sabato 30 maggio 2009

CASO OPEL : IL COSTO DELL’ADDIO Il Tempo 31 maggio

Per calcolare quanto costa l’”Auf Weidersehen” con cui l’Opel (non senza il supporto del Governo tedesco) ha detto “addio” alla Fiat occorre calcolare le opzioni reali a cui il Lingotto deve rinunciare a ragione sia del mancato accordo sia dell’intesa raggiunta con la Magna International. Due aspetti i cui effetti si sommano l’uno sull’altro.
In primo luogo, secondo coloro che hanno avuto modo di studiarne il testo, il piano presentato dall’Amministratore Delegato , Sergio Marchionne, si basa sull’ipotesi che nel mercato globale, una volta che i giganti indiani e cinesi prenderanno il volo, potranno “sopravvivere” solamente le case automobilistiche con un fatturato annuo di 80 miliardi di euro ed una produzione annua di 6 milioni di auto. La Fiat ha un fatturato di poco più di un milione di euro ed una produzione di 2,5 milioni di auto. Con quel-che-resta-della-Chrysler, fatturato e produzione potrebbero crescere di un terzo- ben al di sotto dell’“obiettivo di sopravvivenza”.
In secondo luogo, in casa propria, nel mercato dell’Ue e dell’Europa dell’Est, la Fiat avrà a che fare con un concorrente agguerrito che già oggi produce 1,7 milioni di auto, ha ampia liquidità ed un accesso preferenziale ad oriente tramite la Sberbank, la maggiore cassa di risparmio russa.
In terzo luogo, la Fiat perde il vantaggio dell’integrazione tecnologica con Chrysler e Opel (ambedue rivolte alle medie cilindrate). Al contrario, ha il danno che la tecnologia Opel rafforza chi sino ad ora si è dedicato principalmente alla produzione di componenti di grandi cilindrate. Ciò rende ancora più difficile penetrare nel mercato nord-americano: Magna International ha la propria sede in Canada (pur se radici anche in Austria e Russia) e dal 1962 esiste un accordo Usa-Canada in materia di commercio d’auto . Non è certo facile operare in un mercato europeo in rapida riconversione: un saggio recente di Pier Carlo Padoan (Vice Segretario Generale dell’Ocse) e Paolo Guerrieri (Università La Sapienza e Collège d’Europe a Bruges) dimostra come l’Europa stia passando da una crescita trainata dall’export di manufatti ad uno sviluppo promosso dalla domanda interna per i servizi alla persona e l’ambiente. In tale contesto, il mercato Ue dell’auto pare destinato a diventare sempre più selettivo.
In quarto luogo, la Fiat – dicono i tedeschi- ha perso l’Opec ha ragione della propria situazione finanziaria: non ha potuto offrire liquidità a ragione di un indebitamento netto stimato dalla Sanford C. Bernstein in 6,6 miliardi di euro – un fardello pesante dato che molti prevedono un aumento dei tassi d’interesse.
A fronte di questi costi (ed agli interrogativi che sollevano banche e finanziarie), occorre che , al più presto, Sergio Marchionne chiarisca quale è la strategia alternativa (in gergo “il piano B”) nei suoi obiettivi, contenuti e modalità d’attuazione. Se le premesse del “piano A” erano corrette, è in gioco la “sopravvivenza stessa” della maggiore industria del manifatturiero italiano.

Persa Opel il futuro della Fiat torna incerto L'Occidentale 30 maggio

Questa sera, a Piazza San Carlo a Torino, ad un tavolo del Whrist, il circolo più aristocratico della città (quello dove si respira ancora la nostalgia di quando si era una capitale al centro delle Grandi Potenze del Consesso Europeo), si riunisce , a cena, un gruppetto di storici. Parleranno, però, di un tema molto attuale: cosa succederà a Marchionne, e quel che più conta, alla Fiat, dopo la sonora sconfitta subita nel tentativo di conquistare (senza contante) l’Opel?

Ai commensali interessa più l’avvenire della Fiat che quello di Marchionne. Al Whrist non si è accettati in maglioncino. Tanto meno se il maglione è considerato un amuleto scaramantico; nei saloni c’è aura risorgimentale - quindi, nettamente contraria ad ogni forma di superstizione (ritenuta appannaggio dei cugini poveri di baronia borbonica). Gli storici ricordano quanto detto da Napoleone ai suoi fratelli e cognati, dopo la battaglia di Austerlitz, quando l’aristocrazia europea si inchinava ai suoi piedi ed i suoi congiunti ottenevano corone di qua e di là : “Alla prima sconfitta, sarà tutto finito”. Per il còrso divenuto Imperatore dei francesi, ciò avvenne alla Beresina, quando, dopo l’inverno russo, i generali bruciarono il tricolore per non farlo cadere nelle mani delle armate dello Zar. Rommel, “la volpe del deserto”, appassionato di storia, raccontò l’episodio ad Hitler, sottolineando come la vera sconfitta non era stata a El Alamein ma Leningrado (dopo che il Führer aveva già fatto stampare i biglietti d’invito per la festa della vittoria da tenersi all’Hotel Astoria di fronte al Palazzo d’Inverno). Per il Generale Tojo, la svolta fu la sconfitta alle Mid-Way , in seguito alla quale scemò anche il suo seguito interno (e nella stessa corte di Hirohito).

Tra la dirigenza Fiat - come già sottolineato da l’Occidentale - c’è sempre stata una certa diffidenza nei confronti del “canadese”, le cui maniere erano e sono così distanti da quelle della “Torino-che-pensa”. Ora la fronda si irradia, si estende, trova supporto pure negli ambienti sindacali (operai ma pur sempre torinesi, d’adozione se i nonni sono venuti dalla Calabria e dalla Lucania, nonché dubbiosi sugli effetti occupazionali della strategia di Marchionne). In primo luogo, il risanamento finanziario ed industriale di cui la stampa elogia Marchionne sarebbe stato più fittizio che reale; nel gennaio 2008 (ossia non tanto tempo fa), il Governo Prodi (in punto di uscire di scena) modificava, ai limiti della costituzionalità il decreto “Milleproroghe” per dare ossigeno all’azienda. In secondo luogo, il tentativo di accaparrarsi Opel ed attività sud-americane della GM viene ora visto come una manovra per fare diventare la Fiat “too big to fail” a livello europeo ove non mondiale; finita male questa strategia, adesso la Fiat appare in tutta la sua fragilità finanziaria - come ben sanno i dirimpettai del Whrist (il Sanpaolo ora Intesa-Sanpaolo).

In terzo, l’operazione Chrysler appare in tutti i suoi limiti: una cortesia fatta ad Obama (il cui principale finanziatore è stata l’United Auto Workers) nella prospettiva che la Casa Bianca potesse rendergli il favore facendo pressioni sulla GM: Obama ed i suoi consiglieri si sono rivelati o poco affidabili o non in grado di sdebitarsi (con Marchionne) - oppure il destino è stato “cinico e baro” (come si dice a Chieti). Adesso la Fiat si trova ad essere non solo la più piccola tra le grandi case automobilistiche europee, ma anche tra quelle più fragili sotto il profilo finanziario, nonché priva di un “piano B” alternativo al piano industriale “A” le cui premesse non hanno più base. Ed aggravata dal fardello della Chrysler, la cui cultura aziendale mal si armonizza con quella di altri (come dimostrato dal tempestoso matrimonio con la Daimler).

Che previsioni fare? Alcuni soci del Whrist auspicano che Marchionne ed il suo maglioncino tornino a Toronto. Ciò non risolverebbe, però, i nodi di fondo che sono finanziari, tecnologici e di mercato. Pare certo che, dopo le ultime vicende, la Fiat avrà difficoltà a bussare alla porta dei contribuenti italiani. Se lo farà - con questi chiari di luna e con queste ristrettezze di bilancio - la troverà chiusa. Ermeticamente.

venerdì 29 maggio 2009

HAYDN SENZA ASSOLO NEI TEATRI ITALIANI Milano Finanza del 30 maggio

Il 31 maggio 1809 morì Vienna Franz Joseph Haydn, musicista che ha definito l’assetto della “sinfonia” ed inciso sugli sviluppi del pentagramma sino ad oggi. Domani, in 20 capitali verrà suonato contemporaneamente (ovviamente in fusi orari differenti) uno dei suoi oratori più maturi: La Creazione. In Italia, è stata scelta per l’evento, dalle autorità austriache, la giovane Orchestra Sinfonica della Fondazione Roma il cui direttore Francesco La Vecchia è diventato a fine aprile il principale maestro concertatore ospite dei Berliner Symphoniker . Sempre a Roma sia l’Accademia di Santa Cecilia (dove è stato eseguito dal 16 al 19 maggio il grandioso oratorio, in pratica un’opera seria, Il ritorno di Tobia) sia l’Orchestra Sinfonica – Fondazione Roma sia altre formazioni minori presentano serie di concerti dedicati a Franz Joseph. A Milano tanto la Scala quanto gli Amici del Quartetto e la Verdi hanno in corso programmi haydniani.
Poca attenzione alla mirabile produzione operistica (in gran parte su libretti di Goldoni). Il “Teatro dei Rozzi” di Siena mette in scena a metà luglio, “L’Isola Disabitata” e i Teatri di Treviso e di Jesi presentano (a fine giugno ed in autunno), “La Vera Costanza”; la produzione andrà anche a Madrid, Leigi e Ratisbona. “L’Infedeltà Delusa” (fonte d’ispirazione per Mozart) è stato eseguito al Conservatorio di Milano in forma di concerto a metà maggio Assordante il silenzio in materia delle principali fondazioni liriche tanto più che le opere di Haydn comportano allestimenti semplici ed economici, hanno forte teatralità e sono perfette per voci giovani.

CHE NE SARAI MAI DI FIAT “ITALIANA” iI Domenicale del 30 maggio

Sono passati pochi mesi – non anni luce – dalle settimane di vivacissime polemiche in cui tanto il centro destra quanto il centro sinistra si dilaniavano sull’annacquamento, ed ancora peggio, sulla perdita di italianità di quella che era stata, in tempi gloriosi, la compagnia aerea di bandiera ma da tre lustri era diventata un pozzo senza fondo per il frutto del seduto lavoro e delle non gradite imposte e tasse degli italiani. Oggi, alla presentazione di spizzichi e bocconi di quello che viene definito il “piano Marchionne”, nessuno pare preoccuparsi dell’”italianità” della FIAT. Di oggi e di domani.
Cifre alla mano, la FIAT ha avuto più sangue dai contribuenti di quanto non sia stato, per cosi dire, “donato” dai medesimi all’Alitalia. Se non altro per la più lunga storia e per avere orientato verso il trasporto su gomma tutta la politica italiana delle infrastrutture e dell’industria sin dall’inizio del secolo scorso (quando aviazione civile ed Alitalia non erano ancora nel grembo degli Dei). Chi vuole avere dati precisi, legga i volumi sull’argomento di Valerio Castronuovo, affettuosamente e scherzosamente chiamato “storico di corte” di Corso Marconi, prima, e del Lingotto, poi.
Del “piano Marchionne” sappiamo solo che il “cadanese” (tale ama definirsi al di là delle Alpi ed, a maggior ragione, sull’altra sponda dell’Atantico) ha tirato una castagna dal fuoco a Barack Obama, di cui i sindacati dell’auto sono stati i maggiori sponsor elettorali. Predisposti gli sponsali con la Chrysler, Marchionne si è poi candidato alla guida di parte di quella General Motors (GM) che meno di un lustro fa aveva sborsato due miliardi di dollari pur di rompere il fidanzamento con Torino. La stessa FIAT pareva boccheggiante sino a ieri; il volume di Bruno Costi (recensito a p…... di questo numero del “Dom”) documenta che a cavallo tra la fine del 2007 e l’inizio del 2009 , il Governo Prodi utilizzò in modo ardito il decreto “mille proroghe” per dare una boccata d’ossigeno al Lingotto.
Ora da casa automobilistica “minor” (e malmessa) nel contesto mondiale, il “mago Marchionne” starebbe per fare diventare la FIAT la terza o lo quarta “major”, su piano internazionale, senza aumentare l’indebitamento (tanto più che si prevede un sensibile aumento dei tassi tra un paio d’anni) e grazie ad una serie di fusioni e concentrazioni a titolo gratuito. O quasi.
Ammettiamo che il piano (di cui si conoscono unicamente alcuni aspetti) vada in porto e Marchionne diventi il centro di una rete multinazionale che accorpi la FIAT con ciò che resta della Chrysler e un po’ di spezzatino di GM. Nessuno si inquieta per la perdita di poca o tanta italianità se il cervello si sposta da Torino altrove? Chi scrive ha vissuto per oltre tre lustri negli Usa ed ha una moglie francese; non è quindi un fan preconcetto dell’italianità. E’ però domanda che dovrebbe essere posta (da chi si agitava tanto pochi mesi fa) se non altro poiché è il sottostante del futuro a lungo termine degli stabilimenti localizzati nel nostro Paese.
Quale che sia la risposta a questa domanda , occorre porne una seconda: per quali mercati produrrà la rete con Marchionne al proprio fulcro ed al proprio timone? Il Fondo monetario prevede che tra il 2005 ed il 2050 i Paesi emergenti avranno una domanda di 19 miliardi di auto e quelli Ocse di 7. Siamo certi che gli emergenti di oggi si rivolgeranno domani alla produzione del conglomerato che si sta tentando di mettere in vita? Il “canadese” ci rifletta e ce lo spieghi.

DENIS KRIEF E LA DAMA DI TORINO: SPENDERE POCO MA BENE: Il Domenicale del 230 maggio

A fine maggio, sono andati in scena a Roma ed a Torino due drammi in musica che hanno come tratto in comune di avere avuto la prima rappresentazione a fine Ottocento e richiedere un grande organico orchestrale. Il primo è Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (70 minuti di musica, sette solisti, coro, una scena unica- una piazza in un villaggio in Calabria). E’ considerato “il manifesto” del “verismo”, anche in quanto il Prologo ne decanta la poetica. Molto popolare; ne circolano ogni estate edizioni in cui l’organico orchestrale è ridotto a 32 elementi, allo stesso Metropolitan di New York (dove il regista a scenografo dell’edizione romana, Franco Zeffirelli, è di casa) viene eseguita con 70 orchestrali (40 quando la compagnia è nell’annuale tournée). A Torino è in scena, “Dama di Picche” di Pietr Ill’c Cajkovskij , opera poco rappresentata per i costi che di solito il suo allestimento comporta; a Roma negli Anni 90, la sua messa in scena (lo spettacolo veniva in gran misura noleggiato dalla Russia) è stata annullata all’ultima ora poiché, secondo i calcoli del sub-commissario dell’epoca (un Consigliere di Stato) sarebbe stata la goccia finale che avrebbe provocato il dissesto: oltre tre ore di musica, sette quadri, 15 solisti, doppio coro con 100 coristi, un coro di 25 bambini e anche una pantomima pastorale in un quadro di “teatro-nel-teatro”. A Torino, quando si è sentito odor di tagli di bilancio il regista programmato per lo spettacolo (Dmitri Cherniakov) è sparito senza lasciare tracce; il tenore (Misha Didyk, diventato una star internazionale dopo il successo riportato nel 2008 a La Scala ed alla Staatsoper di Berlino nel “Giocatore” di Prokofief) è scomparso pure lui. Eppure i torinesi e il direttore musicale del Regio, Gianandrea Noseda, sono caparbi e, dopo decenni, una loro “Dama di Picche” la volevano: l’ultimo allestimento scenico sotto la Mole, in traduzione ritmica italiana, risaliva al 1963 (al Teatro Nuovo) anche se non sono mancate edizioni in forma di concerto in lingua originale e versione integrale, all’auditorium Rai (la più recente nel 1990). E’ stato chiamato lo scorso aprile il regista franco-tunisino ma di cultura italiana (e di ascendenza triestina) Denis Krief con l’incarico di curare scene, costumi e luci con un budget - pare - equivalente ad un decimo di quello di Pagliacci. E’ stato anche ingaggiato un giovane tenore dall’aspetto prestante ma del tutto sconosciuto al di fuori dei confini della “Grande Madre Russia”- Maksim Aksënov, dal 22 maggio (la prima è stata il 21 maggio) firma scritture con i maggiori teatri occidentali.
Mentre a Roma Pagliacci si sviluppa come uno spettacolo hollywoodiano: duecento persone in scena tra cori e comparse, un cavallo, una lambretta, una moto giapponese, cambi a vista e chi più ne ha più ne metta, ne la Dama torinese, il tormento dei tre protagonisti e la dissoluzione di una società (quella russa alla fine dell’Ottocento) non è rappresentata nel Settecento di maniera previsto dal libretto. Cajkovskij scava nei propri problemi, incluse le proprie passioni carnali, attraverso un Settecento visionario, quale percepito alle soglie del Novecento. Krief afferma di avere concepito lo spettacolo in tre giorni e di averlo realizzato esclusivamente con le maestranze del Regio: una scena unica per i sette quadri, con pochi elementi per accennare ai giardini di San Pietroburgo, ai saloni delle feste, agli appartamenti della Contessa, alle bische, e alle caserme. In breve, una grande piattaforma verde che si scompone per rappresentare l’ossessione del protagonista per il gioco. I costumi se ricordano la fine dell’Ottocento, periodo durante il quale venne composto il lavoro. Il bianco e nero diventa sempre più spettrale di atto in atto e di scena in scena; la stessa bisca in cui termina l’opera appare un lugubre cimitero in cui i giocatori sono fantasmi di una società ormai in decomposizione. Uno spettacolo “low cost ma anche elegantissimo. Un segnale esplicito rivolto ad altri teatri: si può risparmiare senza fare compromessi sulla qualità. In questo senso – ricordiamolo- si stanno muovendo i maggiori teatri tedeschi e francesi. Pure se gli allestimenti gravano relativamente poco sui costi totali è un tassello da non sottovalutare: la battaglia della Marna venne vinta correndo al luogo dello scontro anche in bicicletta.

L’HIMALAYA DEL DEBITO Formiche giugno

I tempi ed i modi dell’uscite dalla crisi economica e finanziaria internazionale e dell’allestimento di quello che sarà l’economia internazionale del dopo crisi - non deve fare perdere di vista una caratteristica importante di questi ultimi anni: la crescita esponenziale, ed a ritmi che non hanno precedenti, dell’indebitamento totale (quindi, sia pubblico sia privato) in rapporto alla produzione. Ci sono casi estremi: nell’arco di solamente due anni, a ragione , in gran parte, della dilatazione della spesa pubblica per i “salvataggi bancari”, lo stock di debito dello Stato, degli enti locali e del settore pubblici allargato in senso lato della Gran Bretagna è passato dal 40% all’80% del pil e minaccia di crescere ulteriormente; alcuni Paesi neo-comunitari (ad esempio, l’Ungheria) si sono indebitati da essere alle soglie dell’insolvenza.
Più di questi casi estremi deve preoccupare la tendenza generale. Negli Stati Uniti, a motivo del tasso di risparmio negativo delle famiglie e della forte leva finanziaria con cui hanno operato le imprese (nonché della politica di spesa pubblica per emergenze di ogni sorta e per stimolare la domanda aggregata), a fine 2008 il rapporto debito totale: pil era quasi al 3:1, il doppio di quelle contabilizzato nel 1929 (quando scoppiò la Grande Depressione). Gli altri Paesi Ocse non stanno molto meglio: in Irlanda, Spagna, Australia e Nuova Zelanda, l’espansione del credito totale interno dal 1977 al 2007 a tassi annui superiori al 10% (molto più alti, dunque, di quelli del pil nominale) ha creato montagne di debito totale in proporzione alla produzione che si pongono come un macigno sulla via della ripresa di medio e lungo termine. I dati citati sono rigorosamente quelli di fonti ufficiali che, come è noto, o non tengono conto di forme “innovative” di indebitamento (quali quelle tramite Siv- Special investment vehicles) o gestioni fuori bilancio o le sottostimano. Verosimilmente la situazione è molto peggiore.
Per vedere come uscire dal pasticcio, occorre riflettere su come ci si è cascati. Mi torna in mente un breve saggio pubblicato una ventina di anni orsono, sulla scia della crisi delle Borse dell’autunno 1987. Allora, una spiegazione era nell’”ipotesi dell’instabilità finanziaria” di Hyman Minsky, economista americano morto nel 1996 ed i cui lavori sono stati in gran misura dimenticati. Secondo lo schema di Minsky, i periodi di stabilità e di crescita reale hanno i germi dell’instabilità poiché abbassano l’avversione al rischio e rendono individui, famiglie, imprese,pubbliche amministrazioni e governi più spericolati e, dunque, maggiormente propensi ad indebitarsi per intraprese a rendimento molto contenuto o anche negativo. Minsky vedeva cicli relativamente brevi in cui ad una fase d’instabilità ne seguiva una di tremori e timori che inducevano (per qualche tempo) comportamenti virtuosi. Per poi ricominciare. Il periodo detto di “grande moderazione” che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni (con interruzioni ben localizzate su piano regionale, come la crisi asiatica), esce dallo schema di Minsky in quanto ha portato all’annullamento quasi dell’avversione al rischio: si è diffusa l’opinione che le nuove tecniche di finanza strutturata avrebbero parcellizzato il rischio sino a farlo sparire, causando un indebitamento sempre più marcati- sino a livelli superiori a quelli dei mesi precedenti la Grande Depressione.
Estrapolando dallo schema di Minsky si può dire che per uscire da quello che pare un Himalaya del debito non ci sono che due strade, ambedue irte di pericoli. Se si sceglie (come si fece negli Anni Trenta) un percorso di bassa inflazione, c’è la probabilità di fallimenti a catena ed il pericolo di scivolare nella Depressone. Se si prende il percorso dell’inflazione sostenuta, è fattibile abbattere il debito in modo, però, iniquo: l’inflazione ed il rientro dal debito pesano soprattutto selle fasce a più basso reddito e sulle generazioni giovani (nonché su quelle future). Dato che nel 2009 i maggiori Paesi industrializzati hanno un indebitamente netto delle pubbliche amministrazioni pari al 9% del pil e che la liquidità Usa sta raddoppiando ogni sei mesi pare che sia stato implicitamente scelto il percorso dell’inflazione sostenuta. Con le implicazioni di etica pubblica che ciò comporta. Occorre parlane andando verso il G8 . Ed al G8.

Per saperne di più
Keen S. (2001) Debunking Economcs. The Emperor’s Clothes and the Social Sciences The Pluto Press
Minsky H. (1991) Financial Crisis: Systemic or Idiosincratic Bard College, The Levy Economic Institute n. 51
Pennisi G. (1988) La svolta economica rivelata dal crack in Borsa e La svolta economica: rischi tensioni, opportunità MondOperaio nn. 1 e 2

Haydn, per il suo bicentenario la “Creazione” infiamma il mondo, Il Velino 29 maggio

Roma, 29 mag (Velino) - Il 31 maggio 1809 moriva a Vienna il compositore Franz Joseph Haydn. Nato nel piccolo villaggio rurale austriaco di Rohrau nel 1732, aveva vissuto un’esistenza lunga, se rapportata all’aspettativa di vita prevalente nel XVIII secolo, ed operosa: 104 sinfonie, 62 sonate, 70 quartetti 10 concerti, 14 messe, 4 oratori, 20 composizioni vocali di musica sacra, 15 opere, oltre a un numero vastissimo di composizioni da camera per ensemble di piccole dimensioni, come i trii. Aveva anche rivoluzionato, senza darlo a vedere e forse senza rendersene conto, l’estetica musicale del Settecento e segnato il solco di quella dell’Ottocento, specialmente nella sinfonia e nella “forma-sonata” che grazie a lui raggiungessero quella compiutezza rimasta essenzialmente immutata anche nel corso del Novecento. Il bicentenario della morte di Haydn è occasione, in tutto il mondo, per riflettere sul contributo offerto alla storia della musica. Il ministero della Cultura austriaco ha promosso e sta coordinando un evento davvero significativo: il 31 maggio in 20 capitali (dagli antipodi dell’emisfero sud nel bacino del Pacifico, a Washington, fino a Helsinki) verrà suonato contemporaneamente (ovviamente in fusi orari differenti) uno degli oratori più maturi e completi del compositore: “La Creazione”, su testo del poeta inglese Lidley che lo aveva in precedenza sottoposto a Händel, opera che venne eseguita per la prima volta nel 1798 a Vienna nella cappella privata del principe Schwarzenberg.

In Italia, dove “La Creazione” è stata eseguita di recente in varie città (a Roma nel quadro della stagione dell’Accademia di Santa Cecilia), è stata scelta per l’evento del 31 maggio dalle autorità austriache, la giovane Orchestra Sinfonica della Fondazione Roma dell’auditorium di via della Conciliazione, il cui direttore Francesco La Vecchia è diventato a fine aprile il principale maestro concertatore ospite dei Berliner Symphoniker. L’Orchestra Sinfonica della Fondazione Roma ha dedicato un ciclo di sette concerti al bicentenario di Haydn e ora “La Creazione” si colloca come coronamento e conclusione di questa iniziativa. “La Creazione”, ispirato in parte, specialmente nelle ultime sezioni, al “Paradiso Peduto” di Milton, è un lavoro monumentale che, pur se scritto e composto per essere eseguito in chiesa o in una sala da concerto, si presta pure a rappresentazione scenica. Nella prima e nella seconda parte, si descrivono i sei giorni della creazione; nella terza viene raffigurata la felicità dell’Eden e si svolgono ampi duetti tra Adamo ed Eva.

Il racconto della creazione è disposto in modo che nella prima parte, Raffaele e Uriel narrino i primi quattro giorni; nella seconda, il quinto e il sesto. Mentre il primo giorno ha quasi carattere di preludio e si distingue per la straordinaria originalità con cui viene descritto il caos (uno dei brani più ingegnosi di tutta la letteratura musicale), gli altri seguono la Bibbia puntualmente. Le arie, i duetti e i terzetti sono collegati da ampi recitativi accompagnati. Molto interessante la tecnica con cui vengono elencati i singoli animali, preceduti da una loro “rappresentazione” musicale che oggi può apparire un po’ ingenua, ma che alla fine del Settecento ebbe un carattere profondamente innovativo e giunse a influenzare anche Wagner (si pensi al secondo atto del “Sigfrido”). In alcune esecuzioni, la terza parte, considerata una sorta d’appendice, viene soppressa del tutto. Invece, non solo è essenziale all’architettura complessiva del lavoro, ma contiene il più complesso “doppio-duetto” d’amore composto da Haydn. Il primo è un “adagio” seguito da un breve e brillante rondò. Il secondo un “adagio” seguito da un “allegretto”: un’impostazione originalissima per fondere al tempo stesso l’amor sacro con l’amor profano. Per la maratona del 31 maggio il consiglio è di tenere la radio sintonizzata sulle varie esecuzioni de “La Creazione”, mentre i romani colgano questa occasione per correre all’auditorium di via della Conciliazione.

(Hans Sachs) 29 mag 2009 10:37

giovedì 28 maggio 2009

LA RIPRESA IN EUROPA SI AGGANCIA AUMENTANDO SALARI ED OFFERTA INTERNA, Avvenire 28 maggio

Giuseppe Pennisi
Gli Stati Uniti ed, in minor misura, la Gran Bretagna sono l’epicentro del sisma finanziario ed economico mondiale in corso, con sussulti di vari gradi d’intensità, dalla metà del 2007. L’Europa continentale è, però, l’area dove il sisma morde di più e gli sciami saranno più duraturi. Eloquenti le previsioni del “consensus” (20 istituti di analisi econometrica internazionale, tutti privati nessuno italiano) diramate il 23 maggio: nell’anno in corso, il pil dell’area dell’euro avrà una contrazione del 4% rispetto ad una del 2,7 stimata per il Nord America; nel 2010, nell’area dell’euro si segnerà un incremento del pil appena dello 0,3% (ed a partire dall’autunno), mentre nel Nord America la ripresa sarà dell’1,5% (ed inizierà in primavera).A fine 2010, Europa continentale e Nord America avranno tassi di disoccupazione quasi identici (tendenti al 10% delle forze lavoro) .
Cosa spiega questa divergenza? In primo luogo – lo sottolinea efficacemente un saggio di Pier Carlo Padoan e Paolo Guerrieri appena pubblicato da “Il Mulino” – la strategia di crescita dell’Europa continentale è da decenni fondata sull’export di manufatti come motore di sviluppo; quindi il Vecchio Continente è (con il Giappone) l’area che reagisce di più ad un crollo a picco dell’esportazioni mondiali (-9% stimato per quest’anno). In secondo luogo, negli ultimi dieci anni, le disparità tra redditi di lavoro e redditi da capitale sono aumentate (nonostante “il modello sociale europeo”) nel Vecchio Continente che in Nord America: dati OCSE mostrano che in Europa continentale, in termini reali i redditi medi da lavoro sono rimasti stazionari (e quelli delle fasce più basse diminuiti) mentre quelli da capitale sono cresciuti del 25% circa. Da un lato, quindi, l’export da traino è diventato freno. Dall’altro, redditi da lavoro stazionari (od in decremento) incidono negativamente sulla domanda interna, specialmente di beni di consumo durevole di massa (si differiscono gli acquisti di elettrodomestici, di abbigliamento, di auto in attesa di tempi migliori e si tenta, almeno, di avere risorse, sino a fine mese, per il fitto – o il mutuo- il pranzo e la cena).
L’ideogramma che in cinese vuol dire crisi, se capovolto significa opportunità. Dunque, la crisi può e deve essere un’occasione per ripensare il modello di crescita dell’Europa continentale. Non abbandonare il manifatturiero tramite una politica di de-industrializzazione e finanziarizzazione come fatto dalla Gran Bretagna negli Anni 90 – la premessa che oggi la ha posta al centro della crisi. Ma ri-orientare la struttura industriale verso fabbisogni e consumi interni: meno accento sull’export e maggiore enfasi sull’utilizzazione di nuove tecnologie per il capitale umano e sociale (telemedicina, teleformazione), su prodotti per i servizi alla persona ed alla famiglia (essenziali in un’area afflitta da invecchiamento e bassa natalità), su energie alternative ed eco-compatibili. Tale ri-orientamento dal lato dell’offerta avrebbe, però, risultati modesti senza un aumento della domanda interna. Quindi, di un maggiore equilibrio tra i redditi da lavoro e quelli da capitale con attenzione specialmente alla fasce più deboli. Questi temi dovrebbero al centro delle ormai imminenti elezioni europee. Ma in Italia come altrove, di tutto sembra che si discuta tranne che di ciò che riguarda il nostro futuro.

mercoledì 27 maggio 2009

IL MURO CHE FRENA MARCHIONNE Il Tempo del 28 bmaggio

Se il buon giorno si vede dal mattino, le complicazioni della trattativa per la partnership della Fiat con l’Opel (la forma giuridica non è ancora particolarmente chiara) non promettono un esito nella direziona auspicato dal Lingotto. Cerchiamo di capire quali sono le determinanti analizzando sia informazioni note da tempo sia dati freschi che provengono dal mondo politico e finanziario tedesco:
Il primo ostacolo è al Ministero dell’Economia. Il Ministro Karl-Theodor zu Guttemberg non cela di non avere fiducia nel risanamento della FIAT che sarebbe stato effettuato grazie alla regia di Sergio Marchionne. I suoi uffici gli hanno fatto notare che nel “Milleprororoghe” italiano del 2007 (sul 2008), presentato dal Governo Prodi”in “articulo mortis” si prevedeva un’estensione della “rottamazione” proprio per dare ossigeno al Lingotto(a spese dei contribuenti italiani). Nessuno (tranne che nei libri di favole) dispone di bacchetta magica per una svolta così rapida) Inoltre, è la personalità stessa dell’italo-canadese (e i suoi rapporti con ambienti italo-canadesi), nonché l’illazione (forse messa in giro artatamente) che Marchionne sarebbe superstizioso (il maglioncino, dicono le malelingue, servirebbe da amuleto), che poco collimano con le abitudini e le frequentazioni dell’aristocratico giovane Ministro tedesco. In breve, per zu Guttemberg si tratterebbe di un bluff allo scopo di ritardare l’agonia della Opel e spillare risorse ai contribuenti tedeschi.
Il secondo ostacolo sono gli stretti rapporti (in effetti genetici) tra il Partito Socialdemocratico ed i sindacati, specialmente della metalmeccanica. Per questi ultimi è chiaro che in Europa si è in una crisi strutturale di produzione eccessiva: l’UE a 27 ha il 10% della popolazione mondiale ma il 30% della produzione di auto (mentre Cina ed India stanno puntando forte del settore – la “Nano” della Tata costa, su strada, 2600 dollari in versione supereconomica e 4000 in versione “de luxe” con aria condizionata). La FIAT – sostengono- non è mai stata chiara su dove i 18.000 o 10.000 posti di lavoro verranno tagliati; temono che in un gruppo la cui testa è a Torino, la Germania sarà costretta a pagare un costo elevato.
In terzo ostacolo è la localizzazione dei 10 impianti Opel in una manciata di Länder dove alle prossime elezioni di settembre le maggioranze sono in bilico – pure a ragione del complesso sistema elettorale della Repubblica Federale. Perché regalarle al non tanto folto partito pro-FIAT, mentre si può gradualmente passare attraverso una procedura fallimentare e la cessione di singoli rami d’azienda, accontentando medie aziende locali?
Il quarto ostacolo è finanziario. All’Ifo (il più autorevole istituto tedesco di analisi economica) e nelle maggiori banche si ritiene che tra un paio d’anni si andrà verso un considerevole aumento dei tassi nel Nord America ed in Europa. La FIAT non porta cash (contante) ma chiede prestiti ed ostenta la qualità delle proprie attività intangibili (sinergie, tecnologie). La Magna International arriva con una valigia piena di banconote. Il percorso del fallimento pilotato della Opel (che molti tedeschi preferiscono) non richiede moneta, ma neanche nozze.

