realizzò con la messa in scena della Passione secondo Matteo quale composta, per un organico in gran misura, di acqua ed altri elementi naturali dal più noto compositore cinese vivente, Tan Dum (“Water Passion”) In una sala piccola e non convenzionale ma affollata di ragazzi e di ragazze.
Kafka Fragmente giunge in un momento particolarmente importante non solo per le ragioni finanziarie-organizzative e per l’esigenza di andare verso un nuovo pubblico. Le origini e le caratteristiche del lavoro sono analizzate, con grande cura, dal musicologo Alessandro Taverna. Ci sono, però, due aspetti non citati da Taverna (pur nella sua approfondita ricerca) che meritano di essere ricordati. Gerhard Schweppenhäuser (docente di comunicazione e di teoria dei media, non di filosofia) ricorda in un libro su Theodor Adorno appena pubblicato in traduzione in inglese come il filosofo e musicologo tedesco considerasse l’”opera di strada” “L’Histoire du Soldat” di Igor Stravinsky come l’espressione più convincente dell’Europa distrutta dalla prima guerra mondiale : “un gruppo cameristico strapazzato dagli shocks” la cui “compulsione onirica” esprimeva distruzione fisica ed ideale. Inoltre, proprio in queste settimane, è uscito, per i tipi della casa editrice “Sguardo Mobile”, il saggio del giovane studioso Marco Federici Solari “Il demone distratto- Scrittura e personaggio nel primo Kafka”. Tanto la riflessione di Adorno, in Minima Moralia quanto il saggio di Federici Solari aiutano a comprendere Kafka Fragmente. E le ragioni per cui possa piacere ad un pubblico giovane. Non siamo certo alle prese con le distruzioni della Prima Guerra Mondiale, ma la crisi economica e finanziaria in atto (a cui ho dedicato alcuni spunti nel numero precedente del “Dom”) ci dice che un mondo di intendere il mondo e la stessa psicologia dell’”homo oeconomicus”, il calligrafismo di Kurtág (anche il giovane Stravinsky de L’Histoire è calligrafico) contrassegna un cambiamento in atto. Analogamente, i “frammenti” richiamano più una delle prime opere compiute di Kafka (Il disperso, conosciuto, però, in Italia con il titolo America) per il forte senso di ricerca in un contesto dove si avverte di avere perso l’idea di dove si va a parare e la strada per giungervi.
Il vostro “chroniqueur” è partigiano del “mini” . Ricorda una Staatsoper di Berlino colma di giovani, nell’inverno 2005, per ascoltare Seven attempted escapes from silence” (“Sette tentativi di fuga dal silenzio”), un libretto di Jonathan Safran Foer messo in musica da sette giovani compositori di Paesi e scuole musicali differenti. I mezzi utilizzati era pochissimi: le sette scene duravano complessivamente un’ora e mezzo. Che il Kafa Fragmente rilanciato in fondazioni liriche innovative e o in bolletta oppure attente agli equilibri di bilancio, possa ripetere l’exploit? Rammentiamoci sempre che l’opera è nata “da camera”- così venne pensata dalla Camerata Bardi.
giovedì 3 settembre 2009
Philosophy of Mathematics and Natural Science Leonardo Reviews 4 settembre
Philosophy of Mathematics and Natural Science
by Hermann Weyl, with new introduction by Frank Wilczek, based on translation by Olaf Helmer
Princeton University Press, 2009
336 pp. Paper, $35.00?
ISBN: 978-0-691-14120-6.
Reviewed by Giuseppe Pennisi
Rome Italy
Professor of Economics Università Europea di Roma
giuseppe.pennisi@gmail.com
This is a re-print of a book which scholars of philosophy, mathematics, and natural science consider as one of those "classics" every one in those fields must have read and mastered. It is also of interest to social scientists, like economists, because it delves into fundamental issues with the depth of philosophical thought and the rigor of a mathematician. The book was initially published by the Princeton University Press in 1949 (thus, 60 years ago); then it was, by and large, a translation and an expansion of a previous essay : the article "Philosophie der Mathematik und Naturwissenschaft" published in 1926 as a part of R. Oldenbourg's Handbuch der Philosophie ( hence, nearly 80 years ago). As Nobel Prize Frank Wilczek recalls in the introduction , Weyl was, with Einstein and von Neumann, part of the "trinity of refugee stars" that place Princeton's Institute for Advanced Studies at the forefront of research in many a field as they embodied the grand German literary and pan-European cultural tradition and rocketed into American pragmatism.
The book is divided into two parts , dealing respectively with Mathematics and Natural Science. Even though it includes several theorems and algorithms completely new and original at the time when they were formulated (and both the book and the previous essay published), it is not a technical text written only or mostly for specialists of the two main fields (mathematics and natural science). It is for a much broader readership with its roots in the European (not solely German) literature and thought. Throughout the book , we walk into the concepts of number and continuum, of the infinite, of geometry , of space, of time, of formation of theories, of the physical picture of the world. However, Hermann Weyl reminds us, over and over again, that he is not holding our hands in this voyage through mathematics and science. On the contrary, we and he have as guides Decartes, Leibnitz, Hume, Kant and all the other founding fathers of pan-European culture. Also, the voyage is not toward the discovery of new math and science technicalities : the final chapter deals with law, chance and especially freedom and the last appendix with how to reconcile basic questions on the origin of life and evolution and deep beliefs, like religious beliefs. The final words are a quote. They are not a quote from a mathematician or a scientist or even a philosopher but from G.B: Shaw's play " Back to Methuselah" . It is a comparatively long quote from a play no one stages any longer and that was rarely performed during WWII when Weyl was at Princeton. After the quote, Weyl explains, eloquently but succinctly, its meaning: scientist must be more cautious. "As things stand now, the position of transcendental creative agents possessing the nature of ideas, whether philosophically dangerous or desirable, is of no help in solving the actual concrete problems of biology". Have we gone much further? I doubt it.
by Hermann Weyl, with new introduction by Frank Wilczek, based on translation by Olaf Helmer
Princeton University Press, 2009
336 pp. Paper, $35.00?
ISBN: 978-0-691-14120-6.
Reviewed by Giuseppe Pennisi
Rome Italy
Professor of Economics Università Europea di Roma
giuseppe.pennisi@gmail.com
This is a re-print of a book which scholars of philosophy, mathematics, and natural science consider as one of those "classics" every one in those fields must have read and mastered. It is also of interest to social scientists, like economists, because it delves into fundamental issues with the depth of philosophical thought and the rigor of a mathematician. The book was initially published by the Princeton University Press in 1949 (thus, 60 years ago); then it was, by and large, a translation and an expansion of a previous essay : the article "Philosophie der Mathematik und Naturwissenschaft" published in 1926 as a part of R. Oldenbourg's Handbuch der Philosophie ( hence, nearly 80 years ago). As Nobel Prize Frank Wilczek recalls in the introduction , Weyl was, with Einstein and von Neumann, part of the "trinity of refugee stars" that place Princeton's Institute for Advanced Studies at the forefront of research in many a field as they embodied the grand German literary and pan-European cultural tradition and rocketed into American pragmatism.
