Lo zitellaggio non è una bella cosa; lo sanno tutti coloro che non hanno un’anima gemella con cui dividere la vita e guardare insieme il tramonto (quando si è giunti a quello stadio). Lo sanno bene a Von-Gablenz-Strasse 2-6 50679 Cologne 21, il cui inquilino è la sede centrale della Lufthansa. In Germania, infatti, si stanno seguendo gli ultimi sviluppi della vicenda Alitalia, tanto quanto da noi. L’ottica è, naturalmente, differente. In Italia, gli interrogativi principali sono le probabilità di salvataggio, le eventuali modifiche normative (per tutelare gli amministratori), gli esuberi (oltre il doppio di quelli del programma AirFrance-Klm), i possibili contraccolpi sui contribuenti (tramite nuovi sussidi e aumenti di prezzi amministrati come le tariffe autostradali). A Cologna ci si chiede se, nel riassetto dell’aviazione civile europea, la non certo verginella Alitalia non sia, ove rimessa (più o meno) a posto, la solo rimasta in campo per un corteggiamento ed eventuale matrimonio.
Andiamo con ordine. L’accordo tra la British Airways e l’Iberia (preparato da una lunga fase di azionariati incrociati) ha dimostrato che i cieli europei non sono per i “single”. Austrian Airlines (di proprietà della Federazione Austriaca al 43%) ha annunciato che entro ottobre andrà a nozze (con uno sposo ancora ignoto –potrebbe essere Lufthansa). Pure la Serbia ha messo in vendita, il 29 luglio, tramite una vera e propria asta, la JAT (attualmente interamente controllata dallo Stato). Per Lufthansa l’acquisizione dell’azionariato di riferimento d’Austrian Airlines rappresenterebbe un mero ampliamento del mercato e anche il mero fidanzamento con la Serbia solleverebbe delicati aspetti politici con Croazia e Slovenia. Non ci sarebbero, però, la complementarità e le sinergie che caratterizzerebbe un patto con Alitalia: a) un forte mercato interno; b) integrazione delle rotte internazionale ed intercontinentali; c) una terza hub, a Malpensa, in aggiunta di quelle a Monaco ed a Berlino. Naturalmente, la premessa sarebbe il risanamento di Alialia. E non solo.-
Da anni Luthansa guida la cordata di “code-sharing” Star Alliance di cui fa parte AirOne. Star Alliance si è recentemente rafforzata acquisendo Continental, che in seguito a fusioni sul mercato Usa, ha lasciato Sky Team (di cui fanno parte, tra l’altro, Alitalia e AirFranceKlm). Lufthansa non ha mai celato di avere poco fiducia nella capacità d’AirOne di diventare un vettore internazionale. Inoltre, la stampa tedesca ha dato grande rilievo all’inchiesta condotta da un quotidiano economico italiano sulle difficoltà finanziarie ed industriale dell’aviolinea creata dall’imprenditore Carlo Toto. A Cologna si sostiene che il corteggiamento di Alitalia (anche a conti ripuliti dal contribuente italiano e da un nuovo management) non sarebbe possibile se Toto (o i suoi) avessero voce in capitolo. Lufthansa cercherebbero partner nell’Europa centrale, orientale e balcanica. Il futuro a lungo di Alitalia – si ironizza- sarebbe nel beghinaggio (là dove nei Paesi nordici finivano le zitelle).
Ciò aggiunge un dettaglio di poco conto alle ricche informazioni ed indiscrezioni sulla stampa di questa mattina (in seguito al CdA Alitalia di ieri 30 luglio a cui l’advisor Intesa San Paolo non ha partecipato): se il riassetto della compagnia è il primo passo verso l’integrazione con un partner internazionale, la fusione con AirOne non è meno preferibile all’acquisizione di quest’ultima? Ma tale acquisizione, oltre a sollevare complicati problemi d’anti-trust, non rappresenterebbe un salvataggio in maschera? Se ne prenderebbero carico i nuovi soci o ne riverserebbero il costo, in tutto od in parte, sui consumatori-contribuenti?
giovedì 31 luglio 2008
mercoledì 30 luglio 2008
MERCATI REGIONALI PIU’ FORTI SENZA IL WTO, Libero 31 luglio
Su Libero Mercato del 22 luglio avevo in gran misura anticipato l’esito (negativo) del negoziato in corso a Ginevra dal novembre 2001 ed avvertito che non ci sarebbe dovuto fasciare la testa ma guardare al futuro. Ieri, 29 luglio, in tarda serata, per le prassi ginevrine, un comunicato secco del Wto/Omc è giunto nelle redazioni per informare che i negoziati erano “collapsed”, falliti: su 20 punti all’ordine del giorno, le posizioni delle delegazioni sembravano convergere su 18, ma distanziarsi sempre di più sulla 19sima- le misure speciali di salvaguardia a favore dei Paesi in via di sviluppo. Le cronache di questa mattina riferiscono i dettagli delle ultime giornate del negoziato; la stampa di domani sarà probabilmente ancora più puntuale. Le specifiche delle ultime mosse negoziali prima della conclusione di non poter giungere ad un accordo, neanche minimale, confermano quanto previsto da Libero Mercato il 22 luglio. L’accordo che si tentava di raggiungere, comunque, non sarebbe stato libero scambista; tentando di salvare capra e cavoli la montagna della complessa macchina negoziale avrebbe partorito un topolino. Un topolino, per di più, con poche probabilità di restare in vita poiché una ratifica da parte del Congresso Usa sarebbe stata molto improbabile specialmente in caso di vittoria elettorale da parte di Barack Obama.
Non è il caso di tornare sulle cause più profonde del fallimento. Chiediamoci, in breve, quali possono essere le sue conseguenze di breve, medio e lungo periodo. Sotto il profilo quantitativo, l’analisi più completa e più recente è nel lavoro di un gruppo di ricerca composto d’economisti di sei università italiane e di due organizzazioni internazionali e guidato da Paolo Guerrieri e Luca Salvatici (Guerrieri P., Salvatici L. “Il Doha Round e il Wto- Una valutazione quantitativa degli scenari di liberalizzazione del commercio mondiale”, Il Mulino 2008). Lo studio – che tutti coloro interessati alla materia dovrebbero leggere – si differenzia da quelli approntati sei-sette anni fa da Banca Mondiale ed altri (in cui un esito positivo del negoziato avrebbe dato la volata all’economia internazionale). Non soltanto il quadro generale dell’economia internazionale è cambiato, ma il gruppo di ricerca ha costruito un modello computabile di equilibrio economico generale ed esaminato distintamente la trattativa agricola, il negoziato sui prodotti maniffatturieri e quello sui servizi non in base alle ipotesi di liberalizzazione contemplate nel novembre 2001 ma alla luce degli sviluppi successi al “vertice di Cantun” del settembre 2003 che mostrò quanto profondo fosse il disaccordo sia tra i principali gruppi di partecipanti sia all’interno di ciascuno di essi.
In termini di benessere, un accordo avrebbe dato benefici globali tra 31e 80 miliardi di dollari (a seconda delle specifiche dei contenuti dell’intesa), ossia la 0,1% e lo 0,4% del pil dei Paesi aderenti al Wto. L’intesa che si è tentato di definire in questi ultimi giorni a Ginevra riguardava un compromesso al ribasso. Il suo impatto, quindi, sarebbe stato al più 31 miliardi di dollari – lo 0,1% del pil. Si tratta – si badi bene – non di una tantum, ma di una cifra che si sarebbe affievolita nel giro di pochi anni. La perdita, dunque, è stata modesta sotto il profilo quantitativo.
Molto maggiore l’impatto psicologico- ma qui si entra in “neuroeconomia”: il negoziato lanciato per dare una molla all’economia mondiale, strapiomba proprio all’indomani di moniti del Fondo monetario e del Segretario Usa secondo i quali le difficoltà della finanza mondiale (subprime, squilibri delle bilance dei pagamenti, nuove pressioni inflazionistiche) sono destinate a durare sino a tutto il 2009. La conclusione di un accordo a Ginevra (al di là di contenuti ed impatti) sarebbe stata mostrata ai media e dai media come un segnale che la Politica con la “P” maiuscola sta riprendendo controllo dei nodi dell’economia mondiale. Sarebbe stato poco più di un’aspirina, ma avrebbe dato quella iniezione di fiducia (almeno a breve termine) di cui c’è bisogno.
Quali le prospettive a medio termine? Gli scenari sono i seguenti:
· Ritorno del protezionismo. Ce n’è tanta voglia, non solo nei Paesi in via di sviluppo ma negli Usa e nell’Ue. Negli Usa, Obama ha un programma decisamente protezionista e McCain (pur favorevole al libero commercio) non hai mai preso una chiara posizione in materia. L’attuale Parlamento Europeo è il più protezionista da quando l’istituzione è stata creata.
· Evoluzione verso grandi mercati comuni regionali. Natfa, Ue, Unione Mediterranea, Apec è simili hanno vantaggi e svantaggi : possono essere uno stadio verso negoziati tra aree e strumento di liberalizzazione oppure possono chiudersi in sé stessi e fomentare guerre commerciali.
· Una riforma della macchina negoziale. Tra le proposte sul tappeto merita (come già scritto su Libero Mercato del 22 luglio) merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy (un centro di ricerche tedesco) ed il Center for Economic Policy Research (un centro studi americano). Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti.
Quale che sarà l’evoluzione, un punto è assodato. I principi che hanno retto la liberalizzazione degli scambi dal 1948 – reciprocità e non discriminazione – appartengono ormai ai libri di storia economica.
Non è il caso di tornare sulle cause più profonde del fallimento. Chiediamoci, in breve, quali possono essere le sue conseguenze di breve, medio e lungo periodo. Sotto il profilo quantitativo, l’analisi più completa e più recente è nel lavoro di un gruppo di ricerca composto d’economisti di sei università italiane e di due organizzazioni internazionali e guidato da Paolo Guerrieri e Luca Salvatici (Guerrieri P., Salvatici L. “Il Doha Round e il Wto- Una valutazione quantitativa degli scenari di liberalizzazione del commercio mondiale”, Il Mulino 2008). Lo studio – che tutti coloro interessati alla materia dovrebbero leggere – si differenzia da quelli approntati sei-sette anni fa da Banca Mondiale ed altri (in cui un esito positivo del negoziato avrebbe dato la volata all’economia internazionale). Non soltanto il quadro generale dell’economia internazionale è cambiato, ma il gruppo di ricerca ha costruito un modello computabile di equilibrio economico generale ed esaminato distintamente la trattativa agricola, il negoziato sui prodotti maniffatturieri e quello sui servizi non in base alle ipotesi di liberalizzazione contemplate nel novembre 2001 ma alla luce degli sviluppi successi al “vertice di Cantun” del settembre 2003 che mostrò quanto profondo fosse il disaccordo sia tra i principali gruppi di partecipanti sia all’interno di ciascuno di essi.
In termini di benessere, un accordo avrebbe dato benefici globali tra 31e 80 miliardi di dollari (a seconda delle specifiche dei contenuti dell’intesa), ossia la 0,1% e lo 0,4% del pil dei Paesi aderenti al Wto. L’intesa che si è tentato di definire in questi ultimi giorni a Ginevra riguardava un compromesso al ribasso. Il suo impatto, quindi, sarebbe stato al più 31 miliardi di dollari – lo 0,1% del pil. Si tratta – si badi bene – non di una tantum, ma di una cifra che si sarebbe affievolita nel giro di pochi anni. La perdita, dunque, è stata modesta sotto il profilo quantitativo.
Molto maggiore l’impatto psicologico- ma qui si entra in “neuroeconomia”: il negoziato lanciato per dare una molla all’economia mondiale, strapiomba proprio all’indomani di moniti del Fondo monetario e del Segretario Usa secondo i quali le difficoltà della finanza mondiale (subprime, squilibri delle bilance dei pagamenti, nuove pressioni inflazionistiche) sono destinate a durare sino a tutto il 2009. La conclusione di un accordo a Ginevra (al di là di contenuti ed impatti) sarebbe stata mostrata ai media e dai media come un segnale che la Politica con la “P” maiuscola sta riprendendo controllo dei nodi dell’economia mondiale. Sarebbe stato poco più di un’aspirina, ma avrebbe dato quella iniezione di fiducia (almeno a breve termine) di cui c’è bisogno.
Quali le prospettive a medio termine? Gli scenari sono i seguenti:
· Ritorno del protezionismo. Ce n’è tanta voglia, non solo nei Paesi in via di sviluppo ma negli Usa e nell’Ue. Negli Usa, Obama ha un programma decisamente protezionista e McCain (pur favorevole al libero commercio) non hai mai preso una chiara posizione in materia. L’attuale Parlamento Europeo è il più protezionista da quando l’istituzione è stata creata.
· Evoluzione verso grandi mercati comuni regionali. Natfa, Ue, Unione Mediterranea, Apec è simili hanno vantaggi e svantaggi : possono essere uno stadio verso negoziati tra aree e strumento di liberalizzazione oppure possono chiudersi in sé stessi e fomentare guerre commerciali.
· Una riforma della macchina negoziale. Tra le proposte sul tappeto merita (come già scritto su Libero Mercato del 22 luglio) merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy (un centro di ricerche tedesco) ed il Center for Economic Policy Research (un centro studi americano). Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti.
Quale che sarà l’evoluzione, un punto è assodato. I principi che hanno retto la liberalizzazione degli scambi dal 1948 – reciprocità e non discriminazione – appartengono ormai ai libri di storia economica.
Flop del Wto. Vincitori e vinti della mancata liberalizzazione degli scambi L'Occidentale del 30 luglio
Sul lago Lemanno, al termine delle lunghe notti ginevrine, non sempre sorge il sole. Lo avevamo avvertito su “L’Occidentale” del 21 luglio commentando l’inizio della sessione straordinaria della trattativa Dda nell’ambito Wto-Omc con la quale si tentava di portare a conclusione positiva il negoziato iniziato circa otto fa. Avevamo anzi previsto che l’esito sarebbe stato molto probabilmente negativo, aggiungendo che, anche se si fosse arrivati, alla parafasi di un accordo minimale , la ratifica (specialmente da parte del Congresso Usa) sarebbe stata molto problematica. Anzi, verosimilmente non sarebbe mai avvenuta specialmente nell’eventualità di una vittoria di Barack Obama alle elezioni di Novembre. Ieri sera, 29 luglio, un comunicato secco del Wto/Omc ha informato che i negoziati erano “collapsed”, falliti: su 20 punti all’ordine del giorno, le posizioni delle delegazioni sembravano convergere su 18, ma distanziarsi sempre di più sulla 19sima- le misure speciali di salvaguardia a favore dei Paesi in via di sviluppo. Le cronache sui quotidiani economici di questa mattina riferiscono alcuni dettagli delle ultime giornate del negoziato; la stampa di domani sarà probabilmente ancora più dettagliata. Le specifiche delle ultime mosse negoziali prima della conclusione di non poter giungere ad un accordo, neanche minimale, confermano puntualmente quanto previsto da “L’Occidentale” del 21 luglio.
Chiediamoci ora chi ha vinto e chi ha perso e quali saranno le conseguenze di breve e medio periodo. Per il vostro “chroniqueur”che lavora su questi temi da oltre 40 anni (il suo primo libro in materia è stato edito da Il Mulino nel 1967), i vincitori sono i Paesi emergenti (India e Cina in primo luogo) non però per le ragioni evidenziate oggi sulla stampa economica (l’abilità negoziale delle loro delegazione) ma perché hanno dimostrato quanto sostenevano (India, Messico ed altri Paesi) già circa 20 anni fa, quando il Wto/Omc venne, con tanta pompa, creato: la macchina negoziale costruita nel 1948 per 23 “Parti contraenti” del Gatt non è affatto adatta ad un organizzazione che ha 153 Stati membri. I 153, a loro volta, si raggruppano i vari sotto-gruppi (il G77, il G33, il G20) con interessi simili ma non identici. Nel contempo la sala dei negoziati (la “Green Room”) contiene, fisicamente, non più di 40 Ministri dando luogo a problemi di protocollo (e di permalosità) d’ogni genere. Negli Anni 60, l’accordo che portò al successo dell Kennedy Round venne definito tra una dozzina di persone, a Villa Le Bocage, nello studio dell’allora Direttore Generale, Sir Wyndham White, un amabile, ed astuto, avvocato britannico, al termine di una lunga notte in cui ci si sosteneva a base di brandy & soda. Un approccio impensabile adesso con oltre duemila delegati al seguito, oltre che interessi divergenti anche all’interno di gruppi relativamente omogenei come l’Ue. Il fallimento prova l’urgenza di ripensare una macchina che, come allestita, non può funzionare.
A rendere il quadro ancora più complicato, ove mai ce ne fosse bisogno, Ue ed Usa non hanno mostrato alcuna compattezza “atlantica” rispetto al resto del mondo. Ove ciò non fosse abbastanza grave, due dei protagonisti (ambedue europei) del negoziato non sono “free trader” ossia convinti difensori del libero scambio. L’attuale direttore generale dell’Omc Pascal Lamy è un cattosocialista francese, cresciuto nel sindacato cattolico e nell’alta burocrazia d’Oltralpe ed a lungo capo di Gabinetto di Jacques Delors. Il Capo della delegazione Ue Peter Mandelson è un laburista a lungo alla presidenza di quel Policy Network che ha avuto per un lustro l’ambizione d’essere il laboratorio dell’Ulivo mondiale di prodiana memoria; è più interessato a convegni della sinistra riformista (è molto amico di Massimo D’Alema) che ai dettagli negoziali. Accanto a loro, il Ministro indiano del commercio con l’estero Kamal Neth è apparso come un gigante sotto il profilo sia tecnico sia politico.
Nel breve termine, il colpo alla credibilità del Wto/Omc è molto forte. Ed avviene in una fase di grande travaglio dell’economia internazionale a ragione sia del protrarsi della crisi finanziaria, innescata dai mutui subprime, sia dagli squilibri mondiali delle bilance dei pagamenti sia dai corsi delle materie prime. Il Dda- ricordiamolo – avrebbe dovuto tirare su il morale all’economia mondiale dopo l’11 settembre 2001. I suoi esiti rischiano di aggravare ulteriormente la crisi di fiducia attualmente in corso.
Sotto il profilo quantitativo, le stime più aggiornate sono in un lavoro recente curato da Paolo Guerrieri e Luca Salvatici (“Il Doha Round ed il Wto – Una valutazione quantitativa degli scenari di liberalizzazione commerciale”, Il Mulino 2008). Utilizzando modellistica computabile di equilibrio economico generale, i benefici del Dda (ove si fosse concluso positivamente e secondo un accordo non “de minimis” ) sarebbero stati pari allo 0,1%-0,4% (secondo le ipotesi specifiche relative ai risultati) del pil dei Paesi aderenti al Wto. Non è, quindi, il caso di stracciarsi le vesti.
Più costruttivo esaminare come riformare la macchina negoziale. Non mancano proposte concrete: tra le tante merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy (un centro di ricerche tedesco) ed il Center for Economic Policy Resarch (un centro studi americano). Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti , differenti da quelli attuali sia in durata (oggi durano 6-10 anni superando, quindi, i cicli politici) sia in scopo (oggi cercano di abbracciare tutti i problemi degli scambi mondiali).
Glossario
Dda Doha Development Agenda – Negoziato sulla liberazione degli scambi iniziato a Doha nel Qatar nel novembre 2001
Gatt General agreement on tariffs and trade- accordo “provvisorio” per dare un quadro ai negoziati multilaterali sugli scambi in attesa dell’Ito, Organizzazione internazionale del commercio, i cui statuti non sono stati mai ratificati dal Congresso Usa.
Wto/Omc Organizzazione Mondiale del Commercio
Chiediamoci ora chi ha vinto e chi ha perso e quali saranno le conseguenze di breve e medio periodo. Per il vostro “chroniqueur”che lavora su questi temi da oltre 40 anni (il suo primo libro in materia è stato edito da Il Mulino nel 1967), i vincitori sono i Paesi emergenti (India e Cina in primo luogo) non però per le ragioni evidenziate oggi sulla stampa economica (l’abilità negoziale delle loro delegazione) ma perché hanno dimostrato quanto sostenevano (India, Messico ed altri Paesi) già circa 20 anni fa, quando il Wto/Omc venne, con tanta pompa, creato: la macchina negoziale costruita nel 1948 per 23 “Parti contraenti” del Gatt non è affatto adatta ad un organizzazione che ha 153 Stati membri. I 153, a loro volta, si raggruppano i vari sotto-gruppi (il G77, il G33, il G20) con interessi simili ma non identici. Nel contempo la sala dei negoziati (la “Green Room”) contiene, fisicamente, non più di 40 Ministri dando luogo a problemi di protocollo (e di permalosità) d’ogni genere. Negli Anni 60, l’accordo che portò al successo dell Kennedy Round venne definito tra una dozzina di persone, a Villa Le Bocage, nello studio dell’allora Direttore Generale, Sir Wyndham White, un amabile, ed astuto, avvocato britannico, al termine di una lunga notte in cui ci si sosteneva a base di brandy & soda. Un approccio impensabile adesso con oltre duemila delegati al seguito, oltre che interessi divergenti anche all’interno di gruppi relativamente omogenei come l’Ue. Il fallimento prova l’urgenza di ripensare una macchina che, come allestita, non può funzionare.
A rendere il quadro ancora più complicato, ove mai ce ne fosse bisogno, Ue ed Usa non hanno mostrato alcuna compattezza “atlantica” rispetto al resto del mondo. Ove ciò non fosse abbastanza grave, due dei protagonisti (ambedue europei) del negoziato non sono “free trader” ossia convinti difensori del libero scambio. L’attuale direttore generale dell’Omc Pascal Lamy è un cattosocialista francese, cresciuto nel sindacato cattolico e nell’alta burocrazia d’Oltralpe ed a lungo capo di Gabinetto di Jacques Delors. Il Capo della delegazione Ue Peter Mandelson è un laburista a lungo alla presidenza di quel Policy Network che ha avuto per un lustro l’ambizione d’essere il laboratorio dell’Ulivo mondiale di prodiana memoria; è più interessato a convegni della sinistra riformista (è molto amico di Massimo D’Alema) che ai dettagli negoziali. Accanto a loro, il Ministro indiano del commercio con l’estero Kamal Neth è apparso come un gigante sotto il profilo sia tecnico sia politico.
Nel breve termine, il colpo alla credibilità del Wto/Omc è molto forte. Ed avviene in una fase di grande travaglio dell’economia internazionale a ragione sia del protrarsi della crisi finanziaria, innescata dai mutui subprime, sia dagli squilibri mondiali delle bilance dei pagamenti sia dai corsi delle materie prime. Il Dda- ricordiamolo – avrebbe dovuto tirare su il morale all’economia mondiale dopo l’11 settembre 2001. I suoi esiti rischiano di aggravare ulteriormente la crisi di fiducia attualmente in corso.
Sotto il profilo quantitativo, le stime più aggiornate sono in un lavoro recente curato da Paolo Guerrieri e Luca Salvatici (“Il Doha Round ed il Wto – Una valutazione quantitativa degli scenari di liberalizzazione commerciale”, Il Mulino 2008). Utilizzando modellistica computabile di equilibrio economico generale, i benefici del Dda (ove si fosse concluso positivamente e secondo un accordo non “de minimis” ) sarebbero stati pari allo 0,1%-0,4% (secondo le ipotesi specifiche relative ai risultati) del pil dei Paesi aderenti al Wto. Non è, quindi, il caso di stracciarsi le vesti.
Più costruttivo esaminare come riformare la macchina negoziale. Non mancano proposte concrete: tra le tante merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy (un centro di ricerche tedesco) ed il Center for Economic Policy Resarch (un centro studi americano). Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti , differenti da quelli attuali sia in durata (oggi durano 6-10 anni superando, quindi, i cicli politici) sia in scopo (oggi cercano di abbracciare tutti i problemi degli scambi mondiali).
Glossario
Dda Doha Development Agenda – Negoziato sulla liberazione degli scambi iniziato a Doha nel Qatar nel novembre 2001
Gatt General agreement on tariffs and trade- accordo “provvisorio” per dare un quadro ai negoziati multilaterali sugli scambi in attesa dell’Ito, Organizzazione internazionale del commercio, i cui statuti non sono stati mai ratificati dal Congresso Usa.
Wto/Omc Organizzazione Mondiale del Commercio
martedì 29 luglio 2008
LA “CARMEN” IN ECONOMIA DI DANTE FERRETTI Il Velino 28 luglio
La povertà –dicevano le nostre nonne – aguzza l’ingegno. Lo dovrebbero ripetere, a mò di giaculatoria, molti registi e scenografi, soprattutto di teatro d’opera. Uno dei maggiori scenografi italiani, pluripremiato con Oscar, uso a lavorare con Pasolini (piuttosto parco nei propri allestimenti), Fellini (niente affatto economo), Annaud, Scotese e Burton (noti per non badare a spese), in breve Dante Ferretti riceve l’incarico di curare scene ed anche regìa per uno degli spettacoli più attesi dello Sferisterio Festival. Un Festival imperniato sul tema della seduzione. Si sarebbe pensato ad uno spettacolone colossal, come stimola il vastissimo palcoscenico dell’arena. E come richiede un pubblico che viene non solo dalle spiagge marchigiane ma anche dalle terre verdine, dalla Toscana, da Roma e dalla Germania (come testimoniano) i pulman che stazionano nei viali prossimi allo Sferisterio.
Invece, a cartellone fatto ed a progetto in fase di messa a punto, ci si accorge che, tra un taglio e l’altro (di finanziamenti pubblici ed anche privati), le risorse finanziarie scarseggiano. Bamboli, non c’è una lira! Quindi, o annullare o rimodulare. Si sarebbe potuto riesumare un allestimento (dei tanti nei depositi di Macerata) o noleggiarne uno da uno dei numerosi teatri all’aperto.
Ferretti, invece, presenta una “Carmen” originalissima. La scena è naturale, anzi “nature”: l’enorme muro dello Sferisterio sovrastato dai campanili e dalle terrazze della città. Essenziale l’attrezzeria scenica: molte biciclette, panchine, una fontana con vera acqua sorgiva, una camionetta FIAT reduce da uno sconto o da qualche altro incidente. Curatissimi i costumi (di Pier Luigi Pizzi) L’azione è spostata dalla seconda metà dell’Ottocento ad imprecisati Anni 30. Al posto dei dragoni, quindi, c’è la guardia nazionale. La taverna di Lillas Pastìa è una smisurata sala da ballo dove una borghesia macera danza il tango; il flamenco è riservato a Carmen (“liberté, liberté). Ed il passo montano ? ancora una volta il muro nudo dello Sferisterio che si trasforma (con pochi affissi pubblicitari) nella piazza antistante l’arena per le corride di Siviglia.
Lo spettacolo funziona alla perfezione (se si eccettua la direzione d’orchestra) grazie all’accento sulla recitazione (da parte di un gruppo di giovani ed abilissimi cantanti- attori) e sui movimenti delle masse. Si replica sino al 12 agosto ma merita di essere riportato in scena l’anno prossimo.
Invece, a cartellone fatto ed a progetto in fase di messa a punto, ci si accorge che, tra un taglio e l’altro (di finanziamenti pubblici ed anche privati), le risorse finanziarie scarseggiano. Bamboli, non c’è una lira! Quindi, o annullare o rimodulare. Si sarebbe potuto riesumare un allestimento (dei tanti nei depositi di Macerata) o noleggiarne uno da uno dei numerosi teatri all’aperto.
Ferretti, invece, presenta una “Carmen” originalissima. La scena è naturale, anzi “nature”: l’enorme muro dello Sferisterio sovrastato dai campanili e dalle terrazze della città. Essenziale l’attrezzeria scenica: molte biciclette, panchine, una fontana con vera acqua sorgiva, una camionetta FIAT reduce da uno sconto o da qualche altro incidente. Curatissimi i costumi (di Pier Luigi Pizzi) L’azione è spostata dalla seconda metà dell’Ottocento ad imprecisati Anni 30. Al posto dei dragoni, quindi, c’è la guardia nazionale. La taverna di Lillas Pastìa è una smisurata sala da ballo dove una borghesia macera danza il tango; il flamenco è riservato a Carmen (“liberté, liberté). Ed il passo montano ? ancora una volta il muro nudo dello Sferisterio che si trasforma (con pochi affissi pubblicitari) nella piazza antistante l’arena per le corride di Siviglia.
Lo spettacolo funziona alla perfezione (se si eccettua la direzione d’orchestra) grazie all’accento sulla recitazione (da parte di un gruppo di giovani ed abilissimi cantanti- attori) e sui movimenti delle masse. Si replica sino al 12 agosto ma merita di essere riportato in scena l’anno prossimo.
PER RISOLLEVARE L’ECONOMIA SERVE UNA RIFORMA DRASTICA DELLA GIUSTIZIA, L'Occidentale 29 luglio
Un procedimento di licenziamento in Italia richiede, mediamente, 700 giorni, rispetto ai 30 in Spagna ed ai 19 in Olanda. Non è il risultato di un’analisi dei soliti liberali estremisti sempre pronti a prendersela con i magistrati e con la macchina giudiziaria ma dell’Irsg-Cnr, ossia dall’istituto pubblico di ricerca preposto a questo tipo di indagini. La lentezza della giustizia – lo ammoniscono i numerosi ammonimenti del Consiglio d’Europa in Italia – svilisce la certezza del diritto e la prima causa della bassa stima che ha la magistratura nei sondaggi d’opinione. In altri Paesi, ci si è mossi in via normativa: in Norvegia, ad esempio, le cause civili devono essere definite in sei mesi, quelle penali in tre (termini che possono essere modificati soltanto in via eccezionale dal Ministro della Giustizia non da un organo corporativo d’autocontrollo). A Manchester le vertenze devono essere chiuse in 15 settimane se affidate alla “procedura rapida”, in 30 se a procedimenti più complessi. In Danimarca il 63% dei procedimenti penali devono essere definiti ed il 95% in sei. In Slovenia l’obiettivo è di chiudere qualsiasi forma di giudizio in 18 mesi. L’elenco potrebbe continuare: basta consultare il sito del Consiglio d’Europa per avere una casistica completa in cui l’Italia appare come la pecora nera.
Non sta ad un economista discettare di chi ha responsabilità: magistrati “fannulloni” ed “iperprotetti” (nel lessico brunettiano), un ordinamento eccessivamente complesso; o via discorrendo. Da economista, posso unicamente fare qualche ragionamento sulle conseguenze. In primo luogo la giustizia tartaruga, oltre che essere malagiustizia, è la prima determinante della bassa crescita dell’Italia. Lo dice la teoria dei costi di transazione. Ventidue anni fa, ne “Le istituzioni economico del capitalismo”, il giurista, ed economista, Oliver E. Williamson ha analizzato, in 700 pagine, come il funzionamento di un’economia di mercato, e le relative possibilità, di sviluppo dipendono dai costi per effettuare transazioni economiche tra individui, tra famiglie, tra imprese e tra i vari soggetti e lo Stato. Pochi anni dopo, Douglas C. North ottenne il Nobel per l’Economia per un libro di 150 pagine in cui dimostrava come dal 1500 ad oggi le aree economiche che più avevano abbattuto i costi di transazione erano proprio quelle che avevano avuto i maggiori tassi di sviluppo ed una migliore distribuzione dei redditi. La lentezza e la malagiustizia provocano, in Italia, i più alti costi di transazione nei Paesi Ocse. Lo conferma, per la giustizia amministrazione (che è solo un piccolo spicchio del problema), l’University of Chicago Public Law Working Paper n. 223 diramato in questi giorni, per rendersene conto. Una strada gradualistica ci allontanerebbe dal consesso Ocse; ormai serve una riforma drastica di procedure, carriere, promozioni, sanzioni nei confronti di chi ritarda i procedimenti e simili. I liberisti di Chicago e le anime pie del Consiglio d’Europa non sono i soli a dirlo. Sul sito dell’Università di Harvard (da sempre considerata più “lab” che “lib)) sottolinea che nei Paesi la cui tradizione è radicata nel diritto romano, non è necessario abbracciare il “common law”: si possono introdurre misure di netta separazione di carriere tra procuratori e giudici, di riduzione del numero dei distretti giudiziari, di riordino degli uffici sull’esempio di quelle adottate di recente da uno Stato federale come il Messico e che la Francia ha messo in atto quando ha dato vita alle Regioni. A tutto tondo, lo documenta una rassegna di circa 600 studi pubblicata nel fascicolo di Giugno 2008 del “Journal of Economic Literature”. Non sono certo studi “ad personam”. Il “Journal” è distinto e distante dalle nostre beghe; gli studi citati mettono in rilievo (anche con analisi econometriche” come la lentocrazia della malagiustizia condanna al declino. Di tutti. Pure dei magistrati.
Il dibattito è aperto.
Non sta ad un economista discettare di chi ha responsabilità: magistrati “fannulloni” ed “iperprotetti” (nel lessico brunettiano), un ordinamento eccessivamente complesso; o via discorrendo. Da economista, posso unicamente fare qualche ragionamento sulle conseguenze. In primo luogo la giustizia tartaruga, oltre che essere malagiustizia, è la prima determinante della bassa crescita dell’Italia. Lo dice la teoria dei costi di transazione. Ventidue anni fa, ne “Le istituzioni economico del capitalismo”, il giurista, ed economista, Oliver E. Williamson ha analizzato, in 700 pagine, come il funzionamento di un’economia di mercato, e le relative possibilità, di sviluppo dipendono dai costi per effettuare transazioni economiche tra individui, tra famiglie, tra imprese e tra i vari soggetti e lo Stato. Pochi anni dopo, Douglas C. North ottenne il Nobel per l’Economia per un libro di 150 pagine in cui dimostrava come dal 1500 ad oggi le aree economiche che più avevano abbattuto i costi di transazione erano proprio quelle che avevano avuto i maggiori tassi di sviluppo ed una migliore distribuzione dei redditi. La lentezza e la malagiustizia provocano, in Italia, i più alti costi di transazione nei Paesi Ocse. Lo conferma, per la giustizia amministrazione (che è solo un piccolo spicchio del problema), l’University of Chicago Public Law Working Paper n. 223 diramato in questi giorni, per rendersene conto. Una strada gradualistica ci allontanerebbe dal consesso Ocse; ormai serve una riforma drastica di procedure, carriere, promozioni, sanzioni nei confronti di chi ritarda i procedimenti e simili. I liberisti di Chicago e le anime pie del Consiglio d’Europa non sono i soli a dirlo. Sul sito dell’Università di Harvard (da sempre considerata più “lab” che “lib)) sottolinea che nei Paesi la cui tradizione è radicata nel diritto romano, non è necessario abbracciare il “common law”: si possono introdurre misure di netta separazione di carriere tra procuratori e giudici, di riduzione del numero dei distretti giudiziari, di riordino degli uffici sull’esempio di quelle adottate di recente da uno Stato federale come il Messico e che la Francia ha messo in atto quando ha dato vita alle Regioni. A tutto tondo, lo documenta una rassegna di circa 600 studi pubblicata nel fascicolo di Giugno 2008 del “Journal of Economic Literature”. Non sono certo studi “ad personam”. Il “Journal” è distinto e distante dalle nostre beghe; gli studi citati mettono in rilievo (anche con analisi econometriche” come la lentocrazia della malagiustizia condanna al declino. Di tutti. Pure dei magistrati.
Il dibattito è aperto.
MENO RENDITE E TRASFERIMENTI E PIU' INTRAPRESA Libero del 29 luglio
Quali che siano le misure di politica pubblica per riavviare l’Italia (ed impedire la prosecuzione del lento declino iniziato con il forte aumento della pressione fiscale – sette punti percentuali del pil – attuato dai Governi di sinistra negli Anni Novanta), esse devono convergere su un obiettivo, il più urgente ed il più prioritario di tutti gli altri: dare di nuovo alle imprese il gusto di “fare intrapresa”. Per “fare intrapresa” si intende mettere insieme la combinazione di fattori produttivi (materiali ed immateriali ) al fine d’innovare processi e prodotti, d’attivare nuove linee di produzione, di conquistare nuovi mercati, di tenere conto dei continui mutamenti del contesto internazionali e d’esserne alla guida non al traino.
Ad una lettura dei dati degli ultimi tre lustri, l’economista ha l’impressione che il “gusto di fare intrapresa” (tipico di vari fasi dello sviluppo italiano, dal Rinascimento al “miracolo economico” del dopoguerra) si è affievolito sino quasi a sparire del tutto. Dai capitoli sulle privatizzazioni che da otto anni scrivo per l’annuario dell’associazione Società Libera sul processo di liberalizzazione della società italiana, appare evidente che la grande impresa italiana non ha saputo cogliere le opportunità offertole (sin dalla metà degli Anni Novanta) dalle denazionalizzazioni, richieste dall’integrazione economica internazionale e comunque imposte dalla partecipazione all’Ue. Sarebbe stata la grande occasione per le grandi imprese (soprattutto del Nord) di mantenere e d’ammodernare il proprio “core business” ma al tempo stesso di diversificarsi e d’entrare in nuovi comparti e mercati. Invece, è stata attuata quella che possiamo chiamare la strategia industriale del sedersi sulla rendita (e non si vuole utilizzare una locuzione meno elegante), basata su guerre imprenditoriali per mettere le mani, con fortissime leve finanziarie, su monopoli in via di privatizzazione nella prospettiva che una volta diventati ex-monopoli avrebbero mantenuto una posizione dominante e assicurato una comoda rendita senza le noie e le grane associate al “gusto di fare intrapresa”. Sappiamo come è finita ed abbiamo sotto gli occhi le scaramucce ancora in corso dopo che interi settori industriali (critici per la crescita dell’Italia) non esistono ormai quasi più.
Per le piccole e medie imprese del Mezzogiorno, interessante l’analisi fatta, alcuni anni fa, da Fabrizio Del Monte dell’Università di Napoli Federico II. Sino alla metà degli Anni Settanta, i trasferimenti a favore del Sud e delle Isole sono stati associati ad una riduzione graduale dei divari (di reddito pro-capite, di occupazione) misurabili. Da allora, i trasferimenti sono aumentati, ma sono cresciuti anche i divari. La spiegazione: il capitale umano imprenditoriale si è gradualmente trasformato da “produttivo” ad “improduttivo”- il “fare intrapresa” è stato rimpiazzato dalla ricerca del sussidio erogato in base alla selva oscura della miriade di leggi d’incentivazione.
Ed i “distretti industriali” della “terza Italia” su cui si sono versati fiumi (elogiativi) di inchiostro negli Anni Ottanta? La loro capacità creativa di adattamento è stata messa a dura prova non tanto dall’integrazione internazionale (e dall’ingresso sulla scena del commercio mondiale di Paesi con analoga specializzazione produttiva e bassi salari e tutele sociale) quanto dal ricambio imprenditoriali: creati spesso da capomastri diventati imprenditori, le imprese che li compongono non reggono ad una nuova generazione formata in università italiane e straniere ed a più agio a New York ed a Londra che a Pennabilli.
L’implosione industriale è da oltre un lustro di fronte ai nostri occhi. Non possiamo metterli sotto la sabbia.
Ad una lettura dei dati degli ultimi tre lustri, l’economista ha l’impressione che il “gusto di fare intrapresa” (tipico di vari fasi dello sviluppo italiano, dal Rinascimento al “miracolo economico” del dopoguerra) si è affievolito sino quasi a sparire del tutto. Dai capitoli sulle privatizzazioni che da otto anni scrivo per l’annuario dell’associazione Società Libera sul processo di liberalizzazione della società italiana, appare evidente che la grande impresa italiana non ha saputo cogliere le opportunità offertole (sin dalla metà degli Anni Novanta) dalle denazionalizzazioni, richieste dall’integrazione economica internazionale e comunque imposte dalla partecipazione all’Ue. Sarebbe stata la grande occasione per le grandi imprese (soprattutto del Nord) di mantenere e d’ammodernare il proprio “core business” ma al tempo stesso di diversificarsi e d’entrare in nuovi comparti e mercati. Invece, è stata attuata quella che possiamo chiamare la strategia industriale del sedersi sulla rendita (e non si vuole utilizzare una locuzione meno elegante), basata su guerre imprenditoriali per mettere le mani, con fortissime leve finanziarie, su monopoli in via di privatizzazione nella prospettiva che una volta diventati ex-monopoli avrebbero mantenuto una posizione dominante e assicurato una comoda rendita senza le noie e le grane associate al “gusto di fare intrapresa”. Sappiamo come è finita ed abbiamo sotto gli occhi le scaramucce ancora in corso dopo che interi settori industriali (critici per la crescita dell’Italia) non esistono ormai quasi più.
Per le piccole e medie imprese del Mezzogiorno, interessante l’analisi fatta, alcuni anni fa, da Fabrizio Del Monte dell’Università di Napoli Federico II. Sino alla metà degli Anni Settanta, i trasferimenti a favore del Sud e delle Isole sono stati associati ad una riduzione graduale dei divari (di reddito pro-capite, di occupazione) misurabili. Da allora, i trasferimenti sono aumentati, ma sono cresciuti anche i divari. La spiegazione: il capitale umano imprenditoriale si è gradualmente trasformato da “produttivo” ad “improduttivo”- il “fare intrapresa” è stato rimpiazzato dalla ricerca del sussidio erogato in base alla selva oscura della miriade di leggi d’incentivazione.
Ed i “distretti industriali” della “terza Italia” su cui si sono versati fiumi (elogiativi) di inchiostro negli Anni Ottanta? La loro capacità creativa di adattamento è stata messa a dura prova non tanto dall’integrazione internazionale (e dall’ingresso sulla scena del commercio mondiale di Paesi con analoga specializzazione produttiva e bassi salari e tutele sociale) quanto dal ricambio imprenditoriali: creati spesso da capomastri diventati imprenditori, le imprese che li compongono non reggono ad una nuova generazione formata in università italiane e straniere ed a più agio a New York ed a Londra che a Pennabilli.
L’implosione industriale è da oltre un lustro di fronte ai nostri occhi. Non possiamo metterli sotto la sabbia.
ALLARGARE IL MERCATO DEL LAVORO, Il Tempo 29 luglio
Fannulloni o stakanovisti? Nel solleone del 2004 scoppiò una polemica sulle ore di lavoro di lavoro effettivamente svolte da americani e da europei; i primi lavorerebbero il 50% di più dei secondi – e gli italiani sarebbero il fanalino di coda. Ciò spiegherebbe perché alla lepre Usa corrisponde la tartaruga Ue – e l’andamento rasoterra in Italia. L’ultimo lavoro di Richard Freeman dell’Università di Harvard getta nuova luce sul dibattito (tornato d’attualità). In termini d’ore effettivamente lavorate, l’italiano occupato batte quasi tutti: mediamente 1826 ore l’anno, rispetto alle 1809 dell’americano, 1799 dello spagnolo, 1555 del francese, 1442 del tedesco. Ci supera, per un soffio, il britannico con 1827 ore l’anno. L’Italia è, però, il Paese Ocse con il rapporto più basso tra coloro in età da lavoro e gli occupati (il 57,4% rispetto al 71,2% degli Usa, al 77-76% dei Paesi nordici, al 65% della Francia ed al 62% della Spagna). Da noi il 55% delle donne in età da lavoro resta in casa (rispetto al 35% delle americane ed al 51% delle spagnole); non lavora il 70% di coloro tra i 55 ed 64 anni d’età (rispetto al 40% negli Usa, al 30% in Scandinavia ed al 58% in Francia e Spagna).
Queste cifre spiegano eloquentemente il senso del “Libro Verde” sullo stato sociale presentato del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi: la sfida per rimettere in ordine i conti della previdenza, della sanità e dell’assistenza consiste nel portare sul mercato del lavoro gran parte di quelle donne e dei quei 55enni oggi inoccupati.
Queste cifre spiegano eloquentemente il senso del “Libro Verde” sullo stato sociale presentato del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi: la sfida per rimettere in ordine i conti della previdenza, della sanità e dell’assistenza consiste nel portare sul mercato del lavoro gran parte di quelle donne e dei quei 55enni oggi inoccupati.
lunedì 28 luglio 2008
DOCENTI SCONFITTI DALLA PAURA DI UNA COMPETIZIONE NECESSARIA, Il Tempo 18 luglio
Sotto lo sguardo vigile di Benito Mussolini (immortalato nell’affresco di Mario Sironi nell’Aula Magna della Sapienza), i Rettori delle università statali di Roma hanno organizzato un’adunata (non proprio oceanica) per sferrare un attacco durissimo contro i loro colleghi (in accademia) Remato Brunetta e Giulio Tremonti. I capi d’accusa sono essenzialmente due: la riduzione di stanziamenti contemplata nel piano triennale (di riassetto della finanza pubblica) e la proposta di trasformare le università in fondazioni a cui potrebbero partecipare privati (fondazioni bancarie, imprese).