Meglio raffrontare il Dpef con il Ruef Il Pil italiano crolla ma una Finanziaria bis sarebbe una trappola. L'Occidentale 26 maggio

Anche se non è ancora passata molta acqua sotto i ponti del Tevere dal giorno in cui il Governo ha presentato il Dpef-2009 -2013 e la pertinente manovra di correzione della finanza pubblica, la crisi finanziaria ed economica attraversate dall’economia internazionale hanno cambiato drasticamente il quadro, sia macro-economico sia micro-economico, rispetto all’estate scorsa. Tanto che nei corridoi del Palazzo si chiede se non sia il caso di far seguire il Ruef (Rapporto unificato di economia e finanza pubblica) da una nuova manovra di aggiustamento da presentare al Parlamento dopo le elezioni europee – una vera e propria finanziaria bis sul tipo di quelle consuete negli Anni Ottanta e Novanta.

Vale la pena perseguire questa strada? Oppure i rischi superano le eventuali opportunità? Si tratta di “rumors” che per il momento non trovano alcun riscontro a Via Venti Settembre , dove la manovra dovrebbe essere allestita prima di essere discussa con i Ministeri di spesa e finire sul tavolo del Consiglio dei Ministri.

Le più recenti previsioni (22 maggio) dei 20 centri di ricerca econometrica (tutti privati , nessuno italiano) stimano al 4% la contrazione del pil dell’Italia nell’anno in corso (dopo una contrazione dell’1% nel 2008) e una lenta ripresa nel 2010 (1%) rispetto ai minuscoli aumenti (0,5-0,3%) previsti, quando è stato approntato il Dpef, rispettivamente per il 2008 ed il 2009 ed un miglioramento più sostenuto (1,5%) preconizzati per il 2010. Altre stime – ad esempio, Fmi- affermano che nell’anno in corso la caduta del pil dell’Italia sarà del 5%. Altre ancora arrivano al 5,5% ed una prosecuzione di tassi negativi nel 2010. Senza dubbio, saggi di crescita negativi di queste dimensioni non possono non avere effetti sul debito pubblico (gli ultimi dati Bankitalia avvertono che lo stock ha raggiunto nuovi record) e sulle entrate fiscali e parafiscali (che esporrebbero una riduzione del 5% rispetto a quanto stimato nel Dpef). Si potrebbero citare altri dati: la settimana che inizia il 25 maggio, terranno banco quelli dell’Istat. Tuttavia, troppa attenzione a questo od a quell’indicatore ci fanno dimenticare che sono spesso non omogenei o per natura della costruzione dell’indice o per il tasso temporale che ciascuno di essi copre.

Quindi, è bene raffrontare il Dpef con il Ruef – documenti omogenei e redatti dalle stesse mani. Il Ruef non è un documento programmatico – nel suo recente libro Alla ricerca dell’economia perduta: le proposte di politica economica in Italia dal 2001 al 2008, Bruno Costi passa in meticolosa rassegna i documenti formulati nel primo decennio di questo secolo per concludere che si tratta di “buone intenzioni” da giustapporre al “realismo solitamente consegnato alla finanziaria ed al bilancio”. E’, invece, un’analisi degli andamenti economiche che può o non po’ contenere indicazioni di politica legislativa.

Il Ruef di fine aprile stima un indebitamento netto della p.a. per il 2009 al 4,7% con un aumento di oltre punto percentuale circa rispetto a quanto previsto dal Dpef. La determinante, però, non sarebbe unicamente il calo delle entrate (in relazione alla contrazione del pil) ma anche la conclusione più rapida (di quanto inizialmente stimato) di alcuni rinnovi contrattuali nel pubblico impiego, la riduzione dei tempi per il pagamento di debiti della PA verso le imprese ed altre misure orientate allo sviluppo. Tanto l’aumento dello stock di debito quanto l’incremento del rapporto indebitamento-pil superano i vincoli posti dal “patto di stabilità”; ma tutti i Paesi dell’area dell’euro soffrono di problemi analoghi e l’interpretazione del “patto” effettuata dall’Eurogruppo nel marzo 2005 (in sostanza un allentamento dei vincoli in caso di recessione). Il Reuf preconizza anche un graduale miglioramento nel 2010-2011, ma avverte che si opera in un contesto d’incertezza.

E’ questo il punto centrale. L’incertezza è molto differente dal rischio (i cui effetti possono essere quantizzati facendo ricorso a tecniche, più o meno complicate, di calcolo delle probabilità). Per quantizzare l’incertezza occorre fare ricorso a metodiche non semplice, e non condivise nella zona dell’euro, di “opzioni reali”; le esperienze effettuate, poi, riguardano investimenti e programma ben precisi non l’intera gamma delle politiche pubbliche, il sottostante di una eventuale finanziaria bis.

D’altro canto, navigando a vista, una finanziaria bis sarebbe irta di trappole – sia di imboscate sia di emendamenti particolaristici. Meglio continuare sulla strada degli aggiustamenti, in gran misura a carattere amministrativo non normativo, in corso d’opera in attesa che il quadro internazionale sia più chiaro.


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martedì 26 maggio 2009

Zeffirelli’s New “Pagliacci” Without “Cav” But With Motorbikes OPERA TODAY 26 MAGGIO

26 May 2009

The new Franco Zeffirelli’s production of Ruggero Leoncavallo “Pagliacci” reached the Teatro dell’Opera di Rome on May 19 : I will be on stage in the Italian capital every night until May 27th . Then, it will continue a worldwide tour: its debut was in Florence in the 2008 Fall. It has already visited Moscow and Athens. It is rumored to reach the MET next seasons.
Zeffirelli’s New “Pagliacci” Witout “Cav” But With Motorbikes
Nedda: Myrtò Papatanasiu (19, 21, 24, 27) / Susanna Branchini (20, 23, 26) / Mina Yamazaki (22); Canio: Stuart Neill (19, 21, 23, 24, 26) / Renzo Zulian (20, 22, 27); Tonio: Seng-Hyoun Ko (19, 21, 23, 26) / Silvio Zanon (20, 22, 24, 27); Silvio: Domenico Balzani (19, 21, 24) / Pierluigi Dilengite (20, 23, 26) / Gianpiero Ruggeri (22, 27); Peppe: Danilo Formaggia (19, 21, 23, 26, 27) / Cristiano Olivieri (20, 22, 24); A Farmer: Giordano Massaro (19, 21, 23, 26) / Vinicio Cecere (20, 22, 24, 27); A Second Farmer: Antonio Taschini (19, 21, 23, 26) / Andrea Buratti (20, 22, 24, 27). Condustor: Gianluigi Gelmetti. Chorus Master: Andrea Giorgi. Stage director and set designer: Franco Zeffirelli. Costumes: Raimonda Gaetani. Lighting: Agostino Angelini. Orchestra and Chorus of Teatro Dell’Opera.
Photos by Marco Serri

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Leoncavallo never attained anything else remotely approaching the success of “Pagliacci”, though he wrote a dozen of other operas and operettas. “Pagliacci” is normally plaid in a double bill with Pietro Mascagni’s “Cavalleria Rusticana”, as they are both short and kindred in spirit. Artistically, the combination represents the apex of the Italian “veristic” movement; commercially the double bill constitutes a salable “ham and eggs” staple for many an opera house. The “Pagliacci”’s Prologue is considered the very “manifesto” of “verismo” aesthetics It is known that Mascagni never appreciated the idea of the double bill. Zeffirelli broadly agrees with him. Albeit he has staged “Cav” and “Pag” in several theatres , including the “Met”, and also directed a movie with the two operas, most recently he has produced different versions of “Pagliacci” either alone or with a ballet (to fill the evening; “Pagliacci” lasts 70 minutes). In the 1980s, for instance, in a La Scala production, Zeffirelli placed the plot during Italian fascism and completed the performance with the Nino Rota ballet “La Strada” (after Federico Fellini’s movie). In the 1990s, in Rome “Pag” was a stand-alone show; the plot was placed under a highway bridge or by-pass in Southern Italy. In this new production, “Pagliacci” is a blighted Neapolitan suburbs where motorbikes (“lambrettas”, but also high speed Japanese motos) cross the stage, prostitutes of all races sell their ware, drug pushers are in the crowd of nearly 200 (double chorus, children chorus, extras).
The show is grand and also elegant and with Zeffirelli’s usual care for details. There is a special feature in the staging : the first act is quasi-neorealistic (inspired by Rossellini and De Sica movies of the 1940s); the second act is fellinian (viz in an atmosphere of Fellini’s movies). A real touch of genius which shows how Leoncavallo, although assertive “verista”, was approaching visionary expressionistic lands.
There a very close entente with the musical director Gianluigi Gelmetti whose wand demonstrate how brilliant is the score (in spite of what some reviewers starte); the use of motif’s point to Wagner’s influence (also present in the Canio’s role), the melodies are subtle and well-judged, the orchestra is used with elegance and the choruses (in Rome under the guidance of Andrea Giorgi) well-polished. The Prologue is a real stroke of genius. Gelmetti underscored the rhythmic élan of the main theme whilst Zeffirelli had the curtain abruptly torn aside to carry the audience into the kaleidoscopic world of the strolling players. The perfect “unison” between director and conductor adds value to the agonizing sorrow when Canio (Stuart Neill) takes on the second main them , his desperate “Ridi, Pagliacci”. Finally, the Colombin play is performed as it should be : a self-contained musical jewel with dance-like style including Nedda-Colombina (Myrtà Papatanasiu) minuet, Taddeo (Seng-Yyun Ko) light hearted waltz tune and duet where the comic parody has as undertone the dramatic thematic accompanied from the same scene in the first act and the underlying seriousness is clearly suggested.

The orchestra responded very well to the challenge of giving a demonstration that “Pagliacci” is not a second class score for cheap summer performances by travelling companies moving from resort to resort but a XX century masterpiece. Stuart Neill is big generous American tenor with the voice to fill the huge Teatro dell’Opera; his timbre is very clear and his acting better suited to Canio than to La Scala recent “Don Carlo” Myrtà Papatanasiu is a good soprano with a very nice voice emission but lacks the volume required by the Teatro dell’Opera. Effectuive Seng-Yyun Ko and the other.
The audience was thrilled as shown by the many curtain calls
Giuseppe Pennisi

Haydn’s “Il Ritorno Di Tobia” , Oratorio Or Opera Seria? Opera Today 26 maggio

Joseph Haydn's place in the history of the oratorio has been secured by his masterpieces The Creation (1798) and The Seasons (1801). His first appearance, however, on the Mount Parnassus of oratorio was a good quarter of a century beforehand with Il ritorno di Tobia.

F. J. Haydn: Il Ritorno Di Tobia

Orchestra e Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Conductor: Fabio Biondi. Valentina Farcas (Raffaele); Maria Grazia Schiavo (Sara); Ann Hallenberg (Anna); Bernard Richter (Tobia); Johannes Weisser(Tobit). Chorus Master: Filippo Maria Bressan.

Above: Fabio Biondi. Photos by Musacchio & Ianniello.


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Recently performed at the Accademia di Santa Cecilia in Rome (May 16-19) with an all star cast as a part of the celebration for the bicentenary of Haydn’s death. It is also the indication of revival of a nearly forgotten masterpiece: a few months ago Il ritorno di Tobia had been performed in London and Poissy under the baton of Sir Roger Norrington.

Il ritorno di Tobia had had a promising start: in April 1775 Haydn directed the first two performances of his work, written for the Vienna Tonkünstler-Societät. This success was no mere accident: Haydn had tailored his first oratorio as much as possible to suit Viennese taste. At this time Vienna was, to a certain extent, the bastion of the Italian oratorio north of the Alps. An Italian libretto was therefore indispensable, and for his subject matter, Haydn had chosen an exceptionally popular story: in the XVIII century, the Old Testament Book of Tobias was found everywhere, in painting, sculpture, literature and music; in Vienna alone it had been set to music dozens of times. Oratorios were performed in theatres because , during Lent, opera performances were forbidden; from the Playbills of the time we know that tickets for Il ritorno di Tobia were as high as those for a major opera seria performance. There was also some politics: the main theme of Il ritorno is conjugal love and parenthood; this would fit very well Empress Marie Thérèse’s view of the world- a world then rapidly changing , only a few years from Così fan tutte wives’ swapping and Marquis de Sade’s novels.

Within a short space of time copies of the score were circulating throughout Europe and Haydn himself counted the work among his most successful. It is also no surprise, however, that as early as 1781 a planned repeat performance in Vienna failed owing to the subsequent change in public taste; and besides this, as it took almost three hours to perform, the work was considered simply too long. Haydn, , was after all an experienced man of the theatre who had earned his stripes at the Esterházys’ opera house, and as such was perfectly capable of tackling the reworking of his Tobia in view of its difficulties. The parts of the Tonkünstler-Societät and Haydn’s autograph testify to this in a variety of ways: Haydn himself made alterations in a number of places in his score to passages of secco recitative, which, being accompanied only by the continuo instrument, allow the singer greater freedom in which to be creative. On the other hand, the orchestral material contains cuts in much of the extravagant coloratura, and also the repeated sections in the arias. Not only did this bring about the shortening of the work deemed necessary, it also reduced the technical demands of the arias significantly, and so made the rôles easier to cast. It is no longer possible to reconstruct beyond doubt when exactly and for which performance these alterations were made.

Even if the action is not set directly scene by scene, Il ritorno di Tobia still provides moments of striking theatricality. In matters of text setting, the Italianate oratorio of the XVIII century followed the opera seria closely: this begins with the sequence of recitatives and arias and continues with the ways in which these formal elements are given shape. The recitative is characterized from the outset by dialogue and the dramatic structure imposed by the characters’ immediate reactions to one other. This is not even altered by the fact that repeated events already bygone are brought back to life in the recitatives.

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Haydn takes the opera as his model not only for the dialogical texture but also for the aria’s structure. Unlike the opera seria of the time, in which the involvement of the chorus is reserved for particularly festive types such as the Festa teatrale, in the Italianate oratorio both parts traditionally concluded with a chorus; usually the choir also played a part in the opening scene. Besides this, the inclusion of contrapuntal techniques is typical of oratorio. The basic question is still unanswered: it is an oratorio or a grand opera seria?

After performances in Vienna at the Kärtnertortheater in 1775 and in 1784 at the Hofburgtheater, where it was heard again in 1808 , Il ritorno di Tobia faded away until very recently. There only a couple of recording available - and not very easy to find and purchase.

Santa Cecilia’s lavish production is to be considered an Italian premiere. The symphony orchestra was superbly conducted by Flavio Biondi, the creator and leader of the Europa Galante ensemble. To borrow from Giuseppe Verdi one of his favorite quote Biondi “made the orchestra dance” . A few cuts were made in the very long score; I attended the Monday subscription performance starting at 9 pm. Even after the cut, the work, unknown to most of the audience, appeared too to some; at end (well after midnight) only half of the large auditorium (2800 seats) was full but those who sat through the end gave a generous applause to the orchestra, the chorus and the soloist.

The chorus deserves a special mention. There important and very difficult choral sections in Il ritorno di Tobia. They require considerable skills; conducted by Filipp Maria Bessan, the Santa Cecilia Chorus had a warm deserved applause.

Somewhat uneven the soloist cast. Maria Grazia Schiavo was an excellent Sara and gained an open stage applause after her long second act arias where her acute reached very high heights. An Allenberg is a alto specializing in baroque and XVIII century music; she was a very motherly Anne descending to very grave tonalities. Bernard Richter , Tobia,is a lyric tenor: he braved out a role requiring to climb very steep acute mountains. Less satisfactory Johannes Weisser , Tobit , and Valentina Farcas, Raffaele.

Giuseppe Pennisi

An Elegant Pique Dame in Turin Opera Today 26 naggio

“Pique Dame” (“Pivokaja Dama” or “The Queen of Spades”) is one of Pyotr I. Tchaikovsky most difficult, and most expensive, operas to produce.
P. Tchaikovsky: Pique Dame
Hermann: Maksim Aksënov; Liza: Svetla Vassileva; The Countess: Anja Silja; Eleckij: Dalibor Janis; Polina: Julia Gerteva; Tomkij: Vladimir Vaneev. Musical director: Gianandrea Noseda. Stage director, set and lighting: Denis Krief. Chorus Master: Roberto Gabbiani.

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The work’s forces include 14 soloists, a chorus of some 100 men and women, a children chorus of 24 and a “theatre-within-the-theatre” pastoral pantomime with the arrival of Empress Katherine the Great and her retinue. Its three acts entail seven different scenes: from St. Petersburg’s gardens in the spring to the great hall of a palace, to private apartments, to the banks of the Neva, to officers’ quarters, and finally, to the casino. Turin had had only one fully staged series of seven performances (but in Italian and with substantial cuts) way back in 1963. There had been concert versions (in Russian) in the RAI Auditorium (the most recent in 1990). The Teatro Regio is a well-managed institution; it has scheduled a glittering new production for the current season with the intent to rent it to other Theaters; its normal partners are Lyon’ s and Los Angeles’ opera houses. A star of the Russian opera theaters, Dmitri Cherniakov, entrusted the stage direction and stage set. Another star (Misha Didyk) was contracted for the taxing role of the protagonist, Herman. Finances compelled cuts of the expected lavish production.
Meanwhile, both Cherniakov and Didyk disappeared or, rather, vanished away. The Regio Musical’s strong-willed director, Gianandrea Noseda, conducted. Denis Krief was called upon to provide a “low cost, but elegant” production that would set a standard for low budget productions that could nevertheless be leased to other theaters. The Teatro Regio gave Krief three days to develop a new concept for this “Pique Dame” staging.
The resulting production consisted of a single set with the stage floor as a huge gambling table where, with a few simple props, the gardens, the palaces, the apartments, the barracks, the casinos take shape. In “Pique Dame”, Tchaikovsky delved into his own personal problems (foremost his sexual orientation) that three years later led him to commit suicide (the most widely accepted version of his death). He used the 18th Century setting as a device that allowed the examination of himself and of contemporary Russian aristocratic and bourgeois society (similar to Strauss’ “Der Rosenkavalier”). In this context, the setting was moved forward to the end of the 19th Century.

Black and white is de rigueur — a spectral ghost society now in decay. Within this context, the Countess is not a handicapped old woman, but an aging, yet still attractive, “grande dame”. Hermann is not in love with Liza — she is a mere tool to enter the Countess’ bedroom and steal the secret of the winning three card combination — but is struggling with his own obsessions. Prince Eleckij, on the other hand, is a real man suffering from Liza’s betrayal. The others (Polina, Count Tomskij, Celakinskij, Surin, Narunov) represent Russia in decay. The gambling casino resembles a cemetery.
The Regio audience saluted the staging (and the rest of the performance) with standing ovations. Some reviewers appreciated the musical part but regretted the lack of cardboard 18th Century palaces and wigs.

The young and attractive Russian tenor, Maksim Aksënov, rescued what threatened to become a doomed production. A superb actor, Aksënov has a crystal- clear timbre. He easily reaches high “Cs” and caresses tender “legatos”. He has a great career in front of him; but he has work to do on the central tonalities and on the “mezza-voce”.
There were two vocal and acting giants with him. Svetla Vassileva is more at ease with Tchaikovsky than with the Verdi repertoire in which she is normally cast in Italian opera houses. Anja Silja, with a career of more than 55 years, remains impressive.
Gianandrea Noseda has a dry way of conducting this score- different from Gergeev’s dramatic nearly violent approach, from Tchakarov’s morbid treatment and from Jurosvkij’s emphasis on anticipations of the 20th Century. The orchestra responds well, especially the strings and the woods. The double chorus has some difficulties with Russian pronunciation.
Altogether, this production deserves to be seen elsewhere in Europe and, perhaps, in the USA.
Giuseppe Pennisi
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PENSIONI: TRE NODI DA SCIOGLIERE SUBITO Il Tempo 26 giugno

Come anticipato alcuni mesi fa, le crisi accelerano il passo delle riforme. Ci sono le premesse, infatti, per l’avvio di una stagione riformatrice che, sotto gli aspetti principalmente politici, riguarda l’ammodernamento delle istituzioni (Governo, Parlamento) e sotto quello economico prende l’avvio dal tentativo di un riassetto della previdenza condiviso con le parti sociali.
Non è una peculiarità italiana. In questi giorni, escono tre libri distinti di tre tra i maggiori specialisti di sistemi previdenziali Nicholas Barr della London School of Economics, Peter Diamond del Massachusetts Institute of Technology, Ondrej Schneider a lungo all’Ocse ed ora alla Charles University di Praga – in cui vengono tracciati bilanci di quanto fatto (in materia previdenziale) nei principali Paesi industriali e di cosa pare necessario fare per essere meglio preparati al dopo-crisi.
In Italia, il dibattito sulla previdenza ha una caratteristica particolare: dopo 17 anni dalle prime riforme (quella che presero il nome dall’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato) siamo tra i Paesi Ocse quello che destina maggiori risorse al sistema previdenziale pubblico (oltre 15% del pil nel 2008) ma la cui platea di pensionati è caratterizzata dalla più alta proporzione di persone “al minino”, un minimo inadeguato per la mera sussistenza. La frammentazione dei 700 fondi pensione lillipuziani ha reso quelli finanziari vittime predestinate della crisi (come ripetuto da Il Tempo in questi anni). Un miglioramento dell’efficienza interna degli istituti di previdenza (peraltro urgentissimo) può apportare un sollievo unicamente modesto. Occorre affrontare il nodo strutturale di questo ulteriore “paradosso Italia”: una spesa pubblica per la previdenza, fondi pensione privati troppo fragili od a rendimenti rasoterra e troppe pensioni troppo basso.
I lavori recenti di Barr, Diamond e Schneider confermano che non c’è una ricetta universalmente applicabile , specialmente se si transita da un sistema a ripartizione con prestazioni ancorate alle retribuzioni ad uno che un giorno dovrebbe diventare a capitalizzazioni e con assegni agganciati ai rendimenti dei contributi versati. Le simulazioni per differenti Paesi (specialmente interessanti quelle di Schneider) indicano però alcuni elementi da cui non si potrà eludere (quali che siano le specifiche tecniche): l’aggiornamento dell’età pensionabile (per tenere conto delle dinamiche demografiche), la revisione del tasso di copertura (ossia della percentuale dell’ultimo stipendio con cui si va in pensione), il rialzo dei trattamenti più bassi. I primi due elementi sono essenziali per attuare il terzo. C’è una gamma molto vasta di alternative (lo mostrano i volumi di Barr e di Diamond) per dare corpo a queste tre componenti. Avere identificato che si debba, come diceva Massimo Troisi, ripartire da tre e quali sono le tre leve rappresenta già la premessa di un buon avvio per una riforma condivisa che si distingua dai monologhi alterni del passato.

Il ruolo dell'altra "major" nel triangolo Fiat-Chrysler-General Motors Ma che fine ha fatto la Ford? FFwebmagazine 26 maggio

di Giuseppe Pennisi Gli organi d’informazione italiani trattano in queste settimane diffusamente dei rapporti (in differente grado di evoluzione) tra la Fiat, la Chrysler e la Gm. Nessuno si rivolge, però, a cosa sta avvenendo all’altra major americana , la Ford – neanche coloro che affollano le sale cinematografiche per vedere “Gran Torino”, il nome di una Ford gran lusso della metà degli Anni Settanta. Se ne ricorda il vostro “chroniqueur” il quale ha vissuto per tre lustri a Washington e con una Ford station wagon non soltanto portava a scuola i bambini ma andava in gita alle Outer Banks della Carolina del Nord.

Pochi ricordano che nell’autunno del 2006 (meno di tre anni fa), la Ford appariva intubata come un malato terminale, in condizioni commerciali e finanziarie ben peggiori di quelle in cui versavano la Chrysler (alle prese con un matrimonio turbolento con la Daimler ) e la Gm (che aveva appena pagato un caro prezzo per rompere il fidanzamento con la Fiat). Adesso, la Ford ha appena ricevuto uno “spot” di lusso da Barack Obama il quale, nel roseto della Casa Bianca, tracciando il futuro dell’industria automobilistica Usa, ha affermato di avere sempre guidato autovetture prodotte da quella sola delle tre case di Detroit. Cosa è cambiato?

I conti sono ancora in rosso: esaminando su Internet i bilanci consolidati, il consuntivo 2008 evidenzia una perdita di 14,6 miliardi di dollari e la prima trimestrale 2009 una di 1,4 miliardi. Il disavanzo, però, non è pari a quello fallimentare della Chrysler (una spina che Obama si sta togliendo grazie alla Fiat, ed ai contribuenti italiani) o a quello quasi fallimentare di molte aziende del gruppo Gm (che la Casa Bianca vedrebbe volentieri cedute a compagnie automobilistiche e contribuenti volenterosi). Il merito di avere dato una sterzata ad una Ford i cui libri contabili stavano per essere portati in tribunale, è stato attribuito principalmente a Alan R. Mullaly, giunto alla guida del complicato conglomerato di imprese a ragione dell’esperienza maturata al timone della direzione commerciale della Boeing, un’azienda che negli ultimi venti anni ne ha viste di tutti i colori.

Mullaly ha attuato un programma di risanamento senza attingere, né direttamente né indirettamente, un dollaro dalle casse dell’erario (quindi un percorso molto differente da quello della Chrysler e della Gm, nonché della Fiat) ma lavorando di stretta intesa con la United Auto Workers (Uaw), il potente sindacato metalmeccanico – uno stile (si dice a Detroit) più “tedesco” che “americano”. Ha messo da parte modelli di lusso (tipo Jaguar) e puntato su media cilindrata (la nuova Taurus, la nuova Fiesta). I suoi collaboratori e la Uaw affermano che la sua principale dote è l’ottimismo che sprigiona e infonde agli altri. Preferisce visitare gli impianti che spendere tempo nei salotti di Detroit , o in quelli di Washington (che dice di aborrire). Non va in giro in maglione ma in gessato. Ha saputo rompere le baronie che per decenni hanno infestato la Ford. Ogni martedì mattina alle 7,30 si riunisce con la sua squadra per impostare programmi, valutarli, rivederli – insomma decidere.

È in questo contesto che è stato stabilito di ridurre il ruolo della Jaguar ed enfatizzare quello della nuova Taurus e della nuova Fiesta, in piena consapevolezza che si tratta due modelli che, per quanto aggiornati nelle loro caratteristiche tecniche, possono sembrare troppo piccoli agli automobilisti americani. Lo stesso Floyd Norris, columnist del New York Times e ammiratore di Mulally, ha espresso perplessità a questo riguardo. Tuttavia la Ford di Mulally non guarda al mercato Usa o a quello Nord Americano in generale e neanche all’Emisfero Occidentale (ossia l’intero continente, America Latina inclusa). Ha sulla sua scrivania lo studio del Fondo Monetario in cui si stima che l’80% del mercato è nei paesi oggi chiamati “emergenti” ; nel suo studio c’è pure un cannocchiale. Fissato in quella direzione.

L’analisi Fmi e il cannocchiale rispondono a molte domande poste da Ffwebmagazine. E a cui si spera che Sergio Marchionne, prima o poi, risponda. Non tanto a un piccolo webmagazine di nicchia. Ma agli italiani.

26 maggio 2009

Il ruolo dell'altra "major" nel triangolo Fiat-Chrysler-General Motors Ma che fine ha fatto la Ford? FFwebmagazine 26 maggiop

di Giuseppe Pennisi Gli organi d’informazione italiani trattano in queste settimane diffusamente dei rapporti (in differente grado di evoluzione) tra la Fiat, la Chrysler e la Gm. Nessuno si rivolge, però, a cosa sta avvenendo all’altra major americana , la Ford – neanche coloro che affollano le sale cinematografiche per vedere “Gran Torino”, il nome di una Ford gran lusso della metà degli Anni Settanta. Se ne ricorda il vostro “chroniqueur” il quale ha vissuto per tre lustri a Washington e con una Ford station wagon non soltanto portava a scuola i bambini ma andava in gita alle Outer Banks della Carolina del Nord.