The book is divided into two parts , dealing respectively with Mathematics and Natural Science. Even though it includes several theorems and algorithms completely new and original at the time when they were formulated (and both the book and the previous essay published), it is not a technical text written only or mostly for specialists of the two main fields (mathematics and natural science). It is for a much broader readership with its roots in the European (not solely German) literature and thought. Throughout the book , we walk into the concepts of number and continuum, of the infinite, of geometry , of space, of time, of formation of theories, of the physical picture of the world. However, Hermann Weyl reminds us, over and over again, that he is not holding our hands in this voyage through mathematics and science. On the contrary, we and he have as guides Decartes, Leibnitz, Hume, Kant and all the other founding fathers of pan-European culture. Also, the voyage is not toward the discovery of new math and science technicalities : the final chapter deals with law, chance and especially freedom and the last appendix with how to reconcile basic questions on the origin of life and evolution and deep beliefs, like religious beliefs. The final words are a quote. They are not a quote from a mathematician or a scientist or even a philosopher but from G.B: Shaw's play " Back to Methuselah" . It is a comparatively long quote from a play no one stages any longer and that was rarely performed during WWII when Weyl was at Princeton. After the quote, Weyl explains, eloquently but succinctly, its meaning: scientist must be more cautious. "As things stand now, the position of transcendental creative agents possessing the nature of ideas, whether philosophically dangerous or desirable, is of no help in solving the actual concrete problems of biology". Have we gone much further? I doubt it.
The Hidden Face of Fear Leonardo Reviwes 4 settembre
The Hidden Face of Fear
by Enrico Cerasuolo & Sergio Fergnachino, Directors
Parisscience : Paris International Science Film Festival
Icarus Films, NY, NY, 2008
53 minutes, color, 2008
DVD, $390
Distributor’s address: http://www.icarusfilms.com/.
Reviewed by Giuseppe Pennisi
Rome, Italy
Professor of Economics Università Europea di Rome
giuseppe.pennisi@gmail.com
This is a good film. Even though his authors are both Italians , the movie was produced mostly by the Franco-German cultural television channel. I do not know whether it has had any viewing in Italian television or in Italian universities. Although it is well-manufactured and could be of interest also for general audience, now in 2009, "the hidden face of fear", following the 9/11 maxi terrorist attack on New York City Twin Towers, may appear out-of-date; nonetheless, the movie may be useful as a teaching tool or a discussion start-up topic in a classroom or in seminar room. It tracks down how emotions - specifically fear - spread contagiously within a society by gaining controls of individual minds. It includes interviews by leading experts of fear and memory , including neuroscientist Joseph LeDoux, Nobel Prize-winning neurobialogist Eric R. Kandel, neuropsychiatrist David Silbersweig and neuroscientist at the NewYork University Center for the Neuroscience of Fear and Anxiety. By following several New Yorkers being treated for panic disorder as a result of 9/11, the film reveal both the implications of the attack on psychology and the possible remedies. The length is appropriate, and the pace is fast.
As mentioned above, the overall intention of the producer and of the authors was, most likely, to turn out a general audience documentary. Thus, it is, most probably, much to elementary as a teaching devise for students of neuro-psycology ; it may be relevant only to those in the initial years of study of the discipline. It could of interest to studente of media, of information economics and of the new field of neuroeconomcs. Together with another Icarus Film ("We All Fall Down), reviewed in the July issue, I plan to use it in advanced course on the current financial and economic crisis I plan to teach next academic years. It gives an excellent feeling on how fear and anxiety mould the behavior of individuals and families . viz., the key economic agent
Last Updated 1 September, 2009
Contact LDR: ldr@leonardo.info
Contact Leonardo:isast@leonardo.info
copyright © 2009 ISAST
by Enrico Cerasuolo & Sergio Fergnachino, Directors
Parisscience : Paris International Science Film Festival
Icarus Films, NY, NY, 2008
53 minutes, color, 2008
DVD, $390
Distributor’s address: http://www.icarusfilms.com/.
Reviewed by Giuseppe Pennisi
Rome, Italy
Professor of Economics Università Europea di Rome
giuseppe.pennisi@gmail.com
This is a good film. Even though his authors are both Italians , the movie was produced mostly by the Franco-German cultural television channel. I do not know whether it has had any viewing in Italian television or in Italian universities. Although it is well-manufactured and could be of interest also for general audience, now in 2009, "the hidden face of fear", following the 9/11 maxi terrorist attack on New York City Twin Towers, may appear out-of-date; nonetheless, the movie may be useful as a teaching tool or a discussion start-up topic in a classroom or in seminar room. It tracks down how emotions - specifically fear - spread contagiously within a society by gaining controls of individual minds. It includes interviews by leading experts of fear and memory , including neuroscientist Joseph LeDoux, Nobel Prize-winning neurobialogist Eric R. Kandel, neuropsychiatrist David Silbersweig and neuroscientist at the NewYork University Center for the Neuroscience of Fear and Anxiety. By following several New Yorkers being treated for panic disorder as a result of 9/11, the film reveal both the implications of the attack on psychology and the possible remedies. The length is appropriate, and the pace is fast.
As mentioned above, the overall intention of the producer and of the authors was, most likely, to turn out a general audience documentary. Thus, it is, most probably, much to elementary as a teaching devise for students of neuro-psycology ; it may be relevant only to those in the initial years of study of the discipline. It could of interest to studente of media, of information economics and of the new field of neuroeconomcs. Together with another Icarus Film ("We All Fall Down), reviewed in the July issue, I plan to use it in advanced course on the current financial and economic crisis I plan to teach next academic years. It gives an excellent feeling on how fear and anxiety mould the behavior of individuals and families . viz., the key economic agent
Last Updated 1 September, 2009
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Theodor W. Adorno: An Introduction Leonardo Reviews 4 settembre
Theodor W. Adorno: An Introduction
by Gerhard Schweppenhäuser; James Rolleston, trans.
Duke University Press, Durham, NC, 2009
186 pp. Trade, $74.95; paper, $21.95
ISBN: 0-8223-4454-8; ISBN: 0-8223-4471-8.
Reviewed by Giuseppe Pennisi
Rome, Italy
Professor of Economics Università Europea di Roma
giuseppe.pennisi@gmail.com
This is an introductory book to Theodor W. Adorno's life and philosophy. It is not addressed to scholars specializing on Adorno's work but to a more general audience - viz. those in the past used to be called "cultivated men and women" who intend to approach the thinking of one of the most influential author of the 20 th Century. Thus, it is an important reading also for a person like me - a professor of economics deeply interested in information economics in theory and in practices (viz. to mould economic policies). As a matter of fact, a great deal of Adorno's work deals with information theory - e.g. his work on music not merely in aesthetic terms but as way to knowledge. As a coincidence the present Pope Benedetto XVI has made similar points many a times in several occasions in the last three years. Pope Benedetto XVI is a theologian, a philosopher and also a musician. He is a German too. Thus, he is no doubt familiar with Adorno's writing. Even though the Pope refers to a different knowledge than Adorno does, the paths are similar; for a Roman Catholic the ultimate knowledge is the Truth, for a relativist (like Adorno) the road to knowledge has as its aim and objective to reduced and eventually eliminate information asymmetries as a means to construct "the totally socialized society". However, for Adorno himself, such a "totally socialized society" is an unreachable goal, similar to the "powerless utopia of beauty" and to the "failure of culture" to drive mankind towards the "liberating praxis" essential to build the "socialized society".