La minaccia: se Brunetta e Tremonti non faranno una rapida marcia indietro, le università metteranno in atto uno sciopero da filotranvieri. Non entro nel merito. I dati Ocse ed Unesco dicono che dopo la Federazione Russa e gli Usa, l’Italia ha il più alto numero di docenti nell’istruzione post-secondaria: in Italia, alcuni docenti universitari insegnano a canali di 500 allievi; altri a classi di cinque. Proliferano master d’ogni sorta, disciplina e qualità. Qualche problema di “governo” delle istituzioni pare, dunque, esserci. Oltre 20 anni fa con George Pscharopoulos della London School of Economics (distinto e distante dalle beghe nostrane) preparai una proposta per introdurre competizione all’interno del settore pubblico (allora in Italia le università private si contavano sulle dita di una mano) come ultima spiaggia per migliorare la qualità e non finire (come è avvenuto) tra gli ultimi nelle classifiche internazionali. Non se fece nulla poiché Palazzo Chigi temette la reazione della corporazione.
Adesso fiorisce, specialmente a Roma, una vasta area d’università private, molte delle quali (segnatamente quelle telematiche) “decretate” quando il centro-sinistra era al governo del Paese. Inoltre, gli accordi Ue di Lisbona prevedono riconoscimenti automatici dei titoli di studio. Se i privati portano con sé non solo risorse ma anche managerialità, le fondazioni possono essere uno strumento efficace per una sana competizione. “Cum petere” – ricordiamolo – vuol dire cercare insieme. Cercare le sinergie tra pubblico e privato e giungere all’eccellenza tecnologica ed organizzativa; come sottolineato su “Il Tempo” del 30 giugno, queste due determinanti rappresentano le leve su cui sviluppare il futuro di Roma. Se ci sono alternative più promettenti della trasformazione delle università statali in fondazione (come sono già le università private italiane e quelle, anche pubbliche, di gran parte del resto del mondo), auguro che tali alternative siano presentate e discusse. Non si può eludere il problema. Non lo si può certamente fare con assemblee analoghe a quelle descritte da Alexis de Tocqeville in “L’ancien régime et la révolution”. In un mondo che cambia, chi difende l’esistente perde sempre.
A fronte di geremiadi e minacce, avanti Maria Stella! Chi si ferma è perduto.
La minaccia: se Brunetta e Tremonti non faranno una rapida marcia indietro, le università metteranno in atto uno sciopero da filotranvieri. Non entro nel merito. I dati Ocse ed Unesco dicono che dopo la Federazione Russa e gli Usa, l’Italia ha il più alto numero di docenti nell’istruzione post-secondaria: in Italia, alcuni docenti universitari insegnano a canali di 500 allievi; altri a classi di cinque. Proliferano master d’ogni sorta, disciplina e qualità. Qualche problema di “governo” delle istituzioni pare, dunque, esserci. Oltre 20 anni fa con George Pscharopoulos della London School of Economics (distinto e distante dalle beghe nostrane) preparai una proposta per introdurre competizione all’interno del settore pubblico (allora in Italia le università private si contavano sulle dita di una mano) come ultima spiaggia per migliorare la qualità e non finire (come è avvenuto) tra gli ultimi nelle classifiche internazionali. Non se fece nulla poiché Palazzo Chigi temette la reazione della corporazione.
Adesso fiorisce, specialmente a Roma, una vasta area d’università private, molte delle quali (segnatamente quelle telematiche) “decretate” quando il centro-sinistra era al governo del Paese. Inoltre, gli accordi Ue di Lisbona prevedono riconoscimenti automatici dei titoli di studio. Se i privati portano con sé non solo risorse ma anche managerialità, le fondazioni possono essere uno strumento efficace per una sana competizione. “Cum petere” – ricordiamolo – vuol dire cercare insieme. Cercare le sinergie tra pubblico e privato e giungere all’eccellenza tecnologica ed organizzativa; come sottolineato su “Il Tempo” del 30 giugno, queste due determinanti rappresentano le leve su cui sviluppare il futuro di Roma. Se ci sono alternative più promettenti della trasformazione delle università statali in fondazione (come sono già le università private italiane e quelle, anche pubbliche, di gran parte del resto del mondo), auguro che tali alternative siano presentate e discusse. Non si può eludere il problema. Non lo si può certamente fare con assemblee analoghe a quelle descritte da Alexis de Tocqeville in “L’ancien régime et la révolution”. In un mondo che cambia, chi difende l’esistente perde sempre.
A fronte di geremiadi e minacce, avanti Maria Stella! Chi si ferma è perduto.
domenica 27 luglio 2008
TAGLIARE I COSTI DI TRANSAZIONE, Libero 25 luglio
Il nostro direttore, Oscar Giannino, ci ha chiesto di scendere in campo con ricette per rimettere l’Italia in moto, tenendo conto dei vincoli esistenti di politica monetaria, di bilancio e dei prezzi e dei redditi, nonché del quadro economico internazionale.
Il primo rimedio consiste nell’abbassare drasticamente i costi di transazione. Ventidue anni fa, ne “Le istituzioni economico del capitalismo”, il giurista, ed economista, Oliver E. Williamson ha analizzato, in 700 pagine, come il funzionamento di un’economia di mercato, e le relative possibilità, di sviluppo dipendono dai costi per effettuare transazioni economiche tra individui, tra famiglie, tra imprese e tra i vari soggetti e lo Stato. Pochi anni dopo, Douglas C. North ottenne il Nobel per l’Economia per un libro di 150 pagine in cui dimostrava come dal 1500 ad oggi le aree economiche che più avevano abbattuto i costi di transazione erano proprio quelle che avevano avuto i maggiori tassi di sviluppo ed una migliore distribuzione dei redditi.
In Italia i costi di transazioni tra privati sono i più elevati nei Paesi Ocse: basti pensare al costo per la compravendita di un’auto o di un appartamento. Elevatissimi quelli tra imprese a ragione di una regolazione ferraginosa. Fortissimi i costi di transazione politici caratterizzati da alte asimmetrie informative e posizionali, tali da creare un’elevata avversione al rischio e a frenare l’innovazione. A questi costi di transazione, si aggiungono quelli connessi al cattivo funzionamento della giustizia: si legga l’University of Chicago Public Law Working Paper n. 223 (relativo unicamente alla magistratura amministrativa), diramato in questi giorni, per rendersene conto.
Una strada di piccoli passi, come suggerita da molti che di tali alti costi di transazione traggono vantaggio, non porterebbe a nulla; si avviterebbe su se stessa. Ci vuole una terapia d’urto.
Da un lato, seguire quella quarantina di Paesi che hanno già introdotto (spesso con rango costituzionale) norme secondo cui leggi e regolamenti posso restare in vigore non più che un determinato numero di anni (“sunset regulation”). Le si vari al più presto, stipulando altresì che tutte le norme non ri-approvate nel corso della XVI Legislatura si devono intendere abrogate o decadute.
Da un altro, riformare drasticamente la giustizia imponendo tempi brevi per i procedimenti, sanzioni a chi supera la media Ue nei procedimenti civili, chiara differenziazione tra inquirenti e giudicanti. Ed i costi di transazione connessi alla magistratura amministrativa? Quando nel maggio 1944 a Patton venne spiegato cosa era e come funzionava, disse: “probabilmente sono ottime organizzazioni ma negli Usa non ce le saremmo potute permettere e pure vincere la seconda guerra mondiale”.
Il primo rimedio consiste nell’abbassare drasticamente i costi di transazione. Ventidue anni fa, ne “Le istituzioni economico del capitalismo”, il giurista, ed economista, Oliver E. Williamson ha analizzato, in 700 pagine, come il funzionamento di un’economia di mercato, e le relative possibilità, di sviluppo dipendono dai costi per effettuare transazioni economiche tra individui, tra famiglie, tra imprese e tra i vari soggetti e lo Stato. Pochi anni dopo, Douglas C. North ottenne il Nobel per l’Economia per un libro di 150 pagine in cui dimostrava come dal 1500 ad oggi le aree economiche che più avevano abbattuto i costi di transazione erano proprio quelle che avevano avuto i maggiori tassi di sviluppo ed una migliore distribuzione dei redditi.
In Italia i costi di transazioni tra privati sono i più elevati nei Paesi Ocse: basti pensare al costo per la compravendita di un’auto o di un appartamento. Elevatissimi quelli tra imprese a ragione di una regolazione ferraginosa. Fortissimi i costi di transazione politici caratterizzati da alte asimmetrie informative e posizionali, tali da creare un’elevata avversione al rischio e a frenare l’innovazione. A questi costi di transazione, si aggiungono quelli connessi al cattivo funzionamento della giustizia: si legga l’University of Chicago Public Law Working Paper n. 223 (relativo unicamente alla magistratura amministrativa), diramato in questi giorni, per rendersene conto.
Una strada di piccoli passi, come suggerita da molti che di tali alti costi di transazione traggono vantaggio, non porterebbe a nulla; si avviterebbe su se stessa. Ci vuole una terapia d’urto.
Da un lato, seguire quella quarantina di Paesi che hanno già introdotto (spesso con rango costituzionale) norme secondo cui leggi e regolamenti posso restare in vigore non più che un determinato numero di anni (“sunset regulation”). Le si vari al più presto, stipulando altresì che tutte le norme non ri-approvate nel corso della XVI Legislatura si devono intendere abrogate o decadute.
Da un altro, riformare drasticamente la giustizia imponendo tempi brevi per i procedimenti, sanzioni a chi supera la media Ue nei procedimenti civili, chiara differenziazione tra inquirenti e giudicanti. Ed i costi di transazione connessi alla magistratura amministrativa? Quando nel maggio 1944 a Patton venne spiegato cosa era e come funzionava, disse: “probabilmente sono ottime organizzazioni ma negli Usa non ce le saremmo potute permettere e pure vincere la seconda guerra mondiale”.
PATTI TERRITORIALI, IMPRESE E VOLONTARIATO PER RILANCIARE LA SCUOLA CON LE FONDAZIONI, Libero 26 luglio
“La migliore istruzione che il denaro non può comprare” è da 150 anni il motto di un piccolo, sperduto, College nel Kentucky, il Berea College. Terminati gli esami di maturità (e in gran misura anche quelli universitari e le discussioni delle tesi di laurea), completate le procedure d’iscrizione al prossimo anno, agosto è un mese di relativa tranquillità pure sul fronte sindacale (di solito particolarmente agitato nei comparti della scuola e dell’università). E’ il mese in cui la giovane e dinamica Ministro, Mariastella Gelmini, può mettere a fuoco quelle due –tre cose essenziali da lanciare in settembre e dare il tono al dicastero di cui è responsabile.
In base alla mia esperienza in Banca Mondiale (dove per dieci anni ho lavorato sui problemi della scuola, della formazione e delle università) e grazie alla successiva collaborazione al “Rapporto mondiale sulla scuola” dell’Unesco (sino a quando una dozzina d’anni fa, venne dismesso), ho la presunzione di potere dare qualche piccolo suggerimento su un tema così vasto da interessare non solo tutte le famiglie ma anche le imprese. Lo ricorda uno studio internazionale (Nber Working Paper No. W14108) appena pubblicato negli Usa e disponibile on line: esaminando la contabilità dettagliata di un campione d’imprese italiane, l’analisi conclude che gli “intangibili” (di cui in primo luogo il capitale umano) sono importanti almeno quando il capitale fisico come determinanti di produttività e competitività. In parallelo, uno studio della Banca d’Italia diramato in questi giorni (l’Occasional Paper n. 14) scava nelle differenze d’apprendimento tra le regioni – c’è stato un ampio dibattito poco più di un anno fa in base alle risultanze del progetto internazionale PISA ; spiegano in gran misura le differenze di produttività e di competitività – quindi, il differenziale di sviluppo.
Torniamo al motto del Berea College (tanto più importante poiché siamo in un periodo di restrizioni finanziarie molto severe ed è probabile che ci resteremo per il resto della legislatura). Il College è stato creato per dare istruzione d’alta qualità (ai livelli di quelli dell’Ivy League – le più prestigiose università private Usa) a “schiavi liberati” e “poveri bianchi delle montagne” (così dice ancora il suo statuto). In pratica, accetta studenti unicamente da famiglie a basso reddito ma con buoni risultati alle scuole secondarie e con tanta voglia di imparare). Offre un’istruzione rigorosa ma “no frills” (senza i lussi che caratterizzano altre università): non c’è un campo di calcio di dimensioni regolamentari (ed ovviamente nessuno si è sognato di costruire una piscina), i dormitori sono separati per genere (maschi in un caseggiato; ragazze in un’altra), nei bagni e nelle docce c’è solo acqua fredda. Inoltre gli studenti devono dedicare dieci ore la settimana nei laboratori (si costruiscono mobili) e nell’azienda agricola del College. Un regime troppo severo? Il blasonato Amherst College nel Massachussetts pensa di imitarlo. Pure dalla lontana Australia, un saggio apparso sul numero del marzo scorso dell’Austrialian Economic Review sostiene la medesima ipotesi. In Italia alcune università d’ispirazione cattolica (tra cui l’Università Europea di Roma) richiedono già ore obbligatorie di volontariato come pre-requisito per essere ammessi agli esami di materie accademiche o professionali. Ci potrebbero essere proteste da parte di famiglie e di giovani? Certo che no, se la proposta fosse preceduta da una campagna di comunicazione per spiegare come in questo modo di differenzierebbero nettamente i “bamboccioni” (di memoria padoa-scoppiana) e gli altri.
La campagna dovrebbe essere diretta in particolare alle Università del Mezzogiorno: il “work&study” (nel quadro di un rigoroso programma formativo) è anche uno strumento per creare occupazione autonoma ed imprenditorialità (come suggeriscono gli esiti di alcune attività di ItaliaLavoro s.p.a.), nonché per attirare partecipazione di medie imprese nelle proposte fondazioni universitarie. Se medie imprese di Regioni relativamente di piccole dimensioni come le Marche, l’Abruzzo, nonché della Sicilia e delle Puglie, sono entrate (a volte come soci) nelle fondazioni liriche locali non si vede perché non possano entrare in fondazioni universitarie specialmente se offrono un’istruzione sia di alta qualità sia collegata alle esigenze del territorio.
L’altra proposta riguarda la gestione del corpo insegnante. “Il Quaderno sulla Scuola” del settembre 2007 contiene numerose idee interessanti allo scopo di motivarli meglio, eliminare quelli che, brunettianamente parlando, vengono definiti “fannulloni”, inserire, con l’apporto attivo dei docenti, ad appositi “patti territoriali” con un alto grado di sperimentazione ed innovazione. Sono tutte proposte molto importanti. Il loro fulcro è in che modo i presidi dei singoli istituti interpretano la loro funzione e danno ad essa corpo. Pure questa è istruzione d’alta qualità che “il denaro non può comprare”. A riguardo è interessante notare che negli Anni Novanta ed all’inizio di questo decennio, la Scuola superiore della pubblica amministrazione ha organizzato, nelle sue sedi d’Acireale, Caserta e Reggio Calabria corsi di management (gestione dei docenti, individuazione dei meritevoli e di quelli da accantonare, contabilità, acquisti, animazioni di comitati dei genitori, definizione di patti territoriali, rudimenti di analisi costi benefici). Non so se l’esperienza sia mai stata soggetta a valutazione. E se valga rilanciarla. In caso di risposte negative, occorre trovare altre soluzioni. Non si può eludere il problema.
In base alla mia esperienza in Banca Mondiale (dove per dieci anni ho lavorato sui problemi della scuola, della formazione e delle università) e grazie alla successiva collaborazione al “Rapporto mondiale sulla scuola” dell’Unesco (sino a quando una dozzina d’anni fa, venne dismesso), ho la presunzione di potere dare qualche piccolo suggerimento su un tema così vasto da interessare non solo tutte le famiglie ma anche le imprese. Lo ricorda uno studio internazionale (Nber Working Paper No. W14108) appena pubblicato negli Usa e disponibile on line: esaminando la contabilità dettagliata di un campione d’imprese italiane, l’analisi conclude che gli “intangibili” (di cui in primo luogo il capitale umano) sono importanti almeno quando il capitale fisico come determinanti di produttività e competitività. In parallelo, uno studio della Banca d’Italia diramato in questi giorni (l’Occasional Paper n. 14) scava nelle differenze d’apprendimento tra le regioni – c’è stato un ampio dibattito poco più di un anno fa in base alle risultanze del progetto internazionale PISA ; spiegano in gran misura le differenze di produttività e di competitività – quindi, il differenziale di sviluppo.
Torniamo al motto del Berea College (tanto più importante poiché siamo in un periodo di restrizioni finanziarie molto severe ed è probabile che ci resteremo per il resto della legislatura). Il College è stato creato per dare istruzione d’alta qualità (ai livelli di quelli dell’Ivy League – le più prestigiose università private Usa) a “schiavi liberati” e “poveri bianchi delle montagne” (così dice ancora il suo statuto). In pratica, accetta studenti unicamente da famiglie a basso reddito ma con buoni risultati alle scuole secondarie e con tanta voglia di imparare). Offre un’istruzione rigorosa ma “no frills” (senza i lussi che caratterizzano altre università): non c’è un campo di calcio di dimensioni regolamentari (ed ovviamente nessuno si è sognato di costruire una piscina), i dormitori sono separati per genere (maschi in un caseggiato; ragazze in un’altra), nei bagni e nelle docce c’è solo acqua fredda. Inoltre gli studenti devono dedicare dieci ore la settimana nei laboratori (si costruiscono mobili) e nell’azienda agricola del College. Un regime troppo severo? Il blasonato Amherst College nel Massachussetts pensa di imitarlo. Pure dalla lontana Australia, un saggio apparso sul numero del marzo scorso dell’Austrialian Economic Review sostiene la medesima ipotesi. In Italia alcune università d’ispirazione cattolica (tra cui l’Università Europea di Roma) richiedono già ore obbligatorie di volontariato come pre-requisito per essere ammessi agli esami di materie accademiche o professionali. Ci potrebbero essere proteste da parte di famiglie e di giovani? Certo che no, se la proposta fosse preceduta da una campagna di comunicazione per spiegare come in questo modo di differenzierebbero nettamente i “bamboccioni” (di memoria padoa-scoppiana) e gli altri.
La campagna dovrebbe essere diretta in particolare alle Università del Mezzogiorno: il “work&study” (nel quadro di un rigoroso programma formativo) è anche uno strumento per creare occupazione autonoma ed imprenditorialità (come suggeriscono gli esiti di alcune attività di ItaliaLavoro s.p.a.), nonché per attirare partecipazione di medie imprese nelle proposte fondazioni universitarie. Se medie imprese di Regioni relativamente di piccole dimensioni come le Marche, l’Abruzzo, nonché della Sicilia e delle Puglie, sono entrate (a volte come soci) nelle fondazioni liriche locali non si vede perché non possano entrare in fondazioni universitarie specialmente se offrono un’istruzione sia di alta qualità sia collegata alle esigenze del territorio.
L’altra proposta riguarda la gestione del corpo insegnante. “Il Quaderno sulla Scuola” del settembre 2007 contiene numerose idee interessanti allo scopo di motivarli meglio, eliminare quelli che, brunettianamente parlando, vengono definiti “fannulloni”, inserire, con l’apporto attivo dei docenti, ad appositi “patti territoriali” con un alto grado di sperimentazione ed innovazione. Sono tutte proposte molto importanti. Il loro fulcro è in che modo i presidi dei singoli istituti interpretano la loro funzione e danno ad essa corpo. Pure questa è istruzione d’alta qualità che “il denaro non può comprare”. A riguardo è interessante notare che negli Anni Novanta ed all’inizio di questo decennio, la Scuola superiore della pubblica amministrazione ha organizzato, nelle sue sedi d’Acireale, Caserta e Reggio Calabria corsi di management (gestione dei docenti, individuazione dei meritevoli e di quelli da accantonare, contabilità, acquisti, animazioni di comitati dei genitori, definizione di patti territoriali, rudimenti di analisi costi benefici). Non so se l’esperienza sia mai stata soggetta a valutazione. E se valga rilanciarla. In caso di risposte negative, occorre trovare altre soluzioni. Non si può eludere il problema.
LE FALLE DI “AIDA” E “LUCIA” Milano Finanza 25 luglio
In estate, il Teatro dell’Opera di Roma prende casa alle Terme di Caracalla : grande ed affascinante complesso monumentale la cui acustica è migliorata nel corso degli anni, vasta platea nelle rovine, spettacoli tali da attirare il grande pubblico (con settori di posti a prezzi popolari) sia di romani sia di turisti. Questa stagione si estende dal 10 luglio al 14 agosto ed include: “Aida”, “Lucia di Lammermoore”, “Madama Butterfly” e “Giselle” – lavori molto conosciuti e molto popolari, in Italia ed all’estero.
Sotto il profilo dell’allestimento scenico e della regia, specialmente interessante “Aida”, prodotto interamente nei laboratori del teatro, ma con dimensioni intercontinentali. E’ stata realizzato per conto del coreano Beseto Opera Group che la ha messa in scena prima a Hong Kong (per le celebrazioni del decennale del ritorno della città alla Cina) e successivamente a Seul. Dopo le rappresentazioni romane (sino al 24 luglio), andrà a Tokio, Shangai, e Pechino e tornerà la prossima estate a Caracalla (a ragione del successo di biglietteria ottenuto). E’ un’operazione che la politica pubblica dovrebbe incoraggiare come modo intelligente di fare economie e di promuovere cultura ed industria italiana – in breve, “esportar cantando”. Molto efficace la regia di Maurizio Di Mattia e l’impianto scenico d’Andrea Miglio. Attraenti i costumi di Anna Biaggiotti. Il visivo raccoglie bene i colori della partitura verdiana. Brave le due protagoniste (soprattutto Maria Carola). Lascia a desiderare il resto del cast e soprattutto la bacchetta esangue d’Antonio Pirolli. Tant’è, molti romani e stranieri vanno a Caracalla per lo spettacolo più che per la musica.
Nettamente opposto il parere sull’edizione di “Lucia” (presentata con tutti i “tagli” che comporta la tradizione), in scena sino al 31 luglio. Rudimentale il lugubre impianto scenico ed inesistente la regia (firmata da Pier Luigi Maestrini). Concertazione un po’ pesante da parte di Antonello Allemandi. Un vero splendore, però, di vocalità tanto da augurarsi che lo spettacolo sia ripreso al chiuso, dove le voci possono essere apprezzate meglio che in un’arena all’aperto. Annick Massis è uno dei soprani lirici puri (in senso tecnico) migliori sulla scena mondiale: è arrivata al belcanto belliniano ed al melodramma donizettiano e verdiano, partendo dal barocco. Giovane ed attraente, presenta una Lucia che seduce sin dall’aria di apertura e dal duetto del primo atto per trionfare nella scena della pazzia. Si è meritata ovazioni a scena aperta. Stefano Secco (Edgardo) è un tenore lirico spinto, duttile nei passaggi a “mezza voce” ma in grado di ascendere a tonalità alte ed a discendervi con grande perizia . Roberto Frontali e Giovanni Meoni si alternano nel ruolo di Enrico e mostrano come i baritoni donizettiani avessero fatto molta strada verso l’impostazione che, pochi lustri più tardi, avrebbero avuto i baritoni verdiani. Voci, quindi, a cui l’Opera di Roma deve dare l’opportunità di risplendere nella stagione invernale, in un’edizione che riapra gli eccessivi “tagli di tradizione”, abbia una concertazione più delicata dell’attuale, una regia efficace ed un impianto scenico di livello (come quello, importato dalla non lontana Firenze, si vide proprio a Roma nel febbraio 2003).
Sotto il profilo dell’allestimento scenico e della regia, specialmente interessante “Aida”, prodotto interamente nei laboratori del teatro, ma con dimensioni intercontinentali. E’ stata realizzato per conto del coreano Beseto Opera Group che la ha messa in scena prima a Hong Kong (per le celebrazioni del decennale del ritorno della città alla Cina) e successivamente a Seul. Dopo le rappresentazioni romane (sino al 24 luglio), andrà a Tokio, Shangai, e Pechino e tornerà la prossima estate a Caracalla (a ragione del successo di biglietteria ottenuto). E’ un’operazione che la politica pubblica dovrebbe incoraggiare come modo intelligente di fare economie e di promuovere cultura ed industria italiana – in breve, “esportar cantando”. Molto efficace la regia di Maurizio Di Mattia e l’impianto scenico d’Andrea Miglio. Attraenti i costumi di Anna Biaggiotti. Il visivo raccoglie bene i colori della partitura verdiana. Brave le due protagoniste (soprattutto Maria Carola). Lascia a desiderare il resto del cast e soprattutto la bacchetta esangue d’Antonio Pirolli. Tant’è, molti romani e stranieri vanno a Caracalla per lo spettacolo più che per la musica.
Nettamente opposto il parere sull’edizione di “Lucia” (presentata con tutti i “tagli” che comporta la tradizione), in scena sino al 31 luglio. Rudimentale il lugubre impianto scenico ed inesistente la regia (firmata da Pier Luigi Maestrini). Concertazione un po’ pesante da parte di Antonello Allemandi. Un vero splendore, però, di vocalità tanto da augurarsi che lo spettacolo sia ripreso al chiuso, dove le voci possono essere apprezzate meglio che in un’arena all’aperto. Annick Massis è uno dei soprani lirici puri (in senso tecnico) migliori sulla scena mondiale: è arrivata al belcanto belliniano ed al melodramma donizettiano e verdiano, partendo dal barocco. Giovane ed attraente, presenta una Lucia che seduce sin dall’aria di apertura e dal duetto del primo atto per trionfare nella scena della pazzia. Si è meritata ovazioni a scena aperta. Stefano Secco (Edgardo) è un tenore lirico spinto, duttile nei passaggi a “mezza voce” ma in grado di ascendere a tonalità alte ed a discendervi con grande perizia . Roberto Frontali e Giovanni Meoni si alternano nel ruolo di Enrico e mostrano come i baritoni donizettiani avessero fatto molta strada verso l’impostazione che, pochi lustri più tardi, avrebbero avuto i baritoni verdiani. Voci, quindi, a cui l’Opera di Roma deve dare l’opportunità di risplendere nella stagione invernale, in un’edizione che riapra gli eccessivi “tagli di tradizione”, abbia una concertazione più delicata dell’attuale, una regia efficace ed un impianto scenico di livello (come quello, importato dalla non lontana Firenze, si vide proprio a Roma nel febbraio 2003).
TURANDOT A TORRE DEL LAGO: TEATRO NUOVO E VECCHIE POLEMICHE , L'Occidentale 27 luglio
Il 54simo Festival Puccini è uno dei punti culminanti per le celebrazioni dei 150 della nascita del maestro lucchese. E’ iniziato l’11-12 luglio con una nuova produzione di “Turandot” e la ripresa di un allestimento che ha avuto successo alcuni anni fa. Altri titoli in programma “Madama Butterfly” ed il raro “Edgar”. Termina il 23 agosto. Tra le manifestazioni collaterali, una rassegna (sino a fine settembre) dei film su Puccini o ispirati ad opere del compositore. Evento importante : l’inaugurazione del del Grande Teatro. La struttura (una cavea di circa 3400 posti, un teatro al coperto di 400 posti, ampi spazi per prove e servizi) pare un successo: immersa in un parco curatissimo e con vista (da tutti gli ordini di posti) del lago, dell’Appennino e delle Alpi Apuane come fondale palcoscenico, attraente e funzionale. Non sono mancate polemiche sull’acustica, notevolmente migliorata, comunque, rispetto alla traballante struttura precedente: occorre effettuare uno sforzo ulteriore per migliorare ancora l’acustica : il sistema attuale privilegia orchestra e boccascena, provocando squilibri con il canto di chi a metà del palcoscenico e nel fondo-scena. Altre polemiche, più strettamente musicologiche, hanno riguardato i tempi di concertazione di “Turandot”; è un dibattito tecnico (a cui partecipo in sede appropriata). Vale in ogni caso la pena che il maestro concertatore Alberto Veronesi abbia rotto il ghiaccio nei confronti di una supposta tradizione toscaniniana (Toscanini diresse “Turandot” una sera soltanto e non ne esiste alcuna incisione: nel XXI secolo occorre mettere in discussione i “mostri sacri” e le “divinità” del XX secolo anche e soprattutto quando vengono attribuiti loro meriti e demeriti che non hanno.
Il nuovo allestimento di “Turandot” è stato abbondantemente recensito. La produzione (regia di Maurizio Scaparro, scene di Enzo Frigerio, costumi di Franca Squarciapino) è molto accattivante sotto il profilo visivo e drammaturgico. Sotto il profilo musicale, di grande rilievo Francesco Hong nel ruolo di Calaf: il tenore coreano è uno dei pochi in grado di affrontale ruoli di tenore lirico spinto del repertorio italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento; inoltre, il suo volume sfida le difficoltà acustiche del luogo e la sua dizione in italiano fa sì che in ciascun ordine di posti si possa comprendere ogni parola del suo canto. La Turandot di Francesca ha, invece, deluso della grande scena ed aria del secondo atto (ma si è ripresa nel duetto finale).
Vale la pena soffermarci sulla ripresa di “Tosca” con l’impianto scenico affidato allo scultore tedesco Igor Mitoraj che ci porta in una Roma stilizzata ed astratta, molto discussa sia quando il lavoro venne varato sia alla ripresa. Lo spettacolo è, però, inappuntabile sotto il profilo musicale e vocale. Intesa e serrata la concertazione di Yoel Levy. Straordinaria la Tosca di Daniela Dessì che ha ricevuto più volte applausi a scena aperta e richiesta di bis. Di gran livello il Cavaradossi di Fabio Armiliato. Giorgio Surjan è un basso non un baritono, ma ha dato vita ad una Scarpia sadico ed efferrato.
Il nuovo allestimento di “Turandot” è stato abbondantemente recensito. La produzione (regia di Maurizio Scaparro, scene di Enzo Frigerio, costumi di Franca Squarciapino) è molto accattivante sotto il profilo visivo e drammaturgico. Sotto il profilo musicale, di grande rilievo Francesco Hong nel ruolo di Calaf: il tenore coreano è uno dei pochi in grado di affrontale ruoli di tenore lirico spinto del repertorio italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento; inoltre, il suo volume sfida le difficoltà acustiche del luogo e la sua dizione in italiano fa sì che in ciascun ordine di posti si possa comprendere ogni parola del suo canto. La Turandot di Francesca ha, invece, deluso della grande scena ed aria del secondo atto (ma si è ripresa nel duetto finale).
Vale la pena soffermarci sulla ripresa di “Tosca” con l’impianto scenico affidato allo scultore tedesco Igor Mitoraj che ci porta in una Roma stilizzata ed astratta, molto discussa sia quando il lavoro venne varato sia alla ripresa. Lo spettacolo è, però, inappuntabile sotto il profilo musicale e vocale. Intesa e serrata la concertazione di Yoel Levy. Straordinaria la Tosca di Daniela Dessì che ha ricevuto più volte applausi a scena aperta e richiesta di bis. Di gran livello il Cavaradossi di Fabio Armiliato. Giorgio Surjan è un basso non un baritono, ma ha dato vita ad una Scarpia sadico ed efferrato.
mercoledì 23 luglio 2008
La soap-Alitalia sta per finire ma i rischi della NewCo non vanno sottovalutati L'Occidentale 23 luglio
Il ministro Scajola stamani ha detto: È vicina la soluzione per il rilancio «a capitale italiano della compagnia di bandiera»
Siamo forse all’ultimo atto del tormentone Alitalia, iniziato nel 2006 con lo sgangherato “beauty contest” (in effetti, la vicenda è cominciata quasi tre lustri prima, da quando la compagnia di bandiera non più in grado di cimentarsi con la rivoluzione tecnologica e commerciale del traffico aereo internazionale ha preso ad accumulare perdite su perdite e debiti su debiti).
Secondo indiscrezioni (in parte smentite dal ministro Scajola) sarebbe in corso un complicato processo di riassetto normativo e d’aggregazione industriale e finanziaria. Il primo passo sarebbe la modifica della legge Marzano sull’amministrazione straordinaria al fine di evitare che lo stock di debito sia trasferito ai nuovi soci, tagliando non solo figurativamente le ali alla “NewCo” –nuova compagnia che erediterebbe le attività promettenti di Alitalia. Ciò richiederebbe un passaggio legislativo che non potrebbe essere indolore a ragione sia del clima incandescente su tutti i fronti del dibattito politico sia degli esuberi (le indiscrezioni parlano di 4000 persone e forniscono anche dettagli della loro ripartizione tra settori e specializzazioni professionali) che dovrebbero essere accompagnati da una vasta gamma d’ammortizzatori sociali.
Il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola però - dopo aver annunciato una vicina conclusione che potrà rilanciare una compagnia a capitale italiano - ha precisato che nel prossimo Consiglio dei Ministri, venerdì 25, non ci sarà nessuna modifica alla legge Marzano sull'amministrazione straordinaria delle imprese (che, come detto, potrebbe essere necessaria al piano di salvataggio di Alitalia su cui sta lavorando Intesa Sanpaolo, advisor del Tesoro per la privatizzazione). Ciò evita un dibattito politico potenzialmente incandescente ma solleva delicati aspetti di imputazione del debito
La nuova Alitalia manterebbe nome e marchio, si libererebbe di vecchi aerei di medio e lungo raggio (e li sostituirebbe con aeromobili in “leasing”, attendendo tempi migliori per procedere ad acquisti) e risorgerebbe (si fa per dire) come una compagnia interamente italiana dal matrimonio con AirOne e Volare (nonché il fidanzamento con Meridiana) e soci come Intesa-SanPaolo, Benetton, Ligresti, Colannino ed altri (si fa il nome di Gavio e della Presidente della Confindustria Marcegaglia). Non tutti i soci entrerebbero simultaneamente; la “NewCo” sarebbe costruita a tappe, o a strati.
Sul piano interno ci sarà una specializzazione tra i due principali aeroporti: Fiumicino per il medio e lungo raggio e Malpensa per la rete domestica. La specializzazione ovviamente comporterebbe eccezioni, con collegamenti con New York e con la Cina anche dallo scalo varesino. Inoltre, la “NewCo” farebbe un passo indietro sulla rotta Roma-Catania (dove avrebbe, altrimenti, una posizione dominante) e controbatterebbe alle obiezioni anti-trust sulla Roma-Milano affermando che l’alta velocità ferroviaria, tra breve, sarà il competitore effettivo del traffico aereo. Sul piano delle alleanze internazionali dovrà scegliere tra “SkyTeam” guidato da AirFrance-Klm (e di cui l’attuale Alitalia è partner) e “Star Alliance” (pilotato da Lufthansa (ed a cui appartiene AirOne).
Le indiscrezioni – come avviene in questi casi – sono molto ricche. Tuttavia, queste sono le linee essenziali. In una materia come questa, è essenziale che l’analisi delle singole foglie non faccia perdere di vista le caratteristiche dell’albero.
Quali, allora, le osservazioni principali che si possono formulare?• In primo luogo, sarebbe poco utile fare un raffronto tra la soluzione che si sta profilando adesso e la bozza d’accordo con AirFrance-Klm d’alcuni mesi fa. Sono due strade molto differenti. Ora si sta definendo un’ipotesi nazionale (che in futuro potrebbe integrarsi con vettori internazionali), mentre allora la proposta era l’ingresso in una delle maggiori reti mondiali. Resta l’interrogativo se nel traffico aereo d’oggi e domani, le soluzioni nazionali hanno posto e sia un posto che assicuri adeguata redditività.
• In secondo luogo, la compagine azionaria delineata comporta aspetti delicati poiché comprende concessionari di rendite pubbliche; a pensare male, perdite sul fronte Alitalia, ad esempio, potrebbero essere coperte da ritocchi alle tariffe autostradali.
• In terzo luogo, non è stata mai chiarita la situazione finanziaria d’AirOne. Un quotidiano economico da mesi utilizza dati di bilancio e sul load factor (la percentuale di passeggeri paganti viaggianti su posti disponibile) per sostenere l’ipotesi che il salvataggio non riguarderebbe unicamente Alitalia ma anche il junior partner e suggerire che i contribuenti dovranno essere pronti ad aprire i portafogli per diversi anni. Un chiarimento su questo punto è basilare.
• In quarto luogo, nonostante la marcia indietro su Catania e le assicurazioni su Milano, la “NewCo” si presenta in posizione dominante sul mercato italiano. Le autorità regolatorie avranno un bel da fare nel definire “price caps” alle tariffe, anche perché dovranno confrontarsi con il Gotha dell’industria italiana e con uno dei maggiori complessi bancari del Paese. Davide – è vero – la vinse su Golia. Soprattutto, però, essere in posizione dominante o d’oligopolio collusivo non assicura un buon progetto industriale caratterizzato da competitività e produttività.
Di recente un’analisi a più voci dell’Istituto Bruno Leoni ha mostrato come si possa essere un “cartello a perdere”. L’Alitalia ha avuto per anni una posizione dominante: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Considerazioni analoghe si possono fare per Sabena, Swissair, Pan Am, Twa ed altri vettori i cui nomi e le cui sigle sono ormai relegate nelle nostre memorie di giovinezza.
Se si va ancora più in là nella storia economica, si pensi all’olandese Compagnie delle Indie , gradualmente diventata sempre più flaccida e sempre più indebitata (sino a saltare in aria).
Non facciamoci allora illusioni, poiché senza un management all’altezza e con continua conflittualità sindacale c’è il rischio di trovarsi tra qualche anno in una situazione analoga all’attuale.
Siamo forse all’ultimo atto del tormentone Alitalia, iniziato nel 2006 con lo sgangherato “beauty contest” (in effetti, la vicenda è cominciata quasi tre lustri prima, da quando la compagnia di bandiera non più in grado di cimentarsi con la rivoluzione tecnologica e commerciale del traffico aereo internazionale ha preso ad accumulare perdite su perdite e debiti su debiti).
Secondo indiscrezioni (in parte smentite dal ministro Scajola) sarebbe in corso un complicato processo di riassetto normativo e d’aggregazione industriale e finanziaria. Il primo passo sarebbe la modifica della legge Marzano sull’amministrazione straordinaria al fine di evitare che lo stock di debito sia trasferito ai nuovi soci, tagliando non solo figurativamente le ali alla “NewCo” –nuova compagnia che erediterebbe le attività promettenti di Alitalia. Ciò richiederebbe un passaggio legislativo che non potrebbe essere indolore a ragione sia del clima incandescente su tutti i fronti del dibattito politico sia degli esuberi (le indiscrezioni parlano di 4000 persone e forniscono anche dettagli della loro ripartizione tra settori e specializzazioni professionali) che dovrebbero essere accompagnati da una vasta gamma d’ammortizzatori sociali.
Il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola però - dopo aver annunciato una vicina conclusione che potrà rilanciare una compagnia a capitale italiano - ha precisato che nel prossimo Consiglio dei Ministri, venerdì 25, non ci sarà nessuna modifica alla legge Marzano sull'amministrazione straordinaria delle imprese (che, come detto, potrebbe essere necessaria al piano di salvataggio di Alitalia su cui sta lavorando Intesa Sanpaolo, advisor del Tesoro per la privatizzazione). Ciò evita un dibattito politico potenzialmente incandescente ma solleva delicati aspetti di imputazione del debito
La nuova Alitalia manterebbe nome e marchio, si libererebbe di vecchi aerei di medio e lungo raggio (e li sostituirebbe con aeromobili in “leasing”, attendendo tempi migliori per procedere ad acquisti) e risorgerebbe (si fa per dire) come una compagnia interamente italiana dal matrimonio con AirOne e Volare (nonché il fidanzamento con Meridiana) e soci come Intesa-SanPaolo, Benetton, Ligresti, Colannino ed altri (si fa il nome di Gavio e della Presidente della Confindustria Marcegaglia). Non tutti i soci entrerebbero simultaneamente; la “NewCo” sarebbe costruita a tappe, o a strati.
Sul piano interno ci sarà una specializzazione tra i due principali aeroporti: Fiumicino per il medio e lungo raggio e Malpensa per la rete domestica. La specializzazione ovviamente comporterebbe eccezioni, con collegamenti con New York e con la Cina anche dallo scalo varesino. Inoltre, la “NewCo” farebbe un passo indietro sulla rotta Roma-Catania (dove avrebbe, altrimenti, una posizione dominante) e controbatterebbe alle obiezioni anti-trust sulla Roma-Milano affermando che l’alta velocità ferroviaria, tra breve, sarà il competitore effettivo del traffico aereo. Sul piano delle alleanze internazionali dovrà scegliere tra “SkyTeam” guidato da AirFrance-Klm (e di cui l’attuale Alitalia è partner) e “Star Alliance” (pilotato da Lufthansa (ed a cui appartiene AirOne).
Le indiscrezioni – come avviene in questi casi – sono molto ricche. Tuttavia, queste sono le linee essenziali. In una materia come questa, è essenziale che l’analisi delle singole foglie non faccia perdere di vista le caratteristiche dell’albero.
Quali, allora, le osservazioni principali che si possono formulare?• In primo luogo, sarebbe poco utile fare un raffronto tra la soluzione che si sta profilando adesso e la bozza d’accordo con AirFrance-Klm d’alcuni mesi fa. Sono due strade molto differenti. Ora si sta definendo un’ipotesi nazionale (che in futuro potrebbe integrarsi con vettori internazionali), mentre allora la proposta era l’ingresso in una delle maggiori reti mondiali. Resta l’interrogativo se nel traffico aereo d’oggi e domani, le soluzioni nazionali hanno posto e sia un posto che assicuri adeguata redditività.
• In secondo luogo, la compagine azionaria delineata comporta aspetti delicati poiché comprende concessionari di rendite pubbliche; a pensare male, perdite sul fronte Alitalia, ad esempio, potrebbero essere coperte da ritocchi alle tariffe autostradali.
• In terzo luogo, non è stata mai chiarita la situazione finanziaria d’AirOne. Un quotidiano economico da mesi utilizza dati di bilancio e sul load factor (la percentuale di passeggeri paganti viaggianti su posti disponibile) per sostenere l’ipotesi che il salvataggio non riguarderebbe unicamente Alitalia ma anche il junior partner e suggerire che i contribuenti dovranno essere pronti ad aprire i portafogli per diversi anni. Un chiarimento su questo punto è basilare.
• In quarto luogo, nonostante la marcia indietro su Catania e le assicurazioni su Milano, la “NewCo” si presenta in posizione dominante sul mercato italiano. Le autorità regolatorie avranno un bel da fare nel definire “price caps” alle tariffe, anche perché dovranno confrontarsi con il Gotha dell’industria italiana e con uno dei maggiori complessi bancari del Paese. Davide – è vero – la vinse su Golia. Soprattutto, però, essere in posizione dominante o d’oligopolio collusivo non assicura un buon progetto industriale caratterizzato da competitività e produttività.
Di recente un’analisi a più voci dell’Istituto Bruno Leoni ha mostrato come si possa essere un “cartello a perdere”. L’Alitalia ha avuto per anni una posizione dominante: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Considerazioni analoghe si possono fare per Sabena, Swissair, Pan Am, Twa ed altri vettori i cui nomi e le cui sigle sono ormai relegate nelle nostre memorie di giovinezza.
Se si va ancora più in là nella storia economica, si pensi all’olandese Compagnie delle Indie , gradualmente diventata sempre più flaccida e sempre più indebitata (sino a saltare in aria).
Non facciamoci allora illusioni, poiché senza un management all’altezza e con continua conflittualità sindacale c’è il rischio di trovarsi tra qualche anno in una situazione analoga all’attuale.
martedì 22 luglio 2008
IL SALVATAGGIO DEL TRATTATO PUO’ ESSERE PIU’ DANNOSO DI UN FALLIMENTO Libero del 22 luglio
Sul lago Lemanno, al termine delle lunghe notti ginevrine, non sempre sorge il sole. E’ probabile che alla fine di questa settimana, quando terminerà la sessione ministeriale straordinaria convocata per tentare di giungere ad un accordo in materia di liberalizzazione multilaterale degli scambi, i partecipanti concluderanno che è meglio restare sulle posizioni reciproche, dare un nuovo assetto alla macchina negoziale e riavviarla in tempi e condizioni migliori. La sessione è iniziata il 21 luglio e dovrebbe essere lo strumento per un’intesa minima della Doha development agenda (Dda), la tornata negoziale iniziata nella capitale del Qatar nel novembre 2001 (anche con la speranza che un rilancio dell’apertura dei mercati internazionali agli scambi di merci e servizi potesse dare una spinta all’economia mondiale e contrastare gli effetti negativi dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre). La trattativa viene svolta nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc, meglio conosciuta in base all’acronimo in inglese Wto). Libero Mercato la ha seguita in dettaglio ed ha commentato le prospettive (quali si presentano adesso) all’inizio di giugno.
Alla vigilia della riunione straordinaria ministeriale, molti quotidiani economici hanno titolato i loro servizi da Ginevra e dalle principali capitali chiedendosi, in vario modo, se è ancora possibile salvare il negoziato. Noi, convinti assertori della libertà degli scambi, ci chiediamo se vale la pena fare gli sforzi necessari per il salvataggio. E se un tale salvataggio non sia più dannoso di un fallimento. +-
Sotto il profilo dell’evoluzione del commercio mondiale, la risposta non può non essere negativa per le seguenti ragioni:
1. In primo luogo, si sta tentando di definire un accordo al ribasso, che potrebbe penalizzare l’Europa (e gli Usa) senza dare garanzie in materia d’apertura dei mercati (all’import da Europa ed Usa) dei Paesi in rapida crescita economica ed a forte densità di popolazione. Tale accordo metterebbe a repentaglio i principi della reciprocità e della non discriminazione che sono stati i cardini della liberalizzazione del commercio mondiale, su base multilaterale, dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli Anni 90 (quando è stata conclusa la trattativa denominata “Uruguay Round”). Abbiamo spiegato circa due mesi fa perché né l’attuale direttore generale dell’Omc Pascal Lamy né il capo della delegazione Ue Peter Mandelson, possano essere considerati liberisti; sono abili negoziatori di stampo socialista, non convinti assertori della libertà degli scambi. Pur di poter terminare il Dda con un accordo sono pronti a renderlo tanto modesto da non essere utile al commercio mondiale.