Pochi ricordano che nell’autunno del 2006 (meno di tre anni fa), la Ford appariva intubata come un malato terminale, in condizioni commerciali e finanziarie ben peggiori di quelle in cui versavano la Chrysler (alle prese con un matrimonio turbolento con la Daimler ) e la Gm (che aveva appena pagato un caro prezzo per rompere il fidanzamento con la Fiat). Adesso, la Ford ha appena ricevuto uno “spot” di lusso da Barack Obama il quale, nel roseto della Casa Bianca, tracciando il futuro dell’industria automobilistica Usa, ha affermato di avere sempre guidato autovetture prodotte da quella sola delle tre case di Detroit. Cosa è cambiato?

I conti sono ancora in rosso: esaminando su Internet i bilanci consolidati, il consuntivo 2008 evidenzia una perdita di 14,6 miliardi di dollari e la prima trimestrale 2009 una di 1,4 miliardi. Il disavanzo, però, non è pari a quello fallimentare della Chrysler (una spina che Obama si sta togliendo grazie alla Fiat, ed ai contribuenti italiani) o a quello quasi fallimentare di molte aziende del gruppo Gm (che la Casa Bianca vedrebbe volentieri cedute a compagnie automobilistiche e contribuenti volenterosi). Il merito di avere dato una sterzata ad una Ford i cui libri contabili stavano per essere portati in tribunale, è stato attribuito principalmente a Alan R. Mullaly, giunto alla guida del complicato conglomerato di imprese a ragione dell’esperienza maturata al timone della direzione commerciale della Boeing, un’azienda che negli ultimi venti anni ne ha viste di tutti i colori.

Mullaly ha attuato un programma di risanamento senza attingere, né direttamente né indirettamente, un dollaro dalle casse dell’erario (quindi un percorso molto differente da quello della Chrysler e della Gm, nonché della Fiat) ma lavorando di stretta intesa con la United Auto Workers (Uaw), il potente sindacato metalmeccanico – uno stile (si dice a Detroit) più “tedesco” che “americano”. Ha messo da parte modelli di lusso (tipo Jaguar) e puntato su media cilindrata (la nuova Taurus, la nuova Fiesta). I suoi collaboratori e la Uaw affermano che la sua principale dote è l’ottimismo che sprigiona e infonde agli altri. Preferisce visitare gli impianti che spendere tempo nei salotti di Detroit , o in quelli di Washington (che dice di aborrire). Non va in giro in maglione ma in gessato. Ha saputo rompere le baronie che per decenni hanno infestato la Ford. Ogni martedì mattina alle 7,30 si riunisce con la sua squadra per impostare programmi, valutarli, rivederli – insomma decidere.

È in questo contesto che è stato stabilito di ridurre il ruolo della Jaguar ed enfatizzare quello della nuova Taurus e della nuova Fiesta, in piena consapevolezza che si tratta due modelli che, per quanto aggiornati nelle loro caratteristiche tecniche, possono sembrare troppo piccoli agli automobilisti americani. Lo stesso Floyd Norris, columnist del New York Times e ammiratore di Mulally, ha espresso perplessità a questo riguardo. Tuttavia la Ford di Mulally non guarda al mercato Usa o a quello Nord Americano in generale e neanche all’Emisfero Occidentale (ossia l’intero continente, America Latina inclusa). Ha sulla sua scrivania lo studio del Fondo Monetario in cui si stima che l’80% del mercato è nei paesi oggi chiamati “emergenti” ; nel suo studio c’è pure un cannocchiale. Fissato in quella direzione.

L’analisi Fmi e il cannocchiale rispondono a molte domande poste da Ffwebmagazine. E a cui si spera che Sergio Marchionne, prima o poi, risponda. Non tanto a un piccolo webmagazine di nicchia. Ma agli italiani.

26 maggio 2009

lunedì 25 maggio 2009

Italian Opera on the Road, Opera Today May 25

Italian Opera on the Road
You want to see Opera as the Italians do it? Go to Beijing, Tokyo, Savonlinna and Wiesbaden
Italian Opera on the Road

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The weeks after the end of the winter and spring “seasons” and at the start of the summer festivals are those when the Italian opera houses are in a better financial position to tour abroad. Opera-goers abroad can see, and assess, opera as the Italians do it. Four of the 12 major opera houses are in dire financial straits. Although the tours normally pay for themselves and bring home a net profit, their artistic programs are inadequate to make them reliable partners of foreign houses and impresarios.
There is a strong demand for Italian opera staged and sang by Italians, especially in the Far East. I remember Donizetti’s Roberto Devereux staged in a Seoul movie house in 1973. While the staging was elementary, the Korean cast and singers were up to good standards. Recently I arranged a tour of the Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto to ten Provincial Capitals of Japan, which included 17 performances of Traviata based on the 1953 La Fenice production designed by Nicola Benois for Maria Callas. It helped fill a hole in our accounts.
Asia is again the area to where the best Italian companies are heading. In the recently built Beijing National Center for Performing Arts — a modern house for an audience of 2000 — La Fenice brings a new glittering production of Madama Butterfly in the latter part of May. And Il Regio di Parma brings a juicy Rigoletto — a perfect “old style” grand staging originally created by Pierluigi Samaritani and updated by Stefano Vizioli.
La Scala will be at the center of attention of Japanese opera-goers in early September with two disparate productions of recent vintage. These are Zeffirelli’s colossal Aida (premiered in the 2006-2007 season) and Braunschwieg ‘s controversial Don Carlo (premiered in the 2008-2009 season). Spoleto Lirico Sperimentale will tour Japan in September.
No major company plans to the tour the US this year. However, the up-and-coming Orchestra Sinfonica-Fondazione Roma (the only private symphony orchestra in Italy) plans to tour the US in January 2010.
This July the well-run Teatro Massimo di Palermo will be at the Savonlinna Festival in a Finnish Middle Age Castle surrounded by forests and lakes — a real “must” for our Nordic readers. It will show a magnificent new production of I puritani (already performed in Palermo and Bologna and scheduled for next year in Cagliari and Beijing). Teatro Massimo has also scheduled the traditional double bill Cav/Pag.
The Parma Regio starts its program abroad in late May in Wiesbaden with the innovative production of Nabucco unveiled at the October 2008 Verdi Festival.
Giuseppe Pennisi

sabato 23 maggio 2009

DAMA DI PICCHE A TORINO Il Velino 22 maggio

Ieri al Teatro Regio di Torino c’erano tutte le premesse per un disastro. L’opera “La Dama di Picche” di Pietr Ill’c Cajkovskij è una delle più elaborate da mettere in scena specialmente in una fase di tagli di bilancio: tre ore di musica, sette quadri, 15 solisti, doppio coro con 100 coristi, un coro di 25 bambini e anche una pantomima pastorale); il regista programmato per lo spettacolo (Dmitri Cherniakov) sparito senza lasciare tracce; il tenore (Misha Didyk) scomparso pure lui. Eppure i torinesi e il direttore musicale del Regio, Gianandrea Noseda, sono caparbi e, dopo decenni, una loro “Dama di Picche” la volevano. E non certo come quella importata alcuni anni fa al San Carlo dal Covent Garden, uno spettacolo “cheap”, essenzialmente di pessimo gusto. L’ultimo allestimento scenico a Torino, in traduzione ritmica italiana, risaliva al 1963 (al Teatro Nuovo) anche se non sono mancate edizioni in forma di concerto in lingua originale e versione integrale, all’auditorium Rai (la più recente nel 1990). Certo, date le ristrettezze, il Regio non poteva aspirare a una “Dama” analoga a quella che dal 1995 va in scena al Mariinsky di San Pietroburgo e che, in un elegante cofanetto color azzurro, è stata regalata da Vladimir Putin e dal suo staff a giornalisti e accompagnatori che hanno partecipato alle riunioni ministeriali del G8 tenutosi nella Federazione Russa.

“La Dama”, del 1890, è la penultima opera di Cajkovskij. Precede di tre anni “Iolanta”, una partitura di maniera che tenta di esprimere una visione estremamente e falsamente serena del mondo, proprio mentre il compositore ne riversava una visione totalmente negativa nella sesta sinfonia. Nel teatro musicale di Cajkovskij, “La Dama” (in cui ci sono molti spunti che troveremo ampliati nella sesta sinfonia) è l’opera che meglio esprime i tormenti interni che portarono il compositore, tre anni più tardi, a una morte misteriosa. Un decesso che numerosi biografi considerano un suicidio o un “suicidio ordinato”, a ragione dei crescenti scandali dovuti ai suoi rapporti con adolescenti maschi non solo appartenenti alla servitù della gleba, ampiamente tollerati se discreti, ma con figli di aristocratici e ricchi borghesi. A San Pietroburgo l’allestimento di Alexander Galibin (regia) e Alexander Orlov (scene e costumi) è tradizionale: dominano il bianco e nero, con cui contrastano violentemente il rosso fuoco della stanza da letto della Contessa, l’immenso verde macero della sala da gioco e i colori sgargianti (specialmente il blu) dei costumi della folla nei quadri del giardino d’estate e della festa. È una lunga marcia funebre verso la dissoluzione dei tre protagonisti e di coloro che li circondano. La fine di un’epoca al cui orizzonte si avvertono rulli di tamburo rivoluzionari.

Il tormento dei tre protagonisti, il bianco e nero e la lunga marcia, sono pure il tema centrale delle spettacolo del Regio firmato da Denis Krief (regia, scene e costumi) e Gianandrea Noseda. Non ci sono, però, grandi scene per rappresentare un Settecento di maniera. Cajkovskij scava nei propri problemi, incluse le passioni carnali, attraverso un Settecento visionario, quale veniva percepito alle soglie del Novecento. Chiamato di corsa a effettuare un vero e proprio salvataggio, Krief dice di avere concepito lo spettacolo in tre giorni e di averlo realizzato esclusivamente con le maestranze del Regio. C’ è una scena unica per i sette quadri, con pochi elementi per accennare ai giardini di San Pietroburgo, ai saloni delle feste, agli appartamenti della Contessa, alle bische, e alle caserme: una grande piattaforma verde che si scompone per rappresentare l’ossessione del protagonista per il gioco e l’inquietudine per le proprie tendenze sessuali punite, all’epoca, con l’esilio a vita nelle lande estreme della Siberia. I costumi sono atemporali, anche se ricordano la fine dell’Ottocento, periodo durante il quale venne composto il lavoro. Il bianco e nero diventa sempre più spettrale di atto in atto e di scena in scena; la stessa bisca in cui termina l’opera appare un lugubre cimitero in cui i giocatori sono fantasmi di una società ormai in decomposizione. Come sempre nelle regie di Krief, viene posto grande accento sulla recitazione: è teatro in musica non opera in cui si privilegia lo sfoggio delle doti canore di questo o di quello. La Contessa non è una vecchia grinzosa, ma una delle più belle donne del teatro d’opera (Anja Silja) ancora affascinante superati i 70 anni di età e una complicata vita amorosa. Uno spettacolo “low cost”, assicurano al Regio, ma anche elegantissimo. Un segnale esplicito rivolto ad altri teatri: si può risparmiare senza fare compromessi sulla qualità.

La direzione musicale di Noseda è secca, ancor più che asciutta. Manca la violenza di un Gergeev, la passione di uno Tchakarov e l’accento sulle anticipazioni novecentesche di uno Jurosvkij. Ma è comunque ineccepibile. L’orchestra risponde bene, specialmente gli archi e i fiati, mentre gli ottoni mancano a volte della morbidezza richiesta. I due cori si cimentano valentemente con la dizione in russo (la buona volontà copre alcune evidenti difficoltà di pronuncia). Dei protagonisti, il più atteso era il protagonista: Maksim Aksënov è, al tempo, un grande attore e un cantante strepitoso, specialmente nei “do”, nei legati e negli acuti, ma ha qualche difficoltà nel registro di centro. Svetla Vassilleva è una Lisa tenera e fragile, più adatta a questo repertorio che a quello verdiano. Anja Silja stupisce per come alla sua età riempia la scena, irradiandola di fascino. Dalibor Jenis ha un fraseggio morbido. Julia Gertseva sa primeggiare pur se non nei ruoli di protagonista a cui è abituata. È stato un grande successo. Si replica sino al 27 maggio. Ci si augura che lo spettacolo possa essere visto anche in altri teatri italiani.

venerdì 22 maggio 2009

I PAGLIACCI DI ZEFFIRELLI ARRIVANO IN LAMBRETTA Milano Finanza del 23 maggio

È in scena a Roma fino al 27 maggio il nuovo allestimento di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo con la regia di Franco Zeffirelli e la direzione musicale di Gianluigi Gelmetti. È uno spettacolo destinato a girare il mondo: dopo Firenze arriverà ad Atene e Mosca pare destinato ad approdare a New York. Zeffirelli ha realizzato numerose differenti edizioni del dramma in musica di Leoncavallo, tra cui una per il cinema. In quest'ultima ci si trova nella periferia di Napoli, in un ambiente degradato dove corrono lambrette (ma non mancano cavalli, asini e auto d'epoca), si spaccia e vagano prostitute multi-etniche. Come consueto nelle regie di Zeffirelli, c'è grande cura per i dettagli. In questo contesto napoletano, scoppia il drammone di tradimento coniugale e duplice omicidio (sia di moglie sia di amante) da parte del capocomico durante una rappresentazione in piazza organizzata da una troupe di poveri artisti ambulanti. L'estro della regia di Zeffirelli è nel differente taglio ai due atti: neorealistico il primo e onirico, quasi felliniano, il secondo.

Il lavoro di Leoncavallo ha ancora i suoi appassionati (nonostante le riserve di certa critica). Il teatro è sempre stracolmo e al botteghino ci sono le file. L'intesa tra regia e direzione musicale è perfetta. Fra i tre protagonisti spicca Myrtò Papatansiu, ottima nella recitazione e nell'emissione anche se con un volume non sempre adeguato per le dimensioni del Teatro dell'Opera. Stuart Neill è un tenore generoso che non si risparmia, infiamma il pubblico quando «spinge» ma risulta poco adatto nelle «mezze voci», dove va bene invece Seng-Hyoun Ko. Negli altri ruoli sono apprezzabili Danilo Formaggia e Domenico Balzani. In breve, uno spettacolo tradizionale e dai toni colossal, ma che merita di essere visto e ascoltato. (riproduzione riservata)

L'INFLAZIONE BUSSA ALLA PORTA DELL'OCCIDENTE Il Tempo 22 maggio

L’INFLAZIONE BUSSA ALLE PORTE DELL’OCCIDENTE
Giuseppe Pennisi

Prepariamoci ad un secondo decennio del XXI secolo caratterizzato da un’ondata d’inflazione , in quella un tempo chiamata la “comunità economica atlantica” (Nord America ed Europa). Non sarà analoga all’inflazione che ha segnato gli Anni 70- tassi annui di aumento dei prezzi al consumo a due cifre, generalizzata in tutto il mondo. Da un lato, le aree “emergenti” (sarebbe meglio considerarle “emerse”) avranno incrementi dei prezzi più contenuti di quelli che caratterizzeranno la zona “atlantica” – sia perché applicano strumenti diretti di controllo e forme di razionamento sia poiché utilizzano in modo più disinvolto del resto del mondo il “prezzo dei prezzi”, ossia il tasso di cambio. Da altro, in base all’esperienza degli Anni 70 (e dei suoi strascichi negli Anni 80), nella comunità “atlantica” abbiamo imparato a meglio utilizzare il “fine tuning” (ossia il virtuosismo) delle politiche della moneta e del bilancio accompagnandolo con misure microeconomiche, mirate principalmente a potenziare la concorrenza. Anche senza cadere nella trappola degli Anni 70, si possono prevedere tassi annui d’aumento dei prezzi al consumo del 5-6%, con un conseguente inasprimento dei tassi d’interesse (specialmente duro per chi s’indebita a tasso variabile) ed una possibile revisione degli statuti Bce (la quale, secondo quanto oggi in vigore, sarebbe costretta ad applicare restrizioni severissime).
Quanto sino a ieri considerata un’ipotesi (pur se sempre più probabile) scaturente dai modelli econometrici – e dai sussurri e grida degli sherpa per l’ormai imminente G8- viene rivelato da quel si sa del piano FIAT (il testo integrale è ancora riservato) per mettere insieme le attività del Lingotto (con la Chrysler) con quelle dell’Opel, della Vauxhall e della GM) in Sud America. Il Tempo del 19 maggio ha indicato i termini della leva finanziaria tra i quattro punti a cui il piano avrebbe dovuto dare risposte. Su tre punti (sede della plancia di comando, metodi per fondere culture aziendali differenti, futuro degli stabilimenti in territorio italiano), le risposte non ci sono ancora state. Sulla leva finanziaria, invece, la FIAT è stata chiarissima: non intende aumentarla. La sua è un’offerta “no cash” (senza esborso di contante), dando in cambio “assets” principalmente intangibili, come le sinergie, il know how e la ricerca. “Non vuole coprire il rischio finanziario con il proprio capitale”, ha commentato il leader dei metalmeccanici tedeschi Klaus Franz. A questa considerazione micro-economica aziendalistica, si accompagna, però, quella che gli economisti chiamano una “preferenza rivelata” in termini di prospettive macroeconomiche: verosimilmente pure il suo ufficio studi ritiene che, come anticipato da Il Tempo, c’è un patto implicito per uscire dalla montagna di debito (negli Usa pari a tre volte il pil, in rapida crescita in Europa) facendo leva sull’inflazione – nonostante si tratti della più iniqua delle imposte. E’ la rotta segnata dagli “Obama boys”. Sta all’Ue avere la forza di farne adottare una ad essa altermativa.

giovedì 21 maggio 2009

RIPULIRSI DAL DEBITO FACENDO RICORSO ALL'INFLAZIONE E' LA CURA PEGGIORE L'Occidentale 21 maggio

La strategia economica implicita adottata dai maggiori Paesi industriali "punta" sull'inflazione. Ma l'inflazione è l’imposta più iniqua poiché colpisce sproporzionatamente le fasce più basse di reddito e di consumo. Non è detto, poi, che curi dal debito: l’esperienza degli Anni Settanta (soprattutto, in Italia, Usa e Regno Unito) indica, invece, l’opposto.

Le stime relative alla politica di bilancio e della moneta in atto per uscire dalla crisi vanno lette anche il profilo dell’etica pubblica. Non solamente nella maniera, relativamente riduttiva sviluppata sino ad ora quale la critica ai compensi per manager, che spesso si sono rivelati quanto meno incompetenti (si legga “Fool’s Gold”, “L’Oro del Cretino”, di Gillian Tett in uscita a Londra in questi giorni) ed inoltre hanno iniettato i germi del pasticciaccio finanziario.

Il nodo riguarda la strategia economica implicita adottata (più o meno di concerto) dai maggiori Paesi industriali.

Per il 2009, le stime sono di un disavanzo medio dei bilanci pubblici sul 9% del pil – quello stimato per l’Italia è la metà della media sia poiché il peso del debito pubblico costituisce un vincolo molto forte ai nostri margini di manovra sia a ragione dello stato di salute comparativamente buono (indubbiamente migliore di quello di molti altri Paesi) del nostro settore finanziario. Ancora più inquietanti, però, le cifre relative al debito complessivo (sia pubblico sia privato).

Dal 1997 (crisi asiatica) al 2007 (inizio della crisi internazionale), in tutti i Paesi Ocse il credito totale interno è cresciuto a tassi molto più sostenuti di quelli del pil nominale: l’Italia è stata relativamente virtuosa, mentre Irlanda, Spagna, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda , Austria e Germania sono andate a briglia sciolta. Nel 2008, i salvataggi di banche (e non solo) hanno accelerato la tendenza: nell’arco di due esercizi finanziari lo stock di debito pubblico e privato del Regno Unito è passato dal 40% all’80% del pil; negli stati il debito complessivo supera il 300% del pil – era al 150% nel 1929 (quando cominciò la Grande Depressione).

Un’Italia in condizioni migliori di altri in materia di bilancio e di credito vuol dire una forte etica della responsabilità all’ormai imminente G8: possiamo, e dobbiamo, dire cose che ad altri è difficile profferire.

I dati rivelano una strategia chiara (in ambito Ocse) anche se non palesata in documenti ufficiali: evitare di uscire dal peso del debito non con un basso tasso d’inflazione (per non cadere nelle trappole degli Anni Trenta) ma al contrario ripulirsi dal fardello (non solo da quello connesso ai titoli tossici) facendo ricorso all’inflazione (come avvenne negli Anni Settanta in seguito alla crisi petrolifere).

Con il forte aumento della liquidità degli ultimi due anni, è facile prevedere che nel 2001-2012 il tasso d’inflazione nei Paesi Ocse sarà almeno del 5-6% l’anno. Quale che sia l’etica pubblica di riferimento – quella aristotelica, quella kantiana, quella benthamiana e quella di Locke- ciò solleva gravi interrogativi: l’inflazione è l’imposta più iniqua poiché colpisce sproporzionatamente le fasce più basse di reddito e di consumo. Non è detto, poi, che curi dal debito: l’esperienza degli Anni Settanta (soprattutto, in Italia, Usa e Regno Unito) indica, invece, l’opposto.

Un giurista, Neil Buchanan, della George Washington University ha appena pubblicato un saggio intitolato “Furto Generazionale” indicando come ciò possa essere evitato unicamente applicando con rigore le misure di controllo interno e di controllo sociale delineate fare sì la spesa (pubblica e privata) finanziata con una forte leva finanziaria venga indirizzata ad attività ad alta produttività, tale da beneficiare le fasce deboli e le nuove generazioni. Di oggi e di domani.

mercoledì 20 maggio 2009

Opera, trionfano a Roma i “Pagliacci” di Zeffirelli e Gelmetti, Il Velino 20 maggio

CLT -

Opera, trionfano a Roma i “Pagliacci” di Zeffirelli e Gelmetti
Roma, 20 mag (Velino) - L’opera lirica “ Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, portata in scena la prima volta nel 1892, è un prototipo del grande “dramma in musica” del Novecento, che in Italia prese il nome di “verismo”. Ispirato a un reale fatto di cronaca accaduto quando Leoncavallo aveva 14 anni e del quale si occupò suo padre, magistrato in Calabria, “ Pagliacci” di “verista” possiede la trama, o meglio il “fattaccio”, tratto, come si è detto, dalle cronache giudiziarie. Ma la musica, molto più elaborata di quanto mostrino le esecuzioni di maniera, scava, in modo espressionistico, nei personaggi e nelle situazioni molto più di quanto non riesca a fare l’azione scenica. Il prologo è un vero e proprio manifesto dell’estetica dell’opera “verista”, ma la grande e curata orchestrazione, il declamato che scivola in ariosi e lo stringato finale, collocano il lavoro già nel solco di quello che sarebbe stato l’espressionismo, mai davvero affermatosi in Italia.

Unitamente a gran parte della produzione “verista”, nonché della musica italiana degli anni Trenta, su cui è stata gettata una coltre di oblio, “ Pagliacci” è oggi snobbato da buona parte della critica, ma attira il pubblico. L’edizione presentata ieri a Roma, in scena sino al 27 maggio, è stata salutata da un Teatro dell’Opera stracolmo e da file al botteghino, nonostante il lavoro (due atti ma appena 70 minuti di musica) non fosse accompagnato, come di consueto, da “ Cavalleria Rusticana ” ma preceduto da tre brani orchestrali di Pietro Mascagni.

Che al pubblico piaccia il “drammone strappalacrime” ambientato nel proletariato del Sud, lo conferma il ricordo del successo raccolto alcuni anni fa, in piena estate e al chiuso del “Costanzi”, dall’edizione curata da Liliana Cavani, co-prodotta dai teatri di Bologna e di Catania, in cui si coglieva a pieno questo aspetto espressionista di “ Pagliacci ”. Allora le sfumature potevano essere colte in una serata in cui l’orchestra era guidata con perizia da Pier Giorgio Moranti e i tre ruoli principali affidati a Svetla Vassileva, José Cura e Leo Nucci, quanto di meglio, cioè, fosse disponibile sulla scena lirica per dare vita a Nedda, Canio e Tonio.

L’allestimento romano, per la regia di Franco Zeffirelli e la direzione musicale di Gianluigi Gelmetti, è destinato a girare il mondo. Dopo Firenze, Atene e Mosca pare destinato a New York, dove il regista fiorentino è particolarmente apprezzato (il “Met” gli ha dedicato un festival con la ripresa di tutti i suoi maggiori lavori messi in scena nel più importante teatro di Manhattan) e pure in altre piazze. Zeffirelli ha realizzato numerose edizioni del dramma in musica di Leoncavallo, tra cui una per il cinema. Sono tutte differenti. Tra le più recenti, da ricordare quella scaligera degli anni Ottanta, in cui l’azione venne situata in epoca fascista, e quella romana degli anni Novanta, interamente ambientata sotto un cavalcavia nei pressi di Casoria, alla periferia di Napoli. In quest’ultima, in un ambiente degradato di palazzoni fatiscenti, dove correvano lambrette e moto giapponesi (ma non mancavano cavalli, asini e auto d’epoca), si respirava aria di camorra, si spacciava e vi vagavano tra i 200 personaggi in scena prostitute multietniche.

Come è consuetudine nelle regie di Zeffirelli, è stata rivolta grande cura ai dettagli e non si cade mai nel volgare. La stessa scena del tentativo di violenza carnale da parte di Tonio nei confronti di Nedda è svolta con tatto e delicatezza. In questo contesto di squallore e povertà, scoppia il drammone del tradimento coniugale e del duplice omicidio (della moglie e dell’amante) da parte del capocomico durante una rappresentazione in piazza organizzata da una troupe di poveri artisti ambulanti. L’estro della regia di Zeffirelli è nel differente taglio ai due atti: neorealistico il primo e onirico, quasi felliniano, il secondo. Coglie, quindi, a pieno i fermenti espressionistici nella partitura di Leoncavallo, fermenti spesso sottovalutati da parte della critica.

Perfetta l’intesa tra la regia e la direzione musicale. Tra i tre protagonisti spicca Myrtò Papatanasiu (Nedda) perfetta nella recitazione e nell’emissione anche se con un volume non sempre adeguato per le dimensioni del Teatro dell’Opera. Stuart Neill (Canio) è un tenorone generoso che non si risparmia, infiamma il pubblico quando “spinge”, ma è poco adatto nelle “mezze voci”, dove va bene invece Seng-Hyoun Ko (Tonio). Negli altri ruoli, apprezzabili Danilo Formaggia (Peppe) e Domenico Balzani (Silvio). In breve, uno spettacolo tradizionale e dai toni colossal, ma che merita di essere visto ed ascoltato.

(Hans Sachs) 20 mag 2009 13:41

martedì 19 maggio 2009

Alla ricerca di un'economia per il dopo-crisi Ffwegmagazine del 19 maggio

Alla ricerca di un'economia
per il dopo-crisi
di Giuseppe Pennisi Su Ffwebmagazine del 30 marzo, sono stati commentati una serie di indicatori presentati a un seminario internazionale tenuto a Montecitorio, su iniziativa del presidente della Camera, in base ai quali si dimostrava che nonostante la crisi finanziaria ed economica internazionale, l’economia italiana stesse reggendo meglio di molte altre e avesse la capacità per piazzarsi, nel dopo-crisi, in una posizione comparativamente migliore di quella in cui nel 2007 (alle soglie, quindi, del marasma delle Borse). Ci si basava su dati, ancora preliminari, di una ricerca della Fondazione Edison. Adesso, nonostante i dati sul debito pubblico (ancorché fisiologici in una fase di recessione) abbiano fatto esultare catastrofisti e sfasciti (il partito del “tanto peggio, tanto meglio”) arrivano autorevoli conferme delle indicazioni fornite su Ffwebmagazine.

I dati mensili più recenti del consensus (venti istituti econometrici privati, nessuno italiani) – pubblicati il 9 maggio – affermano che la contrazione del Pil italiano è in linea con la media dell’area dell’euro ma che – è questo il dato significativo – nel 2010 avremo una crescita ancora contenuta (1,4%) ma comparativamente molto più alta della media dell’area dell’euro (1%). Inoltre, nonostante l’aumento dello stock di debito pubblico, nel 2009 il rapporto indebitamento netto della pubblica amministrazione e pil si assesterà sul 4,5% mentre la media per i maggiori Paesi Ocse sarà il 9% (a ragione in gran misura dei salvataggi che Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Belgio hanno dovuto effettuare a spese dei contribuenti.

Per meglio comprendere il contesto è bene leggere un libro in uscita in questi giorni: il saggio di Bruno Costi, presidente del Club dell’Economia e manager industriale dopo una brillante carriera giornalistica, Alla ricerca dell’economia perduta – Le proposte di politica economica in Italia dal 2001 al 2008 (Ed. I Quaderni di Economia Italiana – Unicredit Group). In circa 350 pagine scritte in linguaggio molto chiaro aiuta a comprendere “l’eccezione italiana” nell’attuale crisi internazionale. In particolare, a capire come mai non siamo dovuti ricorrere a salvataggi bancari e a nazionalizzazioni come hanno fatto Usa, Gran Bretagna, Germania e Belgio, perché il nostro tasso di occupazione è cambiato meno che in altri paesi nonostante la caduta del pil e soprattutto quali sono i punti di forza che si annidano dietro quelli che sembrano punti di debolezza (la rete di piccole e medie imprese).

Il saggio passa in rassegna l’evoluzione dell’economia e della politica economica italiana nel primo decennio del XXI secolo e le prospettive per il prossimo futuro raccontando e commentando i documenti di politica economica (principalmente i Dpef) prodotti dai governi in carica e soffermandosi su alcuni temi di importanza strategica (i programmi per le infrastrutture, le riforme del fisco, del mercato del lavoro, della previdenza complementare, le liberalizzazioni). Consente, quindi, di cogliere tanto il cambiamento quanto i contraccolpi e i passi indietro. Permette anche di toccare con mano (pure ai non specialisti) la “cassetta degli attrezzi” di cui dispone la politica per trattare i complessi temi e problemi di politica economica del XXI secolo.

È un volume interessante proprio in quanto esamina sia le promesse e le prospettive che avevamo all’inizio del secolo sia le proposte di politica economica effettuate nella XIVe nella XV legislatura nonché nel primo scorcio della XVI legislatura. Dall’esame delle proposte (sia macro-economiche sia settoriali sia micro-economiche) si tocca con mano come esse si siano dovute adattare a forti determinanti esterne (le tensioni successive all’attacco alle Torri Gemelle, la crisi finanziaria in atto da metà 2007). Si realizza anche come nella XV legislatura si siano fatti pensati passi indietro sia sui contenuti (aumento della spesa pubblica di parte corrente, contro-riforma della previdenza) sia sulle procedure (l’introduzione dei decreti mille proroghe non neutri, come in passato, rispetto alla politica economica ma tali da essere “un’appendice particolarmente costosa” di un governo in pratica già dimissionato). I primi peseranno sulle nuove generazioni. I secondi costituiscono un cattivo precedente da non seguire. È chiaro che le politiche nazionali sono sempre più vincolate dai comportamenti del mercato globale, in cui la finanza tende a dominare l’economia reale. Tuttavia, più che alla “ricerca dell’economia perduta”, siamo (non solo l’Italia) alla ricerca della politica economica per il dopo-crisi.