Schweppenhäuser's introduction to the English edition and Rolleston's preface are meant to provide essential information on Adorno to Anglo-American readers more likely to be better familiar with the more over aspects of the Frankfurt School (of the 70s) than with Minima Moralia and the Dialectic of Enlightenment . The rightly stressed how the developments of Adorno's personal life (the study of music, the influence of Thomas Mann, the exile, the awareness of Auschwitz - and the related theorem of impossibility of poetry -, the disillusion with the Federal Republic emerging after World War II ) had a major influence on his thinking. However neither Schweppenhäuser nor Rolleston delve on the essential question: why Adorno never tried to construct a "system", like Habermas and Marcuse (to remain in the same circle) did. Did he consider also "philosophy" to be an utopian failure?
Schweppenhäuser, however, tackles the issue indirectly, by dealing with Adorno's "pessimism" on the future of the society. Minima Moralia , if properly read, has useful insights: the "liberating praxis" is "postponed but not forever". Education is the tool toward "the production of true consciousness". I doubt that Princeton economist, Avinash Dixit (a most likely candidate for a Nobel Prize for his theoretical contribution to the making of political economic), has read Minima Moralia . Dixit reaches conclusions similar to Adorno's when he builds a new development economics by marrying information economics and transaction economics with game theory and institutional economics.
by Gerhard Schweppenhäuser; James Rolleston, trans.
Duke University Press, Durham, NC, 2009
186 pp. Trade, $74.95; paper, $21.95
ISBN: 0-8223-4454-8; ISBN: 0-8223-4471-8.
Reviewed by Giuseppe Pennisi
Rome, Italy
Professor of Economics Università Europea di Roma
giuseppe.pennisi@gmail.com
This is an introductory book to Theodor W. Adorno's life and philosophy. It is not addressed to scholars specializing on Adorno's work but to a more general audience - viz. those in the past used to be called "cultivated men and women" who intend to approach the thinking of one of the most influential author of the 20 th Century. Thus, it is an important reading also for a person like me - a professor of economics deeply interested in information economics in theory and in practices (viz. to mould economic policies). As a matter of fact, a great deal of Adorno's work deals with information theory - e.g. his work on music not merely in aesthetic terms but as way to knowledge. As a coincidence the present Pope Benedetto XVI has made similar points many a times in several occasions in the last three years. Pope Benedetto XVI is a theologian, a philosopher and also a musician. He is a German too. Thus, he is no doubt familiar with Adorno's writing. Even though the Pope refers to a different knowledge than Adorno does, the paths are similar; for a Roman Catholic the ultimate knowledge is the Truth, for a relativist (like Adorno) the road to knowledge has as its aim and objective to reduced and eventually eliminate information asymmetries as a means to construct "the totally socialized society". However, for Adorno himself, such a "totally socialized society" is an unreachable goal, similar to the "powerless utopia of beauty" and to the "failure of culture" to drive mankind towards the "liberating praxis" essential to build the "socialized society".
Schweppenhäuser's introduction to the English edition and Rolleston's preface are meant to provide essential information on Adorno to Anglo-American readers more likely to be better familiar with the more over aspects of the Frankfurt School (of the 70s) than with Minima Moralia and the Dialectic of Enlightenment . The rightly stressed how the developments of Adorno's personal life (the study of music, the influence of Thomas Mann, the exile, the awareness of Auschwitz - and the related theorem of impossibility of poetry -, the disillusion with the Federal Republic emerging after World War II ) had a major influence on his thinking. However neither Schweppenhäuser nor Rolleston delve on the essential question: why Adorno never tried to construct a "system", like Habermas and Marcuse (to remain in the same circle) did. Did he consider also "philosophy" to be an utopian failure?
Schweppenhäuser, however, tackles the issue indirectly, by dealing with Adorno's "pessimism" on the future of the society. Minima Moralia , if properly read, has useful insights: the "liberating praxis" is "postponed but not forever". Education is the tool toward "the production of true consciousness". I doubt that Princeton economist, Avinash Dixit (a most likely candidate for a Nobel Prize for his theoretical contribution to the making of political economic), has read Minima Moralia . Dixit reaches conclusions similar to Adorno's when he builds a new development economics by marrying information economics and transaction economics with game theory and institutional economics.
CLT - Kafka nella terra di Fellini Il Velino 4 settembre
Roma, 3 set (Velino) - Si può portare il Franz Kafka delle brume di Praga nella terra solare di Federico Fellini? Con le sue proprie parole messe in musica da un ungherese, nato più di ottanta anni fa, giunto tardi alla composizione (grazie all’amicizia con Pierre Boulez), residente nei pressi di Bordeaux ed a cui viene conferito dalla Biennale di Venezia (sezione musica) il Leon d’Oro alla Carriera? György Kurtàg, un autore raffinatissimo, ma parco di cui solo pochi lavori si trovano in cd negli stessi principali negozi di dischi. È la sfida che si è posto Denis Krief. E che probabilmente nessun altro poteva porsi. Krief è multiculturale come Kurtàg; romano (in quanto risiede nella capitale da lustri), tunisino di nascita ma nelle vene con un sangue l’elemento austro-ungarico filtrato attraverso Trieste si mischia dolcemente con quello arabo-mediterraneo; acclamato in Germania, Francia e Giappone perché specializzato in produzioni eleganti ma a basso costo e per la stessa ragione evitato da teatri (italiani) che preferiscono allestimenti pacchiani ma dispendiosi per la gioia di agenzie, figli, amanti e clientes vari.
Kafka Fragmente è il boccone più squisito della 60esima Sagra Malatestiana che si dipana a Rimini dal 10 agosto a fine novembre e - come visto nel VELINO del 27 agosto - porta nella città romagnola cinque concerti (di complessi internazionali) dedicati a Bach, sette concerti sinfonici (Royal Philarmonic Orchestra, Duetsches Symponie Orchestre, Filarmonica di San Pieteroburgo, Swedish Radio Symphony Orchestra, Orchestre National du Capitol) con grandi bacchette internazionali, un’opera contemporanea, e ben 15 appuntamenti in cui il barocco viene giustapposto al contemporaneo (per i dettagli www.sagramalatestiana.it). Per Kafka Fragmente è l’inizio di un lungo cammino. Speriamo che si possa presso vedere a Roma: Sindaco, Assessore alla Cultura, management di Musica per Roma o di RomaEuropa Festival oppure dell’Accademia di Santa Cecilia perché (di questi tempi) vi fate scappare una chicca iper-low cost e vi lamentate dei “tagli” allo spettacolo dal vivo? Attenzione: rischia di andare in tournée in Germania ed altrove e lasciarvi a piagnucolare.