2. In secondo luogo, anche ove i Ministri arrivassero a parafare un testo, ci vorrebbero settimane perché le loro delegazione tecniche (a titolo d’esempio, si pensi quella canadese è composta di 150 persone) giungano a mettere a punto i dettagli delle singoli voci daziarie e contingentali, delle complesse materie dei sussidi e delle barriere indirette e via discorrendo. Un lavoro da barracuda-esperti che difficilmente potrà portare ad esiti positivi. Ciò fu possibile ai tempi del Kennedy Round della seconda metà degli Anni 60 quando i barracuda -esperti avevano una guida: il metodo delle riduzioni lineari (reciproche e non discriminatorie) approvato dai Ministri.
3. Pur ove i barracuda-esperti riuscissero a compiere un miracolo, il Trade Promotion Act (Tpa che consentiva al Presidente Usa di chiedere la ratifica degli eventuali accordi senza che i testi potessero essere emendati) non ha più validità; è improbabile che George W. Bush si rivolga, a pochi mesi dalle elezioni Usa, al Congresso per l’approvazione di documenti su cui pioverebbe il fuoco di migliaia d’emendamenti. Il suo successore (chiunque vinca in Novembre) non darà priorità all’attuazione degli accordi Dda. Ciò servirebbe come pretesto per mettere gli Usa sul banco degli accusati e dar vita ad una nuova, pericolosa, ondata di protezionismo.
Il vostro “chroniqueur” lavora su questi temi da oltre 40 anni (il suo primo libro in materia è stato edito da Il Mulino nel 1967) e si è persuaso che la macchina negoziale costruita nel 1948 per 23 “Parti contraenti” non è affatto adatta ad un organizzazione che ha 153 Stati membri. I 153, a loro volta, si raggruppano i vari sotto-gruppi (il G77, il G33, il G20) con interessi simili ma non identici. Nel contempo la sala dei negoziati (la “Green Room”) contiene, fisicamente, non più di 40 Ministri dando luogo a problemi di protocollo (e di permalosità) d’ogni genere. Negli Anni 60, l’accordo che diede un risultato positivo al Kennedy Round venne definito tra una dozzina di persone nello studio dell’allora Direttore Generale, Sir Wyndham White, un amabile, ed astuto, avvocato britannico, al termine di una lunga notte in cui ci si sosteneva a base di brandy & soda. Un approccio impensabile adesso con oltre duemila delegati al seguito, oltre che interessi divergenti anche all’interno di gruppi relativamente omogenei come l’Ue. Il costo più pesante di un cattivo accordo sarebbe quello di non fare scattare la molla per ripensare la macchina.
Proposte non mancano. Tra le tante merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy (un centro di ricerche tedesco) ed il Center for Economic Policy Resarch (un centro studi americano). Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti , differenti da quelli attuali sia in durata (oggi durano 6-10 anni superando, quindi, i cicli politici) sia in scopo (oggi cercano di abbracciare tutti i problemi degli scambi mondiali).
Alla vigilia della riunione straordinaria ministeriale, molti quotidiani economici hanno titolato i loro servizi da Ginevra e dalle principali capitali chiedendosi, in vario modo, se è ancora possibile salvare il negoziato. Noi, convinti assertori della libertà degli scambi, ci chiediamo se vale la pena fare gli sforzi necessari per il salvataggio. E se un tale salvataggio non sia più dannoso di un fallimento. +-
Sotto il profilo dell’evoluzione del commercio mondiale, la risposta non può non essere negativa per le seguenti ragioni:
1. In primo luogo, si sta tentando di definire un accordo al ribasso, che potrebbe penalizzare l’Europa (e gli Usa) senza dare garanzie in materia d’apertura dei mercati (all’import da Europa ed Usa) dei Paesi in rapida crescita economica ed a forte densità di popolazione. Tale accordo metterebbe a repentaglio i principi della reciprocità e della non discriminazione che sono stati i cardini della liberalizzazione del commercio mondiale, su base multilaterale, dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli Anni 90 (quando è stata conclusa la trattativa denominata “Uruguay Round”). Abbiamo spiegato circa due mesi fa perché né l’attuale direttore generale dell’Omc Pascal Lamy né il capo della delegazione Ue Peter Mandelson, possano essere considerati liberisti; sono abili negoziatori di stampo socialista, non convinti assertori della libertà degli scambi. Pur di poter terminare il Dda con un accordo sono pronti a renderlo tanto modesto da non essere utile al commercio mondiale.
2. In secondo luogo, anche ove i Ministri arrivassero a parafare un testo, ci vorrebbero settimane perché le loro delegazione tecniche (a titolo d’esempio, si pensi quella canadese è composta di 150 persone) giungano a mettere a punto i dettagli delle singoli voci daziarie e contingentali, delle complesse materie dei sussidi e delle barriere indirette e via discorrendo. Un lavoro da barracuda-esperti che difficilmente potrà portare ad esiti positivi. Ciò fu possibile ai tempi del Kennedy Round della seconda metà degli Anni 60 quando i barracuda -esperti avevano una guida: il metodo delle riduzioni lineari (reciproche e non discriminatorie) approvato dai Ministri.
3. Pur ove i barracuda-esperti riuscissero a compiere un miracolo, il Trade Promotion Act (Tpa che consentiva al Presidente Usa di chiedere la ratifica degli eventuali accordi senza che i testi potessero essere emendati) non ha più validità; è improbabile che George W. Bush si rivolga, a pochi mesi dalle elezioni Usa, al Congresso per l’approvazione di documenti su cui pioverebbe il fuoco di migliaia d’emendamenti. Il suo successore (chiunque vinca in Novembre) non darà priorità all’attuazione degli accordi Dda. Ciò servirebbe come pretesto per mettere gli Usa sul banco degli accusati e dar vita ad una nuova, pericolosa, ondata di protezionismo.
Il vostro “chroniqueur” lavora su questi temi da oltre 40 anni (il suo primo libro in materia è stato edito da Il Mulino nel 1967) e si è persuaso che la macchina negoziale costruita nel 1948 per 23 “Parti contraenti” non è affatto adatta ad un organizzazione che ha 153 Stati membri. I 153, a loro volta, si raggruppano i vari sotto-gruppi (il G77, il G33, il G20) con interessi simili ma non identici. Nel contempo la sala dei negoziati (la “Green Room”) contiene, fisicamente, non più di 40 Ministri dando luogo a problemi di protocollo (e di permalosità) d’ogni genere. Negli Anni 60, l’accordo che diede un risultato positivo al Kennedy Round venne definito tra una dozzina di persone nello studio dell’allora Direttore Generale, Sir Wyndham White, un amabile, ed astuto, avvocato britannico, al termine di una lunga notte in cui ci si sosteneva a base di brandy & soda. Un approccio impensabile adesso con oltre duemila delegati al seguito, oltre che interessi divergenti anche all’interno di gruppi relativamente omogenei come l’Ue. Il costo più pesante di un cattivo accordo sarebbe quello di non fare scattare la molla per ripensare la macchina.
Proposte non mancano. Tra le tante merita particolare attenzione quella redatta congiuntamente dal Kiel Institute for World Economy (un centro di ricerche tedesco) ed il Center for Economic Policy Resarch (un centro studi americano). Prevede negoziati brevi e concentrati soltanto su alcuni temi ben definiti , differenti da quelli attuali sia in durata (oggi durano 6-10 anni superando, quindi, i cicli politici) sia in scopo (oggi cercano di abbracciare tutti i problemi degli scambi mondiali).
ESPORTAR CANTANDO, Il Foglio 22 luglio
Il 16 luglio è stato presentato il rapporto dell’Ice sull”Italia nell’economia internazionale nel 2007”. Pochi giorni prima, il 10 luglio, è iniziata la stagione lirica estiva del Teatro dell’Opera alle Terme di Caracalla con una produzione di“Aida” nuova per Roma. C’è un nesso tra queste due notizie? Molto più forte di quanto non sembri. L’”Aida” presentata nella capitale, e concepita al Teatro dell’Opera (con scene e costumi realizzati nei suoi laboratori) è un risultato di una strategia di promozione del “made in Italy” in atto da oltre un lustro ed attuata inviando all’estero (principalmente nei mercati asiatici – in primo luogo, Cina, Corea e Giappone) il nostro teatro in musica. La strategia dell’”esportando cantando”; chiamiamola così mutuando il motto “recitar cantando” coniato dalla Camerata fiorentina circa 400 anni fa.
Oltre il 30% circa degli abbonati al mensile di divulgazione musicale “L’Opera”, scritta in italiano e per italiani, è all’estero; il 20% in Giappone e Corea. Stanno crescendo anche gli abbonati in Cina. L’italiano del teatro d’opera è diventato la seconda lingua franca – dopo l’inglese – in gran parte dell’Asia dove il pubblico è assetato dal desiderio d’opera italiana. Le convenzioni del teatro in musica nostrano (dal barocco al melodramma al verismo ed anche alla contemporaneità più sfrenata) non sono molto dissimili da quelle del “Gran Kabuki” giapponese e di alcune delle numerosissime forme d’opera cinese: di norma, c’è un intreccio più o meno complicato che viene declinato coniugando parole con canto ed accompagnamento musicale, nonché danza ed effetti speciali. A questo scopo, in tutte le maggiori città asiatiche sono state costruiti nuovissimi teatri d’opera (uno dei più recenti e dei più avveniristici è quello di Singapore); i sovrintendenti locali stanchi di ingaggiare compagnie dell’Asia centrale a basso prezzo (e scarsa qualità), invitano con sempre maggiore frequenza le produzioni dei nostri teatri, mentre i loro conservatorii e le loro scuole di canto addestrano i loro connazionali. Non è un caso che il tenore di maggior successo (anche in Italia) di questi ultimi anni è il giovane Francesco Hong –un coreano- riconosciuto internazionalmente come uno dei pochi in grado di cantare “Il Trovatore” così come Verdi lo scrisse.
L’allestimento d’”Aida” di Caracalla è il frutto di un progetto concepito e realizzato per le celebrazioni dei dieci anni del ritorno di Hong Kong alla Cina nell’ottobre 2007 a cura de l’Opera di Hong Kong (un nuovo splendido teatro) con il supporto del Ministero degli Esteri e della Besoto Opera di Seul dove è stato presentato nel novembre 2007. Nel lontano autunno 1973 in un cinema-teatro della capitale coreana ho assistito ad una buona realizzazione (naturalmente casereccia) del “Roberto Devereux” di Gaetano Donizetti; allora la Corea del Sud non aveva un teatro d’opera ma la “voglia di lirica italiana” era tale che impresari commerciali si arrangiavano alla ben meglio. Pur se concepita per il pubblico asiatico (la produzione vada in tournée in Giappone e Cina), la regia le scene i costumi di “Aida” sono frutto di un lavoro di équipe del teatro romano. Il regista Maurizio Di Mattia afferma che la vede come “un viaggio in un Egitto mitico pieno di contraddizioni” ed “una lotta per il potere” nel “tentativo di rileggere il capolavoro verdiano in una chiave attuale, in cui suggerimenti del costume e della moda dell’Egitto moderno si fondono con quello del passato”- un “un grandioso messaggio di pace” in cui “l’immaginario richiama sia l’Islam che l’Egitto dei Faraoni”.
L'export italiano a prezzi costanti cresce a tassi attorno al 4%, che pur inferiori al tasso d’aumento del commercio mondiale (quasi il 7%) , ed implicando, quindi, pur sempre una graduale perdita di quote di mercato, rappresentano un miglioramento rispetto ai primi anni del decennio. C’è una buona tenuta delle esportazioni italiane nell’Ue, ma soprattutto un sempre più marcato orientamento verso l’Asia. Non dovrebbe il servizio studi dell’Ice (con l’apporto degli uffici Ice nei maggiori Paesi asiatici) condurre analisi specifiche dell’indotto in termini d’export delle tournée di compagnie liriche italiane (si dispone già dei dati sul contributo finanziario che tali tournée hanno sui bilanci dei teatri)? E se le analisi confermano valutazioni qualitative che tale indotto è positivo e significativo, non è il caso di prevedere una “premialità”, nella ripartizione del Fondo Unico dello Spettacolo (Fus), a favore dei teatri che più e meglio sanno contribuire all’”esportar cantando”?
Oltre il 30% circa degli abbonati al mensile di divulgazione musicale “L’Opera”, scritta in italiano e per italiani, è all’estero; il 20% in Giappone e Corea. Stanno crescendo anche gli abbonati in Cina. L’italiano del teatro d’opera è diventato la seconda lingua franca – dopo l’inglese – in gran parte dell’Asia dove il pubblico è assetato dal desiderio d’opera italiana. Le convenzioni del teatro in musica nostrano (dal barocco al melodramma al verismo ed anche alla contemporaneità più sfrenata) non sono molto dissimili da quelle del “Gran Kabuki” giapponese e di alcune delle numerosissime forme d’opera cinese: di norma, c’è un intreccio più o meno complicato che viene declinato coniugando parole con canto ed accompagnamento musicale, nonché danza ed effetti speciali. A questo scopo, in tutte le maggiori città asiatiche sono state costruiti nuovissimi teatri d’opera (uno dei più recenti e dei più avveniristici è quello di Singapore); i sovrintendenti locali stanchi di ingaggiare compagnie dell’Asia centrale a basso prezzo (e scarsa qualità), invitano con sempre maggiore frequenza le produzioni dei nostri teatri, mentre i loro conservatorii e le loro scuole di canto addestrano i loro connazionali. Non è un caso che il tenore di maggior successo (anche in Italia) di questi ultimi anni è il giovane Francesco Hong –un coreano- riconosciuto internazionalmente come uno dei pochi in grado di cantare “Il Trovatore” così come Verdi lo scrisse.
L’allestimento d’”Aida” di Caracalla è il frutto di un progetto concepito e realizzato per le celebrazioni dei dieci anni del ritorno di Hong Kong alla Cina nell’ottobre 2007 a cura de l’Opera di Hong Kong (un nuovo splendido teatro) con il supporto del Ministero degli Esteri e della Besoto Opera di Seul dove è stato presentato nel novembre 2007. Nel lontano autunno 1973 in un cinema-teatro della capitale coreana ho assistito ad una buona realizzazione (naturalmente casereccia) del “Roberto Devereux” di Gaetano Donizetti; allora la Corea del Sud non aveva un teatro d’opera ma la “voglia di lirica italiana” era tale che impresari commerciali si arrangiavano alla ben meglio. Pur se concepita per il pubblico asiatico (la produzione vada in tournée in Giappone e Cina), la regia le scene i costumi di “Aida” sono frutto di un lavoro di équipe del teatro romano. Il regista Maurizio Di Mattia afferma che la vede come “un viaggio in un Egitto mitico pieno di contraddizioni” ed “una lotta per il potere” nel “tentativo di rileggere il capolavoro verdiano in una chiave attuale, in cui suggerimenti del costume e della moda dell’Egitto moderno si fondono con quello del passato”- un “un grandioso messaggio di pace” in cui “l’immaginario richiama sia l’Islam che l’Egitto dei Faraoni”.
L'export italiano a prezzi costanti cresce a tassi attorno al 4%, che pur inferiori al tasso d’aumento del commercio mondiale (quasi il 7%) , ed implicando, quindi, pur sempre una graduale perdita di quote di mercato, rappresentano un miglioramento rispetto ai primi anni del decennio. C’è una buona tenuta delle esportazioni italiane nell’Ue, ma soprattutto un sempre più marcato orientamento verso l’Asia. Non dovrebbe il servizio studi dell’Ice (con l’apporto degli uffici Ice nei maggiori Paesi asiatici) condurre analisi specifiche dell’indotto in termini d’export delle tournée di compagnie liriche italiane (si dispone già dei dati sul contributo finanziario che tali tournée hanno sui bilanci dei teatri)? E se le analisi confermano valutazioni qualitative che tale indotto è positivo e significativo, non è il caso di prevedere una “premialità”, nella ripartizione del Fondo Unico dello Spettacolo (Fus), a favore dei teatri che più e meglio sanno contribuire all’”esportar cantando”?
PERCHE’ AIX E’ UN FESTIVAL DIFFERENTE DAGLI ALTRI
Premessa Aix-en-Provence (150.000 abitanti), un centro storico sei-settecentesco rimasto intatto, pieno di stradine, vicoli, piazze, eleganti fontane e splendidi palazzi dove tutto sembra fatto apposta per eseguire musica. Da 60 anni è la sede del Festival d’Art Lyrique, nato quasi per caso nel 1948 per far conoscere ai francesi quel Wolfang Amadeus Mozart che in Francia non si rappresentava da decenni. In un palcoscenico costruito alla buona nel magnifico Cortile dell’Arcivescovato, venne proposto “Così fan tutte”, che Oltralpe non si metteva in scena del 1926. Già allora, però, c’era un tocco politico: era stata invitata un’orchestra tedesca con un direttore austriaco (a tre anni dalla fine della guerra mondiale). Per l’occasione, si diedero convegno in quella che era stata la capitale del Regno di Provenza, politici, industriali e finanzieri di mezza Europa. Nessuno pensava che l’iniziativa avrebbe avuto un futuro. Anche perché i finanziamenti pubblici erano modesti. In effetti, in sei decenni, l’iniziativa è stata un paio di volte ai limiti del fallimento.
Questa edizione 2008 sfoggia, sei opere, 17 concerti , 3 mostre , due conferenze internazionali (una su temi politici- la schiavitù nel XXI secolo- ed una su argomenti economici- le imprese e l’integrazione economica) nell’arco di un mese. I teatri in funzione sono quattro: due all’aperto (il Cortile dell’Arcivescovato, ora dotato di un palcoscenico modernissimo, e, quello del Palazzo Maynier d’Oppède di fronte alla Cattedrale) e due al chiuso (il delizioso Jeu de Pommes costruito all’inizio del Novecento e restaurato una diecina di anni fa ed Grand Théâtre de Provence.la cui ardita architettura italiana è stata inaugurata l’anno scorso). Se ne può aggiungere un quinto, spesso in funzione nel recente passato: il Grand Saint Jean, un palcoscenico a ridosso delle mura di un maniero immerso nella campagna provenzale. Inoltre, in una delle piazze più vaste della città, gli spettacoli vengo trasmessi in differita (di circa un’ora e mezzo) gratuitamente , mentre un sito web (www.medici.tv) li propone in diretta; la “prima” (la rara “Zaide” di Mozart) è stata seguita da 100.000 spettatori in 108 Paesi. Se si tiene conto anche delle attività dell’Académie Européene de Musique (una fondazione per le giovani voci europee in funzione da poco più di un decennio), la durata complessiva del festival di teatro in musica è due mesi in cui sono presenti a Aix 800 artisti di 41 Paesi. Accanto al festival lirico, si svolge un festival di musica barocca provenzale ed uno di operette francesi, nonché spettacoli “off” e “back” di cabaret e prosa in vari luoghi. Appena cala il sipario sulla lirica (e sul barocco e l’operetta) iniziano festival (meno noti su piano internazionale) di danza e di jazz.
Il musicologo Giancarlo Landini descrive il Festival lirico, con la “F” maiuscola, come l’apice della mondanità “décontractée-chic” dell’estate europea. All’inaugurazione, oltre all’onnipresente Giscard d’Estaing, i Ministri francesi della Cultura e dell’Istruzione, ed una mezza dozzina di sottosegretari, nonché esponenti del mondo politico della Germania, della Gran Bretagna e del Benelux (il direttore generale Bernard Foccroule è belga). Oltre all’intellighentsia sparsa che gira da festival a festival (dopo Aix, Glyndebourne e Bayreuth per finire l’estate a Salisburgo), molti gli amministratori delegati di grandi imprese (Hscc, Sacem, Kmpg, Cic-Lyonnaise de Banque, Lvmh, Lagardère con in prima fila i due partner per eccellenza, Vivendi e Deutsche Bank). E gli italiani? Bruno Visentini era un “habutué”; da allora rari i politici e gli unici giornalisti presenti sono critici musicali. Questo luglio 2008 molto presenti, e molto visibili, Mario Monti ed Alessandro Profumo.
Nella giornata si passeggia per Aix anche in pantaloni corti. I luoghi preferiti per gli incontri a lunch sono “Les Deux Garçons” (immortalato dagli amori di Jean Cocteau e Jean Marais) e “Le Grillon” (reso celebre dagli aperitivi di Jacques Attali) a cui si è aggiunto, di recente, “Le Passage”. Lì si incrocia “L’Europa-che-conta”. La sera, nei teatri, accanto a signori in smoking e signore in abito lungo, ci sono i blue-jeans e le T-shirts firmate. Dopo spettacolo, si cena a “La Bastide du Cours” (il cuoco non è dei migliori) o nella terrazza Grand Théâtre de Provence. Si intrecciano conversazioni su musica, politica ed affari.
Non è soltanto questa atmosfera ad attirare “l’Europa-che-può”. Il festival (il bilancio preventivo per il 2008 è 19,1 milioni d’euro) è finanziato in gran misura da privati – i contributi pubblici coprono meno di un terzo dei costi, quelli ministeriali circa il 15% del totale; la vendita di biglietti un altro 23%, le coproduzioni, le tournée ed i diritti radio-televisivi un buon 18%, il Casino d’Aix il 9%. Gli sponsor (3,2 milioni di euro- ossia il 16% del budget) sono grandi e piccoli (esiste anche un’Associazione di amici americani del festival); tra tutti, troneggiano i due partner ufficiali – la società franco-americana dei media e della tecnologia Vivendi e la Deutsche Bank. I partner privati hanno, quindi, interesse a ché la qualità sia alta ed il pubblico di livello.
Da alcuni anni, i Berliner Philarmoniker , guidati da Sir Simon Rattle, sono l’orchestra “residente”; a mezzadria con il Festival di Salisburgo stanno mettendo in scena la tetralogia wagneriana de “L’Anello del Nibelungo” (questo è l’anno di “Sigfrido”) – ciascuna opera debutta in Provenza ed alcuni mesi più tardi approda in Austria. Con rare eccezioni, per le altre opere in programma, Aix è la prima tappa di lunghi itinerari la prossima stagione. La discussa, e discutibile, mozartiana “Zaide” andrà al Lincoln Center di New York ed al Barbican Center di Londra, la novità assoluta “Passion” di Pascal Dusapin a Strasburgo, Lussemburgo, Brema, Parigi, Rouen e forse Roma; il nuovo allestimento di “Così fan tutte” a Londra; “L’Infedeltà Delusa” di Haydn in un vasto circuito francese; e “Belshazzar” di Händel a Berlino. Ciò consente a chi frequenta Aix di dire “lo ha già visto al Festival”, se e quando in varie città europee, nella stagione 2008-2009, si parla di spettacoli che hanno debuttato nella capitale provenzale.
La foresta di Sigfrido. Il Festival 2008 è iniziato male – la mozartiana “Zaide” è un’opera mediocre ed incompiuta (mai rappresentata con l’autore in vita), aggravata da una regia cervellotica di Peter Sellars e da un cast peggio assortito assortito. Agli applausi di cortesia del pubblico, hanno corrisposto recensioni al vetriolo. Conosco bene la partitura; tranne la ninna-nanna “Ruhe sanft” la considero tra i lavori meno riusciti di Mozart (forse proprio per questo non venne mai messa in scena). Non è, però, irrappresentabile. La rende tale Peter Sellars; era un geniaccio negli Usa Anni Settanta, ora è idolatrato da certa sinistra europea, ma ripete sempre se stesso. Interpola i testi, li volgarizza e le riempie di violenza gratuita. Attenzione non ha la tendenza di Calisto Bieito di mettere in scena (quale che sia l’opera) un bel po’ di maschi nudi puntando i riflettori sui genitali – un giovane tenore italiana di bella voce e aspetto avvenente ha chiesto, ed ottenuto, per contratto da una fondazione lirica nostrana di poter portare le mutande durante tutto lo spettacolo. Non ha neanche l’ossessione dei deretani (anche questa volta prevalentemente maschili) sempre presente negli spettacoli della Sociètas Raffaello Sanzio. Sellars, però, non ha alcun rispetto per l’autore. Nella sua “Zaide”resta ben poco anche a ragione delle libertà che si prende con il testo e con le voci.
Il festival si è, però, ripreso subito con uno strepitoso “Siegfried”, terza opera della tetralogia wagneriana che Aix co-produce con il Festival di Salisburgo (dove arriverà tra alcuni mesi), giovandosi dell’apporto dei Berliner Philamoniker guidati da Simon Rattle e della regia, scene e costumi di Stéphane Braunschweig (chiamato ad inaugurare la Scala con il verdiano “Don Carlo”). Oltre cinque ore di spettacolo sono state seguite da circa 20 minuti d’ovazioni da stadio.
“Siegfried” è un adolescente innocente, che non conosce paura. Forgia la spada invincibile che appartenne a suo padre. Uccide il drago Fafner e si impossessa dell’anello che dà il potere assoluto sul mondo. Avvisato da un uccello che il nano Mine vuole avvelenarlo per impossessarsi dell’anello, ne fa polpette. Spezza anche la lancia del Re degli Dei, Wotan, per poter varcare una cortina di fuoco, dietro la quale scopre la vergine Brunilde. Alla vista, per la prima volta, di una donna, viene attanagliato del terrore, sino a quando, in un duetto travolgente di 45 minuti, decidono di darsi l’uno all’altra.
Nel ruolo del protagonista, debutta, a 54 anni, il canadese Ben Heppner, il quale conferma di essere uno dei migliori tenori eroici su piazza e dimostra di essere un attore di razza. Vestito da ragazzone in camicia a scacchi, assomiglia più ad un bamboccione che ad un adolescente, ma supera bene un ruolo che lo vede in scena per oltre tre ore e mezza; a volte, l’orchestra lo copre ed al termine del duetto finale è stremato dalla fatica. Katerina Dalayman è una Brunilde di fuoco; arriva fresca al duetto finale (entra in scena solo alle fine dell’opera) e canta come una forza della natura (sovrastando i Berliner). William White è un Wotan dolente che ormai brama il crepuscolo degli Dei, della cui imminenza lo avverte Anna Larsson (Erda, la madre terra). Una vera e propria scoperta Burkhard Urlich nel ruolo di Mine.
Naturalmente la bacchetta di Sir Simon Rattle dà un’impostazione sinfonica al lavoro, accelera i tempi per accentuare il ritmo, esaltare i momenti timbrici, fare respirare l’atmosfera della foresta; i fiati e gli strumenti a corda hanno un risalto analogo a quello che diede loro Georg Solti in una celebre edizione in studio degli Anni 60.
Veniamo, infine, alla regia. Braunschweig trasporta “Siegfried” in un’epoca imprecisata, ma non dissimile all’attuale. Il protagonista sembra uno studente americano. Brunilde indossa un’elegante camicia bianca che invita nell’enorme letto che domina la scena finale. Wotan è avvolto in un lungo impermeabile, Mine assomiglia ad un artigiano e suo fratello Alberich ad un esattore. Una scena unica (tre immense pareti grigie) che, con un minimo di proiezioni e di attrezzeria astratta, rendono tutti gli effetti speciali (il viaggio nella foresta, la battaglia con il drago, la discesa al ventre della terra per interrogare Erda, il muro di fuoco a difesa della verginità di Brunilde). Un “teatro di regia” intelligente ed efficace.
Lui, lei e gli altri Quasi ogni anno, il festival commissiona un’opera contemporanea di autore vivente. Questo luglio ha debuttato “Passion” di Pascal Dusapin, cresciuto all’insegna dell’avanguardia con maestri come Olivier Messian e Iannis Xenakis, è stato uno dei protagonisti delle esperienze foniche dell’Ircam. L’opera ha un libretto in lingua italiana (reso accessibile, ai francesi, da utili sovrattitoli). In settembre comincia un lungo viaggio, che la porterà a Strasburgo, Rouen, Parigi, Vienna, Lussemburgo e probabilmente New York e Roma – per parlare unicamente degli impegni nella stagione 2008-2009.
Sesta opera di Dusapin (il suo “Romeo e Giulietta” del 1988 è stato ripreso di recente a Parigi), viene dopo “Perelà, Uomo di Fumo” presentata nel 2003 all’Opéra-Bastille e “Faustus, the Last Night” che ha debutto nel 2006 alla Staatsoper under den Linden di Berlino. Insieme costituiscono una trilogia di riflessioni sul significato dell’esistenza. “Perelà”- ci dice Dusapin - è un grand-opéra ispirato ai Vangeli (anche se tratto da un romanzo di un ebreo); termina con l’Ascenzione”( verso lassù). In “Faustus”, “il protagonista dice, sin dalla prima scena, di venire da laggiù” (ossia dal ventre delle terra, dall’Oltretomba). “Passion” investiga (come può farlo un artista) se si può andare da “laggiù” (inteso come regno della morte dei sentimenti) a “lassù” (inteso non come Cielo ma come terra con le sue angosce e passioni). Il richiamo è evidentemente al mito d’Orfeo (il musicista per eccellenza) che tenta, senza riuscirci, di portare “da laggiù” a “lassù” la sua Euridice. Per farlo – lo sappiamo- deve scendere all’Ade e provare “paura” e “desiderio”, due dei tanti aspetti di ciò che si chiama “passione”. “La passione – aggiunge – Dusapin è sempre multiforme: l’addoloratissima Maria nella Pietà di Michelangelo ha un volto quasi sorridente, e comunque da infondere serenità”. Un lavoro religioso? “Non necessariamente, ma senza dubbio spirituale”.
Perché il testo del libretto è in italiano? Dusapin (oggi ha 54 anni) è stato “pensionaire” dell’Accademia di Francia a Roma nel 1981-83 e si destreggia bene nella nostra lingua. La ragione è nel volersi collegare con l’origine del teatro in musica; per questo motivo il testo è costituito da brani di Badoaro e Busenello e Striggio (i librettisti di Monteverdi), oltre che di Dante e di Tasso. Sono frammenti ricostruiti in gran misura in prosa, anche se in certi momenti (specialmente quelli corali) tornano i versi. La regia e la scena sono affidate ad un italiano (che lavora, però, prevalentemente all’estero): Giuseppe Frigeni.
E’ uno spettacolo in estrema economia di mezzi: due soli cantanti – attori – Lui e Lei – ed un coro di sei elementi – gli Altri. Un’orchestra barocca – quattro archi, sei fiati, tre ottoni, un’arpa, un clavicembalo- integrata da “live electronics” ed elettroacustica (i due protagonisti indossano un dispositivo elettronico che trasforma in suono i movimenti dei loro muscoli). In questa ricostruzione moderna del mito d’Orfeo ed Euridice, in cui Lei, anche dopo aver avuto un nuovo momento d’amore con Lui, vuole restare “laggiù”(nel’Oltretomba) piuttosto che ascendere lassù (sulla Terra). Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura d’estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando”, il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia use sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). Dusapin afferma di “militare per l’espressione pura, cosa non certo ben vista di questi tempi” (dove tutto si butta in politica e prevalentemente da una parte sola). Il successo di “Passion” mostra che forse ha ragion
Mozart e Haydn Date le origini mozartiane del festival e l’architettura sei-settecentesca di Aix, non poteva mancare l’omaggio al genio di Salisburgo che questo 2008 si accompagna con un anticipo delle celebrazioni che nel 2009 si faranno per il bicentenario della morte di Franz Joseph Haydn. Di Mozart viene proposto un nuovo allestimento del mozartiano “Così fan tutte” (a cura del regista iraniano Abbas Kiarostami, pluripremiato negli ultimi vent’anni per i suoi film) che andrà all’English National Opera, ad Atene ed a Lussemburgo. La scorsa stagione si sono visti, in Italia, una dozzina di allestimenti di “Così” L’intreccio è basato su complessi giochi di coppia. Soffermiamoci sulla regia di Kiarostami (che ha ammesso di non essere mai entrato in un teatro, neanche di prosa prima di quest’esperienza): fedelissima al libretto (scene e costumi, di Chloe Obolenski, replicano minuziosamente l’Europa del 1790), immerge la vicenda in un Mediterraneo solare (il mare è quasi sempre presente grazie a proiezioni) e le toglie la patina cinica di molte letture tradizionali. I quattro giovani protagonisti restano con la bocca amara quando comprendono i giochi dell’infedeltà ma paiono concludere serenamente che “questo è il mondo” ed occorre adattarvisi senza troppe illusioni. Christophe Rousset, alla guida della Camerata Salzburg, fornisce una direzione musicale puntuale. Di buon livello i sei giovani protagonisti; merita un encomio particolare il tenore Pavol Breslik chiamato a sostituire, all’ultimo momento, un collega ammalato. Altra notazione: nessuno dei cantanti-attori è italiano, ma la dizione è ottima e non si perde una sola battuta. Spettacolo indubbiamente di fascino anche se non annebbia la memoria la bellissima edizione Chéreau-Harding che debuttò a Aix nel 2005 ed ha fatto il vero e proprio giro del mondo; mai come in quella edizione il gioco della finzione al cubo nei rapporti umani è stata presentata in modo così vivido.
Nel giocare d’anticipo in tema di celebrazioni Haydn, il festival ha messo in scena una delle sue 14 opere – poche rispetto alla sua produzione sterminata di sinfonie, sonate ed oratori: “L’infedeltà delusa”, creata per una visita dell’Imperatrice Marie-Thèrese al Castello degli Esterhazy dove il compositore era musicista di corte. E’ una burletta di circa due ore (in due atti) in cui la vicenda tradizionale del padre che vuol fare sposare la figlia non all’innamorato ma ad un ricco possidente, è spunto per una partitura piena di brio. Il regista, Richard Brunel proviene dalla prosa ma ha già esperienza di teatro musicale. La direzione musicale è affidata al giovane Jérémie Roher , allievo di Minkowski e Christie. Giovanissimo il cast – proveniente dall’Académie Européenne de Musique . La vicenda è attualizzata quasi ai nostri giorni, accentuando, con garbo, la carica ironica. Il cast da ottima prova. Si prevede una lunga tournée in Francia.
Questa edizione 2008 sfoggia, sei opere, 17 concerti , 3 mostre , due conferenze internazionali (una su temi politici- la schiavitù nel XXI secolo- ed una su argomenti economici- le imprese e l’integrazione economica) nell’arco di un mese. I teatri in funzione sono quattro: due all’aperto (il Cortile dell’Arcivescovato, ora dotato di un palcoscenico modernissimo, e, quello del Palazzo Maynier d’Oppède di fronte alla Cattedrale) e due al chiuso (il delizioso Jeu de Pommes costruito all’inizio del Novecento e restaurato una diecina di anni fa ed Grand Théâtre de Provence.la cui ardita architettura italiana è stata inaugurata l’anno scorso). Se ne può aggiungere un quinto, spesso in funzione nel recente passato: il Grand Saint Jean, un palcoscenico a ridosso delle mura di un maniero immerso nella campagna provenzale. Inoltre, in una delle piazze più vaste della città, gli spettacoli vengo trasmessi in differita (di circa un’ora e mezzo) gratuitamente , mentre un sito web (www.medici.tv) li propone in diretta; la “prima” (la rara “Zaide” di Mozart) è stata seguita da 100.000 spettatori in 108 Paesi. Se si tiene conto anche delle attività dell’Académie Européene de Musique (una fondazione per le giovani voci europee in funzione da poco più di un decennio), la durata complessiva del festival di teatro in musica è due mesi in cui sono presenti a Aix 800 artisti di 41 Paesi. Accanto al festival lirico, si svolge un festival di musica barocca provenzale ed uno di operette francesi, nonché spettacoli “off” e “back” di cabaret e prosa in vari luoghi. Appena cala il sipario sulla lirica (e sul barocco e l’operetta) iniziano festival (meno noti su piano internazionale) di danza e di jazz.
Il musicologo Giancarlo Landini descrive il Festival lirico, con la “F” maiuscola, come l’apice della mondanità “décontractée-chic” dell’estate europea. All’inaugurazione, oltre all’onnipresente Giscard d’Estaing, i Ministri francesi della Cultura e dell’Istruzione, ed una mezza dozzina di sottosegretari, nonché esponenti del mondo politico della Germania, della Gran Bretagna e del Benelux (il direttore generale Bernard Foccroule è belga). Oltre all’intellighentsia sparsa che gira da festival a festival (dopo Aix, Glyndebourne e Bayreuth per finire l’estate a Salisburgo), molti gli amministratori delegati di grandi imprese (Hscc, Sacem, Kmpg, Cic-Lyonnaise de Banque, Lvmh, Lagardère con in prima fila i due partner per eccellenza, Vivendi e Deutsche Bank). E gli italiani? Bruno Visentini era un “habutué”; da allora rari i politici e gli unici giornalisti presenti sono critici musicali. Questo luglio 2008 molto presenti, e molto visibili, Mario Monti ed Alessandro Profumo.
Nella giornata si passeggia per Aix anche in pantaloni corti. I luoghi preferiti per gli incontri a lunch sono “Les Deux Garçons” (immortalato dagli amori di Jean Cocteau e Jean Marais) e “Le Grillon” (reso celebre dagli aperitivi di Jacques Attali) a cui si è aggiunto, di recente, “Le Passage”. Lì si incrocia “L’Europa-che-conta”. La sera, nei teatri, accanto a signori in smoking e signore in abito lungo, ci sono i blue-jeans e le T-shirts firmate. Dopo spettacolo, si cena a “La Bastide du Cours” (il cuoco non è dei migliori) o nella terrazza Grand Théâtre de Provence. Si intrecciano conversazioni su musica, politica ed affari.
Non è soltanto questa atmosfera ad attirare “l’Europa-che-può”. Il festival (il bilancio preventivo per il 2008 è 19,1 milioni d’euro) è finanziato in gran misura da privati – i contributi pubblici coprono meno di un terzo dei costi, quelli ministeriali circa il 15% del totale; la vendita di biglietti un altro 23%, le coproduzioni, le tournée ed i diritti radio-televisivi un buon 18%, il Casino d’Aix il 9%. Gli sponsor (3,2 milioni di euro- ossia il 16% del budget) sono grandi e piccoli (esiste anche un’Associazione di amici americani del festival); tra tutti, troneggiano i due partner ufficiali – la società franco-americana dei media e della tecnologia Vivendi e la Deutsche Bank. I partner privati hanno, quindi, interesse a ché la qualità sia alta ed il pubblico di livello.
Da alcuni anni, i Berliner Philarmoniker , guidati da Sir Simon Rattle, sono l’orchestra “residente”; a mezzadria con il Festival di Salisburgo stanno mettendo in scena la tetralogia wagneriana de “L’Anello del Nibelungo” (questo è l’anno di “Sigfrido”) – ciascuna opera debutta in Provenza ed alcuni mesi più tardi approda in Austria. Con rare eccezioni, per le altre opere in programma, Aix è la prima tappa di lunghi itinerari la prossima stagione. La discussa, e discutibile, mozartiana “Zaide” andrà al Lincoln Center di New York ed al Barbican Center di Londra, la novità assoluta “Passion” di Pascal Dusapin a Strasburgo, Lussemburgo, Brema, Parigi, Rouen e forse Roma; il nuovo allestimento di “Così fan tutte” a Londra; “L’Infedeltà Delusa” di Haydn in un vasto circuito francese; e “Belshazzar” di Händel a Berlino. Ciò consente a chi frequenta Aix di dire “lo ha già visto al Festival”, se e quando in varie città europee, nella stagione 2008-2009, si parla di spettacoli che hanno debuttato nella capitale provenzale.
La foresta di Sigfrido. Il Festival 2008 è iniziato male – la mozartiana “Zaide” è un’opera mediocre ed incompiuta (mai rappresentata con l’autore in vita), aggravata da una regia cervellotica di Peter Sellars e da un cast peggio assortito assortito. Agli applausi di cortesia del pubblico, hanno corrisposto recensioni al vetriolo. Conosco bene la partitura; tranne la ninna-nanna “Ruhe sanft” la considero tra i lavori meno riusciti di Mozart (forse proprio per questo non venne mai messa in scena). Non è, però, irrappresentabile. La rende tale Peter Sellars; era un geniaccio negli Usa Anni Settanta, ora è idolatrato da certa sinistra europea, ma ripete sempre se stesso. Interpola i testi, li volgarizza e le riempie di violenza gratuita. Attenzione non ha la tendenza di Calisto Bieito di mettere in scena (quale che sia l’opera) un bel po’ di maschi nudi puntando i riflettori sui genitali – un giovane tenore italiana di bella voce e aspetto avvenente ha chiesto, ed ottenuto, per contratto da una fondazione lirica nostrana di poter portare le mutande durante tutto lo spettacolo. Non ha neanche l’ossessione dei deretani (anche questa volta prevalentemente maschili) sempre presente negli spettacoli della Sociètas Raffaello Sanzio. Sellars, però, non ha alcun rispetto per l’autore. Nella sua “Zaide”resta ben poco anche a ragione delle libertà che si prende con il testo e con le voci.
Il festival si è, però, ripreso subito con uno strepitoso “Siegfried”, terza opera della tetralogia wagneriana che Aix co-produce con il Festival di Salisburgo (dove arriverà tra alcuni mesi), giovandosi dell’apporto dei Berliner Philamoniker guidati da Simon Rattle e della regia, scene e costumi di Stéphane Braunschweig (chiamato ad inaugurare la Scala con il verdiano “Don Carlo”). Oltre cinque ore di spettacolo sono state seguite da circa 20 minuti d’ovazioni da stadio.
“Siegfried” è un adolescente innocente, che non conosce paura. Forgia la spada invincibile che appartenne a suo padre. Uccide il drago Fafner e si impossessa dell’anello che dà il potere assoluto sul mondo. Avvisato da un uccello che il nano Mine vuole avvelenarlo per impossessarsi dell’anello, ne fa polpette. Spezza anche la lancia del Re degli Dei, Wotan, per poter varcare una cortina di fuoco, dietro la quale scopre la vergine Brunilde. Alla vista, per la prima volta, di una donna, viene attanagliato del terrore, sino a quando, in un duetto travolgente di 45 minuti, decidono di darsi l’uno all’altra.
Nel ruolo del protagonista, debutta, a 54 anni, il canadese Ben Heppner, il quale conferma di essere uno dei migliori tenori eroici su piazza e dimostra di essere un attore di razza. Vestito da ragazzone in camicia a scacchi, assomiglia più ad un bamboccione che ad un adolescente, ma supera bene un ruolo che lo vede in scena per oltre tre ore e mezza; a volte, l’orchestra lo copre ed al termine del duetto finale è stremato dalla fatica. Katerina Dalayman è una Brunilde di fuoco; arriva fresca al duetto finale (entra in scena solo alle fine dell’opera) e canta come una forza della natura (sovrastando i Berliner). William White è un Wotan dolente che ormai brama il crepuscolo degli Dei, della cui imminenza lo avverte Anna Larsson (Erda, la madre terra). Una vera e propria scoperta Burkhard Urlich nel ruolo di Mine.
Naturalmente la bacchetta di Sir Simon Rattle dà un’impostazione sinfonica al lavoro, accelera i tempi per accentuare il ritmo, esaltare i momenti timbrici, fare respirare l’atmosfera della foresta; i fiati e gli strumenti a corda hanno un risalto analogo a quello che diede loro Georg Solti in una celebre edizione in studio degli Anni 60.
Veniamo, infine, alla regia. Braunschweig trasporta “Siegfried” in un’epoca imprecisata, ma non dissimile all’attuale. Il protagonista sembra uno studente americano. Brunilde indossa un’elegante camicia bianca che invita nell’enorme letto che domina la scena finale. Wotan è avvolto in un lungo impermeabile, Mine assomiglia ad un artigiano e suo fratello Alberich ad un esattore. Una scena unica (tre immense pareti grigie) che, con un minimo di proiezioni e di attrezzeria astratta, rendono tutti gli effetti speciali (il viaggio nella foresta, la battaglia con il drago, la discesa al ventre della terra per interrogare Erda, il muro di fuoco a difesa della verginità di Brunilde). Un “teatro di regia” intelligente ed efficace.
Lui, lei e gli altri Quasi ogni anno, il festival commissiona un’opera contemporanea di autore vivente. Questo luglio ha debuttato “Passion” di Pascal Dusapin, cresciuto all’insegna dell’avanguardia con maestri come Olivier Messian e Iannis Xenakis, è stato uno dei protagonisti delle esperienze foniche dell’Ircam. L’opera ha un libretto in lingua italiana (reso accessibile, ai francesi, da utili sovrattitoli). In settembre comincia un lungo viaggio, che la porterà a Strasburgo, Rouen, Parigi, Vienna, Lussemburgo e probabilmente New York e Roma – per parlare unicamente degli impegni nella stagione 2008-2009.
