Uno dei meriti delle manifestazioni (e degli studi) innescati dai 150 anni dalla nascita di Giacomo Puccini è quello di riaprire un capitolo da molti poco considerato: quello dei rapporti tra il compositore ed il cinema. Puccini – è stato scritto in varie sedi – è stato l’ultimo dei grandi compositori italiani davvero internazionali. Nella sua maturità ha vissuto negli anni in cui il teatro in musica era sconfitto, come principale mezzo d’entertainment di massa e commerciale, dalla nascente settima arte. Era l’epoca in cui le battaglie tra le grandi case editrici musicali (ad esempio, Ricordi e Sonzogno) stavano per essere sostituite da quelle tra i maggiori produttori cinematografici. Julian Budden, uno dei maggiori studiosi pucciniani , ha scritto, correttamente, che “con “Turandot” la tradizione dell’opera italiana, che durava più di tre secoli, giunse alla sua conclusione”. Mentre altri compositori italiani (si pensi a Mascagni ed a Pizzetti) e stranieri (si pensi a Korngold ed a Prokogiev) venivano attrattiva dal nuovo strumento e dalla sue convenzioni, Puccini non ha mai composto musica da film ed i suoi rapporti con la cinepresa ed il suo lessico sono rimasti avvolti in un cono d’ombra.
Un saggio di Pier Marco De Santi, la mostra “Puccini al Cinema” ed una serie di proiezioni (oltre 40 film ispirati ad opere di Puccini o sulla vita del compositore) gettano una luce nuova ed interessante. De Santi scava nelle esperienze di Puccini come autore dilettante di un film muto (“Il Libeccio”, prodotto dalla Versilia Film) di cui non è rimasta traccia, nel suo gusto a farsi riprendere dalla macchina da presa, nel suo ruolo in documentari su sé stesso ed anche nella sua breve apparizioni (nel ruolo di gentiluomo maleducato) nel film commerciale “Cura di Baci” del 1916. Indaga, poi, su “Puccini spettatore”, in particolare di film tratti, in tutto il mondo, da sue opere. Analizza, poi, come il cinema abbia trattato le opere di Puccini , a volte bistrattandole- dagli anni del muto ad oggi oppure su come la musica pucciniana sia stata presa in prestito a supporto di film che, con il compositore lucchese, non avevano nulla a che fare.
E’ un lavoro minuzioso e stimolante di storia del cinema. Sarebbe utile integrarlo con un’analisi di quanto l’allora nascente settima arte abbia influenzato Puccini nella scelta delle sue opere e nei “tagli” specifici dati a ciascuna di esse. Ad esempio, è difficile immaginare “La Fanciulla del West” al di fuori del contesto dei film western oppure “Gianni Schicchi” senza le gags dei film muti di Chaplin e dei Fratelli Max oppure ancore “Turandot” senza i “colossal” americani ed italiani che, proprio in quegli anni, portavano via pubblico ai teatri d’opera per attirarlo verso sale cinematografiche. E’ questa interazione che merita di essere approfondita. Un approfondimento a cui l’iniziativa del Comitato per le Celebrazioni Pucciniane e la Fondazione Puccini danno, con “Puccini al Cinema” un contributo non secondario.
venerdì 27 giugno 2008
LA SEDUZIONE E' DONNA COME L'OPERA, Il Domenicale 28 giugno
Due dei maggiori festival musicali italiani dell’estate riguardano la seduzione, il Ravenna Festival iniziato il 13 giugno ed in programma sino al 19 luglio lo Sferisterio Opera Festival in calendario dal 24 luglio al 12 agosto. Delle due manifestazioni, la seconda è esplicitamente dedicata alla “seduzione”; è il terzo capitolo di una serie affidata a Pier Luigi Pizzi, dopo un Festival dedicato nel 2006 all’”iniziazione” ed uno nel 2007 al “gioco del potere” (in gran misura delle donne sugli uomini). A Ravenna, dove l’opera è parte di un caleidoscopio più vasto (concerti, commedie musicali, prosa, balletti), il titolo del Festival è “Erranti, eretiche, erotiche ..”. La “seduzione” quale e tale, quindi, è sottintesa, ma non resa esplicita. Diamo una scorsa ai programmi dei due festival per trarne alcune considerazioni.
A Ravenna, un nuovo allestimento della verdiana “La Traviata”, firmato da Cristina Mazzavillani Muti e 'spazializzato' dalle alchimie foniche di Luigi Ceccarelli, ha inaugurato la manifestazione. La declinazione al femminile del tema è scandita in una serie di cinque 'ritratti', commissionati ad altrettante protagoniste del teatro e della musica romagnole. Insieme alle 'visioni' (un incontro fra Norma e Medea) di Cristina Mazzavillani Muti, essi hanno l’obiettivo di dare vita a una serie di figure di donne d'eccezione, da una monaca 'commediografa' dell'anno mille come Rosvita all'eroina dei due mondi Anita Garibaldi. Seguono altre presenze (da Salomé a Juliette Greco) ed un omaggio al compositore italiano Giacinto Scelsi. Il festival è al femminile. E’ però da vedere se e quanto tratti d’”erranti, eretiche ed erotiche”. Specialmente d’eros, ce ne sarà molto meno di quanto annunciato. Di “seduzione” in teatro in musica non ce ne sarà quasi nulla.
In primo luogo, chiunque conosce “La Traviata” sa che tratta d’innamoramento , di passione e d’amore ma non certo di seduzione (la donna di vita Violetta non seduce il giovane provinciale Alfredo, ma i due cadono nelle braccia l’uno dell’altra); la seduzione e l’eros sono assenti dal melodramma italiano ottocentesco, specialmente da quello verdiano. Non è né erotica né errante né, ancor meno seduttrice, la monaca Rosvita autrice di straordinari “morality plays” da recitarsi in un convento di clausura. Anita Garibaldi aveva una forte propensione a combattere più che a sedurre. Norma e Medea, dal canto loro, sono state sedotte (ed abbandonate) al levarsi del sipario ed il loro obiettivo è vendicarsi nel modo pure più efferato (uccidendo i figli da avuti dal seduttore). Senza errare, professare eresia e dare sfoggio d’eros.
A Macerata, il Festival deve rivolgersi al teatro in musica francese, “Carmen” di Bizet ed ad una novità di Tutino per cogliere nel segno, ossia trattare di “seduzione”. Il primo titolo riguarda una vera mangiatrice d’uomini (argomento frequente del teatro musicale francese del Secondo Impero e della Terza Repubblica). Nella novità assoluta “The servant” di Tutino, dal film di Joseph Losey del 1963, s’intrecciano seduzioni ambigue, anche omo-erotiche. Già nel 2005, Tutino aveva presentato, a Macerata, una prima mondiale “Le bel indifferent” in cui Danilo Fernandenz, attore di origine uruguaiana, stava in scena tutto nudo per l’intera durata dell’atto unico, facendo anche la doccia ed utilizzando i servizi igienici posti sul palcoscenico. Ebbe eco di stampa, ma limitato successo.
Gli altri titoli sono distanti dal tema della seduzione. La “Cleopatra” di Lauro Rossi è forse stata una seduttrice prima dell’inizio dell’opera, nel corso della quale tenta di riconquistare Antonio, tornato a Roma da Ottavia; la regina egiziana è insensibile pure al suo antico innamorato Diomede. In breve, siamo alle prese con un grand-opéra padano – la definizione è del musicologo Giancarlo Landini – strutturato come “Aida”, “Gioconda”, “Adriana Lecouvreur”. E’ il 1876. Lauro Rossi compone nella tradizione verdiana: soltanto circa venti anni più tardi, con “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini l’eros e la seduzione sarebbero tornati (dopo una lunga assenza) nelle scene del teatro in musica italiano. La verdiana Odabella cerca, con la finzione non con la seduzione, di fermare “Attila” (a cui è intitolata l’opera in cartellone a Macerata) a non marciare su Roma; è una Giuditta in sedicesimo risorgimentale, che - attenzione !- induce alle nozze il re unno ma lo accoppa prima che siano adempiuti i doveri coniugali (e nonostante che Attila si sia già inginocchiato di fronte a Papa Leone I). E la pucciniana “Tosca”? La vera seduttrice del repertorio del lucchese è la già ricordata “Manon Lescaut” – “O tentatrice!” la chiama Des Grieuux nel duetto del secondo atto in cui , nel 1893 al Teatro Regio di Torino, l’eros torna prepotente sulla scena italiana. Pare che “Manon Lescaut” fosse stata presente nel programma iniziale dello Sferisterio Festival, ma sia stata sostituita, per ragioni di budget, con una “Tosca”, che non seduce e non è sedotta da nessuno ma finge di cedere, per un’ora, al “satiro” Scarpia (capo della polizia papalina) per infiggergli una coltellata nel dorso al primo tentativo d’abbraccio.
Vi ricordate il film “Sangue e Arena”? Nella prima versione (1922), Nita Naldi e Lita Lee combattevano tra di loro per portarsi Rodolfo Valentino ciascuna sotto le proprie lenzuola. Nella seconda (1941), Rita Hayworth e Linda Darnell braccavano (sempre per motivi di letto) Tyrone Power. Mutati i tempi, a Hollywood è stato progettato (ma mai realizzato) un più esplicito “Sesso e Arena”, con la vicenda trasportata dalla Spagna degli Anni 20 alla libertina Spagna di oggidì. Nulla di tutto ciò (tranne “Carmen”) a che fare con quanto in programma a Macerata, ma pare che la formula “Sesso e Arena” renda. Quattro anni fa l’Associazione che gestisce lo Sferisterio stava per chiudere bottega in quanto sommersa dai debiti. L’anno scorso, nell’arco di tre settimane, ci sono stati 25.000 spettatori paganti. Gli apporti di sponsor privati è ora di un milione d’euro la stagione. Una “seduzione” quindi più per sani motivi commerciali che per portare la seduzione in musica o la musica della seduzione al centro del Festival.
Non mancano né la seduzione in musica né la musica della seduzione. Sono, però, virtualmente assenti dal repertorio che più attira il pubblico italiano dei Festival estivi: il melodramma ottocentesco, specialmente quello verdiano. Nel romanticismo, la seduzione e l’eros hanno un ruolo centrale dell’opera tedesca e francese, ma spariscono da quella italiana – l’ultima opera “érotique” di un italiano è “Le comte Ory” di Rossini (ma per l’appunto in francese)- per riapparire alla fine dell’Ottocento e diventare centrali a quel teatro in musica del Novecento in gran misura condannato all’oblio perché coetaneo con il fascismo. La seduzione è centrale al barocco. Si pensi, per citare titoli notissimi, a “L’incoronazione di Poppea” di Monteverdi (dove la seduzione porta al potere politico assoluto) o a “La Callisto” di Cavalli (dove la seduzione giunge a dare un nuovo assetto alla stessa ecosfera). In effetti – come rileva acutamente Elvio Giudici – nell’epoca della controriforma il teatro in musica (specialmente a Venezia) fornisce un quadro sensuale, lascivo, libidinoso della società, in cui tutti seducono tutti e l’obiettivo principale è fare sesso (ottenendone anche altri vantaggi).
Questa estate il vero Festival della “seduzione” è il Festival Internationale d’Opéra Baroque a Beaune in Borgogna dove complessi italiani, quali quelli guidati da Antonio Florio e Ottavio Dantone, unitamente a complessi britannici e francesi, portano alcuni esempi del fior fiore del teatro in musica del Sei-Settecento italiano, britannico e tedesco-francese, dove la “seduzione” è le molla effettiva dell’azione scenica e musicale. Si svolge in un complesso religioso-ospedaliero costruito da una coppia d’anime pie del Quattrocento (l’Hôtel- Dieu des Hospice de la Charité). Potenza della “seduzione”. Quella vera.
A Ravenna, un nuovo allestimento della verdiana “La Traviata”, firmato da Cristina Mazzavillani Muti e 'spazializzato' dalle alchimie foniche di Luigi Ceccarelli, ha inaugurato la manifestazione. La declinazione al femminile del tema è scandita in una serie di cinque 'ritratti', commissionati ad altrettante protagoniste del teatro e della musica romagnole. Insieme alle 'visioni' (un incontro fra Norma e Medea) di Cristina Mazzavillani Muti, essi hanno l’obiettivo di dare vita a una serie di figure di donne d'eccezione, da una monaca 'commediografa' dell'anno mille come Rosvita all'eroina dei due mondi Anita Garibaldi. Seguono altre presenze (da Salomé a Juliette Greco) ed un omaggio al compositore italiano Giacinto Scelsi. Il festival è al femminile. E’ però da vedere se e quanto tratti d’”erranti, eretiche ed erotiche”. Specialmente d’eros, ce ne sarà molto meno di quanto annunciato. Di “seduzione” in teatro in musica non ce ne sarà quasi nulla.
In primo luogo, chiunque conosce “La Traviata” sa che tratta d’innamoramento , di passione e d’amore ma non certo di seduzione (la donna di vita Violetta non seduce il giovane provinciale Alfredo, ma i due cadono nelle braccia l’uno dell’altra); la seduzione e l’eros sono assenti dal melodramma italiano ottocentesco, specialmente da quello verdiano. Non è né erotica né errante né, ancor meno seduttrice, la monaca Rosvita autrice di straordinari “morality plays” da recitarsi in un convento di clausura. Anita Garibaldi aveva una forte propensione a combattere più che a sedurre. Norma e Medea, dal canto loro, sono state sedotte (ed abbandonate) al levarsi del sipario ed il loro obiettivo è vendicarsi nel modo pure più efferato (uccidendo i figli da avuti dal seduttore). Senza errare, professare eresia e dare sfoggio d’eros.
A Macerata, il Festival deve rivolgersi al teatro in musica francese, “Carmen” di Bizet ed ad una novità di Tutino per cogliere nel segno, ossia trattare di “seduzione”. Il primo titolo riguarda una vera mangiatrice d’uomini (argomento frequente del teatro musicale francese del Secondo Impero e della Terza Repubblica). Nella novità assoluta “The servant” di Tutino, dal film di Joseph Losey del 1963, s’intrecciano seduzioni ambigue, anche omo-erotiche. Già nel 2005, Tutino aveva presentato, a Macerata, una prima mondiale “Le bel indifferent” in cui Danilo Fernandenz, attore di origine uruguaiana, stava in scena tutto nudo per l’intera durata dell’atto unico, facendo anche la doccia ed utilizzando i servizi igienici posti sul palcoscenico. Ebbe eco di stampa, ma limitato successo.
Gli altri titoli sono distanti dal tema della seduzione. La “Cleopatra” di Lauro Rossi è forse stata una seduttrice prima dell’inizio dell’opera, nel corso della quale tenta di riconquistare Antonio, tornato a Roma da Ottavia; la regina egiziana è insensibile pure al suo antico innamorato Diomede. In breve, siamo alle prese con un grand-opéra padano – la definizione è del musicologo Giancarlo Landini – strutturato come “Aida”, “Gioconda”, “Adriana Lecouvreur”. E’ il 1876. Lauro Rossi compone nella tradizione verdiana: soltanto circa venti anni più tardi, con “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini l’eros e la seduzione sarebbero tornati (dopo una lunga assenza) nelle scene del teatro in musica italiano. La verdiana Odabella cerca, con la finzione non con la seduzione, di fermare “Attila” (a cui è intitolata l’opera in cartellone a Macerata) a non marciare su Roma; è una Giuditta in sedicesimo risorgimentale, che - attenzione !- induce alle nozze il re unno ma lo accoppa prima che siano adempiuti i doveri coniugali (e nonostante che Attila si sia già inginocchiato di fronte a Papa Leone I). E la pucciniana “Tosca”? La vera seduttrice del repertorio del lucchese è la già ricordata “Manon Lescaut” – “O tentatrice!” la chiama Des Grieuux nel duetto del secondo atto in cui , nel 1893 al Teatro Regio di Torino, l’eros torna prepotente sulla scena italiana. Pare che “Manon Lescaut” fosse stata presente nel programma iniziale dello Sferisterio Festival, ma sia stata sostituita, per ragioni di budget, con una “Tosca”, che non seduce e non è sedotta da nessuno ma finge di cedere, per un’ora, al “satiro” Scarpia (capo della polizia papalina) per infiggergli una coltellata nel dorso al primo tentativo d’abbraccio.
Vi ricordate il film “Sangue e Arena”? Nella prima versione (1922), Nita Naldi e Lita Lee combattevano tra di loro per portarsi Rodolfo Valentino ciascuna sotto le proprie lenzuola. Nella seconda (1941), Rita Hayworth e Linda Darnell braccavano (sempre per motivi di letto) Tyrone Power. Mutati i tempi, a Hollywood è stato progettato (ma mai realizzato) un più esplicito “Sesso e Arena”, con la vicenda trasportata dalla Spagna degli Anni 20 alla libertina Spagna di oggidì. Nulla di tutto ciò (tranne “Carmen”) a che fare con quanto in programma a Macerata, ma pare che la formula “Sesso e Arena” renda. Quattro anni fa l’Associazione che gestisce lo Sferisterio stava per chiudere bottega in quanto sommersa dai debiti. L’anno scorso, nell’arco di tre settimane, ci sono stati 25.000 spettatori paganti. Gli apporti di sponsor privati è ora di un milione d’euro la stagione. Una “seduzione” quindi più per sani motivi commerciali che per portare la seduzione in musica o la musica della seduzione al centro del Festival.
Non mancano né la seduzione in musica né la musica della seduzione. Sono, però, virtualmente assenti dal repertorio che più attira il pubblico italiano dei Festival estivi: il melodramma ottocentesco, specialmente quello verdiano. Nel romanticismo, la seduzione e l’eros hanno un ruolo centrale dell’opera tedesca e francese, ma spariscono da quella italiana – l’ultima opera “érotique” di un italiano è “Le comte Ory” di Rossini (ma per l’appunto in francese)- per riapparire alla fine dell’Ottocento e diventare centrali a quel teatro in musica del Novecento in gran misura condannato all’oblio perché coetaneo con il fascismo. La seduzione è centrale al barocco. Si pensi, per citare titoli notissimi, a “L’incoronazione di Poppea” di Monteverdi (dove la seduzione porta al potere politico assoluto) o a “La Callisto” di Cavalli (dove la seduzione giunge a dare un nuovo assetto alla stessa ecosfera). In effetti – come rileva acutamente Elvio Giudici – nell’epoca della controriforma il teatro in musica (specialmente a Venezia) fornisce un quadro sensuale, lascivo, libidinoso della società, in cui tutti seducono tutti e l’obiettivo principale è fare sesso (ottenendone anche altri vantaggi).
Questa estate il vero Festival della “seduzione” è il Festival Internationale d’Opéra Baroque a Beaune in Borgogna dove complessi italiani, quali quelli guidati da Antonio Florio e Ottavio Dantone, unitamente a complessi britannici e francesi, portano alcuni esempi del fior fiore del teatro in musica del Sei-Settecento italiano, britannico e tedesco-francese, dove la “seduzione” è le molla effettiva dell’azione scenica e musicale. Si svolge in un complesso religioso-ospedaliero costruito da una coppia d’anime pie del Quattrocento (l’Hôtel- Dieu des Hospice de la Charité). Potenza della “seduzione”. Quella vera.
SE LA PSICOSI DELL'INFLAZIONE SI AUTOALIMENTA,. Libero del 28 giugno
Il dibattito in corso in Italia sul tasso programmato d’inflazione non è un fenomeno isolato oppure tipico del nostro Paese. In Germania, ad esempio, i sindacati della Lufthansa hanno chiesto un aumento salariale del 9,8% (per i tre anni di durata dell’accordo) motivandolo con le prospettive di un aumento dell’inflazione. In Gran Bretagna, 600.000 dipendenti d’enti locali (contee, comuni) sono scesi in sciopero per ragioni analoghe. Non è unicamente sul fronte dei prezzi dei fattori di produzione (come il lavoro) ma anche su quello dei prezzi dei prodotti e dei servizi: la Dow Chemical ha appena ritoccato, all’insù, i listini e lo ha motivato con il balzo del greggio; le compagnie aeree hanno imposto addizionali ai prezzi dei biglietti. E via discorrendo.
La corsa al petrolio, alle derrate ed a varie materie prime (i cui indici sono aumentati dl 94%, del 62% e del 32% negli ultimi 12 mesi) sono le mosche cocchiere di una nuova andata d’inflazione analoga a quella degli Anni Settanta (che arrivo a tassi d’aumenti generalizzati dei prezzi a due cifre)? Oppure sono il frutto di vampate speculative destinate a rientrare? Ho parlato con colleghi dei servizi studi della Federal Reserve e della Bce. Prevale la seconda ipotesi. Tuttavia, dagli Anni Settanta ad ora la disciplina economica è cresciuta e si è arricchita di nuovi rami e di nuovi filoni d’analisi. Mentre negli Anni Settanta (ed in Italia anche nella prima parte degli Anni Ottanta), un’ipotesi era che le indicizzazioni autoalimentassero l’inflazione (questo era il succo, ad esempio, del pensiero di Ezio Tarantelli ed è stato la base dell’Accordo di San Valentino e del decreto legge sulla sterilizzazione di alcuni punti di contingenza), oggi la molla che auto-alimenta gli aumenti dei prezzi e trasforma la speculazione su alcune merci e servizi in inflazione generalizzata è argomento di analisi di un nuovo ramo della disciplina: la “neuro-economia”. E’ un ramo discusso- è stato ad esempio molto criticato da Ariel Rubistein al congresso scientifico della Società Internazionale d’Econometria nel 2005 – ma che sta guadagnando sia terreno sia reputazione. Ne fornisce una valutazione equilibrata Douglas Bernheim dell’Università di Stanford nel saggio "Neuroeconomics: A Sober (But Hopeful) Appraisal" pubblicato a metà giugno come NBER Working Paper No. W13954. Il ramo coniuga la psicologia (che studia pensieri e percezioni) con l’economia che invece ipotizza razionalità di comportamento (quale la minimizzazione dei costi per raggiungere obiettivi). Analizza emozioni (quali la speranza e la paura) al fine di individuare le motivazioni alla base dei comportamenti effettivi. Fa perno più sugli esperimenti che sulla teoria pura; Daniel Kahneman ha ottenuto il Premio Nobel per l’Economia, proprio per il suo lavoro sperimentale in questo campo. In materia di finanza e di relazioni industriali, specialmente importante la “neuroeconomia della fiducia”, argomento di studio di Paul Zak del Centro per gli studi di neuroeconomia della Claremont Graduate University in California a cui si può scrivere (paul.zak@cgu.edu) per avere copia (su supporto elettronico) dei suoi ultimi lavori.
Non si parla di “neuroeconomia” unicamente nei cenacoli universitari e nei servizi studi delle autorità monetarie. Pur evitando di menzionare il vocabolo (ha un sapore troppo accademico), ne discutono, in interveste alla stampa britannica ed americana, Julian Callow, capo economista di Barclays Capital e Jacques Callioux della Royal Bank of Scotland per spiegare i dilemmi che confrontano oggi Governi, banche centrali, Governi ed associazioni di datori di lavoro. Il nodo sottolineano è come bloccare la trasmissione dei balzi di alcuni prezzi al resto dell’economia. Gli strumenti della “neuroeconomia” forniscono ricette migliori e più articolate di quelle della fine degli Anni Settanta (quando negli Usa si utilizzarono durissimi freni monetari, scatenando una minirecessione) e della prima parte degli Anni Ottanta (quando in Europa si punto sul tasso d’inflazione programmata per disinnescare il canale di trasmissione fornito dall’indicizzazione).
La “neureconomia” ha lavorato principalmente su argomenti micro-economici, dato il proprio carattere sperimentale, e non ha trattato specificatamente di quelli macro-economici, e, dunque, ancor meno di quelli della politica di bilancio e della moneta. Ci sono, però, alcune indicazioni indirette che possono essere utili a chi ha responsabilità di politica economica ed alle parti sociali. Uno studio delle Università di Tuebigen e del DWI di Berlino analizza come nell’età dell’incertezza e della neurosi inflazionistica da incertezza, il motore principale dell’iscrizione ad un sindacato è l’”avversione al rischio”. Tale “avversione al rischio”, secondo il lavoro, suggerisce anche moderazione salariale e priorità alla creazione d’occupazione (per chi non la ha e la cerca). Nell’ultimo fascicolo di “Intereconomics, Review of European Economic Policy” un altro studio d’origine tedesca sottolinea come la “flexicurity” (flessibilità del mercato del lavoro coniugata con elevati ammortizzatori sociali , specialmente per la riqualificazione) possa apportare un contributo positivo a disinnescare la trasmissione e il gonfiamento delle psicosi inflazionistiche. Queste indicazioni sono rafforzate da un’analisi comparativa dei Paesi Ue dal 2000 al 2005 – condotta dall’Università di Bologna ma pubblicata in Germania (IZA Discussion Paper No. 3502 ) da cui si evince che i più alti tassi d’occupazione e la maggiore moderazione salariale sono, di norma, associati con maggiori spese in politiche del lavoro, specialmente in politiche attive del lavoro, e minori rigidità.
La corsa al petrolio, alle derrate ed a varie materie prime (i cui indici sono aumentati dl 94%, del 62% e del 32% negli ultimi 12 mesi) sono le mosche cocchiere di una nuova andata d’inflazione analoga a quella degli Anni Settanta (che arrivo a tassi d’aumenti generalizzati dei prezzi a due cifre)? Oppure sono il frutto di vampate speculative destinate a rientrare? Ho parlato con colleghi dei servizi studi della Federal Reserve e della Bce. Prevale la seconda ipotesi. Tuttavia, dagli Anni Settanta ad ora la disciplina economica è cresciuta e si è arricchita di nuovi rami e di nuovi filoni d’analisi. Mentre negli Anni Settanta (ed in Italia anche nella prima parte degli Anni Ottanta), un’ipotesi era che le indicizzazioni autoalimentassero l’inflazione (questo era il succo, ad esempio, del pensiero di Ezio Tarantelli ed è stato la base dell’Accordo di San Valentino e del decreto legge sulla sterilizzazione di alcuni punti di contingenza), oggi la molla che auto-alimenta gli aumenti dei prezzi e trasforma la speculazione su alcune merci e servizi in inflazione generalizzata è argomento di analisi di un nuovo ramo della disciplina: la “neuro-economia”. E’ un ramo discusso- è stato ad esempio molto criticato da Ariel Rubistein al congresso scientifico della Società Internazionale d’Econometria nel 2005 – ma che sta guadagnando sia terreno sia reputazione. Ne fornisce una valutazione equilibrata Douglas Bernheim dell’Università di Stanford nel saggio "Neuroeconomics: A Sober (But Hopeful) Appraisal" pubblicato a metà giugno come NBER Working Paper No. W13954. Il ramo coniuga la psicologia (che studia pensieri e percezioni) con l’economia che invece ipotizza razionalità di comportamento (quale la minimizzazione dei costi per raggiungere obiettivi). Analizza emozioni (quali la speranza e la paura) al fine di individuare le motivazioni alla base dei comportamenti effettivi. Fa perno più sugli esperimenti che sulla teoria pura; Daniel Kahneman ha ottenuto il Premio Nobel per l’Economia, proprio per il suo lavoro sperimentale in questo campo. In materia di finanza e di relazioni industriali, specialmente importante la “neuroeconomia della fiducia”, argomento di studio di Paul Zak del Centro per gli studi di neuroeconomia della Claremont Graduate University in California a cui si può scrivere (paul.zak@cgu.edu) per avere copia (su supporto elettronico) dei suoi ultimi lavori.
Non si parla di “neuroeconomia” unicamente nei cenacoli universitari e nei servizi studi delle autorità monetarie. Pur evitando di menzionare il vocabolo (ha un sapore troppo accademico), ne discutono, in interveste alla stampa britannica ed americana, Julian Callow, capo economista di Barclays Capital e Jacques Callioux della Royal Bank of Scotland per spiegare i dilemmi che confrontano oggi Governi, banche centrali, Governi ed associazioni di datori di lavoro. Il nodo sottolineano è come bloccare la trasmissione dei balzi di alcuni prezzi al resto dell’economia. Gli strumenti della “neuroeconomia” forniscono ricette migliori e più articolate di quelle della fine degli Anni Settanta (quando negli Usa si utilizzarono durissimi freni monetari, scatenando una minirecessione) e della prima parte degli Anni Ottanta (quando in Europa si punto sul tasso d’inflazione programmata per disinnescare il canale di trasmissione fornito dall’indicizzazione).
La “neureconomia” ha lavorato principalmente su argomenti micro-economici, dato il proprio carattere sperimentale, e non ha trattato specificatamente di quelli macro-economici, e, dunque, ancor meno di quelli della politica di bilancio e della moneta. Ci sono, però, alcune indicazioni indirette che possono essere utili a chi ha responsabilità di politica economica ed alle parti sociali. Uno studio delle Università di Tuebigen e del DWI di Berlino analizza come nell’età dell’incertezza e della neurosi inflazionistica da incertezza, il motore principale dell’iscrizione ad un sindacato è l’”avversione al rischio”. Tale “avversione al rischio”, secondo il lavoro, suggerisce anche moderazione salariale e priorità alla creazione d’occupazione (per chi non la ha e la cerca). Nell’ultimo fascicolo di “Intereconomics, Review of European Economic Policy” un altro studio d’origine tedesca sottolinea come la “flexicurity” (flessibilità del mercato del lavoro coniugata con elevati ammortizzatori sociali , specialmente per la riqualificazione) possa apportare un contributo positivo a disinnescare la trasmissione e il gonfiamento delle psicosi inflazionistiche. Queste indicazioni sono rafforzate da un’analisi comparativa dei Paesi Ue dal 2000 al 2005 – condotta dall’Università di Bologna ma pubblicata in Germania (IZA Discussion Paper No. 3502 ) da cui si evince che i più alti tassi d’occupazione e la maggiore moderazione salariale sono, di norma, associati con maggiori spese in politiche del lavoro, specialmente in politiche attive del lavoro, e minori rigidità.
giovedì 26 giugno 2008
UNA LADY MACBETH MELANCONICA, Milano Finanza del 27 giugno
L’ultima opera del 71simo Maggio è “Lady Macbeth del Distretto di Mzenck” di Dmitri Šostakovič, nell’allestimento che nel 1998 ottenne il “Premio Abbiati”. La vicenda è tratta da un racconto di Nicolai Leskov - una storiaccia di sesso e sangue in cui la protagonista, Katerina L’vovna, borghese di provincia mal ammogliata, uccide tutti gli uomini che si porta sotto le lenzuola. La musica era, nel contesto degli Anni Trenta appositamente alla rovescia, in modo da non ricordare le partiture tradizionali d’opera, da non avere nulla a che fare con il sinfonismo, né con il linguaggio musicale semplice e comprensibile a tutti. Šostakovič era poco più che ventenne ma già noto.in Urss ed all’esteto. La prima rappresentazione il 22 gennaio 1934 ebbe un esito trionfale tanto che l’opera venne ripresa a Londra, a Praga e a Cleveland, nell’arco di meno di 18 mesi. Dopo la prima esecuzione a Mosca, la mattina del 28 gennaio 1936, la “Pravda” pubblicò un editoriale non firmato, ma dettato dallo stesso Stalin, in cui si accusava il lavoro di pornografia e di cacofonia. Da allora iniziò, per Šostakovič un processo di “mobbing” che durò sino alla fine degli Anni 50. Non compose opere per decenni. Nel 1963, propose una nuova edizione di “La lady Macbeth”, espurgata, però, nel testo, nella partitura ed anche nel titolo (diventato “Katerina Izmailova”). Sino a tempi recenti questa versione è quella vista più spesso in Italia. L’originale del 1934 è stato proposto nel 1947 al Festival di musica contemporanea a Venezia e negli ultimi anni a Spoleto, a Firenze, a Milano, a Catania, a Ravenna ed a Roma. L’edizione fiorentina del 1998 (regia di Lev Dodin, scene e costumi di David Borovsky, direzione musicale di Semyon Bichkov) è stata considerato esemplare. E, quindi, da riproporre a dieci anni di distanza dalla prima rappresentazione fiorentina. Il 21 giugno il teatro era pieno, nonostante si fosse nel primo caldo sabato estivo; il pubblico ha saluto con entusiasmo le tre ore e mezzo di spettacolo interrotte da un breve intervallo.