19 maggio 2009

lunedì 18 maggio 2009

QUALE SARA’ IL FUTURO DI TORINO? Il Tempo 19 maggio

Il 20 maggio l’Amministratore Delegato della FIAT, Sergio Marchionne, presenterà il piano di sviluppo dell’azienda. Ci sono quattro domande chiave a cui il piano deve dare risposte esaurienti, quali che siano tutte le altre risposte a tutte le altre domande che un programma di acquisizioni e fusioni così complesso è destinato a sollevare:
La prima è di politica pubblica. La strategia delineata dal management FIAT nelle ultime settimane pare basata su una rete di alleanze e di partecipazioni tale da fare entrare tra le prime in classifica al mondo quella che oggi è la più piccola (in termini di produzione) tra le case automobilistiche di portata internazionale..La natura stessa della FIAT cambierebbe: da multinazionale “italiana” a multinazionale “tout court”: il passaggio verrebbe facilitato dallo scorporo societario deliberato all’inizio di maggio dal CdA della capofila. Per una multinazionale “tout court” è indifferente se la testa ed il cervello sono a Torino o, a Detroit oppure a Rüsselsheim oppure ancora al Polo Nord. Sotto il profilo dell’analisi dei costi e dei benefici di politica pubblica per l’Italia, ciò non è indifferente. Anche a ragione del sostegno che la FIAT ha sempre avuto dai contribuenti italiani.
La seconda concerne l’economia e d’organizzazione aziendale Fondere culture d’impresa così diverse non è un compito facile. La FIAT è reduce da una rottura di fidanzamento con la GM ( in cui Detroit ha liquidato con 2 miliardi di dollari Torino per di evitare di consumare un matrimonio non più desiderato). Le nozze tra Chrysler e Daimler –Benz non sono state idilliache; sono terminate in un divorzio che lasciato esangue una delle parti. Sottostimare il problema (e non dare risposte convincenti) potrebbe essere fatale.
La terza riguarda la finanza Mentre la Chrysler viene acquisita a costo zero (togliendo qualche castagna dal fuoco all’Amministrazione Obama, che si stropiccia le mani dalla gioia), l’acquisto dell’Opel e di altre attività GM richiederebbe un “prestito ponte” di 5-10 miliardi di euro (che si aggiungerebbe ad un debito consolidato FIAT stimato sugli 8-10 miliardi di euro). Ciò può parere sostenibile ai bassi tassi d’interesse attuali. Sono state fatte simulazioni dettagliate di cosa accadrebbe se, con l’aumento della liquidità in atto da due anni, nel 2012 o giù di lì l’inflazione tornasse sul 5% l’anno ed i tassi subissero un rialzo conseguente? E’ bene che tali simulazioni vengano mostrate e discusse poiché un indebitamento che non fosse sostenibile potrebbe avere conseguenze dirompenti.
La quarta è di politica economico-sociale. Secondo stime tedesche, l’accorpamento della FIAT con Chrysler e pezzi di GM (tra cui Opel) comporterebbe uno snellimento occupazionale di 24.000 unità. Con le tecnologie oggi conosciute, ciò non vuole dire un’operazione di bisturi in tutti gli stabilimenti. Alcuni dovrebbero essere chiusi. Occorre sapere quali. Anche in quanto ce ne sono realizzati con un apporto non indifferente dei contribuenti per le spese d’impianto e di avvio.

domenica 17 maggio 2009

I CONTI DI COGNATA, Musica maggio

Il Massimo di Palermo, teatro costruito alla fine dell’Ottocento su un progetto dell’Architetto G.B. Filippo Basile, è un teatro fortemente radicato nella città, che lo considera uno dei suoi simboli: lo dimostra che gli abbonamenti coprono oltre il 60% dei posti disponibili nella platea e nei palchi, che tra i soci fondatori c’è uno dei maggiori gruppi bancari italiani ed europei e che tra i sostenitori si annoverano alcune delle principali imprese della Sicilia. Il Massimo è stato travagliato da deficit e debiti crescenti sino al 2004: nel 2002 aveva un disavanzo di 13 milioni di euro ed uno stock di debito 26 milioni di euro. Il commissariamento sembrava alle porte quando si è avuto un cambiamento di gestione. Da allora il Sovrintendente è Antonio Cognata, professore di politica economica all’ateneo di Palermo ma profondo conoscitore del teatro dove ha avuto numerosi incarichi, da segretario del Consiglio d’Amministrazione e direttore operativo, negli Anni Novanta. Abbiamo avuto uno scambio di idee in margine alla “prima” di “Die tote Stadt” di Erich Wolfgang Korngold, una novità assoluta per Palermo.

Cognata sta attuando una rigorosa politica di risanamento tanto che alcuni collegano con la sua strategia di riduzione dei costi e di aumento dei ricavi una delle possibili determinanti dell’aggressione subita la sera di Giovedì Santo mentre, lasciato il Massimo, stava rientrando a casa. Iniziamo, quindi, dal riassetto dei conti.
“Lo stock di debito viene gradualmente ripianato tramite un mutuo (da rimborsare su un periodo di 20 anni). Una politica artistica basata su co-produzioni con i maggiori teatri italiani e esteri, e presentazione di “prime” assolute per l’Italia, nonché coniugata con una ferrea economia di gestione ha fatto sì che il bilancio consuntivo del 2008 abbia riportato un saldo attivo di 1,5 milioni di euro destinato a coprire le perdite pregresse. Il saldo finanziario attivo rispecchia anche l’aumento di rappresentazioni e di presenze, segno di rinnovato interesse della città per il “suo” teatro, nonché la crescente presenza internazionale – siamo stati invitati all'edizione 2009 del prestigioso Festival di Savonlinna in Finlandia ed in Giappone (dove nel 2007 abbiamo avuto ben 20.000 spettatori). Tale interesse è dimostrato dall’apporto degli sponsor. Dal 2007, inoltre, il Banco di Sicilia – oggi intero Unicredit Group - eroga 1.5 milioni di euro di contributi l’anno ed è entrato come socio privato nella fondazione. Per la riduzione dei costi è stata essenziale non solo la politica di co-produzione ma anche una serie di misure per rendere più efficiente il funzionamento interno del teatro: una nuova organizzazione del lavoro ed una banca dati semestrale hanno consentito di abolire gli orari straordinari; l’applicazione di appalti seguendo regole europee – e per le partite più importanti lanciati a tutti i potenziali fornitori dell’UE – ha permesso di dimezzare le spese per servizi esterni; anche la riduzione dei telefoni di servizio (da un centinaio ad una ventina) ha portato a una riduzione dei costi. Si sono ridotte sia le spese per personale dipendente sia per artisti, applicando la normativa sul lavoro e tenendo conto delle nuove condizioni di mercato internazionale, nonché di nuovi mercati dove individuare artisti di livello: alcune nostre “scoperte” sono oggi protagonisti assoluti dei maggiori teatri europei ed americani”.

Ha già influito sulla produzione?
“Si possono fare allestimenti a basso costo, come il “Lohengrin” che ha inaugurato la stagione 2009, ma di grande valore artistico come riconosciuto dalla stampa italiana ed estera. Dal 2003, il numero di rappresentazioni di opere e balletti è passato da 80 a 105 l’anno, quello di concerti da una dozzina a 35-40 l’anno, gli spettatori paganti sono aumentati da 80.000 a 105.000. Co-produciamo con i maggiori teatri italiani e stranieri e gli allestimenti creati “in casa” hanno un grande successo in altri teatri di tutto il mondo”.

Quindi, non pare necessario cambiare la normativa di base che regola le fondazioni lirico-sinfoniche.
“Non è necessario; preconizzare una rivoluzione per cambiare tutto significa gattopardescamente non voler mutare nulla. La normativa è solida ed offre opportunità, a chi sa utilizzarla. I contributi da soci privati alle fondazioni ammontano a circa 40 milioni di euro l’anno; quelli dei comuni a 55 milioni di euro l’anno. Vivendo di solo Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) si sarebbe gradualmente morti per mancanza di alimentazione. Indubbiamente, le regole devono essere applicate non aggirate e possono essere migliorate: per il riparto del Fus, si dovrebbe introdurre un metodo analogo a quello utilizzato, con esiti lusinghieri, per i Fondi strutturali europei: incentivare le fondazioni virtuose (con bilanci consuntivi in attivo) con una “premialità”, ossia uno stanziamento addizionale che permetta loro di migliorare ulteriormente la qualità dell’offerta nella stagione successiva e di converso, disincentivare i bilanci in perdita, con una riduzione dello stanziamento nell’esercizio seguente. Una proposta liberale e di mercato, diretta ad incoraggiare chi segue meglio le regole e porta a casa i risultati finanziari migliori, senza trascurare quelli artistici (anzi esaltandoli)”.

Come favorire l’ingresso in teatro di nuove generazioni?
“Il Massimo ha ampliato il proprio pubblico anche tramite un programma mirato ad avvicinare alla “musa bizzarra e altera”, l’opera lirica, i più giovani. Dal 2006, è in atto infatti un programma “La Scuola va al Massimo” che coinvolge circa 160 scuole di Palermo e dell’hinterland e che porta in teatro per una decina di recite l’anno complessivamente circa 25.000 bambini e ragazzi introducendoli a spettacoli che possano incuriosirli e divertirli. Dal 2008 abbiamo aperto un turno di abbonamento esclusivamente dedicato agli studenti e che da due anni è tutto esaurito. È uno strumento importante perché un prodotto nato e sviluppato in Italia (e che nell’Ottocento ha avuto nel nostro Paese il suo maggior successo commerciale, oltre che artistico) non impoverisca; cerchiamo così di creare quel “sottostante” di cultura musicale che rende possibile il fiorire della lirica in altri Paesi

L’ORA DELLA RISCOPERTA: LE POLITICHE CULTURALI DAI VINCOLI ALLA VALORIZZAZIONE , Il Tempo 16 maggio

Giuseppe Pennisi
La “notte bianca” dei musei non è solamente un’occasione per fruire delle meraviglie che sono nei nostri musei ma anche per riflettere sul fatto che in Italia, ed in particolare a Roma, siamo seduti su una miniera della cui importanza non abbiamo esatta contezza. Le stime relative all’apporto dei beni culturali al benessere di un Paese, specialmente quelle attinenti al nostro, riguardano il flusso di fatturato e di valore aggiunto generato dal settore, non lo stock che, invece, costituisce la vera ricchezza rappresentata dal comparto. Sono, quindi, particolarmente riduttive per l’Italia dove per oltre un secolo la politica ha teso più alla tutela che alla valorizzazione. Di conseguenza, l’accento è stato sui “vincoli” per evitare il depauperamento dello stock (spesso a rischio di vera e propria spogliazione) piuttosto che l’utilizzazione dei beni e delle attività culturali per crearne valore sociale, ossia per tutta la collettività. Le stime di flusso (secondo una metodica armonizzata a livello europeo) pone il valore aggiunto e l’occupazione generati dai beni culturali al 2,3% del pil e del 2,1% dell’impiego totale (in linea con la media dell’Ue a 25). Mancano stime dello stock condivise e generalmente accettate. L’Italia, però, si colloca al primo posti per quantità di beni (40 su 679) classificati dall’Unesco come “patrimonio dell’umanità” . Inoltre proprio le stime Ue ci pongono tra i primi in classifica, tra i 25, in termini di indici di profittabilità del settore e ci individuano come il primo in termini di produttività annua (valore aggiunto/ costo del lavoro) . Questi ed altri indicatore fanno intuire che lo stock è molto ingente (probabilmente almeno 10 volte il pil). Di conseguenza, se la strategia della tutela aveva un significato in un determinato contesto storico, politico e sociale, adesso è giunto il momento di coniugarla con quella della valorizzazione: ossia di un uso mirato degli strumenti a disposizione delle politiche pubbliche per fare aumentare la resa dello stock , ed anche il suo accrescimento. Una caratteristica del capitale culturale (analoga a quella del capitale umano, ma differente da quelle del capitale fisico e finanziario) è che si accresce con un uso ben modulato e, di converso, si depaupera se abbandonato a se stesso.
I modi per valorizzare la miniera sono molteplici: da sgravi fiscali all’apporto dei privati nei limiti delle regole europee (non ad essi inferiori) ad una maggiore selettività degli interventi realizzabili con le risorse disponibili, dall’uso effettivo, efficiente ed efficace delle risorse (invece della loro accumulazione in residui) ad una sussidiarietà in base alla quale (come avviene anche in Paesi centralistici come la Francia) solamente un numero limitato di attività (ad esempio nel campo dei musei) hanno rilievo nazionali e per le altre si mobilitano le autonomie locali., dalla maggiore diffusione di servizi aggiuntivi (bookshops, caffetterie, ristoranti) all’avvio di circuiti integrati. La “notte bianca” ci porti consiglio su come meglio utilizzare la “cassetta degli attrezzi”.

venerdì 15 maggio 2009

Il festival del Tirolo inizia dalla Garfagnana Milamo Finanza 16 maggio

A dare l'avvio alla stagione dei festival estivi è quello del Tirolo, in scena con un'anteprima, fino al 17 maggio, in Garfagnana e a luglio a Erl, ridente villaggio con un teatro di mille posti a 80 km da Monaco. In Garfagnana vi è uno dei principali centri di formazione (a livello mondiale) di cantanti per il musikdrama, l'Accademia Montegral, situata nel Convento dell'Angelo nei pressi di Lucca. Fondata e diretta da Gustav Kuhn, uno dei maggiori concertatori wagneriani e straussiani, è finanziata da alcune aziende austriache e dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Lucca. Nella parte toscana del Festival si possono ascoltare composizioni da camera che coniugano Bach e Puccini con la contemporaneità (Eggert e Ligeti). Domenica mattina la manifestazione si conclude con la celebrazione dell'Eucarestia accompagnata dalla rossiniana Petite Messe Solennelle (per informazioni: www.montegral.com). A Erl, dove per diversi anni è stato messo in scene l'intero Anello del Nibelungo in un allestimento a basso costo ma modernissimo, quest'anno sono in cartellone un nuovo allestimento de I Maestri Cantori di Norimberga di Wagner e la ripresa di Elektra di Strauss, accanto a una ricca serie di concerti (programma completo: www.tiroler-festspiele.at). Numerosi cantanti addestrati al Convento dell'Angelo e lanciati a Erl solcano i palcoscenici di Vienna, Berlino, Londra e New York. Tra loro alcuni giovani italiani wagneriani come Duccio Dal Monte ed Elena Comotti d'Adda. Vale un pellegrinaggio.

IL FEDERALISMO FISCALE UNA REALTA’ RIVOLUZIONARIA, Il Tempo 16 maggio

Tra breve, il federalismo fiscale sarà una realtà, anche se ci sarà un lungo periodo di transizione. Dobbiamo, quindi, imparare a vivere in un nuovo quadro. Due libri ci aiutano a farlo. Il federalismo fiscale non implica solamente di dividere le fonti di gettito tributario tra centro e periferie (Regioni, Province, Comuni) ma di definire il “nucleo duro” di competenze economiche essenziali da mantenere al centro e di “devolvere” il resto alle periferie. Non si può avere federalismo economico e pretendere “uniformità” di servizi ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Tale “uniformità” impedirebbe le scelte delle periferie su priorità e livelli di tassazione; quindi, renderebbe o impossibile o finto il federalismo politico. Lo sottolinea efficacemente Learco Saporito che ha vissuto il processo che sta portando al federalismo fiscale in tre vesti differenti: da componente del Governo, da legislatore e da studioso di diritto. Il suo libro fresco di stampa (“Regionalismo, Federalismo e Interesse Nazionale” Jovene Editore pp. 246 € 20) rigorosamente giuridico, dimostra come dal 2001 (nuovo Titolo V della Costituzione) siamo in mezzo ad un guado: lasciando la sponda napoleonica (ove pensassimo forse adatta al 21simo secolo) ci siamo dati mani e piedi, al federalismo burocratico senza avere definito il federalismo politico e quello fiscale. Non possiamo neanche più permetterci la scappatoia, molto mediterranea, di un federalismo finto. Ci auguriamo che Saporito produca presto una nuova edizione alla luce della nuova normativa.
Più problematica la raccolta di saggi (ben 25 autori , tutti collocati in quella che si definisce “sinistra riformisti”) della Fondazione ItalianiEuropei. E’ divisa in tre parti: il federalismo in Italia, le questioni aperte (11 saggi dei 25) e l’attuazione del federalismo fiscale (9 saggi). L’attenzione è, quindi, principalmente sulle questioni aperte. Per Massimo D’Alema, che ha scritto un’ampia prefazione, il nodo centrale è il ruolo del Parlamento che “deve diventare il luogo istituzionale di composizione delle istanze locali, delle spinte centrifughe, dei particolarismo”. Riuscirà un Parlamento così vasto come il nostro e caratterizzato da un bicameralismo perfetto a svolgere questa funzione? Oppure il federalismo fiscale non è che un primo passo verso una più ampia rivisitazione della Costituzione?
G. Amato e M. D’Alema (a cura di) “Il Federalismo”. Italianieuropei 2009 pp. 283 € 8
L. Saporito “Regionalismo, Federalismo e Interesse Nazionale” Jovene Editore 2008 pp. 246 € 20