Sesta opera di Dusapin (il suo “Romeo e Giulietta” del 1988 è stato ripreso di recente a Parigi), viene dopo “Perelà, Uomo di Fumo” presentata nel 2003 all’Opéra-Bastille e “Faustus, the Last Night” che ha debutto nel 2006 alla Staatsoper under den Linden di Berlino. Insieme costituiscono una trilogia di riflessioni sul significato dell’esistenza. “Perelà”- ci dice Dusapin - è un grand-opéra ispirato ai Vangeli (anche se tratto da un romanzo di un ebreo); termina con l’Ascenzione”( verso lassù). In “Faustus”, “il protagonista dice, sin dalla prima scena, di venire da laggiù” (ossia dal ventre delle terra, dall’Oltretomba). “Passion” investiga (come può farlo un artista) se si può andare da “laggiù” (inteso come regno della morte dei sentimenti) a “lassù” (inteso non come Cielo ma come terra con le sue angosce e passioni). Il richiamo è evidentemente al mito d’Orfeo (il musicista per eccellenza) che tenta, senza riuscirci, di portare “da laggiù” a “lassù” la sua Euridice. Per farlo – lo sappiamo- deve scendere all’Ade e provare “paura” e “desiderio”, due dei tanti aspetti di ciò che si chiama “passione”. “La passione – aggiunge – Dusapin è sempre multiforme: l’addoloratissima Maria nella Pietà di Michelangelo ha un volto quasi sorridente, e comunque da infondere serenità”. Un lavoro religioso? “Non necessariamente, ma senza dubbio spirituale”.
Perché il testo del libretto è in italiano? Dusapin (oggi ha 54 anni) è stato “pensionaire” dell’Accademia di Francia a Roma nel 1981-83 e si destreggia bene nella nostra lingua. La ragione è nel volersi collegare con l’origine del teatro in musica; per questo motivo il testo è costituito da brani di Badoaro e Busenello e Striggio (i librettisti di Monteverdi), oltre che di Dante e di Tasso. Sono frammenti ricostruiti in gran misura in prosa, anche se in certi momenti (specialmente quelli corali) tornano i versi. La regia e la scena sono affidate ad un italiano (che lavora, però, prevalentemente all’estero): Giuseppe Frigeni.
E’ uno spettacolo in estrema economia di mezzi: due soli cantanti – attori – Lui e Lei – ed un coro di sei elementi – gli Altri. Un’orchestra barocca – quattro archi, sei fiati, tre ottoni, un’arpa, un clavicembalo- integrata da “live electronics” ed elettroacustica (i due protagonisti indossano un dispositivo elettronico che trasforma in suono i movimenti dei loro muscoli). In questa ricostruzione moderna del mito d’Orfeo ed Euridice, in cui Lei, anche dopo aver avuto un nuovo momento d’amore con Lui, vuole restare “laggiù”(nel’Oltretomba) piuttosto che ascendere lassù (sulla Terra). Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura d’estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando”, il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia use sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). Dusapin afferma di “militare per l’espressione pura, cosa non certo ben vista di questi tempi” (dove tutto si butta in politica e prevalentemente da una parte sola). Il successo di “Passion” mostra che forse ha ragion
Mozart e Haydn Date le origini mozartiane del festival e l’architettura sei-settecentesca di Aix, non poteva mancare l’omaggio al genio di Salisburgo che questo 2008 si accompagna con un anticipo delle celebrazioni che nel 2009 si faranno per il bicentenario della morte di Franz Joseph Haydn. Di Mozart viene proposto un nuovo allestimento del mozartiano “Così fan tutte” (a cura del regista iraniano Abbas Kiarostami, pluripremiato negli ultimi vent’anni per i suoi film) che andrà all’English National Opera, ad Atene ed a Lussemburgo. La scorsa stagione si sono visti, in Italia, una dozzina di allestimenti di “Così” L’intreccio è basato su complessi giochi di coppia. Soffermiamoci sulla regia di Kiarostami (che ha ammesso di non essere mai entrato in un teatro, neanche di prosa prima di quest’esperienza): fedelissima al libretto (scene e costumi, di Chloe Obolenski, replicano minuziosamente l’Europa del 1790), immerge la vicenda in un Mediterraneo solare (il mare è quasi sempre presente grazie a proiezioni) e le toglie la patina cinica di molte letture tradizionali. I quattro giovani protagonisti restano con la bocca amara quando comprendono i giochi dell’infedeltà ma paiono concludere serenamente che “questo è il mondo” ed occorre adattarvisi senza troppe illusioni. Christophe Rousset, alla guida della Camerata Salzburg, fornisce una direzione musicale puntuale. Di buon livello i sei giovani protagonisti; merita un encomio particolare il tenore Pavol Breslik chiamato a sostituire, all’ultimo momento, un collega ammalato. Altra notazione: nessuno dei cantanti-attori è italiano, ma la dizione è ottima e non si perde una sola battuta. Spettacolo indubbiamente di fascino anche se non annebbia la memoria la bellissima edizione Chéreau-Harding che debuttò a Aix nel 2005 ed ha fatto il vero e proprio giro del mondo; mai come in quella edizione il gioco della finzione al cubo nei rapporti umani è stata presentata in modo così vivido.
Nel giocare d’anticipo in tema di celebrazioni Haydn, il festival ha messo in scena una delle sue 14 opere – poche rispetto alla sua produzione sterminata di sinfonie, sonate ed oratori: “L’infedeltà delusa”, creata per una visita dell’Imperatrice Marie-Thèrese al Castello degli Esterhazy dove il compositore era musicista di corte. E’ una burletta di circa due ore (in due atti) in cui la vicenda tradizionale del padre che vuol fare sposare la figlia non all’innamorato ma ad un ricco possidente, è spunto per una partitura piena di brio. Il regista, Richard Brunel proviene dalla prosa ma ha già esperienza di teatro musicale. La direzione musicale è affidata al giovane Jérémie Roher , allievo di Minkowski e Christie. Giovanissimo il cast – proveniente dall’Académie Européenne de Musique . La vicenda è attualizzata quasi ai nostri giorni, accentuando, con garbo, la carica ironica. Il cast da ottima prova. Si prevede una lunga tournée in Francia.
lunedì 21 luglio 2008
UNA SPLENDIDA ANNICK MASSIS ILLUMINA LA LUCIA DI CARACALLA Il Velino 21 luglio
“Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizzetti è una delle opere più amate dal pubblico. E’ una delle più rappresentate non solo dai principali teatri lirici ma anche da compagnie a volte improvvisate. A Roma, non approdava alle Terme di Caracalla (sede estiva del Teatro dell’Opera) da circa 22 anni. E’ stata, però, vista almeno un paio di volte al Costanzi e non si contano, però, le edizioni “minori” in teatri di piccole dimensioni (e con organici ristretti) nonché nelle due principali Chiese anglicane – quella di Via Nazionale e quella di Via del Babbuino – dove vengono allestiti palcoscenici di fortuna.
Tratta da uno dei romanzi storico- romantici dello scozzese Walter Scott, di cui La Pléiade ha pubblicato sei anni fa la collezione integrale (anche se in Italia è noto solo per le edizioni holliwoodiane e televisive di “Ivanohe”), “Lucia” rappresenta un anello di transizione essenziale dal melodramma di inizio Ottocento a quello verdiano. Da un lato, l’orchestra evoca l’atmosfera delle brume scozzesi in un notturno quasi infinito (al pari di quanto avviene nel capolavoro rossiniano ispirato ad un altro lavoro di Scott, “La donna del lago”). Da un altro, le parti vocali richiedono grande maestria: vennero scritte per Gilbert-Louis Duprez, il tenore che ha inventato il “do di petto”, Fanny Persiano, un soprano, al tempo stesso, dalla vocalità leggera e dalla coloratura raffinatissima, e Domenico Coselli, baritono agilissimo.
Portare “Lucia” sui palcoscenici “grandi” rappresenta una sfida per una ragione specifica connessa alla “tradizione” italiana. Nelle edizioni in circolazione dalla seconda metà dell’Ottocento vengono operati tagli copiosi (quasi un terzo della partitura), principalmente nei ruoli maschili; la vocalità della protagonista viene portata a soprano drammatico. I tagli hanno l’effetto di imperniare tutta l’opera su Lucia, dimenticando che si svolgono due azioni parallele: una tra i quattro uomini (Edgardo, Enrico, Arturo e Raimondo) e l’altra tra l’aspro mondo maschile (dove le fanciulle, pure le sorelle, sono oggetto di compravendita) e quello della fragile Lucia, tanto debole da diventare assassina e pazza non appena l’uomo a cui è stata venduta (Arturo) si abbassa i pantaloni per avere ciò che ha pagato. La “Lucia” tagliata della “tradizione” è un romanzetto romantico, invece del doppio dramma parallelo.
Circa dieci anni fa, Zubin Mehta e Graham Vick portarono una “Lucia” quasi integrale al Maggio Musicale Fiorentino ed al Grand Théatre di Ginevra. Operazione coraggiosa che a Firenze, però, non venne approvata dal pubblico. Lo spettacolo ha avuto, invece, grande successo al Costanzi di Roma ed in altri teatri della Penisola . La regia tersa di Vick dà rilievo al dramma nel mondo maschile e al forte contrasto tra questo mondo e quello della povera Lucia. Intelligente la scena fissa di Paul Brown; un grigio quasi soffocante interrotto da cespugli rosa delicati quanto Lucia, nonché da una splendida enorme luna che, colma di speranza, irradia un mondo in cui speranza più non c’è . Un allestimento in breve da riferimento, nonostante la bacchetta di Daniel Oren mantenesse con tutti i consueti tagli e forse (ad un orecchio raffinato) anche qualcuno di più.
Viene quasi spontaneo raffrontare l’edizione Mehta-Vick con quella in visione in questi giorni alle Terme di Caracalla. Il lugubre impianto scenico di Andrea Giorgi è rudimentale. Il programma di sala afferma che c’è una regia ed è affidata a Pier Luigi Maestrini (di solito agganciato alla tradizione): non se ne è accorto nessuno dato che i cantanti vagavano nell’enorme palcoscenico senza chiara direzione che quella di fermarsi sul boccascena ad intonare arie (come negli Anni 20). Antonello Allemandi mantiene tutti i tagli e ne aggiunge altri (tra cui l’intera scena della torre); inoltre, ci va duro, pesante, ignorando la delicatezza della scrittura musica.
Un disastro da evitare? Nulla affatto. Da correre ad ascoltare a ragione del vero e proprio splendore dalla vocalità. Annick Massis è uno dei soprani lirici puri (in senso tecnico) migliori sulla scena mondiale: è arrivata al belcanto belliniano ed al melodramma donizettiano e verdiano, partendo dal barocco. Ci aveva incantato in “Traviata” a Bologna ed in “Lucio Silla” a Venezia. Ci ha sedotto in Lucia. Giovane ed attraente, presenta una Lucia che conquista il pubblico e gli specialisti sin dall’aria di apertura e dal duetto del primo atto per trionfare nella scena della pazzia. Si è meritata ovazioni a scena aperta. Stefano Secco (Edgardo) è giunto a piena maturità (dopo anni in circuiti secondari): è un tenore lirico spinto, duttile nei passaggi a “mezza voce” ma in grado di ascendere a tonalità alte ed a discendervi con grande perizia . Roberto Frontali e Giovanni Meoni si alternano nel ruolo di Enrico e mostrano come i baritoni donizettiani avessero fatto molta strada verso l’impostazione che, pochi lustri più tardi, avrebbero avuto i baritoni verdiani. Mantenendo al tempo stesso una maggiore agilità (dei verdiani) Voci, quindi, a cui l’Opera di Roma deve dare l’opportunità di risplendere nella stagione invernale, in un’edizione che riapra gli eccessivi “tagli di tradizione”, abbia una concertazione più delicata dell’attuale, una regia efficace ed un impianto scenico di livello.
Tratta da uno dei romanzi storico- romantici dello scozzese Walter Scott, di cui La Pléiade ha pubblicato sei anni fa la collezione integrale (anche se in Italia è noto solo per le edizioni holliwoodiane e televisive di “Ivanohe”), “Lucia” rappresenta un anello di transizione essenziale dal melodramma di inizio Ottocento a quello verdiano. Da un lato, l’orchestra evoca l’atmosfera delle brume scozzesi in un notturno quasi infinito (al pari di quanto avviene nel capolavoro rossiniano ispirato ad un altro lavoro di Scott, “La donna del lago”). Da un altro, le parti vocali richiedono grande maestria: vennero scritte per Gilbert-Louis Duprez, il tenore che ha inventato il “do di petto”, Fanny Persiano, un soprano, al tempo stesso, dalla vocalità leggera e dalla coloratura raffinatissima, e Domenico Coselli, baritono agilissimo.
Portare “Lucia” sui palcoscenici “grandi” rappresenta una sfida per una ragione specifica connessa alla “tradizione” italiana. Nelle edizioni in circolazione dalla seconda metà dell’Ottocento vengono operati tagli copiosi (quasi un terzo della partitura), principalmente nei ruoli maschili; la vocalità della protagonista viene portata a soprano drammatico. I tagli hanno l’effetto di imperniare tutta l’opera su Lucia, dimenticando che si svolgono due azioni parallele: una tra i quattro uomini (Edgardo, Enrico, Arturo e Raimondo) e l’altra tra l’aspro mondo maschile (dove le fanciulle, pure le sorelle, sono oggetto di compravendita) e quello della fragile Lucia, tanto debole da diventare assassina e pazza non appena l’uomo a cui è stata venduta (Arturo) si abbassa i pantaloni per avere ciò che ha pagato. La “Lucia” tagliata della “tradizione” è un romanzetto romantico, invece del doppio dramma parallelo.
Circa dieci anni fa, Zubin Mehta e Graham Vick portarono una “Lucia” quasi integrale al Maggio Musicale Fiorentino ed al Grand Théatre di Ginevra. Operazione coraggiosa che a Firenze, però, non venne approvata dal pubblico. Lo spettacolo ha avuto, invece, grande successo al Costanzi di Roma ed in altri teatri della Penisola . La regia tersa di Vick dà rilievo al dramma nel mondo maschile e al forte contrasto tra questo mondo e quello della povera Lucia. Intelligente la scena fissa di Paul Brown; un grigio quasi soffocante interrotto da cespugli rosa delicati quanto Lucia, nonché da una splendida enorme luna che, colma di speranza, irradia un mondo in cui speranza più non c’è . Un allestimento in breve da riferimento, nonostante la bacchetta di Daniel Oren mantenesse con tutti i consueti tagli e forse (ad un orecchio raffinato) anche qualcuno di più.
Viene quasi spontaneo raffrontare l’edizione Mehta-Vick con quella in visione in questi giorni alle Terme di Caracalla. Il lugubre impianto scenico di Andrea Giorgi è rudimentale. Il programma di sala afferma che c’è una regia ed è affidata a Pier Luigi Maestrini (di solito agganciato alla tradizione): non se ne è accorto nessuno dato che i cantanti vagavano nell’enorme palcoscenico senza chiara direzione che quella di fermarsi sul boccascena ad intonare arie (come negli Anni 20). Antonello Allemandi mantiene tutti i tagli e ne aggiunge altri (tra cui l’intera scena della torre); inoltre, ci va duro, pesante, ignorando la delicatezza della scrittura musica.
Un disastro da evitare? Nulla affatto. Da correre ad ascoltare a ragione del vero e proprio splendore dalla vocalità. Annick Massis è uno dei soprani lirici puri (in senso tecnico) migliori sulla scena mondiale: è arrivata al belcanto belliniano ed al melodramma donizettiano e verdiano, partendo dal barocco. Ci aveva incantato in “Traviata” a Bologna ed in “Lucio Silla” a Venezia. Ci ha sedotto in Lucia. Giovane ed attraente, presenta una Lucia che conquista il pubblico e gli specialisti sin dall’aria di apertura e dal duetto del primo atto per trionfare nella scena della pazzia. Si è meritata ovazioni a scena aperta. Stefano Secco (Edgardo) è giunto a piena maturità (dopo anni in circuiti secondari): è un tenore lirico spinto, duttile nei passaggi a “mezza voce” ma in grado di ascendere a tonalità alte ed a discendervi con grande perizia . Roberto Frontali e Giovanni Meoni si alternano nel ruolo di Enrico e mostrano come i baritoni donizettiani avessero fatto molta strada verso l’impostazione che, pochi lustri più tardi, avrebbero avuto i baritoni verdiani. Mantenendo al tempo stesso una maggiore agilità (dei verdiani) Voci, quindi, a cui l’Opera di Roma deve dare l’opportunità di risplendere nella stagione invernale, in un’edizione che riapra gli eccessivi “tagli di tradizione”, abbia una concertazione più delicata dell’attuale, una regia efficace ed un impianto scenico di livello.
PERCHE’ L’ITALIA HA BISOGNO DI UN ACCORDO SUL COMMERCIO MONDIALE L'Occidentale del 21 luglio
Lunedì 21 luglio, sulle rive del Lago Lemanno, nell’edificio in stile tardo-fascista costruito alla fine degli Anni 20 per ospitare l’Organizzazione internazionale del lavoro ma adesso sede dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc, ma più conosciuta con il suo acronimo inglese Wto), si riuniscono una quarantina di ministri del commercio con l’estero per tentare, con un colpo di reni, di giungere ad un compromesso (al ribasso) e salvare la Doha development agenda (Dda). La Dda – ricordiamolo – è il negoziato multilaterale sugli scambi lanciato, con molto pompa, a Doha nel Qatar nel novembre 2001; si sarebbe dovuto concludere nel 2006 e rilanciare la liberalizzazione del commercio mondiale. Allora, sembrò una salutare boccata d’ossigeno per l’economia mondiale dopo il brutto colpo ricevuto l’11 settembre precedente.
Oggi – parafrasando George Bernard Shaw- si potrebbe dire che la situazione è disperata ma non seria. In effetti, pochi ritengono che il vertice ministeriale – di cui non è chiara neanche la durata (secondo alcuni potrebbe durare sino a tarda sera di venerdì 25)-, possa terminare con un esito positivo. Sul piatto c’è una bozza di proposta di compromesso a cui hanno lavorato per mesi i capi-delegazione. E’ una bozza con molti paragrafi in bianco poiché gli ambasciatori non sono stati in grado di giungere ad un accordo neppure al ribasso. Il punto centrale del compromesso riguarderebbe l’apertura ai mercati agricoli (specialmente da parte da Usa e Ue) e la graduale liberalizzazione da parte dell’import di manufatti (da parte dei Paesi emergenti). Si è molto lontani da un’intesa sui principi perché l’India (e altri Paesi) insistono che gli Stati Uniti congelino al livello del 2007 (meno un simbolico dollaro) i sussidi all’agricoltura e Washington, specialmente in un anno elettorale , non ha alcuna intenzione di farlo. Richieste ancora più dure riguardano la politica agricola comunitaria (Pac); all’interno dell’Ue non mancano gli stati membri disposti ad utilizzare il negoziato Omc per mettere a posti i conti e ridurre il supporto al settore, ma altri capeggiati da Francia ed Olanda terranno il punto di difendere i propri agricoltori. Ove anche si arrivasse ad un accordo, l’intesa andrebbe tradotta in miriadi di cambiamenti a tariffe doganali, contingenti, norme anti-dumping e quant’altro – un lavoro certosino per barracuda-esperti.
Pur nell’eventualità che i barracuda-esperti riusciranno a farcela, è altamente improbabile che George W. Bush presenterà trattati, convenzioni e protocolli al Congresso perché li ratifichi. Ove la situazione non fosse abbastanza complicata, è scaduto il Trade Promotion Act (Tpa) che consentiva al Presidente di chiedere che la ratifica avvenisse in blocco – senza emendamenti. Nell’ipotesi che fossero superati tutti gli altri ostacoli, è verosimile che Bush lascerebbe la patata bollente al proprio successore. McCain tenterebbe un nuovo Tpa prima del ddl di ratifica. Obama non rispedirebbe neanche il documento al mittente: lo metterebbe in un cassetto, per sempre. L’attacco alla liberalizzazione degli scambi, all’Omc ed agli stessi accordi regionali (come il Nafta- il trattato di libero scambio tra gli Stati del Nord America) è stato uno dei temi fondanti e costanti della sua campagna elettorale. I toni si sono accentuati man mano che la campagna è giunta in Stati dell’Unione in corso di de-industrializzazione, come la Pennsylvania, l’Illinois, il Michigan e parte dello stesso New England. Ad aggiungere benzina sul fuoco, un’analisi dell’Economic Policy Institute , il “pensatoio” di Washington supportato dalle maggiori organizzazioni sindacali: un’analisi pubblicata a fine aprile attribuisce alla liberalizzazione degli scambi avvenuta negli ultimi 40 anni (l’Omc ed il suo predecessore, il Gatt, hanno complessivamente 60 anni) non soltanto la perdita di posti di lavoro nel manifatturiero ma anche il divario salariale tra le fasce alte delle forze di lavoro ed i “working poor” (“i salariati poveri”).
In queste circostanze, il fallimento della trattativa è facilmente prevedibile. Allora perché ce ne occupiamo? L’Italia è paradossalmente uno dei Paesi più direttamente interessati a giungere ad un accordo che non sia unicamente di facciata. Lo ha confermato il 16 luglio il rapporto annuale dell’Ice ; il nostro export ha ripreso a tirare ed ad essere una delle poche aree positive nell’attuale momento economico. Dato che è facile prevedere un ritorno alla grande del protezionismo in caso di scacco del Dda, le nostre imprese rischiano di essere tra le più danneggiate.
C’è un altro aspetto. Meno da “amichetti della parrocchietta”. In un’economia mondiale a fosche tinte, un accordo Omc/Wto darebbe una luce di speranza. Anche se, dopo qualche mese, la mancata ratifica da parte del Congresso Usa, rimetterebbe tutto in gioco.
Oggi – parafrasando George Bernard Shaw- si potrebbe dire che la situazione è disperata ma non seria. In effetti, pochi ritengono che il vertice ministeriale – di cui non è chiara neanche la durata (secondo alcuni potrebbe durare sino a tarda sera di venerdì 25)-, possa terminare con un esito positivo. Sul piatto c’è una bozza di proposta di compromesso a cui hanno lavorato per mesi i capi-delegazione. E’ una bozza con molti paragrafi in bianco poiché gli ambasciatori non sono stati in grado di giungere ad un accordo neppure al ribasso. Il punto centrale del compromesso riguarderebbe l’apertura ai mercati agricoli (specialmente da parte da Usa e Ue) e la graduale liberalizzazione da parte dell’import di manufatti (da parte dei Paesi emergenti). Si è molto lontani da un’intesa sui principi perché l’India (e altri Paesi) insistono che gli Stati Uniti congelino al livello del 2007 (meno un simbolico dollaro) i sussidi all’agricoltura e Washington, specialmente in un anno elettorale , non ha alcuna intenzione di farlo. Richieste ancora più dure riguardano la politica agricola comunitaria (Pac); all’interno dell’Ue non mancano gli stati membri disposti ad utilizzare il negoziato Omc per mettere a posti i conti e ridurre il supporto al settore, ma altri capeggiati da Francia ed Olanda terranno il punto di difendere i propri agricoltori. Ove anche si arrivasse ad un accordo, l’intesa andrebbe tradotta in miriadi di cambiamenti a tariffe doganali, contingenti, norme anti-dumping e quant’altro – un lavoro certosino per barracuda-esperti.
Pur nell’eventualità che i barracuda-esperti riusciranno a farcela, è altamente improbabile che George W. Bush presenterà trattati, convenzioni e protocolli al Congresso perché li ratifichi. Ove la situazione non fosse abbastanza complicata, è scaduto il Trade Promotion Act (Tpa) che consentiva al Presidente di chiedere che la ratifica avvenisse in blocco – senza emendamenti. Nell’ipotesi che fossero superati tutti gli altri ostacoli, è verosimile che Bush lascerebbe la patata bollente al proprio successore. McCain tenterebbe un nuovo Tpa prima del ddl di ratifica. Obama non rispedirebbe neanche il documento al mittente: lo metterebbe in un cassetto, per sempre. L’attacco alla liberalizzazione degli scambi, all’Omc ed agli stessi accordi regionali (come il Nafta- il trattato di libero scambio tra gli Stati del Nord America) è stato uno dei temi fondanti e costanti della sua campagna elettorale. I toni si sono accentuati man mano che la campagna è giunta in Stati dell’Unione in corso di de-industrializzazione, come la Pennsylvania, l’Illinois, il Michigan e parte dello stesso New England. Ad aggiungere benzina sul fuoco, un’analisi dell’Economic Policy Institute , il “pensatoio” di Washington supportato dalle maggiori organizzazioni sindacali: un’analisi pubblicata a fine aprile attribuisce alla liberalizzazione degli scambi avvenuta negli ultimi 40 anni (l’Omc ed il suo predecessore, il Gatt, hanno complessivamente 60 anni) non soltanto la perdita di posti di lavoro nel manifatturiero ma anche il divario salariale tra le fasce alte delle forze di lavoro ed i “working poor” (“i salariati poveri”).
In queste circostanze, il fallimento della trattativa è facilmente prevedibile. Allora perché ce ne occupiamo? L’Italia è paradossalmente uno dei Paesi più direttamente interessati a giungere ad un accordo che non sia unicamente di facciata. Lo ha confermato il 16 luglio il rapporto annuale dell’Ice ; il nostro export ha ripreso a tirare ed ad essere una delle poche aree positive nell’attuale momento economico. Dato che è facile prevedere un ritorno alla grande del protezionismo in caso di scacco del Dda, le nostre imprese rischiano di essere tra le più danneggiate.
C’è un altro aspetto. Meno da “amichetti della parrocchietta”. In un’economia mondiale a fosche tinte, un accordo Omc/Wto darebbe una luce di speranza. Anche se, dopo qualche mese, la mancata ratifica da parte del Congresso Usa, rimetterebbe tutto in gioco.
domenica 20 luglio 2008
LA GIUSTIZIA MALATA CI FA SEMPRE PIU’ POVERI, Il Tempo del 21 luglio
Sotto il profilo economico, è difficile comprendere il dibattito sulla scansione temporale tra riforme del fisco e della giustizia- ossia se il federalismo fiscale deve precedere o meno quel riassetto del sistema giudiziario che l’80% degli italiani ritiene non più rinviabile. Le due riforme devono andare di pari passo ed avranno effetti positivi unicamente se varate ed attuate simultaneamente.
Il “Libro Verde” sulla spesa pubblica, predisposto da una Commissione nominata dal Governo precedente, documenta “le inefficienze del sistema giudiziario che determinano gravi costi sociali, in termini di mancato servizio alla collettività, ed economici, rispetto alla necessità di certezza giuridica del sistema economico”. Eloquente, un’analisi di varie università americane in corso di pubblicazione: pone (tra 40 Paesi nel periodo 1950-2000) la giustizia civile italiane tra quelle che meno facilitano e più ostacolano il progresso economico. Una raccolta di saggi appena pubblicato dalla Fondazione Rocco Chinnici e curata da Antonio La Spina (un tempo nella segreteria siciliana dei Ds) afferma che le organizzazioni criminali (non contrastate efficacemente da un sistema giudiziario oggetto ogni anno di critiche dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) frenano del 2,5% la crescita del pil meridionale e spiegano così il divario tra Sud e Nord.
Parte di questi problemi deve essere affrontata e risolta nell’ambito del federalismo fiscale tramite il quale aumenterà il controllo sociale sia sui politici sia sul sistema giudiziario. Lo hanno scritto brillantemente, due lustri fa, Yingyi Qian e Barry Weingast nel saggio “Federalism as commitment to preserving market incentives” (“Il federalismo visto come impegno a mantenere gli incentivi di mercato”) nel “Journal of Economic Perspectives” n. 4, 1997. Lo riafferma, in saggi ed articoli, un politologo non certo vicino all’attuale maggioranza, Giovanni Sartori: il federalismo rende inevitabile un riassetto della giustizia in quanto saranno necessari magistrati specializzati nella normativa delle Regioni specialmente in materia economica e tributaria.
Un programma di riforme, anzi, dovrebbe contemplare in parallelo il federalismo, la semplificazione e la riorganizzazione complessiva del sistema giudiziario per metterlo all’altezza di quei Paesi in la giustizia è maggiormente in linea con le esigenze dell’economia e più apprezzata dai cittadini. Il saggio ricordato (può essere letto on line al sito della Università di Harvard) sottolinea che nei Paesi la cui tradizione è radicata nel diritto romano ciò non vuol dire abbracciare il “common law”: si possono introdurre misure di netta separazione di carriere tra procuratori e giudici, di riduzione del numero dei distretti giudiziari, di riordino degli uffici sull’esempio di quelle adottate di recente da uno Stato federale come il Messico e che la Francia ha messo in atto quando ha dato vita alle Regioni.
Il “Libro Verde” sulla spesa pubblica, predisposto da una Commissione nominata dal Governo precedente, documenta “le inefficienze del sistema giudiziario che determinano gravi costi sociali, in termini di mancato servizio alla collettività, ed economici, rispetto alla necessità di certezza giuridica del sistema economico”. Eloquente, un’analisi di varie università americane in corso di pubblicazione: pone (tra 40 Paesi nel periodo 1950-2000) la giustizia civile italiane tra quelle che meno facilitano e più ostacolano il progresso economico. Una raccolta di saggi appena pubblicato dalla Fondazione Rocco Chinnici e curata da Antonio La Spina (un tempo nella segreteria siciliana dei Ds) afferma che le organizzazioni criminali (non contrastate efficacemente da un sistema giudiziario oggetto ogni anno di critiche dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) frenano del 2,5% la crescita del pil meridionale e spiegano così il divario tra Sud e Nord.
Parte di questi problemi deve essere affrontata e risolta nell’ambito del federalismo fiscale tramite il quale aumenterà il controllo sociale sia sui politici sia sul sistema giudiziario. Lo hanno scritto brillantemente, due lustri fa, Yingyi Qian e Barry Weingast nel saggio “Federalism as commitment to preserving market incentives” (“Il federalismo visto come impegno a mantenere gli incentivi di mercato”) nel “Journal of Economic Perspectives” n. 4, 1997. Lo riafferma, in saggi ed articoli, un politologo non certo vicino all’attuale maggioranza, Giovanni Sartori: il federalismo rende inevitabile un riassetto della giustizia in quanto saranno necessari magistrati specializzati nella normativa delle Regioni specialmente in materia economica e tributaria.
Un programma di riforme, anzi, dovrebbe contemplare in parallelo il federalismo, la semplificazione e la riorganizzazione complessiva del sistema giudiziario per metterlo all’altezza di quei Paesi in la giustizia è maggiormente in linea con le esigenze dell’economia e più apprezzata dai cittadini. Il saggio ricordato (può essere letto on line al sito della Università di Harvard) sottolinea che nei Paesi la cui tradizione è radicata nel diritto romano ciò non vuol dire abbracciare il “common law”: si possono introdurre misure di netta separazione di carriere tra procuratori e giudici, di riduzione del numero dei distretti giudiziari, di riordino degli uffici sull’esempio di quelle adottate di recente da uno Stato federale come il Messico e che la Francia ha messo in atto quando ha dato vita alle Regioni.
sabato 19 luglio 2008
ANCHE GLI INVESTIMENTI IMMOBILIARI SOFFRONO DELLA GLOBALIZAZIONE Libero 19 luglio
Tanto tuonò che piovve. L’Europa, poca avversa al rischio e datata di una regolazione e di controlli minuziosi, pareva essere in grado di attutire i colpi delle tensioni finanziarie internazionali provenienti da un anno e mezzo dagli Usa raggiungono il Vecchio Continente sotto il profilo sia dei loro effetti sui mercati sia dell’economia reale. Od anche di scansarle. Mediamente, invece, dall’inizio dell’anno, gli indici azionari dell’area dell’euro hanno subito una contrazione del 25% circa e del 30% rispetto ai massimi toccati sei anni e mezzo fa. In Danimarca, Spagna e Irlanda rintoccano le campane lugubri della recessione. In Italia, quelle, non liete, della stagnazione. La Germania, che ha guidato la crescita del continente negli ultimi tre anni grazie all’ottimo andamento dell’export, sta perdendo colpi: il Center for European Economic Research di Mannheim afferma che l’indice di fiducia (e dei consumatori e delle imprese) tedeschi ha toccato il livello più basso da quando, nel 1991, si è iniziato a computarlo.
In questo quadro, cosa fare? Sarebbe fin troppo semplice accodarsi al coro a cappella di molti quotidiani e periodici che da qualche giorno intonano geremiadi. Ci sembra più utile esaminare alcuni aspetti meno appariscenti ma probabilmente più significativi tanto per interpretare la situazione quanto per difendersi dai suoi lati maggiormente negativi. Evitando anche congetture su quelli che potranno essere gli esiti del dibattito (in corso in seno al Congresso Usa) sulle misure a favore dei due tradizionali colossi dei mutui immobiliari americani, Fanni Mae e Freddie Mac.
In primo luogo, in una situazione complessa come l’attuale occorre che tutti, anche i media, tengano i nervi saldi. Da un paio di giorni, un telegiornale nazionale mostra file d’americani ai bancomat di Times Square a New York, evocando le foto ingiallite degli assalti agli sportelli ai tempi della Grande Depressione. Siamo lontani da una situazione analoga a quella degli Anni 30 non soltanto perché abbiamo imparato a meglio maneggiare le leve macro e micro-economiche ma anche e soprattutto perché il problema (pur serio) non ha l’estensione della caduta della domanda aggregata che si è verificata allora.
C’è senza dubbio una crisi di fiducia che prende l’avvio dal settore immobiliare si estende ai rapporti tra differenti tipologie d’istituti di credito e riguarda adesso pure le banche ed i loro correntisti.
Ho trovato un unico lavoro empirico sul fenomeno del “negative equity” (valorizzazione in conto capitale negativa) nell’immobiliare e sulle insolvenze. Lo ha condotto (pour cause) la Federal Reserve Bank di Boston e riguarda un campione di 100.000 proprietari di casa che negli Anni 90 ebbero, per periodo più o meno lunghi, “negative equity” negli immobili da loro acquistati (spesso a tassi d’interesse variabile) in una fase in cui i valori del mattone hanno segnato forti alti e bassi: appena il 10% sono stati dichiarati insolventi ed hanno perduto la loro abitazione (acquisita dall’istituto ipotecante e, in seguito, quasi sempre messa all’asta). Il campione si dirà non è rappresentativo poiché relativo al Massachusetts. E’, però, indicativo di una situazione che nei suoi aspetti micro-economici è forse meno drammatica (nonostante la sua complessità) e meglio gestibile di quanto non sembri.
C’è, però, un aspetto importante su cui molti hanno discettato in questi ultimi mesi senza disporre di dati concreti: gli effetti dell’integrazione economica internazionale (che tradizionalmente riguarda in gran misura i movimenti di capitale) sull’immobiliare (il quale, per propria natura, è formazione di capitale fisso). L’Università della California a Berkeley e l’Università McGill a Montreal hanno completato uno studio, in corso di stampa in queste settimane: sulla base di un campione di 946 s.p.a. in 16 Paesi nel periodo 1995-2002 hanno esaminato (con un’intelligente strumentazione statistica) l’impatto del grado di apertura di un’economia sui rendimenti azionari di aziende immobiliari in senso lato (da quelle specializzate nella costruzione a quelle rivolte invece all’intermediazione) : il risultato che i rendimenti sono negativamente correlati al grado di apertura. In parole povere, la globalizzazione incide (non positivamente) anche sull’investimento meno mobile. Di conseguenza, pure (come in molti Paesi europei) dove tale investimento è tutelato da misure di politica pubblica ed atteggiamenti cautelativi, l’apertura dei mercati ha oggi effetti sulle case che non si avevano prima della globalizzazione.
Ne conseguono due categorie di tematiche di lungo periodo ed un problema immediato per i risparmiatori e per gli investitori europei.
La prima, ben descritta in un lavoro recente del servizio studi della Bank of England pubblicato nella collana Law & Economics of Risk in Finance della Università di St. Gallen, riguarda come migliorare l’analisi della vulnerabilità al rischio, come individuare cuscinetti e paratie, come rafforzare l’infrastruttura regolatoria, come ridurre le incertezze di tipo giuridico. Argomenti che Libero Mercato affronta da mesi.
La seconda pone un tema più vasto (che si riaggancia anche al recente libro di Giulio Tremonti): in che misura l’apertura dei mercati delle merci e dei servizi (anche finanziari) non richieda qualche forma di controllo valutario. Era il principio su cui John Keynes e Robert White costruirono , nel 1944, il sistema detto di Bretton Woods.
Il problema immediato per risparmiatori e investitori è cosa fare mentre esperti e Governi discettano sul futuro dell’economia mondiale. Il suggerimento pratico è osservare, sul mercato europeo, i comportamenti delle società di assicurazione e dei fondi pensione – ambedue (tranne i fondi pensione italiani) con i portafogli gonfi di azionario. Se e quando cominciano ad alleggerirli, c’è davvero di che preoccuparsi.
In questo quadro, cosa fare? Sarebbe fin troppo semplice accodarsi al coro a cappella di molti quotidiani e periodici che da qualche giorno intonano geremiadi. Ci sembra più utile esaminare alcuni aspetti meno appariscenti ma probabilmente più significativi tanto per interpretare la situazione quanto per difendersi dai suoi lati maggiormente negativi. Evitando anche congetture su quelli che potranno essere gli esiti del dibattito (in corso in seno al Congresso Usa) sulle misure a favore dei due tradizionali colossi dei mutui immobiliari americani, Fanni Mae e Freddie Mac.
In primo luogo, in una situazione complessa come l’attuale occorre che tutti, anche i media, tengano i nervi saldi. Da un paio di giorni, un telegiornale nazionale mostra file d’americani ai bancomat di Times Square a New York, evocando le foto ingiallite degli assalti agli sportelli ai tempi della Grande Depressione. Siamo lontani da una situazione analoga a quella degli Anni 30 non soltanto perché abbiamo imparato a meglio maneggiare le leve macro e micro-economiche ma anche e soprattutto perché il problema (pur serio) non ha l’estensione della caduta della domanda aggregata che si è verificata allora.
C’è senza dubbio una crisi di fiducia che prende l’avvio dal settore immobiliare si estende ai rapporti tra differenti tipologie d’istituti di credito e riguarda adesso pure le banche ed i loro correntisti.
Ho trovato un unico lavoro empirico sul fenomeno del “negative equity” (valorizzazione in conto capitale negativa) nell’immobiliare e sulle insolvenze. Lo ha condotto (pour cause) la Federal Reserve Bank di Boston e riguarda un campione di 100.000 proprietari di casa che negli Anni 90 ebbero, per periodo più o meno lunghi, “negative equity” negli immobili da loro acquistati (spesso a tassi d’interesse variabile) in una fase in cui i valori del mattone hanno segnato forti alti e bassi: appena il 10% sono stati dichiarati insolventi ed hanno perduto la loro abitazione (acquisita dall’istituto ipotecante e, in seguito, quasi sempre messa all’asta). Il campione si dirà non è rappresentativo poiché relativo al Massachusetts. E’, però, indicativo di una situazione che nei suoi aspetti micro-economici è forse meno drammatica (nonostante la sua complessità) e meglio gestibile di quanto non sembri.
C’è, però, un aspetto importante su cui molti hanno discettato in questi ultimi mesi senza disporre di dati concreti: gli effetti dell’integrazione economica internazionale (che tradizionalmente riguarda in gran misura i movimenti di capitale) sull’immobiliare (il quale, per propria natura, è formazione di capitale fisso). L’Università della California a Berkeley e l’Università McGill a Montreal hanno completato uno studio, in corso di stampa in queste settimane: sulla base di un campione di 946 s.p.a. in 16 Paesi nel periodo 1995-2002 hanno esaminato (con un’intelligente strumentazione statistica) l’impatto del grado di apertura di un’economia sui rendimenti azionari di aziende immobiliari in senso lato (da quelle specializzate nella costruzione a quelle rivolte invece all’intermediazione) : il risultato che i rendimenti sono negativamente correlati al grado di apertura. In parole povere, la globalizzazione incide (non positivamente) anche sull’investimento meno mobile. Di conseguenza, pure (come in molti Paesi europei) dove tale investimento è tutelato da misure di politica pubblica ed atteggiamenti cautelativi, l’apertura dei mercati ha oggi effetti sulle case che non si avevano prima della globalizzazione.
Ne conseguono due categorie di tematiche di lungo periodo ed un problema immediato per i risparmiatori e per gli investitori europei.
La prima, ben descritta in un lavoro recente del servizio studi della Bank of England pubblicato nella collana Law & Economics of Risk in Finance della Università di St. Gallen, riguarda come migliorare l’analisi della vulnerabilità al rischio, come individuare cuscinetti e paratie, come rafforzare l’infrastruttura regolatoria, come ridurre le incertezze di tipo giuridico. Argomenti che Libero Mercato affronta da mesi.
La seconda pone un tema più vasto (che si riaggancia anche al recente libro di Giulio Tremonti): in che misura l’apertura dei mercati delle merci e dei servizi (anche finanziari) non richieda qualche forma di controllo valutario. Era il principio su cui John Keynes e Robert White costruirono , nel 1944, il sistema detto di Bretton Woods.
Il problema immediato per risparmiatori e investitori è cosa fare mentre esperti e Governi discettano sul futuro dell’economia mondiale. Il suggerimento pratico è osservare, sul mercato europeo, i comportamenti delle società di assicurazione e dei fondi pensione – ambedue (tranne i fondi pensione italiani) con i portafogli gonfi di azionario. Se e quando cominciano ad alleggerirli, c’è davvero di che preoccuparsi.
BUONE NUOVE DA AIX. Il Domenicale 19 luglio
E’ raro che un’opera contemporanea di autore vivente, cresciuto all’insegna dell’avanguardia, abbia successo, anche e specialmente, tra i giovani e dopo la “prima” mondiale presso l’organizzazione che la ha commissionata inizi una lunga tournée. Ancora più raro se l’autore è francese, ha avuto maestri come Olivier Messian e Iannis Xenakis, è stato uno dei protagonisti delle esperienze foniche dell’Ircam e la sua opera, commissionata in Francia dove ha debuttato, ha un libretto in lingua italiana (reso accessibile, ai francesi, da utili sovrattitoli). E’ il caso di “Passion” di Pascal Dusapin, il compositore francese più rappresentato in Patria ed all’estero, che dopo la prima mondiale al Festival Internazionale di Arte Lirica di Aix en Provence inizia, in settembre, un lungo viaggio, che la porterà a Strasburgo, Rouen, Parigi, Vienna, Lussemburgo e probabilmente New York e Roma – per parlare unicamente degli impegni nella stagione 2008-2009.
Cosa è e come nasce “Passion”? Sesta opera di Dusapin (il suo “Romeo e Giulietta” del 1988 è stato ripreso di recente a Parigi), viene dopo “Perelà, Uomo di Fumo” presentata nel 2003 all’Opéra-Bastille e “Faustus, the Last Night” che ha debutto nel 2006 alla Staatsoper under den Linden di Berlino. Insieme costituiscono una trilogia di riflessioni sul significato dell’esistenza. “Perelà”- ci dice Dusapin - è un grand-opéra ispirato ai Vangeli (anche se tratto da un romanzo di un ebreo); termina con l’Ascenzione”( verso lassù). In “Faustus”, “il protagonista dice, sin dalla prima scena, di venire da laggiù” (ossia dal ventre delle terra, dall’Oltretomba). “Passion” investiga (come può farlo un artista) se si può andare da “laggiù” (inteso come regno della morte dei sentimenti) a “lassù” (inteso non come Cielo ma come terra con le sue angosce e passioni). Il richiamo è evidentemente al mito di Orfeo (il musicista per eccellenza) che tenta, senza riuscirci, di portare “da laggiù” a “lassù” la sua Euridice. Per farlo – lo sappiamo- deve scendere all’Ade e provare “paura” e “desiderio” , due dei tanti aspetti di ciò che si chiama “passione”. “La passione – aggiunge – Dusapin è sempre multiforme: l’addoloratissima Maria nella Pietà di Michelangelo ha un volto quasi sorridente, e comunque da infondere serenità”. Un lavoro religioso? “Non necessariamente, ma senza dubbio spirituale”.
Perché il testo del libretto è in italiano? Dusapin (oggi ha 54 anni) è stato “pensionare” dell’Accademia di Francia a Roma nel 1981-83 e si destreggia bene nella nostra lingua. La ragione di fondo, però, è nel volersi collegare con l’origine del teatro in musica; per questo motivo il testo è costituito da brani di Badoaro e Busenello e Striggio (i librettisti di Monteverdi), oltre che di Dante e di Tasso. Sono frammenti ricostruiti in gran misura in prosa, anche se in certi momenti (specialmente quelli corali) tornano i versi. Anche la regia e la scena sono affidate ad un italiano (che lavora, però, prevalentemente all’estero): Giuseppe Frigeni.