La regia Dodin (che ha curato la ripresa in prima persona) e le scene e costumi (riprese da Alexander Burovsky) sono rimaste identiche a quelle del 1998: un impianto unico per rappresentare i vari ambienti (dall’azienda agricola, al commissariato di polizia, alla radura dove sostano i condannati alla deportazione in Siberia). La direzione musicale, invece, è molto differente. La bacchetta di James Conlon non ha il fuoco e la concitazione di quella di Bichkov (o di quelle di Chung e Gergiev per ricordare altre edizioni recenti) ma è melanconica, ed a volte ironica (nella scena del commissariato ed in quelle in cui è presente un Pope ridotto a ridicola macchietta). Grande attenzione ai dettagli. Enfasi sui violoncelli e sui fiati piuttosto che sugli ottoni. Risalto agli intermezzi in cui la buca d’orchestra viene portata al livello del palcoscenico. Una “Lady”, quindi, più dolente che demoniaca. La incarna Jeanne-Michèle Charbonnet, simile ad una Madame Bovary russa (delusa dai vari uomini della sua vita) piuttosto che ad una furia sanguinaria. La affianca un vasto cast (oltre 15 solisti in 22 differenti ruoli), tutti abili sia nella recitazione sia nel canto, nonché con le “physique du rôle”.. Tra essi spiccano Sergej Kunaev (nel ruolo dell’amante della protagonista) e Vladimir Vaneev (in quello del suocero). Lo spettacolo dovrebbe andare anche in teatri come Parigi e Amsterdam con palcoscenici vasti come quello fiorentino.
La regia Dodin (che ha curato la ripresa in prima persona) e le scene e costumi (riprese da Alexander Burovsky) sono rimaste identiche a quelle del 1998: un impianto unico per rappresentare i vari ambienti (dall’azienda agricola, al commissariato di polizia, alla radura dove sostano i condannati alla deportazione in Siberia). La direzione musicale, invece, è molto differente. La bacchetta di James Conlon non ha il fuoco e la concitazione di quella di Bichkov (o di quelle di Chung e Gergiev per ricordare altre edizioni recenti) ma è melanconica, ed a volte ironica (nella scena del commissariato ed in quelle in cui è presente un Pope ridotto a ridicola macchietta). Grande attenzione ai dettagli. Enfasi sui violoncelli e sui fiati piuttosto che sugli ottoni. Risalto agli intermezzi in cui la buca d’orchestra viene portata al livello del palcoscenico. Una “Lady”, quindi, più dolente che demoniaca. La incarna Jeanne-Michèle Charbonnet, simile ad una Madame Bovary russa (delusa dai vari uomini della sua vita) piuttosto che ad una furia sanguinaria. La affianca un vasto cast (oltre 15 solisti in 22 differenti ruoli), tutti abili sia nella recitazione sia nel canto, nonché con le “physique du rôle”.. Tra essi spiccano Sergej Kunaev (nel ruolo dell’amante della protagonista) e Vladimir Vaneev (in quello del suocero). Lo spettacolo dovrebbe andare anche in teatri come Parigi e Amsterdam con palcoscenici vasti come quello fiorentino.
martedì 24 giugno 2008
TORNA A FIRENZE LA LADY CHE NON PIACQUE A STALIN Il Velino 24 giugno
Roma, 24 giu (Velino) - L’ultima opera del 71esimo Maggio Fiorentino è “Lady Macbeth del distretto di Mzensk” di Dmitri Sostakovic, nell’allestimento che nel 1998 ottenne il “Premio Abbiati” (l’Oscar italiano per il miglior spettacolo lirico). Chiude in bellezza una manifestazione che si è estesa per oltre due mesi (dal 24 aprile al primo luglio) e che ha avuto alcuni elementi deboli, specialmente “Carmen”, spettacolo con il più alto numero di repliche ma non all’altezza dell’evento sia perché si tratta di un’opera molto rappresentata (ben cinque nuovi allestimenti questa estate) sia per la modestia della produzione. Si addice a un festival (che si dovrebbe caratterizzare per una serie di eventi unici) una “ripresa”? Nel caso di “Lady Macbeth del distretto di Mzensk” credo si debba, eccezionalmente, rispondere di sì. Lo spettacolo del 1998 (regia di Lev Dodin, scene e costumi di David Borovsky, direzione musicale di Semyon Bychkov) è stato considerato esemplare sia in Italia sia all’estero. Riguarda, poi, un’opera che ai tempi del “pensiero unico” non veniva quasi mai eseguita nonostante abbia avuto una serie di rappresentazioni esemplari in traduzione ritmica italiana, come si usava all’epoca, alla Fenice nell’ambito del Festival di Musica Contemporanea di Venezia nel 1947.
Dmitri Sostakovic aveva circa 25 anni quando scelse un racconto di Nicolai Leskov come spunto per “Lady Macbeth”, una storiaccia di sesso e sangue in cui la protagonista, Katerina Lvovna, borghese di provincia mal ammogliata e assatanata, uccide gli uomini che si porta sotto le lenzuola (suocero e marito), il figlio del cognato e anche la nuova fidanzata del suo amante durante una deportazione della coppia omicida - lei e il suo ganzo - verso la Siberia. Bell’uomo, donnaiolo, viveur nella San Pietroburgo che stava diventando Leningrado, Sostakovic si considerava un comunista doc. Non lasciò la Madre Russia (come Stravinsky, Prokofiev e altri) ai primi bagliori della rivoluzione, ma intendeva contribuire a essa con il suo talento. L’opera avrebbe dovuto essere la prima di una tetralogia dedicata alla donna russa, ovviamente alla donna post-rivoluzionaria, liberata sessualmente e politicamente. La “Lady” in fin dei conti uccideva tre kulaki proprietari terrieri reazionari in un mondo in cui la polizia era corrotta e i pope chiudevano, in cambio di una buona offerta alla questua, non uno ma entrambi gli occhi pure di fronte agli omicidi. Sostakovic era convinto di andare sul sicuro dato il successo di pubblico (e di critica “socialista”) della versione cinematografica di Ceslav Savinki in cui (si era negli anni della transizione tra “muto” e “parlato”) sangue, sbudellamenti e torture varie venivano accentuati.
La musica – ha scritto il compositore - era “fatta appositamente alla rovescia, in modo da non ricordare affatto la classica musica d’opera, da non avere nulla a che fare con il sinfonismo, con il linguaggio musicale semplice e comprensibile a tutti”. La “Lady Macbeth” venne rappresentata la prima volta il 22 gennaio 1934 a San Pietroburgo con un esito trionfale. L’opera varcò i confini dell’Urss e venne ripresa anche a Londra, Praga e Cleveland. A neppure un anno e mezzo di distanza dalla “prima”, se ne annunciarono messe in scena a Bruxelles, Parigi e New York. Nel gennaio del 1936 arrivò, attesissima, al moscovita Bolscioi. La mattina del 28 gennaio, la Pravda pubblicò un editoriale non firmato, ma pare dettato dallo stesso Stalin, intitolato “Caos anziché musica nel quale si accusava l’opera di pornografia e cacofonia. Da allora (si era nel 1936) iniziò, per Sostakovic non ancora trentenne, un processo di isolamento che durò sino alla fine degli anni Cinquanta. Il compositore fu costretto a ritirare il lavoro, sua seconda e, per molti aspetti, ultima opera. Passò dal teatro alla musica, si buttò nella sinfonica per grande organico, nella cameristica e negli accompagnamenti ai film (eccezionale il componimento per un “Amleto”).
Solo dopo la morte di Stalin, ritornò, moderatamente, all’innovazione. Nella tredicesima sinfonia introdusse la voce solista (su testi di Evtuscenko). Nel 1963 propose una nuova edizione della “Lady Macbeth”, spurgata, però, nel testo, nella partitura e anche nel titolo (diventato “Katerina Ivanova”): è questa la versione conosciuta in Italia, principalmente tramite tournée dell’Opera di Zagabria, di Lubiana e di Sarajevo a Napoli, Genova e nei circuiti della Lombardia e dell’Emilia-Romagna negli anni ’60 e ‘70. La “Lady Macbeth” del 1934 è riapparsa nel 1980 a Spoleto, nel 1987 a Trieste, nel 1992 e nel 2007 alla Scala e nel 1994 e 1998 a Firenze. Cosa irritò Stalin? L’opera è senza dubbio violenta con scene di stupro e di sesso in palcoscenico, ma il film di Ceslav Savinki lo è ancora di più. Alcune scene (quella del commissariato e della corruzione diffusa tra le forse dell’ordine) si riferivano all’epoca zarista, ma probabilmente la situazione non era cambiata molto durante il comunismo. In un breve saggio scritto nel 2006, in occasione del centenario della nascita di Sostakovic, ho sostenuto che alla radice del divieto ci fossero due elementi: la rivoluzione musicale e il successo all’estero di cui Stalin era invidioso e perplesso in quanto dava al mondo un’immagine della Russia differente da quella propagandata dal Pcus.
Due parole sullo spettacolo fiorentino. Nonostante regia, scene e costumi siano quelli del 1998, la direzione musicale è differente. La bacchetta di James Conlon non ha il fuoco e la concitazione di quella di Bychkov (o di quelle di Chung e Gergiev per ricordare altre edizioni recenti) ma è melanconica e a volte ironica come nella scena del commissariato e in quelle in cui è presente un pope ridotto a ridicola macchietta. Grande attenzione ai dettagli. Enfasi sui violoncelli e sui fiati piuttosto che sugli ottoni. Risalto agli intermezzi in cui la buca d’orchestra viene portata al livello del palcoscenico. Una “Lady”, quindi, più dolente che demoniaca. Più vicina forse a quella che Sostakovic intendeva rappresentare. E più tagliente nei confronti del comunismo. Anche per questo non piacque alle nostra intellighenzia sino alla fine degli anni Ottanta (l’edizione spoletina fu fortemente voluta da Gian Carlo Menotti) e pare che Walter Veltroni non la mandi giù ancora oggi.
Dmitri Sostakovic aveva circa 25 anni quando scelse un racconto di Nicolai Leskov come spunto per “Lady Macbeth”, una storiaccia di sesso e sangue in cui la protagonista, Katerina Lvovna, borghese di provincia mal ammogliata e assatanata, uccide gli uomini che si porta sotto le lenzuola (suocero e marito), il figlio del cognato e anche la nuova fidanzata del suo amante durante una deportazione della coppia omicida - lei e il suo ganzo - verso la Siberia. Bell’uomo, donnaiolo, viveur nella San Pietroburgo che stava diventando Leningrado, Sostakovic si considerava un comunista doc. Non lasciò la Madre Russia (come Stravinsky, Prokofiev e altri) ai primi bagliori della rivoluzione, ma intendeva contribuire a essa con il suo talento. L’opera avrebbe dovuto essere la prima di una tetralogia dedicata alla donna russa, ovviamente alla donna post-rivoluzionaria, liberata sessualmente e politicamente. La “Lady” in fin dei conti uccideva tre kulaki proprietari terrieri reazionari in un mondo in cui la polizia era corrotta e i pope chiudevano, in cambio di una buona offerta alla questua, non uno ma entrambi gli occhi pure di fronte agli omicidi. Sostakovic era convinto di andare sul sicuro dato il successo di pubblico (e di critica “socialista”) della versione cinematografica di Ceslav Savinki in cui (si era negli anni della transizione tra “muto” e “parlato”) sangue, sbudellamenti e torture varie venivano accentuati.
La musica – ha scritto il compositore - era “fatta appositamente alla rovescia, in modo da non ricordare affatto la classica musica d’opera, da non avere nulla a che fare con il sinfonismo, con il linguaggio musicale semplice e comprensibile a tutti”. La “Lady Macbeth” venne rappresentata la prima volta il 22 gennaio 1934 a San Pietroburgo con un esito trionfale. L’opera varcò i confini dell’Urss e venne ripresa anche a Londra, Praga e Cleveland. A neppure un anno e mezzo di distanza dalla “prima”, se ne annunciarono messe in scena a Bruxelles, Parigi e New York. Nel gennaio del 1936 arrivò, attesissima, al moscovita Bolscioi. La mattina del 28 gennaio, la Pravda pubblicò un editoriale non firmato, ma pare dettato dallo stesso Stalin, intitolato “Caos anziché musica nel quale si accusava l’opera di pornografia e cacofonia. Da allora (si era nel 1936) iniziò, per Sostakovic non ancora trentenne, un processo di isolamento che durò sino alla fine degli anni Cinquanta. Il compositore fu costretto a ritirare il lavoro, sua seconda e, per molti aspetti, ultima opera. Passò dal teatro alla musica, si buttò nella sinfonica per grande organico, nella cameristica e negli accompagnamenti ai film (eccezionale il componimento per un “Amleto”).
Solo dopo la morte di Stalin, ritornò, moderatamente, all’innovazione. Nella tredicesima sinfonia introdusse la voce solista (su testi di Evtuscenko). Nel 1963 propose una nuova edizione della “Lady Macbeth”, spurgata, però, nel testo, nella partitura e anche nel titolo (diventato “Katerina Ivanova”): è questa la versione conosciuta in Italia, principalmente tramite tournée dell’Opera di Zagabria, di Lubiana e di Sarajevo a Napoli, Genova e nei circuiti della Lombardia e dell’Emilia-Romagna negli anni ’60 e ‘70. La “Lady Macbeth” del 1934 è riapparsa nel 1980 a Spoleto, nel 1987 a Trieste, nel 1992 e nel 2007 alla Scala e nel 1994 e 1998 a Firenze. Cosa irritò Stalin? L’opera è senza dubbio violenta con scene di stupro e di sesso in palcoscenico, ma il film di Ceslav Savinki lo è ancora di più. Alcune scene (quella del commissariato e della corruzione diffusa tra le forse dell’ordine) si riferivano all’epoca zarista, ma probabilmente la situazione non era cambiata molto durante il comunismo. In un breve saggio scritto nel 2006, in occasione del centenario della nascita di Sostakovic, ho sostenuto che alla radice del divieto ci fossero due elementi: la rivoluzione musicale e il successo all’estero di cui Stalin era invidioso e perplesso in quanto dava al mondo un’immagine della Russia differente da quella propagandata dal Pcus.
Due parole sullo spettacolo fiorentino. Nonostante regia, scene e costumi siano quelli del 1998, la direzione musicale è differente. La bacchetta di James Conlon non ha il fuoco e la concitazione di quella di Bychkov (o di quelle di Chung e Gergiev per ricordare altre edizioni recenti) ma è melanconica e a volte ironica come nella scena del commissariato e in quelle in cui è presente un pope ridotto a ridicola macchietta. Grande attenzione ai dettagli. Enfasi sui violoncelli e sui fiati piuttosto che sugli ottoni. Risalto agli intermezzi in cui la buca d’orchestra viene portata al livello del palcoscenico. Una “Lady”, quindi, più dolente che demoniaca. Più vicina forse a quella che Sostakovic intendeva rappresentare. E più tagliente nei confronti del comunismo. Anche per questo non piacque alle nostra intellighenzia sino alla fine degli anni Ottanta (l’edizione spoletina fu fortemente voluta da Gian Carlo Menotti) e pare che Walter Veltroni non la mandi giù ancora oggi.
ALEMANNO COPI DA NEW YORK, Libero 24 giugno
La situazione finanziaria ereditata dalla capitale dopo 13 anni di governo delle sinistre solleva non solo il problema delle responsabilità politiche (e, se del caso, amministrative) ma anche quello di come risolverla in un quadro – come l’attuale – di federalismo fiscale “incompiuto” e di quelle che possono essere le conseguenze di un’eventuale insolvenza della capitale sul resto d’Italia, in particolare sulle aree più produttive, quelle del Nord.
In primo luogo, se in Italia si fosse già realizzato il federalismo fiscale, le responsabilità sarebbero chiare: i romani avendo scelto per circa tre lustri amministratori che hanno gradualmente dato sempre maggiore rilievo all’effimero e sempre meno attenzione ai conti pubblici (e pur pieni di debiti si sono lanciati in un’operazione di “soccorso rosso” nei confronti della Regione Lazio per evitarne il commissariamento) sarebbero i soli a doversi assumere il compito di tamponare, in una prima fase, i conti della città e risanarli in una seconda. Ciò detto, resterebbero pur sempre le implicazioni sul resto d’Italia. . Una bancarotta di Roma avrebbe trascinato con se il resto d’Italia così come negli Anni Ottanta quello (paventato) d’Istanbul avrebbe colpito l’intera Turchia e negli Anni Settanta quello (evitato per un pelo) di New York avrebbe inflitto un colpo durissimo all’intera comunità internazionale.
Ciò per due ordini di motivi. Innanzitutto, il danno reputazionale al sistema Italia nel suo complesso: stime econometriche condotte negli Usa in occasione degli scandali finanziari degli Anni Novanta hanno rilevato che esso è tale a 16 volte il risarcimento di norma attribuito (dalla magistratura) ai danneggiati. Tale danno avrebbe riguardato l’intera Italia non solo la capitale, così come gli scandali dei rifiuti in Campania colpiscono tutto il Paese non solamente Napoli e la Regione – basta scorrere gli articoli della stampa internazionale in cui si mette sotto accusa tutta l’Italia (senza distinguere tra livelli di governo, maggioranza e opposizione e quant’altro). Inoltre, stime per quanto preliminari sulla base della matrice della contabilità sociale (che rappresenta le relazioni tecniche tra settori e tra flussi finanziari) indicherebbero verosimilmente che le aree maggiormente colpite sarebbero al centro-nord sia perché sono quelle che hanno maggiori crediti con Roma sia perché sono quelle dove un freno dell’economia romana porterebbe ad un maggior rallentamento. E’ interesse, dunque, del Nord e del resto d’Italia venire incontro a Roma. E prendere questa occasione anche come strumento aggiuntivo per attuare un efficace federalismo fiscale.
Su un quotidiano romano, ho sottolineato come la soluzione non sta in un approccio consociativo tipo Commissione Attali/Bassanini. Meglio prendere come esempio il risanamento di New York, attuato nella seconda metà degli Anni Settanta da Felix Rohatyn , a lungo alla guida di Lazard Frères e negli Anni 90 Ambasciatore Usa in Francia ed ai vertici di Lehman Brothers. Rohatyn creò la Municipal Assistance Corporation (Mac), una finanziaria costituita con le forze finanziarie ed imprenditoriali della città (ma anche con il supporto del Governo federale) che nell’arco di tre anni fu in grado di portare al pareggio del bilancio comunale e di cinque di tornare all’emissione d’obbligazioni comunali di alto “rating”. Gli atti della Mac sono pubblici e possono essere consultati on line anche oggi al http://newman.baruch.cuny.edu/digital/2003/amfl/index.htm. . Un’operazione analoga è stata fatta per il risanamento finanziario d’Istanbul in gran misura frutto della mente di Neçat Erder, economista prima all’Ocse e poi alla Banca Mondiale. La strategia è stata analoga: l’intervento (essenziale ma non sufficiente) del Governo centrale, ed un programma d’austerità delle spese municipali, come molla per indurre la finanza e l’industria privata in compra-vendita del debito municipale sul mercato secondario e di titolarizzazioni al fine di alleggerire il fardello sulla finanza comunale. New York degli Anni Settanta era l’hub della finanza internazionale; quindi, furono le forze della città ad attivarsi. Per Istanbul, si mosse tutta la Turchia (l’industria è localizzata quasi interamente in Anatolia).
In primo luogo, se in Italia si fosse già realizzato il federalismo fiscale, le responsabilità sarebbero chiare: i romani avendo scelto per circa tre lustri amministratori che hanno gradualmente dato sempre maggiore rilievo all’effimero e sempre meno attenzione ai conti pubblici (e pur pieni di debiti si sono lanciati in un’operazione di “soccorso rosso” nei confronti della Regione Lazio per evitarne il commissariamento) sarebbero i soli a doversi assumere il compito di tamponare, in una prima fase, i conti della città e risanarli in una seconda. Ciò detto, resterebbero pur sempre le implicazioni sul resto d’Italia. . Una bancarotta di Roma avrebbe trascinato con se il resto d’Italia così come negli Anni Ottanta quello (paventato) d’Istanbul avrebbe colpito l’intera Turchia e negli Anni Settanta quello (evitato per un pelo) di New York avrebbe inflitto un colpo durissimo all’intera comunità internazionale.
Ciò per due ordini di motivi. Innanzitutto, il danno reputazionale al sistema Italia nel suo complesso: stime econometriche condotte negli Usa in occasione degli scandali finanziari degli Anni Novanta hanno rilevato che esso è tale a 16 volte il risarcimento di norma attribuito (dalla magistratura) ai danneggiati. Tale danno avrebbe riguardato l’intera Italia non solo la capitale, così come gli scandali dei rifiuti in Campania colpiscono tutto il Paese non solamente Napoli e la Regione – basta scorrere gli articoli della stampa internazionale in cui si mette sotto accusa tutta l’Italia (senza distinguere tra livelli di governo, maggioranza e opposizione e quant’altro). Inoltre, stime per quanto preliminari sulla base della matrice della contabilità sociale (che rappresenta le relazioni tecniche tra settori e tra flussi finanziari) indicherebbero verosimilmente che le aree maggiormente colpite sarebbero al centro-nord sia perché sono quelle che hanno maggiori crediti con Roma sia perché sono quelle dove un freno dell’economia romana porterebbe ad un maggior rallentamento. E’ interesse, dunque, del Nord e del resto d’Italia venire incontro a Roma. E prendere questa occasione anche come strumento aggiuntivo per attuare un efficace federalismo fiscale.
Su un quotidiano romano, ho sottolineato come la soluzione non sta in un approccio consociativo tipo Commissione Attali/Bassanini. Meglio prendere come esempio il risanamento di New York, attuato nella seconda metà degli Anni Settanta da Felix Rohatyn , a lungo alla guida di Lazard Frères e negli Anni 90 Ambasciatore Usa in Francia ed ai vertici di Lehman Brothers. Rohatyn creò la Municipal Assistance Corporation (Mac), una finanziaria costituita con le forze finanziarie ed imprenditoriali della città (ma anche con il supporto del Governo federale) che nell’arco di tre anni fu in grado di portare al pareggio del bilancio comunale e di cinque di tornare all’emissione d’obbligazioni comunali di alto “rating”. Gli atti della Mac sono pubblici e possono essere consultati on line anche oggi al http://newman.baruch.cuny.edu/digital/2003/amfl/index.htm. . Un’operazione analoga è stata fatta per il risanamento finanziario d’Istanbul in gran misura frutto della mente di Neçat Erder, economista prima all’Ocse e poi alla Banca Mondiale. La strategia è stata analoga: l’intervento (essenziale ma non sufficiente) del Governo centrale, ed un programma d’austerità delle spese municipali, come molla per indurre la finanza e l’industria privata in compra-vendita del debito municipale sul mercato secondario e di titolarizzazioni al fine di alleggerire il fardello sulla finanza comunale. New York degli Anni Settanta era l’hub della finanza internazionale; quindi, furono le forze della città ad attivarsi. Per Istanbul, si mosse tutta la Turchia (l’industria è localizzata quasi interamente in Anatolia).
LA SFIDA CONTRO LA DISOCCUPAZIONE SI VINCE PUNTANDO SULLA FAMIGLIA L'Occidentale 24 giugno
Gli esiti dell’ultima rilevazione Istat sulle forze lavoro (relativa al periodo che va dal 31 dicembre 2007 al 30 marzo 2008) è stata commentata su gran parte della stampa principalmente sotto il profilo dell’aumento di quello che viene giornalisticamente chiamato “il tasso di disoccupazione”, un indice che invece rappresenta il rapporto tra coloro che cercano lavoro senza trovarlo e la forza lavoro. A sua volta, la forza lavoro stima coloro i quali vogliono e possono lavoro sul totale di coloro in età da lavoro (convenzionalmente 15-64 anni). E’ un’ottica errata poiché il dato più significativo riguarda il numero degli occupati.
Nel primo trimestre 2008 il numero di occupati è risultato pari a 23.170.000 unità, con un aumento su base annua dell’1,4 per cento (+324.000 unità). Un rilevante contributo è stato ancora fornito dagli occupati stranieri a tempo indeterminato (+141.000 unità) e dalla permanenza nell’occupazione degli italiani con almeno 50 anni di età (+157.000 unità). In termini destagionalizzati e in confronto al quarto trimestre 2007, l’occupazione nell’insieme del territorio nazionale ha registrato un lieve incremento pari allo 0,1 per cento. Altro dato rivelatore che è che il tasso d’occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è aumentato di quattro decimi di punto rispetto al primo trimestre 2007, portandosi al 58,3%. Presi insieme i due indicatori vogliono dire non solo che l’occupazione continua a crescere ma soprattutto che un numero di coloro che, scoraggiati, hanno, in passato, lasciato il mercato del lavoro, ma sono ora tornati a fare parte della forza lavoro, quindi non solo possono (sono nei limiti d’età, non sono malati, non sono disabili, non sono in prigione), ma vogliono lavorare e nelle ultime settimane precedenti l’indagine Istat hanno effettuato azioni specifiche dirette a trovare un’occupazione.
Sono indicazioni incoraggianti. Pur se il tasso d’occupazione dell’Italia (al 58,9% della popolazione in età da lavoro) è ancora inferiore alla media Ue (ormai prossima al 65%). Una serie di misure per stimolare l’incremento ulteriore e dell’occupazione in termini assoluti e del tasso d’occupazione sono nel decreto legge e disegno di legge approvati la settimana scorsa e che costituiscono la prima fase dal programma triennale di politica economica. Tuttavia poco si potrà fare se non affrontiamo il nodo della bassa partecipazione delle donne alla forza lavoro, soprattutto nel Sud e nelle Isole.
Lo conferma un’analisi condotta congiuntamente da università britanniche, spagnole e svedesi in base di dati empirici di sette Paesi dell’Ue. Secondo lo studio, stanno emergendo quattro modelli distinti (quindi poco integrati) di mercati del lavoro nell’Ue; la loro variabile principale non è (come si riteneva negli Anni Novanta) il grado d’intervento pubblico nella regolazione del mercato del lavoro ma il valore che si dà al “tempo” disponibile per la famiglia ed alle pertinenti politiche economiche e sociali. Le differenziazioni più marcate riguardano il genere. Nei Paesi nordici, viene dato lo stesso valore al tempo degli uomini e delle donne; lo “universal breadwinner model” che ne risulta comporta alta partecipazione tanto di uomini quanto di donne nel mercato del lavoro, ampia diffusione del tempo parziale e di altre forme di flessibilità e tassi di occupazione elevati per ambedue i generi nel corso della loro vita attiva. Un modello differente è quello francese (viene chiamato il “modified breadwinner model”) dove le donne o lasciano il mercato del lavoro per dedicarsi alla famiglia (e tentano a volte di rientrarvi più tardi con vario grado di successo) o restano in rapporti di lavoro a tempo pieno per tutta la loro vita professionale. Ancora più marcata la differenziazione nei Paesi mediterranei (i due studiati sono Italia e Spagna): vi prevale un modello “aut aut”- “esci” o “resta a tempo pieno”, in cui la partecipazione femminile al mercato del lavoro è relativamente bassa ma le donne che trovano un’occupazione la mantengono a tempo pieno. Il quarto modello esaminato è quello del “maternal part-time work” prevenante in Germania, in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi: la maternità è associata ad una riduzione della partecipazione nella forza lavoro meno marcata che in Francia e nei Paesi mediterranei, ma anche ad una forte diffusione del lavoro a tempo parziale in cui le donne restano anche quando i figli sono grandi. L’analisi conclude che il modello nordico è quello che produce la meno pronunciata differenza di genere nell’allocazione del tempo all’occupazione ed il miglior invecchiamento “attivo” dei lavoratori anziani. E’ il frutto di politiche coerenti di gestione del tempo e del reddito non di misure frammentarie ed a macchia di leopardo che caratterizzano gli altri modelli.
Ci sono, senza dubbio, elementi socio culturali di lungo periodo. Possiamo, però, pensare di incidere su queste determinanti senza una politica della famiglia ben articolata? Man mano che il programma triennale si articola è su questa politica che occorre puntare per avere anche in Italia un mercato del lavoro europeo.
Nel primo trimestre 2008 il numero di occupati è risultato pari a 23.170.000 unità, con un aumento su base annua dell’1,4 per cento (+324.000 unità). Un rilevante contributo è stato ancora fornito dagli occupati stranieri a tempo indeterminato (+141.000 unità) e dalla permanenza nell’occupazione degli italiani con almeno 50 anni di età (+157.000 unità). In termini destagionalizzati e in confronto al quarto trimestre 2007, l’occupazione nell’insieme del territorio nazionale ha registrato un lieve incremento pari allo 0,1 per cento. Altro dato rivelatore che è che il tasso d’occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è aumentato di quattro decimi di punto rispetto al primo trimestre 2007, portandosi al 58,3%. Presi insieme i due indicatori vogliono dire non solo che l’occupazione continua a crescere ma soprattutto che un numero di coloro che, scoraggiati, hanno, in passato, lasciato il mercato del lavoro, ma sono ora tornati a fare parte della forza lavoro, quindi non solo possono (sono nei limiti d’età, non sono malati, non sono disabili, non sono in prigione), ma vogliono lavorare e nelle ultime settimane precedenti l’indagine Istat hanno effettuato azioni specifiche dirette a trovare un’occupazione.