Ma cosa è Kafka Fragmente? È un’opera compiuta che richiede, per essere messa in scena, solo un soprano (Sara Allegretta a Rimini) ed una violinista (Jeanne-Marie Conquer). Dura 50 minuti ed è strutturata in otto “scene” e quattro parti. Le “scene”, attenzione, non richiedono fondali e cartapesta: Kurtàg afferma che il luogo adatto per rappresentarla è una qualsiasi strada- “un’opera da strada”. Krief ha scelto un cantiere aperto nel semi-distrutto complesso degli agostiniani, corredato da proiezioni di incisioni di Kubin e di immagini di film dei tempi di Kafka e di Kurtàg. Le quattro parti (ciascuna frase viene dai diari e da lavori giovanili di Kafka) esprimono i timori ed i tremori del giovane di fronte alla “folla cittadina”. È immediato il riferimento a “Amerika” (nelle versioni italiane) che, come suggerisce Marco Federico Solari in suo saggio fresco di stampa, sarebbe meglio intitolare “Il disperso” quale nell’originale.
È un punto importante perché quattro anni fa, il ciclo di “opera da camera” a bassissimo costo iniziò con Diario di uno scomparso di Leoš Janàcek. Mentre in Janàcek, lo “scomparso” resta tale, senza approdo, la quarta parte di Kafka Fragmente mostra un filo di speranza: “ci abbagliava una notte di luna”. La stessa luna a cui guarda Fellini nei suoi ultimi film. La partitura, raffinatissima, è aggiornata alle più recenti acquisizioni dell’avanguardia ma abbraccia l’ascoltatore come se si trattasse di canti e suoni a lui noti da sempre. Esecuzione esemplare di un lavoro non facile e che merita di essere più e meglio conosciuto.
(Hans Sachs) 3 set 2009 16:14
Kafka Fragmente è il boccone più squisito della 60esima Sagra Malatestiana che si dipana a Rimini dal 10 agosto a fine novembre e - come visto nel VELINO del 27 agosto - porta nella città romagnola cinque concerti (di complessi internazionali) dedicati a Bach, sette concerti sinfonici (Royal Philarmonic Orchestra, Duetsches Symponie Orchestre, Filarmonica di San Pieteroburgo, Swedish Radio Symphony Orchestra, Orchestre National du Capitol) con grandi bacchette internazionali, un’opera contemporanea, e ben 15 appuntamenti in cui il barocco viene giustapposto al contemporaneo (per i dettagli www.sagramalatestiana.it). Per Kafka Fragmente è l’inizio di un lungo cammino. Speriamo che si possa presso vedere a Roma: Sindaco, Assessore alla Cultura, management di Musica per Roma o di RomaEuropa Festival oppure dell’Accademia di Santa Cecilia perché (di questi tempi) vi fate scappare una chicca iper-low cost e vi lamentate dei “tagli” allo spettacolo dal vivo? Attenzione: rischia di andare in tournée in Germania ed altrove e lasciarvi a piagnucolare.
Ma cosa è Kafka Fragmente? È un’opera compiuta che richiede, per essere messa in scena, solo un soprano (Sara Allegretta a Rimini) ed una violinista (Jeanne-Marie Conquer). Dura 50 minuti ed è strutturata in otto “scene” e quattro parti. Le “scene”, attenzione, non richiedono fondali e cartapesta: Kurtàg afferma che il luogo adatto per rappresentarla è una qualsiasi strada- “un’opera da strada”. Krief ha scelto un cantiere aperto nel semi-distrutto complesso degli agostiniani, corredato da proiezioni di incisioni di Kubin e di immagini di film dei tempi di Kafka e di Kurtàg. Le quattro parti (ciascuna frase viene dai diari e da lavori giovanili di Kafka) esprimono i timori ed i tremori del giovane di fronte alla “folla cittadina”. È immediato il riferimento a “Amerika” (nelle versioni italiane) che, come suggerisce Marco Federico Solari in suo saggio fresco di stampa, sarebbe meglio intitolare “Il disperso” quale nell’originale.
È un punto importante perché quattro anni fa, il ciclo di “opera da camera” a bassissimo costo iniziò con Diario di uno scomparso di Leoš Janàcek. Mentre in Janàcek, lo “scomparso” resta tale, senza approdo, la quarta parte di Kafka Fragmente mostra un filo di speranza: “ci abbagliava una notte di luna”. La stessa luna a cui guarda Fellini nei suoi ultimi film. La partitura, raffinatissima, è aggiornata alle più recenti acquisizioni dell’avanguardia ma abbraccia l’ascoltatore come se si trattasse di canti e suoni a lui noti da sempre. Esecuzione esemplare di un lavoro non facile e che merita di essere più e meglio conosciuto.
(Hans Sachs) 3 set 2009 16:14
mercoledì 2 settembre 2009
LA RIPRESA D’AUTUNNO, LA POLITICA E LE RISPOSTE SUL LAVORO , FFwegmagaziine 2 settembre
L’occupazione ed il lavoro saranno tra i temi principali della ripresa politica autunnale – di ripresa economica non se ne parlerà prima dell’autunno 2010 (secondo le previsioni diramate il 29 agosto dai 20 maggiori istituti econometrici internazionali, tutti privati, nessuno italiano, che fanno parte del gruppo del “consensus”. C’è un fenomeno che , mutuando il termine dalla fisica, gli economisti chiamano di isteresi: le imprese riprendono ad assumere solamente quando, dopo un periodo di recessione, il rilancio è solido. La Confindustria ha indetto un importante convegno internazionale per 9 settembre : la sfida dell’occupazione sarà uno dei temi di fondo.
Sino ad ora grazie ad una struttura produttiva basata sul manifatturiero, la crisi ha pesato sull’occupazione in Italia meno che altrove: secondo i più recenti dati Ocse, il tasso di disoccupazione nel nostro Paese, alla fine secondo trimestre 2009, era pari al 7,3% della forza lavoro- rispetto al 18,1% in Spagna, al 9,4% negli Usa, al 9% in Gran Bretagna, al 9,4 Francia , all’8,3% in Germania (ed al 9,4% come media dell’area dell’euro). In autunno – lo danno ormai per scontato tutti gli istituti – ci sarà verosimilmente un balzo : la stime vanno dai 300.000 ai 500.000 di uomini e donne che perderanno il lavoro e lo cercheranno senza trovarlo. Anche grazie ad una serie di misure di flessibilizzazione, in Italia, il tasso di disoccupazione è diminuito di due punti percentuali negli ultimi anni arrivando al 6,5% delle forze lavoro. Ciò si è verificato in marcata controtendenza con la media europea dove, prima della crisi in corso dall’estate 2007, tra i Paesi di maggiori dimensioni unicamente la Spagna ha avuto un’esperienza simile, mentre in Francia e Germania si è rimasti arroccati a tassi di disoccupazione rispettivamente attorno al 10% ed al 12%. E’ proprio vero che, come sostiene l’opposizione, l’aumento dell’occupazione registrato dai dati Istat rifletterebbe lavori “non buoni “ (forse “cattivi”?) in call centers e pizzerie oppure in servizi domestici soprattutto per extra-comunitari. I dati, inoltre, sarebbe “gonfiati” dalla registrazioni a ragioni di sanatorie (relative ancora una volta agli extra-comunitari). L’Istat (istituto noto per l’imparzialità) segue nell’indagine sulle forze di lavoro rigorosamente metodi e procedure Ocse tali da non rendere possibili “gonfiamenti” da registrazioni post-sanatorie.