E’ uno spettacolo in estrema economia di mezzi: due soli cantanti – attori – Lui e Lei – ed un coro di sei elementi – gli Altri. Un’orchestra barocca – quattro archi, sei fiati, tre ottoni, un’arpa, un clavicembalo- integrata da “live electronics” ed elettroacustica (i due protagonisti indossano un dispositivo elettronico che trasforma in suono i movimenti dei loro muscoli). In questa ricostruzione moderna del mito di Orfeo ed Euridice, in cui Lei, anche dopo aver avuto un nuovo momento d’amore con Lui, vuole restare “laggiù”(nel’Oltretomba) piuttosto che ascendere lassù (sulla Terra). Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura di estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando”, il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia use sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). Dusapin afferma di “militare per l’espressione pura, cosa non certo ben vista di questi tempi” (dove tutto si butta in politica e prevalentemente da una parte sola). Il successo di “Passion” mostra che forse ha ragione.
Cosa è e come nasce “Passion”? Sesta opera di Dusapin (il suo “Romeo e Giulietta” del 1988 è stato ripreso di recente a Parigi), viene dopo “Perelà, Uomo di Fumo” presentata nel 2003 all’Opéra-Bastille e “Faustus, the Last Night” che ha debutto nel 2006 alla Staatsoper under den Linden di Berlino. Insieme costituiscono una trilogia di riflessioni sul significato dell’esistenza. “Perelà”- ci dice Dusapin - è un grand-opéra ispirato ai Vangeli (anche se tratto da un romanzo di un ebreo); termina con l’Ascenzione”( verso lassù). In “Faustus”, “il protagonista dice, sin dalla prima scena, di venire da laggiù” (ossia dal ventre delle terra, dall’Oltretomba). “Passion” investiga (come può farlo un artista) se si può andare da “laggiù” (inteso come regno della morte dei sentimenti) a “lassù” (inteso non come Cielo ma come terra con le sue angosce e passioni). Il richiamo è evidentemente al mito di Orfeo (il musicista per eccellenza) che tenta, senza riuscirci, di portare “da laggiù” a “lassù” la sua Euridice. Per farlo – lo sappiamo- deve scendere all’Ade e provare “paura” e “desiderio” , due dei tanti aspetti di ciò che si chiama “passione”. “La passione – aggiunge – Dusapin è sempre multiforme: l’addoloratissima Maria nella Pietà di Michelangelo ha un volto quasi sorridente, e comunque da infondere serenità”. Un lavoro religioso? “Non necessariamente, ma senza dubbio spirituale”.
Perché il testo del libretto è in italiano? Dusapin (oggi ha 54 anni) è stato “pensionare” dell’Accademia di Francia a Roma nel 1981-83 e si destreggia bene nella nostra lingua. La ragione di fondo, però, è nel volersi collegare con l’origine del teatro in musica; per questo motivo il testo è costituito da brani di Badoaro e Busenello e Striggio (i librettisti di Monteverdi), oltre che di Dante e di Tasso. Sono frammenti ricostruiti in gran misura in prosa, anche se in certi momenti (specialmente quelli corali) tornano i versi. Anche la regia e la scena sono affidate ad un italiano (che lavora, però, prevalentemente all’estero): Giuseppe Frigeni.
E’ uno spettacolo in estrema economia di mezzi: due soli cantanti – attori – Lui e Lei – ed un coro di sei elementi – gli Altri. Un’orchestra barocca – quattro archi, sei fiati, tre ottoni, un’arpa, un clavicembalo- integrata da “live electronics” ed elettroacustica (i due protagonisti indossano un dispositivo elettronico che trasforma in suono i movimenti dei loro muscoli). In questa ricostruzione moderna del mito di Orfeo ed Euridice, in cui Lei, anche dopo aver avuto un nuovo momento d’amore con Lui, vuole restare “laggiù”(nel’Oltretomba) piuttosto che ascendere lassù (sulla Terra). Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura di estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando”, il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia use sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). Dusapin afferma di “militare per l’espressione pura, cosa non certo ben vista di questi tempi” (dove tutto si butta in politica e prevalentemente da una parte sola). Il successo di “Passion” mostra che forse ha ragione.
venerdì 18 luglio 2008
TURANDOT RIMIRA IL LAGO, Milano Finanza 18 luglio
Il nuovo allestimento di Turandot (in programma sino al 23 agosto) è il modo migliore per toccare con mano pregi e difetti del Grande Teatro inaugurato a Torre del Lago, con un concerto ad inviti, il 15 giugno. Ad un profano d’architettura, la struttura (una cavea di circa 3400 posti, un teatro al coperto di 400 posti, ampi spazi per prove e servizi) pare un successo: immersa in un parco curatissimo e con vista (da tutti gli ordini di posti) del lago, dell’Appennino e delle Alpi Apuane come fondale palcoscenico, attraente e funzionale. Per l’intenditore di musica, invece, occorre fare uno sforzo aggiuntivo per migliorare ancora l’acustica : il sistema attuale privilegia orchestra e boccascena, provocando squilibri con il canto di chi a metà del palcoscenico e nel fondo-scena.
La vicenda di Turandot è nota: la principessa di ghiaccio (che manda al capestro tutti i pretendenti non in grado di risolvere i suoi tre indovinelli) si sgela (e si innamora) di fronte alla prova di amore della schiava Li pronto a morire per il principe Calaf. Simbolismo e tardo romanticismo s’intrecciano in un lavoro in cui Puccini incorpora le lezioni del “Pelléas et Melisande” di Debussy e de “La Donna senz’Ombra” di Strauss. L’ allestimento (regia di Maurizio Scaparro, scene di Enzo Frigerio, costumi di Franca Squarciapino) è molto accattivante sotto il profilo visivo e drammaturgico. La scena unica si apre mostrando il lago da ambedue i lati dell’impianto fisso (una Pechino del regno delle favole basata su reperti antichi ancora visibili della capitale cinese- quali la Porta della città). Le masse si muovono con agilità encomiabile. Buoni il coro di bambini e quello femminile, meno rodato quello maschile. Sbandieratori e mimi accentuano il carattere colossal della produzione, pur se Scaparro riesce a sottolineare i lati intimisti (ad esempio nel terzetto del primo atto e nel duetto del terzo).
Sotto il profilo musicale, due sono i punti salienti. L’ esecuzione del finale re-introduce alcune di tagli di quello composto da Franco Alfano sugli appunti di Puccini (morto prima di completare il lavoro) - e non come ritoccato da Toscanini. Sarebbe stato preferibile proporre la versione integrale del finale di Alfano, non soltanto la più fedele alle intenzioni dell’autore ma anche la più efficace tra quelle correnti. La presenza di Francesco Hong nel ruolo di Calaf conferma come il tenore coreano sia non solo la grande scoperta vocale di questa stagione ma uno dei pochi in grado di affrontare ruoli da tenore lirico spinto del repertorio italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento; inoltre, il suo volume sfida le difficoltà acustiche del luogo e la sua dizione in italiano fa sì che in ciascun ordine di posti si possa comprendere ogni parola del suo canto. Ha meritato applausi a scena aperta anche la Liù di Donata DAnnunzio Lombardi. La Turandot di Francesca Patané un soprano drammatico di indubbie capacità ha, invece, deluso della grande scena ed aria del secondo atto (ma si è ripresa nel duetto finale). Le ragioni possono essere molteplici: la complicata acustica che la ha costretta ad esagerare negli acuti, la direzione musicale dilatata (a volte quasi rallentata) d’Alberto Veronesi non interamente in linea con la tradizione. Daltro canto, a difesa del maestro concertatore si deve dire che proprio cesellando l’esecuzione della partitura si avvertono meglio le inquietudini moderniste dell‘ ultima opera di Puccini.
La vicenda di Turandot è nota: la principessa di ghiaccio (che manda al capestro tutti i pretendenti non in grado di risolvere i suoi tre indovinelli) si sgela (e si innamora) di fronte alla prova di amore della schiava Li pronto a morire per il principe Calaf. Simbolismo e tardo romanticismo s’intrecciano in un lavoro in cui Puccini incorpora le lezioni del “Pelléas et Melisande” di Debussy e de “La Donna senz’Ombra” di Strauss. L’ allestimento (regia di Maurizio Scaparro, scene di Enzo Frigerio, costumi di Franca Squarciapino) è molto accattivante sotto il profilo visivo e drammaturgico. La scena unica si apre mostrando il lago da ambedue i lati dell’impianto fisso (una Pechino del regno delle favole basata su reperti antichi ancora visibili della capitale cinese- quali la Porta della città). Le masse si muovono con agilità encomiabile. Buoni il coro di bambini e quello femminile, meno rodato quello maschile. Sbandieratori e mimi accentuano il carattere colossal della produzione, pur se Scaparro riesce a sottolineare i lati intimisti (ad esempio nel terzetto del primo atto e nel duetto del terzo).
Sotto il profilo musicale, due sono i punti salienti. L’ esecuzione del finale re-introduce alcune di tagli di quello composto da Franco Alfano sugli appunti di Puccini (morto prima di completare il lavoro) - e non come ritoccato da Toscanini. Sarebbe stato preferibile proporre la versione integrale del finale di Alfano, non soltanto la più fedele alle intenzioni dell’autore ma anche la più efficace tra quelle correnti. La presenza di Francesco Hong nel ruolo di Calaf conferma come il tenore coreano sia non solo la grande scoperta vocale di questa stagione ma uno dei pochi in grado di affrontare ruoli da tenore lirico spinto del repertorio italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento; inoltre, il suo volume sfida le difficoltà acustiche del luogo e la sua dizione in italiano fa sì che in ciascun ordine di posti si possa comprendere ogni parola del suo canto. Ha meritato applausi a scena aperta anche la Liù di Donata DAnnunzio Lombardi. La Turandot di Francesca Patané un soprano drammatico di indubbie capacità ha, invece, deluso della grande scena ed aria del secondo atto (ma si è ripresa nel duetto finale). Le ragioni possono essere molteplici: la complicata acustica che la ha costretta ad esagerare negli acuti, la direzione musicale dilatata (a volte quasi rallentata) d’Alberto Veronesi non interamente in linea con la tradizione. Daltro canto, a difesa del maestro concertatore si deve dire che proprio cesellando l’esecuzione della partitura si avvertono meglio le inquietudini moderniste dell‘ ultima opera di Puccini.
ANNO PUCCINIANO POLEMICHE A DISTANZA, Il Velino 15 luglio
Il 54simo Festival Pucciniano , inaugurato l’11 ed il 12 luglio con un nuovo allestimento di “Turandot” e la ripresa di una produzione relativamente recente di “Tosca”, ha avuto un merito, al di là della validità dei singoli spettacoli (recensiti in altra sede): ha aperto una polemica su come concertare le opere di Puccini e sulla misura in cui ci si debba sentire legati all’interpretazione che pare abbia dato ai singoli lavori Arturo Toscanini. La polemica è stata innescata dalla concertazione di “Turandot” da parte d’Alberto Veronesi (accusato di dilatare e rallentare i tempi nonché di reintrodurre, nel finale, tagli effettuati da Toscanini in persona). Veronesi ha risposto, con un intervista ad un quotidiano che nel XXI secolo non ci si deve sentire più agganciati ad una tradizione (vera o presunta che sai) della prima metà del XX secolo.
Senza entrare nel merito dei “tempi” con cui concertare “Turandot”, credo sia importante ricordare che Toscanini non amava particolarmente dirigere partiture di Puccini . I rapporti tra i due sono sempre stati piuttosto tesi. Toscanini concertò le “prime” di “La fanciulla del West” e di “Turandot”, ma passò subito la bacchetta ad altri per le repliche. Non esistono che io sappia registrazioni di “Turandot” o di “La fanciulla” dirette da Toscanini. Ciò detto, è noto che Toscanini interferì pesantamente nel lavoro di Franco Alfano per completare “Turandot” (lasciata incompiuta dalla morte del compositore) sulla base degli appunti di Puccini. A mio avviso, la “versione Alfano” (ascoltata diretta da Daniel Oren) ha un impatto sugli ascoltatori notevolmente maggiore di quella rimaneggiata da Toscanini,
Come ha sottolineato uno dei suoi più attenti biografi, Harvey Sachs, Toscanini è stato il primo direttore d’orchestra italiano di statura internazionale (il secondo fu l’oggi dimenticato Ottorino Respighi): aperto all’avanguardia che allora voleva dire Gesamtkunstwerk , l’opera d’arte totale, teorizzata (e praticata) da Richard Wagner, impose , prima alla Scala e successivamente ad altri teatri (specialmente quelli americani) una concezione integrale ed integrata dello spettacolo in cui solisti, orchestra, scene, costumi e luci ricevevano pari attenzione e formavano in tutt’uno. In parallelo, cominciò a domandare ai professori d’orchestra (e tra loro e le voci, sia dei solisti sia del coro) un equilibrio sempre più rigoroso ed impasti sempre più compatti. Tutto ciò era solo un punto d’ avvio per giungere ad una interpretazione più profonda della partitura (e per le opera della sua integrazione con il testo del libretto) di quanto non si facesse nella seconda metà dell’Ottocento ed all’inizio del Novecento. Come avveniva questa lettura ebbe modo di raccontarlo il grande scrittore e poeta austriaco, in un saggio disponibile unicamente in tedesco, Stefan Zweig che lo osservò e studiò lavorare ai Festival di Salisburgo. Toscanini non costruiva l’interpretazione a poco a poco insieme all’orchestra (e, per il teatro in musica, con i cantanti) con sperimentazioni, anche ardite, alternative durante le prove, dando un’interpretazione al tempo stesso e personale e di squadra. Non seguiva neanche pedissequamente, ma a freddo, quanto indicato dall’autore, cercando la fedeltà assoluta all’edizione critica, o più attendibile, della partitura. Faceva una lettura a tavolino – a volte molto “propria” nel senso di molto personale- pianificando tuttavia ogni dettaglio con estrema minuzia. Una volta metabolizzato questo suo modo di leggere un brano, lo portava all’orchestra: incoraggiando ed accarezzando gli orchestrali, ma anche imprecando, insultandoli, urlando loro parolacce irriferibili (specialmente quelle in inglese) in uno strano miscuglio di lingue, li portava ad eseguire a menadito quella che era il suo modo di intendere la partitura. Un racconto analogo, però, si ha in un libro di oltre 40 anni fa di un baritono, Giuseppe Valdengo, che ebbe per Toscanini non solo sconfinata ammirazione ma vera e propria venerazione, ove non amore filiale. Gli orchestrali (ed i solisti) seguivano (a volte soffrendo) sia a ragione del carisma del Maestro sia perché sapevano di lavorare per un’intrapresa unica ed irripetibile.
La dimostrazione che questo fosse, per così dire “il metodo Toscanini” , non mera aneddotica, si è avuta di recente con la pubblicazione della registrazione di numerose prove effettuate negli Studi della Nbc Symphony (senza dubbio gli studi tecnologicamente più avanzati dell’epoca e dove si registrava tutto con quella puntualità che è una caratteristica degli americani poco conosciuta in Europa). Nel numero di dicembre2006/ gennaio 2007 , la rivista “Musica” ha pubblica un saggio di Paolo Bertoli basato sulle registrazioni delle prove di studio: scritto in un lessico accessibile ai non specialisti di musica e di discografica, rivela le determinanti essenziali sia del suo carattere (e della mitologia pure favolistica di certe ricostruzioni cinematografiche e televisive recenti) e della sua maniera di concepire la lettura di una partitura ed il ruolo del direttore d’orchestra (alla guisa di un condottiero che, dalla sua fatica a tavolino, riceve la gnosi- ossia le verità assoluta).
Tutto ciò può sembrare mera erudizione. Tuttavia rafforza il punto fatto da Veronesi nei confronti di Toscanini: quelle del concertatore erano interpretazioni molto personali – si pensi al primo atto del “Parsifal” portato a due ore e venti minuti invece dell’ora e tre quarti prescritta da Wagner durante le prove della “prima” del 1883. In quanto tali, non possono rappresentare un metro di riferimento canonico.
Un suggerimento a Veronesi: la prossima volta , apra tutti i “tagli” del finale e ci regali la versione “Alfano”.
Senza entrare nel merito dei “tempi” con cui concertare “Turandot”, credo sia importante ricordare che Toscanini non amava particolarmente dirigere partiture di Puccini . I rapporti tra i due sono sempre stati piuttosto tesi. Toscanini concertò le “prime” di “La fanciulla del West” e di “Turandot”, ma passò subito la bacchetta ad altri per le repliche. Non esistono che io sappia registrazioni di “Turandot” o di “La fanciulla” dirette da Toscanini. Ciò detto, è noto che Toscanini interferì pesantamente nel lavoro di Franco Alfano per completare “Turandot” (lasciata incompiuta dalla morte del compositore) sulla base degli appunti di Puccini. A mio avviso, la “versione Alfano” (ascoltata diretta da Daniel Oren) ha un impatto sugli ascoltatori notevolmente maggiore di quella rimaneggiata da Toscanini,
Come ha sottolineato uno dei suoi più attenti biografi, Harvey Sachs, Toscanini è stato il primo direttore d’orchestra italiano di statura internazionale (il secondo fu l’oggi dimenticato Ottorino Respighi): aperto all’avanguardia che allora voleva dire Gesamtkunstwerk , l’opera d’arte totale, teorizzata (e praticata) da Richard Wagner, impose , prima alla Scala e successivamente ad altri teatri (specialmente quelli americani) una concezione integrale ed integrata dello spettacolo in cui solisti, orchestra, scene, costumi e luci ricevevano pari attenzione e formavano in tutt’uno. In parallelo, cominciò a domandare ai professori d’orchestra (e tra loro e le voci, sia dei solisti sia del coro) un equilibrio sempre più rigoroso ed impasti sempre più compatti. Tutto ciò era solo un punto d’ avvio per giungere ad una interpretazione più profonda della partitura (e per le opera della sua integrazione con il testo del libretto) di quanto non si facesse nella seconda metà dell’Ottocento ed all’inizio del Novecento. Come avveniva questa lettura ebbe modo di raccontarlo il grande scrittore e poeta austriaco, in un saggio disponibile unicamente in tedesco, Stefan Zweig che lo osservò e studiò lavorare ai Festival di Salisburgo. Toscanini non costruiva l’interpretazione a poco a poco insieme all’orchestra (e, per il teatro in musica, con i cantanti) con sperimentazioni, anche ardite, alternative durante le prove, dando un’interpretazione al tempo stesso e personale e di squadra. Non seguiva neanche pedissequamente, ma a freddo, quanto indicato dall’autore, cercando la fedeltà assoluta all’edizione critica, o più attendibile, della partitura. Faceva una lettura a tavolino – a volte molto “propria” nel senso di molto personale- pianificando tuttavia ogni dettaglio con estrema minuzia. Una volta metabolizzato questo suo modo di leggere un brano, lo portava all’orchestra: incoraggiando ed accarezzando gli orchestrali, ma anche imprecando, insultandoli, urlando loro parolacce irriferibili (specialmente quelle in inglese) in uno strano miscuglio di lingue, li portava ad eseguire a menadito quella che era il suo modo di intendere la partitura. Un racconto analogo, però, si ha in un libro di oltre 40 anni fa di un baritono, Giuseppe Valdengo, che ebbe per Toscanini non solo sconfinata ammirazione ma vera e propria venerazione, ove non amore filiale. Gli orchestrali (ed i solisti) seguivano (a volte soffrendo) sia a ragione del carisma del Maestro sia perché sapevano di lavorare per un’intrapresa unica ed irripetibile.
La dimostrazione che questo fosse, per così dire “il metodo Toscanini” , non mera aneddotica, si è avuta di recente con la pubblicazione della registrazione di numerose prove effettuate negli Studi della Nbc Symphony (senza dubbio gli studi tecnologicamente più avanzati dell’epoca e dove si registrava tutto con quella puntualità che è una caratteristica degli americani poco conosciuta in Europa). Nel numero di dicembre2006/ gennaio 2007 , la rivista “Musica” ha pubblica un saggio di Paolo Bertoli basato sulle registrazioni delle prove di studio: scritto in un lessico accessibile ai non specialisti di musica e di discografica, rivela le determinanti essenziali sia del suo carattere (e della mitologia pure favolistica di certe ricostruzioni cinematografiche e televisive recenti) e della sua maniera di concepire la lettura di una partitura ed il ruolo del direttore d’orchestra (alla guisa di un condottiero che, dalla sua fatica a tavolino, riceve la gnosi- ossia le verità assoluta).
Tutto ciò può sembrare mera erudizione. Tuttavia rafforza il punto fatto da Veronesi nei confronti di Toscanini: quelle del concertatore erano interpretazioni molto personali – si pensi al primo atto del “Parsifal” portato a due ore e venti minuti invece dell’ora e tre quarti prescritta da Wagner durante le prove della “prima” del 1883. In quanto tali, non possono rappresentare un metro di riferimento canonico.
Un suggerimento a Veronesi: la prossima volta , apra tutti i “tagli” del finale e ci regali la versione “Alfano”.
martedì 15 luglio 2008
IL FLAUTO MAGICO Musica luglio
MOZART – Il Flauto Magico- S.Hjerrild, V. Farcas, Th. Gazheli, A. Selvaggio, I. Kovaks, D. Zerbinati, M. Alves, E. Herschenfeld, E. Grimaldi, O. Andreini, C. Melis. Direttore Francesco La Vecchia Orchestra Sinfonica di Roma, Nuovo coro Lirico Romano diretto da Stefano Cucci, regia Otello Camponeschi, scene Salvatore Liistri, costumi Fabrizio Onali Roma, Auditorium di Via della Conciliazione 12 giugno 2008
La stagione 2007-200° dell’Orchestra Sinfonica di Roma, Osr è terminata con vero gioiello: un’edizione scenica de “Il Flauto Magico” in tedesco ma con sovrattitoli in italiano, quasi integrale (mancava il n. 19, ossia il terzetto del secondo atto) in un Audtorium di Via della Conciliazione in cui la buca d’orchestra era stata ricavata eliminando le prime file ed un’efficace impianto scenico ( di Salvatore Liistro), bei costumi settecenteschi (Fabrizio Onali) e molti effetti speciali. La regia di Otello Camponeschi segue quelle che erano verisimilmente le intenzioni di Mozart e Schikaneder : una “Teusche Oper”, ossia “un’opera tedesca” (nella scorretta ma verace ortografia mozartiana) semplice, ma dal ritmo incalzante e tale da divertire uomini e donne di tutte le età (molti i bambini in sala- attentissimi sino alla mezzanotte). Nel 1791 il lavoro era destinato ad essere messo in scena nel Freihaustheater auf der Wieden, uno spazio scenico ricavato alla ben meglio nel cortile di un condominio di un quartiere popolare con l’unico obiettivo di divertire e fare cassetta per riempire le tasche vuote del compositore e del librettista ( il quale anche impresario e protagonista del ruolo di Papageno).
L’Osr è stata guidata con perizia da Francesco La Vecchia, una direzione smagliante e piena di verve ma che mette in rilievo tutta l’ambiguità della partitura mozartiana, rivolta al Settecento ma già lanciata verso quella che sarebbe diventata l’opera romantica tedesca della prima metà dell’Ottocento. Ottimo il coro, diretto da Stefano Cucci: ha un ruolo da protagonista nel lavoro che, come è noto , è pieno di echi massonici.
La Vecchia ha racconto un cast internazionale mediamente buono. Il solo elemento debole è parso Daniela Zerbinati. E’ un bravo soprano lirico e non le manca un portamento regale ma in è apparsa in serie difficoltà con la coloratura richiesta alla Regina della Notte (specialmente nel recitativo ed aria del primo atto), nonostante avesse interpretato lo stesso ruolo alla Scala; non ci sono stati i tanto attesi sovracuti. Sune Hjerrild è un Tamino dal timbro leggermente brunito, Canta, quindi, l’”aria del ritratto” del primo atto con meno lirismo di quello di un Filianoti (e con un accento molto lontano da quello di Fritz Wunderlich che, da giovane, ho avuto la fortuna di ascoltare nella parte prima della sua prematura scomparsa); il timbro brunito (unitamente ad un ottimo fraseggio), però, gli giovano nel finale del primo atto e nel secondo atto , dandogli una caratterizzazione particolarmente virile. Di grande livello il Papageno di Thomas Gazheli. Lo avevo apprezzato in ruoli wagneriani al Festival estivo di Erl del Tirolo, ma non lo conoscevo in ruoli comici;. si è calato molto bene nel personaggio sia vocalmente sia scenicamente dando vere prove di agilità. Gli stava al fianco una Papagena da manuale, Anita Selvaggio, soprano lirico leggero Istan Kovaks è un professionista di razza, già molto noto in Italia (specialmente a Torino, Palermo e Bologna); è un Sarastro, rigoroso, severo, quasi inquietante. La vera trionfatrice della serata è stata Valentina Farcas, un soprano lirico puro rumeno, noto in Italia specialmente per le sue interpretazione pucciniane e belliniane a Parma e nel circuito lombardo. E’ già stata un’apprezzata Pamina a Genova nel 2006. Ha una vasta estensione ed un fraseggio accurato, specialmente nel difficile registro di mezzo. Ha dominato alla perfezione le difficili arie (specialmente Ach, ich fül’s nel secondo atto). Di livello il resto del cast.
Giuseppe Pennisi
La stagione 2007-200° dell’Orchestra Sinfonica di Roma, Osr è terminata con vero gioiello: un’edizione scenica de “Il Flauto Magico” in tedesco ma con sovrattitoli in italiano, quasi integrale (mancava il n. 19, ossia il terzetto del secondo atto) in un Audtorium di Via della Conciliazione in cui la buca d’orchestra era stata ricavata eliminando le prime file ed un’efficace impianto scenico ( di Salvatore Liistro), bei costumi settecenteschi (Fabrizio Onali) e molti effetti speciali. La regia di Otello Camponeschi segue quelle che erano verisimilmente le intenzioni di Mozart e Schikaneder : una “Teusche Oper”, ossia “un’opera tedesca” (nella scorretta ma verace ortografia mozartiana) semplice, ma dal ritmo incalzante e tale da divertire uomini e donne di tutte le età (molti i bambini in sala- attentissimi sino alla mezzanotte). Nel 1791 il lavoro era destinato ad essere messo in scena nel Freihaustheater auf der Wieden, uno spazio scenico ricavato alla ben meglio nel cortile di un condominio di un quartiere popolare con l’unico obiettivo di divertire e fare cassetta per riempire le tasche vuote del compositore e del librettista ( il quale anche impresario e protagonista del ruolo di Papageno).
L’Osr è stata guidata con perizia da Francesco La Vecchia, una direzione smagliante e piena di verve ma che mette in rilievo tutta l’ambiguità della partitura mozartiana, rivolta al Settecento ma già lanciata verso quella che sarebbe diventata l’opera romantica tedesca della prima metà dell’Ottocento. Ottimo il coro, diretto da Stefano Cucci: ha un ruolo da protagonista nel lavoro che, come è noto , è pieno di echi massonici.
La Vecchia ha racconto un cast internazionale mediamente buono. Il solo elemento debole è parso Daniela Zerbinati. E’ un bravo soprano lirico e non le manca un portamento regale ma in è apparsa in serie difficoltà con la coloratura richiesta alla Regina della Notte (specialmente nel recitativo ed aria del primo atto), nonostante avesse interpretato lo stesso ruolo alla Scala; non ci sono stati i tanto attesi sovracuti. Sune Hjerrild è un Tamino dal timbro leggermente brunito, Canta, quindi, l’”aria del ritratto” del primo atto con meno lirismo di quello di un Filianoti (e con un accento molto lontano da quello di Fritz Wunderlich che, da giovane, ho avuto la fortuna di ascoltare nella parte prima della sua prematura scomparsa); il timbro brunito (unitamente ad un ottimo fraseggio), però, gli giovano nel finale del primo atto e nel secondo atto , dandogli una caratterizzazione particolarmente virile. Di grande livello il Papageno di Thomas Gazheli. Lo avevo apprezzato in ruoli wagneriani al Festival estivo di Erl del Tirolo, ma non lo conoscevo in ruoli comici;. si è calato molto bene nel personaggio sia vocalmente sia scenicamente dando vere prove di agilità. Gli stava al fianco una Papagena da manuale, Anita Selvaggio, soprano lirico leggero Istan Kovaks è un professionista di razza, già molto noto in Italia (specialmente a Torino, Palermo e Bologna); è un Sarastro, rigoroso, severo, quasi inquietante. La vera trionfatrice della serata è stata Valentina Farcas, un soprano lirico puro rumeno, noto in Italia specialmente per le sue interpretazione pucciniane e belliniane a Parma e nel circuito lombardo. E’ già stata un’apprezzata Pamina a Genova nel 2006. Ha una vasta estensione ed un fraseggio accurato, specialmente nel difficile registro di mezzo. Ha dominato alla perfezione le difficili arie (specialmente Ach, ich fül’s nel secondo atto). Di livello il resto del cast.
Giuseppe Pennisi
CON LA NASCITA DELL'UNIONE PER IL MEDITERRANEO CAMBIA IL VENTO PER ALITALIA, L' Occidentale del 15 luglio
CON LA NASCITA DELL’UNIONE PER IL MEDITERRANEO CAMBIA IL VENTO PER ALITALIA
Inizia una settimana cruciale per il futuro d’Alitalia (di cui un numero sempre maggiore di esperti prevede ormai il commissariamento ed una probabile procedura fallimentare). Venerdì 18 luglio, l’advìsor Intesa-Sanpaolo dovrebbe presentare il tanto atteso piano finanziario ed industriale per salvare la compagnia o parte del complesso aziendale (mettendo il resto in una “bad co” da pattumare. Non spira vento favorevole. Il Consiglio dei Ministri non ha modificato (come ci si attendeva avvenisse la settimana scorsa) la “legge Marzano” (concepita per risolvere i problemi di Parmalat) al fine di adattarla alle esigenze di Alitalia. Il management della società, che ha approvato il consuntivo 2007, teme un’azione di responsabilità (ove non peggio) che inciderebbe pesantemente sui patrimoni del Presidente-Amministratore Delegato e dei Consiglieri d’Amministrazione. Da Bruxelles non giungono indicazioni incoraggianti: su L’Occidentale del 9 luglio, Pietro Maria Paolucci ha ricostruito con ricchezza di dettagli come le autorità europee abbiano interpretato con un buon grado d’elasticità le norme sulla concorrenza nel trasporto aereo (in caso di fusioni e concentrazioni), ma il Tribunale di primo grado dell’Ue ha appena declinato come aiuto di stato la ricapitalizzazione del 1996 – un precedente che pesa come un macigno sulle determinazioni che la Commissione Europea dovrà prendere sull’ultima recente infusione di denaro fresco. Ove la situazione non fosse abbastanza complicata, si sta riaprendo il “teatrino della politica politicante”: il “Ministro-Ombra” dello Sviluppo Economico, Pier Luigi Bersani, ha lanciato il primo colpo, affermando che il piano AirFrance-Klm (redatto però prima dei vertiginosi aumenti dei prezzi dei carburanti che stanno mettendo in crisi il settore nei cinque continenti) non avrebbe quasi comportato esuberi mentre con quello Intesa-SanPaolo (peraltro ancora non presentato) quasi la metà dei dipendenti perderebbe il posto.
L’uscita di Bersani (una vera e propria “cavatina” in lessico teatrale) preannuncia un confronto serrato (e rumoroso) tra maggioranza ed opposizione in cui gli aspetti mediatici rischiano di essere più importanti di quelli sostanziali. Di conseguenza, un gran chiasso in cui si potrebbero perdere di vista gli obiettivi centrali della partita. E la sua importanza.
In questo clima caotico (per utilizzare un termine gentile), sta facendo strada una nuova congettura: il futuro di Alitalia sarebbe legato agli sviluppi (specialmente a breve termine) del “Club Med”. Non scherziamo e non ci riferiamo alla nota azienda di turismo di massa in villaggi marini e montani. La congettura (in parte già anticipata in brani di conversazione al recente G8 in Giappone) prevede un ritorno di interesse AirFrance-Klm nel contesto della nuova Unione Mediterranea lanciata a Parigi in pompa magna la sera del 13 luglio). Non che Jean-Cyril Spinetta (il “patron” di AirFrance-Klm) abbia cambiato idea sulla situazione finanziaria ed industriale di Alitalia. Al contrario – come sottolineato su “L’Occidentale” dell’8 luglio – ha dovuto tagliare i voli della compagnia di cui è al comando e, pertanto, non vedrebbe affatto di buon occhio un ampliamento delle attività (specialmente con la scassata AZ ed i suoi vivaci sindacati). Tuttavia chi lo conosce da quando Jean-Cyrel Spinetta era dirigente del Ministero dell’Istruzione sa che è stato addestrato,da buon allievo dell’Ecole National d’Administration ad ubbidire ordini (molto meglio di quanto il nizzardo Giuseppe Garibaldi). E l’ordine potrebbe venire dal Capo dello Stato Nicolas Sarkozy che ha esigenza del supporto attivo di Silvio Berlusconi per varare l’Unione Mediterranea e darlo corpo. Il ritorno in campo di AirFrance-Klm potrebbe quindi essere il colpo di scena dei prossimi giorni in una vicenda che assomiglia sempre più alla “Illusion Comique” di Pierre Corbeille.
Inizia una settimana cruciale per il futuro d’Alitalia (di cui un numero sempre maggiore di esperti prevede ormai il commissariamento ed una probabile procedura fallimentare). Venerdì 18 luglio, l’advìsor Intesa-Sanpaolo dovrebbe presentare il tanto atteso piano finanziario ed industriale per salvare la compagnia o parte del complesso aziendale (mettendo il resto in una “bad co” da pattumare. Non spira vento favorevole. Il Consiglio dei Ministri non ha modificato (come ci si attendeva avvenisse la settimana scorsa) la “legge Marzano” (concepita per risolvere i problemi di Parmalat) al fine di adattarla alle esigenze di Alitalia. Il management della società, che ha approvato il consuntivo 2007, teme un’azione di responsabilità (ove non peggio) che inciderebbe pesantemente sui patrimoni del Presidente-Amministratore Delegato e dei Consiglieri d’Amministrazione. Da Bruxelles non giungono indicazioni incoraggianti: su L’Occidentale del 9 luglio, Pietro Maria Paolucci ha ricostruito con ricchezza di dettagli come le autorità europee abbiano interpretato con un buon grado d’elasticità le norme sulla concorrenza nel trasporto aereo (in caso di fusioni e concentrazioni), ma il Tribunale di primo grado dell’Ue ha appena declinato come aiuto di stato la ricapitalizzazione del 1996 – un precedente che pesa come un macigno sulle determinazioni che la Commissione Europea dovrà prendere sull’ultima recente infusione di denaro fresco. Ove la situazione non fosse abbastanza complicata, si sta riaprendo il “teatrino della politica politicante”: il “Ministro-Ombra” dello Sviluppo Economico, Pier Luigi Bersani, ha lanciato il primo colpo, affermando che il piano AirFrance-Klm (redatto però prima dei vertiginosi aumenti dei prezzi dei carburanti che stanno mettendo in crisi il settore nei cinque continenti) non avrebbe quasi comportato esuberi mentre con quello Intesa-SanPaolo (peraltro ancora non presentato) quasi la metà dei dipendenti perderebbe il posto.
L’uscita di Bersani (una vera e propria “cavatina” in lessico teatrale) preannuncia un confronto serrato (e rumoroso) tra maggioranza ed opposizione in cui gli aspetti mediatici rischiano di essere più importanti di quelli sostanziali. Di conseguenza, un gran chiasso in cui si potrebbero perdere di vista gli obiettivi centrali della partita. E la sua importanza.
In questo clima caotico (per utilizzare un termine gentile), sta facendo strada una nuova congettura: il futuro di Alitalia sarebbe legato agli sviluppi (specialmente a breve termine) del “Club Med”. Non scherziamo e non ci riferiamo alla nota azienda di turismo di massa in villaggi marini e montani. La congettura (in parte già anticipata in brani di conversazione al recente G8 in Giappone) prevede un ritorno di interesse AirFrance-Klm nel contesto della nuova Unione Mediterranea lanciata a Parigi in pompa magna la sera del 13 luglio). Non che Jean-Cyril Spinetta (il “patron” di AirFrance-Klm) abbia cambiato idea sulla situazione finanziaria ed industriale di Alitalia. Al contrario – come sottolineato su “L’Occidentale” dell’8 luglio – ha dovuto tagliare i voli della compagnia di cui è al comando e, pertanto, non vedrebbe affatto di buon occhio un ampliamento delle attività (specialmente con la scassata AZ ed i suoi vivaci sindacati). Tuttavia chi lo conosce da quando Jean-Cyrel Spinetta era dirigente del Ministero dell’Istruzione sa che è stato addestrato,da buon allievo dell’Ecole National d’Administration ad ubbidire ordini (molto meglio di quanto il nizzardo Giuseppe Garibaldi). E l’ordine potrebbe venire dal Capo dello Stato Nicolas Sarkozy che ha esigenza del supporto attivo di Silvio Berlusconi per varare l’Unione Mediterranea e darlo corpo. Il ritorno in campo di AirFrance-Klm potrebbe quindi essere il colpo di scena dei prossimi giorni in una vicenda che assomiglia sempre più alla “Illusion Comique” di Pierre Corbeille.
CONVIENE ANCHE ALL’ITALIA SE L’EUROPA GUARDA A SUD’ Libero del 15 luglio
In prima, senza toglier nulla all’intuizione della Francia di dare vita ad un’aggregazione più vasta tra l’Ue ed i Paesi della sponda inferiore del bacino del Mediterraneo, è utile ricordare come, prima ancora che si parlasse di un ampliamento ad Esr di quella che allora era chiamata Comunità Europea (Ce), l’Istituto Affari Internazionali, I.A.I., aveva organizzato (sin dall’inizio degli Anni 70) un gruppo di studio che esaminasse le possibilità e le opportunità d’integrazione: uno dei risultati sono stati tre volumi , pubblicati nel 1975 presso “Il Mulino”, su “Mediterraneo: economia, politica, strategia”, nonché monografie su aspetti specifici (molto importante quella sulla cooperazione industriale). E’ sempre in questo ambito che quando l’allargamento a Est si faceva più vicino, l’Eliseo chiamò l’I.A.I. ad affiancare la Farnesina e quello che era allora il Ministero per il Commercio con l’Estero a partecipare alla Commissione presieduta dall’Ambasciatore Jacques Huntzinger , incaricato, alla fine degli Anni 80, dal Presidente François Mittterand di predisporre le basi per una collaborazione più stretta (partendo principalmente dagli aspetti economici) tra le due rive del Mediterraneo.
Ho partecipato tanto ai lavori I.A.I. degli Anni 70 quanto alla Commissione Huntzinger a cavallo tra la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90. Ricordare queste due tappe nei giorni in cui, con grande pompa, si lancia quella che dovrebbe essere l’Unione Mediterranea non è un “amarcordor” ma un’indicazione di come l’Italia debba essere in prima linea nell’afferrare le opportunità che il progetto apre. La stampa d’informazione ha posto l’accento principalmente sulla svolta che l’iniziativa potrebbe dare al percorso verso la pace nella regione. L’”Economist Intelligence Unit”(Eiu) ha condotto un’analisi del potenziale economico – premettendola con una punta di scetticismo britannico (le origini che affondano nelle civiltà greca, romana, punica e via di scorrendo e le modeste realtà – un piccolo segretariato, con pochi mezzi e destinato ad operare su un numero limitato di materie). Integrando le analisi dell’Eiu con quelle della Banca Mondiale (la cui documentazione è disponibile al sito www.worldbank.org) , si trae un quadro molto più interessante di quello tracciato dal gruppo britannico.
In primo luogo, nella sponda meridionale del Mediterraneo, negli ultimi 15 anni, si è verificata una rivoluzione silenziosa. Mentre gran parte degli osservatori guardava ai Paesi neo-comunitari dell’Est, le riforme economiche (iniziate in gran misura a ragione della crisi del debito estero della fine degli Anni 80) producevano risultati tangibili: una riduzione del tasso d’inflazione dal 20% l’anno al 5% l’anno, una contrazione dell’incidenza del debito pubblico sul pil dall’80 al 60 %, una diminuzione dell’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni dal 5% al 3% del prodotto lordo. In breve, nonostante un reddito pro-capite di $ 6200 (analogo a quello dell’Europa occidentale negli Anni 50 e della Romania nel 1975) ed un tasso di disoccupazione al 12% (secondo le fonti ufficiali, ma variamente stimato tra il 20 ed il 30 %, a detta d’istituti di ricerca privati), i dieci Paesi sembrano essere sostanzialmente in linea, sotto il profilo macro-economico.
Questi risultati sono, in gran misura, il frutto della collaborazione con l’Europa (e non solo): dal 1995 al 2006, gli accordi di cooperazione con l’Ue hanno fruttato finanziamenti a fondo perduto per € 8,7 miliardi, a cui aggiungere € 15 miliardi di prestiti Bei e Banca Mondiale. Per il 2007-2013 sono sul tappeto finanziamenti Ue per € 15 miliardi e prestiti Bei-Banca Mondiale per € 9 miliardi. Ciò equivale ad un aumento degli aiuti pro-capite da €8,30 nel 2006 a €12 nel 2016 – molto meno dell’apporto (a testa) ai cittadini dei neo-comunitari dell’Est.
E’, in ogni caso, una base su cui attivare il finanziamento privato – d’infrastruttura, agribusiness ed industria. In sei anni gli investimenti dall’estero sono aumentati di sei volte. Anche perché l’applicazione della regolazione europea rende meno conveniente che nel passato investire nei Paesi neo-comunitari: un’importante industria tessile italiana ha spostato i propri impianti dalla Romania alla Tunisia proprio per questo motivo. Il mercato, diceva Luigi Enaudi, si vendica sempre.
Sotto il profilo aggregato, è interessante notare come la proporzione dell’Europa (nei flussi d’investimento) sia rimasta invariata al 40%, mentre quella degli Usa si è ristretta dal 25% al 10%. In forte ascesa, la quota di investimenti dai Paesi del Golfo Persico (dal 16% al 30% in sei anni), nonché quella di Brasile ed India (dall’8% nel 2001 al 20% nel 2007). Altro aspetto interessante è la tipologia: dai villaggi turistici, dalla petrolchimica e dai fosfati si sta andando verso piccole e medie imprese con un forte contenuto tecnologico. Un ponte high tech non solo con la Silicon Valley e Sophia Antipolis (tra Nizza e Cannes) ma anche verso i distretti industriali della vallata dell’Etna e dalla costiera adriatica.
Le opportunità, quindi, non mancano. Sta alle imprese di coglierle ma anche alla politica di fornire il quadro per farlo.
Ho partecipato tanto ai lavori I.A.I. degli Anni 70 quanto alla Commissione Huntzinger a cavallo tra la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90. Ricordare queste due tappe nei giorni in cui, con grande pompa, si lancia quella che dovrebbe essere l’Unione Mediterranea non è un “amarcordor” ma un’indicazione di come l’Italia debba essere in prima linea nell’afferrare le opportunità che il progetto apre. La stampa d’informazione ha posto l’accento principalmente sulla svolta che l’iniziativa potrebbe dare al percorso verso la pace nella regione. L’”Economist Intelligence Unit”(Eiu) ha condotto un’analisi del potenziale economico – premettendola con una punta di scetticismo britannico (le origini che affondano nelle civiltà greca, romana, punica e via di scorrendo e le modeste realtà – un piccolo segretariato, con pochi mezzi e destinato ad operare su un numero limitato di materie). Integrando le analisi dell’Eiu con quelle della Banca Mondiale (la cui documentazione è disponibile al sito www.worldbank.org) , si trae un quadro molto più interessante di quello tracciato dal gruppo britannico.
In primo luogo, nella sponda meridionale del Mediterraneo, negli ultimi 15 anni, si è verificata una rivoluzione silenziosa. Mentre gran parte degli osservatori guardava ai Paesi neo-comunitari dell’Est, le riforme economiche (iniziate in gran misura a ragione della crisi del debito estero della fine degli Anni 80) producevano risultati tangibili: una riduzione del tasso d’inflazione dal 20% l’anno al 5% l’anno, una contrazione dell’incidenza del debito pubblico sul pil dall’80 al 60 %, una diminuzione dell’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni dal 5% al 3% del prodotto lordo. In breve, nonostante un reddito pro-capite di $ 6200 (analogo a quello dell’Europa occidentale negli Anni 50 e della Romania nel 1975) ed un tasso di disoccupazione al 12% (secondo le fonti ufficiali, ma variamente stimato tra il 20 ed il 30 %, a detta d’istituti di ricerca privati), i dieci Paesi sembrano essere sostanzialmente in linea, sotto il profilo macro-economico.
Questi risultati sono, in gran misura, il frutto della collaborazione con l’Europa (e non solo): dal 1995 al 2006, gli accordi di cooperazione con l’Ue hanno fruttato finanziamenti a fondo perduto per € 8,7 miliardi, a cui aggiungere € 15 miliardi di prestiti Bei e Banca Mondiale. Per il 2007-2013 sono sul tappeto finanziamenti Ue per € 15 miliardi e prestiti Bei-Banca Mondiale per € 9 miliardi. Ciò equivale ad un aumento degli aiuti pro-capite da €8,30 nel 2006 a €12 nel 2016 – molto meno dell’apporto (a testa) ai cittadini dei neo-comunitari dell’Est.