Sono indicazioni incoraggianti. Pur se il tasso d’occupazione dell’Italia (al 58,9% della popolazione in età da lavoro) è ancora inferiore alla media Ue (ormai prossima al 65%). Una serie di misure per stimolare l’incremento ulteriore e dell’occupazione in termini assoluti e del tasso d’occupazione sono nel decreto legge e disegno di legge approvati la settimana scorsa e che costituiscono la prima fase dal programma triennale di politica economica. Tuttavia poco si potrà fare se non affrontiamo il nodo della bassa partecipazione delle donne alla forza lavoro, soprattutto nel Sud e nelle Isole.
Lo conferma un’analisi condotta congiuntamente da università britanniche, spagnole e svedesi in base di dati empirici di sette Paesi dell’Ue. Secondo lo studio, stanno emergendo quattro modelli distinti (quindi poco integrati) di mercati del lavoro nell’Ue; la loro variabile principale non è (come si riteneva negli Anni Novanta) il grado d’intervento pubblico nella regolazione del mercato del lavoro ma il valore che si dà al “tempo” disponibile per la famiglia ed alle pertinenti politiche economiche e sociali. Le differenziazioni più marcate riguardano il genere. Nei Paesi nordici, viene dato lo stesso valore al tempo degli uomini e delle donne; lo “universal breadwinner model” che ne risulta comporta alta partecipazione tanto di uomini quanto di donne nel mercato del lavoro, ampia diffusione del tempo parziale e di altre forme di flessibilità e tassi di occupazione elevati per ambedue i generi nel corso della loro vita attiva. Un modello differente è quello francese (viene chiamato il “modified breadwinner model”) dove le donne o lasciano il mercato del lavoro per dedicarsi alla famiglia (e tentano a volte di rientrarvi più tardi con vario grado di successo) o restano in rapporti di lavoro a tempo pieno per tutta la loro vita professionale. Ancora più marcata la differenziazione nei Paesi mediterranei (i due studiati sono Italia e Spagna): vi prevale un modello “aut aut”- “esci” o “resta a tempo pieno”, in cui la partecipazione femminile al mercato del lavoro è relativamente bassa ma le donne che trovano un’occupazione la mantengono a tempo pieno. Il quarto modello esaminato è quello del “maternal part-time work” prevenante in Germania, in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi: la maternità è associata ad una riduzione della partecipazione nella forza lavoro meno marcata che in Francia e nei Paesi mediterranei, ma anche ad una forte diffusione del lavoro a tempo parziale in cui le donne restano anche quando i figli sono grandi. L’analisi conclude che il modello nordico è quello che produce la meno pronunciata differenza di genere nell’allocazione del tempo all’occupazione ed il miglior invecchiamento “attivo” dei lavoratori anziani. E’ il frutto di politiche coerenti di gestione del tempo e del reddito non di misure frammentarie ed a macchia di leopardo che caratterizzano gli altri modelli.
Ci sono, senza dubbio, elementi socio culturali di lungo periodo. Possiamo, però, pensare di incidere su queste determinanti senza una politica della famiglia ben articolata? Man mano che il programma triennale si articola è su questa politica che occorre puntare per avere anche in Italia un mercato del lavoro europeo.
lunedì 23 giugno 2008
IL PRESTIGIO DI ROMA E' QUESTIONE NAZIONALE, Il Tempo 23 giugno
Il primo passo è stato fatto: un anticipo (non una sovvenzione) di 500 milioni d’euro per le prime esigenze (quali evitare il fallimento di Ama e Trambus) e la nomina del Sindaco Gianni Alemanno a Commissario per condurre una ricognizione del debito capitolino e presentare un piano di rientro. L’anticipo ha fatto arricciare le sopracciglia a certi editorialisti ed anche ad alcune parti politiche. Probabilmente non hanno valutato quale sarebbe stato il costo al sistema Italia (e, quindi, anche e soprattutto al Nord) di un eventuale “insolvenza” della capitale. Analisi econometriche Usa in occasione di alcuni maxi-scandali finanziari (e conseguenti fallimenti) concludono che in termini di perdita di reputazione, il danno è pari ad almeno 16 volte la cifra attribuita dalla magistratura come risarcimento. Questa stima rivela che il tracollo di Roma avrebbe trascinato con se il Nord così come negli Anni Ottanta quello (paventato) d’Istanbul avrebbe colpito l’intera Turchia e negli Anni Settanta quello (evitato per un pelo) di New York avrebbe inflitto un colpo durissimo all’intera comunitaria internazionale.
Su Il Tempo del 16 giugno abbiamo ricordato come il salvataggio di New York sia stato fatto dalla Municipal Assitance Corporation inventata da Felix Rohatyn. Quello d’Istanbul è stato in gran misura frutto della mente di Neçat Erder, economista prima all’Ocse e poi alla Banca Mondiale. La strategia è stata analoga: l’intervento (essenziale ma non sufficiente) del Governo centrale, ed un programma d’austerità delle spese municipali, come molla per indurre la finanza e l’industria privata in compra-vendita del debito municipale sul mercato secondario e di titolarizzazioni al fine di alleggerire il fardello sulla finanza comunale. New York degli Anni Settanta era l’hub della finanza internazionale; quindi, furono le forze della città ad attivarsi. Per Istanbul, si mosse tutta la Turchia (l’industria è localizzata quasi interamente in Anatolia). Ancora una volta non è né carità né assistenza: la finanza, il commercio e l’industria di tutta Italia hanno esigenza di una capitale con un elevato grado di reputazione finanziaria. Così come l’oro di Roma appartiene tutta la Nazione, tutti gli italiani si devono fare carico di sostenere il Sindaco nel ripianare lustri di gestione irresponsabile. Le forze dell’industria, del commercio e della finanza di Roma devono essere le protagoniste. Date le cifre risultanti dalle analisi condotte dalla Ragioneria Generale dello Stato (e rese pubbliche il 20 giugno), sembra evidente che debbano essere affiancate da quelle del resto d’Italia. Non sarebbe la prima volta: nell’ultimo scorcio degli Anni Novanta sono stato coinvolto in prima persona nella rinegoziazione del debito della Regione Siciliana (per conto della Regione medesima); non fu difficile trovare un accordo con un grande istituto finanziario del Centro-Nord. Non per altruismo. Ma ragione degli interessi comuni in gioco.
Su Il Tempo del 16 giugno abbiamo ricordato come il salvataggio di New York sia stato fatto dalla Municipal Assitance Corporation inventata da Felix Rohatyn. Quello d’Istanbul è stato in gran misura frutto della mente di Neçat Erder, economista prima all’Ocse e poi alla Banca Mondiale. La strategia è stata analoga: l’intervento (essenziale ma non sufficiente) del Governo centrale, ed un programma d’austerità delle spese municipali, come molla per indurre la finanza e l’industria privata in compra-vendita del debito municipale sul mercato secondario e di titolarizzazioni al fine di alleggerire il fardello sulla finanza comunale. New York degli Anni Settanta era l’hub della finanza internazionale; quindi, furono le forze della città ad attivarsi. Per Istanbul, si mosse tutta la Turchia (l’industria è localizzata quasi interamente in Anatolia). Ancora una volta non è né carità né assistenza: la finanza, il commercio e l’industria di tutta Italia hanno esigenza di una capitale con un elevato grado di reputazione finanziaria. Così come l’oro di Roma appartiene tutta la Nazione, tutti gli italiani si devono fare carico di sostenere il Sindaco nel ripianare lustri di gestione irresponsabile. Le forze dell’industria, del commercio e della finanza di Roma devono essere le protagoniste. Date le cifre risultanti dalle analisi condotte dalla Ragioneria Generale dello Stato (e rese pubbliche il 20 giugno), sembra evidente che debbano essere affiancate da quelle del resto d’Italia. Non sarebbe la prima volta: nell’ultimo scorcio degli Anni Novanta sono stato coinvolto in prima persona nella rinegoziazione del debito della Regione Siciliana (per conto della Regione medesima); non fu difficile trovare un accordo con un grande istituto finanziario del Centro-Nord. Non per altruismo. Ma ragione degli interessi comuni in gioco.
domenica 22 giugno 2008
ANCORA PRESTO PER UNA MANOVRA SALVABORSE , Libero 21 giugno
In che misura la manovra di finanza pubblica appena varata dal Consiglio dei Ministri può incidere sulle turbolenze che da alcuni mesi turbano Piazza degli Affari (ed in 12 mesi hanno portato ad una contrazione del 20% circa il principale indice italiano di borsa)? E’ una domanda che si pongono molti. Tentare di dare una risposta vuol dire guardare non tanto alle reazioni immediate delle 48 ore successive il varo delle misure da parte del Cdm ma al medio periodo e tenere conto di vincoli generali.
Il primo di tali vincoli è che il nostro è un piccolo mercato ormai in gran misura integrato in quello europeo ed in via di rapida integrazione in quello atlantico (ove non mondiale). Le minacce di una recessione Usa (si guardi ad una recente analisi di Martin Feldstein presentata la settimana scorsa al Reuters Investment Outlook Summit a New York) incidono sui mercati molto, ma molto di più, delle promesse della manovra italiana di finanza pubblica. Ancora maggiore l’incidenza dell’ondata di scandali che travaglia la maggiore piazza finanziaria mondiale, Wall Street.
Una caratteristica poco notata, in ogni caso, è che i mercati azionari europei sono diventati molto più “volatili” da quando esiste l’area dell’euro. Arriva a questa conclusione uno studio pubblicato nel fascicolo di giugno del periodico “European Financial Management” in base di un’analisi empirica dell’andamento di 3515 titoli nei 12 mercati dei Paesi del gruppo di testa dell’unione monetaria nel periodo 1974-2004 (tale da non coprire quindi le turbolenze dell’ultimo anno e mezzo). E’ una “volatilità”, poi, differente da quella sul mercato Usa poiché tende a reagire positivamente e con forte rapidità a “news” (comunicati stampa, informazioni giornalistiche e televisive) anche in periodi di bassi rendimenti. Il messaggio dell’analisi econometrica è chiaro: non farsi prendere dall’entusiasmo se si stappano bottiglie di champagne (o di prosecco a Piazza Affari all’annuncio di un anticipo della finanziaria e di contenuti tali da indicare che la manovra è ispirata a serietà). Ove ciò non avvenga, inoltre, non demonizziamo le innovazioni ed i derivati: un bel saggio di Ernst Juerg Weber ci ricorda che i titoli strutturati di oggi hanno i loro antenati non nel mercato finanziario olandese nel Seicento (come racconta la pubblicistica) ma in una vasta finanziaria integrata che ai tempi dell’Impero romano si estendeva dalla Mesopotamia all’Egitto ellenistico ed erano basati su “futures” anche piuttosto complessi. E’ roba, dunque, antica: è unicamente responsabilità nostra (e del resto della comunità internazionale) se non siamo stati in grado di frenare (con un’attenta opera di regolazione e vigilanza) alcuni eccessi – quali quelli del “subprime”.
Ci sono, poi, alcune peculiarità finanziarie del nostro mercato. Un lavoro delle Università e di Siena nell’”International Journal of Modern Physics” – un periodico fortemente matematico ma che tratta anche di tematiche finanziarie ed aziendali- analizza la dinamica e la struttura delle principali società italiane quotate utilizzando strumenti affini a quelli impiegati nelle scienze naturali (quali il Minimal Spannino Tree MST, e lo Hierarchical Tree (HT). L’esito è l’individuazione di “clusters” ossia di gruppi d’unità simili o vicine tra loro, dal punto di vista della posizione o della composizione. Gli operatori ne tengono (più o meno consapevolmente) conto nella costruzione dei portafogli, accentuando la “volatilità” (quando le news portano ad entusiasmi) a cui abbiamo accennato.
Ciò spiega anche perché, nonostante la vulgata, i fondi azionari italiani (a cui spesso alcuni quotidiani fanno cassa da risonanza) non “battono i loro competitori consistentemente” Un’analisi dell’Università Cà Foscari di Venezia (University Ca' Foscari of Venice, Dept. of Economics Research Paper Series No. 12_08) smentisce con una ricchezza di dati questa ipotesi che pare basarsi unicamente su analisi a breve periodo (con intervalli di quattro mesi, non di 12). In Italia come nel resto del mondo i fondi azionari non generalisti – ossia che pongono l’accento soltanto su alcuni comparti di cui acquisiscono profonda conoscenza – fanno meglio degli altri.
A che conclusioni giungere? In primo luogo, non farsi prendere da facili entusiasmi di un mercato “volatile” (all’insù) ed a “clusters” e, tutto sommato, modesto nel conteso internazionale. In secondo luogo, si potranno afferrare meglio le tendenze e tracciare le prospettive quando la manovra avrà superato parte dell’iter parlamentare.
Il primo di tali vincoli è che il nostro è un piccolo mercato ormai in gran misura integrato in quello europeo ed in via di rapida integrazione in quello atlantico (ove non mondiale). Le minacce di una recessione Usa (si guardi ad una recente analisi di Martin Feldstein presentata la settimana scorsa al Reuters Investment Outlook Summit a New York) incidono sui mercati molto, ma molto di più, delle promesse della manovra italiana di finanza pubblica. Ancora maggiore l’incidenza dell’ondata di scandali che travaglia la maggiore piazza finanziaria mondiale, Wall Street.
Una caratteristica poco notata, in ogni caso, è che i mercati azionari europei sono diventati molto più “volatili” da quando esiste l’area dell’euro. Arriva a questa conclusione uno studio pubblicato nel fascicolo di giugno del periodico “European Financial Management” in base di un’analisi empirica dell’andamento di 3515 titoli nei 12 mercati dei Paesi del gruppo di testa dell’unione monetaria nel periodo 1974-2004 (tale da non coprire quindi le turbolenze dell’ultimo anno e mezzo). E’ una “volatilità”, poi, differente da quella sul mercato Usa poiché tende a reagire positivamente e con forte rapidità a “news” (comunicati stampa, informazioni giornalistiche e televisive) anche in periodi di bassi rendimenti. Il messaggio dell’analisi econometrica è chiaro: non farsi prendere dall’entusiasmo se si stappano bottiglie di champagne (o di prosecco a Piazza Affari all’annuncio di un anticipo della finanziaria e di contenuti tali da indicare che la manovra è ispirata a serietà). Ove ciò non avvenga, inoltre, non demonizziamo le innovazioni ed i derivati: un bel saggio di Ernst Juerg Weber ci ricorda che i titoli strutturati di oggi hanno i loro antenati non nel mercato finanziario olandese nel Seicento (come racconta la pubblicistica) ma in una vasta finanziaria integrata che ai tempi dell’Impero romano si estendeva dalla Mesopotamia all’Egitto ellenistico ed erano basati su “futures” anche piuttosto complessi. E’ roba, dunque, antica: è unicamente responsabilità nostra (e del resto della comunità internazionale) se non siamo stati in grado di frenare (con un’attenta opera di regolazione e vigilanza) alcuni eccessi – quali quelli del “subprime”.
Ci sono, poi, alcune peculiarità finanziarie del nostro mercato. Un lavoro delle Università e di Siena nell’”International Journal of Modern Physics” – un periodico fortemente matematico ma che tratta anche di tematiche finanziarie ed aziendali- analizza la dinamica e la struttura delle principali società italiane quotate utilizzando strumenti affini a quelli impiegati nelle scienze naturali (quali il Minimal Spannino Tree MST, e lo Hierarchical Tree (HT). L’esito è l’individuazione di “clusters” ossia di gruppi d’unità simili o vicine tra loro, dal punto di vista della posizione o della composizione. Gli operatori ne tengono (più o meno consapevolmente) conto nella costruzione dei portafogli, accentuando la “volatilità” (quando le news portano ad entusiasmi) a cui abbiamo accennato.
Ciò spiega anche perché, nonostante la vulgata, i fondi azionari italiani (a cui spesso alcuni quotidiani fanno cassa da risonanza) non “battono i loro competitori consistentemente” Un’analisi dell’Università Cà Foscari di Venezia (University Ca' Foscari of Venice, Dept. of Economics Research Paper Series No. 12_08) smentisce con una ricchezza di dati questa ipotesi che pare basarsi unicamente su analisi a breve periodo (con intervalli di quattro mesi, non di 12). In Italia come nel resto del mondo i fondi azionari non generalisti – ossia che pongono l’accento soltanto su alcuni comparti di cui acquisiscono profonda conoscenza – fanno meglio degli altri.
A che conclusioni giungere? In primo luogo, non farsi prendere da facili entusiasmi di un mercato “volatile” (all’insù) ed a “clusters” e, tutto sommato, modesto nel conteso internazionale. In secondo luogo, si potranno afferrare meglio le tendenze e tracciare le prospettive quando la manovra avrà superato parte dell’iter parlamentare.
venerdì 20 giugno 2008
ALITALIA : E' LEGGE IL DECRETO SUL PRESTITO PONTE MA I PROBLEMI RESTANO
Il Senato ha convertito in legge il complicato provvedimento mirato a dare ossigeno ad Alitalia ed il tempo al coraggioso Bruno Ermolli per cercare di mettere insieme una cordata finanziaria ed industriale che rilevi la compagnia. In un primo momento con decreto legge del 22 aprile 2008, il Governo aveva concesso alla società di aviazione civile un prestito di 300 milioni di euro. Con un secondo, il 27 maggio hanno dato ad Alitalia la facoltà di imputare l’importo del prestito in conto capitale. In parallelo, come da copione, l’11 giugno la Commissione Europea ha iniziato un’indagine formale per appurare se il prestito (e la facoltà di trasformarlo in apporto in conto capitale) rappresentino un “aiuto di Stato” contrario alle regole dell’Ue in materia di concorrenza. Le principale compagnie (non solo europee) si sono rivolte alle autorità di Bruxelles e di Lussemburgo sostenendo che l’intervento è una sovvenzione discorsiva del mercato.
Il presidente dell'Enac, Vito Riggio, nel contempo, ha convocato una riunione con il presidente dell'Alitalia, Aristide Police, ed i vertici della compagnia aerea ''per un aggiornamento sulle condizioni economiche e finanziarie del vettore e sui programmi per la gestione dell'incremento di traffico durante la stagione estiva''. Prestito/contributo o meno, è a rischio una modifica della licenza che limiterebbe i voli alle prenotazioni già effettuate. Alla Magliana si è visibilmente preoccupati poiché i dati sulle prenotazioni confermano il crollo a picco già rilevato nell’ultimo quadrimestre.
Nei commenti giornalistici a questa nuova ondata di notizie, si tende a sovrapporre l’aspetto giuridico con quello industriale. Per giungere ad una valutazione ponderata è essenziale, invece, tenerli distinti. Sugli aspetti giuridici, molto calzante il parere di Pietro Maria Paolucci, Direttore dell’osservatorio per le strategie europee sulla crescita e l'occupazione, un dirigente della Presidenza del Consiglio sempre particolarmente attento ai problemi sociali . “Ci si dovrebbe chiedere: può Alitalia essere considerata realtà imprenditoriale, caratterizzata dal riconoscimento di diritti speciali o esclusivi, ovvero dall’affidamento della gestione di servizi d’interesse economico generale, in capo a singole imprese, le quali in un contesto caratterizzato da diversi gradi di liberalizzazione del mercato, potrebbero esercitare ulteriori attività in regime di concorrenza? Se la risposta è affermativa ci sarebbe l’esigenza di disporre di informazioni dettagliate sulla struttura finanziaria ed organizzativa interna delle imprese stesse, con particolare riguardo ai dati contabili afferenti alle diverse attività esercitate, con scritture contabili distinte per le diverse attività che consentano di individuare costi e ricavi afferenti a ciascuna di esse, con la specificazione dei metodi di imputazione e di ripartizione adottati. Nei circa venti anni d’applicazione della precedente direttiva del 1980 (80/723/CEE), - ci ricorda Paolucci - risulta che la Commissione europea quasi mai abbia avanzato richieste assimilabili a quelle previste dall’art. 5 riguardo alla “documentazione delle assegnazioni di risorse”, ragione per cui si è ritenuto che prevedere uno strumento stabile di stoccaggio di informazioni rilevanti su dati “delicati” (erogazioni finanziarie alle imprese pubbliche) poteva essere considerato come uno strumento di “appesantimento” o, peggio, di controllo sull’attività di altri soggetti istituzionali”. In breve, non si pregiudica od anticipa un verdetto negativo della Commissione Europea (sul prestito/contributo) ma si mette in evidenza come, sotto il profilo giuridica, un esito positivo rappresenterebbe un’anomalia rispetto ad una prassi consolidata in materia di diramazione di informazione atte a distinguere le componenti , per così dire, “puramente di mercato” da quelli “di interesse pubblico”. Il nodo giuridico, quindi, c’è. Non è una questione di lana caprina ma un ostacolo effettivo.
Anche ove si superasse ci sarebbe quello economico-finanziario. Su L’Occidentale del 16 giugno abbiamo esaminato quali sono le condizioni delle valorizzazioni azionarie delle compagnie aree utilizzando indicatori mondiali e casi specifici. La nostra analisi ha preceduto d’alcuni giorni quella dell’Amministratore Delegato di AIATA, Giovanni Bisignani , a lungo alla guida di Alitalia. A suo parere, “l’unica soluzione per salvare Alitalia in questo momento 'e' quella dell'amministrazione controllata. Serve al piu' presto un commissario straordinario -ha detto a margine di un convegno a Bruxelles- che tagli il piu' possibile per rendere piu' sostenibile una situazione finanziaria drammatica, anche a causa del gasolio sempre piu' caro'”. Ha aggiunto che “rispetto ad uno, due mesi fa la situazione nel settore aereo e' notevolmente peggiorata, e si e' fatta drammatica soprattutto a causa del caro-gasolio, con molte compagnie che rischiano di fermarsi”'. “Con una flotta aerea come quella di Alitalia, piuttosto vecchia - ha spiegato - il costo del carburante e' la principale voce di spesa. Basti pensare che in media per le compagnie del sistema IATA il gasolio rappresenta il 35-40% del totale dei costi. Ma con una flotta vecchia si va ben oltre il 50%”.
E’ da mettere in conto che l’amministrazione controllata di Alitalia (ipotesi sempre più vicina) verrà presentata dall’opposizione come un fallimento del Governo Berlusconi. Tuttavia, la barocca ed inconcludente procedura seguita dal dicembre 2006 dal Governo Prodi e i veti sindacali rispetto all’accordo con AirFrance-Klm sono il vero ultimo capitolo del mesto epilogo in corso in questi giorni.
Il presidente dell'Enac, Vito Riggio, nel contempo, ha convocato una riunione con il presidente dell'Alitalia, Aristide Police, ed i vertici della compagnia aerea ''per un aggiornamento sulle condizioni economiche e finanziarie del vettore e sui programmi per la gestione dell'incremento di traffico durante la stagione estiva''. Prestito/contributo o meno, è a rischio una modifica della licenza che limiterebbe i voli alle prenotazioni già effettuate. Alla Magliana si è visibilmente preoccupati poiché i dati sulle prenotazioni confermano il crollo a picco già rilevato nell’ultimo quadrimestre.
Nei commenti giornalistici a questa nuova ondata di notizie, si tende a sovrapporre l’aspetto giuridico con quello industriale. Per giungere ad una valutazione ponderata è essenziale, invece, tenerli distinti. Sugli aspetti giuridici, molto calzante il parere di Pietro Maria Paolucci, Direttore dell’osservatorio per le strategie europee sulla crescita e l'occupazione, un dirigente della Presidenza del Consiglio sempre particolarmente attento ai problemi sociali . “Ci si dovrebbe chiedere: può Alitalia essere considerata realtà imprenditoriale, caratterizzata dal riconoscimento di diritti speciali o esclusivi, ovvero dall’affidamento della gestione di servizi d’interesse economico generale, in capo a singole imprese, le quali in un contesto caratterizzato da diversi gradi di liberalizzazione del mercato, potrebbero esercitare ulteriori attività in regime di concorrenza? Se la risposta è affermativa ci sarebbe l’esigenza di disporre di informazioni dettagliate sulla struttura finanziaria ed organizzativa interna delle imprese stesse, con particolare riguardo ai dati contabili afferenti alle diverse attività esercitate, con scritture contabili distinte per le diverse attività che consentano di individuare costi e ricavi afferenti a ciascuna di esse, con la specificazione dei metodi di imputazione e di ripartizione adottati. Nei circa venti anni d’applicazione della precedente direttiva del 1980 (80/723/CEE), - ci ricorda Paolucci - risulta che la Commissione europea quasi mai abbia avanzato richieste assimilabili a quelle previste dall’art. 5 riguardo alla “documentazione delle assegnazioni di risorse”, ragione per cui si è ritenuto che prevedere uno strumento stabile di stoccaggio di informazioni rilevanti su dati “delicati” (erogazioni finanziarie alle imprese pubbliche) poteva essere considerato come uno strumento di “appesantimento” o, peggio, di controllo sull’attività di altri soggetti istituzionali”. In breve, non si pregiudica od anticipa un verdetto negativo della Commissione Europea (sul prestito/contributo) ma si mette in evidenza come, sotto il profilo giuridica, un esito positivo rappresenterebbe un’anomalia rispetto ad una prassi consolidata in materia di diramazione di informazione atte a distinguere le componenti , per così dire, “puramente di mercato” da quelli “di interesse pubblico”. Il nodo giuridico, quindi, c’è. Non è una questione di lana caprina ma un ostacolo effettivo.
Anche ove si superasse ci sarebbe quello economico-finanziario. Su L’Occidentale del 16 giugno abbiamo esaminato quali sono le condizioni delle valorizzazioni azionarie delle compagnie aree utilizzando indicatori mondiali e casi specifici. La nostra analisi ha preceduto d’alcuni giorni quella dell’Amministratore Delegato di AIATA, Giovanni Bisignani , a lungo alla guida di Alitalia. A suo parere, “l’unica soluzione per salvare Alitalia in questo momento 'e' quella dell'amministrazione controllata. Serve al piu' presto un commissario straordinario -ha detto a margine di un convegno a Bruxelles- che tagli il piu' possibile per rendere piu' sostenibile una situazione finanziaria drammatica, anche a causa del gasolio sempre piu' caro'”. Ha aggiunto che “rispetto ad uno, due mesi fa la situazione nel settore aereo e' notevolmente peggiorata, e si e' fatta drammatica soprattutto a causa del caro-gasolio, con molte compagnie che rischiano di fermarsi”'. “Con una flotta aerea come quella di Alitalia, piuttosto vecchia - ha spiegato - il costo del carburante e' la principale voce di spesa. Basti pensare che in media per le compagnie del sistema IATA il gasolio rappresenta il 35-40% del totale dei costi. Ma con una flotta vecchia si va ben oltre il 50%”.
E’ da mettere in conto che l’amministrazione controllata di Alitalia (ipotesi sempre più vicina) verrà presentata dall’opposizione come un fallimento del Governo Berlusconi. Tuttavia, la barocca ed inconcludente procedura seguita dal dicembre 2006 dal Governo Prodi e i veti sindacali rispetto all’accordo con AirFrance-Klm sono il vero ultimo capitolo del mesto epilogo in corso in questi giorni.
“IL GIOCATORE” TRA LE SLOT MACHINES, Il Velino del 20 giugno
Alla Scala è in cartellone sino al 30 giugno “Il Giocatore” di Sergej Prokofiev. E’ un’opera rara che in Italia è stata presentata solamente una volta – sempre nella sala del Piermarini – una dozzina d’anni fa nel corso di una tournée del Teatro Teatro Mariinkij di San Pietroburgo in Italia. E’ una coproduzione con la Staatsoper unter Den Linden di Berlino (dove ha debuttato con grande successo in primavera ed è in cartellone nel 2009- anzi pare che verrà replicata una dozzine di sere ogni anno per i prossimi cinque anni) L’allestimento è curato dal giovane Dmitri Tscherniakov (autore pure delle scene e dei costumi). E’ contro la messa in scena che si è accanita la critica , specialmente quella di sinistra che, di norma, applaude alle attualizzazioni di opere del passato ed ai messaggi “sociali” che da esse si possono ricavare. Tscherniakov ci porta in una Roulettenburg (è questo il nome della città tedesca in cui si svolge l’opera, tratta da una novella di Dostojevkj moderna un po’ dimessa. E’ una delle tante città di provincia dell’Europa centrale dove l’attività centrale è il casinò con annesso albergo (o viceversa): si fornica, si gioca d’azzardo, ciascuno cerca di imbrogliare il proprio vicino. Non siamo – come nel libretto scritto da Prokofiev nel 1915-16 - in una stazione termale di lusso (con annesso gioco d’azzardo) simile a Marienbad od a Baden Baden, all’inizio del Novecento dove russi ricchi ed annoiati intrecciano storie di corna con la roulette.
L’albergo è dimesso; accanto ai due tavoli di roulette abbondano le slot machines; le stanze hanno appena l’essenziale. Il quadro che se ne ricava è crudo: di vacanzieri russi provenienti da un mondo in disfacimento in cui il protagonista, fondamentalmente “un bravo ragazzo” aitante pur se con qualche difetto (ama le carte e si vuole scopare la figlia del generale) finisce un vero e proprio vortice. Porta sotto le lenzuola la ragazza (mentre il generale ne fa di cotte e di crude con una Blanche del demi-monde parigino) , ma non riesce a godersela davvero perché ormai ossessionato dalla roulette e dai soldi facili. L’opera presenta una società malata (dal gioco d’azzardo in un’ipotetica stazione termale dal nome rivelatore di Roulettenburg) ed è incentrata sul principio della “disonestà vittoriosa”- chi bara accalappia il successo. L’opposto della morale del realismo socialista. Quanto Prokofiev ne scrisse il libretto e ne compose la musica era la Russia pre-rivoluzionaria (ma fu la rivoluzione bolscevica a bloccarne la prima, nonostante che fosse stata inserita in cartellone e ne fossero state fatte numerose prove). Prokofiev lo sappiamo – emigrò negli Usa ed in Francia; l’opera venne messa in scena a Bruxelles (in francese) nel 1929. Da allora le riprese sono state rare, anche in quanto il lavoro richiede una trentina di solisti (molti dei quali in più ruoli).
La regia di Tscherniakov mostra che poco o nulla è cambiato: la Russia post-sovietica è unicamente più provinciale e più pacchiana di quella d’antan , ma ancora una volta (come in quella sovietica) premia la disonestà. E’ un messaggio attualissimo (ed in linea con la direzione musicale di Daniel Barenboim e l’ottimo ensemble della Staatsoper. Ma a sinistra queste verità non piacciono.