INDIVIDUO E STATO NELL’ERA POST-GLOBALE Roma, 15 maggio 2008

Workshop
INDIVIDUO E STATO NELL’ERA POST-GLOBALE
Roma, 15 maggio 2008
Giuseppe Pennisi
Premessa
L'economia sociale di mercato è un approccio al benessere sociale e allo sviluppo che si propone di
garantire sia la libertà di mercato sia la giustizia sociale, armonizzandole tra di loro. L'idea di base è
che la piena realizzazione dell'individuo non può avere luogo se non vengono garantite la libera
iniziativa, la libertà di impresa, la libertà di mercato e la proprietà privata, ma che queste condizioni,
da sole, non garantiscono la realizzazione della totalità degli individui (la giustizia sociale) e la loro
integrità psicofisica, per cui lo Stato deve intervenire laddove esse presentano i loro limiti.
L'intervento non deve, però, guidare il mercato o interferire con i suoi esiti naturali: deve prestare il
suo soccorso laddove il mercato stesso fallisce nella sua funzione sociale e deve fare in modo che
diminuiscano il più possibile i casi di fallimento del mercato medesimo. Trae origine
dall'Ortoliberalismo della Scuola di Friburgo di Walter Eucken, durante la crisi della Repubblica di
Weimar, scuola che già riconosceva la necessità di un controllo non dirigista dello Stato nei
confronti del sistema economico capitalista. Colui che elabora per primo una vera e propria teoria
dell'economia sociale di mercato è Wilhelm Röpke (1899-1966). Röpke propone una "terza via" tra
liberalismo e collettivismo, in cui lo Stato svolge una funzione garantista nei confronti del libero
mercato, ed è consapevole della necessità di una profonda revisione delle regole che
“monopolizzano” il sistema economico.
Le caratteristiche dell’economia sociale di mercato vengono chiaramente delineate in un lavoro
recente della Fondazione Bertelsmann (Bertelsmann Foundation, 1997): «non esiste alcuna
contraddizione tra il mercato e la prospettiva sociale […]adeguate strutture istituzionali e la rule of
law sono in grado di coordinare i comportamenti centrati sull’interesse individuale, orientandoli a
conseguire risultati moralmente accettabili […]. La concorrenza è il mezzo per scoprire e realizzare
i potenziali guadagni da integrazione che sprigionano dal rafforzamento della divisione nazionale ed
internazionale del lavoro […]. La concorrenza è sociale e la politica della coesione sociale è
produttiva».
In linea con l’obiettivo di questo seminario di meglio definire l’interazione tra individuo e Stato
nell’era post-globale, questa nota si propone di porre sul tappeto alcuni temi di discussione
relativamente alle specifiche che “l’economia sociale di mercato”, nata nel periodo tra le due guerre
mondiali, e veicolo essenziale per i “miracoli economici” successivi al secondo conflitto mondiale
(Janossy, 1972; Kindleberger, 1967), dovrebbe assumere in un XXI secolo attraversato da una
crisi finanziaria ed economica internazionale e caratterizzato da un’integrazione economica
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internazionale promossa da una “General Purpose Technology” come la tecnologia
dell’informazione e della comunicazione (De Filippi, Pennisi, 2003) che riduce le distanze di spazio
e di tempo sino quasi ad annullarle.
La nota si sofferma su questi temi di discussione: a) “l’economia sociale di mercato” nel rule of law
dell’economia internazionale per superare la crisi in corso e, quel che più conta, per definire le
regole e le prassi del mondo del “dopo-crisi”; b) il ruolo dello Stato nel frenare le tendenze verso la
frammentazione economica internazionale; c) la funzione dello Stato nel rafforzare l’efficacia e
l’efficienza del mercato; d) il “capitale sociale” come strumento di controllo nei confronti delle
disfunzioni del “non mercato” e di valorizzazione del nuovo stato sociale (welfare) che emergerà
nel dopo-crisi.
In premessa, occorre ricordare tre caratteristiche essenziali dell’integrazione economica
internazionale: a) la scomposizione geografica della catena del lavoro; b) l’importanza crescente
delle relazioni interpersonali sulla spinta della riduzione delle distanze di spazio e di tempo derivate
dalla tecnologia dell’informazione e della comunicazione (De Filippi, Pennisi, 2003, Blinder 2006);
c) l’aumento progressivo della flessibilità e della versatilità del lavoro (Lindeck, Snower, 2000).
L’economia sociale di mercato ed il futuro dell’economia internazionale
È tema pressante non solo in ragione della crisi finanziaria ed economica in atto ma anche a causa
del G8 in programma il prossimo luglio in Italia. È un vertice di capi di Stato e di governo
differente da tutti gli altri poiché sarà verosimilmente l’ultimo della serie iniziata circa 35 anni fa
nel Castello di Rambouillet. In quanto ultimo G8 resterà negli annali della storia economica e,
soprattutto, dovrà indicare agli altri G la rotta per il futuro, non solo per uscire dalla crisi ma per
quello che dovrà essere il mondo del dopo-crisi. Un po’ come avvenne con le conferenze di Bretton
Woods (per la finanza) e di La Havana (per il commercio) mentre volgeva al termine la Seconda
guerra mondiale (Gardner, 1956). Ciò rende tremendamente importanti il ruolo e le responsabilità
dell’Italia, ultimo Presidente dell’ultimo G8.
L’attenzione si è concentrata sulle nuove regole per la finanza mondiale (Kose, Prasad, Rogoff,
Wei, 2009), È tema centrale sia per il riassetto sia per il dopo-crisi. Data la delicatezza della
materia, è necessario che prevalga il riserbo della diplomazia economica internazionale. È, tuttavia,
di buon auspicio, il fatto che il 18 aprile all’Adlon Hotel di Berlino, nell’ambito di una riunione
dell’Aspen Institute, politici e tecnici dei maggiori paesi industriali ad economia di mercato (gli
italiani e i tedeschi) siano giunti ad un’intesa. È pure importante sapere che, per mutuare il titolo di
un breve ma efficace studio predisposto dal Ceps di Bruxelles e dall’Assonime italiana (Di Noia,
Micossi, 2009), le nuove regole saranno ispirate a semplicità e trasparenza.
L’ultimo G8, però, non potrebbe aprire il solco per il dopo-crisi se non affrontasse l’altro problema
chiave: dal dopoguerra alla metà degli anni Ottanta, il mondo (e in particolare i paesi Ocse) ha
conosciuto una crescita senza precedenti accompagnata da una riduzione delle disparità, ma negli
ultimi 20 anni (sino alla crisi in corso) la crescita è stata a macchia di leopardo e ovunque
contraddistinta da un aumento delle differenze di reddito e di benessere. Il mercato è stato la
locomotiva della crescita sino a quando i conducenti erano consapevoli di tenere la barra di una
rotta che ne correggesse le imperfezioni e coniugasse crescita con equità. Tornerà ad esserlo se i
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conducenti del futuro riacquisteranno tale consapevolezza e terranno la barra dritta. Lo sottolinea
efficacemente monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio Justitia et Pax in
un suo lavoro recente (Crepaldi, 2006) e Giuseppe Di Taranto nella rassegna sull’economia
dell’integrazione internazionale (Di Taranto, 2009).
I segni recenti di “deglobalizzazione”
Da alcuni mesi si avvertono i segni di una contrazione non solo del commercio mondiale (per
l’anno in corso l’Organizzazione mondiale del commercio, Omc, prevede una riduzione in valore
del 9% dell’export globale) ma anche degli altri indicatori d’integrazione economica internazionale.
Si è prosciugato il private equity internazionale, sono in caduta libera gli investimenti diretti
all’estero, frenano anche le migrazioni. Diciassette dei paesi del G20 hanno posto barriere
protezionistiche agli scambi. Tornano i controlli valutari. È probabile che quando, con il dovuto
distacco, gli storici economici si occuperanno di questi lustri porranno probabilmente il 2008 come
l’anno dell’inizio convenzionale della deglobalizzazione. Si stanno correggendo, ove non
capovolgendo, le affermazioni banali sulle implicazioni (sull’economia reale) della crisi sulle piazze
finanziare e si sta iniziando a comprendere come ciò che avviene, ormai da anni, sui mercati
finanziari è conseguenza di disfunzioni dell’economia reale. Lo dicono gli esperti della moneta. Già
un anno fa, Paul Tucker del Monetary Policy Committee, il direttorio della Bank of England,
sottolineava che: a) è la prima volta che una crisi di questa portata avviene in periodo di pace; b)
una delle sue determinanti è stata il social contract tra banche centrali e autorità politiche per fare
fronte a problemi economici sistemici (Tucker, 2008). Questo social contract ha dato priorità
all’innovazione finanziaria, senza, però, definirne regole adeguate. Sino a quando è giunta
l’implosione – una rarità in tempo di pace – dopo che, in seguito alla depressione degli anni Trenta,
le autorità di politica economica hanno iniziato a gestire domanda aggregata con strumentazione
tale, in certi casi, da consentire pure il fine tuning (virtuosismo). Considerazioni simili si leggono in
una raccolta di saggi, a cura di Gian Giacomo Nardozzi appena completata (Nardozzi, 2009).
Anche se, per utilizzare il lessico del presidente Usa Barack Obama, si intravedono “barlumi” di
ripresa, la più recente tornata di previsioni econometriche (18 aprile 2009) non è ottimistica. I 20
maggiori centri privati di analisi macro-econometrica (non ce n’è neanche uno italiano) stimano, per
l’anno in corso, una contrazione del 2,7% per gli Usa, del 3,4% per l’area dell’euro, del 3,5% per la
Gran Bretagna e del 6,5% per il Giappone. Lenta e graduale la ripresa ora preconizzata per 2010
(secondo stime che gli istituti stessi chiamano preliminari): 1,4% per gli Usa, 0,2% per l’area
dell’euro, 0,3% per la Gran Bretagna e 0,4% per il Giappone. Non si tratta unicamente di dati
“congiunturali”, ossia di breve periodo. Un’analisi di documenti tecnici (apparentemente solo per
gli addetti ai lavori) sul commercio internazionale evidenzia che è cambiata l’elasticità degli scambi
mondiali di manufatti alle variazioni del Pil: dopo essere stata, nel corso degli anni Novanta, attorno
a 2,5 (ossia gli scambi mondiali aumentavano di 2,5 punti percentuali quando il Pil cresceva di un
punto percentuale), risulta in questo primo scorcio di XXI secolo inferiore a 2 e pare tenda ad
approssimarsi a 1 (Wto 2008). In breve, ciò vuole dire che il meccanismo tradizionale di
propagazione della crescita si sta indebolendo. E lo sta facendo molto rapidamente (Guerrieri,
Padoan, 2009).
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Altro indicatore di rilievo è il vero e proprio crollo degli investimenti diretti all’estero: pur tenendo
conto delle scorrerie dei fondi sovrani dei nuovi ricchi dell’economia mondiale, dall’inizio del
secolo il flusso di investimenti diretti (non in portafoglio) all’estero è quasi dimezzato rispetto
all’ultimo decennio del secolo scorso (ad esempio, Zhan, He, 2009).
Dopo il fallimento della trattativa multilaterale sugli scambi sono in corso due tendenze piene di
insidie (per l’integrazione economica internazionale): il rafforzarsi di mercati comuni o zone di
libero scambio regionali e il moltiplicarsi di accordi commerciali bilaterali. Il pullulare di accordi
bilaterali (Trakman, 2008) minaccia di frammentare il commercio o almeno di ingabbiarlo in una
ragnatela simile a un labirinto.
Le esperienze del passato insegnano che le deglobalizzazioni, se lasciate a sé stesse, non portano
nulla di buono: sono spesso state i prolegomeni di conflitti di vasta entità: la prima grande
deglobalizzazione 1870-1910 si chiuse con due colpi di pistola a Sarajevo. Forse il conflitto armato
risultante dalla deglobalizzazione è già iniziato; il terrorismo ormai ramificato in tutto il mondo
(anche in Italia) è la sua avanguardia. Lo avverte uno dei maggiori economisti americani, Martin
Feldstein, alla guida del Comitato dei consiglieri economici della Casa Bianca per due
amministrazioni e presidente (una carica elettiva quadriennale), per quattro lustri, del National
Bureau of Economic Research (Nber), l’equivalente Usa di un Cnr per la disciplina economica
(Feldstein, 2009). Röpke lo aveva anticipato in un libro premonitore degli anni Quaranta.
Chi sono gli alleati della deglobalizzazione? Non sono certo i rumorosi no global. Hanno la
capacità di organizzare manifestazioni ma non quella di invertire le tendenze. I veri alleati della
deglobalizzazione sono quelli che, ai tempi del Kennedy Round (ossia nella seconda metà degli
anni Sessanta) Mario Casari (Casari, 1967) chiamava i ”barracuda-esperti”: sovente alti funzionari
molto vicini a settori produttivi intrinsecamente protezionisti, nonché a sindacati, anch’essi sempre
più ostili alla globalizzazione anche quando, a parole, se ne professano favorevoli. Una schiera
vasta e composita che si nutre delle imperfezioni e delle disfunzioni del mercato e delle rendite che
esse comportano.
Per un mercato forte, plurale e leale è necessario uno Stato forte con regole chiare e semplici, ma
rigorose. Tale Stato forte è mancato – lo sottolineano gli storici economici (Hatton, O’Ruorke,
Taylor, 2007) quando la deglobalizzazione del primo decennio del secolo scorso ha portato alla
prima guerra mondiale, le cui ferite hanno generato le seconde. Non è stato adeguatamente
compreso come il progressivo indebolimento dello Stato abbia rappresentato una delle determinanti
che hanno innescato la crisi in corso. Lo avverte il premio Nobel Paul Krugman (Krugman, 2008):
sino alla metà degli anni Ottanta il processo d’integrazione economica internazionale è stato
pilotato da Stati forti e consapevoli dei necessari riequilibri e ammortizzatori interni (ad esempio,
l’accordo del Plaza del 1985 sui tassi di cambio e le politiche di crescita); dal dopoguerra alla metà
degli anni Ottanta, il mondo è stato caratterizzato da una rapida crescita e da una riduzioni delle
disparità tra ricchi e poveri; negli ultimi venti anni, invece, alla globalizzazione e alla
finanziarizzazione apparentemente senza regole ha corrisposto un aumento delle disuguaglianze,
con la minaccia di un sempre maggior distacco tra individuo (specialmente nelle fasce più deboli e a
minor reddito e livelli di consumo) e Stato.
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Se gli Stati non intervengono a governare i processi, la deglobalizzazione può comportare una
frammentazione con danni per tutti, specialmente per i più fragili. La storia non si ripete
meccanicamente, ma chi non ne apprende le lezioni può pagare lo scotto, sempre alto,
dell’ignoranza.
Un mercato forte (anche internazionale) è possibile solo a fronte di Stati forti
La crisi finanziaria ed economica sta comportando (Società Libera 2009) un ritorno della presenza
pubblica nell’economia (sia all’interno dei singoli Stati sia nell’arena internazionale) in questa
prima parte del XXI secolo dopo trenta anni circa in cui il mercato è parso come lo strumento
migliore per curare le proprie imperfezioni (in inglese si utilizza il termine più pregnante failure,
fallimenti) e pure per frenare quelle del “non mercato”. Federico Caffè, maestro per decenni della
principale scuola di economia politica dell’Università di Roma La Sapienza, scrisse un libretto di
poche pagine (piene di sostanza) in difesa dello Stato sociale proprio prima di sparire
misteriosamente (Caffè, 1986). Circa venti anni fa, pubblicai un saggio in due puntate dopo la crisi
delle borse dell’autunno del 1987 avvertendo che il crollo avrebbe dovuto fare riflettere sulla
finanziarizzazione eccessiva del sistema economico, con elevatissime leve d’indebitamento, che
aveva preceduto lo scivolone di Wall Street (Pennisi, 1987).
Il breve saggio di venti anni fa si basava molto sul pensiero economico di Hyman Minski,
economista americano poco considerato in Italia perché anti-marxista e anti-liberista (Minski.
1999). In breve, la teoria economica di Minski riguarda l’informazione e il modo in cui essa viene
percepita da individui, famiglie, imprese e operatori economici in generale. Ciò vuol dire che
tendenze di brevissimo periodo del passato recente, vengono estrapolate nel futuro a lungo termine.
Ne consegue un processo che si può schematizzare in tre stadi: a) nel primo, ci si indebita (pure per
operare sul mercato finanziario nella convinzione che il denaro si produce per mezzo del denaro); b)
nel secondo, si tira la fune per far fronte almeno al pagamento degli interessi (non
dell’ammortamento); c) nel terzo, si entra in una catena di Sant’Antonio o “Ponzi scheme” (analoga
a quella di chi prende in prestito il 125% del valore della casa o delle azioni che possiede nella
convinzione di un apprezzamento, a breve, del 200%). Se dovessi rimettere mano oggi a quanto
scritto venti anni fa, introdurrei un altro elemento: la miopia è strabica perché confonde il rischio
(stimabile sulla base del calcolo delle probabilità) con l’incertezza (il non prevedibile ribaltamento
della situazione). Dalla finanziarizzazione si è passati a una “strutturazione” oggi alla base di molti
titoli tossici, nell’illusione che suddividendo il rischio in parti sempre più piccole (diversificandolo
in coriandoli dalla dimensioni atomistiche) esso si potesse annullare (Pennisi, Scandizzo 2003,
Pennisi 2006). Sino a quando ci si è ricordato che, in certe condizioni, gli atomi esplodono.
Con il senno di poi, si ammettono oggi i costi del capitalismo (Barbera, 2009) Si è meno certi delle
terapie. Nel nostro Dna, c’è ancora il ricordo dello “Stato impiccione e pasticcione”, per prendere a
prestito la brillante definizione data da Giuliano Amato nel 1972 (Amato, 1972).
Un mercato forte e ben funzionante richiede uno Stato altrettanto forte e ben funzionante – capace,
in primo luogo, di curare miopie e strabismi. Due anni fa, l’American Enterprise Institute e la
Brookings Institution hanno pubblicato un lavoro a quattro mani di Robert Hahn e Paul Tetlock
(Hahn, Tetlock, 2007). Ha avuto un’eco modesta in Italia, ma indicava un percorso partendo da una
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migliore valutazione economica da parte della mano pubblica e, quindi, da una migliore formazione
economica nel settore pubblico. Se non se ne prendono cura istituti pubblici di formazione, la sfida
passa alle università e alle fondazioni.
Senza dubbio la dilatazione della spesa pubblica in conseguenza della crisi finanziaria ed
economica internazionale pone nuovi problemi. Non unicamente di compatibilità macroeconomiche
di bilancio (quelle su cui più si mette l’accento) ma anche e soprattutto di qualità della
spesa e del suo contributo a uno Stato forte che regoli un mercato anche esso forte; uno Stato
spendaccione è spesso debole e contribuisce a disfunzioni di mercato quali le rendite. Il fenomeno
riguarda principalmente paesi come gli Stati Uniti (dove tradizionalmente il settore pubblico non ha
mai superato, in tempo di pace, un terzo del Pil) oppure come la Gran Bretagna e molti paesi
neocomunitari con un alto grado di “finanziarizzazione” dell’economia e l’esigenza di vasti
salvataggi di banche e finanziarie. Concerne relativamente meno paesi come la Francia, la
Germania e l’Italia che hanno mantenuto una struttura economica ancorata al manifatturiero, ma
dove le pubbliche amministrazioni intermediano oltre il 50% del Pil e sono affiancate da un vasto
“capitalismo municipale” controllato principalmente a livello locale. In Italia, esso comprende circa
400 imprese con oltre 200.000 addetti e un valore aggiunto pari mediamente all’1% del Pil, ma tale
da sfiorare in alcune Regioni il 6% del reddito prodotto in loco (Pennisi, 2009).
C’è il rischio di distorsioni? Arthur Okun, non certo un liberista, amava dire che «il secchio (della
spesa pubblica) è sempre bucato» (Okun, 1990) e non se ne possono evitare le perdite.
Okun scriveva alla metà degli anni Settanta. Da allora abbiamo imparato che ci sono antidoti. Non
per colmare tutti i buchi del secchio, ma almeno per minimizzarne la portata. Due sono
particolarmente importanti. Il primo dipende quasi interamente dalle pubbliche amministrazione. Il
secondo da tutti noi.
L’antidoto “interno” è un’attenta valutazione delle operazioni di spesa pubblica, facendo ricorso a
metodi di facile apprendimento e diffusione, nonché molto trasparenti, come quelli dell’analisi dei
costi e dei benefici (Acb) finanziari, economici e sociali, integrati, per le partite di spesa più
complesse da analisi anche econometriche degli impatti. La rassegna condotta dalla Brookings
Institution e dall’American Enterprise Institute ha ricordato come l’obbligo di Acb per le voci di
spesa pubblica introdotto nel 1982 non è stato modificato da nessun cambio della guardia alla Casa
Bianca o al Congresso e ha contribuito al miglioramento della qualità dell’azione del governo
federale. In Germania, ne viene fatto ampia applicazione (Fricsk, Ernst, 2008; National
Nomenklature, 2008). In Italia, esiste da dieci anni una norma analoga (la legge 144/1999). Occorre
chiedersi quanto è applicata e quanto disattesa (Pennisi, Scandizzo, 2003).
L’antidoto “esterno” è costituito dal capitale sociale che si sviluppa associando (oggi si direbbe
“mettendo in rete”) il capitale umano di individui, famiglie e imprese. Un quarto di secolo fa,
Robert Putnam (Putnam, 1993) misurò le differenze di capitale sociale nelle regioni italiane. Studi
recenti (e l’esperienza di questi giorni della risposta delle popolazioni al sisma in Abruzzo) provano
che l’Italia è ricca di capitale sociale, anche se non suddiviso uniformemente in tutta la penisola e
spesso non adeguatamente espresso. L’associazionismo – ha scritto il premio Nobel Douglass C.
North (North, 1994) – è il modo più efficace per fare emergere dall’ombra il capitale sociale e dare
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a esso una funzione di vigilanza, di controllo, di premio e di sanzione nei confronti di chi a livello
politico e tecnico gestisce la spesa pubblica.
Individuo e Stato nel post-globale. Il banco di prova: lo “Stato sociale”
Nel concludere, torniamo a quanto visto in premessa. Le tre caratteristiche essenziali
dell’integrazione economica internazionale sono ormai profondamente radicate e resteranno anche
dopo la soluzione della crisi finanziaria ed economica internazionale, sempre che – come nessuno si
augura – tale soluzione non sia un conflitto): a) la scomposizione geografica della catena del lavoro;
b) l’importanza crescente delle relazioni interpersonali ; c) l’aumento progressivo della flessibilità e
della versatilità del lavoro. Il vero banco di prova dell’incontro tra Stato forte e mercato forte in
un’economia sociale di mercato per il XXI secolo consisterà nel come verranno affrontati e sciolti
questi nodi con un giusto equilibrio nell’esaltazione del ruolo dell’individuo e del ruolo dello Stato.
Lo Stato sociale (ossia, previdenza e sanità pubbliche, politiche attive del lavoro, ammortizzatori
nei confronti della disoccupazione involontaria, servizi e assistenza sociale) potranno sopravvivere
alla post-globalizzazione? Una domanda analoga veniva posta alcuni anni fa, allora ci si chiedeva se
lo Stato sociale potesse sopravvivere alla globalizzazione (De Filippi, Pennisi, 2003).
Per lustri si sono confrontate due visioni: una difensiva, secondo cui (rispetto all’integrazione
economica internazionale) si sarebbero dovuti difendere alcuni “diritti quesiti” di base dello Stato
sociale; una propositiva, o, in alcune dizioni aggressiva, secondo cui chi ha a cuore le fasce deboli
avrebbe dovuto trovare percorsi, strumenti e istituti atti a fare sì che si trovava ai livelli più bassi di
reddito e di consumo traesse i maggiori vantaggi dall’integrazione economica internazionale.
All’inizio degli anni Novanta, la stessa Conferenza dell’Organizzazione internazionale del lavoro
spezzò una lancia in favore di una concertazione positiva o aggressiva – quella da me preferita
anche per il principio molto banale secondo cui in un mondo in cui tutti corrono, camminare vuol
dire stare fermi e remare controvento è la premessa per andare a picco.
Le due visioni dei nessi tra post-globalizzazione e Stato sociale sono stati di recente messi a fuoco
in un dibattito internazionale che ha visto schierati, da un lato, Hans-Werner Sinn (uno dei più
autorevoli economisti tedeschi) e, dall’altro, Dennis Snower, Alessio Brown, e Christial Merkl
(Snower, Brown, Merkl, 2009), i quali, nonostante le differenti origini, lavorano presso università e
istituti di ricerca tedeschi. Un dibattito, quindi, tra esperti differenti ma tutti plasmati dalla cultura
dell’economia sociale di mercato.
In sintesi, Sinn vede l’integrazione economica internazionale (anche rallentata dalla crisi o frenata
da contraccolpi) come un processo di specializzazione in cui aumentano le differenze di reddito sia
verticalmente (tra livelli più altri e più bassi di professionalità) sia orizzontalmente (tra aree
geografiche); lo Stato sociale rende ai paesi che lo applicano in maniera estensiva, più costoso
partecipare all’integrazione internazionale. Si verifica un vero e proprio “bazar” (è suo il termine) in
cui imprese, e anche individui e famiglie, possono scegliere la tipologia di Stato sociale che meglio
si adatta a ciascuno: la delocalizzazione e la “fiera delle tasse” (per mutuare il titolo di un libro di
Giulio Tremonti di una diecina di anni fa, Tremonti, Vitaletti, 1991) sono esempi di questo “bazar”
in cui si può essere vincenti unicamente con una minore pressione tributaria, con sindacati più
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consapevoli delle implicazioni dell’internazionalizzazione e con orari di lavoro effettivi più lunghi.
In breve, una strategia difensiva.
Contrapposta la visione di Snower, Brown e Merkl: la chiamano una grande riorganizzazione.
Partono dalla considerazione secondo cui dalla metà degli anni Novanta, gli imprenditori hanno
preso progressivamente contezza del nesso tra nuove tecnologie, sistemi di logistica ed opportunità
commerciali. La produzione e la distribuzione si stanno riorganizzando profondamente puntando su
tre caratteristiche: a) la scomposizione geografica della catena del valore; b) l’importanza crescente
delle relazioni interpersonali e c) la sempre maggiore eterogeneità, versatilità e flessibilità del
lavoro. Ciò rischia di creare una nuova categoria di perdenti se lo Stato sociale non viene ripensato
e riorganizzato, per tenere adeguatamente in conto le nuove caratteristiche di produzione e di
distribuzione. Ciò comporta uno Stato forte ed autorevole che dia a lavoratori e fasce deboli gli
strumenti per diventare essi stessi i vincitori ogni qual volta aumentano le probabilità che diventino
i perdenti. Ciò implica un drastico cambiamento di paradigma: nello Stato sociale tradizionale degli
ultimi cinque decenni, le professionalità vengono definite e classificate ed il ruolo dello Stato è
quello di tutelarle (con stabilizzatori automatici) al verificarsi di shocks, mentre in quello del futuro
lo Stato ha il compito di rendere gli individui adattabili e versatili in modo che possano essere i
protagonisti del processo di trasformazione. Snower, Brown e Merkl delineano meccanismi
specifici (welfare accounts, vouchers di supporto sociale, e benefit transfers, trasferimenti di
benefici in grado di ridistribuire gli incentivi a favore dei meno avvantaggiati). Alcuni di questi
meccanismi hanno trovato, in varie forme, terreno d’applicazione, almeno parziale, in Italia: il
sistema previdenziale contributivo, la social card, la vasta gamma di rapporti di lavoro previsti dalle
legge Biagi, il riordino della formazione professionale con accento sul life-long learning.
Un concezione avveniristica dello Stato sociale del futuro? Probabilmente sì. Almeno sino a quando
la macchina amministrativa non si pone in grado di fare fronte alla sfida. Tuttavia, ha due aspetti
che meritano di essere sottolineati: massimizza l’apporto che le nuove tecnologie della
comunicazione e dell’informazione possono dare allo Stato sociale ed esalta, al tempo stesso, il
ruolo e dell’individuo (a cui lo Stato deve offrire una gamma di opportunità) e dello Stato (che deve
cogliere nell’integrazione economica internazionale l’opportunità per nuovi compiti più innovativi e
meno burocratici di quelli del passato).
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CLT - Musica, al via le celebrazioni per Giovanni Battista Pergolesi , Il Velino 15 maggio

Musica, al via le celebrazioni per Giovanni Battista Pergolesi
Roma, 15 mag (Velino) - Il 5 giugno, nel bel teatro della piccola Jesi (Ancona), iniziano con un concerto diretto da Claudio Abbado alla guida dell’Orchestra Mozart le celebrazioni per i 300 anni della nascita di Giovanni Battista Pergolesi. Il programma comprende la rappresentazione entro l’autunno del 2010 di tutte le opere del compositore sia a Jesi (dove nacque) sia a Pozzuoli (dove morì a soli 26 anni), spesso in coproduzione con altri teatri italiani e stranieri. È un evento importante su cui si sono accesi i riflettori internazionali. Quando, circa dieci anni fa, il musicologo Vincenzo De Vivo accennò all’organizzazione di un festival a Jesi e dintorni dedicato a Gaspare Spontini e a Pergolesi, non pochi furono coloro che si mostrarono perplessi. Jesi è rimasta nei libri di storia per avere dato i natali a Federico II, ma è anche il luogo di nascita di due musicisti che in modo, misura ed epoche differenti hanno trasformato il teatro in musica europeo: appunto, Spontini e Gian Battista Draghi (o Drago, le fonti documentarie non collimano) detto Pergolesi in quanto discendente da una famiglia di Pergola.

L’occasione del festival veniva offerta dai 150 anni dalla morte di Spontini, il quale a cavallo Settecento ed Ottocento fu un vero e proprio Titano nel teatro lirico francese e tedesco. La manifestazione jesina avrebbe incluso anche Pergolesi, in vista della ricorrenza del 2010. L’entusiasmo non mancava, il festival sarebbe stato finanziato quasi interamente dagli enti e dalle imprese locali. Per risparmiare si sarebbe fuso con l’esistente “teatro di tradizione” (il “Pergolesi” di Jesi), avrebbe valorizzato i magnifici piccoli teatri di Maiolati Spontini, Monsano, Montecarotto, Monte San Vito e San Marcello, si sarebbe posto come strumento di marketing territoriale dando vita a un circuito teatrale-musicale marchigiano e avrebbe lanciato collaborazioni internazionali anche intercontinentali. C’erano, insomma, le carte per tentare.

Grandissimo è stato l’impatto di Pergolesi sullo sviluppo della musica e in particolare del teatro in musica. In 26 anni di vita, di cui soltanto sette di professione, Pergolesi ha composto relativamente poco, nonostante gli siano stati attribuiti molti lavori. Formatosi a Napoli, al “Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo”, le sue prime opere di composizione furono a carattere religioso: “La fenice sul rogo, ovvero la morte di San Giuseppe, oratorio in 2 parti”, “Li prodigi della Divina Grazia nella conversione di San Guglielmo Duca d'Aquitania”, la “Messa in Re maggiore”. “Salustia”, con cui Pergolesi esordì al Teatro di San Bartolomeo, avrebbe dovuto lanciarlo definitivamente, ma non riscosse il successo sperato anche perché, venne a mancare, alla vigilia della prima rappresentazione, il cantante per cui era stata scritta (il Nicolino) e dovette essere riscritta per il più giovane e meno abile Gioacchino Conti. Un’analisi della partitura documenta come in questa e nell’“opera seria” successiva (“Il Prigionier Superbo”), Pergolesi avesse fatto uno sforzo non solo di assimilare, ma di rendere chiaro e trasparente il linguaggio dei musicisti allora all’avanguardia (Leo, Hasse, Vinci). In “Adriano in Siria”, Pergolesi affrontò tutte la opportunità che il “sistema melodrammatico” potesse offrire. Ne “L’Olimpiade”, che da Jesi partì per una lunga tournée nel 2003, fece una scelta stilistica intimista. Accanto a questo percorso nel teatro serio, ne svolse uno parallelo nella musica sacra (“Salve Regina”, “Stabat Mater”) e soprattutto nella commedia in musica (“Lo’ Frate Innamoratu”, “La Serva Padrona”, “Livietta e Tracollo”, “Il Flaminio”). In tutte queste composizioni, anche le più religiose o le più esilaranti, psne al centro “il palpito dell’anima”, come ha acutamente scritto Francesco Degrada.

Fu questo “palpito dell’anima”, ancor più della rappresentazione a Parigi nel 1752 de “La Serva Padrona” (peraltro già messa in scena nella capitale francese nel 1746), a scatenare “la querelle des bouffons”, la polemica durissima fra tradizione francese e musica italiana che segnò un punto di svolta non solo nella storia della musica ma nell’evoluzione dell’illuminismo (Rousseau si schierò sul fronte italianofilo e compose un’opera, “Le Devin du Village”, di stile pergolesiano, oltre che un breve trattato di estetica, “Lettre sur la Musique”). La “querelle” influenzò la musica e la politica, anche al di là del Reno. Pergolesi era morto di tisi a Pozzuoli da circa tre lustri, ma la sua musica e la sua leggenda (recenti analisi hanno concluso che solo otto dei 21 pezzi utilizzati da Stravinskij per il suo “Pulcinella”, ufficialmente basato su trascrizioni da Pergolesi, sono stati composti dalla jesino) non scomparvero con lui. Non solo le edizioni critiche e le esecuzioni avviate a Jesi ci permettono di qualificarlo come un “anticipatore”, ma la frequenza con cui le sue composizioni vengono utilizzate come musica da film (non solo in Europa occidentale ma anche negli Usa e in Russia) ci fornisce la definitiva conferma che questo malaticcio autore della prima metà del Settecento sa parlare anche al grande pubblico dei nostri giorni.

(Hans Sachs) 15 mag 2009 11:49

giovedì 14 maggio 2009

L’INCREMENTP E’ FISIOLOGICO NELLA FASE RECESSIVA. Il tempo 14 maggio

I dati record del debito pubblico devono preoccupare famiglie ed imprese ed aumentare la già elevata avversione al rischio? Devono fare perdere il sonno ai dirigenti della Ragioneria Generale dello Stato e del Dipartimento del Tesoro. Credo sia bene esaminarli alla luce della teoria economica e di un raffronto comparato con altri Paesi. Veniamo, in primo luogo, al debito pubblico; è un incremento fisiologico in una fase come l’attuale caratterizzata da una recessione. Tuttavia, l’andamento del debito pubblico italiano va considerato tenendo presente due elementi: a) è in grandissima misura nelle mani di italiani (individui od imprese o intermediari finanziari); b) è finanziato grazie all’alto tasso di risparmio degli italiani (attorno al 16% del reddito disponibile: In effetti, l’alto debito pubblico e l’elevato saggio di risparmio sono due volti del medesimo fenomeno, sottraendo dallo stock di debito pubblico, lo stock di risparmio privato si giunge ad una cifra tutto sommato gestibile (meno del 60% del pil). A titolo d’esempio si può guardare all’andamento del debito totale Usa (finanziato in gran misura dell’estero): sommando individui, imprese, settore finanziario e pubblica amministrazione) siamo, anche a ragione di salvataggi e nazionalizzazioni, a 300% del pil- il doppio del 150% riportato nel 1929 , alle soglie della Grande Depressione.
E’ un risultato della virtù dei singoli o delle famiglie od anche della politica. Da valutare l’andamento del credito totale interno rispetto al pil nominale dal 1997 al 2007 – ossia il decennio detto della “grande moderazione” precedente la crisi in corso. Mostra come in Italia ci sia stata (quale che fosse il colore del Governo) una politica prudenziale rivolta, nel decennio, sia a contenere l’inflazione sia a mantenere la crescita. La virtù privata, quindi, ha trovato un cornice nelle politiche pubbliche, notevolmente superiore a quanto avvento in gran parte dei Paesi Ocse.
E la flessione delle entrate? Rispecchia la contrazione del pil dovuta alla recessione: la nostra struttura tributaria, basata su Ire e Iva, è molto elastica a reddito e valore aggiunto. Come si raffronta con il resto del mondo? In Italia si è applicata una strategia rigorosa di contenimento della spesa, anche in quanto non sono state necessari salvataggi e nazionalizzazioni. Per il 2009, i 20 maggiori econometrici internazionali stimano un rapporto tra disavanzo e pil al 4,5% mentre la media per i “grandi” Paesi Ocse è il 9%.
Sonni tranquilli? La situazione è delicata ma non occorre fare ricorso al Tavor. Basta la Melatonini.

mercoledì 13 maggio 2009

The Tuscan Convent Where Wagnerian Singers Are Trained Opera Today 12 maggio

In a convent in the lovely Tuscan country side, near Lucca (Giacomo Puccini’s birthplace) there is the Mount Graal.

The Tuscan Convent Where Wagnerian Singers Are Trained

Above: A scene from Elektra [Photo courtesy of Tiroler Festspiele Erl]


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As a matter of fact, if you go there you not meet neither Amfortas nor Gurmenanz , but young singers studying Wagnerian roles in the “Accademia di Montegral”. The Academy was established some 22 years ago by Gustav Kuhn (a very well-known Austrian conductor who specialized in Wagner and Strauss, but not disdain Mozart and Verdi). Kuhn also loves Italy where has been Artistic Director of the Rome Opera House, the Sferisterio Festival and a star of the Rossini Opera Festival and of the San Carlo Theatre in Naples. The Academy is financed by a local savings and loans association and by a number if Austrian firms. In the Convento dell’Angelo , both an impressive monastery built by the Padri Passionisti and a pleasant and peaceful environment in which the artists can concentrate on their work, there also an annual chamber music festival , organized with the support of Col-Legno records (www.col-kegno.com). The next festival runs from May 14 to May 18; it offers a combination of classical music (from Bach to Puccini) and contemporary authors (Eggert, Ligeti): on Sunday May 18th, the Holy Mass will be accompanied by Rossini’s Petite Messe Solennelle; for information, www.montegral.com. In the Summer, there is a Festival in Tyrol, in the spectacular Passion Music Center of the small town of Erl (80 km from Munich and also, but in a different direction, 80 km from Salzburg). For several year the main feature has been a low cost but good quality production of Wagner’s Ring (www.tiroler-festpiele.at) . Next July, the Gods and the Nibelungs will take a rest, but there will be an exciting new production of Strauss’ Elektra which, for the first time in years, will be performed without the usual deletions and abbreviations.

The other new production is Meistersinger von Nürnberg, directed and conducted by Kuhn The costumes will be designed by the artistic manager of the costume manufacturing Lenka Radecky A new member of the team is the international sought-after architect and stage designer Jaafar Chalabi whose works for the Company of Nacho Duato in Madrid, Paris and Moscow. Matthew Best, a Heldenbariton for the great Wagner and Strauss operas, will give his first Hans Sachs. Michael Baba will be heard as Walther von Stolzing. The cast of another leading part means a connection to Erl: the international acting singer Martin Kronthaler will return to his hometown and perform Sixtus Beckmesser in Wagner’s opera.

Giuseppe Pennisi

Passionsspielhaus-Erl.gifPassionsspielhaus Erl [Photo © TFE]
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martedì 12 maggio 2009

Verdi and Boito at the Rome Academy of Santa Cecilia — Angels and Demons in an Unusual Setting in Opera Today 12 maggio

Verdi and Boito at the Rome Academy of Santa Cecilia — Angels and Demons in an Unusual Setting
By sheer coincidence, the Academy of Santa Cecilia — one of the most authoritative symphonic orchestras in Europe — planned a rather unusual concert in the same days (May 3-7) when just in the very same auditorium there was the world première of a movie expected to be a Hollywood blockbuster — the thriller titled “Angels & Demons”.
Ludwìg van Beethoven: Symphony n. 1; Giuseppe Verdi: Te Deum; Arrigo Boito: Mefistofele Prologo in Cielo
Erwin Schott, bass; Donika Mataj, soprano. Orchestra and Chorus of the Accademia di Santa Cecilia Children Chorus of Accademia di Santa Cecilia e Teatro dell’Opera di Roma Band della Guarda di Finanza. Conductor: Antonio Pappano.
Above: Erwin Schott [Photo by Riccardo Musacchio and Flavio Ianniello]

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In addition, Maestro Antonio Pappano gave to the concert a title quite similar to that of the movie: “Angels & Demons”. This did ingenerate some confusion in the press. Opera Today seldom deals with symphonic concerts. However, this was a very special opportunity: an appetizer of what Pappano could do if he would conduct a fully fledged performance of Arrigo Boito’s Mefistofele. I do not know whether Pappano has ever conducted the full opera in a stage performance.
Mefistofele is an “opéra maudite”, viz . an opera over which a bad spell seem to hang . It was a fiasco when his 7-hours-plus first version was premiered on March 5 1868. It was a major hit when drastically revised, the present version (about two and a half hours of music) was stage on October 4 1875 in Bologna. This second version was successful nearly until World War Two. Then, it disappeared nearly all over. In the USA, I remember a good production constructed by the York City Opera around the bass Norman Triegle in the 1970s. In Italy, only a few conductors (Riccardo Muti, Stefano Ranzani, Nicola Colabianchi) appear to like it. A few years ago Mefistofele was produced at La Scala but only for a few performances. In 2005 it was on the stage of the small Maruccino theatre of a little provincial town, Chieti; there Maestro Colabianchi took up the challenge. A few months later, Maestro Muti conducted two open air concert performances of excerpts of the opera in Ravenna and Tunisia. In 2007, a glittering Giancarlo Del Monaco production inaugurated the season of the Palermo’s Teatro Massimo with Maestro Ranzani in the pit.
I consider Mefistofele an uneven masterpiece , the only real attempt - with the second part of Mahler’s Eighth Symphony - to capture the spirit of Goethe’s poetry. Of course, only an attempt due to the immensity of Goethe’s Faust. There are naïve parts and uncertainties - something rough, not fully polished. But this adds to its charm.
Even in the decades when Mefistofele was hardly seen on stage, “The Prologue in Heaven” was often performed as a concert piece. It is a 25 minutes superb summary of what will happen next in the opera. Maestro Pappano , and the orchestra and chorus of the Santa Cecilia chorus- as well as the Rome children chorus - provided a real heavenly panoply in the opening of the “The Prologue”. The trumpet fanfares were sumptuous, the percussion thunderous, the brass and harps angelic: the audience felt to be in the Celestial Heights. Then with arrival of the Uruguayan bass Elwin Schott and his sarcastic and burlesque “Scherzo” we were taken down- to Hell. Schott is a bass with a well-tempered timbre; his grumblings sound even more blasphemous than in Triegle’s or Furlanetto’s performances. Pappano , the orchestra and the double chorus reach solemnity in the “Chorus Mysticus” scene immediately followed by a sharp confrontation in the challenge scene to ascend again to Celestial Heights when the Cherubins arrive and chase the tempter. A vibrant full of fire conducting which makes me ask for more, for a full production. The concert hall has 2800 seats ; the audience was enthusiastic.
Mefistofele’s “Prologue” was precede by a rarely performed Verdi’s Te Deum . Verdi was a tormented atheist, whilst Boito was a deeply rooted and contented atheist. His Te Deum is a late composition - first performed in 1898 when he was well in his 80s. It was not an old man’s search for after-life-peace. With a bit of irony , Verdi wrote that it was meant as the Audience’s (with capital “A”) Thanksgiving for not having to listen to his opera any longer . Twenty years after his Requiem, Verdi is back in Church but once more, like in a melodrama his music deals with human, very human passions more than with Godly feelings. The Chorus is a grand-opera chorus counterpointed by a soprano voice and a masterly orchestration . Pappano is, first of all, an operatic conductor. Hence his highly dramatic.
The initial part of the concert was Beethoven’s First Symphony. Pappano lengthened the tempos: the symphony lasted nearly 45 minutes instead of the 30-35 in most recorded performances . He added pathos in the “adagio” and “andante con brio” but last the Haydn’s and Mozart’s XVII century elegance in the “minuetto”.
Giuseppe Pennisi

GLOBALIZZAZIONE, ORA SERVE DAVVERO, Il Tempo 12 maggio

Mentre la crisi finanziaria ed economica faceva temere la “de globalizzazione” (ove non di ritorno a frammentazione a ragione di protezionismi vecchi e nuovi), il mercato mondiale dell’auto è in grande ebollizione. In Germania, viene annunciata la fusione tra la Porsche (tradizionalmente legata alle marche di lusso) e la Volkswagen (la marca delle utilitarie), mentre la Bmw ribadisce il suo aristocratico distacco da “la danza dei suoi rivali”(secondo un banchiere tedesco). La Fiat-Chrysler, di cui Sergio Marchionne sarà verosimilmente l’amministratore delegato, punta non solamente alla Opec ma pure alla svedese Saab per creare un gruppo atlantico a vocazione mondiale.
Occorre porsi tre domande . Cosa ha innescato il riassetto di un settore in grandi difficoltà? Quale è il ruolo dell’industria italiana in questo processo? E quale il ruolo delle politica in queste settimane che precedono il G8 (ed anticipano un nuovo G20?
In primo luogo, la crisi è spesso la molla per darsi la mossa necessaria allo sviluppo. Nel settore dell’auto, la crisi è stata aggravata nel Michigan (non negli altri Stati Usa) dove sono entrate in gioco non solo determinanti industriali e gestionali ma anche la politica: forti contributi dei metalmeccanici alla campagna elettorale di Obama e concessioni salariali (e non solo) maggiori che nel resto degli Stati Uniti. La politica ha pure fatto sì che si trovasse un percorso differente da quello che sarebbe stato naturale: il fallimento di GM e Chrysler e la loro eventuale rinascita su basi nuove e sane.
In secondo luogo, l’industria italiana ha colto le “opzioni call” determinate da questa situazione. Analogamente con quanto tentò AirFrance-Klm nei confronti di Alitalia, la Fiat si è inserita nelle opportunità aperte dal collasso di “major” con sede centrale nel Michigan. Non è una strada del tutto spianata. Oltre alla difficoltà indicate su Il Tempo del 4 maggio si prospetta la necessità di una forte leva finanziaria, che potrebbe diventare pesante se l’iniezione di liquidità provocate dalle politiche della moneta e del bilancio attuate specialmente negli Usa e nel Regno Unito, innescheranno una nuova ondata d’inflazione (e relativi aumenti dei tassi d’interesse).
La politica (che ha avuto un ruolo nell’aggravare la situazione delle “major” del Michigan) ha adesso una funzione nel facilitare (invece che frenare od impedire) un riassetto che è essenzialmente una razionalizzazione. Non si tratta di dare contributi (diretti od indiretti) a questa od a quella azienda – o conglomerato- ma di impedire che una frenata della globalizzazione (od ancor peggio) una marcia indietro blocchino l’accesso ai mercati (quelli emergenti oppure appena emersi) dove nei prossimi 4 decenni ci sarà una domanda per 20 miliardi di auto. Ne sarebbero danneggiati tutti- in primo luogo i consumatori di India e Cina. Il G8 ed il G20 non possono marcare visita o trincerarsi in un assordante silenzio.

lunedì 11 maggio 2009

Perché dentro Fiat non tutti sono convinti delle strategie di Marchionne. L'Occidentale 11 maggio

Non tutta la alta dirigenza del Lingotto è convinta della strategia di aggregazioni internazionali perseguita dall’Amministratore Delegato della FIAT Sergio Marchionne. Ciò è normale all’interno di una grande azienda, anche di una, come l’industria metalmeccanica con sede centrale a Torino, dove, per tradizione e cultura, i movimenti frondisti non hanno mai avuto troppo spazio o voce.