E’, in ogni caso, una base su cui attivare il finanziamento privato – d’infrastruttura, agribusiness ed industria. In sei anni gli investimenti dall’estero sono aumentati di sei volte. Anche perché l’applicazione della regolazione europea rende meno conveniente che nel passato investire nei Paesi neo-comunitari: un’importante industria tessile italiana ha spostato i propri impianti dalla Romania alla Tunisia proprio per questo motivo. Il mercato, diceva Luigi Enaudi, si vendica sempre.
Sotto il profilo aggregato, è interessante notare come la proporzione dell’Europa (nei flussi d’investimento) sia rimasta invariata al 40%, mentre quella degli Usa si è ristretta dal 25% al 10%. In forte ascesa, la quota di investimenti dai Paesi del Golfo Persico (dal 16% al 30% in sei anni), nonché quella di Brasile ed India (dall’8% nel 2001 al 20% nel 2007). Altro aspetto interessante è la tipologia: dai villaggi turistici, dalla petrolchimica e dai fosfati si sta andando verso piccole e medie imprese con un forte contenuto tecnologico. Un ponte high tech non solo con la Silicon Valley e Sophia Antipolis (tra Nizza e Cannes) ma anche verso i distretti industriali della vallata dell’Etna e dalla costiera adriatica.
Le opportunità, quindi, non mancano. Sta alle imprese di coglierle ma anche alla politica di fornire il quadro per farlo.
OK L'ITALIA E' MELOMANE MA 50 FESTIVAL SONO TROPPI, Il Tempo 15 luglio
In estate, i festival pullulano. Fa piacere stare al fresco, in piazze storiche od anche all’interno di monumenti, e godersi uno spettacolo. Il vostro “chroniqueur” è notoriamente un melomane inguaribile dall’età di 12 anni. Dunque, non può non rallegrarsi del fatto che il principale sito web dedicato alla musa bizzarra e altera (l’opera lirica) – www.operabase.com – e il principale periodico del settore (il mensile “L’Opera”) indicano che questa estate 2008 i festival di musica lirica nel nostro Paese sfiorano la cinquantina. Tutti di qualità, tali da potersi attribuire l’etichetta “Festival”? Molti sono organizzati da un paio di agenzie che utilizzano in gran misura cantati dei Balcani e dell’Europa dell’Est (hanno cachet molto bassi) per portare da una spiaggia all’altra o da una città all’altra allestimenti semplici di opere del grande repertorio (“Rigoletto”, “Carmen”, “Traviata”); non sono Festival ma svolgono pur sempre una funzione. Se gli enti locali vogliono sussidiarli, è probabilmente meglio fare conoscere l’italianità della lirica che disperdersi in tante fiere del carciofone o della patata rossa (con grande rispetto per i carciofi e le patate).
Il nodo viene nel definire criteri per allocare le sempre più magre risorse dello Stato tra i Festival che vogliono essere di qualità. Si pensi che il fondo del Governo federale austriaco per i teatri d’opera della sola Vienna e per il Festival di Salisburgo è pari al doppio di quanto il Fondo unico per lo spettacolo (Fus) italiano destina alla lirica (invernale ed estiva). La coperta, quindi, non è stretta, ma strettissima.
E’ , dunque, necessario di disporre di criteri chiari e trasparenti. A mio avviso, da economista ammalato di lirica, si possono proporre alcune idee. In primo luogo, favorire i festival d’eccellenza monografici (spesso coniugati a fondazioni di ricerca musicologia) , diretti a rappresentare edizioni critiche; quelli dedicati a Puccini, Pegolesi-Spontini, Rossini e Verdi continuano a dare buona prova, mentre non sono mai decollati quelli dedicati a Donizetti e Bellini. In secondo luogo, un criterio importante è l’autofinanziamento – tramite biglietteria, vendita di spettacoli, sponsor. I festival di Glyndebourne e Aix en Provence raggiungono percentuali di autofinanziamento dell’80-66%. I nostri festival di maggior successo sfiorano il 35%: Occorre introdurre un principio come il matching grant anglosassone: quanto più riesci a ottenere sul mercato tanto più Pantalone è generoso. In terzo criterio, la capacità di favorire il “made in Italty” all’estero; in altra sede, ho documentato come c’è una correlazione tra la nostra presenza culturale ed il nostro export: si pensi all’”Aida” in programma alle Terme di Caracalla concepita per Hong Kong e Seul e finanziata dai cinesi e dai coreani. Analisi dell’Ice potrebbero servire a meglio quantizzare questo parametro ed ad utilizzarlo tra i criteri per il supporto dei Festival da parte dell’amministrazione centrale dello Stato.
Il nodo viene nel definire criteri per allocare le sempre più magre risorse dello Stato tra i Festival che vogliono essere di qualità. Si pensi che il fondo del Governo federale austriaco per i teatri d’opera della sola Vienna e per il Festival di Salisburgo è pari al doppio di quanto il Fondo unico per lo spettacolo (Fus) italiano destina alla lirica (invernale ed estiva). La coperta, quindi, non è stretta, ma strettissima.
E’ , dunque, necessario di disporre di criteri chiari e trasparenti. A mio avviso, da economista ammalato di lirica, si possono proporre alcune idee. In primo luogo, favorire i festival d’eccellenza monografici (spesso coniugati a fondazioni di ricerca musicologia) , diretti a rappresentare edizioni critiche; quelli dedicati a Puccini, Pegolesi-Spontini, Rossini e Verdi continuano a dare buona prova, mentre non sono mai decollati quelli dedicati a Donizetti e Bellini. In secondo luogo, un criterio importante è l’autofinanziamento – tramite biglietteria, vendita di spettacoli, sponsor. I festival di Glyndebourne e Aix en Provence raggiungono percentuali di autofinanziamento dell’80-66%. I nostri festival di maggior successo sfiorano il 35%: Occorre introdurre un principio come il matching grant anglosassone: quanto più riesci a ottenere sul mercato tanto più Pantalone è generoso. In terzo criterio, la capacità di favorire il “made in Italty” all’estero; in altra sede, ho documentato come c’è una correlazione tra la nostra presenza culturale ed il nostro export: si pensi all’”Aida” in programma alle Terme di Caracalla concepita per Hong Kong e Seul e finanziata dai cinesi e dai coreani. Analisi dell’Ice potrebbero servire a meglio quantizzare questo parametro ed ad utilizzarlo tra i criteri per il supporto dei Festival da parte dell’amministrazione centrale dello Stato.
lunedì 14 luglio 2008
UN’”AIDA” SPETTACOLARE INAUGURA LA STAGIONE DELLE TERME DI CARACALLA, Il Velino 11 luglio
L’inaugurazione della stagione estiva del Teatro dell’Opera alle Terme di Caracalla era attesa sia in quanto segnava il recupero (meglio che negli ultimi anni della spettacolarità del monumento) sia in quanto portava a Roma un’”Aida” , prodotto dal teatro, ma con dimensioni intercontinentali. E’ stata realizzata per conto del coreano Beseto Opera Group che la ha messa in scena prima a Hong Kong (per le celebrazioni del decennale del ritorno della città alla Cina) e successivamente a Seul. Dopo le rappresentazioni romane, andrà a Tokio, Shangai, e Pechino. E’ un’operazione che la politica pubblica dovrebbe incoraggiare come modo intelligente di fare economie e di promuovere cultura ed industria italiana. La vicenda è nota . La protagonista, schiava etiope del Faraone, è innamorata del giovane generale Radames, che la ricambia (pur se promesso sposo ad Amneris, figlia del Re dei Re). L’Egitto è in guerra permanente con l’Etiopia, guidata dal padre di Aida, Amonasro. Per amore, Radames tradisce i suoi. Finale tragico: il generale e la fanciulla sono condannati ad essere sepolti vivi. Sull’opera, grava la maledizione di essere considerata un colossal da circo in cui, da un lato, l’apparizione di cammelli, cavalli ed anche elefanti desta più emozioni di quanto avviene nel golfo mistico e, dall’altro, le voci e tonalità spinte rendono, all’applausometro, più dei raffinati “legati” e dei morbidi “diminuendo” vocali. E’, invece, un’opera intimista (con una sola concessione all’”evento”, apertura del canale di Suez ed inaugurazione del Teatro del Cairo: la scena del trionfo nel secondo atto). Verdi vi incorporò alcune delle principali lezioni della “musica dell’avvenire” wagneriana : soprattutto, l’integrità del continuo orchestrale, la cui ricchezza smagliante non è mai interrotta da “pezzi chiusi” (arie, duetti, terzetti).
Il regista Maurizio Di Mattia ha lavorato a lungo con Franco Zeffirelli alle cui regie di ispira: ha optato per una versione colossale (come attesa dal pubblico asiatico oltre che romano). E’, però, un “colossal” elegante e con aspetti intimisti. Dominano pochi colori (l’oro, l’azzurro ed il beige con cui contrastano il rosso scuro dei costumi di Aida ed il nero di quelli dei sacerdoti). Sono quelli della partitura – ad esempio, la scena del trionfo è immersa nella luce e nel solo del meriggio mentre la scena della preghiera nel Tempio sul Nilo è un notturno. Puntuale la direzione musicale di Antonio Pirolli. Gradevoli i balletti. Tra le voci spiccano la Aida di Maria Carola e l’Amneris di Laura Brioli , nonché l’Amonastro di Giovanni Meoni, mentre il Radames di Franco Farina ha avuto momenti di difficoltà .Originali le danze, specialmente quelle guerriere e primitive del secondo atto.
Il regista Maurizio Di Mattia ha lavorato a lungo con Franco Zeffirelli alle cui regie di ispira: ha optato per una versione colossale (come attesa dal pubblico asiatico oltre che romano). E’, però, un “colossal” elegante e con aspetti intimisti. Dominano pochi colori (l’oro, l’azzurro ed il beige con cui contrastano il rosso scuro dei costumi di Aida ed il nero di quelli dei sacerdoti). Sono quelli della partitura – ad esempio, la scena del trionfo è immersa nella luce e nel solo del meriggio mentre la scena della preghiera nel Tempio sul Nilo è un notturno. Puntuale la direzione musicale di Antonio Pirolli. Gradevoli i balletti. Tra le voci spiccano la Aida di Maria Carola e l’Amneris di Laura Brioli , nonché l’Amonastro di Giovanni Meoni, mentre il Radames di Franco Farina ha avuto momenti di difficoltà .Originali le danze, specialmente quelle guerriere e primitive del secondo atto.
L'AIDA A CARACALLA SFIDA IL FESTIVAL DELL'UNITA' E VINCE, L'Occidentale 12 luglio
Da alcuni giorni, a Roma sulla passeggiata archeologica, si fronteggiano il Festival dell’Unità ed un nuovo allestimento di “Aida” alle Terme di Caracalla. Il primo è in atto dalla fine di giugno. Il secondo ha inaugurato, il 10 luglio, la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma con una produzione, per così dire, intercontinentale. E’ stata prodotta nei laboratori del Teatro per conto del coreano Beseto Opera Group che la ha messa in scena prima a Hong Kong (per le celebrazioni del decennale del ritorno della città alla Cina) e successivamente a Seul. Dopo le rappresentazioni romane, andrà a Tokio, Shangai, e Pechino. E’ un’operazione che la politica pubblica dovrebbe encomiare (la segnaliamo al Ministro Bondi) non soltanto per le economie che realizza e le sinergie che attiva ma anche e soprattutto perché mette in modo quello che io chiamerei l’”esportar cantando” – ossia la promozione più nobile del “made in Italy”. Un accordo tra il Festival dell’Unità ed il Teatro (con l’aiuto della tecnologia) fanno sì che le due manifestazioni si fronteggino senza disturbarsi . In effetti, il 10 luglio alle 20,45 il Teatro era esaurito in ogni ordine di posti mentre i padiglioni del Festival sembravano deserti. Verso l’una del mattino, occorre dire, il Festival sembrava un po’ più animato. Segno dei tempi, ossia dell’antipolitica, ma anche del fascino che Verdi esercita, specialmente in versione nazional-popolare come quella dell’allestimento di “Aida” concepito dal regista Maurizio Di Mattia in modo che possa essere facilmente trasportato e realizzato in palcoscenici di dimensioni differenti e riesca ad ammaliare pubblico di culture tra le più diverse.
Il vostro “chroniqueur”, melomane errante dall’età della pubertà (o giù di lì), ha avuto modo di assistere ad una rappresentazione al Teatro dell’Opera del Cairo nel lontano gennaio 1969, in occasione del centenario dell’apertura dell’edificio – un grazioso teatro all’italiana di 7-800 posti con tre ordini di palchi e barcacce, distrutto da un incendio all’inizio degli Anni ’70. Il Teatro dell’Opera del Cairo – si sa - non era stato inaugurato dall’opera commissionata, in seguito ad una gara internazionale, per la bisogna (per l’appunto “Aida” di Giuseppe Verdi) ma con “Rigoletto”. La guerra franco-prussiana aveva reso impossibile il trasporto, via mare, di scene e costumi di “Aida” (confezionati a Parigi). La prima impressione che dava il teatro era il suo carattere intimo (ed un’acustica magnifica, ai livelli di quel prodigio che è il Massimo di Bellini). Lo stesso palcoscenico era poco profondo e con un boccascena di dimensioni tutt’altro che grandi; se sulla scena le masse (coro e comparse) potevano essere una cinquantina, il golfo mistico poteva ospitare 50-60 orchestrali al massimo. Nel gennaio 1969 non si rappresentava “Aida”, ma un allestimento russo di un’opera minore del repertorio tedesco portata in tournée in “Paesi amici” (si era in piena guerra fredda e l’Egitto – pardon, la Repubblica Araba Unita era chiaramente schierata).
Una visita, anche una sola, al teatro che la ha commissionata rende immediatamente evidente che l’”Aida” (quale pensata da Verdi) era molto differente da quella della vulgata dei magniloquenti allestimenti correnti. Lo chiarisce la lettura della partitura: un esempio, non si richiedono quattro (od addirittura sei) arpe, ma due (di cui una in scena, in modo da potere essere suonate da una sola arpista). “Aida” è, in effetti, un’opera intimista (anche se le scene a due o tre personaggi sono incastonate in momenti corali) . E’ la prima delle tre opere “perfette” di Verdi, che non aveva ancora assistito al “Lohengrin”, ma aveva già superato il melodramma e si era posto su un sentiero non molto differente dal musikdrama wagneriano: flusso orchestrale ininterrotto nelle sette scene (ma divise in “numeri”), equilibrio mirabile tra golfo mistico e voci, integrazione completa dei ballabili nelle singole scene, impiego del declamato, ed utilizzazione di motivi conduttori in forma non mnemonica ma sintattica (si pensi alle “riprese” del notturno d’archi ascoltato inizialmente nel preludio e ripetuto, con varie modificazioni, in più momenti dell’opera). Occorre dire che a Roma “Aida” andrebbe rappresentata al Teatro Valle non alle Terme di Caracalla e che la messa in scena più fedele al debutto cairota è quella allestita da Franco Zeffirelli nel minuscolo teatro di Busseto nel 2001 e portata in tournée in Italia nei due anni successivi.
Questa premessa potrebbe sembrare una mera ostentazione d’erudizione. E’ essenziale per comprendere l’”Aida” intercontinentale realizzata da Maurizio Di Mattia. Utilizza con pochi elementi scenici lo splendore delle Terme di Caracalla, ma può adattarsi a palcoscenici più piccoli e recupera l’impianto “intimista” del capolavoro verdiano. Altro aspetto: tiene conto dei colori della partitura – ad esempio, la scena del trionfo è immersa nella luce e nel solo del meriggio mentre la scena della preghiera nel Tempio sul Nilo è un notturno.
Puntuale la direzione musicale di Antonio Pirolli. Gradevoli i balletti. Tra le voci spiccano la Aida di Maria Carola e l’Amneris di Laura Brioli , nonché l’Amonostro di Giovanni Meoni, mentre il Radames
Il vostro “chroniqueur”, melomane errante dall’età della pubertà (o giù di lì), ha avuto modo di assistere ad una rappresentazione al Teatro dell’Opera del Cairo nel lontano gennaio 1969, in occasione del centenario dell’apertura dell’edificio – un grazioso teatro all’italiana di 7-800 posti con tre ordini di palchi e barcacce, distrutto da un incendio all’inizio degli Anni ’70. Il Teatro dell’Opera del Cairo – si sa - non era stato inaugurato dall’opera commissionata, in seguito ad una gara internazionale, per la bisogna (per l’appunto “Aida” di Giuseppe Verdi) ma con “Rigoletto”. La guerra franco-prussiana aveva reso impossibile il trasporto, via mare, di scene e costumi di “Aida” (confezionati a Parigi). La prima impressione che dava il teatro era il suo carattere intimo (ed un’acustica magnifica, ai livelli di quel prodigio che è il Massimo di Bellini). Lo stesso palcoscenico era poco profondo e con un boccascena di dimensioni tutt’altro che grandi; se sulla scena le masse (coro e comparse) potevano essere una cinquantina, il golfo mistico poteva ospitare 50-60 orchestrali al massimo. Nel gennaio 1969 non si rappresentava “Aida”, ma un allestimento russo di un’opera minore del repertorio tedesco portata in tournée in “Paesi amici” (si era in piena guerra fredda e l’Egitto – pardon, la Repubblica Araba Unita era chiaramente schierata).
Una visita, anche una sola, al teatro che la ha commissionata rende immediatamente evidente che l’”Aida” (quale pensata da Verdi) era molto differente da quella della vulgata dei magniloquenti allestimenti correnti. Lo chiarisce la lettura della partitura: un esempio, non si richiedono quattro (od addirittura sei) arpe, ma due (di cui una in scena, in modo da potere essere suonate da una sola arpista). “Aida” è, in effetti, un’opera intimista (anche se le scene a due o tre personaggi sono incastonate in momenti corali) . E’ la prima delle tre opere “perfette” di Verdi, che non aveva ancora assistito al “Lohengrin”, ma aveva già superato il melodramma e si era posto su un sentiero non molto differente dal musikdrama wagneriano: flusso orchestrale ininterrotto nelle sette scene (ma divise in “numeri”), equilibrio mirabile tra golfo mistico e voci, integrazione completa dei ballabili nelle singole scene, impiego del declamato, ed utilizzazione di motivi conduttori in forma non mnemonica ma sintattica (si pensi alle “riprese” del notturno d’archi ascoltato inizialmente nel preludio e ripetuto, con varie modificazioni, in più momenti dell’opera). Occorre dire che a Roma “Aida” andrebbe rappresentata al Teatro Valle non alle Terme di Caracalla e che la messa in scena più fedele al debutto cairota è quella allestita da Franco Zeffirelli nel minuscolo teatro di Busseto nel 2001 e portata in tournée in Italia nei due anni successivi.
Questa premessa potrebbe sembrare una mera ostentazione d’erudizione. E’ essenziale per comprendere l’”Aida” intercontinentale realizzata da Maurizio Di Mattia. Utilizza con pochi elementi scenici lo splendore delle Terme di Caracalla, ma può adattarsi a palcoscenici più piccoli e recupera l’impianto “intimista” del capolavoro verdiano. Altro aspetto: tiene conto dei colori della partitura – ad esempio, la scena del trionfo è immersa nella luce e nel solo del meriggio mentre la scena della preghiera nel Tempio sul Nilo è un notturno.
Puntuale la direzione musicale di Antonio Pirolli. Gradevoli i balletti. Tra le voci spiccano la Aida di Maria Carola e l’Amneris di Laura Brioli , nonché l’Amonostro di Giovanni Meoni, mentre il Radames
FEDERALISMO PER BATTERE L’EVASIONE, IL Tempo del 14 luglio
I numeri sono tali da gelare una calda domenica d’estate. Nell’arco di un anno, nonostante gli autocompiacimenti del Governo Prodi di avere “rimesso a posto i conti”, lo stock di debito pubblico è aumentato di 50 miliardi d’euro, superando i 1661,4 miliardi d’euro. Ciò è avvenuto nonostante il buon andamento delle entrare che nei primi cinque mesi del 2008 ha segnato una raccolta che ha superato del 6% il livello dello stesso periodo del 2007; poiché il tasso di crescita annua dei redditi disponibili è stato circa dell’1%, basta fare una sottrazione per avere un’idea dell’aumento del carico fiscale. Non è, però, una misura accurata perché l’incremento della pressione tributaria riguarda i soliti noti: coloro a reddito fisso (lavoratori e pensionati), soggetti tenuti a contabilità ordinaria e via discorrendo. Ed i risultati della lotta all’evasione di cui tanto si sono vantati Vincenzo Visco & Co.? Giunge una doccia ghiacciata dalla Corte dei Conti: nel 2007 (con Visco nel sedile del conducente) si è incassato appena il 7,4% di quanto messo a ruolo (a titolo d’evasione ed elusione). Nonostante che individui, famiglie ed imprese in regola con Pantalone abbiano le tasche ancora più vuote, le casse dello Stato sono vuote: non si possono rinnovare i contratti degli statali, si fa fatica a realizzare le grandi opere.
Ci vuole una sterzata netta. Il federalismo fiscale è lo strumento essenziale per combattere dal basso, con un forte elemento, di controllo sociale la tara dell’evasione e dell’elusione. Sono romano d’origine siciliana: quella del federalismo fiscale è una battaglia sacrosanta anche per sconfiggere queste piaghe.
Ci vuole una sterzata netta. Il federalismo fiscale è lo strumento essenziale per combattere dal basso, con un forte elemento, di controllo sociale la tara dell’evasione e dell’elusione. Sono romano d’origine siciliana: quella del federalismo fiscale è una battaglia sacrosanta anche per sconfiggere queste piaghe.
“COSI’ FAN TUTTE” SECONDO ABBAS KIAROSTAMI Il Velino del 12 luglio
I festival prediligono il teatro di regia. Ad Aix en Provence (dove nel 2008 vengono presentate 6 opere, in gran parte in nuovi allestimenti, 17 concerti , 3 mostre , due conferenze internazionali nell’arco di un mese) non si sentiva davvero esigenza di una nuova produzione del mozartiano “Così fan tutte”, specialmente poiché il vostro “chroniqueur” considera “definitiva” quella che ha debuttato nel 2005 (regia di Patrice Chéreau e direzione musicale di Daniel Harding) e si è vista in tutto il mondo dal vivo – ben 20 repliche all’Opéra di Parigi ed altrettante a Vienna – mentre in Italia ci si deve accontentare a gustarla in DvD . Quindi, si è rimasti perplessi quando si è visto che il programma prevedeva ancora un nuovo allestimento- questa volta curato dal regista iraniano Abbas Kiarostami, pluripremiato negli ultimi vent’anni per i suoi film, e la cui direzione musicale affidata a Christophe Rousset, giovane direttore d’orchestra noto principalmente per i suoi lavori sulla musica e sul teatro in musica barocco. La sorpresa è aumentata quando, in conversazione, il buon Kiarostami ha ammesso di non essere mai entrato in un teatro che non fosse di posa. Maestro della fotografia, ma digiuno alla lirica ed anche alla prosa. Ove ciò non bastasse, la sera della prima (con, in sala, il gran mondo dell’economia, da Trichet a Profumo) il direttore del festival ha annunciato che uno dei protagonisti era ammalato- il tenore islandese Finnur Bjarnason- era ammalato e sarebbe stato sostituto dal giovane slovacco Pavol Breslik, che appena giunto in Provenza non aveva partecipato che ad una rapida prova di scena.
Si temeva il peggio. Invece, questo “nuovo” “Così” (ad Aix sino al 19 luglio), co-prodotto dai teatri d’Atene e di Lussemburgo (dove andrà in autunno) e dall’English National Opera di Londra (dove entra in repertorio -6-10 repliche l’anno almeno per un lustro), è delizioso. Non ha l’ambiguità affascinante dell’allestimento Chéreau-Harding, ma la regia di Kiarostami è fedelissima al libretto (scene e costumi, di Chloe Obolenski, replicano minuziosamente l’Europa del 1790). Immerge la vicenda in un Mediterraneo solare (il mare è sempre presente e grazie a proiezioni, è anche piuttosto mosso, tale da rispecchiare gli animi ed i sentimenti delle due giovani coppie). Non ha la patina cinica di molte letture tradizionali. I quattro giovani protagonisti restano con la bocca amara quando comprendono i giochi dell’infedeltà ma paiono dedurne serenamente che “questo è il mondo” ed occorre adattarvisi senza troppe illusioni. Christophe Rousset, alla guida della Camerata Salzburg, fornisce una direzione musicale puntuale, anche se (naturalmente) non ha il fuoco di Harding e gli manca l’abilità dell’inglese (e di pochissimi altri) di scivolare dai recitativi ai numeri e dai numeri ai recitativi senza quasi che il pubblico se ne accorga. Pavol Breslik merita un elogio perché in grado da fare capriole contando , nessuno ha notato che non avesse fatto un numero sufficiente di prove. Nessuno dei sei cantanti è italiano, ma la dizione è ottima e non si perde una sola battuta.
Aix ha infine anticipato le celebrazioni per il bicentenario della morte di Haydn (che ricorrono l’anno prossimo) mettendo in scena una delle sue 14 opere – poche rispetto alla sua produzione sterminata di sinfonie, sonate ed oratori: “L’infedeltà delusa”, creata per una visita dell’Imperatrice Marie-Thèrese al Castello degli Esterhazy dove il compositore era musicista di corte. E’ una burletta di circa due ore (in due atti) in cui la vicenda tradizionale del padre che vuol fare sposare la figlia non all’innamorato ma ad un ricco possidente, è spunto per una partitura piena di brio. Il regista, Richard Brunel proviene dalla prosa ma ha già esperienza di teatro musicale. La direzione musicale è affidata al giovane Jérémie Roher , allievo di Minkowski e Christie. Giovanissimo il cast – proveniente dall’Académie Européenne de Musique . La vicenda è attualizzata quasi ai nostri giorni, accentuando, con garbo, la carica ironica. Il cast da ottima prova. Si prevede una lunga tournée in Francia.
Si temeva il peggio. Invece, questo “nuovo” “Così” (ad Aix sino al 19 luglio), co-prodotto dai teatri d’Atene e di Lussemburgo (dove andrà in autunno) e dall’English National Opera di Londra (dove entra in repertorio -6-10 repliche l’anno almeno per un lustro), è delizioso. Non ha l’ambiguità affascinante dell’allestimento Chéreau-Harding, ma la regia di Kiarostami è fedelissima al libretto (scene e costumi, di Chloe Obolenski, replicano minuziosamente l’Europa del 1790). Immerge la vicenda in un Mediterraneo solare (il mare è sempre presente e grazie a proiezioni, è anche piuttosto mosso, tale da rispecchiare gli animi ed i sentimenti delle due giovani coppie). Non ha la patina cinica di molte letture tradizionali. I quattro giovani protagonisti restano con la bocca amara quando comprendono i giochi dell’infedeltà ma paiono dedurne serenamente che “questo è il mondo” ed occorre adattarvisi senza troppe illusioni. Christophe Rousset, alla guida della Camerata Salzburg, fornisce una direzione musicale puntuale, anche se (naturalmente) non ha il fuoco di Harding e gli manca l’abilità dell’inglese (e di pochissimi altri) di scivolare dai recitativi ai numeri e dai numeri ai recitativi senza quasi che il pubblico se ne accorga. Pavol Breslik merita un elogio perché in grado da fare capriole contando , nessuno ha notato che non avesse fatto un numero sufficiente di prove. Nessuno dei sei cantanti è italiano, ma la dizione è ottima e non si perde una sola battuta.
Aix ha infine anticipato le celebrazioni per il bicentenario della morte di Haydn (che ricorrono l’anno prossimo) mettendo in scena una delle sue 14 opere – poche rispetto alla sua produzione sterminata di sinfonie, sonate ed oratori: “L’infedeltà delusa”, creata per una visita dell’Imperatrice Marie-Thèrese al Castello degli Esterhazy dove il compositore era musicista di corte. E’ una burletta di circa due ore (in due atti) in cui la vicenda tradizionale del padre che vuol fare sposare la figlia non all’innamorato ma ad un ricco possidente, è spunto per una partitura piena di brio. Il regista, Richard Brunel proviene dalla prosa ma ha già esperienza di teatro musicale. La direzione musicale è affidata al giovane Jérémie Roher , allievo di Minkowski e Christie. Giovanissimo il cast – proveniente dall’Académie Européenne de Musique . La vicenda è attualizzata quasi ai nostri giorni, accentuando, con garbo, la carica ironica. Il cast da ottima prova. Si prevede una lunga tournée in Francia.
IL BELLO, IL BRUTTO ED IL CATTIVO DEL TEATRO DI REGIA Il Velino del 2 luglio
Ad Aix –en-Provence, dove è in corso il Festival International d’Art Lyrique, e nella vicina Avignone , per l’annuale janborree teatrale si può vedere il bello, il brutto ed il cattivo del “teatro di regia” – ossia di spettacoli di ogni genere (dalla prosa alla lirica) in cui il regista domina su tutto , spesso a scapito delle intenzioni dell’autore.
Cominciamo con il brutto. Difficilmente qualificabile, lo spettacolo che ha inaugurato il Festival nella capitale provenzale. In primo luogo, con sei opere e cinque nuovi allestimenti (già destinati a girare per il mondo nei prossimi due anni) difficile capire perché si sia scelto uno spettacolo già andato a scena a Vienna (in un ex-manicomio). Si tratta di “Zaide”, opera incompiuta di Mozart e mai andata in scena quando l’autore era in vita. Conosco bene la partitura e tranne la ninna-nanna “Ruhe sanft” la considero mediocre. Ma non irrappresentabile. La rende tale Peter Sellars; era un geniaccio negli Usa Anni Settanta, ora è idolatrato da certa sinistra europea, ma ripete sempre se stesso. Interpola i testi, li volgarizza e le riempie di violenza gratuita. Attenzione non ha la tendenza di Calisto Bieito di mettere in scena (quale che sia l’opera) un bel po’ di maschi nudi puntando i riflettori sui genitali – un giovane tenore italiana di bella voce e aspetto avvenente ha chiesto , ed ottenuto, per contratto da una fondazione lirica nostrana di poter portare le mutande durante tutto lo spettacolo. Non ha neanche l’ossessione dei deretani (anche questa volta prevalentemente maschili) sempre presente negli spettacoli della Sociètas Raffaello Sanzio . Sellars, però, non ha alcun rispetto per l’autore. Nella sua “Zaide”, applaudita da parte del pubblico ma stroncata dalla critica , di Mozart (e di un Mozart minore) resta ben poco anche a ragione delle libertà che si prende con le voci.
Veniamo al cattivo. E’la lettura della “Divina Commedia”, dal 5 al 26 luglio, al Festival di Avignone da parte proprio della Sociètas Raffaello Sanzio. Nel lavoro ci si immagina che Dante scriva “La Commedia” nel Cortile d’Onore del Palazzo dei Papi della città provenzale. Centinaia di attori e comparse si muovono in vari spazi scenici ; l’Inferno è, naturalmente, proprio nel Palazzo dei Papi, il Purgatorio nel Parco delle Esposizioni costruito negli Anni Settanta, il Paradiso nell’Eglise des Célestins. L’autore-regista di questo “pastiche” (per utilizzare un termine elegante), Romeo Castellucci, sottolinea che del “padre Dante” non verrà offerta una personificazione realistica: è “il poeta-personaggio che si situa al centro della rappresentazione della propria opera”. Nelle centinaia di attori, Paolo, Francesca, il Conte Ugolino, Lucifero, Virgilio, la Vergine potranno solamente essere “intravisti” dagli spettatori più volenterosi e che meglio conoscono il testo dell’opera dantesca. In breve, all’inizio del XXI secolo si tenta di”épâter les bourgeois” con mezzi che forse funzionavano nell’Italia del 1960, per mera coincidenza anno di nascita di Castellucci.. Non sappiamo se la Societas riceva contributi pubblici per dare questa immagine dell’Italia nel resto del mondo. In caso positivo, è bene che il Ministero ci rifletta.
Veniamo infine al buono: l’impostazione che Stéphane. Braunschweig da al “Ring” di Wagner coprodotto con il Festival di Salisburgo (dove arriverà tra alcuni mesi), giovandosi dell’apporto dei Berliner Philamoniker guidati da Simon Rattle. Siamo giorni alla terza delle quattro opere “Siegfried”: La vicende viene posta in un’epoca imprecisata, simile all’attuale. Il protagonista sembra uno studente americano. Brunilde indossa un’elegante camicia bianca che invita nell’enorme letto che domina la scena finale. Wotan è avvolto in un lungo impermeabile, Mine assomiglia ad un artigiano e suo fratello Alberich ad un esattore. Una scena unica (tre immense pareti grigie) che, con un minimo di proiezioni e di attrezzeria astratta, rendono tutti gli effetti speciali (il viaggio nella foresta, la battaglia con il drago, la discesa al ventre della terra per interrogare Erda, il muro di fuoco a difesa della verginità di Brunilde). Un “teatro di regia” intelligente ed efficace. Stéphane. Braunschweig è stato chiamato ad inaugurare con il verdiano “Don Carlo” la prossima stagione scaligera.
Cominciamo con il brutto. Difficilmente qualificabile, lo spettacolo che ha inaugurato il Festival nella capitale provenzale. In primo luogo, con sei opere e cinque nuovi allestimenti (già destinati a girare per il mondo nei prossimi due anni) difficile capire perché si sia scelto uno spettacolo già andato a scena a Vienna (in un ex-manicomio). Si tratta di “Zaide”, opera incompiuta di Mozart e mai andata in scena quando l’autore era in vita. Conosco bene la partitura e tranne la ninna-nanna “Ruhe sanft” la considero mediocre. Ma non irrappresentabile. La rende tale Peter Sellars; era un geniaccio negli Usa Anni Settanta, ora è idolatrato da certa sinistra europea, ma ripete sempre se stesso. Interpola i testi, li volgarizza e le riempie di violenza gratuita. Attenzione non ha la tendenza di Calisto Bieito di mettere in scena (quale che sia l’opera) un bel po’ di maschi nudi puntando i riflettori sui genitali – un giovane tenore italiana di bella voce e aspetto avvenente ha chiesto , ed ottenuto, per contratto da una fondazione lirica nostrana di poter portare le mutande durante tutto lo spettacolo. Non ha neanche l’ossessione dei deretani (anche questa volta prevalentemente maschili) sempre presente negli spettacoli della Sociètas Raffaello Sanzio . Sellars, però, non ha alcun rispetto per l’autore. Nella sua “Zaide”, applaudita da parte del pubblico ma stroncata dalla critica , di Mozart (e di un Mozart minore) resta ben poco anche a ragione delle libertà che si prende con le voci.
Veniamo al cattivo. E’la lettura della “Divina Commedia”, dal 5 al 26 luglio, al Festival di Avignone da parte proprio della Sociètas Raffaello Sanzio. Nel lavoro ci si immagina che Dante scriva “La Commedia” nel Cortile d’Onore del Palazzo dei Papi della città provenzale. Centinaia di attori e comparse si muovono in vari spazi scenici ; l’Inferno è, naturalmente, proprio nel Palazzo dei Papi, il Purgatorio nel Parco delle Esposizioni costruito negli Anni Settanta, il Paradiso nell’Eglise des Célestins. L’autore-regista di questo “pastiche” (per utilizzare un termine elegante), Romeo Castellucci, sottolinea che del “padre Dante” non verrà offerta una personificazione realistica: è “il poeta-personaggio che si situa al centro della rappresentazione della propria opera”. Nelle centinaia di attori, Paolo, Francesca, il Conte Ugolino, Lucifero, Virgilio, la Vergine potranno solamente essere “intravisti” dagli spettatori più volenterosi e che meglio conoscono il testo dell’opera dantesca. In breve, all’inizio del XXI secolo si tenta di”épâter les bourgeois” con mezzi che forse funzionavano nell’Italia del 1960, per mera coincidenza anno di nascita di Castellucci.. Non sappiamo se la Societas riceva contributi pubblici per dare questa immagine dell’Italia nel resto del mondo. In caso positivo, è bene che il Ministero ci rifletta.
Veniamo infine al buono: l’impostazione che Stéphane. Braunschweig da al “Ring” di Wagner coprodotto con il Festival di Salisburgo (dove arriverà tra alcuni mesi), giovandosi dell’apporto dei Berliner Philamoniker guidati da Simon Rattle. Siamo giorni alla terza delle quattro opere “Siegfried”: La vicende viene posta in un’epoca imprecisata, simile all’attuale. Il protagonista sembra uno studente americano. Brunilde indossa un’elegante camicia bianca che invita nell’enorme letto che domina la scena finale. Wotan è avvolto in un lungo impermeabile, Mine assomiglia ad un artigiano e suo fratello Alberich ad un esattore. Una scena unica (tre immense pareti grigie) che, con un minimo di proiezioni e di attrezzeria astratta, rendono tutti gli effetti speciali (il viaggio nella foresta, la battaglia con il drago, la discesa al ventre della terra per interrogare Erda, il muro di fuoco a difesa della verginità di Brunilde). Un “teatro di regia” intelligente ed efficace. Stéphane. Braunschweig è stato chiamato ad inaugurare con il verdiano “Don Carlo” la prossima stagione scaligera.
L'AMOR SACRO E L'AMOR PROFANO RUBANO LA SCENA ALLA POLITICA DE SINISTRA L'Occidentale del 3 luglio
L'amor sacro e l'amor profano rubano la scena alla politica de sinistra
Dal 1948, Aix en Provence è sede di uno dei più importanti festival di teatro in musica europei. Finanziata per il 66% da biglietteria e da sponsor privati (europei, americani e giapponesi), questa edizione presenta sei opere, 17 concerti , 3 mostre nell’arco di un mese. A latere, due conferenze internazionali di politica e di economia, un festival di musica barocca provenzale, uno di operetta francese e spettacoli “Off” e “Back” nelle piazzette, stradine e giardini di questa città di 150.000 abitanti il cui centro storico è rimasto intatto così come venne programmato ai tempi del Cardinal Mazarino. In agosto, al Festival principale ne fanno seguito altri due, dedicati rispettivamente alla danza ed al jazz. Aix viene raggiunta bene dall’Alta Velocità da tutta Europa ed ha, a mezzadria con Marsiglia, un comodo aeroporto a 30 km dal centro. Quindi, per due mesi è un crocevia di incontri – politici, industriali e finanziari. Le sponsorizzazioni sono da tempo accompagnate da colazioni o cene con “chi-può” e negli intervalli degli spettacoli gli sponsor hanno salette speciali a loro riservate.
Il Festival non è cominciato bene: una lettura della mozartiana “Zaide” (opera incompiuta e mai rappresentata quando l’autore era in vita) fatta da Peter Sellars, ormai legato alla sinistra radicale europea, in chiave da protesta da centro sociale, nonché condita da inaudita violenza. La partitura (incompleta) è, poi, interpolata con brani di “Thamos, re degli Egizi), il finale (mai scritto) non c’è e soprattutto il cast è malassortito.
La manifestazione ha ritrovato lo stile degli ultimi anni (oltre che nei concerti dei Berliner Philarmoniker, in residenza a Aix per due mesi), nelle due opere presentate subito dopo “Zaide”: “Sigfrido” di Richard Wagner (terza puntata di un allestimento su quattro anni della “tetralogia” , in co-produzione con Salisburgo, con i Berliner nel golfo mistico, un cast internazionale e la regia di Stéphane Braunschweig) e con la prima mondiale di “Passion” di Pascal Dusapin, il compositore francese più rappresentato in Patria ed all’estero. “Sigfrido” potrà essere visto ed ascoltato anche al Festival di Pentecoste di Salisburgo e “Passion” inizia in settembre una lunga tournée (Strasburgo, Rouen, Parigi, Vienna, Lussemburgo e forse New York e Roma – per parlare unicamente degli impegni nella stagione 2008-2009).
Cosa hanno in comune i due lavori? Sono due letture differenti, e speculari, dell’amore e dell’eros. “- afferma Braunschweig che il prossimo Sant’Ambrogio inaugurerà la stagione della Scala con una nuova edizione del verdiano “Don Carlo” – è delle quattro opere della tetralogia wagneriana quella in cui la presenza stessa del sesso è più importante”. Non solo nei simboli (la spada, la lancia, la grotta, il fuoco), ma nell’intera vicenda, Il protagonista è un adolescente innocente e senza paura ma in piena esplosione ormonale; non conosce la paura – ed in tal modo uccide un drago, fa carne per hamburger del nibelungo che vuole avvelenarlo, manda il Re degli Dei a farsi benedire, ottiene il piene potere dell’universo mondo – sino a quando non vede le fattezze di una donna, la vergine Brunilde. Gli ultimi 45 minuti sono un duetto travolgente carico di eros , che termina ovviamente in un enorme letto. La pagine più carnale composta nell’Ottocento. Aix offre una produzione di gran classe che sarà di riferimento per anni e che il pubblico, dopo oltre cinque ore di spettacolo, ha salutato con venti minuti di applausi.
L’eros e l’amore sono anche al centro di “Passion”: due soli cantanti – attori – Lui e Lei – ed un coro di sei elementi – gli altri. Un’orchestra quasi barocca – quattro archi, sei fiati, tre ottoni, un’arpa, un clavicembalo integrata, però, da “live electronics” ed elettroacustica (i due protagonisti indossano un dispositivo elettronico che trasforma in suono i movimenti dei loro muscoli). E’ una ricostruzione moderna del mito di Orfeo ed Euridice, in cui Lei, anche dopo aver di nuovo fatto l’amore con Lui, vuole restare “laggiù” (nel’Oltretomba) piuttosto che ascendere lassù (sulla Terra). Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura di estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando” (il libretto, in italiano, è costituito da brani di Badoaro, Busenello, Dante, Tasso e Striggio), il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia use sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). La lunga tournée ci dirà se non si tratta unicamente di operazione da festival.
Dal 1948, Aix en Provence è sede di uno dei più importanti festival di teatro in musica europei. Finanziata per il 66% da biglietteria e da sponsor privati (europei, americani e giapponesi), questa edizione presenta sei opere, 17 concerti , 3 mostre nell’arco di un mese. A latere, due conferenze internazionali di politica e di economia, un festival di musica barocca provenzale, uno di operetta francese e spettacoli “Off” e “Back” nelle piazzette, stradine e giardini di questa città di 150.000 abitanti il cui centro storico è rimasto intatto così come venne programmato ai tempi del Cardinal Mazarino. In agosto, al Festival principale ne fanno seguito altri due, dedicati rispettivamente alla danza ed al jazz. Aix viene raggiunta bene dall’Alta Velocità da tutta Europa ed ha, a mezzadria con Marsiglia, un comodo aeroporto a 30 km dal centro. Quindi, per due mesi è un crocevia di incontri – politici, industriali e finanziari. Le sponsorizzazioni sono da tempo accompagnate da colazioni o cene con “chi-può” e negli intervalli degli spettacoli gli sponsor hanno salette speciali a loro riservate.
Il Festival non è cominciato bene: una lettura della mozartiana “Zaide” (opera incompiuta e mai rappresentata quando l’autore era in vita) fatta da Peter Sellars, ormai legato alla sinistra radicale europea, in chiave da protesta da centro sociale, nonché condita da inaudita violenza. La partitura (incompleta) è, poi, interpolata con brani di “Thamos, re degli Egizi), il finale (mai scritto) non c’è e soprattutto il cast è malassortito.
La manifestazione ha ritrovato lo stile degli ultimi anni (oltre che nei concerti dei Berliner Philarmoniker, in residenza a Aix per due mesi), nelle due opere presentate subito dopo “Zaide”: “Sigfrido” di Richard Wagner (terza puntata di un allestimento su quattro anni della “tetralogia” , in co-produzione con Salisburgo, con i Berliner nel golfo mistico, un cast internazionale e la regia di Stéphane Braunschweig) e con la prima mondiale di “Passion” di Pascal Dusapin, il compositore francese più rappresentato in Patria ed all’estero. “Sigfrido” potrà essere visto ed ascoltato anche al Festival di Pentecoste di Salisburgo e “Passion” inizia in settembre una lunga tournée (Strasburgo, Rouen, Parigi, Vienna, Lussemburgo e forse New York e Roma – per parlare unicamente degli impegni nella stagione 2008-2009).
Cosa hanno in comune i due lavori? Sono due letture differenti, e speculari, dell’amore e dell’eros. “
L’eros e l’amore sono anche al centro di “Passion”: due soli cantanti – attori – Lui e Lei – ed un coro di sei elementi – gli altri. Un’orchestra quasi barocca – quattro archi, sei fiati, tre ottoni, un’arpa, un clavicembalo integrata, però, da “live electronics” ed elettroacustica (i due protagonisti indossano un dispositivo elettronico che trasforma in suono i movimenti dei loro muscoli). E’ una ricostruzione moderna del mito di Orfeo ed Euridice, in cui Lei, anche dopo aver di nuovo fatto l’amore con Lui, vuole restare “laggiù” (nel’Oltretomba) piuttosto che ascendere lassù (sulla Terra). Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura di estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando” (il libretto, in italiano, è costituito da brani di Badoaro, Busenello, Dante, Tasso e Striggio), il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia use sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). La lunga tournée ci dirà se non si tratta unicamente di operazione da festival.