L’albergo è dimesso; accanto ai due tavoli di roulette abbondano le slot machines; le stanze hanno appena l’essenziale. Il quadro che se ne ricava è crudo: di vacanzieri russi provenienti da un mondo in disfacimento in cui il protagonista, fondamentalmente “un bravo ragazzo” aitante pur se con qualche difetto (ama le carte e si vuole scopare la figlia del generale) finisce un vero e proprio vortice. Porta sotto le lenzuola la ragazza (mentre il generale ne fa di cotte e di crude con una Blanche del demi-monde parigino) , ma non riesce a godersela davvero perché ormai ossessionato dalla roulette e dai soldi facili. L’opera presenta una società malata (dal gioco d’azzardo in un’ipotetica stazione termale dal nome rivelatore di Roulettenburg) ed è incentrata sul principio della “disonestà vittoriosa”- chi bara accalappia il successo. L’opposto della morale del realismo socialista. Quanto Prokofiev ne scrisse il libretto e ne compose la musica era la Russia pre-rivoluzionaria (ma fu la rivoluzione bolscevica a bloccarne la prima, nonostante che fosse stata inserita in cartellone e ne fossero state fatte numerose prove). Prokofiev lo sappiamo – emigrò negli Usa ed in Francia; l’opera venne messa in scena a Bruxelles (in francese) nel 1929. Da allora le riprese sono state rare, anche in quanto il lavoro richiede una trentina di solisti (molti dei quali in più ruoli).
La regia di Tscherniakov mostra che poco o nulla è cambiato: la Russia post-sovietica è unicamente più provinciale e più pacchiana di quella d’antan , ma ancora una volta (come in quella sovietica) premia la disonestà. E’ un messaggio attualissimo (ed in linea con la direzione musicale di Daniel Barenboim e l’ottimo ensemble della Staatsoper. Ma a sinistra queste verità non piacciono.
NOTE PER L’ANNO DI PUCCINI, L’ULTIMO DEI COMPOSITORI ITALIANI INTERNAZIONALI, Il Foglio del 20 giugno
Il 2008 è, per tutto il mondo che ruota attorno all’opera lirica, “l’anno pucciniano” poiché ricorrono i 150 anni dalla nascita del compositore (il 22 dicembre 1858 a Lucca). Non si è travolti da una vera e propria valanga d’esecuzioni – come avvenne nel 2006 in occasione dell’”anno mozartiano”. Sei dei dieci lavori di Puccini per il teatro sono o di “repertorio” o nei cartelloni abituali dei teatri. Altri due (“Il Trittico” e “La Rondine”) compaiono con una certa frequenza, pur se non con l’assiduità di “Manon Lescaut, “La Bohème”, “Tosca” , “Madama Butterfly”, “Fanciulla del West” e “Turandot”). Di rara rappresentazione scenica soltanto le due opere giovanili: “Le Villi” e “Edgard”. In un’epoca in cui il cinematografo stava soppiantando l’opera lirica come spettacolo di massa, Puccini fu l’ultimo compositore italiano ad essere un vero autore internazionale. Tra l’altro, molti compositori americani oggi di successo si riallacciano direttamente a Puccini tanto nella scrittura orchestrale e vocale quanto nella drammaturgia.
Il 15 giugno, l’inaugurazione del nuovo Parco della Musica Puccini a Torre del Lago – una superficie totale di 6600 mq, una cavea all’aperto di 3370 posti, uno spazio scenico di 660 mq, una buca d’orchestra di 190 mq, un foyer coperto di 1200 mq ed un auditorium, anch’esso coperto di 495 posti, ad un costo di 17 milioni di euro coperto da enti locali e fondazioni private- è stata un’occasione per riflettere sulle “inquietudini moderniste” del compositore. E’ questo il titolo del concerto inaugurale dell’orchestra e del coro del Teatro alla Scala, replicato a Roma il 18 giugno nella Sala Santa Cecilia della capitale con leggere modifiche dovute all’indisposizione di uno dei solisti.
Nella prima metà del Novecento, Puccini guardava verso nuove frontiere. Non era l’unico a farlo: Casella, Dallapiccola, Malipiero ed altri lo facevano quanto e più di lui ma, da un lato, non hanno avuto una fama internazionale analoga alla sua e, dall’altro, su di essi grava ancora la “damnatio memoriae” poiché coetanei con il Ventennio (mentre pochi ricordano dell’iscrizione del lucchese al PNF sin dalla prima ora e dei progetti da lui presentati a Mussolini e respinti per la difficoltà di dare ad essi una copertura finanziaria). Puccini era anche un figlio della seconda metà dell’Ottocento e del modo di fare musica e teatro in musica in quel periodo.
Il concerto diretto da Chailly a Torre del Lago ed a Roma coglie efficacemente queste “inquietudini moderniste”. La versione del 1892 del preludio di “Edgar” mostra come il nostro rivaleggiasse con Verdi (più che lanciarsi verso nuovi orizzonti). La fine del primo atto di “La Bohème” e l’intermezzo di “Manon Lescaut” svelano invece come lavorasse su sentieri simili a quelli su cui si sarebbe mosso Janaceck. Il finale di “Suor Angelica” anticipa la dodecafonia. Quello di “Turandot”, nella versione originaria messa a punto da Franco Alfano sugli appunti del maestro (non in quella corrente manipolata da Arturo Toscani), assorbe la lezione di Debussy e prefigura quella di Richard Strass. All’appello delle “inquietudini” manca il brano che forse desta più interrogativi: il finale de “La Rondine”, drasticamente non melodrammatico nonostante esprimesse una situazione tipica del melodramma.
C’è una lacuna di rilievo, non tanto nel programma del concerto quanto nelle “inquietudini moderniste” da scavare in occasione del 150nario: una messa in scena della prima edizione di “Madama Butterffly” (quella che crollò alla Scala nel 1904 – di solito si rappresenta la quarta edizione , riveduta per l’Opèra di Parigi nel 1906) con un Pinkerton apertamente razzista, una Cio-Cio-San, piccola (ma generosa) prostituta che rifiuta il denaro offertole dall’americano, nonché la suddivisione dell’opera in due soli atti. Un’edizione critica, a cura di Julian Smith, è stata allestita (nel 2000) dalla Welsh National Opera e da allora appare frequentemente nei teatri stranieri, ma solo di tanto in tanto in quelli italiani. E’ una versione inquietante che meglio di quella rappresentata correntemente esprime le inquietudini moderniste di Puccini.
Julian Budden, uno dei maggiori studiosi pucciniani , scrive che “con “Turandot” la tradizione dell’opera italiana, che durava più di tre secoli, giunse alla sua conclusione”. Puccini ne era drammaticamente consapevole; restò sconvolto all’ascolto, ad un’esecuzione privata, dell’abbozzo di “Die Tode Stadt” (“La città morta”) del ventunenne Erich Korngold , opera da qualche anno tornata in cartellone con successo a Vienna, Madrid, Barcellona, Salisburgo, Ginevra ed altrove. Ormai anziano e malato, comprese che le sue “inquietudini moderniste” erano destinate a rimanere tali. Ossia incomplete e non attuate.
Il 15 giugno, l’inaugurazione del nuovo Parco della Musica Puccini a Torre del Lago – una superficie totale di 6600 mq, una cavea all’aperto di 3370 posti, uno spazio scenico di 660 mq, una buca d’orchestra di 190 mq, un foyer coperto di 1200 mq ed un auditorium, anch’esso coperto di 495 posti, ad un costo di 17 milioni di euro coperto da enti locali e fondazioni private- è stata un’occasione per riflettere sulle “inquietudini moderniste” del compositore. E’ questo il titolo del concerto inaugurale dell’orchestra e del coro del Teatro alla Scala, replicato a Roma il 18 giugno nella Sala Santa Cecilia della capitale con leggere modifiche dovute all’indisposizione di uno dei solisti.
Nella prima metà del Novecento, Puccini guardava verso nuove frontiere. Non era l’unico a farlo: Casella, Dallapiccola, Malipiero ed altri lo facevano quanto e più di lui ma, da un lato, non hanno avuto una fama internazionale analoga alla sua e, dall’altro, su di essi grava ancora la “damnatio memoriae” poiché coetanei con il Ventennio (mentre pochi ricordano dell’iscrizione del lucchese al PNF sin dalla prima ora e dei progetti da lui presentati a Mussolini e respinti per la difficoltà di dare ad essi una copertura finanziaria). Puccini era anche un figlio della seconda metà dell’Ottocento e del modo di fare musica e teatro in musica in quel periodo.
Il concerto diretto da Chailly a Torre del Lago ed a Roma coglie efficacemente queste “inquietudini moderniste”. La versione del 1892 del preludio di “Edgar” mostra come il nostro rivaleggiasse con Verdi (più che lanciarsi verso nuovi orizzonti). La fine del primo atto di “La Bohème” e l’intermezzo di “Manon Lescaut” svelano invece come lavorasse su sentieri simili a quelli su cui si sarebbe mosso Janaceck. Il finale di “Suor Angelica” anticipa la dodecafonia. Quello di “Turandot”, nella versione originaria messa a punto da Franco Alfano sugli appunti del maestro (non in quella corrente manipolata da Arturo Toscani), assorbe la lezione di Debussy e prefigura quella di Richard Strass. All’appello delle “inquietudini” manca il brano che forse desta più interrogativi: il finale de “La Rondine”, drasticamente non melodrammatico nonostante esprimesse una situazione tipica del melodramma.
C’è una lacuna di rilievo, non tanto nel programma del concerto quanto nelle “inquietudini moderniste” da scavare in occasione del 150nario: una messa in scena della prima edizione di “Madama Butterffly” (quella che crollò alla Scala nel 1904 – di solito si rappresenta la quarta edizione , riveduta per l’Opèra di Parigi nel 1906) con un Pinkerton apertamente razzista, una Cio-Cio-San, piccola (ma generosa) prostituta che rifiuta il denaro offertole dall’americano, nonché la suddivisione dell’opera in due soli atti. Un’edizione critica, a cura di Julian Smith, è stata allestita (nel 2000) dalla Welsh National Opera e da allora appare frequentemente nei teatri stranieri, ma solo di tanto in tanto in quelli italiani. E’ una versione inquietante che meglio di quella rappresentata correntemente esprime le inquietudini moderniste di Puccini.
Julian Budden, uno dei maggiori studiosi pucciniani , scrive che “con “Turandot” la tradizione dell’opera italiana, che durava più di tre secoli, giunse alla sua conclusione”. Puccini ne era drammaticamente consapevole; restò sconvolto all’ascolto, ad un’esecuzione privata, dell’abbozzo di “Die Tode Stadt” (“La città morta”) del ventunenne Erich Korngold , opera da qualche anno tornata in cartellone con successo a Vienna, Madrid, Barcellona, Salisburgo, Ginevra ed altrove. Ormai anziano e malato, comprese che le sue “inquietudini moderniste” erano destinate a rimanere tali. Ossia incomplete e non attuate.
giovedì 19 giugno 2008
IL GIOCATORE VINCE TUTTO Milano Finanza 20 giugno
Sergej Prokofiev aveva poco più di vent’anni, quando, nel 1915-16, scrisse il libretto de “Il giocatore” ispirandosi ad un racconto di Dostojevkj, e compose la musica dei rapidi quattro atti affollati da una quarantina di personaggi. La musica rispecchia il periodo dadaista e futurista dell’autore il quale, affascinato dal cinema, voleva riproporre i ritmi incalzanti del “muto”. L’opera presenta una società malata (dal gioco d’azzardo in un’ipotetica stazione termale dal nome emblematico di Roulettenburg) ed è incentrata sul principio della “disonestà vittoriosa”- chi bara accalappia il successo. L’opposto della morale del realismo socialista. Prokofiev, “figlio geniale ma capriccioso” della Russia (la definizione è del musicologo Tommaso Manera), ebbe con il regime autoritario un rapporto complicato: lasciò la Patria all’inizio di una “rivoluzione proletaria” per lui “problematica”, ma vi ritornò mentre stava cominciando il terrore stalinista. Nel 1917 l’opera era stata inclusa nel cartellone del maggior teatro di San Pietroburgo, ma venne accantonata nonostante fossero state fatte numerose prove. La “prima” mondiale ebbe luogo nel 1929 a Bruxelles (ed in una versione francese curata da Prokofiev in persona). Da allora le riprese sono state rare, anche in quanto il lavoro richiede una trentina di solisti (molti dei quali in più ruoli).
L’edizione coprodotta dalla Scala (dove è in scena sino al 30 giugno) con la Staatsoper di Berlino (dove ha debuttato in primavera ed è in programma anche nel 2009) ci porta in una Roulettenburg moderna un po’ dimessa, dove si propone l’apologo amaro di un mondo in cui ciascuno cerca di imbrogliare il proprio vicino. L’allestimento è curato dal giovane Dmitri Tscherniakov (autore pure delle scene e dei costumi). I più tradizionalisti alzano le sopracciglia poiché si aspettano una stazione termale di lusso (con annesso gioco d’azzardo) simile a Marienbad od a Baden Baden, nonché un’ambientazione inizio Novecento. La messa in scena è, però, in piena armonia con la direzione musicale di Daniel Barenboim che dilata i tempi cesella la partitura e dà spazio a singoli gruppi di orchestrali (i fiati, gli strumenti a corda) al fine di dare rilievo non tanto ad una raffigurazione grottesca della società (come nell’edizione di Valery Gergev vista 12 anni fa in occasione di una tournée del Teatro Mariinkij in Italia) quanto al progressivo degrado di un “bravo ragazzo” (il protagonista Aleksej) in un mondo in disfacimento. Si perde in tempi “futuristici”: la durata complessiva è circa 140 minuti rispetto ai 115-121 delle versioni discografiche correnti. Ma il messaggio dell’apologo risulta attualissimo. Si avvertono, inoltre, interessanti anticipazioni di quella che sarebbe stato il teatro in musica dell’ Europa Centrale degli Anni Trenta.
Alla “prima”, gran parte del pubblico della Scala ha risposto con entusiasmo a tale lettura . Al successo ha senza dubbio contribuito la squadra di cantanti attori – in gran misura russi e tedeschi, ma anche molti italiani tra i caratteristi. Ciò mostra il vantaggio di disporre di un organico fisso ed affiatato (come avviene alla Staatsoper e negli altri teatri “di repertorio”). Tra tutti spicca Misha Didyk, il protagonista, un tenore generoso il cui ruolo è particolarmente difficile non solo per la continua presenza in scena ma pure in quanto la vocalità è imperniata quasi costantemente sul registro di centro.
L’edizione coprodotta dalla Scala (dove è in scena sino al 30 giugno) con la Staatsoper di Berlino (dove ha debuttato in primavera ed è in programma anche nel 2009) ci porta in una Roulettenburg moderna un po’ dimessa, dove si propone l’apologo amaro di un mondo in cui ciascuno cerca di imbrogliare il proprio vicino. L’allestimento è curato dal giovane Dmitri Tscherniakov (autore pure delle scene e dei costumi). I più tradizionalisti alzano le sopracciglia poiché si aspettano una stazione termale di lusso (con annesso gioco d’azzardo) simile a Marienbad od a Baden Baden, nonché un’ambientazione inizio Novecento. La messa in scena è, però, in piena armonia con la direzione musicale di Daniel Barenboim che dilata i tempi cesella la partitura e dà spazio a singoli gruppi di orchestrali (i fiati, gli strumenti a corda) al fine di dare rilievo non tanto ad una raffigurazione grottesca della società (come nell’edizione di Valery Gergev vista 12 anni fa in occasione di una tournée del Teatro Mariinkij in Italia) quanto al progressivo degrado di un “bravo ragazzo” (il protagonista Aleksej) in un mondo in disfacimento. Si perde in tempi “futuristici”: la durata complessiva è circa 140 minuti rispetto ai 115-121 delle versioni discografiche correnti. Ma il messaggio dell’apologo risulta attualissimo. Si avvertono, inoltre, interessanti anticipazioni di quella che sarebbe stato il teatro in musica dell’ Europa Centrale degli Anni Trenta.
Alla “prima”, gran parte del pubblico della Scala ha risposto con entusiasmo a tale lettura . Al successo ha senza dubbio contribuito la squadra di cantanti attori – in gran misura russi e tedeschi, ma anche molti italiani tra i caratteristi. Ciò mostra il vantaggio di disporre di un organico fisso ed affiatato (come avviene alla Staatsoper e negli altri teatri “di repertorio”). Tra tutti spicca Misha Didyk, il protagonista, un tenore generoso il cui ruolo è particolarmente difficile non solo per la continua presenza in scena ma pure in quanto la vocalità è imperniata quasi costantemente sul registro di centro.
mercoledì 18 giugno 2008
LO SCUDO DELL'ANALISI ECONOMICA CONTRO LE BOMBE ED I KAMIKAZE , Amministrazione Civile n. 2/2008
Da anni, il nesso tra terrorismo ed economia è, prepotentemente, alla ribalta. Da un lato, in Italia, e nel resto d’Europa, l’allarme terrorismo è elevato: si paventano attacchi a siti storici, a reti di trasporto, ad autostrade dell’informazione ed ad altri possibili obiettivi di gruppi che intendano coniugare stragi con alto contenuto mediatico, come peraltro annunciato in televisioni arabe da dirigenti di Al Quayda all’inizio di aprile. Da un altro, ogni giorno i giornali e le televisioni sono pieni di notizie su attentati terroristici in Medio Oriente, in particolare in Iraq, nonché di minacce ai Paesi europei impegnati nell’operazione, sanzionata dalle Nazioni Unite, di aiutare il tormentato Paese a traghettare verso la democrazia e verso la convivenza tra differenti gruppi etnici e religiosi. Da un altro ancora, proprio mentre sembrava, che si fosse computato e scritto tutto sui costi diretti ed indiretti dell’attentato alle Torri Gemelle, un’analisi, curata da Bertrand Maillet e Thierry Michel della Università Panthéon Sorbonne , e pubblicata sul numero di agosto 2005 della “Review of International Economics”, ha concluso che pure in termini meramente economico-finanziari (e senza tenere conto delle perdite di vite umane) si è trattato del danno maggiore accusato dalla comunità internazionale dalla crisi delle borse del 1987 e del terzo più grave dei nove più grandi incidenti censiti nei libri di storia dell’economia e della finanza. Maillet e Michel utilizzano un indicatore statistico innovativo (analogo alla scala Richter per misurare il grado dei terremoti). Il computo è stato fatto da accademici francesi, di rigorosa formazione matematica, che non possono certo essere tacciati di lavorare per l’Amministrazione americana della Presidenza di George W. Bush o di simpatizzare per la politica seguita dalla Casa Bianca in questi anni.
Un lavoro ancora più recente “A law and economics perspective on terrorism" di Nuno Garoupa (Università di Lisbona) , Jonathan Klick (Florida State University College of Law) e Francesco Parisi (George Mason University School of Law) edito dalla George Mason University – traccia un bilancio di quanto realizzato dall’ “economia del terrorismo” (un raggruppamento disciplinare riconosciuto in molte università americane ed europee ma ancora poco seguito in Italia) negli ultimi 30 anni in termini di comprensione dell’andamento dell’economia di un Paese e di strumenti per contrastare il fenomeno del terrorismo. E’ noto che il fenomeno aumenta l’avversione al rischio, comprime sia i consumi sia gli investimenti ed incanala il risparmio verso attività a basso rendimento; tutto ciò ha l’effetto di ridurre di circa un terzo la crescita reale rispetto a quella potenziale. Questa è una spiegazione del rallentamento dell’economia europea dall’inizio del decennio poiché nel Vecchio Continente non si è risposto all’attacco dell’11 settembre (ed ai grandi attentati di Madrid e Londra) con lo scatto di vitalità che ha caratterizzato la reazione americana. L’Europa – sostiene un saggio Antje Wiener nel numero di gennaio 2008 del “Journal of Common Market Studies” – è molto meno attrezzata soprattutto concettualmente alla lotta al terrorismo ed all’utilizzazione, a questo fine, dell’analisi economica. Il contributo di Garoupa, Klick e Parisi è particolarmente utile, sotto il profilo operativo: mette in discussione alcune ipotesi di base della letteratura dell’ultimo trentennio – principalmente quella secondo cui il terrorista sarebbe, dal punto di vista economico, “un agente razionale” – , esamina i dettagli delle normative anti-terrorismo varate negli ultimi anni, sottolinea in che misura tali dettagli tengano conto dei paradigmi dell’”economia della criminalità” (disciplina molto più antica dell’”economia del terrorismo” ed a cui circa venti anni fa la Società Italiana degli Economisti ha dedicato un Congresso Scientifico) e propone un meccanismo economico per far sì che il terrorista (o chi è a conoscenza di terroristi) venga “incentivato” a collaborare con le autorità.
Interessante vedere come avendo a propria disposizione dati realmente unici (le biografie dei terroristi-suicidi palestinesi), un economista di Harvard ed uno della Rand Corporation siano giunti – in un lavoro recente. lo NBER Working Paper No. W12910 – a conclusioni in parte analoghe a quelle di Garoupa, Klick e Parisi: seguendo principi rigorosi di selezione economica (quali quelli della selezione del personale o delle scelte di mercato) i terroristi più maturi e più istruiti vengono scelti per le missioni suicide più che fanno più danni all’infrastruttura (ossia al capitale fisico) e causano più perdite di vite (ossia di capitale umano) anche tra i civili.
In effetti, l’”economia del terrorismo” esplora, soprattutto, come la cassetta degli attrezzi può servire a combattere il fenomeno. Si distingue nettamente dalla “finanza del terrorismo” che analizza sia quali sono le fonti d’approvvigionamento finanziario del terrorismo sia quali le implicazioni d’episodi di terrorismo sui mercati finanziari quali le Borse; interessante notare a riguardo che un’analisi quantitativa recentissima dell’Università di Zurigo basata su una rassegna di episodi di terrorismo in 11 Stati nell’arco di 25 anni, conclude che gli impatti sui mercati finanziari anche di attentati con grande richiamo mediatico, sono, tutto sommato, trascurabili. Ancora una volta, l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è, per le sue conseguenze anche solamente finanziarie quali quelle riassunte in apertura di questa nota, un’eccezione rispetto ai numerosi episodi trattati nello studio.
In una prima fase, l’”economia del terrorismo” (nel senso di sviluppo della teoria economica del terrorismo e applicazioni d’analisi economica alla prevenzione dal terrorismo) ha avuto il suo centro all’Università di Chicago dove è di casa l’assunto che milioni di teste ragionano meglio di una sola e che il mercato (reale o virtuale) è il veicolo per farle incontrare e trarre da esse il meglio. Grazie ai lavori del centro sull’”economia del terrorismo” di Chicago è stato, ad esempio, possibile simulare, con l’ausilio della “teoria dei giochi” (specialmente dei “giochi a più livelli” ormai entrati nella prassi delle scuole militari) le strategie e le tattiche di dirottamento aereo e ridurne, nell’arco di meno di un lustro, il numero dei dirottamenti da 30 a circa due l’anno. Gli “economisti del terrorismo” di Chicago hanno pure sviscerato l’”effetto di sostituzione” nelle strategie e nelle tattiche: posto un argine ai dirottamenti aerei, i terroristi si sono rivolti ad altri comparti, che, però, comportano costi maggiori e per essere attuati, richiedono risorse più ampie e risultati attesi molto più consistenti di quelli dei dirottamenti aerei.
In tempi più recenti, l’Università della California del Sud è diventato il cenacolo Usa più importante di studi di “economia del terrorismo”; la figura di spicco è Todd Sandler. I lavori degli ultimi anni coniugano la “teoria dei giochi” con “la teoria economica dell’informazione e della comunicazione” e con paradigmi tratti dall’analisi dei mercati finanziari, quali la teoria delle opzioni e dei derivati. Da un lato, grazie ad elaborati modelli esplicativi, questi studi documentano come il “terrorista razionale” cerchi risultati con vasto contenuto mediatico e comunicativo. Da un altro, le ricerche sugli “obiettivi anti-terroristi mirati” mostrano come un “anti-terrorismo a vasto raggio od a pioggia” avrebbe costi elevatissimi a fronte di risultati modesti; sono preferibili – affermano Todd Sandler e colleghi- strategie di prevenzione incentrate sulla decodificazione di segnali indiretti, analoghi a quelli analizzati nella teoria economica dell’informazione e della comunicazione.
Può interessare notare che in Italia l’economia dell’informazione della comunicazione ha gradualmente trovato posto, negli ultimi tre lustri, tra le discipline insegnate nelle Facoltà di Economia delle maggiori università. Inoltre dal 2000 circa si tengono presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) corsi e percorsi formativi d’economia dell’informazione e comunicazione con enfasi su tematiche quali il mercato del lavoro, la previdenza, il processo di formazione del bilancio dello Stato, i beni e le attività culturali di immediato interesse per dirigenti e funzionari delle pubbliche amministrazioni. In un Master in Economia dell’Informazione, tenuto nel 2003-2004, una sessione è stata dedicata all’”economia del terrorismo”. La SSPA ha anche pubblicato due volumi su questi argomenti- uno è il frutto di una conferenza internazionale tenuta presso la Reggia di Caserta in collaborazione con la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Altre Scuole Superiori potrebbero considerare corsi e percorsi formativi specialistici su questi temi, anche in collaborazione con il Nato Defense College a Roma e con lo Staff College delle Nazioni Unite a Torino..
In Europa, il centro più importante di ricerche su questi temi è l’Università di Zurigo dove gli studi economici sul terrorismo sono guidati da quel Bruno Frey che è anche uno dei maggiori teorici dell’”economia della felicità” ed in passato ha contribuito in misura significativa alla teoria economica delle cultura e dei mercati delle arti sceniche (come l’opera lirica). Altre sedi di rilievo sono quelle guidate da Mats Lundhal della Università di Stoccolma e da Kurt Konrad della Libera Università di Berlino. Le analisi più immediate, e di più immediato effetto, sono rivolte alla strumentazione economica per disinnescare la rete finanziaria del terrorismo. Circa cinque anni fa, un documento dell’amministrazione finanziaria degli Stati Uniti sui capitali all’estero della rete terroristica, ha documentato che almeno tre miliardi di dollari appartenuti al Governo di Saddam Hussein erano depositati in banche controllate dal Governo di Damasco, soprattutto in Siria, Libano e Giordania. Di questo totale, 0,5 miliardi di dollari erano depositati in banche libanesi ed una somma analoga in banche giordane. Degli altri due miliardi si sa poco o niente. Secondo lo studio, al momento dell’apertura delle ostilità, Saddam ed i suoi avevano ben 1,7 miliardi di dollari in banche commerciali degli Stati Uniti, circa 600 presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (Brs) a Basilea ed in istituti di credito giapponesi. Di questi 2.45 miliardi di dollari, 300 milioni – ossia la metà di quanto trovato alla Brs – è stato restituito al (nuovo) Governo irakeno; il resto è sotto sequestro. Queste risorse finanziarie – dice il rapporto - sono state accantonate per uno scopo preciso che va ben oltre il supporto alla guerriglia in Irak; unitamente ad altre riserve e flussi (di cui è difficile stimare l’entità), servono al terrorismo che oggi richiede molto di più delle bombe, celate sotto i cappelli chiamati a bombetta proprio per questa ragione, nei nichilisti all’inizio del Novecento. Le briciole vanno a terrorismi “caserecci”, spesso nipoti (spirituali) delle bande terroristiche tipo quelle, niente affatto islamiche. che imperversavano in Italia ed in Germania negli Anni 70; non devono necessariamente approvvigionarsi tramite rapine in banca in quanto, nell’epoca dell’integrazione economica internazionale, si dispone di reti diffuse – da centri più o meno sociali, a certe comunità d’immigrati, od anche di figli di immigrati, a focolai dell’irredentismo islamico.
Un campo relativamente nuovo e di grande interesse per l’”economia del terrorismo” è proprio quello dell’analisi economica dell’impiego di kamizake reclutati tra giovani cresciuti in ambiente occidentale oppure “occidentalizzato” (i palestinesi nati e diventati adulti in Israele). Murihaf Jouejati della Università George Washington nella capitale Usa sottolinea come la scelta del suicidio-eccidio abbia determinanti economiche: i giovani mussulmani, cresciuti negli Usa od in Europa oppure nelle aree più occidentalizzate del Medio Oriente, lo compiono non per andare in un Paradiso (in cui spesso non credono affatto) ma per sconfiggere il nemico in una guerra millenaria in cui l’intrusione occidentale avrebbe, agli occhi loro e dei loro maestri, tolto il primato economico, scientifico e culturale dell’Islam. Lo scontro con le libertà- e della democrazia e del mercato rende più acuta la decisione di commettere gesti estremi come il suicidio-eccidio. Ciò spiega – come si è accennato in precedenza- la scelta di terroristi maturi e istruiti (oltre che probabilmente laicizzati) per le missioni più importanti. Attenzione: il suicidio-eccidio è contrario al Corano dove si prescrive che l’uomo non deve uccidere “neanche una formica” e la “guerra santa” è consentita unicamente per la riconquista e difesa dei “luoghi sacri”. Il kamikaze o è imbevuto di eresia, ossia di un’interpretazione distorta del Corano oppure considera il suicidio-eccedio come strumento di una guerra laica tra civiltà necessariamente in forte contrapposizione.
Per comprendere i risvolti della tattica occorre avere dimestichezza con la “teoria economica del suicidio”, elaborata una trentina di anni fa da Daniel Hamermesh e Neal Soos , ed aggiornarla alla luce dei contributi su opzioni reali di Avinash Dixit e Robert Pyndick. Nella decisione di diventare un kamikaze entra non solo il valore “zero” attribuito al resto della propria vita ma il valore dell’”opzione negativa”, “liability option” nel linguaggio dell’economia e della finanza, (l’eccidio) che si pone in capo ai propri nemici come strumento di guerra per frenarne i valori (quelli economici non sono mai distinti da quelle culturali ed etici). I nemici si distinguono dagli avversari perché sui secondi si mira alla vittoria, mentre dei primi si cerca la distruzione ed eliminazione fisica.
Quali alcune delle principali lezioni che si traggono dall’”economia dell’antiterrosismo”, ad esempio dai tre volumi i 1700 pagine curati da Todd Sandler e Keith Hartley, dai lavori di Bruno Frey della Università di Zurigo e da quelli di Mats Lundhal della Università di Stoccolma e di Kurt Konrad della Libera Università di Berlino?