In una fase in cui gran parte della stampa italiana elogia (correttamente) lo sforzo d’internazionalizzazione della FIAT (nonostante la recessione ed i segnali de-globalizzazione in atto) e stigmatizza i leader dei Länder tedeschi (specialmente nella Renania-Palatinato) che non vedono di buon occhio l’approdo del Lingotto dalle loro parti, vediamo quali sono le critiche principale che proprio ai tavoli del Whrist (l’elegante circolo a Piazza San Carlo) vengono sollevate:

La perdita di italianità della FIAT. A Torino ci sono voluti decenni per mandare giù il fatto che da “piemontese”, la FIAT fosse diventata “italiana”. Ora nonostante l’ "orgoglio nazionale" sottolineato dai media a supporto di una strategia positiva ed aggressiva in una fase di difficoltà economiche internazionali, molti dirigenti temono che anche “l’italianità” starebbe per sparire. La “strategia del ragno” di Marchionne sarebbe come quella del film di Bertolucci del lontano 1970 , nasconderebbe il nodo essenziale: dato che la FIAT Auto è la più piccola (in termini di produzione d’autovetture) tra le case automobilistiche di portata internazionale, la rete di alleanze, se si realizzerà, non avrebbe la propria testa ed il proprio cervello a Torino ma altrove , a Detroit o a Rüsselsheim. A riguardo si fa notare che nei suoi incontri con gli americani ed i tedeschi, Marchionne avrebbe sventolato il proprio passaporto canadese e fatto riferimento all’ormai storico accordo Usa.Canada sul mercato dell’auto del lontano 1965. In queste condizioni, è difficile pensare che lo “snellimento” di cui si parla in questi giorni non giungerebbe a toccare pure l’Italia e la stessa Mirafiori. Lo scorporo societario deliberato all’inizio di maggio sarebbe strumentale alla nascita di una multinazionale la cui sede centrale e direzionale sarebbe ancora oggetto di negoziato.

La leva finanziaria. Mentre la Chrysler viene acquisita a costo zero (tanto vale ciò che resta di un’impresa in amministrazione controllata e contabilmente già fallita se non fossero intervenuti i contribuenti Usa), l’acquisto dell’Opel e di altre attività GM richiederebbe un “prestito ponte” di 5-10 miliardi di euro (che si aggiungerebbe ad un debito consolidato FIAT stimato sugli 8-10 miliardi di euro). Ciò può parere sostenibile ai bassi tassi d’interesse attuali. I tassi resteranno a questi livelli?. Il debito totale Usa (individui, famiglie, imprese, settore pubblico) è pari a 3 volte il pil (nel 1929 era pari a una volta e mezzo il pil). Dal 1997, nei maggiori Paesi Ocse, il credito totale interno è cresciuto a tassi superiori a quelli del pil nominale. I grafici mostrano la montagna di debito di cui occorre sbarazzarsi. E’ verosimile che lo si faccia con un’ondata d’inflazione (come negli Anni Settanta) poiché in caso contrario si potrebbe aggravare la deflazione. Ove ciò avvenisse, le conseguenze sui conti della nuova multinazionale sarebbero gravissime. Forse fatali.

Le difficoltà a fondere le culture aziendali. E’ un nodo che il “canadese” multiculturale sottostimerebbe. Eppure con la GM c’è già stato un clamoroso divorzio in cui l’azienda di Detroit ha liquidato con 2 miliardi di euro i torinesi per di evitare la prosecuzione di un matrimonio tempestoso. Non solo, ma banchieri tedeschi che hanno vissuto sulla loro pelle l’operazione, sottolineano che le nozze tra Chrysler e Daimler –Benz (terminate in un divorzio) sono state uno psicodramma analogo alla trilogia di Antonioni sull’incomunicabilità (“L’Avventura”, “La Notte”, “L’Eclisse”).

Insomma c’è chi teme che questa avventura porti alla notte e all’eclisse. Il Lingotto verosimilmente ha risposte a queste inquietudini. Le dia non solo ai dirigenti FIAT ma a tutti gli italiani.

CLT - Scelsi, il musicista "dandy" che piaceva al giovane Andreotti Il Velino 11 maggio

Scelsi, il musicista "dandy" che piaceva al giovane Andreotti
Roma, 11 mag (Velino) - Il primo ottobre del 1947, l’allora ventottenne Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, scrisse una lettera di ringraziamento a un musicista “dandy” che avrebbe attraversato tutto il Novecento e che all’epoca era un quarantaduenne noto in un mondo (pure in un’Europa e in un’Italia distrutte dalla Seconda guerra mondiale), dove eleganza e sperimentalismo si coniugavano. Non era una lettera burocratica, il ringraziamento era sincero. E non riguardava né l’eleganza né lo sperimentalismo, ma il ruolo che il musicista “dandy” in questione aveva nei programmi radiofonici internazionali, non solamente quelli mirati agli italiani all’estero. Il musicista era Giacinto Scelsi e dallo scorso 6 maggio quella lettera può essere letta, assieme ad altre 16 mila, nell’archivio del compositore aperto al pubblico dopo anni di inventariazione. Giacinto Scelsi è oggi noto in Italia unicamente tra gli addetti ai lavori. C’è la Fondazione Isabella Scelsi, a Roma, animata da sua sorella e presieduta dal musicista e, sino a poche settimane fa direttore artistico del Teatro dell’Opera, Nicola Sani. E c’è una casa-museo, a via San Teodoro, con vista mozzafiato sul Foro, dove la scorsa settimana è stato appunto inaugurato l’archivio. Nel resto del mondo si fanno ancora rassegne in suo onore. Nel 2007, nell’ambito del Festival estivo di Salisburgo gli sono stati dedicati un’intera sezione e un intero spazio per concerti.

Nato nel 1905 a La Spezia e morto a Roma nel 1988, Scelsi ha attraversato tutto il Novecento, lasciando un marchio indelebile nella cultura musicale, nella vita artistica e in quella intellettuale. Rappresenta un caso a sé, ancora un enigma, nonostante la sua musica abbia influenzato intere generazioni in tutto il mondo. Di origine aristocratica, Scelsi ebbe una formazione scolastica e musicale inconsueta, con precettori privati e lezioni individuali. Nel corso della sua vita ha partecipato intensamente alle temperie artistiche e culturali del proprio tempo, legandosi a figure come Jean Cocteau, Henri Michaux, Virginia Woolf, Walter Klein e grandi interpreti quali Nikita Magaloff e Pierre Monteux. Una delle sue prime composizioni “Rotativa”, in prima mondiale nella Sala Pleyel a Parigi, diretta da Monteux, il 21 dicembre 1931, lo impose all’attenzione internazionale. Seguendo una peculiare ricerca musicale, non si preoccupò delle estetiche e delle mode a lui contemporanee che, nel corso del Novecento, lo hanno circondato nel loro spesso molto rapido avvicendarsi. Fortemente influenzato dal pensiero orientale, Scelsi utilizzava tecniche compositive tradizionali, suscitando ed esplorando problematiche oggi molto attuali: la centralità del suono, lo spiritualismo, il rapporto della musica con l’esoterismo e lo spiritualismo, le nuove tecniche elettroacustiche di produzione sonora, il superamento della scrittura musicale tradizionale, la virtualità, il rapporto con lo spazio.

Alla fine degli anni Trenta organizzò a sue spese una serie di concerti di musica contemporanea per fare conoscere giovani musicisti italiani e stranieri, fra i quali Kodaly, Meyerowitz, Hindemith, Schoenberg, Stravinskij, Schostakovitch, Prokofief, Nielsen, Janàcek, Ibert. Si allontanò progressivamente dall’Italia in seguito alle leggi razziali che rendevano difficili, ove non impossibili , i suoi contatti con i colleghi stranieri. All’inizio della guerra, si trovò in Svizzera, dove rimase per tutto il periodo del conflitto e dove si sposò con Dorothy-Kate Ramsden, cittadina inglese. Nonostante gli anni difficili, continuò una intensa attività culturale, sia poetica sia compositiva, iniziando un lavoro di tipo teorico fondamentale per gli sviluppi futuri della propria musica. Dedito anche alla produzione letteraria, si interessò intensamente alle arti visive, in particolar modo all’arte informale, che sostenne attivamente attraverso la creazione della Rome-New York Art Foundation. La sua opera è difficilmente classificabile, tesa ad esplorare e catturare un suono nuovo, al di fuori del tempo ma al tempo stesso vivo, presente, moderno: un suono da inseguire nelle sue infinite metamorfosi.

Scelsi è stato anche uno straordinario collezionista. L’apertura al pubblico dell’archivio è un avvenimento di grande rilievo per il mondo della musica e della cultura. Il lavoro di riordino, inventariazione e catalogazione, realizzato dalla Fondazione Isabella Scelsi in collaborazione con il ministero per i Beni e le attività culturali, l’assessorato alla Cultura della Regione Lazio e l’Istituto Centrale per i beni sonori ed audiovisivi (Discoteca di Stato), rende oggi accessibili oltre 16 mila documenti di estremo interesse musicale e musicologico che permettono di approfondire la ricerca sul panorama culturale italiano e internazionale del Novecento. La documentazione, reperita all’indomani della morte di Giacinto Scelsi tanto nella casa di via San Teodoro quanto nell’appartamento di viale Mazzini, è stata salvata da rischi di dispersione e distruzione, venendo raccolta in casse e valigie dopo che è stato redatto un sommario elenco di consistenza.

Dichiarato “di notevole interesse storico” dalla Soprintendenza archivistica per il Lazio nel luglio 2000, l’archivio è stato oggetto di una complessa attività di riordinamento e inventariazione in cui le carte di carattere personale sono state raggruppate a formare un archivio privato, mentre le partiture e la documentazione sonora hanno dato vita a un archivio musicale. È stata aggiunta una sezione bibliografica in cui sono raccolti saggi, studi e articoli concernenti Scelsi. Tra le serie dell’archivio privato, di particolare rilievo sono la “Corrispondenza” che documenta l’ampiezza dei contatti scelsiani con personalità del mondo musicale e artistico; la “Rassegna stampa” che riflette l’accoglienza riservata dalla critica alle partiture del compositore; gli “Scritti filosofici e poetici” che raccolgono appunti, abbozzi, riflessioni sulla musica, nonché le prime stesure manoscritte e dattiloscritte della produzione poetica del maestro, svolta con continuità parallelamente a quella compositiva.

L’archivio musicale è invece soprattutto incentrato sulle partiture di Scelsi e comprendono manoscritti, edizioni a stampa, copie eliografiche, versioni preparatorie con annotazioni autografe, lucidi: uno straordinario complesso di 1.177 pezzi, in buona parte ancora inediti. L’archivio musicale include anche un gran numero di nastri magnetici, di cui 270 contengono le improvvisazioni di Scelsi all’ondiola o al pianoforte e circa 300 le registrazioni da lui effettuate da dischi o dalla radio. È presente anche una raccolta di cd comprendenti incisioni discografiche di musiche effettuate non solo in studio, ma anche dal vivo, per lo più nel corso del Festival Scelsi, tenutosi nel 2005 in occasione del centenario della nascita del compositore. Tra i cd va menzionato la “Scelsi Collection”, la collana, arrivata già al quarto numero, promossa dalla Fondazione Scelsi in collaborazione con la casa discografica Stradivarius, che si propone di realizzare l’incisione integrale delle composizioni del maestro. Tutto questo materiale risulta accessibile tramite un software open source appositamente creato e che presenta un’interfaccia amichevole con la possibilità di effettuare una ricerca secondo due distinte modalità: una di tipo generale, estesa a tutte le serie archivistiche, un’altra più mirata, ristretta a una o più sezioni dell’archivio stesso.

Molto resta però ancora da fare, non solamente sotto il profilo musicologico. Ad esempio occorre riordinare e catalogare l’archivio fotografico: settemila pezzi tra lastre, negativi, stampe, diapositive, album. Si dovrà, poi, catalogare la biblioteca personale di Giacinto Scelsi che costituisce una fonte di particolare interesse per la presenza su molti volumi di annotazioni autografe e per l’influsso che tali testi, specie quelli legati alle filosofie orientali, hanno avuto sulla sua attività creativa. Chissà se il senatore Andreotti abbia presente quella lettera del primo ottobre 1947. Di sicuro, ricordare Scelsi significa tornare con la mente agli anni di “Scuscià” e “Paisà”, quando era ancora possibile coniugare eleganza e sperimentalismo.

(Hans Sachs) 11 mag 2009 09:50

sabato 9 maggio 2009

FIRENZE E MEHTA SONO TORNATI AL RING TRENT’ANNI DOPO, Il Domenicale 9 maggio

Per toccare con mano quanto è cambiata l’Italia negli ultimi trent’anni è utile mettere a confronto le due edizioni del wagneriano “Anello del Nibelungo” (in gergo il Ring) presentate a Firenze: Il direttore musicale di tutte e due è Zubin Mehta. La prima, nel 1979-81, è stata allestita da una squadra che ancora domina il panorama italiano: Luca Ronconi (regia) e Pier Luigi Pizzi (scene e costumi). La seconda da un gruppo d’avanguardia catalano, ritenuto sino ad una diecina di anni fa eversivo (sotto il profilo teatrale), La Fura dels Baus. Della prima non resta né un DvD né un Vhs e neanche una registrazione: unicamente un bel libro di fotografie. Ora che si è completato il ciclo delle quattro opere, con Götterdämmerung, in prima mondiale il 29 aprile (compleanno di Mehta) a Firenze per approdare, poi, a Valencia in giugno (il cui teatro la coproduce), la seconda è destinata alle grandi reti televisive ed ai Dvd. Dal vivo il Ring italo-spagnolo si potrà gustare integralmente a Valencia in luglio e di nuovo a Firenze nella primavera del 2013 in occasione del bicentenario della nascita di Richard Wagner.
L’edizione del 1979-81 era stata concepita per La Scala, dove andò in scena unicamente un’opera nel 1975 ma l’intrapresa venne interrotta poiché considerata troppo “rivoluzionaria” . Venne ripresa a Firenze dopo che nel 1976, in occasione del centenario del primo festival wagneriano, l’allora giovanissimo Patrice Chéreau ed uno degli astri della musica contemporanea Pierre Boulez compirono un’operazione ardita: trasferire l’azione dalla Germania mitologica all’inizio dell’industrializzazione trionfante e stringere i tempi musicali per evidenziare quanto di Novecentesco (ivi compresi i germi della dodecafonia) ci fosse nel Ring .Lo spettacolo si può gustare ancora in un ottimo cofanetto Dvd della Deutsche Grammophon. L’allestimento di Ronconi, Pizzi e Mehta prende l’avvio dalla lezione di Chéreau – Boulez ma sotto il profilo drammaturgico enfatizza molto più gli aspetti socio-politici: quasi interamente in interni siamo in un mondo guglielmino in fase di dissoluzione – fin troppo evidenti i riferimenti ad un’Italia in cerca di una palingenesi: tra la prima e la seconda parte della tetralogia avvenne l’ancora misteriosa strage alla stazione di Bologna. Mehta non segue Boulez, ma piuttosto Furtwängler (quello del mirabile Rai Ring perché registrato nel 1953 a Roma nell’auditorio della Rai) ; un piglio drammatico ed eroico (non aiutato da tutti i cantanti; Jean Cox, Sigfrido, aveva già superato il capolinea).
Sotto il profilo dell’allestimento scenico e della regia, il “Ring” di Firenze e Valencia ed in particolare il “Götterdämmerung” che ne segna la trionfante conclusione (15 minuti di applausi dopo sei di spettacolo e prima di una cena per il compleanno di Mehat) sono una Gesmtkunswerk (opera d’arte totale, nel lessico wagneriano): cinematografia, anche a tre dimensioni, proiezioni computerizzate, mimi, azione coreografica in scena e sinfonismo continuo nel golfo mistico, vengonoi utilizzati in ì integrato con effetti speciali che superano quelli dei più avanzati film di Hollywood. In equilibrio tra fantascienza e poesia, ciò rispecchia la visione wagneriana di un’opera irrepetibile, lanciata verso il futuro. La lettura del mito è moderna, senza orpelli socio-politici. Il tema unificante della tetralogia è in versi scritti da Wagner non ancora trentenne per il lavoro (che aveva già in mente) ed espunti dalla versione finale: “Se passò come un soffio la stirpe degli dei/ se torno a lasciare il mondo senza Signore/ al mondo mostro ora il tesoro del mio più sacro sapere/Non valori, non ori, neppure la magnificenza degli dei;/ né casa né corte/ né l’altero splendore/ né il falso legame/né i torbidi patti/ neppure la dura legge d’ipocrite abitudini/fortunati nella gioia e nel dolore/ Lasciate esistere solo l’amore”. Un tema unificante, quindi, filosofico e se vogliamo religioso. Che ben si adatta alla lettura sia eminentemente lirica di Mehta (molto differente da quella del 1979-81) ed ad un cast vocale effettivamente all’altezza.
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Pochi sanno che da oltre vent’anni il fior fiore dei cantati wagneriani viene formato in Italia nell’Accademia Montegral situata nel Convento dell’Angelo nelle ridenti colline nei pressi di Lucca. L’Accademia, fondata e diretta da Gustav Kuhn (uno dei maggiori concertatori wagneriani viventi), è finanziata da alcune aziende austriache e dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Lucca. Ha un festival annuale (il prossimo è dal 14 al 18 maggio) nel Convento dove si coniuga musica “storica” (da Bach a Puccini) con contemporaneità (Eggert , Ligeti); si conclude la domenica mattina con la celebrazione dell’Eucarestia (quest’anno accompagnata dalla rossiniana “Petite Messe Solennelle”); per informazioni, www.montegral.com o 0583 406300. Segue un festival estivo nel Tirolo , a Erl, dove per diversi anni è stato messo in scene l’intero Ring in un allestimento a basso costo ma modernissimo; nel luglio 2009, le opere in cartellone sono “I Maestri Cantori di Norimberga” di Wagner ed “Elektra” di Strauss ed una ricca serie di concerti (www.tiroler-festpiele.at) . Numerosi cantati addestrati al Convento dell’Angelo e lanciati a Erl solcano i palcoscenici di Vienna, Berlino, Londra e New York; tra essi alcuni giovani italiani wagneriani come Duccio Dal Monte ed Elena Comotti d’Adda. Pochi Sovrintendenti italiani pare se ne siano accorti.

A FIRENZE IL “CREPUSCOLO” DIVENTA ACROBATICO, Milano Finanza deòl 9 maggio

Con Götterdämmerung (Il Crepuscolo degli Dei) , in scena a Firenze sino al 9 maggio ed a Valencia in giugno e luglio, si conclude la nuova produzione del wagneriano “Anello del Nibelungo” curata da la Fura dels Baus ed iniziata a Firenze nel giugno 2007: circa 15 ore di musica in quattro opere. “L’Anello” è una complessa saga cosmica (dalla nascita alla fine del mondo) con oltre 30 protagonisti ed un enorme organico orchestrale. “Il Crepuscolo” tiene gli spettatori in teatro dalle 18 alla mezzanotte circa. Due altre produzioni importanti de “L’Anello” si concludono in queste settimane : quella de La Fenice-Colonia (in chiave politica) e quella di Aix-Salisburgo (in chiave intimista).
L’allestimento de la Fura dels Baus si distingue dagli altri in quanto è un esempio, forse il più completo sino ad oggi, di teatro totale in cui, non solo grazie ai sovratitoli si comprende ogni parola, ma musica e dramma sono coniugati con alta tecnologia (da proiezioni anche tridimensionali su dieci enormi schermi ad effetti speciali da film hollywoodiano), con acrobazie, con movimenti coreografici. Tecnologia, acrobazie e movimenti coreografici non solo rispettano la complessa partitura ma sono studiati in modo da esaltarla e da meglio far intendere i complicati intrecci tematici. Per sei ore (intervalli compresi) lo stupore degli spettatori non ha soluzioni di continuità. Lo spettacolo (che sarebbe potuto scivolare nel cattivo gusto) coglie e mantiene un delicato equilibrio tra fantascienza e poesia, dando rilievo ai momenti intimistici ma voltando la spalle a letture politico-sociologiche.
Zubin Mehta , che circa trenta anni fa, proprio a Firenze, aveva curato la direzione musicale di un “Anello” memorabili (regia Ronconi, scene e custodi Pizzi), fornisce una interpretazione musicale eminentemente lirica (differente da quella drammatica dell’edizione fiorentina fine Anni 70). Molto buono il cast vocale internazionale, specialmente il prestante Lance Ryan (Sigfrido), la svettante (negli acuti) Jennifer Wilson (Brunilde), la sensuale Bernardette Flaitz (Guttrune), nonché il Gunter di Stefan Stoll e l’Hagen di Hans-Peter Köning.

venerdì 8 maggio 2009

Riasseto del mercato, quando serve la Politica, Ffwebgazine 8 naggio

La politica – quella con la “P” maiuscola – ha o non ha un ruolo da svolgere nel riassetto del mercato mondiale di cui la Fiat è in questi giorni diventata uno dei protagonisti (anche se non l’unico)? È interrogativo doveroso. Anche e soprattutto per gli economisti che credono nel mercato ma ne conoscono le imperfezioni e sono ugualmente consapevoli di quelle del non-mercato. In primo luogo, è utile ricordare che la Fiat ha avuto nel proprio sviluppo storico e anche nella sua evoluzione più recente un forte supporto della politica. Non è questa la sede per esprimere un giudizio di merito. Già nel lontano 1986, il Premio Nobel Leontieff, chiamato dal Governo italiano dell’epoca a collaborare (nella veste di alto consulente) al piano generale dei trasporti, rilevò come il trasporto su merci nel nostro paese fosse stato orientato all’80% su gomma, lasciando alla rotaia una percentuale inferiore a quella del resto d’Europa, in quanto considerato strumento essenziale di una politica industriale che puntava sulla metalmeccanica. Più di recente, incentivi diretti hanno promosso la messa in atto degli stabilimenti Fiat nelle aree del Mezzogiorno; incentivi indiretti hanno dato sostegno generale alla domanda interna di automobili tramite varie forme di rottamazione. In secondo luogo, gli affanni delle major americane sono pure esse il risultato della politica, pur se non necessariamente di quella con la “P” maiuscola.

In Italia, pochi sanno che i problemi di Chrysler e Gm sono particolarmente acuti negli Stati dell’Unione che si bagnano sul Lago Michigan, specialmente in quello che dal lago prende il nome. Là è potentissima la United Auto Workers (Uaw), il sindacato la gestione del cui fondo pensione (contornata di fatti di cronaca nera) è stata il tema di un film di successo pure in Italia. La Uaw è stata uno dei maggiori contributori finanziari alla campagna elettorale di Barack Obama, il quale ha pagato pegno due volte: prima favorendo (e benedicendo) una contrattazione integrativa iper-generosa (differente da quella negli altri Stati dell’Unione) e poi utilizzando le casse dello Sato per un accanimento terapeutico mirato a tenere in vita imprese per le quali la logica finanziaria e il diritto commerciale Usa avrebbero richiesto una procedura fallimentare e una rinascita su nuove basi.La politica – tanto con la “P” maiuscolaquanto con la “p” minuscola – sono state all’origine dei successi di alcuni players e dei disastri di altri. Lo sappiano i colleghi economisti che hanno intonato un coretto a cappella con il ritornello: “giù le mani dalla politica” (nel riassetto in corso). In Italia, la “Politica” ha alcuni obblighi specifici nei confronti di tutti gli italiani: ricordare al Lingotto (come ha fatto il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scaiola) che la riorganizzazione non deve avere implicazioni occupazionali negative, specialmente nel Sud. La “Politica” italiana ha anche un dovere nei confronti proprio della Fiat (oltre che di tutti gli italiani): nella veste di presidente del G8 deve fare sì che il Governo Usa controlli i propri pruriti protezionisti e faccia parte di una vasta strategia del mondo occidentale perché Cina, India ed altri paesi , una volta chiamati “emergenti” aprano i loro mercati.

Sul nostro webmagazine abbiamo riportato i dati del Fondo Monetario secondo cui 19 dei 26 miliardi di nuove auto che il mondo richiederà tra il 2005 ed il 2050 saranno per gli “emergenti”. Proprio in questi giorni, tre storici dell’economia di livello – William Hynes del Wadham College, David Jacks della Simon Fraser University, e Kevin O’ Rourke della Università di Dublino – hanno completato un saggio (Nber working paper No. W14767) in cui ricordano come la disintegrazione del commercio nel periodo tra le due guerre mondiali è stata creata non dall’aumento dei costi di trasporto ma dalla politica – dal protezionismo politico. Uno studio congiunto di Fondo Monetario e Banca Centrale Europea (Nber working paper No w14916) definisce livelli di soglia minimi per l’integrazione finanziaria ed economica al di sotto dei quali si va nel baratro della frammentazione dei mercati. Se il G8 (ed il G20) abbassano la guardia o si limitano a prediche inutili, la rete di acquisizioni, partecipazioni ed alleanze che sta tessendo il Lingotto potrebbe franare di fronte a barriere doganali e contingentali e ad ostacoli non tariffari al commercio. In altri termini, se sarà solida dal punto di vista industriale e finanziarie, la rete avrà bisogno della Politica per avere accesso ai mercati di sbocco. Il silenzio della Politica sarebbe assordante.8 maggio 2009

giovedì 7 maggio 2009

Musica, tanta passione in Italia per Wagner , Il Velino 7 maggio

Musica, tanta passione in Italia per Wagner
Roma, 7 mag (Velino) - “Il Crepuscolo degli Dei” ha appena trionfato a Firenze. Se ne annuncia un nuovo allestimento (di lusso) a La Fenice per fine giugno. Il “Lohengrin” con cui Palermo ha inaugurato la stagione il 24 gennaio, sarà presto a Genova e pare sia molto richiesto all’estero. Il “Tristano e Isotta” scaligero del Sant’Ambrogio 2007 ha collezionato premi Abbiati (gli “Oscar” della lirica) ed è stato ripreso, a grande richiesta, pochi mesi fa a Milano. La Scala ha annunciato una nuova edizione della tetralogia de “L’Anello del Nibelungo” a partire dalla prossima stagione. In breve: in Italia si sta assistendo a un rilancio di Richard Wagner. Si prevede inoltre che almeno quattro differenti allestimenti della tetralogia si confronteranno nei teatri della Penisola nel 2013, in occasione del bicentenario della nascita di Richard Wagner, con grande gioia degli appassionati del compositore tedesco. La principale associazione wagneriana in Italia ha la propria base a Venezia presso il Centro Europeo di Studi e Ricerche Richard Wagner. A lungo poco notata, è adesso in pieno sviluppo. Organizza tutto l’anno mostre, conferenze e viaggi, che sarebbe più appropriato definire “pellegrinaggi”, al Festival di Bayreuth, nonché un seminario con concerto a Venezia ogni 13 febbraio, data in cui nel 1883 Wagner morì a Palazzo Vendramin Calegi sul Canal Grande.

Anche tra i wagneriani italiani, però, pochi sanno che da oltre vent’anni il fior fiore dei cantanti per il musikdrama del loro compositore più amato viene formato in Italia nell’Accademia Montegral situata nel Convento dell’Angelo nelle ridenti colline nei pressi di Lucca. L’Accademia, fondata e diretta da Gustav Kuhn (uno dei maggiori concertatori wagneriani viventi), è finanziata da alcune aziende austriache e dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Lucca. Ha un festival annuale (il prossimo è dal 14 al 18 maggio) nel Convento, dove si coniuga musica “storica” (da Bach a Puccini) e contemporaneità (Eggert e Ligeti), che si conclude la domenica mattina con la celebrazione dell’Eucarestia quest’anno accompagnata dalla rossiniana “Petite Messe Solennelle (per informazioni www.montegral.com).

Seguirà quindi un festival estivo nel Tirolo, a Erl, dove per diversi anni è stato messo in scene l’intero “Anello del Nibelungo” in un allestimento a basso costo ma modernissimo e ripreso in uno dei maggiori festival spagnoli. Nel luglio 2009, le opere in cartellone alla manifestazione austriaca saranno “I Maestri Cantori di Norimberga” di Wagner, “Elektra” di Strauss e una ricca serie di concerti (per il programma completo www.tiroler-festspiele.at). Numerosi cantanti addestrati al Convento dell’Angelo e lanciati a Erl solcano i palcoscenici di Vienna, Berlino, Londra e New York. Tra loro alcuni giovani italiani wagneriani come Duccio Dal Monte ed Elena Comotti d’Adda. Pochi sovrintendenti nostrani pare se ne siano accorti. Kuhn ha fondato l’Accademia in Italia perché ama il Belpaese: è stato direttore musicale, tra l’altro, del Teatro dell’Opera di Roma e dello Sferisterio Festival di Macerata e spesso bacchetta al San Carlo e alla Scala. Impossibile, quindi, non suggerire ai wagneriani italiani un pellegrinaggio più casalingo ma di certo affascinante al Convento dell’Angelo in Lucchesia.