L’analisi nuda e cruda dei dati dice, poi, che le categorie che, negli anni precedenti la crisi, più hanno tratto vantaggio dalla riduzione della disoccupazione sono i giovani e le donne (gruppi il cui accesso all’occupazione è stato spesso bloccato dalle rigidità esistenti prima delle norme che vanno sotto il nome di legge Biagi). Sono tutti finiti nei call centers o a vendere pizze oppure a pulire le scale di condomini oppure ancora a tentare di piazzare enciclopedie, aspirapolvere, polizze di assicurazione e fondi comuni? Non è andata affatto così : è aumentato molto il lavoro autonomo e professionale e l’occupazione nei servizi.
Anche ove fosse andata come descritto in certi quadri a tinte fosche, non sarebbe necessariamente un male .David Audretsch (Max Planck Institute) Martin A. Carree, Rory Thurik (ambedue dell’ Università di Rotterdam), e A.J. Van Steel (Ministero del Lavoro dei Paesi Bassi) – tutti distinti e distanti dalle beghe e dalle “primarie” nostrane- hanno esaminato le dinamiche del mercato del lavoro in 23 Paesi Ocse del 1994 al 2002 giungendo alla conclusione che anche quando si inizia con lavori “precari” si sprigiona un “effetto imprenditoriale” che porta o alla creazione di vere e proprie imprese od ad occupazione permanente in seno ad esse. Ancora più positive le analisi di Michael Moynagi e Richard Worsley nel volume “Working in the 21st century” pubblicato in Gran Bretagna nell’ambito del progetto “Future of Work”: con una ricca messe di dati (anche italiani) mette una pietra tombale su tutta la letteratura sociologica sulla “fine del lavoro” e dimostra che è in atto una trasformazione verso lavori “buoni” in cui grazie alle tecnologia ciascuno può definire le proprie modalità ed i propri orari. Lo conferma il World Employment Report dell’International Labour Office (non certo un pensatoio del centro destra) . Infine, l’Economist Intelligence Unit (altro istituto che non ha mai guardato con grande simpatia l’attuale Governo italiano) dedica uno studio al fatto che la contrazione dell’occupazione nel manifatturiero e l’espansione di quella nei servizi (altra caratteristica evidenziata dai dati Istat) è “segno di progresso economico e sociale non di declino”. Non solo ma la stessa logica della riduzione degli orari di lavoro allo scopo, vero o presunto, di attivare nuove opportunità di lavoro (a chi non ce le ha e le cerca) pare appartenere al passato. Daniel Hamermesh (dell’Università del Texas) e Joel S. Slemrod (dell’Università del Michigan) sono tornati di recente sul tema dell’economia del “workaholismo”, ossia dell’intossicazione da troppo lavoro che richiede sempre più lavoro. Quantizzano come ormai sia diventato un problema serio non solo negli Usa far sì che certe fasce del mercato del lavoro vadano in pensione quando sarebbe logico. Tanto più che la Corte Suprema ha dichiarato discriminatori contro gli anziani i “limiti di età” che costringono alla quiescenza. Il troppo lavoro per alcune categorie ed il troppo poco per altre rischia di diventare uno dei problemi centrali del 21simo secolo.
Quali sono le risposte che la politica può dare a questi temi? In Italia, la disoccupazione riguarda soprattutto il Mezzogiorno (dove è circa tre volte la media nazionale); interessa i distretti industriale del centro-nord a ragione della caduta della domanda internazionale causata dalla crisi mondiale. Si tratta di due fenomeni differenti. Il primo è strutturale: la disoccupazione è conseguenza del ritardo di sviluppo. Il secondo dipende dalla congiuntura nel resto del mondo.
Alla ripresa autunnale, la Banca per il Mezzogiorno sarà un altro degli argomenti centrali del dibattito politico. E’ tema di politica nazionale che riguarda non solamente il Sud e Roma – sino a qualche lustro fa l’azione della Cassa per il Mezzogiorno arrivava a sfiorare la provincia di Latina- ma anche aree della Penisola, come l’Abruzzo, il Molise e la Sardegna, che per non più incluse nella nomenclatura europea come Regioni “obiettivo 1” (ossia in ritardo di sviluppo) hanno una struttura economica fragile. La nuova Banca, soprattutto, se verrà istituita, non dovrà guardare principalmente al futuro prossimo venturo ma al post-2013, quando verosimilmente l’apporto dei fondi strutturali europei non riguarderà l’Italia che in misura molto modesta.
Ad una Banca per il Mezzogiorno, si lavorò, con alla guida l’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato, alla fine degli Anni 80 quando, in seguito ad un incidente parlamentare, la Cassa chiuse i battenti. Da allora, molto è cambiato. Tuttavia, può essere utile riprendere in mano parte delle analisi fatte all’epoca.
Ci sono due aspetti in particolare che, anche alla luce della fine dei “banchi” meridionali – quello di Napoli e quello di Sicilia – e dell’evoluzione (pure tecnico-metodologica) dell’ultimo quarto di secolo meritano di essere esaminati con cura: a) il merito ed il rischio di credito dei soggetti e b) la valutazione dei progetti (e l’enfasi ai benefici occupazionali che occorre dare nei criteri di scelta).
Senza dubbio le casse di risparmio e le banche popolari di credito cooperativo che , con la loro vasta rete, sarebbero elemento centrale del nuovo istituto, hanno esperienza di analisi di merito e di rischio. Portano un bagaglio ricco di culture differenti, più spesso in materia di analisi di merito ma meno profondo in campo di rischio. Sarebbe utile, ove non essenziale, mettere in atto un programma organico di seminari e di corsi di formazione sia per trarre il meglio dal ricco bagaglio sia per definire parametri di valutazione dei potenziali creditori e criteri di scelta uniformi sia per irrobustire le analisi di rischio.
E’ auspicabile che dal merito e dal rischio del soggetto si vada alla valutazione dell’oggetto – il progetto. In questa materia, ha avuto per anni esperienza la Cassa Depositi e Prestiti che, pur entrando in funzione molto minoritaria nel nuovo istituto, alla metà degli Anni 80 aveva creato nel proprio seno un gruppo di valutazione che utilizzava metodi e procedure semplificate ma rigorose per esaminare proposte d’investimento dei Comuni. Il gruppo ha operato,con alterne vicende, sino a qualche anno fa quando si è sfarinato per vari motivi (pensionamenti, poco interesse da parte del management). Occorre ripristinarlo. Oppure creare una struttura del genere in Città Italia (il centro studi Anci) o alla Svimez oppure altrove. Non si può eludere il problema. E tornare a progetti fasulli o inesistenti o a basso rendimento economico e sociale. Ne andrebbe della reputazione della Banca e dello sviluppo del Sud e delle Isole.
Per quanto riguarda l’aspetto relativo al nesso tra occupazione e sbocchi commerciali , il rapporto della Fondazione Fare Futuro “Fare Italia nel mondo” è ricco d’indicazioni precise . Esse rappresentano un’utile tavola di bordo per la politica .