In primo luogo, il contenimento del terrorismo è un “bene pubblico internazionale”, che non può essere fornito da un solo Paese e di cui beneficia tutta la comunità mondiale; dopo le risoluzioni Onu, anche Siria e Libano hanno dato la loro disponibilità a operare di concerto con il resto del mondo per bloccare i soldi del terrore. In secondo luogo, ciò implica vigilare su conti sospetti di “cellule” terroristiche dovunque esse siano; questa attività ha ramificazione per quanto riguarda la vigilanza bancaria;: negli Stati Uniti, sono state potenziate, negli ultimi due anni e mezzo, le funzioni e le risorse a disposizione del Tesoro – tramite l’Irsa-(l’agenzia delle entrate) Usa ed il Comptroller of Currency (una direzione generale di del Ministero del Tesoro). Anche in Italia si è creata una direzione generale presso il ministero dell’Economia e delle Finanze nell’ambito del Dipartimento del Tesoro. Dobbiamo chiederci se le nostre attività di vigilanza finanziaria siano attrezzate alla bisogna. In terzo luogo, occorre ridurre la capacità d’attrazione abbassando l’attenzione dei media ed aumentando, al tempo stesso, il costo opportunità ai terroristi, nonché “offrendo alternative” a potenziali reclute del terrorismo. Secondo Bruno Frey , il decentramento politico ed amministrativo può ridurre in misura significativa i benefici ai terroristi in quanto implica un più forte controllo sociale. Più complicato “offrire alternative” a potenziali terroristi: ciò vuole dire “strategie negoziali” o, in termini di gergo economico, “cooperative”. Percorso che pochi Governi sono pronti a seguire anche poiché, per ragioni non economiche, “combattere il terrorismo a tutti i costi” è un obiettivo importante per tenere alto il morale. I leader del terrorismo si oppongono ad una strategia negoziale , e che offra alternative, proprio per le stesse ragioni: mantenere le loro truppe unite ed in continua tensione. Lo conferma un’analisi di Eli Berman (della scuola californiana di Todd Sandler) nella monografia “"Hamas, Taliban and the Jewish underground: an economist's view of radical religious militias" (“Hamas, i talebani, le milizie ebree sottotraccia: il punto di vista di un economista sul terrorismo radicale religioso”). Modelli economici basati sulle teorie delle scelte razionali spiegano che atti di violenza gratuita distruggono opzioni alternative e rafforzano la lealtà di gruppo.
Aumentare gli aiuti a Paesi dove c’è terreno fertile per il terrorismo al fine di fare sì che gli aratri rimpiazzano le bombe? E’ la speranza di tante anime belle e della cooperazione allo sviluppo. Un’analisi di Michael Mandler e Michael Spagat (ambedue dell’Università di Londra) pubblicata dal Centre for Economic Policy Research (“Foreign aid designed to diminish terrorist atrocities can increase them") dimostra, sulla base di teoria economica ed evidenza empirica, che si tratta di un’ipotesi errata: gli aiuti affinano le spade dei terroristi, dentro e fuori i confini nazionali.
Per approfondire il tema tramite di lavori recenti e di facile reperimento in telematica:
Benmelech E., Bellebi C. “Attack Assignments in Terror Organizations and the Productivity of Suicide Bombers" NBER Working Paper No. W12910
Berrebi C., Lakdawalla D. “How Does Terrorism Risk Vary Across Space and Time? An Analysis Based on the Israeli Experience" Rand Corporation, 2007
Berman E., Laitin D. "Religion, Terrorism and Public Goods: Testing the Club
Model" NBER Working Paper No. W13725
Chesney M. , Reshetar G. "The Impact of Terrorism on Financial Markets: An Empirical Study" (in corso di pubblicazione presso l’Università di Zurigo) ; si può richiedere il manoscritto a mchesney@isb.unizh.ch oppure a reshetar@isb.uzh.ch
Keohane D. "The Absent Friend: EU Foreign Policy and Counter-Terrorism" JCMS: Journal of Common Market Studies, Vol. 46, Issue 1, pp. 125-146, January 2008
Kerjan E-M. Pedell B."How Does the Corporate World Cope With Mega-Terrorism? Puzzling Evidence from Terrorism Insurance Markets" Journal of Applied Corporate Finance, Vol. 18, No. 4, pp. 61-75, Fall 2006
Kunreeuther H., Kerian E-M. “Evaluating the Effectiveness of Terrorism Risk Financing Solutions", NBER Working Paper No. W13359
Wiener A. "European Responses to International Terrorism: Diversity Awareness as a New Capability?" in JCMS: Journal of Common Market Studies, Vol. 46, Issue 1, pp. 195-218, January 2008
Giuseppe Pennisi è professore stabile alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. E’ stato Dirigente generale presso i Ministeri del Bilancio e del Lavoro e per 15 anni funzionario e dirigente della Banca Mondiale. E’ autore di vari libri di analisi economica e collabora assiduamente a quotidiani e periodici.
Un lavoro ancora più recente “A law and economics perspective on terrorism" di Nuno Garoupa (Università di Lisbona) , Jonathan Klick (Florida State University College of Law) e Francesco Parisi (George Mason University School of Law) edito dalla George Mason University – traccia un bilancio di quanto realizzato dall’ “economia del terrorismo” (un raggruppamento disciplinare riconosciuto in molte università americane ed europee ma ancora poco seguito in Italia) negli ultimi 30 anni in termini di comprensione dell’andamento dell’economia di un Paese e di strumenti per contrastare il fenomeno del terrorismo. E’ noto che il fenomeno aumenta l’avversione al rischio, comprime sia i consumi sia gli investimenti ed incanala il risparmio verso attività a basso rendimento; tutto ciò ha l’effetto di ridurre di circa un terzo la crescita reale rispetto a quella potenziale. Questa è una spiegazione del rallentamento dell’economia europea dall’inizio del decennio poiché nel Vecchio Continente non si è risposto all’attacco dell’11 settembre (ed ai grandi attentati di Madrid e Londra) con lo scatto di vitalità che ha caratterizzato la reazione americana. L’Europa – sostiene un saggio Antje Wiener nel numero di gennaio 2008 del “Journal of Common Market Studies” – è molto meno attrezzata soprattutto concettualmente alla lotta al terrorismo ed all’utilizzazione, a questo fine, dell’analisi economica. Il contributo di Garoupa, Klick e Parisi è particolarmente utile, sotto il profilo operativo: mette in discussione alcune ipotesi di base della letteratura dell’ultimo trentennio – principalmente quella secondo cui il terrorista sarebbe, dal punto di vista economico, “un agente razionale” – , esamina i dettagli delle normative anti-terrorismo varate negli ultimi anni, sottolinea in che misura tali dettagli tengano conto dei paradigmi dell’”economia della criminalità” (disciplina molto più antica dell’”economia del terrorismo” ed a cui circa venti anni fa la Società Italiana degli Economisti ha dedicato un Congresso Scientifico) e propone un meccanismo economico per far sì che il terrorista (o chi è a conoscenza di terroristi) venga “incentivato” a collaborare con le autorità.
Interessante vedere come avendo a propria disposizione dati realmente unici (le biografie dei terroristi-suicidi palestinesi), un economista di Harvard ed uno della Rand Corporation siano giunti – in un lavoro recente. lo NBER Working Paper No. W12910 – a conclusioni in parte analoghe a quelle di Garoupa, Klick e Parisi: seguendo principi rigorosi di selezione economica (quali quelli della selezione del personale o delle scelte di mercato) i terroristi più maturi e più istruiti vengono scelti per le missioni suicide più che fanno più danni all’infrastruttura (ossia al capitale fisico) e causano più perdite di vite (ossia di capitale umano) anche tra i civili.
In effetti, l’”economia del terrorismo” esplora, soprattutto, come la cassetta degli attrezzi può servire a combattere il fenomeno. Si distingue nettamente dalla “finanza del terrorismo” che analizza sia quali sono le fonti d’approvvigionamento finanziario del terrorismo sia quali le implicazioni d’episodi di terrorismo sui mercati finanziari quali le Borse; interessante notare a riguardo che un’analisi quantitativa recentissima dell’Università di Zurigo basata su una rassegna di episodi di terrorismo in 11 Stati nell’arco di 25 anni, conclude che gli impatti sui mercati finanziari anche di attentati con grande richiamo mediatico, sono, tutto sommato, trascurabili. Ancora una volta, l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è, per le sue conseguenze anche solamente finanziarie quali quelle riassunte in apertura di questa nota, un’eccezione rispetto ai numerosi episodi trattati nello studio.
In una prima fase, l’”economia del terrorismo” (nel senso di sviluppo della teoria economica del terrorismo e applicazioni d’analisi economica alla prevenzione dal terrorismo) ha avuto il suo centro all’Università di Chicago dove è di casa l’assunto che milioni di teste ragionano meglio di una sola e che il mercato (reale o virtuale) è il veicolo per farle incontrare e trarre da esse il meglio. Grazie ai lavori del centro sull’”economia del terrorismo” di Chicago è stato, ad esempio, possibile simulare, con l’ausilio della “teoria dei giochi” (specialmente dei “giochi a più livelli” ormai entrati nella prassi delle scuole militari) le strategie e le tattiche di dirottamento aereo e ridurne, nell’arco di meno di un lustro, il numero dei dirottamenti da 30 a circa due l’anno. Gli “economisti del terrorismo” di Chicago hanno pure sviscerato l’”effetto di sostituzione” nelle strategie e nelle tattiche: posto un argine ai dirottamenti aerei, i terroristi si sono rivolti ad altri comparti, che, però, comportano costi maggiori e per essere attuati, richiedono risorse più ampie e risultati attesi molto più consistenti di quelli dei dirottamenti aerei.
In tempi più recenti, l’Università della California del Sud è diventato il cenacolo Usa più importante di studi di “economia del terrorismo”; la figura di spicco è Todd Sandler. I lavori degli ultimi anni coniugano la “teoria dei giochi” con “la teoria economica dell’informazione e della comunicazione” e con paradigmi tratti dall’analisi dei mercati finanziari, quali la teoria delle opzioni e dei derivati. Da un lato, grazie ad elaborati modelli esplicativi, questi studi documentano come il “terrorista razionale” cerchi risultati con vasto contenuto mediatico e comunicativo. Da un altro, le ricerche sugli “obiettivi anti-terroristi mirati” mostrano come un “anti-terrorismo a vasto raggio od a pioggia” avrebbe costi elevatissimi a fronte di risultati modesti; sono preferibili – affermano Todd Sandler e colleghi- strategie di prevenzione incentrate sulla decodificazione di segnali indiretti, analoghi a quelli analizzati nella teoria economica dell’informazione e della comunicazione.
Può interessare notare che in Italia l’economia dell’informazione della comunicazione ha gradualmente trovato posto, negli ultimi tre lustri, tra le discipline insegnate nelle Facoltà di Economia delle maggiori università. Inoltre dal 2000 circa si tengono presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA) corsi e percorsi formativi d’economia dell’informazione e comunicazione con enfasi su tematiche quali il mercato del lavoro, la previdenza, il processo di formazione del bilancio dello Stato, i beni e le attività culturali di immediato interesse per dirigenti e funzionari delle pubbliche amministrazioni. In un Master in Economia dell’Informazione, tenuto nel 2003-2004, una sessione è stata dedicata all’”economia del terrorismo”. La SSPA ha anche pubblicato due volumi su questi argomenti- uno è il frutto di una conferenza internazionale tenuta presso la Reggia di Caserta in collaborazione con la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Altre Scuole Superiori potrebbero considerare corsi e percorsi formativi specialistici su questi temi, anche in collaborazione con il Nato Defense College a Roma e con lo Staff College delle Nazioni Unite a Torino..
In Europa, il centro più importante di ricerche su questi temi è l’Università di Zurigo dove gli studi economici sul terrorismo sono guidati da quel Bruno Frey che è anche uno dei maggiori teorici dell’”economia della felicità” ed in passato ha contribuito in misura significativa alla teoria economica delle cultura e dei mercati delle arti sceniche (come l’opera lirica). Altre sedi di rilievo sono quelle guidate da Mats Lundhal della Università di Stoccolma e da Kurt Konrad della Libera Università di Berlino. Le analisi più immediate, e di più immediato effetto, sono rivolte alla strumentazione economica per disinnescare la rete finanziaria del terrorismo. Circa cinque anni fa, un documento dell’amministrazione finanziaria degli Stati Uniti sui capitali all’estero della rete terroristica, ha documentato che almeno tre miliardi di dollari appartenuti al Governo di Saddam Hussein erano depositati in banche controllate dal Governo di Damasco, soprattutto in Siria, Libano e Giordania. Di questo totale, 0,5 miliardi di dollari erano depositati in banche libanesi ed una somma analoga in banche giordane. Degli altri due miliardi si sa poco o niente. Secondo lo studio, al momento dell’apertura delle ostilità, Saddam ed i suoi avevano ben 1,7 miliardi di dollari in banche commerciali degli Stati Uniti, circa 600 presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (Brs) a Basilea ed in istituti di credito giapponesi. Di questi 2.45 miliardi di dollari, 300 milioni – ossia la metà di quanto trovato alla Brs – è stato restituito al (nuovo) Governo irakeno; il resto è sotto sequestro. Queste risorse finanziarie – dice il rapporto - sono state accantonate per uno scopo preciso che va ben oltre il supporto alla guerriglia in Irak; unitamente ad altre riserve e flussi (di cui è difficile stimare l’entità), servono al terrorismo che oggi richiede molto di più delle bombe, celate sotto i cappelli chiamati a bombetta proprio per questa ragione, nei nichilisti all’inizio del Novecento. Le briciole vanno a terrorismi “caserecci”, spesso nipoti (spirituali) delle bande terroristiche tipo quelle, niente affatto islamiche. che imperversavano in Italia ed in Germania negli Anni 70; non devono necessariamente approvvigionarsi tramite rapine in banca in quanto, nell’epoca dell’integrazione economica internazionale, si dispone di reti diffuse – da centri più o meno sociali, a certe comunità d’immigrati, od anche di figli di immigrati, a focolai dell’irredentismo islamico.
Un campo relativamente nuovo e di grande interesse per l’”economia del terrorismo” è proprio quello dell’analisi economica dell’impiego di kamizake reclutati tra giovani cresciuti in ambiente occidentale oppure “occidentalizzato” (i palestinesi nati e diventati adulti in Israele). Murihaf Jouejati della Università George Washington nella capitale Usa sottolinea come la scelta del suicidio-eccidio abbia determinanti economiche: i giovani mussulmani, cresciuti negli Usa od in Europa oppure nelle aree più occidentalizzate del Medio Oriente, lo compiono non per andare in un Paradiso (in cui spesso non credono affatto) ma per sconfiggere il nemico in una guerra millenaria in cui l’intrusione occidentale avrebbe, agli occhi loro e dei loro maestri, tolto il primato economico, scientifico e culturale dell’Islam. Lo scontro con le libertà- e della democrazia e del mercato rende più acuta la decisione di commettere gesti estremi come il suicidio-eccidio. Ciò spiega – come si è accennato in precedenza- la scelta di terroristi maturi e istruiti (oltre che probabilmente laicizzati) per le missioni più importanti. Attenzione: il suicidio-eccidio è contrario al Corano dove si prescrive che l’uomo non deve uccidere “neanche una formica” e la “guerra santa” è consentita unicamente per la riconquista e difesa dei “luoghi sacri”. Il kamikaze o è imbevuto di eresia, ossia di un’interpretazione distorta del Corano oppure considera il suicidio-eccedio come strumento di una guerra laica tra civiltà necessariamente in forte contrapposizione.
Per comprendere i risvolti della tattica occorre avere dimestichezza con la “teoria economica del suicidio”, elaborata una trentina di anni fa da Daniel Hamermesh e Neal Soos , ed aggiornarla alla luce dei contributi su opzioni reali di Avinash Dixit e Robert Pyndick. Nella decisione di diventare un kamikaze entra non solo il valore “zero” attribuito al resto della propria vita ma il valore dell’”opzione negativa”, “liability option” nel linguaggio dell’economia e della finanza, (l’eccidio) che si pone in capo ai propri nemici come strumento di guerra per frenarne i valori (quelli economici non sono mai distinti da quelle culturali ed etici). I nemici si distinguono dagli avversari perché sui secondi si mira alla vittoria, mentre dei primi si cerca la distruzione ed eliminazione fisica.
Quali alcune delle principali lezioni che si traggono dall’”economia dell’antiterrosismo”, ad esempio dai tre volumi i 1700 pagine curati da Todd Sandler e Keith Hartley, dai lavori di Bruno Frey della Università di Zurigo e da quelli di Mats Lundhal della Università di Stoccolma e di Kurt Konrad della Libera Università di Berlino?
In primo luogo, il contenimento del terrorismo è un “bene pubblico internazionale”, che non può essere fornito da un solo Paese e di cui beneficia tutta la comunità mondiale; dopo le risoluzioni Onu, anche Siria e Libano hanno dato la loro disponibilità a operare di concerto con il resto del mondo per bloccare i soldi del terrore. In secondo luogo, ciò implica vigilare su conti sospetti di “cellule” terroristiche dovunque esse siano; questa attività ha ramificazione per quanto riguarda la vigilanza bancaria;: negli Stati Uniti, sono state potenziate, negli ultimi due anni e mezzo, le funzioni e le risorse a disposizione del Tesoro – tramite l’Irsa-(l’agenzia delle entrate) Usa ed il Comptroller of Currency (una direzione generale di del Ministero del Tesoro). Anche in Italia si è creata una direzione generale presso il ministero dell’Economia e delle Finanze nell’ambito del Dipartimento del Tesoro. Dobbiamo chiederci se le nostre attività di vigilanza finanziaria siano attrezzate alla bisogna. In terzo luogo, occorre ridurre la capacità d’attrazione abbassando l’attenzione dei media ed aumentando, al tempo stesso, il costo opportunità ai terroristi, nonché “offrendo alternative” a potenziali reclute del terrorismo. Secondo Bruno Frey , il decentramento politico ed amministrativo può ridurre in misura significativa i benefici ai terroristi in quanto implica un più forte controllo sociale. Più complicato “offrire alternative” a potenziali terroristi: ciò vuole dire “strategie negoziali” o, in termini di gergo economico, “cooperative”. Percorso che pochi Governi sono pronti a seguire anche poiché, per ragioni non economiche, “combattere il terrorismo a tutti i costi” è un obiettivo importante per tenere alto il morale. I leader del terrorismo si oppongono ad una strategia negoziale , e che offra alternative, proprio per le stesse ragioni: mantenere le loro truppe unite ed in continua tensione. Lo conferma un’analisi di Eli Berman (della scuola californiana di Todd Sandler) nella monografia “"Hamas, Taliban and the Jewish underground: an economist's view of radical religious militias" (“Hamas, i talebani, le milizie ebree sottotraccia: il punto di vista di un economista sul terrorismo radicale religioso”). Modelli economici basati sulle teorie delle scelte razionali spiegano che atti di violenza gratuita distruggono opzioni alternative e rafforzano la lealtà di gruppo.
Aumentare gli aiuti a Paesi dove c’è terreno fertile per il terrorismo al fine di fare sì che gli aratri rimpiazzano le bombe? E’ la speranza di tante anime belle e della cooperazione allo sviluppo. Un’analisi di Michael Mandler e Michael Spagat (ambedue dell’Università di Londra) pubblicata dal Centre for Economic Policy Research (“Foreign aid designed to diminish terrorist atrocities can increase them") dimostra, sulla base di teoria economica ed evidenza empirica, che si tratta di un’ipotesi errata: gli aiuti affinano le spade dei terroristi, dentro e fuori i confini nazionali.
Per approfondire il tema tramite di lavori recenti e di facile reperimento in telematica:
Benmelech E., Bellebi C. “Attack Assignments in Terror Organizations and the Productivity of Suicide Bombers" NBER Working Paper No. W12910
Berrebi C., Lakdawalla D. “How Does Terrorism Risk Vary Across Space and Time? An Analysis Based on the Israeli Experience" Rand Corporation, 2007
Berman E., Laitin D. "Religion, Terrorism and Public Goods: Testing the Club
Model" NBER Working Paper No. W13725
Chesney M. , Reshetar G. "The Impact of Terrorism on Financial Markets: An Empirical Study" (in corso di pubblicazione presso l’Università di Zurigo) ; si può richiedere il manoscritto a mchesney@isb.unizh.ch oppure a reshetar@isb.uzh.ch
Keohane D. "The Absent Friend: EU Foreign Policy and Counter-Terrorism" JCMS: Journal of Common Market Studies, Vol. 46, Issue 1, pp. 125-146, January 2008
Kerjan E-M. Pedell B."How Does the Corporate World Cope With Mega-Terrorism? Puzzling Evidence from Terrorism Insurance Markets" Journal of Applied Corporate Finance, Vol. 18, No. 4, pp. 61-75, Fall 2006
Kunreeuther H., Kerian E-M. “Evaluating the Effectiveness of Terrorism Risk Financing Solutions", NBER Working Paper No. W13359
Wiener A. "European Responses to International Terrorism: Diversity Awareness as a New Capability?" in JCMS: Journal of Common Market Studies, Vol. 46, Issue 1, pp. 195-218, January 2008
Giuseppe Pennisi è professore stabile alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. E’ stato Dirigente generale presso i Ministeri del Bilancio e del Lavoro e per 15 anni funzionario e dirigente della Banca Mondiale. E’ autore di vari libri di analisi economica e collabora assiduamente a quotidiani e periodici.
LA CAPITALE IMPARI DAGLI USA Il Tempo 16 giugno
Il nodo della crisi finanziaria della capitale è un tema di rilievo e priorità nazionale, analogo a quello che negli Anni 70 si presentò a proposito di New York (quando, anche in Europa ed in Giappone si temette che un eventuale tracollo finanziario del Comune della città avrebbe messo a repentaglio l’economia Usa e la finanza internazionale). Le cause sono ormai scritte a tutto tondo nel referto della Ragioneria Generale dello Stato: tre lustri d’effimero hanno non solo ridotto al lumicino i servizi ai cittadini (dalla pavimentazione stradale al sociale) e minacciano una crisi dello smaltimento rifiuti analoga a quella della Campania, ma lasciato le casse vuote e almeno 7 miliardi di euro, nonché crediti inesigibili (in quanto basati sul “soccorso rosso” alla Regione). Il giudizio politico sulle responsabilità della situazione spetta ai romani (i quali, in gran misura, lo hanno già dato).
L’essenziale è trovare una via d’uscita di breve e di medio e lungo periodo. Nel breve periodo, è interesse, non solo dovere, dell’Italia di venire incontro alle esigenze immediate: garantire (con una dotazione straordinaria di circa 600 milioni d’euro) per evitare il “default”, ossia l’insolvenza. Il danno internazionale all’immagine ed alla finanza del Paese sarebbe enorme. In secondo luogo, sempre nel breve periodo, è essenziale che, da un lato, la legge finanziaria contenga misure strutturali (riduzione dei fondi comunali di contropartita alla Legge Obiettivo, anticipi del federalismo fiscale) e, da un altro, che Roma accetti una fase d’austerità sull’effimero, una drastica riduzione del numero di aziende partecipate ed un ricambio del loro management (non certo privo di ruolo nelle vicende finanziarie degli ultimi 15 anni). Nel medio periodo, la soluzione non sta in un approccio consociativo tipo Commissione Attali/Bassanini. Meglio dimenticare chi la propone e prendere come esempio il risanamento di New York, attuato nella seconda metà degli Anni Settanta da Felix Rohatyn , a lungo alla guida di Lazard Frères e negli Anni 90 Ambasciatore Usa in Francia ed ai vertici di Lehman Brothers.
Rohatyn creò la Municipal Assistance Corporation (Mac), una finanziaria costituita con le forze finanziarie ed imprenditoriali della città (ma anche con il supporto del Governo federale) che nell’arco di tre anni fu in grado di portare al pareggio del bilancio comunale e di cinque di tornare all’emissione d’obbligazioni comunali di alto “rating”. Gli atti della Mac sono pubblici e possono essere consultati on line anche oggi al http://newman.baruch.cuny.edu/digital/2003/amfl/index.htm. Vale la pena ricordare che un’esperta di fama internazionale come Gretchen Morgeson ha di recente proposto, sul “New York Times”, di utilizzare il metodo Rohatyn – ed un istituto internazionale modellato sulla Mac per risolvere la crisi finanziaria dei mutui subprime.
La finanza e l’imprenditoria romana hanno la capacità di non essere secondi a nessuno. E di mostrare di essere in grado di sostenere il Sindaco nel risanamento della capitale.
L’essenziale è trovare una via d’uscita di breve e di medio e lungo periodo. Nel breve periodo, è interesse, non solo dovere, dell’Italia di venire incontro alle esigenze immediate: garantire (con una dotazione straordinaria di circa 600 milioni d’euro) per evitare il “default”, ossia l’insolvenza. Il danno internazionale all’immagine ed alla finanza del Paese sarebbe enorme. In secondo luogo, sempre nel breve periodo, è essenziale che, da un lato, la legge finanziaria contenga misure strutturali (riduzione dei fondi comunali di contropartita alla Legge Obiettivo, anticipi del federalismo fiscale) e, da un altro, che Roma accetti una fase d’austerità sull’effimero, una drastica riduzione del numero di aziende partecipate ed un ricambio del loro management (non certo privo di ruolo nelle vicende finanziarie degli ultimi 15 anni). Nel medio periodo, la soluzione non sta in un approccio consociativo tipo Commissione Attali/Bassanini. Meglio dimenticare chi la propone e prendere come esempio il risanamento di New York, attuato nella seconda metà degli Anni Settanta da Felix Rohatyn , a lungo alla guida di Lazard Frères e negli Anni 90 Ambasciatore Usa in Francia ed ai vertici di Lehman Brothers.
Rohatyn creò la Municipal Assistance Corporation (Mac), una finanziaria costituita con le forze finanziarie ed imprenditoriali della città (ma anche con il supporto del Governo federale) che nell’arco di tre anni fu in grado di portare al pareggio del bilancio comunale e di cinque di tornare all’emissione d’obbligazioni comunali di alto “rating”. Gli atti della Mac sono pubblici e possono essere consultati on line anche oggi al http://newman.baruch.cuny.edu/digital/2003/amfl/index.htm. Vale la pena ricordare che un’esperta di fama internazionale come Gretchen Morgeson ha di recente proposto, sul “New York Times”, di utilizzare il metodo Rohatyn – ed un istituto internazionale modellato sulla Mac per risolvere la crisi finanziaria dei mutui subprime.
La finanza e l’imprenditoria romana hanno la capacità di non essere secondi a nessuno. E di mostrare di essere in grado di sostenere il Sindaco nel risanamento della capitale.
CENSURE LIRICHE Il Foglio del 13 giugno
Nell’arco delle prossime due settimane (alla Scala ed al Maggio Musicale Fiorentino) si possono ascoltare due opere russe che irritarono Stalin (tanto da metterne al bando una ed impedire la rappresentazione dell’altra). Pare non siano mai piaciute a Walter Veltroni. La prima è la nuova produzione, in coproduzione con la Staatsoper di Berlino, de “Il giocatore” di Sergej Prokofiev (alla Scala del 16 al 30 giugno ; la seconda è la ripresa de “La Lady Macbeth del distretto di Mzensk” di Dmitri Šostakovič (dal 23 al 26 giugno) in un allestimento di Lev Dodin che dieci anni fa ottenne il “Premio Abbiati” (l’Oscar della musica lirica). Rivisto dal regista e dallo scenografo, viene presentato con un nuovo cast.
“Il giocatore” è stata composto nel 1915-16 (quando l’autore era giovanissimo). La seconda è stata concepita tra la fine degli Anni Venti e l’inizio degli Anni Trenta e, dopo la “prima” (in quella che allora era l’Urss) fu un immediato successo internazionale, ma piombò su di lei un interdetto di Stalin in persona.
Prokofiev aveva poco più di vent’anni, quando, ispirandosi ad un racconto di Dostojevkj, scrisse il libretto de “Il giocatore” e compose la musica dei rapidi quattro atti affollati da un vasto numero di personaggi. La musica velocissima: rispecchia il periodo dadaista e futurista dell’autore che, affascinato dal cinema, voleva riproporre i ritmi incalzanti del “muto”. Presenta una società malata (dal gioco d’azzardo in un’ipotetica stazione termale dal nome di Roulettenburg) ed è incentrato sul principio della “disonestà vittoriosa”- chi bara accalappia il successo. L’opposto della morale del realismo socialista. Prokofiev, “figlio geniale ma capriccioso” della Russia (la definizione è di Tommaso Manera), ebbe con il regime autoritario un rapporto complicato, lasciò la Patria all’inizio di una “rivoluzione proletaria” per lui “problematica”, ma vi ritornò (gradualmente) mentre stava cominciando il periodo peggiore del terrore staliniano, compose nel 1950 l’oratorio più celebrato dal comunismo internazionale (“Siate vigili per la Pace”), e morì quasi alla stessa ora di Stalin tanto che del suo decesso diede notizia un giornale americano quattro giorni dopo e la “Pravda” ben sei giorni più tardi.Alla Scala, l’allestimento di Dmitri Tscherniakov, con la direzione musicale di Daniel Barenboim, ci porta in una Roulettemburg moderna ed un po’ dimessa, dove, con tempi incalzanti (un solo intervallo), si ripropone l’apologo amaro di un mondo in cui ciascuno cerca di imbrogliare il vicino.
Nonostante inserita nel cartellone del Marijnkij (il teatro principale di Pietroburgo) per la stagione 1916-17 e nonostante messa in prova, la sua “prima” venne bloccata del “grande fratello”. Avvenne (in traduzione francese e con la musica rimaneggiata) nel 1929 a Bruxelles.
Dmitri Šostakovič scelse un racconto di Nicolai Leskov per “La lady Macbeth del distretto di Mensk”- una storiaccia di sesso e sangue in cui la protagonista, Katerina L’vovna, borghese di provincia mal ammogliata ed assatanata, uccide tutti gli uomini che si porta sotto le lenzuola. L’opera sarebbe dovuta essere la prima di una tetralogia dedicata alla donna russa – ovviamente alla donna post-rivoluzionaria, liberata sessualmente e politicamente. Che l’argomento fosse considerato accettabile, lo dimostra che Šostakovič ne avesse avuto contezza tramite una versione cinematografica di Cesar Savinki C’era, però, la musica:“fatta appositamente alla rovescia, in modo da non ricordare affatto la classica musica d’opera, da non avere nulla a che fare con il sinfonismo, con il linguaggio musicale semplice e comprensibile a tutti”.
“La lady Macbeth” ebbe la prima rappresentazione il 22 gennaio 1934 al “Malyi” (il teatro più piccolo di Pietroburgo) con un esito trionfale i cui echi furono tali da giungere oltre i confini dell’Urss, tanto che – cosa insolita in quegli anni - venne ripresa anche Londra, a Praga e a Cleveland, nell’arco di meno di 18 mesi. La mattina del 28 gennaio 1936, la “Pravda” pubblicò un editoriale non firmato, ma dettato dallo stesso Stalin, ed intitolato “Caos anziché musica”: si accusava il lavoro di pornografia e di cacofonia. Da allora (si era nel 1936) iniziò, per il compositore non ancora trentenne, un processo di “mobbing” che durò sino alla fine degli Anni 50. Si allontanò dal teatro in musica, nonostante avesse progettato di continuare la tetralogia sulla donna e stesse studiando anche altri libretti. Si buttò nella sinfonica per grande organico. Solo dopo la morte di Stalin, ritornò, moderatamente all’innovazione: nella tredicesima sinfonia introduce la voce solista (su testi di Evtušcenko). Nel 1963 propone una nuova edizione de “La lady Macbeth”, espurgata, però,nel testo, nella partitura ed anche nel titolo (diventato “Katerina L’vovna”): è questa versione che viene conosciuta in Italia, principalmente tramite tournées dell’Opera di Zagabria, di Lubiana ed anche di Sarajevo a Napoli, Genova e nei circuiti della Lombardia e dell’Emilia-Romagna tra gli Anni 60 e 70. “La lady Macbeth” del 1934 si è ascoltata soltanto nel 1947 al festival di musica contemporanea di Venezia, nel 1980 a Spoleto, nel 1987 a Trieste, nel 1992 e nel 2007 alla Scala e nel 1994 e 1998 a Firenze.