ECCO PERCHE' IL MELOMANE EUROPEO D'ESTATE VA A AIX EN PROVENCE Il Foglio del 13 luglio
Aix-en-Provence (150.000 abitanti), un centro storico sei-settecentesco della città è rimasto intatto, pieno di stradine, vicoli, piazze, eleganti fontane e splendidi palazzi dove tutto sembra fatto apposta per eseguire musica. Da 60 anni è la sede del Festival d’Art Lyrique, nato quasi per caso nel 1948 per far conoscere ai francesi quel Wolfang Amadeus Mozart che in Francia non si rappresentava da decenni. In un palcoscenico costruito alla buona nel magnifico Cortile dell’Arcivescovato, venne proposto “Così fan tutte”, che Oltralpe non si metteva in scena del 1926. Già allora, però, c’era un tocco politico: veniva chiamata un’orchestra tedesca con un direttore austriaco (a tre anni dalla fine della guerra mondiale). E, per l’occasione, si diedero convegno in quella che fu la capitale del Regno di Provenza politici, industriali e finanzieri di mezza Europa. Nessuno pensava che l’iniziativa avrebbe avuto un futuro. Anche in quanto i finanziamenti pubblici erano modesti. Ed infatti in sei decenni è stata un paio di volte ai limiti del fallimento.
Questa edizione sfoggia, sei opere, 17 concerti , 3 mostre , due conferenze internazionali (una su temi politici- la schiavitù nel XXI secolo- ed una su argomenti economici- l’integrazione economica) nell’arco di un mese. I teatri in funzione nel 2008 sono quattro: due all’aperto (il Cortile dell’Arcivescovato, ora dotato di un palcoscenico modernissimo, e, quello del Palazzo Maynier d’Oppède di fronte alla Cattedrale) e due al chiuso (il delizioso Jeu de Pommes costruito all’inizio del Novecento e restaurato una diecina di anni fa ed Grand Théâtre de Provence.la cui ardita architettura italiana è stata inaugurata l’anno scorso). Se ne può aggiungere un quinto, spesso in funzione nel recente passato: il Grand Saint Jean, un palcoscenico a ridosso delle mura di un maniero immerso nella campagna provenzale. Inoltre, in una delle piazze più vaste della città, gli spettacoli vengo trasmessi in differita (di circa un’ora e mezzo) gratuitamente , mentre un sito web (www.medici.tv) li propone in diretta; la “prima” (la rara “Zaide” di Mozart) è stata seguita da 100.000 spettatori in 108 Paesi. Se si tiene conto anche delle attività dell’Académie Européene de Musique (una fondazione per le giovani voci europee), la durata complessiva del festival di teatro in musica è due mesi in cui sono presenti a Aix 800 artisti di 41 Paesi. Accanto al festival lirico, si svolge un festiva di musica barocca provenzale ed uno di operette francesi, nonché spettacolo “off” e “back” di cabaret e prosa in vari luoghi. Appena cala il sipario sulla lirica (e sul barocco e l’operetta) iniziano festival (meno noti su piano internazionale) di danza e di jazz.
Il musicologo Giancarlo Landini descrive il Festival lirico, con la “F” maiuscola, come l’apice della mondanità “décontractée-chic” dell’estate europea. All’inaugurazione, oltre all’onnipresente Giscard d’Estaing, i Ministri francesi della Cultura e dell’Istruzioni, ed una mezza dozzina di sottosegretari, nonché esponenti del mondo politico della Germania, della Gran Bretagna e del Benelux (il direttore generale Bernard Foccroule è belga). Oltre all’intellighentsia sparsa che gira da festival a festival (dopo Aix, Glyndebourne e Bayreuth per finire l’estate a Salisburgo), molti gli amministratori delegati di grandi imprese (Hscc, Sacem, Kmpg, Cic-Lyonnaise de Banque, Lvmh, Lagardère con in prima fila i due partner per eccellenza, Vivendi e Deutsche Bank). E gli italiani? Bruno Visentini era un “habutué”; da allora rari i politici e gli unici giornalisti presenti sono critici musicali.
Nella giornata si passeggia per Aix anche in pantaloni corti. I luoghi preferiti per gli incontri a lunch sono “Les Deux Garçons” (immortalato dagli amori di Jean Cocteau e Jean Marais) e “Le carillon” (reso celebre dagli aperitivi di Jacques Attali) a cui si è aggiunto, di recente, “Le Passage”. Lì si incrocia “L’Europa-che-conta”. La sera, nei teatri, accanto a signori in smoking e signore in abito lungo, ci sono i blue-jeans e le T-shirts firmate. Dopo spettacolo, si cena a “La Bastide du Cours” (il cuoco non è dei migliori) o nella terrazza Grand Théâtre de Provence. Si intrecciano conversazioni su musica, politica ed affari.
Non è soltanto questa atmosfera ad attirare “l’Europa-che-può”. Il festival (il bilancio preventivo per il 2008 è 19,1 milioni d’euro) è finanziato in gran misura da privati – i contributi pubblici coprono meno di un terzo dei costi, quelli ministeriali circa il 15% del totale; la biglietteria un altro 23%, le coproduzioni, le tournée ed i diritti radio-televisivi un buon 18%, il Casino d’Aix il 9%. Gli sponsor (3,2 milioni di euro- ossia il 16% del budget) sono grandi e piccoli (esiste anche un’Associazione di amici americani del festival); tra tutti, troneggiano i due partner ufficiali – la società franco-americana dei media e della tecnologia Vivendi e la Deutsche Bank. I partner privati hanno, quindi, interesse a ché la qualità sia alta ed il pubblico di livello.
Da alcuni anni, i Berliner Philarmoniker , guidati da Sir Simon Rattle, sono l’orchestra “residente”; a mezzadria con il Festival di Salisburgo stanno mettendo in scena la tetralogia wagneriana de “L’Anello del Nibelungo” (questo è l’anno di “Sigfrido”) – ciascuna opera debutta in Provenza ed alcuni mesi più tardi approda in Austria. Anche per le altre opere in programma Aix è la prima tappa di lunghi itinerari la prossima stagione – la discussa, e discutibile, mozartiana “Zaide” andrà al Lincoln Center di New York ed al Barbican Center di Londra, la novità assoluta “Passion” di Pascal Dusapin a Strasburgo, Lussemburgo, Brema, Parigi, Rouen e forse Roma; il nuovo allestimento di “Così fan tutte” a Londra; “L’Infedeltà Delusa” di Haydn in un vasto circuito francese; e “Belshazzar” di Händel a Berlino. Ciò consente a chi frequenta Aix di dire “lo ha già visto al Festival”, se e quando in varie città europee, nella stagione 2008-2009, si parla di spettacoli che hanno debuttato nella capitale provenzale.
Questa edizione sfoggia, sei opere, 17 concerti , 3 mostre , due conferenze internazionali (una su temi politici- la schiavitù nel XXI secolo- ed una su argomenti economici- l’integrazione economica) nell’arco di un mese. I teatri in funzione nel 2008 sono quattro: due all’aperto (il Cortile dell’Arcivescovato, ora dotato di un palcoscenico modernissimo, e, quello del Palazzo Maynier d’Oppède di fronte alla Cattedrale) e due al chiuso (il delizioso Jeu de Pommes costruito all’inizio del Novecento e restaurato una diecina di anni fa ed Grand Théâtre de Provence.la cui ardita architettura italiana è stata inaugurata l’anno scorso). Se ne può aggiungere un quinto, spesso in funzione nel recente passato: il Grand Saint Jean, un palcoscenico a ridosso delle mura di un maniero immerso nella campagna provenzale. Inoltre, in una delle piazze più vaste della città, gli spettacoli vengo trasmessi in differita (di circa un’ora e mezzo) gratuitamente , mentre un sito web (www.medici.tv) li propone in diretta; la “prima” (la rara “Zaide” di Mozart) è stata seguita da 100.000 spettatori in 108 Paesi. Se si tiene conto anche delle attività dell’Académie Européene de Musique (una fondazione per le giovani voci europee), la durata complessiva del festival di teatro in musica è due mesi in cui sono presenti a Aix 800 artisti di 41 Paesi. Accanto al festival lirico, si svolge un festiva di musica barocca provenzale ed uno di operette francesi, nonché spettacolo “off” e “back” di cabaret e prosa in vari luoghi. Appena cala il sipario sulla lirica (e sul barocco e l’operetta) iniziano festival (meno noti su piano internazionale) di danza e di jazz.
Il musicologo Giancarlo Landini descrive il Festival lirico, con la “F” maiuscola, come l’apice della mondanità “décontractée-chic” dell’estate europea. All’inaugurazione, oltre all’onnipresente Giscard d’Estaing, i Ministri francesi della Cultura e dell’Istruzioni, ed una mezza dozzina di sottosegretari, nonché esponenti del mondo politico della Germania, della Gran Bretagna e del Benelux (il direttore generale Bernard Foccroule è belga). Oltre all’intellighentsia sparsa che gira da festival a festival (dopo Aix, Glyndebourne e Bayreuth per finire l’estate a Salisburgo), molti gli amministratori delegati di grandi imprese (Hscc, Sacem, Kmpg, Cic-Lyonnaise de Banque, Lvmh, Lagardère con in prima fila i due partner per eccellenza, Vivendi e Deutsche Bank). E gli italiani? Bruno Visentini era un “habutué”; da allora rari i politici e gli unici giornalisti presenti sono critici musicali.
Nella giornata si passeggia per Aix anche in pantaloni corti. I luoghi preferiti per gli incontri a lunch sono “Les Deux Garçons” (immortalato dagli amori di Jean Cocteau e Jean Marais) e “Le carillon” (reso celebre dagli aperitivi di Jacques Attali) a cui si è aggiunto, di recente, “Le Passage”. Lì si incrocia “L’Europa-che-conta”. La sera, nei teatri, accanto a signori in smoking e signore in abito lungo, ci sono i blue-jeans e le T-shirts firmate. Dopo spettacolo, si cena a “La Bastide du Cours” (il cuoco non è dei migliori) o nella terrazza Grand Théâtre de Provence. Si intrecciano conversazioni su musica, politica ed affari.
Non è soltanto questa atmosfera ad attirare “l’Europa-che-può”. Il festival (il bilancio preventivo per il 2008 è 19,1 milioni d’euro) è finanziato in gran misura da privati – i contributi pubblici coprono meno di un terzo dei costi, quelli ministeriali circa il 15% del totale; la biglietteria un altro 23%, le coproduzioni, le tournée ed i diritti radio-televisivi un buon 18%, il Casino d’Aix il 9%. Gli sponsor (3,2 milioni di euro- ossia il 16% del budget) sono grandi e piccoli (esiste anche un’Associazione di amici americani del festival); tra tutti, troneggiano i due partner ufficiali – la società franco-americana dei media e della tecnologia Vivendi e la Deutsche Bank. I partner privati hanno, quindi, interesse a ché la qualità sia alta ed il pubblico di livello.
Da alcuni anni, i Berliner Philarmoniker , guidati da Sir Simon Rattle, sono l’orchestra “residente”; a mezzadria con il Festival di Salisburgo stanno mettendo in scena la tetralogia wagneriana de “L’Anello del Nibelungo” (questo è l’anno di “Sigfrido”) – ciascuna opera debutta in Provenza ed alcuni mesi più tardi approda in Austria. Anche per le altre opere in programma Aix è la prima tappa di lunghi itinerari la prossima stagione – la discussa, e discutibile, mozartiana “Zaide” andrà al Lincoln Center di New York ed al Barbican Center di Londra, la novità assoluta “Passion” di Pascal Dusapin a Strasburgo, Lussemburgo, Brema, Parigi, Rouen e forse Roma; il nuovo allestimento di “Così fan tutte” a Londra; “L’Infedeltà Delusa” di Haydn in un vasto circuito francese; e “Belshazzar” di Händel a Berlino. Ciò consente a chi frequenta Aix di dire “lo ha già visto al Festival”, se e quando in varie città europee, nella stagione 2008-2009, si parla di spettacoli che hanno debuttato nella capitale provenzale.
KIAROSTAMI E FRIGENI NOBILITANO L'AMORE E OMAGGIANO I LIBRETTISTI , Milano Finanza fdell'11 luglio
Tra gli spettacoli che debuttano a Aix due sono di particolar rilievo: trattano - - a circa 210 anni di distanza – di temi analoghi e sono già programmati per lunghe tournée – il nuovo allestimento del mozartiano “Così fan tutte” (a cura del regista iraniano Abbas Kiarostami, pluripremiato negli ultimi vent’anni per i suoi film) e “Passion”, ultima opera di Pascal Dusapin, il compositore francese contemporaneo più rappresentato in Patria ed all’estero. “Così” (ad Aix sino al 19 luglio) è co-prodotta dai teatri d’Atene e di Lussemburgo (dove andrà in autunno) e dall’English National Opera di Londra (dove entra in repertorio -6-10 repliche l’anno almeno per un lustro). “Passion” (ad Aix sino al 10 luglio) inizia, in settembre, una tournée che, nel 2008-2009, la porta a Strasburgo, Rouen, Parigi, Vienna, Lussemburgo, New York e forse Roma; si parla già di estenderla a Berlino e varie città tedesche e della possibilità di inserirla, nel 2009-2010, in un circuito regionale italiano. Ambedue i lavori trattano di rapporti di coppia (e delle finzioni ad essi relativi).
La scorsa stagione si sono visti, in Italia, una dozzina di allestimenti di “Così” (tre dei quali recensiti in queste pagine). Non è, quindi, necessario riassumere l’intreccio, basato su complessi giochi di coppia. Soffermiamoci sulla regia di Kiarostami: fedelissima al libretto (scene e costumi, di Chloe Obolenski, replicano minuziosamente l’Europa del 1790), immerge la vicenda in un Mediterraneo solare (il mare è quasi sempre presente grazie a proiezioni) e le toglie la patina cinica di molte letture tradizionali. I quattro giovani protagonisti restano con la bocca amara quando comprendono i giochi dell’infedeltà ma paiono concludere serenamente che “questo è il mondo” ed occorre adattarvisi senza troppe illusioni. Christophe Rousset, alla guida della Camerata Salzburg, fornisce una direzione musicale puntuale. Di buon livello i sei giovani protagonisti; merita un encomio particolare il tenore Pavol Breslik chiamato a sostituire, all’ultimo momento, un collega ammalato. Altra notazione: nessuno dei cantanti-attori è italiano, ma la dizione è ottima e non si perde una sola battuta.
In “Passion, la coppia è una sola. In questa versione moderna del mito di Orfeo e Euridice (due personaggi, un piccolo coro di tre voci femminili e tre maschili (“gli altri”), un organico orchestrale di pochi elementi integrato con live electronics ed elettroacustica), Lui vuole riportare Lei in vita ed iniziare una nuova vicenda d’amore ma Lei decide di restare “laggiù”. Il testo è in italiano: frammenti da Badoaro e Busenello e Striggio (i librettisti di Monteverdi), oltre che di Dante e di Tasso. Anche la regia e scene sono affidate ad un italiano: Giuseppe Frigeni. Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura di estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando”, il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia abituate sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). Ottimi i due protagonisti: Barbaba Hannigan e Georg Nil. La lunga tournée dirà se il lavoro, fortemente innovativo, è per un pubblico da festival o piace anche coloro che vanno al teatro in musica per riflettere ma anche per divertirsi.
La scorsa stagione si sono visti, in Italia, una dozzina di allestimenti di “Così” (tre dei quali recensiti in queste pagine). Non è, quindi, necessario riassumere l’intreccio, basato su complessi giochi di coppia. Soffermiamoci sulla regia di Kiarostami: fedelissima al libretto (scene e costumi, di Chloe Obolenski, replicano minuziosamente l’Europa del 1790), immerge la vicenda in un Mediterraneo solare (il mare è quasi sempre presente grazie a proiezioni) e le toglie la patina cinica di molte letture tradizionali. I quattro giovani protagonisti restano con la bocca amara quando comprendono i giochi dell’infedeltà ma paiono concludere serenamente che “questo è il mondo” ed occorre adattarvisi senza troppe illusioni. Christophe Rousset, alla guida della Camerata Salzburg, fornisce una direzione musicale puntuale. Di buon livello i sei giovani protagonisti; merita un encomio particolare il tenore Pavol Breslik chiamato a sostituire, all’ultimo momento, un collega ammalato. Altra notazione: nessuno dei cantanti-attori è italiano, ma la dizione è ottima e non si perde una sola battuta.
In “Passion, la coppia è una sola. In questa versione moderna del mito di Orfeo e Euridice (due personaggi, un piccolo coro di tre voci femminili e tre maschili (“gli altri”), un organico orchestrale di pochi elementi integrato con live electronics ed elettroacustica), Lui vuole riportare Lei in vita ed iniziare una nuova vicenda d’amore ma Lei decide di restare “laggiù”. Il testo è in italiano: frammenti da Badoaro e Busenello e Striggio (i librettisti di Monteverdi), oltre che di Dante e di Tasso. Anche la regia e scene sono affidate ad un italiano: Giuseppe Frigeni. Novanta minuti, senza intervallo, ma con due intermezzi per orchestra e movimenti mimici. Una partitura di estrema eleganza; la live electronics e l’elettroacustica si fondono su una struttura madrigalistica dove prevalgono il “recitar cantando”, il declamato ed i virtuosismi dei solisti, ma non mancano gli abbandoni lirici. Richiede orecchia abituate sia alla contemporaneità più avanzata sia all’inizio del teatro in musica (quattro secoli fa). Ottimi i due protagonisti: Barbaba Hannigan e Georg Nil. La lunga tournée dirà se il lavoro, fortemente innovativo, è per un pubblico da festival o piace anche coloro che vanno al teatro in musica per riflettere ma anche per divertirsi.
SIEGFRIED RISCATTA AIX EN PROVENCE CON RITMI INTENSI E BRAVI CANTANTI, Milano Finanza del 4 luglio
Il Festival di Aix -en -Provence (che si estende sino a fine luglio ma i cui lavori sono prenotati per i prossimi due anni nei maggiori teatri europei ed americani) è iniziato male – una mozartiana “Zaide”, opera mediocre ed incompiuta (mai rappresentata con l’autore in vita), aggravata da una regia cervellotica e violenta di Peter Sellars e da un cast mal assortito. Agli applausi di cortesia del pubblico, hanno corrisposto recensioni al vetriolo.
Si è, però, ripreso subito con uno strepitoso “Siegfried”, terza opera della tetralogia wagneriana che Aix (dove si può vedere sino al 7 luglio) co-produce con il Festival di Salisburgo (dove arriverà tra alcuni mesi), giovandosi dell’apporto dei Berliner Philamoniker guidati da Simon Rattle e della regia, scene e costumi di Stéphane Braunschweig (chiamato ad inaugurare la Scala con il verdiano “Don Carlo”). Oltre cinque ore di spettacolo sono state seguite da circa 20 minuti di ovazioni da stadio.
“Siegfried” è un adolescente innocente, che non conosce paura. Forgia la spada invincibile che appartenne a suo padre. Uccide il drago Fafner e si impossessa dell’anello che dà il potere assoluto sul mondo. Avvisato da un uccello che il nano Mine vuole avvelenarlo per impossessarsi dell’anello, ne fa polpette. Spezza anche la lancia del Re degli Dei Wotan per poter varcare una cortina di fuoco, dietro la quale scopre la vergine Brunilde. Alla vista, per la prima volta, di una donna, viene attanagliato del terrore, sino a quando, in un duetto travolgente di 45 minuti, decidono di darsi l’uno all’altra.
Nel ruolo del protagonista, debutta, a 54 anni, il canadese Ben Heppner, il quale conferma di essere uno dei migliori tenori eroici su piazza e dimostra di essere un attore di razza. Vestito da ragazzone in camicia a scacchi, assomiglia più ad un bamboccione che ad un adolescenze, ma supera bene un ruolo che lo vede in scena per oltre tre ore e mezza; a volte, l’orchestra lo copre ed al termine del duetto finale è stremato dalla fatica. Katerina Dalayman è una Brunilde di fuoco; arriva fresca al duetto finale (entra in scena solo alle fine dell’opera) e canta come una forza della natura (sovrastando i Berliner). William White è un Wotan dolente che ormai brama il crepuscolo degli Dei, della cui imminenza lo avverte Anna Larsson (Erda, la madre terra). Una vera e propria scoperta Burkhard Urlich nel ruolo di Mine.
Naturalmente la bacchetta di Sir Simon Rattle dà un’impostazione sinfonica al lavoro, accelera i tempi per accentuare il ritmo, esaltare i momenti timbrici, fare respirare l’atmosfera della foresta; i fiati e gli strumenti a corda hanno un risalto analogo a quello che diede loro Georg Solti in una celebre edizione in studio degli Anni 60.
Veniamo, infine, alla regia. Braunschweig trasporta “Siegfried” in un’epoca imprecisata, simile all’attuale. Il protagonista sembra uno studente americano. Brunilde indossa un’elegante camicia bianca che invita nell’enorme letto che domina la scena finale. Wotan è avvolto in un lungo impermeabile, Mine assomiglia ad un artigiano e suo fratello Alberich ad un esattore. Una scena unica (tre immense pareti grigie) che, con un minimo di proiezioni e di attrezzeria astratta, rendono tutti gli effetti speciali (il viaggio nella foresta, la battaglia con il drago, la discesa al ventre della terra per interrogare Erda, il muro di fuoco a difesa della verginità di Brunilde). Un “teatro di regia” intelligente ed efficace.
Si è, però, ripreso subito con uno strepitoso “Siegfried”, terza opera della tetralogia wagneriana che Aix (dove si può vedere sino al 7 luglio) co-produce con il Festival di Salisburgo (dove arriverà tra alcuni mesi), giovandosi dell’apporto dei Berliner Philamoniker guidati da Simon Rattle e della regia, scene e costumi di Stéphane Braunschweig (chiamato ad inaugurare la Scala con il verdiano “Don Carlo”). Oltre cinque ore di spettacolo sono state seguite da circa 20 minuti di ovazioni da stadio.
“Siegfried” è un adolescente innocente, che non conosce paura. Forgia la spada invincibile che appartenne a suo padre. Uccide il drago Fafner e si impossessa dell’anello che dà il potere assoluto sul mondo. Avvisato da un uccello che il nano Mine vuole avvelenarlo per impossessarsi dell’anello, ne fa polpette. Spezza anche la lancia del Re degli Dei Wotan per poter varcare una cortina di fuoco, dietro la quale scopre la vergine Brunilde. Alla vista, per la prima volta, di una donna, viene attanagliato del terrore, sino a quando, in un duetto travolgente di 45 minuti, decidono di darsi l’uno all’altra.
Nel ruolo del protagonista, debutta, a 54 anni, il canadese Ben Heppner, il quale conferma di essere uno dei migliori tenori eroici su piazza e dimostra di essere un attore di razza. Vestito da ragazzone in camicia a scacchi, assomiglia più ad un bamboccione che ad un adolescenze, ma supera bene un ruolo che lo vede in scena per oltre tre ore e mezza; a volte, l’orchestra lo copre ed al termine del duetto finale è stremato dalla fatica. Katerina Dalayman è una Brunilde di fuoco; arriva fresca al duetto finale (entra in scena solo alle fine dell’opera) e canta come una forza della natura (sovrastando i Berliner). William White è un Wotan dolente che ormai brama il crepuscolo degli Dei, della cui imminenza lo avverte Anna Larsson (Erda, la madre terra). Una vera e propria scoperta Burkhard Urlich nel ruolo di Mine.
Naturalmente la bacchetta di Sir Simon Rattle dà un’impostazione sinfonica al lavoro, accelera i tempi per accentuare il ritmo, esaltare i momenti timbrici, fare respirare l’atmosfera della foresta; i fiati e gli strumenti a corda hanno un risalto analogo a quello che diede loro Georg Solti in una celebre edizione in studio degli Anni 60.
Veniamo, infine, alla regia. Braunschweig trasporta “Siegfried” in un’epoca imprecisata, simile all’attuale. Il protagonista sembra uno studente americano. Brunilde indossa un’elegante camicia bianca che invita nell’enorme letto che domina la scena finale. Wotan è avvolto in un lungo impermeabile, Mine assomiglia ad un artigiano e suo fratello Alberich ad un esattore. Una scena unica (tre immense pareti grigie) che, con un minimo di proiezioni e di attrezzeria astratta, rendono tutti gli effetti speciali (il viaggio nella foresta, la battaglia con il drago, la discesa al ventre della terra per interrogare Erda, il muro di fuoco a difesa della verginità di Brunilde). Un “teatro di regia” intelligente ed efficace.
domenica 13 luglio 2008
IL G8 SI CONCENTRI SU UN TEMA PER VOLTA O E’ TEMPO BUTTATO VIA, Libero 12 luglio
Il G8 del 2008 è terminato con molte parole, numerose promesse ma pochi fatti concreti in materia tanto d’ambiente quanto d’energia quanto di fame del mondo (uno degli impegni principali assunti al G8 di Genova nel 2001 e ribadito in quello di Gleneagles nel 2005). Il vostro “chroniqueur” segue i vari G (dei “grandi”) sin da quello nel Castello di Rambouillet nel novembre 1975. E’ , quindi, naturale che si chieda, come fanno molti altri, perché la macchina pare non funzionare e cosa può fare il Governo italiano (responsabile dell’organizzazione della prossima tornata) per oliarla meglio ed ottenere qualche risultato in più.
Occorre partire da una constatazione: dal 1975 ad oggi, si è passati da mercati nazionali o regionali abbastanza “chiusi” ad un mercato internazionale in via di progressiva integrazione a ragione della rivoluzione tecnologica ( quella della tecnologia dell’informazione e della comunicazione) che ha in gran misura azzerato le distanze di spazio e di tempo. Resta ancora molto da fare: si legga l’eccellente raccolta di saggi “Il Doha Round ed il Wto” curata da Paolo Guerrieri e Luca Salvatici ed appena uscita per i tipi de Il Mulino, per rendersi conto di quanta strada si deve percorrere nel solo comparto del commercio di beni e servizi. Tuttavia, i mercati finanziari sono, in gran misura, integrati; emergono nuovi protagonisti come i fondi sovrani; la politica monetaria di Paesi asiatici (in primo luogo la Cina) incide sempre di più sugli andamenti globali, la crescita rapidissima di aree del mondo (considerate nel 1975 ai margini del sottosviluppo) incide in modo significativo sulla domanda mondiale e sui prezzi. In breve mentre nel 1975, il club dei Sei (tanto erano allora) si riuniva al caminetto per affrontare un numero limitato di problemi in cui i Governi avevano un certo margine di controllo, adesso gli 8 tentano, alla ben meglio, di avere un impatto (positivo) su fenomeni in cui miriadi di agenti economici sparsi per il mondo (alcuni dei quali collegati in varie forme di oligopolio collusivo) hanno più voce in capitolo di loro. In breve, visti con il cannocchiale sembrano dei malcapitati alle prese con fatiche di Ercole senza avere i muscoli del Semi-Dio greco. Si risolverebbe il problema ampliando il club da 8 a 12 con l’ingresso dei “emergenti” oggi trattati come al Cosmos Club ci si comporta con i “gentlemen from overseas”?. Il numero dei malcapitati aumenterebbe ma il risultato resterebbe tale e quale.
Quali suggerimenti offrire a chi si appresta a predisporre la nuova puntata? In primo luogo, ha ben fatto il Governo italiano ad apporsi all’ampliamento del Gruppo. In secondo luogo, non si può mostrare la porta (invitando ad uscire) a chi è stato appena ammesso e restringere il club, ma si può e si deve operare su un ordine del giorno ridotto e tale da non duplicare ciò che è fatto, o si tenta di fare, in altre sedi. Ad esempio, i temi ambientali hanno sedi a loro specifiche (anche se è lecito nutrire, al pare del maggiore economista italiano specializzato in materia, Emilio Gerelli, dubbi su alcuni degli assunti di base in materia di effetti delle emissioni di CO2 sul clima); le “global imbalances” vengono trattate al Fondo Monetario, all’Ocse, all’International Stability Forum; e via discorrendo. Al G8 questi argomenti vengono ridotti a sunti tipo Bignami accompagnati da cori mediatici che tendono più a confondere che a portare a misure concrete.
In secondo luogo, quindi, varrebbe la pena di tentare di affrontare, bene, un tema solo. Il Governo italiano abbia il coraggio di farlo e di riprendere quello che lanciò al G8 di Genova: la fame nel mondo. Si dirà che se ne occupano già le tre organizzazioni multilaterali agroalimentari con base a Roma (FAO; IFAD, PAM): In effetti, è noto, anzi notorio che (soprattutto la prima) non se occupano affatto bene e che, anche volessero farlo, non hanno gli strumenti con cui operare.
In terzo luogo, il tema è drammatico ed unificante (d’ altri argomenti). A dare un’idea del dramma, si pensi che i prezzi del granturco, del grano e del riso sono aumentati rispettivamente del 70%, del 55% e del 160% negli ultimi 12 mesi; ai 41 Paesi più poveri tali aumenti costano tra il 3 ed 10% del pil annuale. Non si tratta soltanto di onorare la promessa del G8 del 2005 di aumentare di 50 miliardi di dollari gli aiuti pubblici allo sviluppo dei Paesi più poveri, ma anche e soprattutto di modificare le nostre politiche interne e di dare impulso alla liberalizzazione dei commerci – come ben documentato da Guerrieri e Salvatici. L’incremento del prezzo del granturco deriva in gran misura dalla politica americana a supporto dell’etanolo. Il protezionismo agricolo dei Paesi industrializzati (Ue, sopratutto) ha distrutto, a spese dei contribuenti dei Paesi ad alto reddito (specialmente di quelli europei) il potenziale produttivo alimentare di molti Paesi in via di sviluppo. Una trentina di questi ultimo scimmiottano gli europei, mettendosi nei guai con le loro stesse mani.
Cominciando a lavorare su queste linee, l’Italia potrebbe ospitare un G8 più costruttivo di quelli che lo hanno preceduto. Date le alternative, perché non tentare?
Occorre partire da una constatazione: dal 1975 ad oggi, si è passati da mercati nazionali o regionali abbastanza “chiusi” ad un mercato internazionale in via di progressiva integrazione a ragione della rivoluzione tecnologica ( quella della tecnologia dell’informazione e della comunicazione) che ha in gran misura azzerato le distanze di spazio e di tempo. Resta ancora molto da fare: si legga l’eccellente raccolta di saggi “Il Doha Round ed il Wto” curata da Paolo Guerrieri e Luca Salvatici ed appena uscita per i tipi de Il Mulino, per rendersi conto di quanta strada si deve percorrere nel solo comparto del commercio di beni e servizi. Tuttavia, i mercati finanziari sono, in gran misura, integrati; emergono nuovi protagonisti come i fondi sovrani; la politica monetaria di Paesi asiatici (in primo luogo la Cina) incide sempre di più sugli andamenti globali, la crescita rapidissima di aree del mondo (considerate nel 1975 ai margini del sottosviluppo) incide in modo significativo sulla domanda mondiale e sui prezzi. In breve mentre nel 1975, il club dei Sei (tanto erano allora) si riuniva al caminetto per affrontare un numero limitato di problemi in cui i Governi avevano un certo margine di controllo, adesso gli 8 tentano, alla ben meglio, di avere un impatto (positivo) su fenomeni in cui miriadi di agenti economici sparsi per il mondo (alcuni dei quali collegati in varie forme di oligopolio collusivo) hanno più voce in capitolo di loro. In breve, visti con il cannocchiale sembrano dei malcapitati alle prese con fatiche di Ercole senza avere i muscoli del Semi-Dio greco. Si risolverebbe il problema ampliando il club da 8 a 12 con l’ingresso dei “emergenti” oggi trattati come al Cosmos Club ci si comporta con i “gentlemen from overseas”?. Il numero dei malcapitati aumenterebbe ma il risultato resterebbe tale e quale.
Quali suggerimenti offrire a chi si appresta a predisporre la nuova puntata? In primo luogo, ha ben fatto il Governo italiano ad apporsi all’ampliamento del Gruppo. In secondo luogo, non si può mostrare la porta (invitando ad uscire) a chi è stato appena ammesso e restringere il club, ma si può e si deve operare su un ordine del giorno ridotto e tale da non duplicare ciò che è fatto, o si tenta di fare, in altre sedi. Ad esempio, i temi ambientali hanno sedi a loro specifiche (anche se è lecito nutrire, al pare del maggiore economista italiano specializzato in materia, Emilio Gerelli, dubbi su alcuni degli assunti di base in materia di effetti delle emissioni di CO2 sul clima); le “global imbalances” vengono trattate al Fondo Monetario, all’Ocse, all’International Stability Forum; e via discorrendo. Al G8 questi argomenti vengono ridotti a sunti tipo Bignami accompagnati da cori mediatici che tendono più a confondere che a portare a misure concrete.
In secondo luogo, quindi, varrebbe la pena di tentare di affrontare, bene, un tema solo. Il Governo italiano abbia il coraggio di farlo e di riprendere quello che lanciò al G8 di Genova: la fame nel mondo. Si dirà che se ne occupano già le tre organizzazioni multilaterali agroalimentari con base a Roma (FAO; IFAD, PAM): In effetti, è noto, anzi notorio che (soprattutto la prima) non se occupano affatto bene e che, anche volessero farlo, non hanno gli strumenti con cui operare.
In terzo luogo, il tema è drammatico ed unificante (d’ altri argomenti). A dare un’idea del dramma, si pensi che i prezzi del granturco, del grano e del riso sono aumentati rispettivamente del 70%, del 55% e del 160% negli ultimi 12 mesi; ai 41 Paesi più poveri tali aumenti costano tra il 3 ed 10% del pil annuale. Non si tratta soltanto di onorare la promessa del G8 del 2005 di aumentare di 50 miliardi di dollari gli aiuti pubblici allo sviluppo dei Paesi più poveri, ma anche e soprattutto di modificare le nostre politiche interne e di dare impulso alla liberalizzazione dei commerci – come ben documentato da Guerrieri e Salvatici. L’incremento del prezzo del granturco deriva in gran misura dalla politica americana a supporto dell’etanolo. Il protezionismo agricolo dei Paesi industrializzati (Ue, sopratutto) ha distrutto, a spese dei contribuenti dei Paesi ad alto reddito (specialmente di quelli europei) il potenziale produttivo alimentare di molti Paesi in via di sviluppo. Una trentina di questi ultimo scimmiottano gli europei, mettendosi nei guai con le loro stesse mani.
Cominciando a lavorare su queste linee, l’Italia potrebbe ospitare un G8 più costruttivo di quelli che lo hanno preceduto. Date le alternative, perché non tentare?
giovedì 10 luglio 2008
MUNICIPALIZZATE. RICORDIAMOCI DI MONTEMARTINI , Il Tempo 10 luglio 2008
Se avessero avuto il tempo, il Sindaco Gianni Alemanno ed alcuni Assessori, in primo luogo quello alla mobilità Sergio Marchi, avrebbero trovato utile essere presenti all’incontro che ogni anno “le cercle des économistes” tiene a Aix-en-Provence . Il “cercle” è uno dei club più esclusivi al mondo: non può avere più di 30 soci; si è accettati unicamente se il 75% degli iscritti vota, a scrutinio segreto, le proposta di ammissione. Raccoglie il fior fiore degli economisti francesi, il cui pensiero è poco conosciuto in Italia (molto meno di quello degli economisti anglosassoni), nonostante il nostro Paese e la vicina Francia abbiano molte caratteristiche simili, quali “il capitalismo municipale”. I “rencontres économiques” (l’unica occasione in cui ai dibattiti del “cercle” partecipano invitati) relativi, questo luglio, alle “nouvelles frontères des entreprises” trattano molto delle municipalizzate (specialmente nei trasporti).
I dati salienti per l’Italia sono i seguenti: numero di aziende, 369. contributo al pil nazionale dall’l’1% al 6% (a seconda della ragione); addett, 200.000 unità. In Francia le dimensioni sono analoghe. Tuttavia, Oltralpe non si è prodotto (nel settore) un calo degli investimenti in rapporto al fatturato dal 20% al 15% tra il 2001 ed il 2007. In Francia, inoltre, non ci sono le persistenti nonché e differenze costi del personale e della redditività fra le varia macro-aree (Sud,Centro e Nord) che , secondo analisi recenti della Fondazione Eni Enrico Mattei e dell’Università La Sapienza, caratterizzano l’Italia. La capitale, Parigi, soprattutto non è stata lasciata senza un euro in cassa da chi la ha amministrata sino a pochi mesi fa. Infine, i nuclei francesi a basso reddito erogano per acqua, elettricità e riscaldamento lo 0,075% della spesa familiare – un po’ più dello 0,059% di quelle italiane nella stessa fascia sociale.
Più importante di un raffronto con i cugini d’Oltralpe è interessante notare come nel dibattito sia stato più di una volta pronunciato il nome di Giovanni Montemartini. Chi era costui? A Roma gli è stato dedicato un museo sulla via Ostiense ma il suo libro principale (ancora oggetto di studio, in traduzione, in università straniere) non è ristampato da decenni. A lungo dirigente statale, Montemartini fu, in età giolittiana, Assessore di quella Giunta Nathan che risanò e sviluppò la città. Non era un teorico ed il suo libro (un testo di politica economica sulle municipalizzate) sistematizzava il frutto della sua esperienza operativa ed indicava strade (in termini di qualità del servizio, livelli delle tariffe, monitoraggio, bilanci) ancora attuali. Se lo si studia all’estero e lo si cita in convegni internazionali, perché non ce ne ricordiamo ora che a Roma (e non solo) occorre riformare il “capitalismo municipale”? Vi troveremmo preziosi consigli su come aggregare imprese e sulla gestione finanziaria.
I dati salienti per l’Italia sono i seguenti: numero di aziende, 369. contributo al pil nazionale dall’l’1% al 6% (a seconda della ragione); addett, 200.000 unità. In Francia le dimensioni sono analoghe. Tuttavia, Oltralpe non si è prodotto (nel settore) un calo degli investimenti in rapporto al fatturato dal 20% al 15% tra il 2001 ed il 2007. In Francia, inoltre, non ci sono le persistenti nonché e differenze costi del personale e della redditività fra le varia macro-aree (Sud,Centro e Nord) che , secondo analisi recenti della Fondazione Eni Enrico Mattei e dell’Università La Sapienza, caratterizzano l’Italia. La capitale, Parigi, soprattutto non è stata lasciata senza un euro in cassa da chi la ha amministrata sino a pochi mesi fa. Infine, i nuclei francesi a basso reddito erogano per acqua, elettricità e riscaldamento lo 0,075% della spesa familiare – un po’ più dello 0,059% di quelle italiane nella stessa fascia sociale.
Più importante di un raffronto con i cugini d’Oltralpe è interessante notare come nel dibattito sia stato più di una volta pronunciato il nome di Giovanni Montemartini. Chi era costui? A Roma gli è stato dedicato un museo sulla via Ostiense ma il suo libro principale (ancora oggetto di studio, in traduzione, in università straniere) non è ristampato da decenni. A lungo dirigente statale, Montemartini fu, in età giolittiana, Assessore di quella Giunta Nathan che risanò e sviluppò la città. Non era un teorico ed il suo libro (un testo di politica economica sulle municipalizzate) sistematizzava il frutto della sua esperienza operativa ed indicava strade (in termini di qualità del servizio, livelli delle tariffe, monitoraggio, bilanci) ancora attuali. Se lo si studia all’estero e lo si cita in convegni internazionali, perché non ce ne ricordiamo ora che a Roma (e non solo) occorre riformare il “capitalismo municipale”? Vi troveremmo preziosi consigli su come aggregare imprese e sulla gestione finanziaria.
martedì 8 luglio 2008
NON SARA’ UNA NEWCO A SALVARE ALITALIA, L'Occidentale 8 luglio
Vengono da dentro e da fuori gli ultimi colpi all’Alitalia. Dall’interno, le indiscrezioni sul programma di riassetto a cui stanno lavorando, per conto del Governo, Bruno Ermolli e, nella veste di advisor, il gruppo San Paolo Intesa, indicano che il salvataggio verrà effettuato secondo lo schema classico della creazione di una “Newco” (nuova compagnia) con le attività (o assets) dell’attuale Alitalia (e, ove fattibile, quelle di AirOne e di Meridiana) che promettono di ritornare (un giorno) in utile e la costituzione di una “Badco” (o “cattiva impresa”) dove collocare l’inutilizzabile (di flotta, impianti e persone) e tentare di venderlo (a chi se lo prende) o di mettere la società in liquidazione. E’ filtrata la cifra di 5.000 esuberi (secondo altre voci raggiungerebbero 10.000). Ciò ha causato un’immediata levata di scudi da parte del variegato mondo di sigle sindacali che, per numeri molto inferiori avevano, bloccato la potenziale intesa con AirFrance-Klm.
Dall’esterno, è la situazione generale del trasporto aereo a rendere ancora più difficile (ove mai ce ne fosse il bisogno) il salvataggio del vettore italiano. Proprio AirFrance-Klm ha annunciato che a ragione degli aumenti del costo del combustibile e dell’andamento dell’economia internazionale (le ultime previsioni per il 2009 indicano una crescita del pil appena dell’1,5% tanto per l’Europa quanto per il Nord America), ridurrà drasticamente i voli (ed accantonerà eventuali programmi di espansione): un annuncio preciso con la quantizzazione della riduzione dei voli per rotta verrà fatto all’inizio di settembre. Si situa in ogni caso in un quadro in cui, negli Usa, la Continental Airline ha già comunicato una riduzione dell’11% della propria offerta complessiva, American Airline un ribasso del 12% del traffico passeggeri e United Airlines atterra 100 velivoli; in Europa, la SAS ha già avvertito che ridurrà del 5% la propria flotta e l’Iberia che ritirerà i MacDonnel senza sosituirli; in Asia Thai Airlines ha annullato i voli diretti su New York e ridotto del 30% quelli su Los Angeles e la Qantas ha mandato in pensione il 5% dei propri aerei. Uno scenario complessivo in cui non è facile vedere come far volare l’ipotizzata “Newco”.
Le modalità di creazione della “Newco” , inoltre, suscitano perplessità: cosa può portare di buono, nel lungo termine, una fusione di ciò-che-resta di Alitalia con AirOne (che i dati resi pubblici rivelano indebitati tanto quanto la malconcia Az) e la minuscola Meridiana? Non sarebbe meglio – come propone correttamente l’Istituto Bruno Leoni – vendere all’asta l’insieme dei “pezzi buoni” di quella che un tempo fu la compagnia di bandiera? Un’asta vera – ben inteso- non un pasticciato “beauty contest” quale quello varato (senza esito, ma perdendo tempo ed aggravando la situazione) dal Governo Prodi? E’ una domanda che non si pone tanto l’opposizione, pronta a dare battaglia se la strategia del Governo per il salvataggio di Alitalia farà cilecca, quanto quelle parti della maggioranza più vicine a posizioni liberiste.
In questo quadro non certo positivo, appare un barlume: la Lufthansa sta cavalcando la crisi del trasporto aereo aumentando la propria offerta ai clienti di lusso (già oggi la prima classe ed la business) rappresentano il 52% della sua cifra d’affari. Ha incentivato alleanza in questo campo e creato una sua propria filiale Lufthansa Private Jet (Lpj) per i voli aziendali. Se torniamo, con i ricordi, ai tempi del “beauty contest”, era proprio questo quanto Aeroflot avrebbe voluto fare con Alitalia. Non si combinò nulla poiché un programma del genere avrebbe causato esuberi ben maggiori di quelli dell’accordo con AirFrance-Klm. Oggi, probabilmente l’alternativa è o un’intesa con un partner robusto (con forte ridimensionamento) o il fallimento. Ma Lufthansa – lo sappiamo – non vuole in alcun caso AirOne tra i piedi.
Dall’esterno, è la situazione generale del trasporto aereo a rendere ancora più difficile (ove mai ce ne fosse il bisogno) il salvataggio del vettore italiano. Proprio AirFrance-Klm ha annunciato che a ragione degli aumenti del costo del combustibile e dell’andamento dell’economia internazionale (le ultime previsioni per il 2009 indicano una crescita del pil appena dell’1,5% tanto per l’Europa quanto per il Nord America), ridurrà drasticamente i voli (ed accantonerà eventuali programmi di espansione): un annuncio preciso con la quantizzazione della riduzione dei voli per rotta verrà fatto all’inizio di settembre. Si situa in ogni caso in un quadro in cui, negli Usa, la Continental Airline ha già comunicato una riduzione dell’11% della propria offerta complessiva, American Airline un ribasso del 12% del traffico passeggeri e United Airlines atterra 100 velivoli; in Europa, la SAS ha già avvertito che ridurrà del 5% la propria flotta e l’Iberia che ritirerà i MacDonnel senza sosituirli; in Asia Thai Airlines ha annullato i voli diretti su New York e ridotto del 30% quelli su Los Angeles e la Qantas ha mandato in pensione il 5% dei propri aerei. Uno scenario complessivo in cui non è facile vedere come far volare l’ipotizzata “Newco”.