Sino ad ora grazie ad una struttura produttiva basata sul manifatturiero, la crisi ha pesato sull’occupazione in Italia meno che altrove: secondo i più recenti dati Ocse, il tasso di disoccupazione nel nostro Paese, alla fine secondo trimestre 2009, era pari al 7,3% della forza lavoro- rispetto al 18,1% in Spagna, al 9,4% negli Usa, al 9% in Gran Bretagna, al 9,4 Francia , all’8,3% in Germania (ed al 9,4% come media dell’area dell’euro). In autunno – lo danno ormai per scontato tutti gli istituti – ci sarà verosimilmente un balzo : la stime vanno dai 300.000 ai 500.000 di uomini e donne che perderanno il lavoro e lo cercheranno senza trovarlo. Anche grazie ad una serie di misure di flessibilizzazione, in Italia, il tasso di disoccupazione è diminuito di due punti percentuali negli ultimi anni arrivando al 6,5% delle forze lavoro. Ciò si è verificato in marcata controtendenza con la media europea dove, prima della crisi in corso dall’estate 2007, tra i Paesi di maggiori dimensioni unicamente la Spagna ha avuto un’esperienza simile, mentre in Francia e Germania si è rimasti arroccati a tassi di disoccupazione rispettivamente attorno al 10% ed al 12%. E’ proprio vero che, come sostiene l’opposizione, l’aumento dell’occupazione registrato dai dati Istat rifletterebbe lavori “non buoni “ (forse “cattivi”?) in call centers e pizzerie oppure in servizi domestici soprattutto per extra-comunitari. I dati, inoltre, sarebbe “gonfiati” dalla registrazioni a ragioni di sanatorie (relative ancora una volta agli extra-comunitari). L’Istat (istituto noto per l’imparzialità) segue nell’indagine sulle forze di lavoro rigorosamente metodi e procedure Ocse tali da non rendere possibili “gonfiamenti” da registrazioni post-sanatorie.
L’analisi nuda e cruda dei dati dice, poi, che le categorie che, negli anni precedenti la crisi, più hanno tratto vantaggio dalla riduzione della disoccupazione sono i giovani e le donne (gruppi il cui accesso all’occupazione è stato spesso bloccato dalle rigidità esistenti prima delle norme che vanno sotto il nome di legge Biagi). Sono tutti finiti nei call centers o a vendere pizze oppure a pulire le scale di condomini oppure ancora a tentare di piazzare enciclopedie, aspirapolvere, polizze di assicurazione e fondi comuni? Non è andata affatto così : è aumentato molto il lavoro autonomo e professionale e l’occupazione nei servizi.
Anche ove fosse andata come descritto in certi quadri a tinte fosche, non sarebbe necessariamente un male .David Audretsch (Max Planck Institute) Martin A. Carree, Rory Thurik (ambedue dell’ Università di Rotterdam), e A.J. Van Steel (Ministero del Lavoro dei Paesi Bassi) – tutti distinti e distanti dalle beghe e dalle “primarie” nostrane- hanno esaminato le dinamiche del mercato del lavoro in 23 Paesi Ocse del 1994 al 2002 giungendo alla conclusione che anche quando si inizia con lavori “precari” si sprigiona un “effetto imprenditoriale” che porta o alla creazione di vere e proprie imprese od ad occupazione permanente in seno ad esse. Ancora più positive le analisi di Michael Moynagi e Richard Worsley nel volume “Working in the 21st century” pubblicato in Gran Bretagna nell’ambito del progetto “Future of Work”: con una ricca messe di dati (anche italiani) mette una pietra tombale su tutta la letteratura sociologica sulla “fine del lavoro” e dimostra che è in atto una trasformazione verso lavori “buoni” in cui grazie alle tecnologia ciascuno può definire le proprie modalità ed i propri orari. Lo conferma il World Employment Report dell’International Labour Office (non certo un pensatoio del centro destra) . Infine, l’Economist Intelligence Unit (altro istituto che non ha mai guardato con grande simpatia l’attuale Governo italiano) dedica uno studio al fatto che la contrazione dell’occupazione nel manifatturiero e l’espansione di quella nei servizi (altra caratteristica evidenziata dai dati Istat) è “segno di progresso economico e sociale non di declino”. Non solo ma la stessa logica della riduzione degli orari di lavoro allo scopo, vero o presunto, di attivare nuove opportunità di lavoro (a chi non ce le ha e le cerca) pare appartenere al passato. Daniel Hamermesh (dell’Università del Texas) e Joel S. Slemrod (dell’Università del Michigan) sono tornati di recente sul tema dell’economia del “workaholismo”, ossia dell’intossicazione da troppo lavoro che richiede sempre più lavoro. Quantizzano come ormai sia diventato un problema serio non solo negli Usa far sì che certe fasce del mercato del lavoro vadano in pensione quando sarebbe logico. Tanto più che la Corte Suprema ha dichiarato discriminatori contro gli anziani i “limiti di età” che costringono alla quiescenza. Il troppo lavoro per alcune categorie ed il troppo poco per altre rischia di diventare uno dei problemi centrali del 21simo secolo.
Quali sono le risposte che la politica può dare a questi temi? In Italia, la disoccupazione riguarda soprattutto il Mezzogiorno (dove è circa tre volte la media nazionale); interessa i distretti industriale del centro-nord a ragione della caduta della domanda internazionale causata dalla crisi mondiale. Si tratta di due fenomeni differenti. Il primo è strutturale: la disoccupazione è conseguenza del ritardo di sviluppo. Il secondo dipende dalla congiuntura nel resto del mondo.
Alla ripresa autunnale, la Banca per il Mezzogiorno sarà un altro degli argomenti centrali del dibattito politico. E’ tema di politica nazionale che riguarda non solamente il Sud e Roma – sino a qualche lustro fa l’azione della Cassa per il Mezzogiorno arrivava a sfiorare la provincia di Latina- ma anche aree della Penisola, come l’Abruzzo, il Molise e la Sardegna, che per non più incluse nella nomenclatura europea come Regioni “obiettivo 1” (ossia in ritardo di sviluppo) hanno una struttura economica fragile. La nuova Banca, soprattutto, se verrà istituita, non dovrà guardare principalmente al futuro prossimo venturo ma al post-2013, quando verosimilmente l’apporto dei fondi strutturali europei non riguarderà l’Italia che in misura molto modesta.
Ad una Banca per il Mezzogiorno, si lavorò, con alla guida l’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato, alla fine degli Anni 80 quando, in seguito ad un incidente parlamentare, la Cassa chiuse i battenti. Da allora, molto è cambiato. Tuttavia, può essere utile riprendere in mano parte delle analisi fatte all’epoca.
Ci sono due aspetti in particolare che, anche alla luce della fine dei “banchi” meridionali – quello di Napoli e quello di Sicilia – e dell’evoluzione (pure tecnico-metodologica) dell’ultimo quarto di secolo meritano di essere esaminati con cura: a) il merito ed il rischio di credito dei soggetti e b) la valutazione dei progetti (e l’enfasi ai benefici occupazionali che occorre dare nei criteri di scelta).
Senza dubbio le casse di risparmio e le banche popolari di credito cooperativo che , con la loro vasta rete, sarebbero elemento centrale del nuovo istituto, hanno esperienza di analisi di merito e di rischio. Portano un bagaglio ricco di culture differenti, più spesso in materia di analisi di merito ma meno profondo in campo di rischio. Sarebbe utile, ove non essenziale, mettere in atto un programma organico di seminari e di corsi di formazione sia per trarre il meglio dal ricco bagaglio sia per definire parametri di valutazione dei potenziali creditori e criteri di scelta uniformi sia per irrobustire le analisi di rischio.