“Il giocatore” è stata composto nel 1915-16 (quando l’autore era giovanissimo). La seconda è stata concepita tra la fine degli Anni Venti e l’inizio degli Anni Trenta e, dopo la “prima” (in quella che allora era l’Urss) fu un immediato successo internazionale, ma piombò su di lei un interdetto di Stalin in persona.
Prokofiev aveva poco più di vent’anni, quando, ispirandosi ad un racconto di Dostojevkj, scrisse il libretto de “Il giocatore” e compose la musica dei rapidi quattro atti affollati da un vasto numero di personaggi. La musica velocissima: rispecchia il periodo dadaista e futurista dell’autore che, affascinato dal cinema, voleva riproporre i ritmi incalzanti del “muto”. Presenta una società malata (dal gioco d’azzardo in un’ipotetica stazione termale dal nome di Roulettenburg) ed è incentrato sul principio della “disonestà vittoriosa”- chi bara accalappia il successo. L’opposto della morale del realismo socialista. Prokofiev, “figlio geniale ma capriccioso” della Russia (la definizione è di Tommaso Manera), ebbe con il regime autoritario un rapporto complicato, lasciò la Patria all’inizio di una “rivoluzione proletaria” per lui “problematica”, ma vi ritornò (gradualmente) mentre stava cominciando il periodo peggiore del terrore staliniano, compose nel 1950 l’oratorio più celebrato dal comunismo internazionale (“Siate vigili per la Pace”), e morì quasi alla stessa ora di Stalin tanto che del suo decesso diede notizia un giornale americano quattro giorni dopo e la “Pravda” ben sei giorni più tardi.Alla Scala, l’allestimento di Dmitri Tscherniakov, con la direzione musicale di Daniel Barenboim, ci porta in una Roulettemburg moderna ed un po’ dimessa, dove, con tempi incalzanti (un solo intervallo), si ripropone l’apologo amaro di un mondo in cui ciascuno cerca di imbrogliare il vicino.
Nonostante inserita nel cartellone del Marijnkij (il teatro principale di Pietroburgo) per la stagione 1916-17 e nonostante messa in prova, la sua “prima” venne bloccata del “grande fratello”. Avvenne (in traduzione francese e con la musica rimaneggiata) nel 1929 a Bruxelles.
Dmitri Šostakovič scelse un racconto di Nicolai Leskov per “La lady Macbeth del distretto di Mensk”- una storiaccia di sesso e sangue in cui la protagonista, Katerina L’vovna, borghese di provincia mal ammogliata ed assatanata, uccide tutti gli uomini che si porta sotto le lenzuola. L’opera sarebbe dovuta essere la prima di una tetralogia dedicata alla donna russa – ovviamente alla donna post-rivoluzionaria, liberata sessualmente e politicamente. Che l’argomento fosse considerato accettabile, lo dimostra che Šostakovič ne avesse avuto contezza tramite una versione cinematografica di Cesar Savinki C’era, però, la musica:“fatta appositamente alla rovescia, in modo da non ricordare affatto la classica musica d’opera, da non avere nulla a che fare con il sinfonismo, con il linguaggio musicale semplice e comprensibile a tutti”.
“La lady Macbeth” ebbe la prima rappresentazione il 22 gennaio 1934 al “Malyi” (il teatro più piccolo di Pietroburgo) con un esito trionfale i cui echi furono tali da giungere oltre i confini dell’Urss, tanto che – cosa insolita in quegli anni - venne ripresa anche Londra, a Praga e a Cleveland, nell’arco di meno di 18 mesi. La mattina del 28 gennaio 1936, la “Pravda” pubblicò un editoriale non firmato, ma dettato dallo stesso Stalin, ed intitolato “Caos anziché musica”: si accusava il lavoro di pornografia e di cacofonia. Da allora (si era nel 1936) iniziò, per il compositore non ancora trentenne, un processo di “mobbing” che durò sino alla fine degli Anni 50. Si allontanò dal teatro in musica, nonostante avesse progettato di continuare la tetralogia sulla donna e stesse studiando anche altri libretti. Si buttò nella sinfonica per grande organico. Solo dopo la morte di Stalin, ritornò, moderatamente all’innovazione: nella tredicesima sinfonia introduce la voce solista (su testi di Evtušcenko). Nel 1963 propone una nuova edizione de “La lady Macbeth”, espurgata, però,nel testo, nella partitura ed anche nel titolo (diventato “Katerina L’vovna”): è questa versione che viene conosciuta in Italia, principalmente tramite tournées dell’Opera di Zagabria, di Lubiana ed anche di Sarajevo a Napoli, Genova e nei circuiti della Lombardia e dell’Emilia-Romagna tra gli Anni 60 e 70. “La lady Macbeth” del 1934 si è ascoltata soltanto nel 1947 al festival di musica contemporanea di Venezia, nel 1980 a Spoleto, nel 1987 a Trieste, nel 1992 e nel 2007 alla Scala e nel 1994 e 1998 a Firenze.
PERCHE' PER ALITALIA (E AIRONE) IL QUADRO SI COMPLICA
Con l’avvicinarsi della prima “rata” della manovra economica (dovrebbe essere varata dal Consiglio dei Ministri del 18 giugno), l’attenzione sulle vicende dell’Alitalia è uscita delle prime pagine dei giornali (e in gran misura anche dalle pagine economiche). E’ stato convertito in legge il decreto con cui si da respiro alla compagnia per un certo lasso di tempo (se si tratta di 6 o di 12 mesi è questione di lana caprina che lasciamo ai barracuda-esperti) . La Commissione Europea ha iniziato l’indagine sulla natura dell’intervento – se si tratta o meno di aiuto di stato. Come avevamo avvertito su “L’Occidentale” del 6 giugno, molte illazioni e la forte dose di allarmismo che ha caratterizzato l’inizio del mese è parsa scemare.
Ciò non vuole dire, però, che la situazione sia oggi meno critica di quanto non fosse alcune settimane fa. Lo è probabilmente più di allora non soltanto per un elemento di cui parla gran parte della stampa – l’aumento dei costi, specialmente per il carburante, a ragione dell’andamento dei corsi del petrolio e la diminuzione della domanda di trasporto aereo che caratterizza qualsiasi fase di decelerazione dell’andamento economico nei principali Paesi industriali ad economia di mercato, Usa in primo luogo. Lo è anche e soprattutto a ragione di un fenomeni che non ha sino ad ora attratto neanche l’attenzione della stampa specializzata (se non quella del comparto dell’aviazione civile): il vero e proprio tracollo, a livello mondiale, della valorizzazione azionaria delle compagnie aeree.
Abbiamo fatto quattro conti: dall’aprile 2007 ad oggi, il Dow Jones Wilshire Index – un indicatore poco noto in Italia ma che riflette l’andamento dell’azionario dell’aviazione civile a livello mondiale – ha segnato una contrazione del 40% mentre il Morgan Stanley Capital Index (World) ne ha riportata una dell’8,5%. In sintesi, in una fase in ogni caso di stanchezza sui mercati azionari mondiali (crisi subprime, preoccupazioni su una possibile recessione Usa, fallimento virtuale nel negoziato multilaterale sugli scambi, incertezze sui movimenti dei cambi), le compagnie aree hanno avuto risultati molto peggiori della media di tutti i comparti. Conrad de Aennlle si è chiesto, sul supplemento economico del “New York Times”, quali sono le strade per chi ha nel proprio portafoglio azioni di compagnie aeree: a) scappare (vendendo); b) cercare di “comportarsi da eroe”; d) restare nel comparto per cercare di identificare con grande attenzione dove collocare i propri risparmi.
Brian Nelson di Morningstar (una nota società di consulenza in materia di investimenti) suggerisce ai suoi clienti di lasciare il settore: un anno e mezzo fa Nelson aveva previsto il tracollo di US Airways (le cui azioni valevano allora, a Wall Street, $ 600 ed oggi appena $ 5). Nella sua lettera riservata agli operatori tratteggia un quadro apocalittico: il forte delle valorizzazioni sarebbe l’anti-generale di una serie di procedure fallimentari. Più possibilista Andrew Light, che segue il settore per Citigroup (molto esposta nel comparto): suggerisce di tenere azioni AirFrance-Klm e Lufthansa (nell’aspettativa di una ripresa del mercato europeo) e di puntare su Ryanair e Easyjet nella prospettiva della chiusura delle attività di altre piccole “low cost” europee nate come funghi in questi ultimi anni.
Tutto ciò ha due implicazioni molto serie per Alitalia (e per AirOne): a) da un lato, le banche sono maggiormente restie ad investire nel settore in generale; b) da un alto, gli stessi potenziali partner industriali internazionali hanno i loro problemi e mordono il freno.
Ciò non vuole dire, però, che la situazione sia oggi meno critica di quanto non fosse alcune settimane fa. Lo è probabilmente più di allora non soltanto per un elemento di cui parla gran parte della stampa – l’aumento dei costi, specialmente per il carburante, a ragione dell’andamento dei corsi del petrolio e la diminuzione della domanda di trasporto aereo che caratterizza qualsiasi fase di decelerazione dell’andamento economico nei principali Paesi industriali ad economia di mercato, Usa in primo luogo. Lo è anche e soprattutto a ragione di un fenomeni che non ha sino ad ora attratto neanche l’attenzione della stampa specializzata (se non quella del comparto dell’aviazione civile): il vero e proprio tracollo, a livello mondiale, della valorizzazione azionaria delle compagnie aeree.
Abbiamo fatto quattro conti: dall’aprile 2007 ad oggi, il Dow Jones Wilshire Index – un indicatore poco noto in Italia ma che riflette l’andamento dell’azionario dell’aviazione civile a livello mondiale – ha segnato una contrazione del 40% mentre il Morgan Stanley Capital Index (World) ne ha riportata una dell’8,5%. In sintesi, in una fase in ogni caso di stanchezza sui mercati azionari mondiali (crisi subprime, preoccupazioni su una possibile recessione Usa, fallimento virtuale nel negoziato multilaterale sugli scambi, incertezze sui movimenti dei cambi), le compagnie aree hanno avuto risultati molto peggiori della media di tutti i comparti. Conrad de Aennlle si è chiesto, sul supplemento economico del “New York Times”, quali sono le strade per chi ha nel proprio portafoglio azioni di compagnie aeree: a) scappare (vendendo); b) cercare di “comportarsi da eroe”; d) restare nel comparto per cercare di identificare con grande attenzione dove collocare i propri risparmi.
Brian Nelson di Morningstar (una nota società di consulenza in materia di investimenti) suggerisce ai suoi clienti di lasciare il settore: un anno e mezzo fa Nelson aveva previsto il tracollo di US Airways (le cui azioni valevano allora, a Wall Street, $ 600 ed oggi appena $ 5). Nella sua lettera riservata agli operatori tratteggia un quadro apocalittico: il forte delle valorizzazioni sarebbe l’anti-generale di una serie di procedure fallimentari. Più possibilista Andrew Light, che segue il settore per Citigroup (molto esposta nel comparto): suggerisce di tenere azioni AirFrance-Klm e Lufthansa (nell’aspettativa di una ripresa del mercato europeo) e di puntare su Ryanair e Easyjet nella prospettiva della chiusura delle attività di altre piccole “low cost” europee nate come funghi in questi ultimi anni.
Tutto ciò ha due implicazioni molto serie per Alitalia (e per AirOne): a) da un lato, le banche sono maggiormente restie ad investire nel settore in generale; b) da un alto, gli stessi potenziali partner industriali internazionali hanno i loro problemi e mordono il freno.
ROBIN HOOD TAX: IN TEMPI DI CRISI VA CORRETTO ANCHE IL MERCATO, Libero 18 giugno
Domani, mercoledì 18 giugno, il Consiglio dei Ministri prenderà in esame l’impalcatura generale della manovra economica da attuarsi nei prossimi tre esercizi finanziari ed una serie di provvedimenti immediati per rimettere in sesto i conti pubblici. Dallo scorso dicembre (quando si profilava già il crollo del traballante Governo Prodi), Libero Mercato ha quantizzato – con l’ausilio di una strumentazione econometrica molto semplice – il “buco annunciato” in dimensioni molto vicine a quelle che il nuovo Esecutivo ha, successivamente, riscontrato. L’Italia ha reiterato l’impegno assunto nei confronti del resto dei Paesi dell’area dell’euro di giungere al pareggio di bilancio d’esercizio entro il 2011 e di cominciare a ridurre in maniera sostanziale il peso del debito pubblico sul pil. La correzione da effettuare (rispetto al “tendenziale”, ossia a cosa avverrebbe se non si intervenisse) è stimata in circa 35 miliardi su tre anni. I quesiti principali sono come scaglionarla nei tre anni e l’importanza relativa da dare all’aumento delle entrate ed alla riduzione delle spese. Secondo le indiscrezioni che circolano nei Palazzi, si cercherebbe di fare una manovra upfront , ossia incentrata sul primo anno (quando la correzione sarebbe di 13,1 miliardi). Questa sarebbe una strategia corretta anche per l’effetto psicologico che avrebbe su cittadini ed imprese, oltre che sull’estero: sarebbe, infatti, un’indicazione concreta che l’Italia è in grado di prendere decisioni difficili e di farlo all’inizio della legislatura.
Più complicato il riparto tra misure per aumentare le entrate e provvedimenti per ridurre la spesa. I due schieramenti che si sono fronteggiati prima delle elezioni si sono impegnati a ridurre la pressione fiscale e contributiva. Non a farla crescere. Quello che ha vinto lo ha fatto con maggiore energia e persuasione dell’altro. Noi di Libero Mercato abbiamo sostenuto questa strategia anche e soprattutto perché in un contesto di mercati aperti una pressione fiscale-contributiva prossima al 45% del pil ci rende non competitivi rispetto ad aree dove non supera il 30% (Usa, Canada) o non sfiora il 25% (Paesi emergenti).
Tuttavia, è difficile concepire una manovra interamente dal lato della spesa, per coraggiose che siano le proposte di Renato Brunetta diretta a ridurre i costi della burocrazia ed ambizioso che sia il processo di semplificazione guidato da Roberto Calderoli. Vorrebbe dire posporre gran parte della spesa in conto capitale (con effetti negativi di medio e lungo periodo sulla competitività del sistema Italia) e bloccare non solo nuove assunzioni nel pubblico impiego (pure in aree dove ce n’è esigenza) ma anche i rinnovi contrattuali (innescando una dura conflittualità). Significherebbe inoltre venire meno ad impegni importanti in materia di politica per la famiglia.
In questo quadro, si pone quella che è chiamata, in gergo giornalistico, la Robin Hood Tax e che molti giornalisti chiamano tassa mentre è invece un’imposta sugli utili eccezionali avuti, nell’attuale congiuntura economica, da alcuni settori – innanzitutto l’industria petrolifera ma anche, come evidenziato ( domenica 15 giugno) da Il Corriere della Sera pure altri comparti, specialmente quelli in cui la regolazione è stata lasca. Dell’imposta ancora non si conoscono né gli aspetti tecnici né il gettito che si stima di ricavarne. Su questi punti torneremo quando saranno disponibili i dati essenziali.
E’ naturale che nei confronti dell’imposta si alzi una levata di scudi da parte dei diretti interessati (i settori che dovranno pagarla). Più difficile spiegare i mal-di-pancia di quelli che chiamerei i “liberisti delle feste comandate”, liberali che passano da una crisi (intellettuale) ad un'altra e, tra una geremiade e l’altra, si ricordano unicamente degli aspetti più superficiali delle regole del mercato.
Sotto il profilo della storia economica, le imposte sugli utili eccezionali sono, di norma, introdotte in circostanze di difficoltà economiche speciali. Negli Usa, la prima è stata messa in atto nel 1863 in Georgia in occasione della guerra di secessione. Ancora, dal 1917 al 1921 è stata in vigore un’imposta federale sugli utili eccezionali (con aliquote che arrivano all’80% dei profitti aggiuntivi rispetto a quelli riportati negli anni precedenti il conflitto, ma esentavano parte dei nuovi investimenti). Misure analoghe sono state applicate, negli Usa, dal 1933 al 1935, dal 1940 al 1943 e dal 1950 al 1953. Un’imposta addizionale del 40% sugli utili delle società petrolifere stava per essere varata dal Congresso americano nell’ambito di una politica energetica volta al risparmio delle fonti non rinnovabili. Sono state formulate proposte in questa direzione sia subito dopo l’11 settembre 2001 (a supporto della guerra contro il terrorismo) sia per finanziare la guerra in Iraq. Questi cenni all’evoluzione di un’imposta federale di questa natura in un Paese tradizionalmente a tassazione relativamente bassa (rispetto all’Europa) mostrano come c’è un nesso forte con le situazioni di conflitto armato ma anche che l’imposta è stata applicata anche in momenti di gravi difficoltà (la depressione degli Anni Trenta) senza che ci fosse una guerra in atto od in potenza.
In momenti di difficoltà economiche – lo scriveva anche Hayek in “A Road to Serfdom”- le imperfezioni di mercato si acuiscono, i costi del riassetto non sono simmetrici e, quindi, la mano pubblica deve intervenire (nel modo più neutrale possibile) non solo per ragioni d’equità distributiva ma anche e soprattutto per sostenere il buon funzionamento del mercato e rendere, per tutti, meno lunga e meno pesante la transizione verso un nuovo equilibrio. Questa giustificazione analitica ha il supporto di numerosi studi empirici: l’ultimo (in ordine di tempo) è nel libro, datato maggio 2008 (ed appena giunto in Italia), in cui l’American Economic Association produce un florilegio dei migliori saggi presentati al suo ultimo Congresso Scientifico (tenuto in gennaio a New Orleans). Si tratta di un lavoro di Gilbert Metcalf sulle “tax expenditures” (deduzioni d’imposta) per raggiungere obiettivi di politica energetica. Più vicina a noi una raccolta di saggi sulla tassazione in Europa curata da Krister Anderson, Eva Eberthartinger e Lars Oxelheim. Dai testi citati si ricava che per i liberali che non sono in crisi e che non si ricordano di essere tali unicamente in occasione delle feste comandate si dovrebbe andare verso un sistema ad aliquota unica (od a due-tre aliquote al massimo), privo di detrazioni e deduzioni particolaristiche ma corredato di imposte ad hoc dirette a ridurre imperfezioni di mercato (quali quelli sugli utili eccezionali derivanti da fasi di gravi difficoltà economica).
Più complicato il riparto tra misure per aumentare le entrate e provvedimenti per ridurre la spesa. I due schieramenti che si sono fronteggiati prima delle elezioni si sono impegnati a ridurre la pressione fiscale e contributiva. Non a farla crescere. Quello che ha vinto lo ha fatto con maggiore energia e persuasione dell’altro. Noi di Libero Mercato abbiamo sostenuto questa strategia anche e soprattutto perché in un contesto di mercati aperti una pressione fiscale-contributiva prossima al 45% del pil ci rende non competitivi rispetto ad aree dove non supera il 30% (Usa, Canada) o non sfiora il 25% (Paesi emergenti).
Tuttavia, è difficile concepire una manovra interamente dal lato della spesa, per coraggiose che siano le proposte di Renato Brunetta diretta a ridurre i costi della burocrazia ed ambizioso che sia il processo di semplificazione guidato da Roberto Calderoli. Vorrebbe dire posporre gran parte della spesa in conto capitale (con effetti negativi di medio e lungo periodo sulla competitività del sistema Italia) e bloccare non solo nuove assunzioni nel pubblico impiego (pure in aree dove ce n’è esigenza) ma anche i rinnovi contrattuali (innescando una dura conflittualità). Significherebbe inoltre venire meno ad impegni importanti in materia di politica per la famiglia.
In questo quadro, si pone quella che è chiamata, in gergo giornalistico, la Robin Hood Tax e che molti giornalisti chiamano tassa mentre è invece un’imposta sugli utili eccezionali avuti, nell’attuale congiuntura economica, da alcuni settori – innanzitutto l’industria petrolifera ma anche, come evidenziato ( domenica 15 giugno) da Il Corriere della Sera pure altri comparti, specialmente quelli in cui la regolazione è stata lasca. Dell’imposta ancora non si conoscono né gli aspetti tecnici né il gettito che si stima di ricavarne. Su questi punti torneremo quando saranno disponibili i dati essenziali.
E’ naturale che nei confronti dell’imposta si alzi una levata di scudi da parte dei diretti interessati (i settori che dovranno pagarla). Più difficile spiegare i mal-di-pancia di quelli che chiamerei i “liberisti delle feste comandate”, liberali che passano da una crisi (intellettuale) ad un'altra e, tra una geremiade e l’altra, si ricordano unicamente degli aspetti più superficiali delle regole del mercato.
Sotto il profilo della storia economica, le imposte sugli utili eccezionali sono, di norma, introdotte in circostanze di difficoltà economiche speciali. Negli Usa, la prima è stata messa in atto nel 1863 in Georgia in occasione della guerra di secessione. Ancora, dal 1917 al 1921 è stata in vigore un’imposta federale sugli utili eccezionali (con aliquote che arrivano all’80% dei profitti aggiuntivi rispetto a quelli riportati negli anni precedenti il conflitto, ma esentavano parte dei nuovi investimenti). Misure analoghe sono state applicate, negli Usa, dal 1933 al 1935, dal 1940 al 1943 e dal 1950 al 1953. Un’imposta addizionale del 40% sugli utili delle società petrolifere stava per essere varata dal Congresso americano nell’ambito di una politica energetica volta al risparmio delle fonti non rinnovabili. Sono state formulate proposte in questa direzione sia subito dopo l’11 settembre 2001 (a supporto della guerra contro il terrorismo) sia per finanziare la guerra in Iraq. Questi cenni all’evoluzione di un’imposta federale di questa natura in un Paese tradizionalmente a tassazione relativamente bassa (rispetto all’Europa) mostrano come c’è un nesso forte con le situazioni di conflitto armato ma anche che l’imposta è stata applicata anche in momenti di gravi difficoltà (la depressione degli Anni Trenta) senza che ci fosse una guerra in atto od in potenza.
In momenti di difficoltà economiche – lo scriveva anche Hayek in “A Road to Serfdom”- le imperfezioni di mercato si acuiscono, i costi del riassetto non sono simmetrici e, quindi, la mano pubblica deve intervenire (nel modo più neutrale possibile) non solo per ragioni d’equità distributiva ma anche e soprattutto per sostenere il buon funzionamento del mercato e rendere, per tutti, meno lunga e meno pesante la transizione verso un nuovo equilibrio. Questa giustificazione analitica ha il supporto di numerosi studi empirici: l’ultimo (in ordine di tempo) è nel libro, datato maggio 2008 (ed appena giunto in Italia), in cui l’American Economic Association produce un florilegio dei migliori saggi presentati al suo ultimo Congresso Scientifico (tenuto in gennaio a New Orleans). Si tratta di un lavoro di Gilbert Metcalf sulle “tax expenditures” (deduzioni d’imposta) per raggiungere obiettivi di politica energetica. Più vicina a noi una raccolta di saggi sulla tassazione in Europa curata da Krister Anderson, Eva Eberthartinger e Lars Oxelheim. Dai testi citati si ricava che per i liberali che non sono in crisi e che non si ricordano di essere tali unicamente in occasione delle feste comandate si dovrebbe andare verso un sistema ad aliquota unica (od a due-tre aliquote al massimo), privo di detrazioni e deduzioni particolaristiche ma corredato di imposte ad hoc dirette a ridurre imperfezioni di mercato (quali quelli sugli utili eccezionali derivanti da fasi di gravi difficoltà economica).
domenica 15 giugno 2008
IL FLAUTO MAGGIO Operaclick 16 giugno
Ultima, oppure (secondi alcuni autori), penultima opera di un Mozart, già afflitto da gravi coliche renali, nonché assillato dai creditori, “Il flauto magico” ha un fascino indiscreto: costringe il maestro concertatore, il regista, lo scenografo, il costumista e gli interpreti tutti ad una chiave di lettura. Se ne può fare una deliziosa favola per bambini, come fece Ingmar Bergman in un film di grande successo e la Houston Opera in un allestimento che ha girato tutto il mondo, oppure come la si è vista a Palermo nell’allestimento di Roberto Andò. Se ne può fare un caleidoscopico mistero laico come nella vecchia produzione del Metropolitan con scene e costumi di Chagall oppure in quella fiorentina e torinese di Julie Taymor. Se ne può fare un complicato iter di iniziazione massonica come nella edizione, musicalmente eccezionale, che vidi a Roma nel 1957 od in quella, piuttosto mediocre, dell’Opera di Montreal degli anni Settanta. Si può vedere in chiave di iniziazione erotica, come nell’allestimento che, salpato da Aix-en-Provence nel 1999, ha raggiunto varie scene europee, oppure di iniziazione tout court come nelle recenti edizioni di Pizzi a Roma ed a Macerata. Fino ad attualizzarla con rave parties, droga e sesso a go-go come in talune messe in scena tedesche e polacche di questi ultimi anni.Uno dei pregi principali dell’edizione scenica offerta dall’Orchestra Sinfonica di Roma, OSR (con la direzione musicale di Francesco La Vecchia, la regia di Otello Camponeschi, le scene di Salvatore Liistro ed i costumi di Fabrizio Onali) è quello di seguire il più possibile quelle che erano verisimilmente le intenzioni di Mozart e Schikaneder : una “Teusche Oper” (nella scorretta ma verace ortografia mozartiana), ossia “un’opera tedesca” semplice, ma piena di “effetti speciali” e dal ritmo incalzante e tale da divertire uomini e donne di tutte le età (molti i bambini in sala attentissimi sino alla mezzanotte). E’ un’edizione “scenica” in senso stretto: l’orchestra è trasferita in un’adattata buca (eliminando alcune file della platea) e nel palco una scena fissa in cartapesta fa da cornice a gradevoli siparietti dipinti e ad ingegnosi “effetti speciali” (fumo, fuoco, colate d’acqua) oltre che ad una recitazione spigliata di cantanti-attori (molti specializzati nei rispettivi ruoli) in costumi di fine Settecento. Quindi, a prezzi ultrapopolari –7 euro per gli studenti e gli ultra 65enni –, uno spettacolo d’opera con i fiocchi che indurrà molti ad andare in altri teatri (se e quando praticheranno una politica più accessibile dei prezzi).L’opera è troppo nota (in Italia una dozzina d’allestimenti ne sono stati presentati nel 2006 – anno mozartiano) per soffermarci sulla trama e sui nessi massonici. Mettiamo l’accento sull’esecuzione musicale. L’OSR, guidata con perizia da Francesco La Vecchia, ha chiuso in bellezza una buona stagione concertistica: una direzione smagliante e piena di ritmo di una versione praticamente integrale (mancava solo il terzetto del secondo atto).La Vecchia e l’OSR , soprattutto, mettono in rilievo tutta l’ambiguità della partitura mozartiana. Ottimo il coro – ha un ruolo da protagonista nell’opera – diretto da Stefano Cucci.Occorre elogiare l’OSR per avere messo insieme un cast internazionale mediamente buono.Il solo elemento debole è parso Daniela Zerbinati. E’ un bravo soprano lirico leggero e non le manca un portamento regale ma in serie difficoltà con la coloratura richiesta alla Regina della Notte (specialmente nel recitativo ed aria del primo atto); ha necessariamente scansato i sovracuti.Sune Hjerrild è un Tamino dal timbro leggermente brunito (lo si è notato nell’ ”aria del ritratto” del primo atto che avrebbe meritato un timbro più lirico); proprio il timbro, unitamente ad un ottimo fraseggio, gli hanno giovato nel finale del primo atto e nel secondo atto, dandogli una caratterizzazione particolarmente “maschia”.Di grande livello il Papageno di Thomas Gazheli. Lo avevamo apprezzato in ruoli wagneriani al Festival estivo del Tirolo. si è calato molto bene nel personaggio sia vocalmente sia scenicamente dando vere prove di agilità.Istvan Kovacs è un professionista di razza, che ha già avuto modo di farsi notare in Italia, specificatamente a Torino, Palermo e Bologna; è un Sarastro rigoroso e severo.All’applausometro, ed al recensore, la vera trionfatrice della serata è parsa Valentina Farcas. E’ conosciuta in Italia per alcune sue interpretazione pucciniane e belliniane a Parma e nel circuito lombardo e già apprezzata a Genova nel ruolo di Pamina. E’ un soprano lirico puro con una vasta estensione che ha dominato a perfezione le difficili arie affidatele – specialmente "Ach, ich fül’s" nel secondo atto – ed interpreta una principessa al tempo stesso passionale e virginale. Di livello il resto del cast.Grande successo di pubblico.
sabato 14 giugno 2008
IL CANTO DELLA TERRA, Musica giugno
PROKOFIEV Concerto n. 2 in sol minore per violino e orchestra Op.63
MAHLER Das Lied von der Erde- Sinfonia con voce di tenore e di contralto
Cecilia Laca, Silvia Pasini, Kostantin Andreyev Orchestra Sinfonica di Roma, direttore Francesco La Vecchia
Roma, Auditorium di Via della Conciliazione , 21 aprile 2008
Come di consueto, l’Orchestra Sinfonica di Roma (Osr), ormai diventata – anche a ragione della politica di prezzo praticata – uno dei complessi sinfonici più popolari della capitale, affianca una partitura più conosciuta ad una meno nota. In questo caso, la più conosciuta è il Das Lied von der Erde di Mahler – ascoltato negli ultimi anni a Roma in esecuzioni dell’Accademia di Santa Cecilia e dell’Orchestra di Roma e del Lazio. Più rare quelle del Concerto n. 2 per violino ed orchestra di Prokofiev. Il concerto, breve (24 minuti) e frizzante, è nella prima parte della serata, mentre la seconda (63 minuti) è dedicata allo struggente commiato dal mondo, in chiave di trovata serenità Zen, di Mahler, la sinfonia di cui poco prima di morire il grande direttore d’orchestra Jascha Horenstein disse “una delle cose più tristi di lasciare il mondo è il non potere più ascoltare il Das Lied von der Erde”.
Il meno noto Concerto di Prokofiev richiede alcune note. Si situa in un periodo particolare della vita del compositore, acutamente definito da Tommaso Manera “geniale ma capriccioso figlio” di una Patria con un regime autoritario: dopo anni di volontario esilio, stava tornando in Russia (un rientro “lungo” e graduale che durò quattro anni). Proprio Montanari considera il Concerto come rivolto al pubblico francese (ed internazionale) mentre gran parte delle composizioni di Prokofiev, in quella fase, cercavano di conquistare il pubblico russo. Differente il giudizio di Piero Rattalino nel suo fondamentale saggio sulla poetica, sulla vita e sullo stile dell’autore: il Concerto è letto come “la perfetta attuazione” dell’articolo sull’Isvestia in cui Prokofiev tracciava la propria poetica di artista sovietico ma innovativo. Propendo per una valutazione intermedia: lo situo come conclusione dell’ultimo periodo parigino (non da considerarsi “ambiguo”, la definizione è di David Nice, ma di riaggancio alle strutture formali tradizionali, pur inserendovi forti innovazioni, e strizzando l’occhio al pubblico).