Le modalità di creazione della “Newco” , inoltre, suscitano perplessità: cosa può portare di buono, nel lungo termine, una fusione di ciò-che-resta di Alitalia con AirOne (che i dati resi pubblici rivelano indebitati tanto quanto la malconcia Az) e la minuscola Meridiana? Non sarebbe meglio – come propone correttamente l’Istituto Bruno Leoni – vendere all’asta l’insieme dei “pezzi buoni” di quella che un tempo fu la compagnia di bandiera? Un’asta vera – ben inteso- non un pasticciato “beauty contest” quale quello varato (senza esito, ma perdendo tempo ed aggravando la situazione) dal Governo Prodi? E’ una domanda che non si pone tanto l’opposizione, pronta a dare battaglia se la strategia del Governo per il salvataggio di Alitalia farà cilecca, quanto quelle parti della maggioranza più vicine a posizioni liberiste.
In questo quadro non certo positivo, appare un barlume: la Lufthansa sta cavalcando la crisi del trasporto aereo aumentando la propria offerta ai clienti di lusso (già oggi la prima classe ed la business) rappresentano il 52% della sua cifra d’affari. Ha incentivato alleanza in questo campo e creato una sua propria filiale Lufthansa Private Jet (Lpj) per i voli aziendali. Se torniamo, con i ricordi, ai tempi del “beauty contest”, era proprio questo quanto Aeroflot avrebbe voluto fare con Alitalia. Non si combinò nulla poiché un programma del genere avrebbe causato esuberi ben maggiori di quelli dell’accordo con AirFrance-Klm. Oggi, probabilmente l’alternativa è o un’intesa con un partner robusto (con forte ridimensionamento) o il fallimento. Ma Lufthansa – lo sappiamo – non vuole in alcun caso AirOne tra i piedi.
NELLA FREDDA ESTATE DI BORSA SI SCALDA IL COMPARTO HIGH TECH Libero 8 luglio
Giuseppe Pennisi
La sera del 4 luglio, bevendo champagne nell’intervallo della “prima” della mozartiana “Così Fan Tutte” a Aix-en-Provence, il Presidente della Banca centrale europea (Bce) Jean-Claude Trichet faceva intendere, in toni rassicuranti, che l’aumento del tasso d’interesse di riferimento nell’area dell’euro (deliberato il giorno prima) sarebbe stato l’ultimo per diversi mesi. Probabilmente, l’ultimo del 2008. Ad ascoltarlo economisti e banchieri (tra gli italiani, Mario Monti e Alessandro Profumo), convenuti nella capitale della Provenza non tanto per la messa in scena del “dramma giocoso” a cura del regista (cinematografico) iraniano Abbas Kiorostami quanto per la riunione annuale de “Le Cercle des Economiste”, un club più esclusivo dei rigidissimi circoli britannici: non più di 30 soci, tutti di nazionalità francesi, ammessi unicamente se il 75% degli iscritti approva le candidature, riunioni riservate. Tranne una: quella annuale di tre giorni (a cui vengono invitati esterni) che si svolge ogni anno a Aix-en-Provence in parallelo con il Festival internazionale di lirica, ed in contemporanea con i meno noti Festival di musica barocca provenzale e Festival di operetta francese. Prima che, in agosto, arrivino nella città (il cui centro storico è rimasto in gran misura come lo era nel XVIII secolo) i Festival (ancora meno conosciuti) di balletto e di jazz.
“Les rencontres économique” 2008 si svolgono dal 4 al 6 luglio e vertono sul tema delle “nuove frontiere dell’impresa” (anche di quelle a partecipazione statale e di enti locali, come le municipalizzate) di fronte alle sfide dell’economia della conoscenza e dell’immateriale, della globalizzazione, dell’innovazione finanziaria, dell’incertezza, delle politiche pubbliche , della regolazione internazionale.
In questa sede più che riassumere i documenti analitici presentati ed i dibattiti, è utile delineare gli umori, anche e soprattutto in quanto gli incontri si sono svolti all’indomani di un rialzo dei tassi (a fronte di una pressione inflazionistica che, secondo alcune interpretazioni, è il doppio di quanto stipulato negli statuti Bce come limite invalicabile. In breve, le preoccupazioni stanno crescendo. Lo mostrano – si è sottolineato in una sessione dei “rencontres”- gli indici di Borsa in Europa continentale che hanno segnato, dall’inizio dell’anno, una contrazione molto più forte del Dow Jones Usa e del FTSE 100. Si prevede un’estate borsistica molto fredda (quale che sia la temperatura nelle città e nei luoghi di villeggiatura); c’è chi parla di “estate bassissima” (per le Borse), come ha fatto un titolo a sei colonne del quotidiano finanziario francese “Les Echos”. Le preoccupazioni sono acuite dal fatto che, questa volta, in parallelo con la contrazione dei valori mobiliari (del 25% circa nell’area dell’euro dal 2 gennaio scorso) stanno cadendo anche le valorizzazioni dei beni rifugio per eccellenza: la caduta è particolarmente marcata in Spagna (- il 5% dall’inizio del 2008), dove gli esperti ritengono che si sia alle prese con crisi analoghe a quelle del 1970 e del 1990, ed in Germania (dove mediamente le valorizzazioni dell’immobiliare stanno perdendo il 3% l’anno da tre anni), ma si avverte alla grande anche nelle zone pregiate della Francia – negli ultimi 12 mesi i prezzi dell’immobiliare al centro di Parigi hanno registrato una contrazione del 10% circa.
Ed allora? Dove investire? Una domanda micro-economica che riaffiora di continuo nei dibattiti (di ben più ampio respiro) de “les rencontres”. Le banche stanno inventando nuove forme di derivati (più trasparenti di quelli del recente passato): la settimana scorsa, Eurex ha lanciato un titolo basato su contratti a termine dei dividenti dell’indice Dow Jones Eurostock 50, tale quindi da poter “catturare” gli utili di impresa ed i derivati. Difficile dire se potrà attirare individui e famiglie (dopo la batosta del 2007 di cui si vedono ancora i lividi) e se riuscirà a superare le diffidenze all’interno dello stesso settore bancario. Più promettenti i segnali che vengono da un comparto che, per alcuni anni, ha goduto di cattiva reputazione (dopo la sbornia fattane alla fine del XX secolo): quello dell’high tech. Il Morgan Stanley World Information Technology Index punta ancora al ribasso, ma le vendite mondiali di prodotti di alta tecnologia sono in forte rialzo – ed un aumento molto robusto è previsto per il 2009. Ciò dovrebbe promettere una svolta (positiva) tanto nell’azionario quanto nell’obbligazionario del comparto.
La sera del 4 luglio, bevendo champagne nell’intervallo della “prima” della mozartiana “Così Fan Tutte” a Aix-en-Provence, il Presidente della Banca centrale europea (Bce) Jean-Claude Trichet faceva intendere, in toni rassicuranti, che l’aumento del tasso d’interesse di riferimento nell’area dell’euro (deliberato il giorno prima) sarebbe stato l’ultimo per diversi mesi. Probabilmente, l’ultimo del 2008. Ad ascoltarlo economisti e banchieri (tra gli italiani, Mario Monti e Alessandro Profumo), convenuti nella capitale della Provenza non tanto per la messa in scena del “dramma giocoso” a cura del regista (cinematografico) iraniano Abbas Kiorostami quanto per la riunione annuale de “Le Cercle des Economiste”, un club più esclusivo dei rigidissimi circoli britannici: non più di 30 soci, tutti di nazionalità francesi, ammessi unicamente se il 75% degli iscritti approva le candidature, riunioni riservate. Tranne una: quella annuale di tre giorni (a cui vengono invitati esterni) che si svolge ogni anno a Aix-en-Provence in parallelo con il Festival internazionale di lirica, ed in contemporanea con i meno noti Festival di musica barocca provenzale e Festival di operetta francese. Prima che, in agosto, arrivino nella città (il cui centro storico è rimasto in gran misura come lo era nel XVIII secolo) i Festival (ancora meno conosciuti) di balletto e di jazz.
“Les rencontres économique” 2008 si svolgono dal 4 al 6 luglio e vertono sul tema delle “nuove frontiere dell’impresa” (anche di quelle a partecipazione statale e di enti locali, come le municipalizzate) di fronte alle sfide dell’economia della conoscenza e dell’immateriale, della globalizzazione, dell’innovazione finanziaria, dell’incertezza, delle politiche pubbliche , della regolazione internazionale.
In questa sede più che riassumere i documenti analitici presentati ed i dibattiti, è utile delineare gli umori, anche e soprattutto in quanto gli incontri si sono svolti all’indomani di un rialzo dei tassi (a fronte di una pressione inflazionistica che, secondo alcune interpretazioni, è il doppio di quanto stipulato negli statuti Bce come limite invalicabile. In breve, le preoccupazioni stanno crescendo. Lo mostrano – si è sottolineato in una sessione dei “rencontres”- gli indici di Borsa in Europa continentale che hanno segnato, dall’inizio dell’anno, una contrazione molto più forte del Dow Jones Usa e del FTSE 100. Si prevede un’estate borsistica molto fredda (quale che sia la temperatura nelle città e nei luoghi di villeggiatura); c’è chi parla di “estate bassissima” (per le Borse), come ha fatto un titolo a sei colonne del quotidiano finanziario francese “Les Echos”. Le preoccupazioni sono acuite dal fatto che, questa volta, in parallelo con la contrazione dei valori mobiliari (del 25% circa nell’area dell’euro dal 2 gennaio scorso) stanno cadendo anche le valorizzazioni dei beni rifugio per eccellenza: la caduta è particolarmente marcata in Spagna (- il 5% dall’inizio del 2008), dove gli esperti ritengono che si sia alle prese con crisi analoghe a quelle del 1970 e del 1990, ed in Germania (dove mediamente le valorizzazioni dell’immobiliare stanno perdendo il 3% l’anno da tre anni), ma si avverte alla grande anche nelle zone pregiate della Francia – negli ultimi 12 mesi i prezzi dell’immobiliare al centro di Parigi hanno registrato una contrazione del 10% circa.
Ed allora? Dove investire? Una domanda micro-economica che riaffiora di continuo nei dibattiti (di ben più ampio respiro) de “les rencontres”. Le banche stanno inventando nuove forme di derivati (più trasparenti di quelli del recente passato): la settimana scorsa, Eurex ha lanciato un titolo basato su contratti a termine dei dividenti dell’indice Dow Jones Eurostock 50, tale quindi da poter “catturare” gli utili di impresa ed i derivati. Difficile dire se potrà attirare individui e famiglie (dopo la batosta del 2007 di cui si vedono ancora i lividi) e se riuscirà a superare le diffidenze all’interno dello stesso settore bancario. Più promettenti i segnali che vengono da un comparto che, per alcuni anni, ha goduto di cattiva reputazione (dopo la sbornia fattane alla fine del XX secolo): quello dell’high tech. Il Morgan Stanley World Information Technology Index punta ancora al ribasso, ma le vendite mondiali di prodotti di alta tecnologia sono in forte rialzo – ed un aumento molto robusto è previsto per il 2009. Ciò dovrebbe promettere una svolta (positiva) tanto nell’azionario quanto nell’obbligazionario del comparto.
IL GOVERNO TORNI A SCRUTARE NELL’INCERTEZZA PER RIDISEGNARE STRADE, TV E TURISMO Libero 5 luglio
L’incertezza dominerà i mercati ancora per diversi mesi- forse per un anno od un anno e mezzo. Lo ho sottolineato di recente il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi; toni analoghi hanno utilizzato responsabili di Ministeri economici dei principali Paesi industriali ed esponenti di banche private. L’incertezza è stato il tema di fondo dell’appuntamento mensile del G10 e sarà quello dell’Ecofin in programma a Bruxelles il 17 luglio, l’ultimo prima della pausa estiva. La stampa europea ha addebitato in gran misura all’incertezza i dati , resi pubblici il 30 giugno, secondo cui dall’inizio del 2008, la valorizzazione di Borsa complessiva del settore bancario dell’Ue ha registrato una perdita (di valore) del 32%, con alcuni colossi britannici la cui valorizzazione è caduta del 76% (Bradford & Bingley), 63% (Hbos) e 54% (Alliance & Leicester). Inoltre, si addebita l’incertezza la contrazione del 40% (in valore) delle concentrazioni e fusioni sui mercati europei nel primo semestre 2008 (rispetto al primo semestre 2007) e ben dell’83% di quelle con forte leva finanziarie (tornate nei primi sei mesi dell’anno in corso ai livelli dei primi sei mesi del 2003).
Pochi, però, hanno notato che a fine giugno, a Calais, all’assemblea dei soci dell’Eurotunnel (un’intrapresa che per lustri ha dato poche e rare soddisfazioni a chi vi ha investito), l’incertezza è stata presentata tra le determinanti (positive) che hanno fatto compiere al flusso di cassa della s.p.a una vera e propria svolta: per la prima volta il conto economico dell’Eurontunnel ha registrato un utile di un certo rilievo (un milione di euro) ed il valore delle singole azioni è passato da meno di un euro e poco di più 10 euro.
Come spiegare il fenomeno. Pochi giornalisti economici ed ancor meno lettori di quotidiani (ed anche molti economisti) hanno idee chiare sui costi ed i benefici dell’incertezza. Anzi spesso la confondono con il rischio, oppure con una forma estrema di rischio. In effetti, rischio ed incertezza sono due concetti molto differenti: Il primo può essere valutato facendo ricorso al calcolo delle probabilità che anche nelle sue forme più complesse (quali le “Montecarlo Simulations”; aspettiamo ancora di vedere quelle per il Ponte sullo Stretto di Messina) si fonda su evidenza empirica. La seconda non può essere stimata in quanto vuole dire il presentarsi di una situazione nuova, inattesa e tale da sorprendere. E’, se si vuole, un “bene” od un “male” pubblico in quanto riguarda tutti – individui, famiglie, imprese., pubblica amministrazione - , non esclude nessuno, è indivisibile e non può essere (a differenza del “rischio”, su cui è nato e prospera il mondo delle assicurazioni) oggetto di transazioni di mercato.
In termini macro-economici – quelli che interessano Governi e banche centrali – il “bene” o “male” pubblico “incertezza” ha un nesso con il “rischio”: in via generale, ne aumenta l’avversione. In un contesto d’”incertezza”, individui, famiglie ed imprese diventano più cauti: comprimono consumi, posticipano gli investimenti oppure optano per portafogli più prudenti (ossia con maggiore enfasi su obbligazioni, su titoli di Stato). L’”incertezza”, dunque, rallenta l’economia oppure la fa scivolare verso la stagnazione od anche la recessione. E’, in breve, un “vizio pubblico”.
E’, però, un “vizio” che alcuni sanno trasformare in “virtù” privata. Lo hanno dimostrato circa tre lustri fa A: Dixit e R. Pindyck (Università di Princeton) in un libro su “investimenti in condizioni di incertezza” considerato una pietra miliare nel campo. In Italia, ho pubblicato, su questi temi, un libro un libro (con P.L. Scandizzo) nel 2003. In questi ultimi anni miei saggi in materia hanno trovato ospitalità in riviste scientifiche britanniche, americane, francesi, spagnole ed anche arabe. Nonostante la “Rassegna Italiana di Valutazione” (il quadrimestrale professionale italiano sulla valutazione degli investimenti) abbia dedicato una monografia al tema e dal sito della Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa) si possa scaricare un manuale operativo ad uso delle pubbliche amministrazioni centrali e locali, l’argomento delle “virtù” private (per chi sa coglierle) ha fatto poca strada. Con il risultato che alcune fortune realizzate in questi anni “incerti” vengono attribuite al “destino cinico e baro”. Non all’abilità di cogliere “le finestre d’opportunità” aperte dall’incertezza.
Se in generale, l’incertezza aumenta l’avversione al rischio e rende tutti più cauti, il fenomeno apre anche opportunità (positive e negative) per chi riesce a scavarvi ed a vederne i tratti. Queste opportunità sono “opzioni reali”, differenti dalle “opzioni finanziarie” ma che hanno con esse alcune caratteristiche comuni. Attenzione, proprio utilizzando la tecnica della valutazione con “opzioni reali” una decina di anni fa si riuscì a intravedere che alla fine del primo decennio del XXI secolo, il tanto bistrattato e malignato Eurotunnel sarebbe diventato redditizio. Proprio come sta avvedendo. In Italia, la metodica è stata utilizzata nella XIV legislatura per valutare la transizione al digitale terrestre, alcuni collegamenti stradali, lo sviluppo turistico – l’apposito programma è stato cassato dal Governo Prodi mentre cominciava a dare esiti interessanti.
.
Non sarebbe il caso di riprenderlo là dove lo si era lasciato? I Ministri dell’Economia e delle Finanze, dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture dovrebbe avere interesse a non fermarsi alle geremiadi sull’incertezza ma anche a scoprirne le “virtù”?
Pochi, però, hanno notato che a fine giugno, a Calais, all’assemblea dei soci dell’Eurotunnel (un’intrapresa che per lustri ha dato poche e rare soddisfazioni a chi vi ha investito), l’incertezza è stata presentata tra le determinanti (positive) che hanno fatto compiere al flusso di cassa della s.p.a una vera e propria svolta: per la prima volta il conto economico dell’Eurontunnel ha registrato un utile di un certo rilievo (un milione di euro) ed il valore delle singole azioni è passato da meno di un euro e poco di più 10 euro.
Come spiegare il fenomeno. Pochi giornalisti economici ed ancor meno lettori di quotidiani (ed anche molti economisti) hanno idee chiare sui costi ed i benefici dell’incertezza. Anzi spesso la confondono con il rischio, oppure con una forma estrema di rischio. In effetti, rischio ed incertezza sono due concetti molto differenti: Il primo può essere valutato facendo ricorso al calcolo delle probabilità che anche nelle sue forme più complesse (quali le “Montecarlo Simulations”; aspettiamo ancora di vedere quelle per il Ponte sullo Stretto di Messina) si fonda su evidenza empirica. La seconda non può essere stimata in quanto vuole dire il presentarsi di una situazione nuova, inattesa e tale da sorprendere. E’, se si vuole, un “bene” od un “male” pubblico in quanto riguarda tutti – individui, famiglie, imprese., pubblica amministrazione - , non esclude nessuno, è indivisibile e non può essere (a differenza del “rischio”, su cui è nato e prospera il mondo delle assicurazioni) oggetto di transazioni di mercato.
In termini macro-economici – quelli che interessano Governi e banche centrali – il “bene” o “male” pubblico “incertezza” ha un nesso con il “rischio”: in via generale, ne aumenta l’avversione. In un contesto d’”incertezza”, individui, famiglie ed imprese diventano più cauti: comprimono consumi, posticipano gli investimenti oppure optano per portafogli più prudenti (ossia con maggiore enfasi su obbligazioni, su titoli di Stato). L’”incertezza”, dunque, rallenta l’economia oppure la fa scivolare verso la stagnazione od anche la recessione. E’, in breve, un “vizio pubblico”.
E’, però, un “vizio” che alcuni sanno trasformare in “virtù” privata. Lo hanno dimostrato circa tre lustri fa A: Dixit e R. Pindyck (Università di Princeton) in un libro su “investimenti in condizioni di incertezza” considerato una pietra miliare nel campo. In Italia, ho pubblicato, su questi temi, un libro un libro (con P.L. Scandizzo) nel 2003. In questi ultimi anni miei saggi in materia hanno trovato ospitalità in riviste scientifiche britanniche, americane, francesi, spagnole ed anche arabe. Nonostante la “Rassegna Italiana di Valutazione” (il quadrimestrale professionale italiano sulla valutazione degli investimenti) abbia dedicato una monografia al tema e dal sito della Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa) si possa scaricare un manuale operativo ad uso delle pubbliche amministrazioni centrali e locali, l’argomento delle “virtù” private (per chi sa coglierle) ha fatto poca strada. Con il risultato che alcune fortune realizzate in questi anni “incerti” vengono attribuite al “destino cinico e baro”. Non all’abilità di cogliere “le finestre d’opportunità” aperte dall’incertezza.
Se in generale, l’incertezza aumenta l’avversione al rischio e rende tutti più cauti, il fenomeno apre anche opportunità (positive e negative) per chi riesce a scavarvi ed a vederne i tratti. Queste opportunità sono “opzioni reali”, differenti dalle “opzioni finanziarie” ma che hanno con esse alcune caratteristiche comuni. Attenzione, proprio utilizzando la tecnica della valutazione con “opzioni reali” una decina di anni fa si riuscì a intravedere che alla fine del primo decennio del XXI secolo, il tanto bistrattato e malignato Eurotunnel sarebbe diventato redditizio. Proprio come sta avvedendo. In Italia, la metodica è stata utilizzata nella XIV legislatura per valutare la transizione al digitale terrestre, alcuni collegamenti stradali, lo sviluppo turistico – l’apposito programma è stato cassato dal Governo Prodi mentre cominciava a dare esiti interessanti.
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Non sarebbe il caso di riprenderlo là dove lo si era lasciato? I Ministri dell’Economia e delle Finanze, dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture dovrebbe avere interesse a non fermarsi alle geremiadi sull’incertezza ma anche a scoprirne le “virtù”?
L'OCCASIONE DI SARKO' PER FARE STERZARE BRUXELLES, Libero 1 luglio
Aix-en-Provence. Oggi primo luglio inizia il “semestre francese”. Il primo (e l’unico) della Presidenza Sarkozy che proprio qui a Aix en Provence. circa cinque anni fa, ha mostrato, alla grande, i propri muscoli di fronte allo sciopero degli “intérmittants” , determinati a far saltare la revisione dei generosi sussidi di disoccupazione ai lavoratori dei media e dello spettacolo (sino a 1000 euro al mese per 8 mesi ogni 12 mesi). Il “semestre” inizia in un momento particolarmente difficile per l’Ue, a ragione principalmente degli esiti (negativi) del referendum irlandese per la ratifica del Trattato di Lisbona. Per “Sarkò” è l’occasione non solo di sfoggiare “la granduer” della Francia ma anche di mostrare la abilità propria e dello Stato di cui è alla guida nel rimettere in gareggiata il convoglio un po’ malmesso e molto traballante dell’Ue. Il debutto ha un carattere imperiale: alla vigilia del 14 luglio (Festa Nazionale) i 27 capi di Stato e di Governo dell’Ue e le loro controparti di 17 Stati del Mediterraneo sono invitati ad una grande festa con la Torre Eiffel illuminata con i colori dell’Europa (blu e giallo). Nei sei mesi, inoltre, sono programmati una diecina di vertici internazionali in cui “Sarkò” e la Francia saranno protagonisti. La diplomazia francese ce la sta mettendo tutta perché è consapevole che il successo del “semestre” potrà sia rimettere in marcia il convoglio dell’Ue sia dare nuovo prestigio al proprio Presidente, il cui indice di popolarità (in Patria) è crollato negli ultimi mesi; i sondaggi indicano che appena il 31% dei francesi pensa che “Sarkò” sarà in grado di guidare l’Ue verso una ripresa politica ed economica, ma lo staff dell’Eliseo, del Quai d’Orsay e di Bercy lavorano per smentire questa triste profezia.
I temi all’ordine del giorno sono numerosissimi. Soffermiamoci su due di particolare interesse per l’Italia : l’eventuale “Unione Mediterranea” e il modello socio-economico dell’Ue. Farlo da Aix en Provence permette una prospettiva speciale: l’Università di Aix è l’avamposto di liberisti in Francia; la contiguità con Marsiglia, poi, dà alla città un tocco particolare di centralità nel Mediterraneo; inoltre, quella che un tempo fu la capitale della Provenza ed il luogo dove Averroé riuscì a salvare i manoscritti dei filosofici greci (che i mussulmani estremisti di Cordova volevano dare alle fiamme) diventa per circa due mesi una “Capalbio europea” a ragione di una serie di festival internazionali – oltre a quello, più noto, della lirica, quelli del balletto e del jazz- che attirano personalità politiche da tutto il continente.
L’Unione Mediterranea è un progetto antico. Ci lavorai in prima persona alla fine degli Anni 80 nel contesto di una commissione di diplomatici ed esperti nominata da François Mitterand; fu uno dei gradini che portarono al “processo di Bacellona”. Ha ora obiettivi più limitati di quelli (grandiosi) di 20 anni fa. L’innovazione della Francia di “Sarkò” è di porre il progetto nella direttiva dell’integrazione “funzionalista” (ossia per funzioni specifiche) analoghe a quelle che portarono alla Ceca ed all’Euratom: il graduale sviluppo di un’area di libero scambio, politiche comuni per contenere l’inquinamento del Mediterraneo, lo sviluppo di forme alternative di energia, il rilancio del programma di trasporti nell’area (bruscamente interrotto da Romano Prodi, nella veste di Presidente dell’Ue). Sono temi concreti – affermano diplomatici, accademici, industriale e uomini d’affari francesi qui a Aix en Provence (dove si stanno svolgendo seminari economici a latere del festival musicale). Sono temi di grande interesse per l’Italia dove un manipolo di dirigenti ed esperti sta lavorando intensamente (e riservatamente) sul fondo euro-,mediterraneo per le piccole e medie imprese.. Ci potrebbero essere pure ricadute politiche importanti ove, sotto la Torre Eiffel, israeliani e siriani giungessero a stringersi la mano.
In questo quadro si pone anche “il patto per l’immigrazione” europeo che “Sarkò” intende mostrare, al resto dell’Ue e del mondo, il 7-8 luglio a Cannes: divieto europeo di sanatorie di massa, rafforzamento dei controlli ai confini dell’Ue, armonizzazione delle procedure per il rimpatrio e, auspicabilmente, regole comuni per la concessione dello status di rifugiato politico. E’ stata accantonata, per sempre, un’idea cara alla sinistra italiana: quella di “contratti d’integrazione temporanei” per consentire immigrazione a chi non ha lavoro ma lo cerca.
Andiamo ora al modello socio-economico dell’Ue. Qui il discorso si fa più complesso. “Sarkò” – afferma Jacques Garello dell’Università di Aix, organizzatore di convegni internazionali liberisti con Giulio Tremonti nell’ultimo scorcio degli Anni 90- esprime meglio di molti altri esponenti politici europei quello che, in un libro di grande spessore sulla storia economica dell’Europa dal 1945 ai giorni nostri, Barry Eichengreen di Princeton ha chiamato “il capitalismo coordinato”. La “programmazione indicativa” è stata una molla importante dei “miracoli economici” del dopoguerra (in quanto ha attivato risorse, come il capitale umano, non utilizzate a pieno). E’, però, una palla al piede del Continente nell’epoca del processo d’integrazione internazionale. E’ un “capitalismo coordinato” con un tipico profumo nazionalista e con una forte dose di consociativismo e di ostilità nei confronti dei “burocrati apolitici, apolidi ed irresponsabili” di Bruxelles. Per l’Italia, che tanti interesse ha in comune per la Francia, ciò vuole dire un gioco complesso di diplomazia economica (e politica).
I temi all’ordine del giorno sono numerosissimi. Soffermiamoci su due di particolare interesse per l’Italia : l’eventuale “Unione Mediterranea” e il modello socio-economico dell’Ue. Farlo da Aix en Provence permette una prospettiva speciale: l’Università di Aix è l’avamposto di liberisti in Francia; la contiguità con Marsiglia, poi, dà alla città un tocco particolare di centralità nel Mediterraneo; inoltre, quella che un tempo fu la capitale della Provenza ed il luogo dove Averroé riuscì a salvare i manoscritti dei filosofici greci (che i mussulmani estremisti di Cordova volevano dare alle fiamme) diventa per circa due mesi una “Capalbio europea” a ragione di una serie di festival internazionali – oltre a quello, più noto, della lirica, quelli del balletto e del jazz- che attirano personalità politiche da tutto il continente.
L’Unione Mediterranea è un progetto antico. Ci lavorai in prima persona alla fine degli Anni 80 nel contesto di una commissione di diplomatici ed esperti nominata da François Mitterand; fu uno dei gradini che portarono al “processo di Bacellona”. Ha ora obiettivi più limitati di quelli (grandiosi) di 20 anni fa. L’innovazione della Francia di “Sarkò” è di porre il progetto nella direttiva dell’integrazione “funzionalista” (ossia per funzioni specifiche) analoghe a quelle che portarono alla Ceca ed all’Euratom: il graduale sviluppo di un’area di libero scambio, politiche comuni per contenere l’inquinamento del Mediterraneo, lo sviluppo di forme alternative di energia, il rilancio del programma di trasporti nell’area (bruscamente interrotto da Romano Prodi, nella veste di Presidente dell’Ue). Sono temi concreti – affermano diplomatici, accademici, industriale e uomini d’affari francesi qui a Aix en Provence (dove si stanno svolgendo seminari economici a latere del festival musicale). Sono temi di grande interesse per l’Italia dove un manipolo di dirigenti ed esperti sta lavorando intensamente (e riservatamente) sul fondo euro-,mediterraneo per le piccole e medie imprese.. Ci potrebbero essere pure ricadute politiche importanti ove, sotto la Torre Eiffel, israeliani e siriani giungessero a stringersi la mano.
In questo quadro si pone anche “il patto per l’immigrazione” europeo che “Sarkò” intende mostrare, al resto dell’Ue e del mondo, il 7-8 luglio a Cannes: divieto europeo di sanatorie di massa, rafforzamento dei controlli ai confini dell’Ue, armonizzazione delle procedure per il rimpatrio e, auspicabilmente, regole comuni per la concessione dello status di rifugiato politico. E’ stata accantonata, per sempre, un’idea cara alla sinistra italiana: quella di “contratti d’integrazione temporanei” per consentire immigrazione a chi non ha lavoro ma lo cerca.
Andiamo ora al modello socio-economico dell’Ue. Qui il discorso si fa più complesso. “Sarkò” – afferma Jacques Garello dell’Università di Aix, organizzatore di convegni internazionali liberisti con Giulio Tremonti nell’ultimo scorcio degli Anni 90- esprime meglio di molti altri esponenti politici europei quello che, in un libro di grande spessore sulla storia economica dell’Europa dal 1945 ai giorni nostri, Barry Eichengreen di Princeton ha chiamato “il capitalismo coordinato”. La “programmazione indicativa” è stata una molla importante dei “miracoli economici” del dopoguerra (in quanto ha attivato risorse, come il capitale umano, non utilizzate a pieno). E’, però, una palla al piede del Continente nell’epoca del processo d’integrazione internazionale. E’ un “capitalismo coordinato” con un tipico profumo nazionalista e con una forte dose di consociativismo e di ostilità nei confronti dei “burocrati apolitici, apolidi ed irresponsabili” di Bruxelles. Per l’Italia, che tanti interesse ha in comune per la Francia, ciò vuole dire un gioco complesso di diplomazia economica (e politica).
PER L'ALITALIA L'ANNUS HORRIBILIS SEMBRA NON FINIRE MAI L'Occidentale del 30 giugno
Nella relazione presentata sabato 28 giugno all’assemblea dei soci, il Presidente ed Amministratore Delegato di Alitalia, Aristide Police, ha sottolineato che "l'esercizio 2007 sarà certamente ricordato come uno dei più difficili della storia, ormai lunga, della compagnia". Ha tracciato la vicenda dell’”asta-non-asta” predisposta dal Governo Prodi, il suo fallimento, i tentativi successivi di negoziati bilaterali con il gruppo AirFrance-Klm, la vera e propria rivolta dei sindacati nei confronti del piano di razionalizzazione previsto da un’intesa con i franco-olandesi. E via discorrendo. In sintesi, una vicenda ben nota ai lettori de “L’Occidentale”. Ha concluso ricordando l’impegno del Governo in supporto della compagnia e guardando con speranza ai tentativi in atto: "siamo all'ultima chance e non possiamo correre il rischio di perderla. Tra qualche giorno sapremo se l'advisor, Intesa SanPaolo, sarà in grado di prospettare una idonea strategia di risanamento e sviluppo".
Police ha avvertito che "occorrerà percorrere certamente strade nuove, di vera e propria rottura con il passato, abbandonando rapidamente tutto ciò che c'é di insostenibile e di inadeguato, in uno scenario macro economico ancora più critico per via della sempre più inarrestabile crescita del costo del carburante". Per questo, a nome del Cda, Police ha assicurato che "sarà garantita un'attenta considerazione a tutti i risvolti di ordine sociale che il piano di risanamento della compagnia farà emergere ma che sarà richiesto a tutti il massimo impegno a concorrere a questo ambizioso traguardo e non ci sarà più spazio per tatticismi, giochi di potere, ingiustificati privilegi". Tutte parole condivisibili. Anzi, si potrebbe dire, parole sante.
Rappresentano, però, qualcosa di più di un mero auspicio oppure dell’invocazione che avvenga un miracolo? Se il 2007 è stato un “annus horribilis” (così molte agenzie di stampa hanno titolato i lanci sulla relazione di Police all’assemblea Alitalia), il 2008 non si presenta affatto migliore.
Veniamo, in primo luogo, agli aspetti interni, aziendali. Nei corridoi del Palazzo, proprio in parallelo con l’Assemblea Alitalia, si prospettava un riassetto basato su due elementi: a) un forte apporto finanziario (verosimilmente da parte di San Paolo-Intesa); e b) un “nocciolo duro” industriale articolato su “il meglio di Alitalia” (quindi, chiusura di molte rotte) coniugato con AirOne e con Meridiana. Quasi in parallelo con l’Assemblea Alitalia, veniva reso disponibile il consuntivo 2007 di AirOne: una crescita di 15 punti percentuali dell’indebitamento, con forte esposizione nei confronti dei fornitori, seguiti a ruota dalle banche (sempre San Paolo-Intesa?). Inoltre, AirOne non ha utilizzato – si evince dalla relazione al consuntivo 2007 – strumenti di copertura (ad esempio, derivati) nei confronti del rischio di un aumento del costo del carburante (quale si sta verificando nel 2008). Dato che ne ha impiegati nei riguardi di altri rischi (tasso di cambio, tassi di interesse), è lecito chiedersi se sia stata una (grave) dimenticanza manageriale oppure che AirOne non abbia trovato chi fosse disposto ad accollarsi l’onere (della copertura del rischio). La struttura finanziaria, dunque, pare tanto fragile quanto quella di Alitalia (ove non di più). Il Governo dovrebbe aspettarsi che San Paolo-Intesa (nella sua funzione di advisor) fornisca un’attenta analisi di rischio relativa all’indebitamento di AirOne, ivi compresa una “Montecarlo Simulation” (come tali analisi vengono chiamate in termini tecnici).
Sulla base dei dati disponibili oggi, non sarebbe AirOne a dare una mano a Alitalia ma il matrimonio tra due aziende malmesse potrebbe essere visto come la miccia per ulteriori interventi da parte dei contribuenti (tali da aiutare anche chi ha fornito credito alle due società ed ora teme di restare al palo con il cerino in mano). Di Meridiana (date le piccole dimensioni) non è necessario dire troppe parole; il suo ruolo (nel salvataggio Alitalia-AirOne) è insignificante.
Diamo ora un’occhiata agli aspetti internazionali. Sabato 28 giugno, il “New York Times” ha pubblicato un’ampia inchiesta sui dolori del trasporto aereo statunitense: si prospetta, per l’anno in corso, una riduzione dei voli dell’11-12% (rispetto al livello del 2007) a causa del calo della domanda e dell’aumento dei costi; è in corso una vasta operazione di consolidamento con fallimenti delle aziende più deboli e fusioni o concentrazioni tra quelle che restano in gara. L’inchiesta guarda pure all’Europa, sottolineando come nel Vecchio Continente il processo di consolidazione si sia in gran parte attuato e che Alitalia (rimastane esclusa) sopravviva sino a quando i contribuenti italiani non si decidono di staccare la spina. In questo quadro, si inseriscono le misure anti-inquinamento varate il 26 giugno a Bruxelles; quale che sia il giudizio di merito,nel breve periodo provocheranno un aumento dei costi. Tale da rendere ancora più difficile l’atteso miracolo.
Police ha avvertito che "occorrerà percorrere certamente strade nuove, di vera e propria rottura con il passato, abbandonando rapidamente tutto ciò che c'é di insostenibile e di inadeguato, in uno scenario macro economico ancora più critico per via della sempre più inarrestabile crescita del costo del carburante". Per questo, a nome del Cda, Police ha assicurato che "sarà garantita un'attenta considerazione a tutti i risvolti di ordine sociale che il piano di risanamento della compagnia farà emergere ma che sarà richiesto a tutti il massimo impegno a concorrere a questo ambizioso traguardo e non ci sarà più spazio per tatticismi, giochi di potere, ingiustificati privilegi". Tutte parole condivisibili. Anzi, si potrebbe dire, parole sante.
Rappresentano, però, qualcosa di più di un mero auspicio oppure dell’invocazione che avvenga un miracolo? Se il 2007 è stato un “annus horribilis” (così molte agenzie di stampa hanno titolato i lanci sulla relazione di Police all’assemblea Alitalia), il 2008 non si presenta affatto migliore.
Veniamo, in primo luogo, agli aspetti interni, aziendali. Nei corridoi del Palazzo, proprio in parallelo con l’Assemblea Alitalia, si prospettava un riassetto basato su due elementi: a) un forte apporto finanziario (verosimilmente da parte di San Paolo-Intesa); e b) un “nocciolo duro” industriale articolato su “il meglio di Alitalia” (quindi, chiusura di molte rotte) coniugato con AirOne e con Meridiana. Quasi in parallelo con l’Assemblea Alitalia, veniva reso disponibile il consuntivo 2007 di AirOne: una crescita di 15 punti percentuali dell’indebitamento, con forte esposizione nei confronti dei fornitori, seguiti a ruota dalle banche (sempre San Paolo-Intesa?). Inoltre, AirOne non ha utilizzato – si evince dalla relazione al consuntivo 2007 – strumenti di copertura (ad esempio, derivati) nei confronti del rischio di un aumento del costo del carburante (quale si sta verificando nel 2008). Dato che ne ha impiegati nei riguardi di altri rischi (tasso di cambio, tassi di interesse), è lecito chiedersi se sia stata una (grave) dimenticanza manageriale oppure che AirOne non abbia trovato chi fosse disposto ad accollarsi l’onere (della copertura del rischio). La struttura finanziaria, dunque, pare tanto fragile quanto quella di Alitalia (ove non di più). Il Governo dovrebbe aspettarsi che San Paolo-Intesa (nella sua funzione di advisor) fornisca un’attenta analisi di rischio relativa all’indebitamento di AirOne, ivi compresa una “Montecarlo Simulation” (come tali analisi vengono chiamate in termini tecnici).
Sulla base dei dati disponibili oggi, non sarebbe AirOne a dare una mano a Alitalia ma il matrimonio tra due aziende malmesse potrebbe essere visto come la miccia per ulteriori interventi da parte dei contribuenti (tali da aiutare anche chi ha fornito credito alle due società ed ora teme di restare al palo con il cerino in mano). Di Meridiana (date le piccole dimensioni) non è necessario dire troppe parole; il suo ruolo (nel salvataggio Alitalia-AirOne) è insignificante.
Diamo ora un’occhiata agli aspetti internazionali. Sabato 28 giugno, il “New York Times” ha pubblicato un’ampia inchiesta sui dolori del trasporto aereo statunitense: si prospetta, per l’anno in corso, una riduzione dei voli dell’11-12% (rispetto al livello del 2007) a causa del calo della domanda e dell’aumento dei costi; è in corso una vasta operazione di consolidamento con fallimenti delle aziende più deboli e fusioni o concentrazioni tra quelle che restano in gara. L’inchiesta guarda pure all’Europa, sottolineando come nel Vecchio Continente il processo di consolidazione si sia in gran parte attuato e che Alitalia (rimastane esclusa) sopravviva sino a quando i contribuenti italiani non si decidono di staccare la spina. In questo quadro, si inseriscono le misure anti-inquinamento varate il 26 giugno a Bruxelles; quale che sia il giudizio di merito,nel breve periodo provocheranno un aumento dei costi. Tale da rendere ancora più difficile l’atteso miracolo.
TECNOLOGIA ED INNOVAZIONE INVECE DI DIVE E NOTTI BIANCHE, Il Tempo 30 giugno
Nelle ultime settimane, l’attenzione è stata diretta sulle analisi “terze” (Ragioneria Generale dello Stato, Corte dei Conti) relative alle dimensioni dello sfascio dei conti lasciato in eredità dalla precedente amministrazione comunale a Roma. I responsabili non hanno contestato le cifre (pur tentando di attenuarne la portata) e messo in risalto come l’espansione della spesa pubblica abbia fatto da volano ad una crescita economica leggermente superiore a quella nazionale e ad attivare “l’economia della creatività” (festival del cinema, notti bianche, sfilate di moda).
I numeri sono asettici. Una convenzione statistica (contabilizzare l’aumento delle spese per l’amministrazione comunale come crescita dei servizi) è, in gran misura, responsabile del leggerissimo differenziale tra il tasso d’aumento del pil romano e quello nazionale. In materia di “economia della creatività”, un indicatore eloquente è fornito dall’Ufficio italiano brevetti e marchi (Uibc): nel 2007, i brevetti registrati a Roma hanno segnato un calo del 7% - un trend di lungo periodo (tranne qualche breve punta in su) correlato alla durata delle amministrazioni di sinistra nella città. E’ un dato – pensiamo – più valido di quelli attinenti alle spese, a carico di tutti, per veline e registi amici. E’, soprattutto, un dato che mostra, a tutto tondo, come “il modello Roma”, delineato da Walter Veltroni, fosse destinato alla stagnazione tecnologica ed industriale (per dare a Roma l’opportunità di proporsi come la Disneyland del Mediterraneo).
Quale modello contrapporre? Un modello articolato sulla creatività scientifica, tecnologica, nonché di innovazione di processi e di prodotti – quello seguito da grandi capitali europee (come Parigi e Berlino) che non possono puntare (alla stregua di Londra) su una piazza finanziaria mondiale. Ha il Comune un ruolo in questo campo? Il saggio di Richard Nelson “Technology, Institutions and Economic Growth” pubblicato dalla Harvard University Press dimostra che senza istituzioni all’altezza la trasformazione tecnologica si esaurisce presto. Interessante il caso di studio della “rivoluzione tecnologica” a Singapore (una città-Stato di dimensioni analoghe a Roma) pubblicato, alcuni anni fa, da Chang-Tai Hsieh sull’”American Economic Review”.
Emerge una proposta concreta. Dalla riorganizzazione della pletora di controllate comunali, trovare spazio per un’Agenzia romana dell’innovazione, analoga quella creata da Jacques Beffa (industriale francese di rango) Oltralpe. La partecipazione in conto comunale del Comune dovrebbe essere molto limitata (seed money , destinata quindi a seminare); gran parte delle risorse dovrebbe venire da industria e finanza romana. La funzione dell’Agenzia dovrebbe essere quella di promuovere progetti innovativi facendo ricorso anche e soprattutto alla finanza di progetto in associazione con soggetti italiani e stranieri ed utilizzando la vasta gamma di strumenti di finanza di progetti disponibili nel nostro Paese e nell’Ue.
I numeri sono asettici. Una convenzione statistica (contabilizzare l’aumento delle spese per l’amministrazione comunale come crescita dei servizi) è, in gran misura, responsabile del leggerissimo differenziale tra il tasso d’aumento del pil romano e quello nazionale. In materia di “economia della creatività”, un indicatore eloquente è fornito dall’Ufficio italiano brevetti e marchi (Uibc): nel 2007, i brevetti registrati a Roma hanno segnato un calo del 7% - un trend di lungo periodo (tranne qualche breve punta in su) correlato alla durata delle amministrazioni di sinistra nella città. E’ un dato – pensiamo – più valido di quelli attinenti alle spese, a carico di tutti, per veline e registi amici. E’, soprattutto, un dato che mostra, a tutto tondo, come “il modello Roma”, delineato da Walter Veltroni, fosse destinato alla stagnazione tecnologica ed industriale (per dare a Roma l’opportunità di proporsi come la Disneyland del Mediterraneo).
Quale modello contrapporre? Un modello articolato sulla creatività scientifica, tecnologica, nonché di innovazione di processi e di prodotti – quello seguito da grandi capitali europee (come Parigi e Berlino) che non possono puntare (alla stregua di Londra) su una piazza finanziaria mondiale. Ha il Comune un ruolo in questo campo? Il saggio di Richard Nelson “Technology, Institutions and Economic Growth” pubblicato dalla Harvard University Press dimostra che senza istituzioni all’altezza la trasformazione tecnologica si esaurisce presto. Interessante il caso di studio della “rivoluzione tecnologica” a Singapore (una città-Stato di dimensioni analoghe a Roma) pubblicato, alcuni anni fa, da Chang-Tai Hsieh sull’”American Economic Review”.
Emerge una proposta concreta. Dalla riorganizzazione della pletora di controllate comunali, trovare spazio per un’Agenzia romana dell’innovazione, analoga quella creata da Jacques Beffa (industriale francese di rango) Oltralpe. La partecipazione in conto comunale del Comune dovrebbe essere molto limitata (seed money , destinata quindi a seminare); gran parte delle risorse dovrebbe venire da industria e finanza romana. La funzione dell’Agenzia dovrebbe essere quella di promuovere progetti innovativi facendo ricorso anche e soprattutto alla finanza di progetto in associazione con soggetti italiani e stranieri ed utilizzando la vasta gamma di strumenti di finanza di progetti disponibili nel nostro Paese e nell’Ue.
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