E’ auspicabile che dal merito e dal rischio del soggetto si vada alla valutazione dell’oggetto – il progetto. In questa materia, ha avuto per anni esperienza la Cassa Depositi e Prestiti che, pur entrando in funzione molto minoritaria nel nuovo istituto, alla metà degli Anni 80 aveva creato nel proprio seno un gruppo di valutazione che utilizzava metodi e procedure semplificate ma rigorose per esaminare proposte d’investimento dei Comuni. Il gruppo ha operato,con alterne vicende, sino a qualche anno fa quando si è sfarinato per vari motivi (pensionamenti, poco interesse da parte del management). Occorre ripristinarlo. Oppure creare una struttura del genere in Città Italia (il centro studi Anci) o alla Svimez oppure altrove. Non si può eludere il problema. E tornare a progetti fasulli o inesistenti o a basso rendimento economico e sociale. Ne andrebbe della reputazione della Banca e dello sviluppo del Sud e delle Isole.
Per quanto riguarda l’aspetto relativo al nesso tra occupazione e sbocchi commerciali , il rapporto della Fondazione Fare Futuro “Fare Italia nel mondo” è ricco d’indicazioni precise . Esse rappresentano un’utile tavola di bordo per la politica .
LE TRE DOMANDE CRUCIALI AD ALITALIA Il Tempo del 2 settembre
La prima “semestrale” della nuova Alitalia ha lasciato tutti insoddisfatti. Per l’analisi finanziaria, rimando a quella puntuale su www.chicago-blog.it a firma di Andrea Giuricin, autore, tra l’altro, del pregevole “Alitalia: la privatizzazione infinita”, IBL 2009; nessuna voce si è levata a mettere in discussione le cifre ed i calcoli di Giuricin. Occorre, però, sottolineare che la prima semestrale riguardava la fase di avvio dell’inizio delle attività: non si può chiedere ad un bambino che comincia a parlottare di essere ingaggiato dall’Old Vic per essere protagonista dello shakespeariano “Amleto”. Inoltre , la semestrale relativa al periodo sino al 30 giugno non includeva i mesi tradizionalmente “pingui” : quelli estivi.
L’aspetto più preoccupante è che gli obiettivi posti dallo stesso management per la fase d’avvio non sono stati neanche sfiorati: i ricavi sono stati pari a poco più di un terzo dell’obiettivo, il prezzo medio effettivo del biglietto a meno del 15%, il “load factor” a meno del 20%. Differenze tra obiettivi e risultati di queste dimensioni e la probabilità di un peggioramento dell’Ebit (margine al lordo di tasse ed interessi) di 240 milioni di euro entro fine anno non possono non innervosire alcuni soci dell’intrapresa e suscitare perplessità sulla capacità del management di portarla all’approdo auspicato.
La svolta si sarebbe dovuta verificare in estate (con l’aumento stagionale del traffico passeggeri). E’ stata un’estate dura per tutte le compagnie aeree, tranne alcune low cost: lo documentano le analisi dell’Aita. Per Alitalia, però, l’estate è stata più dura che per altre a ragione dei ritardi dei voli e del pasticciaccio brutto dei bagagli , che in luglio e soprattutto agosto, hanno riempito le pagine di giornali italiani e stranieri, dando l’impressione che tutte le responsabilità fossero di AZ (e non anche delle strutture aeroportuali). Come se ciò non bastasse, arrivano annunci di nuovi scioperi. Sondaggi d’opinione stimano un aumento della disaffezione.
A questo punto c’è il pericolo di tensioni, anche gravi, tra i soci. Uno dei quali (immaginate chi?) “off-the-record” fa sapere di essere in attesa di un miglioramento della congiuntura internazionale (e quindi dei propri conti) per acquistare AZ per pochi euro e farla diventare una sua sussidiaria.
Come può rispondere il management della compagnia? Con un nuovo programma che abbia obiettivi tecnici e finanziari realistici e che risponda ai nodi strutturali: a) l’eterogeneità degli aerei (una delle cause primarie dei ritardi), b) l’integrazione con AirOne (e la situazione effettiva ereditata da AirOne); c) i tempi ed i modi per affermarsi come efficiente ed efficace compagnia nell’aerea europea e mediterranea, prima, ed avviare una rete intercontinentale, poi).
Tre domande, come quelle di “Turandot” ai propri pretendenti. Come nell’opera pucciniana, risposte probanti potrebbe dare una svolta e migliorare il clima sia in seno ad Alitalia sia tra Alitalia e gli altri.
L’aspetto più preoccupante è che gli obiettivi posti dallo stesso management per la fase d’avvio non sono stati neanche sfiorati: i ricavi sono stati pari a poco più di un terzo dell’obiettivo, il prezzo medio effettivo del biglietto a meno del 15%, il “load factor” a meno del 20%. Differenze tra obiettivi e risultati di queste dimensioni e la probabilità di un peggioramento dell’Ebit (margine al lordo di tasse ed interessi) di 240 milioni di euro entro fine anno non possono non innervosire alcuni soci dell’intrapresa e suscitare perplessità sulla capacità del management di portarla all’approdo auspicato.
La svolta si sarebbe dovuta verificare in estate (con l’aumento stagionale del traffico passeggeri). E’ stata un’estate dura per tutte le compagnie aeree, tranne alcune low cost: lo documentano le analisi dell’Aita. Per Alitalia, però, l’estate è stata più dura che per altre a ragione dei ritardi dei voli e del pasticciaccio brutto dei bagagli , che in luglio e soprattutto agosto, hanno riempito le pagine di giornali italiani e stranieri, dando l’impressione che tutte le responsabilità fossero di AZ (e non anche delle strutture aeroportuali). Come se ciò non bastasse, arrivano annunci di nuovi scioperi. Sondaggi d’opinione stimano un aumento della disaffezione.
A questo punto c’è il pericolo di tensioni, anche gravi, tra i soci. Uno dei quali (immaginate chi?) “off-the-record” fa sapere di essere in attesa di un miglioramento della congiuntura internazionale (e quindi dei propri conti) per acquistare AZ per pochi euro e farla diventare una sua sussidiaria.
Come può rispondere il management della compagnia? Con un nuovo programma che abbia obiettivi tecnici e finanziari realistici e che risponda ai nodi strutturali: a) l’eterogeneità degli aerei (una delle cause primarie dei ritardi), b) l’integrazione con AirOne (e la situazione effettiva ereditata da AirOne); c) i tempi ed i modi per affermarsi come efficiente ed efficace compagnia nell’aerea europea e mediterranea, prima, ed avviare una rete intercontinentale, poi).
Tre domande, come quelle di “Turandot” ai propri pretendenti. Come nell’opera pucciniana, risposte probanti potrebbe dare una svolta e migliorare il clima sia in seno ad Alitalia sia tra Alitalia e gli altri.