Questa è per molti aspetti la lettura di Francesco La Vecchia e Cecilia Laca. La giovane violinista incalza subito (nel suo dialogo con l’orchestra) con la melodia accattivante in quarta corda (tale da affascinare il pubblico sin dalla prima esecuzione). E’ accentuato il lirismo soffuso del secondo tempo ed il passo di danza con richiami al folklore spagnolo (un omaggio alla moglie Lina?) con l’impiego delle nacchere in orchestra. Cecilia Laca ha dato prova di virtuosismo, ottenendo applausi del pubblico diretti specificamente a lei. L’orchestra ha evidenziato quanto “capriccioso” è sempre stato Prokofiev nel citare e nel contaminare (sempre trasformando temi e motivi anche altrui in qualcosa di molto personale).
Das Lied von der Erde non richiede presentazione per i lettori di Musica. Mi limito a recensire l’esecuzione, che è stata accolta da circa dieci minuti d’ovazioni al suo termine. La Vecchia ha superato brillantemente la maggiore difficoltà: l’equilibrio tra il vasto organico orchestrale e le due voci. Ha dato enfasi ai fiati (oboe, fagotti, controfagotti) ed alle arpe in modo da soffondere l’esecuzione di quel senso di melanconia in viaggio verso l’estrema serenità che è il tratto saliente della partitura. Kostantin Andreyev è un tenore lirico con una tessitura che gli permette ruoli spinti. E’ dotato di un timbro chiaro, trasparente, e di un legato morbido. E’ stato ascoltato di recente a Roma in “Rusalka” (Musica n.195). Un suo limite è il volume; dalla 16sima fila di un Teatro dell’Opera la cui acustica lascia a desiderare si avvertiva molto di può che dalla quarta dell’Auditorium di Via della Conciliazione. Ha dato una lettura, nel complesso, generosa ed agile di una parte scritta, però, per un baritenore e spesso affidata ad un baritono; particolarmente brillante nel Der Trunkene in Frühling . Di grande livello Silvia Pasini (che sembra sia transitando da una vocalità da mezzosoprano ad una da contralto, come richiesto dalla partitura) specialmente nello struggente, e per l’interprete terrificante, Der Abschied finale.
MAHLER Das Lied von der Erde- Sinfonia con voce di tenore e di contralto
Cecilia Laca, Silvia Pasini, Kostantin Andreyev Orchestra Sinfonica di Roma, direttore Francesco La Vecchia
Roma, Auditorium di Via della Conciliazione , 21 aprile 2008
Come di consueto, l’Orchestra Sinfonica di Roma (Osr), ormai diventata – anche a ragione della politica di prezzo praticata – uno dei complessi sinfonici più popolari della capitale, affianca una partitura più conosciuta ad una meno nota. In questo caso, la più conosciuta è il Das Lied von der Erde di Mahler – ascoltato negli ultimi anni a Roma in esecuzioni dell’Accademia di Santa Cecilia e dell’Orchestra di Roma e del Lazio. Più rare quelle del Concerto n. 2 per violino ed orchestra di Prokofiev. Il concerto, breve (24 minuti) e frizzante, è nella prima parte della serata, mentre la seconda (63 minuti) è dedicata allo struggente commiato dal mondo, in chiave di trovata serenità Zen, di Mahler, la sinfonia di cui poco prima di morire il grande direttore d’orchestra Jascha Horenstein disse “una delle cose più tristi di lasciare il mondo è il non potere più ascoltare il Das Lied von der Erde”.
Il meno noto Concerto di Prokofiev richiede alcune note. Si situa in un periodo particolare della vita del compositore, acutamente definito da Tommaso Manera “geniale ma capriccioso figlio” di una Patria con un regime autoritario: dopo anni di volontario esilio, stava tornando in Russia (un rientro “lungo” e graduale che durò quattro anni). Proprio Montanari considera il Concerto come rivolto al pubblico francese (ed internazionale) mentre gran parte delle composizioni di Prokofiev, in quella fase, cercavano di conquistare il pubblico russo. Differente il giudizio di Piero Rattalino nel suo fondamentale saggio sulla poetica, sulla vita e sullo stile dell’autore: il Concerto è letto come “la perfetta attuazione” dell’articolo sull’Isvestia in cui Prokofiev tracciava la propria poetica di artista sovietico ma innovativo. Propendo per una valutazione intermedia: lo situo come conclusione dell’ultimo periodo parigino (non da considerarsi “ambiguo”, la definizione è di David Nice, ma di riaggancio alle strutture formali tradizionali, pur inserendovi forti innovazioni, e strizzando l’occhio al pubblico).
Questa è per molti aspetti la lettura di Francesco La Vecchia e Cecilia Laca. La giovane violinista incalza subito (nel suo dialogo con l’orchestra) con la melodia accattivante in quarta corda (tale da affascinare il pubblico sin dalla prima esecuzione). E’ accentuato il lirismo soffuso del secondo tempo ed il passo di danza con richiami al folklore spagnolo (un omaggio alla moglie Lina?) con l’impiego delle nacchere in orchestra. Cecilia Laca ha dato prova di virtuosismo, ottenendo applausi del pubblico diretti specificamente a lei. L’orchestra ha evidenziato quanto “capriccioso” è sempre stato Prokofiev nel citare e nel contaminare (sempre trasformando temi e motivi anche altrui in qualcosa di molto personale).
Das Lied von der Erde non richiede presentazione per i lettori di Musica. Mi limito a recensire l’esecuzione, che è stata accolta da circa dieci minuti d’ovazioni al suo termine. La Vecchia ha superato brillantemente la maggiore difficoltà: l’equilibrio tra il vasto organico orchestrale e le due voci. Ha dato enfasi ai fiati (oboe, fagotti, controfagotti) ed alle arpe in modo da soffondere l’esecuzione di quel senso di melanconia in viaggio verso l’estrema serenità che è il tratto saliente della partitura. Kostantin Andreyev è un tenore lirico con una tessitura che gli permette ruoli spinti. E’ dotato di un timbro chiaro, trasparente, e di un legato morbido. E’ stato ascoltato di recente a Roma in “Rusalka” (Musica n.195). Un suo limite è il volume; dalla 16sima fila di un Teatro dell’Opera la cui acustica lascia a desiderare si avvertiva molto di può che dalla quarta dell’Auditorium di Via della Conciliazione. Ha dato una lettura, nel complesso, generosa ed agile di una parte scritta, però, per un baritenore e spesso affidata ad un baritono; particolarmente brillante nel Der Trunkene in Frühling . Di grande livello Silvia Pasini (che sembra sia transitando da una vocalità da mezzosoprano ad una da contralto, come richiesto dalla partitura) specialmente nello struggente, e per l’interprete terrificante, Der Abschied finale.
IL TEATRO DEI SOGNI DI PUCCINI , EPolis 14 gennaio
Il 15 giugno, con un grande concerto della Filarmonica della Scala diretto da Riccardo Chially, viene inaugurato del nuovo Grande Teatro a Torre del Lago (una struttura fissa ad anfiteatro all’aperto per 3200 posti con, nel suo ambito, un auditorium al chiuso per circa 500 spettatori). Una struttura finanziata interamente da enti locali e da privati (in primo luogo il Monte dei Paschi di Siena) Poche settimane dopo, il 12 luglio, inizia il 54simo Festival Pucciniano con un nuovo allestimento di “Turandot” seguito da riprese di “Tosca” e di “Madama Butterfly” e da una rarità l’opera giovanile “Edgard” che soltanto di recente si è cominciato ad apprezzare. Con le manifestazioni a Lucca e Torre del Lago – il 23 maggio è iniziato un convegno internazionale in varie puntate che si snoderà sino a novembre anche a Milano e New York- le manifestazioni per i 150 anni dalla nascita di Giacomo Puccini raggiungono il loro momento più alto: iniziate il 19 gennaio a Roma con il nuovo allestimento di “Tosca” (replicato sino a fine aprile al Teatro dell’Opera) terminano il 22 dicembre 2008 (giorno della nascita) con un importante concerto al Teatro del Giglio di Lucca.
In Italia tutti i maggiori teatri hanno programmato e realizzato nuovi allestimenti delle dieci opere di Puccini; un opuscolo del Comitato per le Celebrazioni Pucciniane appena uscito riporta i dettagli. A New York (con Roma, Patria d’adozione di Puccini) il Metropolitan ha messo in atto un cartellone davvero speciale.
Quale l’eredità musicale di Puccini ? Da un lato, come scrive uno dei maggiori studiosi di Puccini, Julian Budden, “con “Turandot” la tradizione dell’opera italiana, che durava più di tre secoli, giunse alla sua conclusione”. Da un altro, però, come si è accennato, Puccini fu il solo compositore italiano a cavallo tra il XIX e XX secolo ad essere realmente internazionale, a superare il melodramma ed altre forme d’opera italiane innescando in esse elementi tanto francesi quanto tedeschi ed anche asiatici. Il nuovo modo di concepire il teatro in musica venne compreso soprattutto da Benjamin Britten e dai compositori americani della metà del Novecento – quali Carlisle Floyd, Thea Musgrave , Robert Ward, Jack Beeson, Kirche Meechem- e da quelli che stanno mietendo successi in questo primo scorcio di XXI secolo – quali André Previn, Gerald Barry, Nicholas Maw . John Adams, Thomas Pasateri, Dominick Argento.
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In Italia tutti i maggiori teatri hanno programmato e realizzato nuovi allestimenti delle dieci opere di Puccini; un opuscolo del Comitato per le Celebrazioni Pucciniane appena uscito riporta i dettagli. A New York (con Roma, Patria d’adozione di Puccini) il Metropolitan ha messo in atto un cartellone davvero speciale.
Quale l’eredità musicale di Puccini ? Da un lato, come scrive uno dei maggiori studiosi di Puccini, Julian Budden, “con “Turandot” la tradizione dell’opera italiana, che durava più di tre secoli, giunse alla sua conclusione”. Da un altro, però, come si è accennato, Puccini fu il solo compositore italiano a cavallo tra il XIX e XX secolo ad essere realmente internazionale, a superare il melodramma ed altre forme d’opera italiane innescando in esse elementi tanto francesi quanto tedeschi ed anche asiatici. Il nuovo modo di concepire il teatro in musica venne compreso soprattutto da Benjamin Britten e dai compositori americani della metà del Novecento – quali Carlisle Floyd, Thea Musgrave , Robert Ward, Jack Beeson, Kirche Meechem- e da quelli che stanno mietendo successi in questo primo scorcio di XXI secolo – quali André Previn, Gerald Barry, Nicholas Maw . John Adams, Thomas Pasateri, Dominick Argento.
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CON L'AUMENTO DEI TASSI IN EUROPA I PAESI FRAGILI RISCHIANO UNO SHOCK Libero 14 giugno
Il tasso di riferimento della Bce aumenterà. Ormai è soltanto questione di sapere quando, se alla sessione del Consiglio Bce del 19 giugno od a quello del 3 luglio – oppure ancora ad una seduta straordinaria ove i dati sull’inflazione fossero tali da innervosire eccessivamente il direttorio dell’Istituto – e di quanto, se di un quarto di punto percentuale (come già in gran misura scontato dal mercato) o di mezzo punto percentuale.
Ci sono due aspetti che meritano di essere sottolineati anche al fine di tracciare i possibili effetti della misura. In primo luogo, l’aumento avvicina i tassi a medio e lungo termine dell’area dell’euro a quelli americani (persiste ancora un divario di rilievo per i tassi a breve). Lo ha sottolineato “Il Sole-24 Ore” dell’11 giugno in un articolo (dall’Australia) che ricalca in gran misura un lavoro del servizio studi della Bce (lo ECB Working Paper No 884) diffuso all’inizio di giugno. Dato che disponiamo del testo originale è sul documento che è bene riflettere. Nel lavoro, due funzionari dell’Istituto (Matthieu Darracuparies e Frak Smets) e Stéphane Adejman del Cepremap (il centro francese d’economia matematica) utilizzano un complesso modello econometrico (costruito per l’occasione) per individuare le proprietà di un’area monetaria ottimale che includa sia l’area dell’euro sia gli Usa. Il modello contiene, a sua volta, modelli specifici ai singoli Paesi e rende possibile la stima di parametri quali i tassi di cambio. Uno studio tecnico ma con una valenza politica ben maggiore di quanto annusato dai colleghi de “Il Sole-24 Ore”. E’, infatti, una delle premesse di metodo per quello che potrebbe essere l’“accordo di Okkaido” l’isola nel Nord del Giappone dove si terrà il G8 del 7-9 – là si dovrebbe definire un accordo sui tassi di cambio analogo, per portata, a quello raggiunto tra i 5 “grandi” all’Hotel Plaza di New York il 22 settembre 1985. Allora si giunse ad una strategia coordinata per deprezzare il dollaro Usa rispetto al marco tedesco ed allo yen giapponese. E rimettere così ordine nell’economia mondiale. Quindi, è anche in tale ottica che va letta la manovra Bce ed il rialzo segnato dal dollaro all’inizio di questa settimana.
In secondo luogo, la decisione di ritoccare i tassi all’insù non è stata presa a cuor leggero ma è stata sofferta (non soltanto tra Paesi “falchi” e Paesi “colombe” nel Consiglio Bce come documentato da Francesco Forte su Libero Mercato dell’11 giugno) ma anche all’interno del servizio studi Bce. Interessante un lavoro di Boris Hofman (ECB Working Paper n. 867) in cui si mette in risalto come le tecniche utilizzate per predire il principale indicatore d’inflazione – l’indice armonizzato dei prezzi al consumo- nell’area dell’euro abbia avuto una notevole robustezza nei primi anni della moneta unica ma sia “sostanzialmente deteriorato di recente”. Un altro lavoro interno del servizio studi della Banca (ECB Working Paper N. 900), condotto principalmente da economisti provenienti dalla Banca d’Italia, se chiede se si debba dare la priorità all’analisi dei dati nazionali oppure a quelli aggregati per l’intera area dell’euro allo scopo di individuare le tendenze dell’inflazione. La conclusione dell’analisi è che gli indici sintetici per l’intera area dell’euro incorporano efficacemente gli indicatori nazionali. Ad una lettura attenta, tuttavia, ci si accorge che è sofferta. Un altro lavoro (di due economisti italiani alla Bce, Giovanni Amisani e Oreste Tristani) lo mostra a tutto tondo: la risposta all’impulso varia a ragione delle condizioni iniziali. In termini colloquiali, il modello econometrico conferma come gli effetti saranno fortemente asimettrici non solo per Paesi ma anche per settori (ed aziende): l’aumento dei tassi pesa fortemente su chi è molto indebitato (come l’Italia, come il settore delle telecomunicazioni in tutta Europa, come le imprese decotte quali l’Alitalia e , secondo alcuni, pure Air One – le quali vengono colpite anche dall’incremento dei costi del carburante. Ciò pone dubbi sulla “sostenibilità dell’euro”, afferma Michael Vickers dell’Università di York in Gran Bretagna (Stato che si è tenuto ben abbracciato alla sterlina) nel CEPR Discussion Paper N. DP6337.
Tiriamo le somme. Presentato come strumento essenzialmente per fronteggiare l’inflazione (quale rilevata dai dati aggregati dell’area), l’aumento dei tassi è parte di un più vasto disegno: quella comunità economica e monetaria atlantica già ipotizzata alla fine degli Anni Sessanta (ma messa nel cassetto della fine del regime di Bretton Woods il Ferragosto del 1971). I lavori interni della Bce mostrano come sia stata una decisione sofferta anche in seno allo stesso istituto dove sta crescendo la consapevolezza, da un lato, sulla fragilità dei dati e, dall’altro, sull’asimmetria dello shock e sui rischi che comporta per l’intera unione monetaria.
Ci sono due aspetti che meritano di essere sottolineati anche al fine di tracciare i possibili effetti della misura. In primo luogo, l’aumento avvicina i tassi a medio e lungo termine dell’area dell’euro a quelli americani (persiste ancora un divario di rilievo per i tassi a breve). Lo ha sottolineato “Il Sole-24 Ore” dell’11 giugno in un articolo (dall’Australia) che ricalca in gran misura un lavoro del servizio studi della Bce (lo ECB Working Paper No 884) diffuso all’inizio di giugno. Dato che disponiamo del testo originale è sul documento che è bene riflettere. Nel lavoro, due funzionari dell’Istituto (Matthieu Darracuparies e Frak Smets) e Stéphane Adejman del Cepremap (il centro francese d’economia matematica) utilizzano un complesso modello econometrico (costruito per l’occasione) per individuare le proprietà di un’area monetaria ottimale che includa sia l’area dell’euro sia gli Usa. Il modello contiene, a sua volta, modelli specifici ai singoli Paesi e rende possibile la stima di parametri quali i tassi di cambio. Uno studio tecnico ma con una valenza politica ben maggiore di quanto annusato dai colleghi de “Il Sole-24 Ore”. E’, infatti, una delle premesse di metodo per quello che potrebbe essere l’“accordo di Okkaido” l’isola nel Nord del Giappone dove si terrà il G8 del 7-9 – là si dovrebbe definire un accordo sui tassi di cambio analogo, per portata, a quello raggiunto tra i 5 “grandi” all’Hotel Plaza di New York il 22 settembre 1985. Allora si giunse ad una strategia coordinata per deprezzare il dollaro Usa rispetto al marco tedesco ed allo yen giapponese. E rimettere così ordine nell’economia mondiale. Quindi, è anche in tale ottica che va letta la manovra Bce ed il rialzo segnato dal dollaro all’inizio di questa settimana.
In secondo luogo, la decisione di ritoccare i tassi all’insù non è stata presa a cuor leggero ma è stata sofferta (non soltanto tra Paesi “falchi” e Paesi “colombe” nel Consiglio Bce come documentato da Francesco Forte su Libero Mercato dell’11 giugno) ma anche all’interno del servizio studi Bce. Interessante un lavoro di Boris Hofman (ECB Working Paper n. 867) in cui si mette in risalto come le tecniche utilizzate per predire il principale indicatore d’inflazione – l’indice armonizzato dei prezzi al consumo- nell’area dell’euro abbia avuto una notevole robustezza nei primi anni della moneta unica ma sia “sostanzialmente deteriorato di recente”. Un altro lavoro interno del servizio studi della Banca (ECB Working Paper N. 900), condotto principalmente da economisti provenienti dalla Banca d’Italia, se chiede se si debba dare la priorità all’analisi dei dati nazionali oppure a quelli aggregati per l’intera area dell’euro allo scopo di individuare le tendenze dell’inflazione. La conclusione dell’analisi è che gli indici sintetici per l’intera area dell’euro incorporano efficacemente gli indicatori nazionali. Ad una lettura attenta, tuttavia, ci si accorge che è sofferta. Un altro lavoro (di due economisti italiani alla Bce, Giovanni Amisani e Oreste Tristani) lo mostra a tutto tondo: la risposta all’impulso varia a ragione delle condizioni iniziali. In termini colloquiali, il modello econometrico conferma come gli effetti saranno fortemente asimettrici non solo per Paesi ma anche per settori (ed aziende): l’aumento dei tassi pesa fortemente su chi è molto indebitato (come l’Italia, come il settore delle telecomunicazioni in tutta Europa, come le imprese decotte quali l’Alitalia e , secondo alcuni, pure Air One – le quali vengono colpite anche dall’incremento dei costi del carburante. Ciò pone dubbi sulla “sostenibilità dell’euro”, afferma Michael Vickers dell’Università di York in Gran Bretagna (Stato che si è tenuto ben abbracciato alla sterlina) nel CEPR Discussion Paper N. DP6337.
Tiriamo le somme. Presentato come strumento essenzialmente per fronteggiare l’inflazione (quale rilevata dai dati aggregati dell’area), l’aumento dei tassi è parte di un più vasto disegno: quella comunità economica e monetaria atlantica già ipotizzata alla fine degli Anni Sessanta (ma messa nel cassetto della fine del regime di Bretton Woods il Ferragosto del 1971). I lavori interni della Bce mostrano come sia stata una decisione sofferta anche in seno allo stesso istituto dove sta crescendo la consapevolezza, da un lato, sulla fragilità dei dati e, dall’altro, sull’asimmetria dello shock e sui rischi che comporta per l’intera unione monetaria.
NOTE DELLO SPIRITO A ROMA TRA '600 E CONTEMPORANEITA' Il Domenicale 14 giugno
La musica sacra torna a riempire chiese, sale da concerto e i teatri. Due manifestazioni molto differenti hanno in questi giorni a Roma momenti di grande rilievo dedicati alla musica dello spirito. La prima è diretta a riscoprire non solo il gregoriano e gli oratori del Seicento e del Settecento ma pure il repertorio musicale, in Occidente in gran misura ignoto, della Chiesa Ortodossa Russa ed espressioni musicali, per noi rare, come quelle catalane e venezuelane. La seconda, invece, porta dalla Francia in Italia, la contemporaneità più sfrenata (specialmente in materia d’esperienze elettroacustiche).
La prima delle due manifestazioni è la quarta edizione di un Festival (“Creator”); prende l’avvio in Romagna e sull’arco d’alcuni mesi raggiunge non solamente altre città dell’Italia centrale e Roma ma pure l’estero. La seconda è una nuova iniziativa dal titolo “Suona Francese” – tre concerti di musica contemporanea che dal 5 al 17 giugno, nell’ambito delle attività di Nuova Consonanza, si svolgono a Palazzo Farnese (sede dell’Ambasciata di Francia e, quindi, raramente aperto al pubblico) ed al Teatro Palladio della capitale.
Stasera 14 giugno presso S.Maria di Chiesa Nuova, nell’ambito del Festival “Creator” viete eseguito un Oratorio dedicato a Giovanni Pierluigi da Palestrina, costruito secondo la forma originale degli oratori di San Filino Neri in cui canto, preghiera e parola si fondevano intorno ad un tema particolare. L’Oratorio è incentrato sulla figura di Palestrina ed è basato su alcune delle pagine più suggestive della produzione palestriniana. Il 17 giugno, invece, nell’ambito del Festival “Suona Francese” si ascolteranno prime italiane della contemporaneità più ardita come “Les machines spirituelles” di Valerio Murat e “Aqua Sapienza/Angelus Domini” di Alessandro Cipriani, due giovani compositori italiani ambedue di scuola francese e specializzati in elettroacustica.. Il brano di Murat è un elogio a Marinetti ed al mito futuristico della velocità e della sintesi tra arte future, mentre quello di Cipriani realizza un contrappunto virtuale segmentando e spazializzando frammenti di canti gregoriani spezzettati e ri-composti. Un accostamento insolito per toccare con mano il percorso della musica dello spirito quasi dagli inizi ai giorni nostri.
Il Festival Creator 2008 è iniziato a Faenza a metà marzo con la messa in scena, per la prima volta in tempi moderni, de “Il Re del dolore in Gesù Cristo Signor nostro coronato di spine”di Antonio Caldara. L’oratorio (del 1722) è un vero e proprio esempio di teatro in musica quaresimale; è molto drammatico e richiede solisti, coro ed orchestra di medio organico. Per l’occasione è stato recuperato un fondale storico, di Romolo Liverani , lo scenografo romagnolo più importante dell'epoca romantica. L’esecuzione, curata dall’Accademia Bizantina guidata da Ottavio Dantone, ha avuto notevole successo ed è stata replicata, pochi giorni dopo a Cracovia.
Significativo pure l’accostamento tra visivo e musica sacra russa: una mostra di 80 icone russe ha fatto da sfondo ad un concerto, per coro, di brani della ricca tradizione bizantino-slava, accentuando il simbolismo della musica religiosa dell’Europa Orientale. Altro appuntamento di rilievo una serie di percorsi di musica sacra per chitarra (dalle laudi medioevali, alle corali luterane alle finissime armonizzazioni catalane e venezuelane).
La prima delle due manifestazioni è la quarta edizione di un Festival (“Creator”); prende l’avvio in Romagna e sull’arco d’alcuni mesi raggiunge non solamente altre città dell’Italia centrale e Roma ma pure l’estero. La seconda è una nuova iniziativa dal titolo “Suona Francese” – tre concerti di musica contemporanea che dal 5 al 17 giugno, nell’ambito delle attività di Nuova Consonanza, si svolgono a Palazzo Farnese (sede dell’Ambasciata di Francia e, quindi, raramente aperto al pubblico) ed al Teatro Palladio della capitale.
Stasera 14 giugno presso S.Maria di Chiesa Nuova, nell’ambito del Festival “Creator” viete eseguito un Oratorio dedicato a Giovanni Pierluigi da Palestrina, costruito secondo la forma originale degli oratori di San Filino Neri in cui canto, preghiera e parola si fondevano intorno ad un tema particolare. L’Oratorio è incentrato sulla figura di Palestrina ed è basato su alcune delle pagine più suggestive della produzione palestriniana. Il 17 giugno, invece, nell’ambito del Festival “Suona Francese” si ascolteranno prime italiane della contemporaneità più ardita come “Les machines spirituelles” di Valerio Murat e “Aqua Sapienza/Angelus Domini” di Alessandro Cipriani, due giovani compositori italiani ambedue di scuola francese e specializzati in elettroacustica.. Il brano di Murat è un elogio a Marinetti ed al mito futuristico della velocità e della sintesi tra arte future, mentre quello di Cipriani realizza un contrappunto virtuale segmentando e spazializzando frammenti di canti gregoriani spezzettati e ri-composti. Un accostamento insolito per toccare con mano il percorso della musica dello spirito quasi dagli inizi ai giorni nostri.
Il Festival Creator 2008 è iniziato a Faenza a metà marzo con la messa in scena, per la prima volta in tempi moderni, de “Il Re del dolore in Gesù Cristo Signor nostro coronato di spine”di Antonio Caldara. L’oratorio (del 1722) è un vero e proprio esempio di teatro in musica quaresimale; è molto drammatico e richiede solisti, coro ed orchestra di medio organico. Per l’occasione è stato recuperato un fondale storico, di Romolo Liverani , lo scenografo romagnolo più importante dell'epoca romantica. L’esecuzione, curata dall’Accademia Bizantina guidata da Ottavio Dantone, ha avuto notevole successo ed è stata replicata, pochi giorni dopo a Cracovia.
Significativo pure l’accostamento tra visivo e musica sacra russa: una mostra di 80 icone russe ha fatto da sfondo ad un concerto, per coro, di brani della ricca tradizione bizantino-slava, accentuando il simbolismo della musica religiosa dell’Europa Orientale. Altro appuntamento di rilievo una serie di percorsi di musica sacra per chitarra (dalle laudi medioevali, alle corali luterane alle finissime armonizzazioni catalane e venezuelane).
“PHAEDRA”APOLLINEA E DIONISIACA PRENDE VITA CON 30 STRUMENTI, Milano Finanza, 13 giugno
Dopo un inizio deludente, il 71simo Maggio Musicale Fiorentino ( che si estende sino a luglio) ha azzeccato un colpo da maestro: la “prima” italiana di “Phaedra”, ultimo (per ora) lavoro dell’82nne Hans Werner Henze. L’opera ha debuttato a Berlino lo scorso dicembre e ha già avuto grande successo a Francoforte, Bruxelles e Amsterdam. Il viaggio continua a Vienna e forse a Roma (oltre che in vari teatri americani e britannici). Henze è sulla breccia del 1952 quando con “Boulevard Solitude” rese la dodecafonia comprensibile al grande pubblico. Autore prolifico, residente da decenni nei pressi di Roma, si pensava che “L’Upupa” (presentata a Salisburgo nel 2003) fosse il suo utopistico e sereno addio alla vita, anche a ragione di una lunga malattia e della perdita della persona a lui più cara.
Con “Phaedra” appassiona e sconvolge il pubblico, specialmente di quello più giovane che ha affollato il “Goldoni” di Firenze. L’opera, in due atti di 45 minuti ciascuno, si ispira, nella prima parte, ad Euripide e Seneca - al mito greco della donna matura invaghita dal bel figliastro, interessato più allo sport che al sesso. La protagonista si suicida e calunnia il giovane, inducendo il padre del ragazzo a maledirlo ed il Dio del mare a ucciderlo. Nella seconda parte, tratta da Virgilio ed Ovidio, , il giovane è riportato in vita nei pressi del lago di Nemi e diventa il Dio latino dei boschi, Virbio . I fantasmi delle donne ( e delle Dee) che furono prese dalla sua avvenenza quando viveva in Grecia tentano ancora di sedurlo sino a quando in una splendida alba tutti i protagonisti dell’allegoria intonano un coro al giro eterno degli eventi ed al ritorno di ogni realtà naturale dopo la morte. Esplicitando, così, la chiave dell’apologo.
Il libretto è un raffinatissimo poema di Christian Lehnert. I due atti sono contrapposti per colore musicale: il primo è di compostezza apollinea, il secondo è invece orgiasticamente dionisiaco. Un organico di 23 strumentisti per una trentina di strumenti (pochissimi gli archi) e cinque cantanti-interpreti rendono l’opera “trasportabile”. Dualità e simmetrie si ritrovano nella strumentazione, concepita in funzione drammaturgica ed articolata sui due grandi blocchi degli ottoni - che evocano la regalità del mondo di Fedra - e dei legni - che restituiscono il colore dei boschi. Si aggiunge un contributo non secondario delle percussioni che tingono d’ arcaico il lavoro. Ciò che colpisce lo spettatore non specializzato in musica contemporanea è l’accessibilità di una partitura estremamente complessa dominata dal contrappunto e da forti componenti timbriche nonché il carattere sensuale (ove non erotico) della scrittura sia musicale sia vocale. Dopo lustri in cui Henze si è rivolto a tematiche filosofiche, politiche e sociali , torna all’esplosione di eros con cui a 28 anni, con le rappresentazioni di “Boulevard Solitude” in Italia, scatenò polemiche al San Carlo di Napoli ed all’Opera di Roma, ottenendo censure dalla stampa che allora si considerava benpensante e perbenista. E’ un eros filtrato dalla memoria di un 82enne ma ingigantito rispetto a “Boulevard Solutide” (di cui è in commercio un buon DvD)..
Regia (Michael Kerstan), scene e costumi (Nanà Cecchi) e direzione musicale (Roberto Abbado) operano sotto la supervisione dell’autore. Di livello i cinque solisti (Natasha Petrinsky, Cinzia Forte, Mirko Guadagnini, Martin Oro, Maurizio Lo Piccolo). La Petrinsky e guadagnino hanno ruoli specialmente difficili e spiccano sugli altri.