(Hans Sachs) 7 mag 2009 17:33

martedì 5 maggio 2009

DONNE E POTERE, Il Foglio del 6 maggio

Trenta anni fa, la scrittrice Catherine Clément, allieva di Claude Lévi-Strauss pubblico, per i tipi di Grasset, un libro di successo in Francia (e non solo) : “L’Opéra ou La Défaite des Femmes” (“L’opera ovvero la disfatta delle donne”). L’Italia è stato uno dei pochi Paesi dove, che io sappia, non è giunto in traduzione; eravamo già più emancipati dei nostri cognati francesi. Il volume è un’interpretazione della librettistica – dalle origine al Novecento – per dimostrare come nel teatro in musica le donne siano costantemente vittime: termina con un “elogio del paganesimo” poiché la determinante sottostante della “disfatta” sarebbe la religione che, declinata in più maniere, vuole la donna “sottoposta”, “sottomessa” e “sconfitta” anche sulla scena e nel golfo mistico.
Per mera coincidenza esce in un libro collettaneo (“Antinomies of Arts and Culture”, Duke University Press), un saggio di uno dei maggiori specialisti di arte cinese, Gao Minglu, ora all’Università di Pittsburg (“Particular Time, Specific Space, My Truth”) il quale confuta l’assunto: neanche in Cina (dove la donne hanno guadagnato l’accesso all’indipendenza economica ed all’istruzione superiore, molto più tardi che in Europa ed in America), nelle arti (in quelle sceniche in particolare) non sono mai rimaste indietro- né nella cultura tradizionale né nella modernizzazione in corso (in varie forme e guise) sin dagli Anni Venti.
Senza scomodare le analisi di Gao Minglu, basta andare a teatro in questi giorni per ascoltare e vedere tre spettacoli che smentiscono apertamente la Clément. In primo luogo il nuovo fantasmagorico allestimento de “Il Crespuscolo degli Dei” di Wagner che, curato dalla Fura dels Bua e guidato dalla bacchetta di Zubin Mehta, ha debuttato a Firenze (dove è in scena sino al 9 maggio) e si potrà gustare a Valencia in giugno e luglio – prima di riaverlo a Firenze per il bicentario della nascita dell’autore. Circa un terzo del lavoro di Catherine Clément (da p.265 a p.330) è dedicato alle donne “perdenti” nella tetralogia wagneriana - uno psicodramma di stupri in famiglia. Nella quattro opere c’è indubbiamente un bel po’ di sesso- sempre molto consenziente (nei 45 minuti finali di “Sigfrido” è la donna a mostrare al ragazzo come si fa). Nell’ultima scena de “Il Crepuscolo” è chiaro chi ha il coltello dalla parte del manico: d’un sol colpo, Brunilde attizza la pira che distruggerà il Regno terreno, farà dissolvere gli Dei, straripare il Reno e la libererà di tutti i suoi avversari. Sigfrido, pur svezzato rispetto alla puntata precedente, è un fragile virgulto: appena arrivato a palazzo reale, fa la doccia e si getta (senza successo) su Gutrune; le ninfe lo stuzzicano ma va in bianco. Ancora peggio per gli altri “maschioni” del palazzo: intrigano tanto da imbrogliare pure se stessi, uno uccide l’altro ed il sopravvissuto viene gentilmente affogato dalle deliziose ninfe.
A Venezia ha debuttato un nuovo allestimento di “Maria Stuarda” di Gaetano Donizetti (che andrà anche a Trieste, Palermo e Napoli). Parte della “trilogia delle Regine Tudor”, si svolge in un immenso labirinto dove il confronto è tra Elisabetta I e Maria di Scozia: si contendono non solo il potere ma anche Leicester (da portarsi sotto le lenzuola). La partitura è ancora più chiara del libretto: Elisabetta è un contralto e Maria un soprano “assoluto” (voci forti per forti personalità) mentre il contino è quasi un tenore di grazia (come si addice a chi è mero oggetto, di potere e di sesso).
Ancora più palese “La Dama di Picche” di Peter I. Tchiacovsky , in generale comunque poco interessato al genere femminile. Tra tanti personaggi, la protagonista assoluta è la vecchia Contessa che conosce la combinazione segreta per vincere al tavolo da gioco. Canta poco ma è sempre presente in spirito e tira le fila di tutto e di tutti. A Torino, il ruolo è affidato alla 75nne Anja Silja che di potere se ne intende. Già in carriera a 18 anni, la ricordo nel 1963 nel ruolo di Isotta al Teatro dell’Opera di Roma. Il regista era Wieland Wagner (notoriamente suo amante), il maestro concertatore André Cluytens (anche lui suo amante), Stava per sposare il direttore d’orchestra Cristoph von Donánhyi (da cui ebbe tre figli): Le chiesi se non si sentisse in imbarazzo: mi rispose che stava provando “Capriccio” di Richard Strauss , la cui protagonista , vedovella trentenne, si porta a letto, contemporaneamente, due ventiquattrenni. Mentre, al suono dell’arpa, cala il sipario.

AL G8 DE L’AQUILA L’ITALIA E’ OBBLIGATA A SPENDERE LA SUA MONETA PIU’ FORTE, L'Occidentale del 5 maggio

C’è un campo in cui al prossimo G8 de l’Aquila, l’Italia si presenta in posizione relativamente forte: la politica di bilancio e della moneta. Non siamo necessariamente in una posizione comparativamente buona esclusivamente a ragione delle nostre virtù. Lo siamo anche a causa dei vizi del passato che non ci hanno concesso di mettere il piede sull’acceleratore (tanto quanto hanno fatto e stanno facendo gli altri). Lo siamo pure a motivo di un sistema bancario che negli ultimi tre lustri è passato da circa 600 istituti di credito a cinque poli ma, pur avendo scoperto “la banca universale” ed il “bancassurance”, è rimasto ancorato alle vecchie tradizioni dei nostri padri e madri alla ricerca di impieghi “di tutto riposo”. Lo dicono, in primo luogo, i numeri. Mentre mediamente, secondo stime dell’Economist Intelligence Unit, i Paesi “avanzati” ad economia di mercato chiuderanno l’esercizio finanziario in corso con un indebitamente pubblico netto pari al 9% del pil, noi sforeremo forse solo di qualche punto percentuale il fatidico – per utilizzare il lessico di un tempo- 3% del “patto di crescita e di stabilità”. Non abbiamo potuto attuare politiche di bilancio espansioniste perché non ce lo consente il nostro elevato stock di debito pubblico (quasi il 106% del pil), un vulcano sempre sul punto di andare in eruzione causando crisi di liquidità ove non insolvenze . Soprattutto, però, non siamo stati costretti a dilatare la nostra spesa pubblica (proprio mentre la crisi della produzione e dei consumi mordeva sulle entrate) per effettuare salvataggi di banche grandi e piccole o per correre in aiuto ad imprese (si veda il caso dell’auto negli Usa) sul punto di portare i libri in tribunale.
Questa posizione relativamente forte (nonostante le debolezze strutturali del nostro sistema economico) ci dà modo di parlare con autorevolezza non solamente perché siamo i padroni di casa ma perché oggi abbiamo una casa comparativamente più ordinata di quella di altri.
Come spendere questa autorevolezza? In primo modo, facendo domande, garbate ma puntuali, che altri hanno difficoltà a formulare. L’interrogativo che tutti-si-pongono-ma-che-nessuno.-vuole-profferire riguarda i costi (oltre che i rischi) di una politica Usa che sta raddoppiando ogni sei mesi la base monetaria. E’ competenza – diranno i giuristi- della Federal Reserve non della Casa Bianca. Non c’è dubbio, però, che, dopo avere agevolato una fase di esuberanza irrazionale (per mutuare il lessico da Robert Schiller) l’attuale Federal Reserve è una Giovanna d’Arco con la lancia spezzata e che ascolta non “le voci” ma “la voce” che dal n.1600 di Pennsylvania Ave- N.W di Washington gli chiede di fare di tutto per rilanciare l’economia. Non stiamo certamente cadendo nell’errore della politica restrittiva che scatenò la Grande Depressione degli Anni Trenta. Si sta, però, probabilmente eccedendo sull’altro versante senza troppo curarsi del fatto che l’inflazione è la più ingiusta delle tasse poiché colpisce più che proporzionalmente le fasce a reddito basso e che i disavanzi oggi sono lo stock di debito di domani che le nuove generazioni dovranno rimborsare.
In secondo luogo, possiamo, e dobbiamo, spendere la nostra autorevolezza in materia di riassetto del sistema monetario internazionale. Il nodo non è la moneta mondiale virtuale, oppure un rilancio dei Dsp (diritti speciali di prelievo – la valuta scritturale istituita negli Anni 70 e creata dal Fondo monetario) quanto le nuove regole e, soprattutto, le nuove prassi di funzionamento dei flussi finanziari e della pertinente vigilanza. Il gruppo di lavoro istituito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ha prodotto testi, ancora coperti di riserbo, ma che hanno avuto una larga base di consenso ad una riunione a porte chiuse tenuta il 18 aprile all’Hotel Adlon di Berlino.
In terzo luogo, dobbiamo fare attenzione (in effetti il termine più appropriato sarebbe “vigilare”) sui progetti di riforma del Fondo monetario e della Banca mondiale. L’aumento dei diritti di voto di Paesi un tempo chiamati emergenti minaccia di ridure i nostri. E con essi i seggi nel CdA delle due istutizioni.

STAMPA SCRITTA: OCCORRE UNA TEORIA Formiche maggio

La stampa scritta è in pericolo. Negli ultimi cinque anni, il margine operativo lordo di The Washington Post ha segnato una flessione del 25% e quello del New York Times del 50%. Il Chicago Tribune, il Los Angeles Times ed altre sei testate un tempo importanti hanno dichiarato fallimento. La chiusura di giornali, anche piccoli, scalfisce ed incrina uno dei beni pubblici per eccellenza: la democrazia. Lo diceva Thomas Jefferson oltre 200 anni fa e lo dimostra oggi un’analisi empirica recente della Università di Princeton : la morte per inedia, a fine 2007, del piccolo Cincinnati Post (una circolazione di appena 27.000 copie) ha comportato una riduzione della partecipazione alle elezioni nei quartieri dove il quotidiano era più letto, nonché la sconfitta sistematica dei canditati a incarichi municipali residenti nei quartieri medesimi. Quasi in parallelo, uno studio comparato della University of Virginia, mostra che, in 115 Paesi (sull’arco di venti anni), c’è un forte nesso tra investimenti diretti dall’estero, progresso tecnologico e libertà di stampa.
Pullulano proposte . Per noi economisti, molte di queste proposte hanno un difetto: non si fondano su una teoria economica solida del giornalismo. In politica economica, e nelle politiche pubbliche settoriali, le carte vincenti non sono quelle estemporanee ma basate su una teoria rigorosa.
Un appello in tal senso viene dalla Vecchia Europa e dal Paese (la Repubblica Federale Tedesca), il cui maggiore editore di stampa scritta (Axel Springer) ha appena chiuso il consuntivo 2008 con il più utile netto segnato nei 61 anni in cui è in operatività . La lanciano, in uno degli ultimi numeri della rivista scientifica tedesca “Kyklos”, Susanne Fenger e Stephan Russ-Mohl . L’idea è di costruire una teoria economia del giornalismo, analoga alla teoria economica della democrazia, della politica, delle religioni, dell’arte e via discorrendo: mettendo gli strumenti più recenti della disciplina economica a servizio della professione, si possono curare una serie di malanni (quali l’influenza delle relazioni pubbliche sui media, la vera o presunta leggerezza- oppure l’eccesso- nel trattamento delle informazioni, il giornalismo “da rincorsa”, il giornalismo da “consigliere del principe”) che non hanno giovato al settore e sono causa di perdita di lettori e di pubblicità. Sussanne Fenger e Stephan Russ-Mohl tratteggiano le basi di una teoria economica del giornalismo da cui scaturirebbero quelle prassi d’effettiva indipendenza, ed autorevolezza che , da un lato, farebbero riacquistare prestigio alla professione e, dall’altro, renderebbero finanziariamente, politicamente e socialmente fattibili soluzioni innovative.
Tra queste merita interesse quella formulata da David Swensen, direttore della finanza alla Università di Yale, e Michael Schmidt, docente di finanza aziendale presso lo stesso ateneo: dato che la carta stampata è essenziale alla democrazia trasformiamo la natura economica dell’editoria in un comparto come le fondazioni non-profit (analogo alle università private) il cui stock di capitale sia una dotazione, fornita da filantropi (agevolati da esenzioni tributarie) e le cui finalità siano quelle di fornire informazioni ed analisi (se si vuole pure di tendenza) ma svincolate dalle esigenze di breve periodo di rispondere a questa od a quella lobby, od a questo o a quel partito politico, per pubblicità, per acquisti d’abbonamenti all’ingrosso e per altre facilitazioni. Si tratterebbe di fondazioni svincolate solo in parte dal mercato: così come le università fanno pagare rette (direttamente proporzionali alla loro qualità e reputazione), i giornali andrebbero in edicola e farebbero a gara per il mercato pubblicitario. Potrebbero avere sovvenzioni pubbliche dirette a combattere “il morbo di Baumol” dal nome dell’economista che formulò teoremi secondo cui perdono continuamente competitività (e muoiono per progressivo appassimento) i settori dove l’innovazione tecnologica è bassa e sono molto importanti certe categorie di lavoro professionale. In giornali di proprietà di fondazioni non profit , i giornalisti guadagnerebbero in autonomia ed autorevolezza; come per le università, la pubblicità, i lettori e le sovvenzioni correrebbero verso chi è più autorevole. La proposta include una simulazione: The York Times necessita, a organizzazione e costi correnti (200 milioni di dollari l’anno), una fondazione dovrebbe avere una dotazione di 5 miliardi di dollari, cifra in linea con le dotazioni delle grandi università.
Per saperne di più

Dutta N., Roy S. "The Impact of Foreign Direct Investment on Press Freedom" in
Kyklos, 2009 (in corso di stampa)

Fengler S., Russ-Mohl S."The Crumbling Hidden Wall: Towards an Economic Theory of Journalism" in Kyklos, Vol. 61, Issue 4, pp. 520-542, November 2008
Schulhofer-Wohl S, Garrido M. "Do Newspapers Matter? Evidence from the Closure of the Cincinnati Post" ,NBER Working Paper No. w14817

ROMA CAPITALE DIGITALE FA VINCERE LE IMPRESE , Il Tempo 5 maggio

Cominciamo con una cattiva notizia. La stampa romana , probabilmente per pudore, la ha ignorata. Secondo il Rapporto 2008 sulle piccole e medie imprese (Pmi) dell’Istituto Tagliacarne , in termini di “indice di vocazione manifatturiera”, la provincia di Roma è la centoterza (ossia l’ultima) in classifica nella Penisola (dopo Foggia e Caserta). Non è questa la sede per un dibattito di lana caprina sul significato di un indice che accanto ad indicatori strutturali (incidenza del manifatturiero sul valore aggiunto totale, occupati nel manifatturiero sul totale, propensione all’export manifatturiera, incidenza delle Pmi nel manifatturiero) include considerazioni qualitative. L’indice riesce a incapsulare specialmente le imprese a specializzazione produttiva tradizionale, mentre gli sfuggono quelle più innovative.
La bassa, anzi bassissima, collocazione in classifica deve indurre a riflettere. Siamo gli ultimi della classe perché somari o perché facciamo meglio altro? Pochi hanno notato che a giorni, l’approvazione della legge sul federalismo fiscale non contiene unicamente misure, attese peraltro da decenni, per far sì che Roma abbia un effettivo assetto da Capitale della Repubblica ma anche gli strumenti perché diventi la capitale digitale del Paese – superando d’un colpo il manifatturiero tradizionale. Per i dettagli basta scorrere i maggiori siti internet specializzatio gli atti del convegno tenuto dal Cnipa (l’organo per la digitalizzazione della pubblica amministrazione) nel lontano marzo 2005. Il rapporto Marzano “Roma Porta dei Tempi” presentato meno di un mese fa pone l’accento su questa strategia: ben cinque dei suoi 12 obiettivi sono dedicati a questo tema, nella consapevolezza che se Roma non diventerà la capitale digitale tutto il resto d’Italia resterà indietro.
Siamo nel futuribile? Tanto lontano da interessare più gli appassionati di video-giochi del genere che chi vive e lavora nella capitale? Da un canto, pochi hanno letto un lavoro del servizio studi della Banca d’Italia (l’Occasional Paper” n. 34) in cui si passano in rassegna i ritardi dell’Italia in tema di banda larga e, quindi, di connessione veloce a Internet. Possono essere superati unicamente con una politica attiva dal centro che superi strozzature regolamentari, burocratiche, e culturali con misure quali quelle indicate in “Roma, Porta dei Tempi”.
Da un altro, sono ancora meno numerosi coloro che hanno esaminato il saggio di una squadra di docenti di economia e di tecnologia dell’Università di Eindhoven, distinta e distante dalle nostre beghe. Il lavoro pubblicato nell’ultimo fascicolo del periodico “Communications & Strategies” documenta l’innovazione sprigionata nel tessuto produttivo di una città olandese di medie dimensioni tramite l’adozione di una rete di WiMax (Worldwide Interoperability for Microwave Access) . E’ una prova concreta che la trasformazione è possibile. Se vogliamo farcela.

lunedì 4 maggio 2009

PRIMA LIBERALIZZARE, POI PRIVATIZZARE: LA RIFORMA DELLE “MUNICIPALIZZATE” PASSA PER UN PERCORSO A DUE FASI, Amministrazione Civile n 6, 2008

Il tema dell’efficienza, della liberalizzazione e della privatizzazione dei servizi pubblici è all’attenzione del Governo almeno dal 2002 quando un rapporto della Banca d’Italia pose l’accento su varie problematiche del settore (Banca d’Italia, 2002). E’ stato argomento di numerosi studi, tra i quali particolarmente significativi quelli del gruppo di ricerca Astrid (Amato, 2005) e dell’associazione Società Italiana” (Società Libera, 2007). E’ tema trasversale in cui, sotto molto aspetti, le posizioni e le indicazioni del centro sinistra e del centro destra hanno molti in punti in comune e tendono a convergere, anche se non a coincidere, mentre le differenze, anche marcate, sono tra centro e periferia- specialmente tra amministrazione centrale e Comuni.

Nel luglio 2006 uno dei primi atti del neo-eletto Governo di centro-sinistra è stato il varo, nel luglio 2006, del disegno di legge (ddl) 772 , presentato dai Ministri per gli affari regionali e le autonomie locali e per lo sviluppo economico – un disegno di legge delega che riguardava tanto la privatizzazione dei servizi pubblici locali quanto i contratti dello Stato e degli Enti locali, tramite procedure concorsuali di evidenza pubblica. La più dura opposizione al ddl è venuta dall’interno della stessa maggioranza parlamentare – non solo da parte di quella che è giornalisticamente definita “la sinistra radicale” ma anche da vaste aree che successivamente , nel 2007, sono confluite nel Partito Democratico. Sin dall’inizio dell’iter parlamentare del ddl delega, è stato, in pratica, accantonato il programma di grande rilievo di liberalizzazione (non ancora di privatizzazione) nel settore idrico, nonostante gli acquedotti italiani (e le aziende che li gestiscono) restino di piccole dimensioni e di scarsa efficienza, mentre in Francia, Germania e Regno Unito si è dato vita a colossi del comparto che operano come global player internazionali (Cometi, 2007). Nel corso del 2007 , l’iter parlamentare del provvedimento è continuato, tra mille ostacoli e ritardi. Si deve dare atto al Governo di avere tentato di accelerarne l’approvazione includendo i suoi aspetti fondanti nel disegno di legge finanziaria per il 2008-2010, nonostante tale procedura potesse apparire di dubbia legittimità (dato che la legge finanziaria non è la sede per includere norme ordinamentali). Il tentativo, tuttavia, non ha, comunque, avuto esiti positivi. A metà dicembre 2007, ossia alla vigilia dell’approvazione della legge finanziaria, articoli ed emendamenti predisposti a questo scopo sono stati ritirati (Ceffalo, 2007).

Quali che siano le connotazioni politiche d’opposizione alla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali, è chiaro che l’opposizione proviene essenzialmente dalle aziende fornitrici di tali servizi e dagli enti locali responsabili a dare ad esse indirizzo ed a vigilarne l’attività. E’ un comparto molto vasto composto di circa 370 imprese e con 200.000 addetti. Nel 2007 e nel 2008, le cronache sulla vita delle aziende di servizi pubblici locali nelle prime pagine della stampa finanziaria hanno riguardato, in gran misura, tensioni e fibrillazioni tra s.p.a. (Hera, Iride, Gesac, Aem-Asm, Acea) di cui i Comuni, le Province ed in certi casi le Regioni sono tra i maggiori azionisti. Hanno trattato, in particolare, di negoziati per alleanze ed anche fusioni, di cui alcune andate in porto ed altre rimaste in mezzo al guado. E’ un universo vasto, ma poco conosciuto. Una radiografia utile del settore è stata messa a punto dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem), presentata ad un seminario ristretto organizzato dalla Fondazioni Iri e successivamente pubblicata (Bortolotti, Pellizzola, Scarpa, 2007). L’analisi, che ha avuto una risonanza limitata sui media nazionali (ma di cui si è occupata molto la stampa locale), si distingue da altre effettuate in questi ultimi anni – ad esempio dallo studio della Fondazione Civicum che ha esaminato i dati di bilancio di 35 società a controllo comunale in sei grandi Comuni e dalle ricerche periodiche della Conservizi – perché esamina “il capitalismo municipale” , la forma più consistente di imprenditoria pubblica dopo le privatizzazioni effettuate negli ultimi tre lustri (sia su pressione dell’Unione Europea, Ue, per ridurre, con i ricavi da esse ottenute, il fardello del debito pubblico). E’ il settore dove l’imprenditoria pubblica è più presente sotto il profilo dell’entità della partecipazione delle autonomie locali in società di capitali invece che sotto quello della spesa, dell’occupazione o del ruolo degli enti locali (a cui sono affiliate) nella governance delle fondazioni bancarie, temi centrali delle analisi precedenti della Feem e della stessa Conservizi.

I risultati sollevano più interrogativi di quelli a cui rispondono. In primo luogo, le 369 imprese partecipate da enti locali formano oltre l’1% del pil nazionale ma in alcune Regioni rappresentano il 6% del pil prodotto in loco. Siamo, quindi, alle prese con un fenomeno di grande rilievo sotto il profilo sia dell’economia reale sia della finanza (e pubblica e d’impresa) sia, infine, dell’imprenditorialità.

Il capitalismo municipale è presente non soltanto nei comparti tradizionali dei servizi di pubblica utilità (come l’energia, l’acqua, i trasporti) ma anche in campi puramente di mercato e non necessariamente di competenza pubblica, come le costruzioni, il commercio, il manifatturiero ed i servizi nei settori più differenti e più diversificate. Ci sono incroci complessi nell’assetto azionario delle multiutility: ad esempio, l’azionista di maggioranza della GESAC (Società di gestione degli aeroporti campani) è una multinazionale d’ origine britannica e tra gli altri soci si contano oltre al Comune ed alla Provincia di Napoli, in posizione nettamente minoritaria, anche il Comune e la Provincia di Milano ed altri privati. La complessità dell’assetto azionario è una delle determinanti delle difficoltà nei processi di aggregazioni in corso – i tentativi di alleanze e di fusioni a cui si è fatto riferimento in precedenza.

Interessanti gli effetti dell’ingresso d’azionisti e capitale privato sugli indicatori consueti di redditività finanziaria: le società miste presentano redditività superiore di quelle unicamente municipali specialmente in termine di margine operativo lordo. L’eccezione è rappresentata dai trasporti locali, su cui gravano forti vincoli politici a carattere occupazionale tali da incidere pesantemente e negativamente su un significativo indice di efficienza- l’utile per addetto.

Quanto incide la politica, specialmente quella a livello locale, sulle scelte imprenditoriali? Con il termine si vuole dire ciò che i francesi chiamano “la politiqye d’abord” (scelte determinate da considerazioni elettorali più e prima che imprenditoriali). Lo studio della Feem non fornisce una risposta puntuale: da un lato, si riconosce ormai generalmente l’esigenza di una professionalità manageriale ben distinta da interferenze burocratiche e di politica di piccolo cabotaggio. Dall’altro, la presenza del capitalismo municipale (spesso in perdita) in settori di mercato che poco hanno a che fare con interessi di pubblica utilità suggerisce che, a livello locale, lo Stato produttore continua ad esistere con i difetti delle partecipazioni statali di un tempo (nonché della Rai, delle Poste, delle Ferrovie, dell’Alitalia). I più alti indici di redditività contabile (specialmente in termini di Roe – Return on Equity- rendimento della partecipazione azionaria) delle società miste rispetto a quelle puramente pubbliche dovrebbe essere un impulso a privatizzare o a meglio regolamentare (Bezzi, 2005, Bognetti, Robotti, 2007; Cavaliere, Scabrosetti, 2006;).

Il “capitalismo municipale” ha registrato, tra il 2001 ed il 2006 un calo degli investimenti in rapporto al fatturato dal 20% al 17%.- più pronunciato nei comparti dell’energia dal 20% al 13% e dei trasporti pubblici locali,dal 23 al 20%, nonché vistose differenze costi del personale e della redditività fra le varia macro-aree (Sud,Centro e Nord). Queste cifre (risultanti da uno studio dell’Università di Roma “La Sapienza” e da un’analisi della Banca d’Italia- Dipartimento di Economia Pubblica; 2007; Bianco, Sestito 2007), danno corpo all’ipotesi secondo cui in certe aree del Paese ed in certi settori l’”ingombro” della “politique d’abord” locale è maggiore che in altre con l’esito che il management, anche di qualità, ha le mani legati pure nel reperimento di finanziamenti (nonostante la disponibilità di risorse private per finanza di progetto). Inoltre, il forte aumento dell’imposizione locale (nel solo 2007 il gettito dei comuni è aumentato dell’8,5%) ha comportato un freno alle tariffe: uno studio delle Università di Brescia e Padova indica (Miniaci, Scarpa, Valbonesi, 2007) che dal 1998 al 2005, gli esborsi per acqua, elettricità e riscaldamento delle famiglie a basso reddito è passata dallo 0,0648% allo 0,0595% della spesa familiare totale, restando al di sotto dei livelli di soglia definiti nel resto dell’Ue. Infine, i tentativi di privatizzazione, iniziati già dal 2002 , sono stati in gran misura meramente formali e ci è mossi in modo discordante in materia di trasporto pubblico locale, gas, energia elettrica e acque. Causando frammentazione ed ingenerando disorientamento tra i potenziali investitori.

Come uscirne? Il Dipartimento di Economia del “La Sapienza” propone “una scelta radicale”:“una gestione pubblica separata dalla fornitura del servizio, almeno sino al momento in cui non sarà risolto il nodo degli assetti gestionali” . E’ una soluzione sensata , specialmente in un contesto in cui c’è una spinta imprenditoriale in campi (telecomunicazioni, energia, autostrade) con prospettive di profitto.

Il percorso non è semplice . Varie alternative sono indicate in un lavoro importante : i due volumi, per oltre 1000 pagine, curati da Ray Rees sull’economia delle aziende di pubblica utilità pubblicato poco più di un anno fa (Rees, 2006). Possono fornire utili spunti alla politica legislativa, se è quando si vorrà, e si potrà, riprendere il percorso della privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali.

Al termine della precedente legislativa non solamente i tentativi di privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali non sono andati in porto ma sono sorte nuove “utility” plurifunzionali e di grandi dimensioni, come A2A, di cui vari Comuni hanno la maggioranza azionaria.

La privatizzazione dei servizi pubblici locali era presente nei programmi elettorali con i quali l’attuale maggioranza si è presentata al corpo elettorale. Rientrava nelle “sette missioni” del Governo ma non con la priorità anche temporale d’altri aspetti del programma. Occorre rilevare che ciò corrispondeva, in linea di massima, agli umori della società civile quali rilevati dal barometro di uno dei più noti centri d’analisi sociologica (Censis, 2008) Era, in ogni caso, una riforma da essere realizzata successivamente al varo del federalismo fiscale, se non altro perché di competenza di enti (principalmente i Comuni) già dotati di un vasto grado di autonomia, destinato a crescere ulteriormente nell’ambito del progettato nuovo assetto federale dell’Italia.

Ciò nonostante, quasi di soppiatto (tramite un emendamento al disegno di legge di conversione del decreto sulle misure urgenti per l’economia varato poche settimane dopo l’insediamento del nuovo Esecutivo) è stata realizzata quella che alcuni organi di stampa hanno chiamato “una privatizzazione silenziosa” . In effetti, anche se la norma definitivamente approvata (art. 23 bis della Legge 133/2008) non contiene nessuna privatizzazione specifica, essa fornisce un grimaldello (ed un percorso) per privatizzare i servizi pubblici locali. Contiene l’indicazione di una scelta in favore della modalità di selezione del gestore del servizio a seguito dell’espletamento di “procedure competitive ad evidenza pubblica”. In deroga a tale modalità ordinaria di affidamento di servizi pubblici, in relazione a fattispecie che, “a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”, “l'affidamento può avvenire nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria”. Le espressioni sono piuttosto generiche. Ciò non rende agevole ricondurre la fattispecie della SpA mista pubblico-privata nell'ambito della modalità ordinaria o eccezionale di affidamento. Tuttavia, anche alla luce di prime indicazioni (ad esempio, la comunicazione del 16 ottobre 2008 dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), si lascia preferire l'interpretazione che tende a ricondurre SpA mista nell'ambito di “procedure competitive ad evidenza pubblica”, sempre che la scelta del socio privato sia fatta in ragione del servizio oggetto d’affidamento, secondo il modello della cosiddetta gara "a doppio oggetto" Tra le modalità eccezionali rientra, invece, l'affidamento a società "in house". E’ senza dubbio auspicabile un chiarimento - ad esempio una legge interpretativa -, per rendere univoca l'interpretazione.