VA DI MODA SPARARE SUGLI ECONOMISTI MA ALCUNI AVEVANO PREVISTO LA CRISI, L'Occidentale 2 settembre
Il più praticato gioco di società di questi ultimi mesi è il tiro al bersaglio nei confronti degli economisti. Dalla Regina del Regno Unito al Ministro italiano dell’Economia e delle Finanze, passando per giornalisti improvvisatisi in saggisti e per l’onnipresente Ing. Jacques Attali (il quale ha ovviamente dedicato al tema un “instant book” di grande successo Oltralpe e non solo), tutti accusano coloro che professano “la triste scienza” di non avere previsto la crisi e le dimensioni che avrebbe avuto e di non essere in grado di indicare una terapia per uscirne. Cerchiamo di fare il punto sine ira ni studio.
• In primo luogo, non è vero che tutta la disciplina economica è stata cieca nei confronti dell’avvicinarsi della tempesta. Numerosi economisti, anche italiani, hanno avvertito che , sin dal crollo delle Borse dell’autunno 1987, che era iniziato un periodo convulso che sarebbe durato a lungo e che avrebbe lasciato molti morti e feriti sul terreno se non si fossero prese le misure macroeconomiche e, soprattutto, micro-economiche del caso. Lo hanno ripetuto dopo la crisi asiatica del 1997-98 ed i sussulti in Russia ed in America Latina negli anni immediatamente successivi. Martin Wolf che oltre ad essere un ottimo economista (addestrato alla Banca Mondiale) è penna di grido del “Financial Times” (di cui dirige i commenti economici), in un libro di non moto tempo ha proprio individuato nella crisi asiatica e nei suoi postumi una delle determinanti di quanto è in corso dall’estate 2007 a livello mondiale. Non sono stati ascoltati perché in Europa si era alle prese con il faticoso cammino verso l’Euro, in America con una crescita che sembrava inarrestabile ed in Asia con aumenti dei redditi e dei consumi inauditi. Tutti temi più importanti, o quanto meno, più immediato. Se tutto andava per il meglio, poi, perché stare a sentire le Cassandre e le cornacchie? Meglio, molto meglio il suono delle sirene. Infatti, gli economisti che piacciono sono quelli armati di ricettare perché l’universo mondo diventi sempre più ricco e sempre più giusto.
• In secondo luogo, la disciplina economica non è una scienza esatta ma fa parte delle scienze sociali. Sino ad alcuni decenni fa in Italia non veniva insegnata nelle “scuole superiori di commercio” ma nelle facoltà di giurisprudenza e scienza politiche. Il suo compito principale è quello di esaminare i fenomeni con la cassetta degli attrezzi della professione. Non certo quello di trasformare ricercatori e docenti in veggenti in grado di fare previsioni a medio e lungo termine. Un piccolo ramo della disciplina utilizza la cassetta degli attrezzi per fare stime per lo più mancro-economiche , di solito a due anni e avvertendone i limiti e le probabilità di realizzazione (come ben sa chi ogni settimana legge le tabelle nelle ultime due pagine di The Economist). Un altro ramo conduce micro-simulazioni che non hanno, però, l’obiettivo di “prevedere” ma quello di indicare reazioni e contro-reazioni di soggetti economici (individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione) rispetto a incentivi o disincentivi connessi a fenomeni economico. Sono, si tenga presente, sotto-discipline importanti ma minoritarie. Ad esempio, gli economisti hanno serie difficoltà a costruire scenari ed a giustapporli; chi lo fa – e le citazioni possono essere molteplici – ricorre alla strumentazione di altre discipline- da quelle connesse alla strategia militari ed aziendali a quelle cugini dello spionaggio e del contro-spionggio.
• In tutte le discipline, quindi anche tra gli economisti, ci sono economaniaci. Da decenni la londinese LSE viene chiamata, scherzando, London School of Ecomaniacs. Ci sono coloro che credono nella (falsa) esattezza delle stime econometriche (forniscono al più ordini di grandezza). Dimenticano l’umiltà di una professione recente e mutuataria di tante altre discipline (dalle scienze umane e sociali alla matematica). Costoro non hanno colpa della crisi. Ma si meritano tutti i rimbrotti dovuti agli arroganti.
• In primo luogo, non è vero che tutta la disciplina economica è stata cieca nei confronti dell’avvicinarsi della tempesta. Numerosi economisti, anche italiani, hanno avvertito che , sin dal crollo delle Borse dell’autunno 1987, che era iniziato un periodo convulso che sarebbe durato a lungo e che avrebbe lasciato molti morti e feriti sul terreno se non si fossero prese le misure macroeconomiche e, soprattutto, micro-economiche del caso. Lo hanno ripetuto dopo la crisi asiatica del 1997-98 ed i sussulti in Russia ed in America Latina negli anni immediatamente successivi. Martin Wolf che oltre ad essere un ottimo economista (addestrato alla Banca Mondiale) è penna di grido del “Financial Times” (di cui dirige i commenti economici), in un libro di non moto tempo ha proprio individuato nella crisi asiatica e nei suoi postumi una delle determinanti di quanto è in corso dall’estate 2007 a livello mondiale. Non sono stati ascoltati perché in Europa si era alle prese con il faticoso cammino verso l’Euro, in America con una crescita che sembrava inarrestabile ed in Asia con aumenti dei redditi e dei consumi inauditi. Tutti temi più importanti, o quanto meno, più immediato. Se tutto andava per il meglio, poi, perché stare a sentire le Cassandre e le cornacchie? Meglio, molto meglio il suono delle sirene. Infatti, gli economisti che piacciono sono quelli armati di ricettare perché l’universo mondo diventi sempre più ricco e sempre più giusto.
• In secondo luogo, la disciplina economica non è una scienza esatta ma fa parte delle scienze sociali. Sino ad alcuni decenni fa in Italia non veniva insegnata nelle “scuole superiori di commercio” ma nelle facoltà di giurisprudenza e scienza politiche. Il suo compito principale è quello di esaminare i fenomeni con la cassetta degli attrezzi della professione. Non certo quello di trasformare ricercatori e docenti in veggenti in grado di fare previsioni a medio e lungo termine. Un piccolo ramo della disciplina utilizza la cassetta degli attrezzi per fare stime per lo più mancro-economiche , di solito a due anni e avvertendone i limiti e le probabilità di realizzazione (come ben sa chi ogni settimana legge le tabelle nelle ultime due pagine di The Economist). Un altro ramo conduce micro-simulazioni che non hanno, però, l’obiettivo di “prevedere” ma quello di indicare reazioni e contro-reazioni di soggetti economici (individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione) rispetto a incentivi o disincentivi connessi a fenomeni economico. Sono, si tenga presente, sotto-discipline importanti ma minoritarie. Ad esempio, gli economisti hanno serie difficoltà a costruire scenari ed a giustapporli; chi lo fa – e le citazioni possono essere molteplici – ricorre alla strumentazione di altre discipline- da quelle connesse alla strategia militari ed aziendali a quelle cugini dello spionaggio e del contro-spionggio.
• In tutte le discipline, quindi anche tra gli economisti, ci sono economaniaci. Da decenni la londinese LSE viene chiamata, scherzando, London School of Ecomaniacs. Ci sono coloro che credono nella (falsa) esattezza delle stime econometriche (forniscono al più ordini di grandezza). Dimenticano l’umiltà di una professione recente e mutuataria di tante altre discipline (dalle scienze umane e sociali alla matematica). Costoro non hanno colpa della crisi. Ma si meritano tutti i rimbrotti dovuti agli arroganti.
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