Per entrare nella sostanza del problema occorre chiedersi se ci sono le condizioni economiche e sociali per utilizzare il grimaldello. Gli ostacoli alla privatizzazione dei servizi pubblici locali riposano in gran misura sull’argomento che la privatizzazione rischia di rendere tali servizi (specialmente quelli scarsi come l’acqua) poco accessibili alle fasce più basse di reddito e di consumi. Un’analisi di varie università Usa, basata principalmente sulle privatizzazioni di servizi pubblici locali in America Latina, afferma che questa “credenza” è “propaganda lontana dalla realtà (Di Tella, Galiani, Schargrodsky, 2008). Due analisi puntuali relative specificatamente all’Italia (Miniaci, Scarpa, Valbonesi, a) e b), 2008) esaminano la spesa delle famiglie nel 1998-2002 sulla base dell’Indagine Istat sui Consumi delle Famiglie; concludono che le riforme già introdotte nel settore dei servizi di pubblica utilità (specialmente in materia di acqua e di energia), e delle tariffe ad essi attinenti, non hanno gravato sui ceti deboli.

Non solamente il percorso sarà verosimilmente lungo ma resta il dilemma se è prioritario privatizzare o liberalizzare. Una privatizzazione senza liberalizzazione consente ai nuovi titolari dell’impresa di servizio pubblico di catturare rendite di posizione. In molti casi, la liberalizzazione non solo deve precedere ma è un’efficace alternativa alla privatizzazione (Shaij, 2008). Questa scuola di pensiero ha una propria base analitica esperienza, e nell’esperienza Ocse (di recente rivisitata in uno studio della Banca d’Italia- Barone, Cingano, 2008) ed in quella dell’Ue nonché in valutazioni effettuate da singoli Paesi ed in una rassegna recente commissionata dalla Verlag Bertelsmann Stiftung (Frick, Ernst 2008; National Normenkontrollat, 2008). Per la politica economica, dunque, la liberalizzazione deve avere la priorità (almeno in termini di scansione temporale).





Per saperne di più

Amato G. (2005) “Privatizzazioni, liberalizzazioni e concorrenza nel sistema produttivo italiano” in Torchia L. e Bassanini F. Sviluppo o declino. Il ruolo delle istituzioni per la competitività del Paese Firenze, Passigli Editori.

Ahrend R., Winograd C. (2006) “The Political Economy of Mass Privatisation and Imperfect Taxation: Winners and Losers" Public Choice, Vol. 126, No 1-2


Atella V, Coggings J e Percalli F. (2004) Aversion to inequality in Italy and its determinants Università degli Studi di Roma Tor Vergata, working paper n. 56

Banca d’Italia (2002) L’efficienza nei servizi pubblici Roma

Barone G., Cingano F. (2008) “Service Regulation and Growth; evidence from OECD countries” Banca d’Italia Temi di Discussione N.675

Belke A., Baumgärtner F., Scheiner F., Setzer R. (2005) The Different Extent of Privatisation Proceeds in EU Countries: A Preliminary Explanation Using a Public Choice Approach" Iza Discussion paper n. 1741

Bezzi C. e altri (2005) “Valutazione in Azione” F. Angeli, Milano
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Anche se non sono una velina mi candido pure io L'Occidentale del 3 maggio

Da alcune settimane si legge sulla stampa che ci sarebbero poltronissime vuote, od in procinto di essere liberate, in importanti datori di lavoro romani quali il Teatro dell'Opera, l'Acea ed altre aziende a partecipazione pubblica. Dai giornali si apprende anche che i candidati, e gli autocandidati, pullulano. Dato che sono romano, a riposo (ovvero, in burocratese, in quiescenza o, in lessico dei comuni mortali, in pensione) da un mese (dopo avere compiuto una prima carriera in Banca mondiale ed una seconda in vari rami della pubblica amministrazione, mantenendo sempre un piede nell'insegnamento ed un secondo nella pubblicistica), penso sia il caso che mi autocandidi pure io. Gli incarichi in ballo sono perfettamente compatibili con ciò che faccio adesso insegno in due università private (una cattolica ed una straniera) e collaboro a giornali. Hanno il vantaggio di sedi di lavoro abbastanza vicine alla casa dove abito; in effetti, a poche fermate di metropolitana, con la conseguenza che si risparmierebbe in auto blu o grigie (e sopratutto in autisti), anche poiché mi è stato raccomandato di fare più moto possibile.

Dato che ho lavorato per decenni su temi di economia e finanza con particolare attenzione all'energia ed all'ambiente, una collocazione in Acea sarebbe forse un po' troppo simile a quanto fatto in ambedue la carriere perseguite. L'atmosfera sembra appassionante: secondo i giornali, l'aria pare si possa tagliare a fette e girano coltelli. Ci potrebbero essere battaglie vivaci e focose , che alla mia potrebbero essere utili a rinvigorire (meglio, per così dire, de Le Pillole di Ercole della pièce di Maurice Hennequin e Paul Bilhaud). Si vivrebbe, però. in un mondo di gas, elettricità, fogne ed acqua tutto necessario, anzi indispensabile, ma non necessariamente in linea con i gusti di un siciliano che ha studiato i classici ed al liceo era imbattibile in greco.

Meglio l'Opera con i vellutati palchi del Costanzi ed il birichino stile liberty del Nazionale. Frequento il Costanzi da quando avevo 12 anni; e ricordo il Nazionale quando si chiamava Supercinema, una delle prime sale romane attrezzata con quel Cinemascope (ed altri grandi schermi) con cui si pensava di frenare la marcia della televisione. Ho dimestichezza con le coulisses di numerosi teatri d'opera in Europa, Nord America , Asia e perfino Africa (che delizia la vecchia Opera del Cairo, distrutta da un incendio ! Che mestizia la pur modesta Haile Selassie I Opera House di Addis Ababa, trasformata quasi in una sede di partito ai tempi di Menghistu). Nei teatri d'opera ho fatto di tutto. Da Vice Presidente di una piccola, ma prestigiosa, compagnia: il Lirico Sperimentale di Spoleto a comparsa alla Opera House di Washington; negli Anni 70, le comparse erano di massima melomani volontari addestrati dai registi durante le prove (ho fucilato un bel po' di Cavaradossi, marciato trionfalmente vestito da egiziano, scorrazzato sul palcoscenico in guisa di nobile brabantino (in Lohengrin), pure il minatore ed il cow boy in numerose Fanciulle del West). Mi intendo di bilanci ; quindi, potrei gestire la contabilità, pure sovraintendere alla gestione tutta della macchina; da una ventina d'anni faccio il chroniqueur per testate italiane e straniere in materia di spettacoli d'opera; quindi, se non proprio direttore artistico, potrei esserne assistente o consulente. C'è un unico incarico a cui notoriamente non sono adatto: responsabile di trucco-parrucco. Sempre scapigliato e con resti di crema da barba nelle orecchie, farei una magra figura. Nella tornata di nomine, visto che circolano nomi associati a disastri finanziari (e non solo) di teatri, prendete in conto pure me.

(Giuseppe Pennisi)

L’IMPRESA DELLA FIAT A BERLINO . Il Tempo del 4 maggio

Con la trasferta a Berlino della delegazione Fiat guidata dall’amministratore delegato Sergio Marchionne inizia l’operazione più complessa di politica industriale europea degli ultimi dieci anni. Che cominci, per iniziativa di una delle maggiori imprese italiane, nel mezzo della recessione mondiale più grave dalla dine della seconda guerra mondiale è, senza dubbio, un segno importante di vitalità del nostro Paese. E’ un segnale in positivo che si affianca ad altri meno notati ma parimenti importanti: ad esempio, nel 2009, l’indebitamento della pubblica amministrazione in Italia è stimato attorno al 4,6% rispetto ad una media del 9% dei maggiori Paesi Ocse , non abbiamo dovuto fare ricorso a salvataggi di banche o di imprese; l’aumento della disoccupazione è relativamente contenuto. Senza tale contesto comparativamente positivo non sarebbe stato possibile portare a termine l’intesa Fiat-Chrysler che è la premessa del tentativo di Corso Marconi di diventare l’azionista di riferimento della Ope, nata come filiale europea della GM ed ora un conglomerato con 50.000 dipendenti in sette Paesi ma fortemente radicata in Germania (25.000 dipendenti in quattro stabilimenti). Completato il prologo (l’accordo Torino-Detroit passando per Washington), ora comincia il “play” vero e proprio.
Se la Fiat riuscirà nell’intrapresa uscirà da un ruolo relativamente minore nel mercato mondiale dell’auto e diventerà una delle poche “major” internazionali. Avrà il cappello a tre punte che si addice all’aristocrazia non solamente perché avrà come riferimento Italia, Germania ed Usa ma poiché potrà definire ed attuare una strategia davvero planetaria.
Come ogni intrapresa, però, pure questa ha il suo tallone d’Achille, ossia il suoi punto debole. Esso non costituisce sul giungere ad un accordo sul prezzo (se 750 milioni o un miliardo di euro per un’azienda, la Opec, di cui la capogruppo si vuole liberare). Il tallone d’Achille- ci dice un banchiere tedesco che ha vissuto in prima persona- la tormentata vicenda tra Chrysler e Daimler, consiste nel fondere culture così diverse. E’ in questa difficoltà che è incappato il matrimonio tra Chrysler e Daimler: gli interessi in gioco non solamente non hanno fatto scattare l’amore ma hanno portato ad un divorzio da film dell’orrore. L’intervento della Casa Bianca per evitare il fallimento della Chrysler e l’ingresso del sindacato nella “newco” di Detroit possono avere avvicinato il “modello” prevalente sulle rive del lago Michigan Detroit alla co-determinazione che vige da decenni su quelle del Reno. Restano interrogativi, però, su come il “modello italiano” si innescherà su questi due. La mossa del CdA della FIAT di valutare l’ipotesi di spin off delle attività automobilistiche del gruppo e di farle confluire in una nuova società è una chiara indicazione che a Torino si ha consapevolezza del problema.
La fusione di culture è essenziale per il secondo atto del “play”- quello più importante. Chi scrive che la strategia sia la conquista del mercato americano ed est-europeo con utilitarie dimostra di sapere molto poco del cambiamento strutturale del mercato dell’auto. Un’analisi del Fondo monetario, che riteniamo sia nota a Corso Marconi, sostiene che dei 26 miliardi di nuovo auto che il mondo richiederà tra iul 2005 ed il 2050, 19 saranno nei Paesi in via di sviluppo. Per entrare in questi mercati, il cappello a tre punto avrà bisogno che i Governi (degli Usa e dell’Ue) convincano Cina ed India a seguire le regole Omc (Organizzazione mondiale del commercio) ed a smantellare i protezionismi.

The End of Bewilderment — The New Florence-Valencia Production of “Gőtterdämmerung” Opera Today 3 maggio

03 May 2009
The End of Bewilderment — The New Florence-Valencia Production of “Gőtterdämmerung”

April 29th is Zubin Mehta’s birthday. As a gift to its most beloved musical director, Florence unveiled a new production of Götterdämmerung, a joint Ring Cycle venture with the Valencia Opera started two years ago.

Richard Wagner: Götterdämmerung

Lance Ryan: Siegfried; Stefan Stoll: Gunther; Hans Peter König: Hagen; Franz-Joseph Kapellmann: Alberich; Jennifer Wilson: Brünnhilde; Bernadette Flaitz: Gutrune; Catherine Wyn-Rogers: Waltraute; Daniela Denschlag: Die erste Norn: Pilar Vázquez: Die zweite Norn; Eugenia Bethencourt: Die dritte Norn; Silvia Vázquez: Woglinde; Ann-Katrin Naidu: Wellgunde; Marina Prudenskaya: Flosshilde;Nicolò Ayroldi: Ein Mann; Fabio Bertella: Ein anderer Mann. Orchestra e Chorus of Maggio Musicale Fiorentino. Zubin Mehta: conductor. Carlus Padrissa: stage direction. La Fura dels Baus: stage production.


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After a performance lasting six hours (including two intermissions), Zubin and the full cast had a 15 minutes standing ovation by an audience packing every one of the 2.500 seats of the huge Teatro Comunale. Then, 250 lucky guests moved to a Gala Birthday Dinner in Palazzo Tornabuoni; we returned to our hotel at around 3 a.m. After a run in Florence until May 9th, the production will be seen in Valencia in June at the Palau de les Arts Reina Sofía, where in July a full fledge Ring Cycle is scheduled. According to present plans, the full Cycle will be back in Florence in 2013, the bicentenary of Wagner’s birth, for the inauguration of the new Park of the Music now being built near the main Railway Station.

The Florence- Valencia Götterdämmerung and the other parts of the Cycle (shown in June 2007 and in October 2008) have been greeted by the Italian press as “the very best Ring” of the first part of the XXI century. Before expressing such a strong opinion, I would want to see, at least, the two new productions of Götterdämmerung completing the Ring Cycles of Cologne-Venice (next June) and Aix-en-Provence - Salzburg (next July). No doubt, the Florence-Valencia Ring is a landmark not only for the interpretation of Wagner masterpiece but for the musical theatre as a whole. It is the end of bewilderment in a live musical theatre performance.

Three years ago when the project was presented, the whole idea seemed daring and a bit foolish: to entrust the production of the Ring to the Catalan avant-garde group La Fura dels Baus ; in its previous operating experience (e.g. Debussy’s Le Marthyre de Saint Sebastien ) La Fura has drastically cut the score and introduced fully naked mimes and rather explicit stage movements. It appears (but is could be a hearsay) that at the initial contact, La Fura expressed the intention to compact in two-three hour the nearly 15 hour score, horrifying Maestro Mehta who just in Florence had conducted in 1979-81 a memorable Ring. Gradually Carlus Pedrissa (the stage director) and La Fura developed an entirely new approach to the Cycle. This approach is in full bloom in Götterdämmerung. There are not any socio-political undertones, but a delicate balance between science fiction and poetry. Science fiction is modern XXI century way to represent the myth: all possible special effects are employed (3D movie projections on ten screens , elaborate stage machinery, flying objects, suspended swimming pools for the Rhinemaiden, complex lightings, the audience participation in Siegfried’s funeral march). And the myth? It does not revolve around the end of capitalistic industrial world and the promise of a better new age, but it is based upon the final verses of “Siegfried’sTod”, the initial text of what three decades later, became the Ring. These verses were never put to music in Götterdämmerung (indeed deleted from the final text - in nearly 30 year the young red hot revolutionary Richard Wagner had became a bourgeois himself); in short, they state that after the fall of the Gods, in a world without Lord, there will be only Love”. A lay pantheistic simple philosophy.

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If the set and direction are the end of bewilderment, the reviewer is bewildered by the harmony between the stage, the pit and the voices. La Fura has been an earnest and successful effort to follow each and every note of the score.

As the triumph of love is the main theme of this Götterdämmerung, love itself is being rhapsodized in all possible combinations: conjugal love in the “day break”, wild sex (nearly a rape with coitus interruptus) in Siegfried’s approach to a sensual , and sex starving Gutrune, a full orgy in Brünnhilde’s rock, teasing petting in the scene of Siegfried with the Rhinemaden , lust for unsatisfied love by Günther, Hagen and Alberich . Again as love is at the center of Götterdämmerung as well as of the Ring , Mehta has a lyric approach to the score , quite different from that (very dramatic) of the Florence 1979-81 Ring. The Maggio Musicale Orchestra and Chorus responded in an excellent manner.

139-516.gifAlso, both Mehta and La Fura have, at their disposal, a better cast of singers and actors than that of the 1979-81 when Jean Cox as Siegfried was already way over bend. Lance Ryan is well known to the American and German audience, but he has seldom sung in Italy. Notably, he has never shown his athletic qualities. In this Götterdämmerung, as soon as he is welcome to dinner in the Gibichung royal hall, the Canadian tenor, as any good red blooded but well mannered North American, takes off his dirty forest wilderness clothes to shower and put on a proper attire: his high “Cs” and legatos are beautiful under the shower and when , due to Hagen’s potion, tries to do it with Gutrune on the dinner table and in front of his hosts. He can even sing hanging by his feet in the confrontation with in Brünnhilde in the second act. And he can shoot an acute after another. Not a full heldentenor, but a very good tenor with a crystal clear timbre.

Brünnhilde is another North American , Jennifer Wilson, recently applauded as Isolde in Los Angeles. She is as overweight as expected by a Walkyrie and, albeit very good with the high tonalities, she has some difficulties in descending to low pitched tones. She masters the role technically by molding the use of her voice to fully explode in the final holocaust scene.

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The Ghichung Kingdom is a modern Metropolis for rather vulgar nouveaux riches. In the smoke stocks of a declining industrial society, a ticker - similar to those of Cnbc or any other all news TV financial channels - reports the stock exchange news. Gutrune is a sexy lyric soprano (Bernardette Flaitz), Günther a well round baritone (Stefan Stoll), Hagen a deep basso (Hans Peter Köning), Alberich a less deep basso bordering on a baritone voice (Franz-Joseph Kapellman). Of all the other singers, a special mention is needed for Catherine Wyn-Rogers (Waltraute), the only semi-Divinity in this very human Gesmtkunswerk (total theater) centered on love.

Giuseppe Pennisi
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sabato 2 maggio 2009

Fiat-Chrysler, i chiaroscuri di un'opportunità. Ffwebmagazine 2 maggio

«In un mondo dove tutti corrono, chi cammina sta fermo»; lo dice la regina di Picche in Alice nel Paese delle Meraviglie (non nel libro eponimo ma nel suo seguito Through the Looking Glass). È alla luce di questa massima che vogliamo esaminare la strategia della Fiat nell’acquisizione di una partecipazione potenzialmente di controllo della Chrysler e del possibile acquisto della Opel. Il tema è complesso e non tutti i dettagli della cinquantina di contratti e protocolli firmati la notte tra il 29 ed il 30 aprile sono noti. Questa analisi, forzatamente sintetica, si basa su quanto diramato sui siti di due delle principali parti in cause (l’azienda Usa e il sindacato United Auto Workers, Uaw, il primo maggio che, negli Stati Uniti, è un normale giorno lavorativo. Per facilitare il lettore utilizziamo la tecnica Swot (Strenghts, Wealnesses, Opportunities and Threats). Indicando, in primo luogo, i punti di forza e le opportunità e mostrando, poi, i punti di debolezza e le minacce.Iniziamo con i punti di forza e le opportunità. Se all’intesa con la Chrysler si aggiunge quella con l’Opel, la Fiat esce dalla posizione di “Cenerentola” nel mercato mondiale dell’auto: relativamente piccola e da sempre sostenuta dai contribuenti italiani (sia direttamente sia favorendo il trasposto su strada rispetto a quello su rotaia, specialmente per le merci) e passa da uno dei “campioni nazionali italiani” a un “global player” all’altezza degli altri giganti del settore. L’intesa con la Chrysler – e quella con l’Opel – ha un importante valore simbolico-politico, in quanto riconoscimento e affermazione dell’industria e del lavoro italiano nel mondo. In una fase come quella attuale l’Italia dimostra di saper cogliere le opportunità (in gergo le call options) che si presentano pure in tempi duri.

Sotto il profilo finanziario, ci sono differenze tra l’intesa con la Chrysler e quella potenziale con l’Opel. La prima è nell’immediato a costo zero (il futuro dirà se a regime i costi superanno i ricavi). Non è chiaro, invece, se la seconda possa comportare un aumento dell’indebitamento di Corso Marconi – non più ai livelli preoccupanti del 2005 ma ancora da tenere sotto controllo. Sotto il profilo delle opportunità di mercato, è errato pensare, come fa gran parte della stampa di questi giorni, che l’accordo con la Chrysler apra le porte al mercato americano. Senza dubbio il mercato Usa dell’auto è più promettente di quello europeo, ma il vero potenziale è nei paesi appena “emersi” o ancora emergenti. Lo scrivono a tutto tondo Marcos Chamon e Paulo Mauro del Fondo monetario in un lavoro con Yohei Okawa della Univesity of Virginia, in cui si tracciano proiezioni della domanda addizionali d’auto tra il 2005 ed il 2050: 23 miliardi di unità, di cui però 19 nei paesi emersi (specialmente India e Cina) ed emergenti. Se e in che misura, gli Usa potranno essere la testa di ponte verso questi mercati dipende in modo significativo dalla conclusione della Doha development agenda (Dda) che si sta trascinando dal novembre 2001 in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Le nuove modalità di governance di ciò che resterà della Chrysler rappresentano un’opportunità interessante di co-gestione con i sindacati, l’Uaw, che potrebbe essere estesa (se provata efficiente ed efficace) ad altri rami del global player in via di formazione. Passiamo, ora, ai punti di debolezza e ai rischi dell’operazione. I primi, dal nostro punto di vista, riguardano direttamente l’Italia. Nell’industria metalmeccanica italiana, il costo del lavoro per unità di prodotto è inferiore a quello degli Usa, non solamente a ragione della situazione attuale del tasso di cambio tra dollaro americano ed euro, ma anche a causa della più lunga settimana lavorativa e dei minori oneri sociali. Guardando gli Usa come ponte verso i nuovi grandi mercati dell’Asia e dell’America Latina, ci potrebbe essere la tentazione di rimettere mano alla geografia complessiva della produzione Fiat & associati, ridimensionando gli impianti in Italia in generale e nel Mezzogiorno in particolare. Come correttamente sottolineato dall’Economist, la complessa procedura di approvazione (negli Usa) del nuovo assetto per la Chrysler è solamente al punto di avvio. Se gli intoppi si rivelassero maggiori di quanto ora previsto, l’intera operazione potrebbe andare all’aria. Sarebbe stato forse più prudente non effettuare annunci sino a quanto il quadro interno americano non fosse stato più chiaro. Uno smacco, pur se involontario, verrebbe letto molto male dal mercato. L’operazione, infine, avviene in una fase in cui l’economia Usa è in recessione, nonostante il debito totale (di individui, famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni) sia il 300% del Pil e l’offerta di moneta raddoppi ogni sei mesi. C’è la minaccia che si esca dalla recessione con una forte ondata d’inflazione e, quindi, con un aumento dei tassi d’interesse i cui effetti sarebbero negativi sia sulla domanda interna Usa sia sui conti dell’operazione intrapresa.

2 maggio 2009

Musica, trionfo fiorentino per il “Crepuscolo degli Dei” Il Velino 2 maggio

Musica, trionfo fiorentino per il “Crepuscolo degli Dei”

Musica, trionfo fiorentino per il “Crepuscolo degli Dei”
Roma, 2 mag (Velino) - Questo primo scorcio di XXI secolo è caratterizzato da un rilancio del “Ring” di Richard Wagner, opera monumentale in un prologo e tre “giornate” che richiede uno sforzo produttivo tale (30 protagonisti per circa 15 ore di musica), che di recente è stata individuata tra le cause del dissesto di alcuni teatri anche italiani, quali Catania e Torino. Nuove edizioni vengono presentate, oltre che in numerosi teatri tedeschi, a Aix-en-Provence, Salisburgo, San Pietroburgo, Lisbona, Washington. Nuovi allestimenti sono stati annunciati al Metropolitan e alla Scala (in partnership con La Monnaie di Bruxelles). Ne era stato promesso uno anche al Teatro dell’Opera di Roma, ma per ora si è visto unicamente il prologo. Date le risorse richieste, molti allestimenti sono programmati e realizzati in co-produzione tra più teatri.

L’ultimo capitolo del “Ring”, cioè “Götterdämmerung”, ossia “Il Crepuscolo degli Dei”, è stato presentato il 29 aprile come spettacolo inaugurale del Maggio Musicale Fiorentino ed è frutto della collaborazione tra la fondazione della città del Giglio e il Palau de les Arts de la Reina Sofia di Valencia. La caratteristica principale è che la regia (Carlus Pedrissa), le scene (Roland Olbeter) e i costumi (Chu Uroz) sono affidati al gruppo d’avanguardia catalano di teatro totale “La Fura dels Baus”, mentre le immagini video sono di Franc Aleu. La direzione musicale è di Zubin Mehta (che ha compiuto il suo 73esimo compleanno proprio il 29 aprile) il quale già 30 anni fa circa aveva guidato un memorabile “Ring” a Firenze con la regia di Luca Ronconi e le scene e i costumi di Pier Luigi Pizzi. Lo spettacolo (inizio alle 18 e termine a mezzanotte con due intervalli) viene replicato a Firenze sino al 9 maggio. A giugno sarà a Valencia, dove a luglio verrà messo in scena l’intero “Ring” (prologo e tre “giornate”). La ripresa dell’intero capolavoro wagneriano è, per ora, programmata a Firenze per il 2013, in occasione del secondo centenario della nascita del compositore tedesco e per l’inaugurazione (forse) del nuovo, modernissimo, Parco della Musica del capoluogo toscano.

Il successo di “Götterdämmerung” è stato enorme: 15 minuti di applausi dopo 6 ore in teatro. Alcuni critici hanno scritto che il “Ring” di Firenze e Valencia è stato senza dubbio il migliore tra quelli allestiti in questi ultimi anni. Forse è meglio aspettare le messe in scena a Venezia-Colonia ed Aix-Salisburgo, i cui rispettivi “Götterdämmerung” debutteranno rispettivamente a fine giugno e a inizio luglio, prima di esprimere un giudizio comparativo. Senza dubbio, sotto il profilo dell’allestimento scenico e della regia, il “Ring” di Firenze e Valencia e in particolare il “Götterdämmerung” che ne ha segnato la conclusione, verranno ricordati come la Gesmtkunswerk (opera d’arte totale, nel lessico wagneriano) che segna, in teatro, la fine dello stupore. Mai cinematografia (anche a tre dimensioni), proiezioni computerizzate, mimi, azione coreografica in scena e sinfonismo continuo nel golfo mistico, sono stati utilizzati in un modo al tempo stesso così integrato e così efficace con effetti speciali che superano quelli dei più avanzati film di Hollywood. Soprattutto, sempre in equilibrio tra fantascienza e poesia, ciò rispecchia la visione che aveva Richard Wagner di creare, con il “Ring”, un’opera irrepetibile, lanciata verso il futuro e che avrebbe stupito tanto a tal punto che nessuno avrebbe tentato di replicarla.

Mehta offre un “Ring” marcatamente differente da quelli della tradizione “eroica” di metà Novecento o delle tensioni moderniste di una celebre edizione diretta da Pierre Boulez. “Götterdämmerung” è un’opera con lettura eminentemente lirica, con tratti intimisti e con tempi leggermente dilatati (molto dilatati rispetto a quelli di Boulez, anche se meno dilatati di quelli di Levine). E’ un “Götterdämmerung” che parla soprattutto d’amore nelle sua varie declinazioni, anche sessuali, e in cui gli archi e le arpe (due nel palco di proscenio) dominano sugli ottoni e sui fiati. Lo si avverte soprattutto nella marcia funebre del terzo atto, struggente non solennemente eroica. In questo quadro, Siegfried non è Leonid Zakhozhaev, un tenore eroico che, in autunno, nell’opera eponima aveva un po’ deluso nel ruolo impervio del protagonista. La parte è affidata a Lance Ryan, un “tenore assoluto”, dal timbro chiaro dall’acuto facile e soprattutto dal legato morbidissimo.

Ryan è anche un abile e atletico attore: riesce a cantare appeso per i piedi nel confronto-scontro del secondo atto e, nel secondo quadro del primo, mentre fa la doccia per darsi “una ripulita” una volta giunto alla reggia dei Ghibicunghi e agguanta la sexy Gutrune (Bernadette Flaitz) sul tavolo da pranzo per copulare gioiosamente con lei di fronte agli occhi di Gunther (Stefan Stoll) e di Hagen (Hans–Peter Köning). In effetti, si tratta di un “coito interrotto” a ragione del “wife swapping” proposto da Hagen che scatenerà il dramma tra gli uomini e la fine degli Dei. Lo affianca Jennifer Wilson nel ruolo di una Brunilde, anche essa più lirica che drammatica. Ammirevole come ha gestito la voce per giungere alla lunga tirata della scena finale. Buoni tutti gli altri, anche quelli non citati in questa nota. Eccellenti orchestra e coro del Maggio Musicale.

venerdì 1 maggio 2009

COME SCONFIGGERE IL BAUMOL Il Domenicale del 2 maggio

Se restano come sono, i giornali moriranno: questa è la risposta alla domanda posta da Giuseppe Romano sul “Dom” del 18 aprile. E saranno seguiti a ruota dall’informazione sulla televisioni generalista . Hanno ambedue il “morbo di Baumol” (dal nome dell’economista che lo ha teorizzato all’inizio degli Anni 60); la stampa scritta in forma violenta , quella televisiva in forma incipiente ma non meno pericolosa.. E’ la malattia di cui sono succubi tutti i settori economici a scarso progresso tecnologico. La stampa scritta ne ha fatto davvero poco da quando San Francesco di Sales (protettore dei giornalisti) distribuiva foglietti anti-Calvino nella Savoia di alcuni secoli fa. Con la tecnologia dell’informazione e della comunicazione ha ridotto drasticamente i costi poligrafici ma non quelli di acquisto della carta e della distribuzione. E l’informazione televisiva generalista? Aveva pensato di appropriarsi di una fonti di finanziamento della stampa su carta garantendosi una fetta importante del mercato pubblicitario: nel 2003, con Pasquale L. Scandizzo ed i ricercatori della Fondazione Bordoni dimostrammo che la bolla pubblicitaria stava per sgonfiarsi proprio mentre l’avvento del digitale terreste comportava la moltiplicazione dei canali. Il Ministro delle Comunicazioni dell’epoca prese la decisione, impopolare, ma necessaria, di posporre dal 31 dicembre 2006 al 31 dicembre 2012 il passaggio da televisione analogica a digitale terrestre al fine d’individuare altre fonti (come i servizi a pagamento della Pa, quali la “rete amica”). Nel contempo, però, l’informazione generalista, pure quella televisiva, si è trovata alle prese con una degenerazione, se vogliamo, del “morbo di Baumol”: l’utenza è stata abituata da Internet a farsi il proprio giornale ed il proprio palinsesto, incidendo negativamente, sulla difese immunitarie della stampa generalista, scritta e televisiva. E’ un’illusione pensare – lo afferma l’unico editore in forte attivo in Europa e negli Usa (Axel Springer)- che le redazioni web, quelle Tv e quelle della stampa scritta creino sinergie; alla prova dei fatti causano solo un aumento dei costi.
Ci si può difendere dal “morbo di Baumol”? Trasformare la natura economica dell’editoria in un comparto come le fondazioni non-profit (analogo alle università private) il cui stock di capitale sia fornito da filantropi (agevolati da esenzioni tributarie) e le cui finalità siano quelle di dare analisi (se si vuole pure di tendenza) ma svincolate dalle esigenze di breve periodo. Così come le università fanno pagare rette (direttamente proporzionali alla loro qualità e reputazione), i giornali andrebbero in edicola e farebbero a gara per gli abbonamenti ed il mercato pubblicitario. Ovviamente ciò comporta un drastico riassetto dell’informazione televisiva, sempre più in “canali all news” di proprietà di fondazioni.
a) Orientiamo il prodotto verso fasce fidelizzate di utenti pronti ad abbonarsi, contenendo in tal modo, i costi di distribuzione.
b) Concentriamo il contenuto su analisi e inchieste- ciò che l’informazione televisiva e Internet (con le sue propaggini su cellulari ed altro) sono meno adatti a fare.
c) Snelliamo, al tempo stesso, sia giornali sia telegiornali generalisti (risparmiando in costi e ricordandoci che il lettore ed il telespettatore il tempo è una risorsa preziosa).