Con “Phaedra” appassiona e sconvolge il pubblico, specialmente di quello più giovane che ha affollato il “Goldoni” di Firenze. L’opera, in due atti di 45 minuti ciascuno, si ispira, nella prima parte, ad Euripide e Seneca - al mito greco della donna matura invaghita dal bel figliastro, interessato più allo sport che al sesso. La protagonista si suicida e calunnia il giovane, inducendo il padre del ragazzo a maledirlo ed il Dio del mare a ucciderlo. Nella seconda parte, tratta da Virgilio ed Ovidio, , il giovane è riportato in vita nei pressi del lago di Nemi e diventa il Dio latino dei boschi, Virbio . I fantasmi delle donne ( e delle Dee) che furono prese dalla sua avvenenza quando viveva in Grecia tentano ancora di sedurlo sino a quando in una splendida alba tutti i protagonisti dell’allegoria intonano un coro al giro eterno degli eventi ed al ritorno di ogni realtà naturale dopo la morte. Esplicitando, così, la chiave dell’apologo.
Il libretto è un raffinatissimo poema di Christian Lehnert. I due atti sono contrapposti per colore musicale: il primo è di compostezza apollinea, il secondo è invece orgiasticamente dionisiaco. Un organico di 23 strumentisti per una trentina di strumenti (pochissimi gli archi) e cinque cantanti-interpreti rendono l’opera “trasportabile”. Dualità e simmetrie si ritrovano nella strumentazione, concepita in funzione drammaturgica ed articolata sui due grandi blocchi degli ottoni - che evocano la regalità del mondo di Fedra - e dei legni - che restituiscono il colore dei boschi. Si aggiunge un contributo non secondario delle percussioni che tingono d’ arcaico il lavoro. Ciò che colpisce lo spettatore non specializzato in musica contemporanea è l’accessibilità di una partitura estremamente complessa dominata dal contrappunto e da forti componenti timbriche nonché il carattere sensuale (ove non erotico) della scrittura sia musicale sia vocale. Dopo lustri in cui Henze si è rivolto a tematiche filosofiche, politiche e sociali , torna all’esplosione di eros con cui a 28 anni, con le rappresentazioni di “Boulevard Solitude” in Italia, scatenò polemiche al San Carlo di Napoli ed all’Opera di Roma, ottenendo censure dalla stampa che allora si considerava benpensante e perbenista. E’ un eros filtrato dalla memoria di un 82enne ma ingigantito rispetto a “Boulevard Solutide” (di cui è in commercio un buon DvD)..
Regia (Michael Kerstan), scene e costumi (Nanà Cecchi) e direzione musicale (Roberto Abbado) operano sotto la supervisione dell’autore. Di livello i cinque solisti (Natasha Petrinsky, Cinzia Forte, Mirko Guadagnini, Martin Oro, Maurizio Lo Piccolo). La Petrinsky e guadagnino hanno ruoli specialmente difficili e spiccano sugli altri.
giovedì 12 giugno 2008
UN PIANO MARSHALL PER IL MEDITERRANEO?, L'Occidentale del 12 giugno
L’Unione Euro-Mediterranea sarà uno degli aspetti fondamentali del programma che la Francia si appresta a varare nei sei mesi (iniziano il primo luglio) . Lo ha confermato in una breve visita a Roma il Ministro francese delegato al commercio con l’estero, Anne-Marie Idrac – considerata da “Fortune” una delle donne “piùà potenti al mondo” anche è stata ex-presidente delle Ferrovie ed ha avuto altri incarichi di prestigio nell’Amministrazione e nell’industria d’Oltralpe. Il tema è stato evocato anche nelle conversazioni tra Berlusconi e Sarkozy. Si presenta, quindi, come uno degli argomenti centrali dei prossimi mesi. Si profila anche un grande “Piano Marshall” per il Mediterraneo al quale l’Italia sarebbe chiamata a dare un contributo (anche finanziario, in tempi di vacche magre) non secondario.
Per ben apprezzare il ruolo dell’Italia nell’area occorre fare un passo indietro. Nel 1859, fu avanzata la proposta di fare di Napoli la capitale della Nazione, proposta che fu poi abbandonata per via della sua posizione geografica: troppo esposta ai bombardamenti navali. Ecco, se Napoli fosse diventata capitale, l'Italia sarebbe una nazione mediterranea, invece di oscillare tra l'essere un'appendice dell'Europa continentale e intrattenere rapporti privilegiati con alcuni Paesi della sponda sud. Nonostante i conflitti che agitano le coste del Mediterraneo, il presente lascia intravedere segnali positivi verso la realizzazione di una nuova unità culturale, non soltanto economica. Il concetto di grande Europa non è unicamente una questione etnica e territoriale, geopolitica in senso stretto. In questo senso la Turchia, dove ho appena effettuato un viaggio, può essere un valore aggiunto e può provocare una forte attrazione verso l'Europa da parte di tutto il mondo mediterraneo. Ancora una volta, come fu all'epoca di Federico Secondo, un'eventuale unità tra le due sponde passa per l'osmosi delle culture. Solo se si persegue con tenacia il dialogo delle culture, è possibile ripartire da Federico Secondo (si veda il Box).
La Dichiarazione di Barcellona, firmata circa dieci anni fa, potrebbe essere il grimaldello. Quando venne stilata,, lo scenario economico e politico internazionale era molto differente dell’attuale, sia a livello mondiale sia soprattutto nel Bacino del Mediterraneo. Barcellona nasceva come una risposta, voluta con forza da alcuni Paesi dell’Unione Europea, Ue (Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, in primo luogo), alla crescente attenzione verso l’Europa centrale ed orientale ed alle sempre più concrete possibilità di quell’allargamento dell’Unione verso Nord-Est che ora è una realtà. Nel 1995, c’erano prospettive di pacificazione tra Israele ed i suoi vicini: i “territori occupati” erano sotto l’amministrazione dell’autorità palestinese; si toccava quasi con mano l’opportunità della soluzione di un conflitto che durava da circa 50 anni. Anche nel Golfo Persico nel 1995, le prospettive erano di una graduale ma progressiva regolarizzazione dell’area. In questo contesto, apparivano concrete le prospettive di una vasta zona di libero scambio che nel 2010 avrebbe compreso quasi 40 Stati (i 27 dell’Unione Europea “allargata” e quelli della sponda meridionale ed orientale del Bacino del Mediterraneo) con 600-800 milioni di consumatori. Si sarebbe trattato, in effetti, di una molteplicità di zone di libero scambio parallele – composta ciascuna di uno o più Stato del Bacino con l’Ue, sulla falsariga di come funziona dal 1960 l’associazione tra l’Unione ed i Paesi dell’Africa, dei Carabi e dell’Oceania. In un futuro più lontano, si sarebbe giunti ad una progressiva fusione delle varie zone in una sola.
Oggi il quadro appare . In Iraq si è entrati in una fase lunga, travagliata e complessa di cui è difficile vedere i tempi ed i modi dell’esito. In Israele siamo a conflitto aperto. Ci sono pulsioni islamistiche in quasi tutti i Paesi della sponda meridionale ed orientale della regione. Sotto il profilo commerciale, l’intercambio tra l’Ue ed il resto dell’area è in diminuzione e lo sarà ancora di più man mano che si avvertono gli effetti dell’allargamento dell’Unione. Solamente la Tunisia pare pronta ad una zona di libero scambio con l’Ue; per gli altri Paesi si dovrà scadenzare un calendario sino 2020 (almeno). Inoltre, nell’agosto 2002, nelle vesti di Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi chiuse il progetto che avrebbe dovuto porre le basi per una strategia comune dei trasporti nel bacino del Mediterraneo; i suoi interessi erano interamente rivolti all’allargamento ad Est.
In effetti, il rilancio della regione richiede un verso e proprio Piano Marshall quale quello che un nuovo Federico Secondo avrebbe varato oggi. Quali dovrebbero esserne le dimensioni?
I Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente (escludendo, i Balcani e la Turchia) hanno poco più di 300 milioni di abitanti, una crescita demografica del 2,5% l’anno, un’aspettativa di vita alla nascita di 68 anni, una mortalità infantile di 43 su 1000, un tasso di analfabetismo femminile del 24%, un reddito medio pro-capite di 2000 dollari. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno mezzo milione di persone sono già affette da Aids. Secondo la Banca Mondiale, la riduzione della povertà estrema sarà molto lenta: anche negli scenari più ottimisti, nel 2010, oltre il 15% della popolazione della regione dovrà sopravvivere con l’equivalente di meno di 2 dollari al giorno.
I conflitti hanno inciso negativamente sui tassi di crescita; dati a consuntivo del Fondo Monetario affermano che il saggio d’aumento medio della regione del pil è passato dal 3,8% nel 2001 al 2,8% nel 2002 ed al 2,4% nel 2003 e più o meno lo stesso livello nel 2004. Una grave siccità ha avuto pure i suoi effetti. Un aspetto parimenti grave è il tracollo- rilevato dalla Società Finanziaria Internazionale- degli investimenti privati dall’estero; in passato hanno avuto un ruolo importante alla crescita di Paesi quali la Tunisia, il Marocco, l’Egitto, la Giordania ed il Libano.
Quali le risorse istituzionali e finanziarie per avviare il processo di sviluppo, essenziale ad assicurare la pace nell’area? Le tre principali istituzioni finanziarie internazionali che operano nella regione (Banca Mondiale, Banca Africana per lo Sviluppo, Banca Islamica di Sviluppo) collaborano efficacemente tra loro. Nel 1990, l’Italia propose l’istituzione di una Banca per lo Sviluppo del Mediterraneo; per dare un segnale di maggiore attenzione politica all’area: presentata nel quadro del “rapporto Craxi” sul nodo dei Paesi maggiormente indebitati, la proposta venne approvata, sotto il profilo politico, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Venne rilanciata al vertice euro-mediterraneo di Barcellona : nuova benedizione. Ma nessun seguito concreto. Più concreto il progetto di un Fondo Mediterraneo per le piccole e medie imprese a cui stanno lavorando Italia,Francia, Portogallo, Spagna, Magreb ed Egitto.
Attualmente circa un decimo dei flussi di aiuto pubblico allo sviluppo affluisce alla regione: circa cinque miliardi di dollari l’anno. Al Development Assistance Committee dell’Ocse si stima che dovrebbero essere almeno raddoppiati. Tuttavia, il vero nodo è l’export: l’Unctad, la Fao, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario concordano: senza una liberalizzazione del commercio agricolo, la mano sinistra continuerà a togliere quando dà la mano destra. Il fallimento della Doha Development Agenda (ora probabilmente) rappresenterebbe un colpo duro ai Paesi del Mediterraneo se non sostituito da una rete di accordi con l’Ue.
Box
Federico secondo nacque e visse in Italia. È vero che i suoi possedimenti erano per buona parte in Germania (erano i possessi feudali della famiglia degli Hohenstaufen), ma la base del suo potere era il Regno di Sicilia e dell'Italia del Mezzogiorno, allora considerata area ricchissima a ragione del potenziale agricolo e dell’assetto istituzione (per molti aspetti modernissimo) messo in funzione durante la lunga occupazione araba, mentre nel resto d’Europa imperversavano i secoli più bui del Medio Evo.
Nato a Jesi (nelle attuali marche), Dalla sua capitale di Palermo Federico secondo organizzò la lotta contro quei Comuni che avevano sconfitto suo nonno Federico Barbarossa. In Sicilia si mischiavano senza combattersi, anzi in pace costruttiva, numerosi popoli: i discendenti degli Arabi, arrivati trecento anni prima; i Normanni, venuti dalla Francia duecento anni prima; i greci, che erano nell’isola da sempre; i discendenti dei romani, che parlavano una lingua simile al siciliano moderno. Federico parlava tutte queste lingue oltre al tedesco, la lingua dei suoi avi.Fu in siciliano che furono scritte le prime poesie della nostra letteratura. Tradotte in toscano, sono state conservate fino ai giorni nostri.
L'anticristo e il messia, l'eretico e il cristiano, l'illuminato e l'imperatore, fine scienziato e filosofo profondo, 'stupor mundi', ma soprattutto colui che fu in grado di creare nel bacino del Mediterraneo una compagine culturale in cui ciascun popolo che lo abitava mantenesse la sua identità. Tutto questo fu Federico Secondo, nelle parole del presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Francesco Paolo Casavola, in una recente prolusione pronunciata in occasione della presentazione a Napoli, nell'aula magna storica dell'università che porta il nome dell'Imperatore, dei due volumi dell"Enciclopedia fridericiano, oltre cinquecento voci in ordine alfabetico dedicate alla figura di Federico Secondo di Svevia, re della Germania, della Sicilia, di Gerusalemme, imperatore del Sacro Romano Impero. Federico II fu il primo a mettere in atto un'idea di stato moderna, laica, lo stato di cultura. La fondazione dell'università a Napoli nel 1224 fu un gesto di rottura con il Medio Evo, epoca in cui le università erano tenute solo da ordini religiosi, domenicani e francescani, o da corporazioni di studenti. Archetipo dell'università laica, l'istituto fondato da Federico II è l'espressione di una politica 'moderna', cosmopolita, antesignana dell'Illuminismo di Voltaire, che realizza l'unione delle due sponde del Mediterraneo, riportando tutta l'area ad essere quella culla di civiltà che fu nei tempi più remoti.
La scrittice sud-africana Maria R. Bordihn, il cui libro “Il falco di Svevia, Federico Secondo re di Sicilia e imperatore di Germania” (Marco Troppa Editore, 2005) è appena arrivato nelle librerie ricorda che nato a Jesi ma cresciuto a Palermo, Federico Secondo respirò un clima cosmpolita sin dall'infanzia da qui il suo progetto di creare un grande spazio per la circolazione delle idee e del patrimonio culturale. Arabi, egiziani, palestinesi, siciliani, vivono e convivono nel bacino del Mediterraneo grazie alla capacità dell'imperatore di non cedere a una politica di assimilazione. Federico II secondo si batté perché ognuno di questi gruppi conservasse la propria identità culturale, la sua tradizione religiosa - ha ricordato - e si batté anche perché, attraverso la traduzione, questa identità potesse essere condivisa da altri gruppi. Una concezione del Mediterraneo, quella attuata da Federico Secondo, che faceva del Meridione d'Italia il centro propulsore di questa compagine politica e culturale. Questioni, quella del rapporto tra Meridione d'Italia e Mediterraneo, e quella dell'unità della due sponde del Mediterraneo quanto mai attuali. Dopo Federico Secondo, la riva nord e quella sud del Mediterraneo si sono separate irrimediabilmente.
Per ben apprezzare il ruolo dell’Italia nell’area occorre fare un passo indietro. Nel 1859, fu avanzata la proposta di fare di Napoli la capitale della Nazione, proposta che fu poi abbandonata per via della sua posizione geografica: troppo esposta ai bombardamenti navali. Ecco, se Napoli fosse diventata capitale, l'Italia sarebbe una nazione mediterranea, invece di oscillare tra l'essere un'appendice dell'Europa continentale e intrattenere rapporti privilegiati con alcuni Paesi della sponda sud. Nonostante i conflitti che agitano le coste del Mediterraneo, il presente lascia intravedere segnali positivi verso la realizzazione di una nuova unità culturale, non soltanto economica. Il concetto di grande Europa non è unicamente una questione etnica e territoriale, geopolitica in senso stretto. In questo senso la Turchia, dove ho appena effettuato un viaggio, può essere un valore aggiunto e può provocare una forte attrazione verso l'Europa da parte di tutto il mondo mediterraneo. Ancora una volta, come fu all'epoca di Federico Secondo, un'eventuale unità tra le due sponde passa per l'osmosi delle culture. Solo se si persegue con tenacia il dialogo delle culture, è possibile ripartire da Federico Secondo (si veda il Box).
La Dichiarazione di Barcellona, firmata circa dieci anni fa, potrebbe essere il grimaldello. Quando venne stilata,, lo scenario economico e politico internazionale era molto differente dell’attuale, sia a livello mondiale sia soprattutto nel Bacino del Mediterraneo. Barcellona nasceva come una risposta, voluta con forza da alcuni Paesi dell’Unione Europea, Ue (Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, in primo luogo), alla crescente attenzione verso l’Europa centrale ed orientale ed alle sempre più concrete possibilità di quell’allargamento dell’Unione verso Nord-Est che ora è una realtà. Nel 1995, c’erano prospettive di pacificazione tra Israele ed i suoi vicini: i “territori occupati” erano sotto l’amministrazione dell’autorità palestinese; si toccava quasi con mano l’opportunità della soluzione di un conflitto che durava da circa 50 anni. Anche nel Golfo Persico nel 1995, le prospettive erano di una graduale ma progressiva regolarizzazione dell’area. In questo contesto, apparivano concrete le prospettive di una vasta zona di libero scambio che nel 2010 avrebbe compreso quasi 40 Stati (i 27 dell’Unione Europea “allargata” e quelli della sponda meridionale ed orientale del Bacino del Mediterraneo) con 600-800 milioni di consumatori. Si sarebbe trattato, in effetti, di una molteplicità di zone di libero scambio parallele – composta ciascuna di uno o più Stato del Bacino con l’Ue, sulla falsariga di come funziona dal 1960 l’associazione tra l’Unione ed i Paesi dell’Africa, dei Carabi e dell’Oceania. In un futuro più lontano, si sarebbe giunti ad una progressiva fusione delle varie zone in una sola.
Oggi il quadro appare . In Iraq si è entrati in una fase lunga, travagliata e complessa di cui è difficile vedere i tempi ed i modi dell’esito. In Israele siamo a conflitto aperto. Ci sono pulsioni islamistiche in quasi tutti i Paesi della sponda meridionale ed orientale della regione. Sotto il profilo commerciale, l’intercambio tra l’Ue ed il resto dell’area è in diminuzione e lo sarà ancora di più man mano che si avvertono gli effetti dell’allargamento dell’Unione. Solamente la Tunisia pare pronta ad una zona di libero scambio con l’Ue; per gli altri Paesi si dovrà scadenzare un calendario sino 2020 (almeno). Inoltre, nell’agosto 2002, nelle vesti di Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi chiuse il progetto che avrebbe dovuto porre le basi per una strategia comune dei trasporti nel bacino del Mediterraneo; i suoi interessi erano interamente rivolti all’allargamento ad Est.
In effetti, il rilancio della regione richiede un verso e proprio Piano Marshall quale quello che un nuovo Federico Secondo avrebbe varato oggi. Quali dovrebbero esserne le dimensioni?
I Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente (escludendo, i Balcani e la Turchia) hanno poco più di 300 milioni di abitanti, una crescita demografica del 2,5% l’anno, un’aspettativa di vita alla nascita di 68 anni, una mortalità infantile di 43 su 1000, un tasso di analfabetismo femminile del 24%, un reddito medio pro-capite di 2000 dollari. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, almeno mezzo milione di persone sono già affette da Aids. Secondo la Banca Mondiale, la riduzione della povertà estrema sarà molto lenta: anche negli scenari più ottimisti, nel 2010, oltre il 15% della popolazione della regione dovrà sopravvivere con l’equivalente di meno di 2 dollari al giorno.
I conflitti hanno inciso negativamente sui tassi di crescita; dati a consuntivo del Fondo Monetario affermano che il saggio d’aumento medio della regione del pil è passato dal 3,8% nel 2001 al 2,8% nel 2002 ed al 2,4% nel 2003 e più o meno lo stesso livello nel 2004. Una grave siccità ha avuto pure i suoi effetti. Un aspetto parimenti grave è il tracollo- rilevato dalla Società Finanziaria Internazionale- degli investimenti privati dall’estero; in passato hanno avuto un ruolo importante alla crescita di Paesi quali la Tunisia, il Marocco, l’Egitto, la Giordania ed il Libano.
Quali le risorse istituzionali e finanziarie per avviare il processo di sviluppo, essenziale ad assicurare la pace nell’area? Le tre principali istituzioni finanziarie internazionali che operano nella regione (Banca Mondiale, Banca Africana per lo Sviluppo, Banca Islamica di Sviluppo) collaborano efficacemente tra loro. Nel 1990, l’Italia propose l’istituzione di una Banca per lo Sviluppo del Mediterraneo; per dare un segnale di maggiore attenzione politica all’area: presentata nel quadro del “rapporto Craxi” sul nodo dei Paesi maggiormente indebitati, la proposta venne approvata, sotto il profilo politico, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Venne rilanciata al vertice euro-mediterraneo di Barcellona : nuova benedizione. Ma nessun seguito concreto. Più concreto il progetto di un Fondo Mediterraneo per le piccole e medie imprese a cui stanno lavorando Italia,Francia, Portogallo, Spagna, Magreb ed Egitto.
Attualmente circa un decimo dei flussi di aiuto pubblico allo sviluppo affluisce alla regione: circa cinque miliardi di dollari l’anno. Al Development Assistance Committee dell’Ocse si stima che dovrebbero essere almeno raddoppiati. Tuttavia, il vero nodo è l’export: l’Unctad, la Fao, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario concordano: senza una liberalizzazione del commercio agricolo, la mano sinistra continuerà a togliere quando dà la mano destra. Il fallimento della Doha Development Agenda (ora probabilmente) rappresenterebbe un colpo duro ai Paesi del Mediterraneo se non sostituito da una rete di accordi con l’Ue.
Box
Federico secondo nacque e visse in Italia. È vero che i suoi possedimenti erano per buona parte in Germania (erano i possessi feudali della famiglia degli Hohenstaufen), ma la base del suo potere era il Regno di Sicilia e dell'Italia del Mezzogiorno, allora considerata area ricchissima a ragione del potenziale agricolo e dell’assetto istituzione (per molti aspetti modernissimo) messo in funzione durante la lunga occupazione araba, mentre nel resto d’Europa imperversavano i secoli più bui del Medio Evo.
Nato a Jesi (nelle attuali marche), Dalla sua capitale di Palermo Federico secondo organizzò la lotta contro quei Comuni che avevano sconfitto suo nonno Federico Barbarossa. In Sicilia si mischiavano senza combattersi, anzi in pace costruttiva, numerosi popoli: i discendenti degli Arabi, arrivati trecento anni prima; i Normanni, venuti dalla Francia duecento anni prima; i greci, che erano nell’isola da sempre; i discendenti dei romani, che parlavano una lingua simile al siciliano moderno. Federico parlava tutte queste lingue oltre al tedesco, la lingua dei suoi avi.Fu in siciliano che furono scritte le prime poesie della nostra letteratura. Tradotte in toscano, sono state conservate fino ai giorni nostri.
L'anticristo e il messia, l'eretico e il cristiano, l'illuminato e l'imperatore, fine scienziato e filosofo profondo, 'stupor mundi', ma soprattutto colui che fu in grado di creare nel bacino del Mediterraneo una compagine culturale in cui ciascun popolo che lo abitava mantenesse la sua identità. Tutto questo fu Federico Secondo, nelle parole del presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Francesco Paolo Casavola, in una recente prolusione pronunciata in occasione della presentazione a Napoli, nell'aula magna storica dell'università che porta il nome dell'Imperatore, dei due volumi dell"Enciclopedia fridericiano, oltre cinquecento voci in ordine alfabetico dedicate alla figura di Federico Secondo di Svevia, re della Germania, della Sicilia, di Gerusalemme, imperatore del Sacro Romano Impero. Federico II fu il primo a mettere in atto un'idea di stato moderna, laica, lo stato di cultura. La fondazione dell'università a Napoli nel 1224 fu un gesto di rottura con il Medio Evo, epoca in cui le università erano tenute solo da ordini religiosi, domenicani e francescani, o da corporazioni di studenti. Archetipo dell'università laica, l'istituto fondato da Federico II è l'espressione di una politica 'moderna', cosmopolita, antesignana dell'Illuminismo di Voltaire, che realizza l'unione delle due sponde del Mediterraneo, riportando tutta l'area ad essere quella culla di civiltà che fu nei tempi più remoti.
La scrittice sud-africana Maria R. Bordihn, il cui libro “Il falco di Svevia, Federico Secondo re di Sicilia e imperatore di Germania” (Marco Troppa Editore, 2005) è appena arrivato nelle librerie ricorda che nato a Jesi ma cresciuto a Palermo, Federico Secondo respirò un clima cosmpolita sin dall'infanzia da qui il suo progetto di creare un grande spazio per la circolazione delle idee e del patrimonio culturale. Arabi, egiziani, palestinesi, siciliani, vivono e convivono nel bacino del Mediterraneo grazie alla capacità dell'imperatore di non cedere a una politica di assimilazione. Federico II secondo si batté perché ognuno di questi gruppi conservasse la propria identità culturale, la sua tradizione religiosa - ha ricordato - e si batté anche perché, attraverso la traduzione, questa identità potesse essere condivisa da altri gruppi. Una concezione del Mediterraneo, quella attuata da Federico Secondo, che faceva del Meridione d'Italia il centro propulsore di questa compagine politica e culturale. Questioni, quella del rapporto tra Meridione d'Italia e Mediterraneo, e quella dell'unità della due sponde del Mediterraneo quanto mai attuali. Dopo Federico Secondo, la riva nord e quella sud del Mediterraneo si sono separate irrimediabilmente.
martedì 10 giugno 2008
CARO GIULIO FRENA LA FUGA DI CERVELLI O CI SORPASSERA' ANCHE LA GRECIA Libero 10 giugno
La Grecia, il cui pil sta crescendo, nell’anno in corso, al 3% rispetto al pallido 0,5% atteso per l’Italia, sta per superarci in termini di reddito pro-capite. Dall’ingresso nell’area dell’euro nel 2001, la Repubblica Ellenica ha un saggio sostenuto d’aumento della produzione, dei consumi e degli investimenti, mentre l’Italia ristagna (a ragione sia delle stangate fiscali negli anni in cui ha governato la sinistra sia della timidezza con la quale i Governi di centro-destra ha affrontato liberalizzazioni dei mercati dei beni, dei fattori di produzione e, soprattutto, dei servizi). Evitiamo di versare lacrime il giorno in cui l’Eurostat dichiarerà che il sorpasso è avvenuto. Cerchiamo, invece, di capire cosa ha messo il freno al sistema Italia. Alcune determinanti sono sotto gli occhi di tutti: la pressione fiscale (ridotta in Grecia), l’oppressione regolatoria (diminuita nell’Ellade), l’accento sulle politiche per l’export (debole a casa nostra).
Economisti come Yanni Stournaras, dell’Università di Atene e George Pscacharoupolos a lungo, alla London School of Economics e successivamente (rientrato in Grecia) alla guida di un partito iperliberista piccolo ma influente come pungolo per gli altri sottolineano che la differenza principale sta nella politica delle risorse umane. Nell’Ellade si è dato priorità alla modernizzazione della scuola e della università, mentre da noi la riforma Moratti è giunta circa 70 anni dopo quella che porta il nome di Giovanni Gentile. Inoltre, l’enfasi sulla meritocrazia anche nella pubblica amministrazione è stimolo per far restare in Grecia i giovani migliore o fare tornare quelli che hanno espatriato.
E’ triste notare che il principale studio sul “brain drain” dall’Italia non sia stato condotto dai nostri numerosi istituti pubblici di ricerca (che non mancano certo di personale) ma dall’Iza , l’istituto tedesco di studi del lavoro a cura di Amelie Constant che lavora da anni in Germania e di Elena D’Agosto dell’Università di Roma , Tor Vergata. La prima parte del lavoro è descrittiva: esamina, sulla base di una vasta rassegna della letteratura, il fattore “push”, ossia ciò che “spinge” i giovani più promettenti a cercare fortuna altrove. La seconda è analitica : la costruzione di un modello econometrico (di stampo migratorio) per individuare i Paesi “di preferenza”, ossia quelli che meglio utilizzano capitale umano formato, almeno in parte in Italia- con grave danno economico, quindi, per il nostro Paese. Nella terza il modello viene applicato ad una banca dati al 2001 costruita utilizzando informazioni derivanti da studi del Censis, della Fondazione Cassa di Risparmio di Venezia, dal Ministero degli Affari Esteri e dal progetto europeo “Leonardo da Vici”- un campione di circa 3.000 i uomini e donne (in Canada, Ue e Usa), interpellati dall’Iza (ancora una volta è spontaneo chiedersi perché non lo abbiano fatto i nostri enti di ricerca) tramite questionari. La risposta è stata buona: hanno risposto circa un terzo di coloro contattati.
L’età media dei “cervelli italiani” all’estero è 38 anni. Ci sono differenze profonde di genere. Gli uomini sono molto più numerosi delle donne, specialmente negli Usa – segno che il “brain drain” femminile è soprattutto verso il resto dell’Ue, in modo particolare il Regno Unito. In Gran Bretagna troviamo anche la percentuale più alta (il 53%) di italiani con dottorati di ricerca ottenuti al di fuori dell’Italia (rispetto al 31% negli Usa). Paradossalmente, quindi, gli Stati Uniti sono un Paese a capitale umano fortemente “sussidiato” dai contribuenti italiani. Ciò appare marcatamente nelle discipline scientifiche: il 46% degli scienziati italiani in America ha oltre un titolo accademico elevato del nostro Paese anche esperienza all’estero (prima di approdare negli Usa). Il 64% dei “cervelli” italiani negli Usa afferma che la motivazione all’espatrio risiede nelle migliori condizioni economiche, per il 39% in migliori opportunità di carriera, per il 37% per la mancanza di fondi di ricerca in Patria. Il 42% ed il 27% degli scienziati italiani in Gran Bretagna sostiene di avere varcato i confini per determinanti economiche o di carriera, mentre il 20% perché in Italia non c’erano le condizioni di base per fare ricerca. Appena il 10% dei “cervelli italiani” all’estero considera la loro condizione “normale” o frutto della globalizzazione. Imputano la loro scelta alla situazione (tutt’altro che soddisfacente) delle università e della ricerca in generale in Italia. Pronti a rientrare? Certo, purché ci siano condizioni migliori di progressione economica e di carriera e soprattutto di ricerca.
Interessanti alcune conclusioni che si evincono dall’applicazione del modello econometrico. La tendenza è ad emigrare per lavoro nel Regno Unito ed ad andare a studiare negli Usa. In pratica, la Gran Bretagna diventa spesso una tappa di passaggio verso gli Stati Uniti ed in America ci si resta a ragione delle condizioni nettamente migliori offerte dopo il completamento degli studi.
Cosa può fare la politica? Guardare al medio e lungo termine (impostando sin da ora il cambiamento). Altrimenti non si verificherà mai.
Economisti come Yanni Stournaras, dell’Università di Atene e George Pscacharoupolos a lungo, alla London School of Economics e successivamente (rientrato in Grecia) alla guida di un partito iperliberista piccolo ma influente come pungolo per gli altri sottolineano che la differenza principale sta nella politica delle risorse umane. Nell’Ellade si è dato priorità alla modernizzazione della scuola e della università, mentre da noi la riforma Moratti è giunta circa 70 anni dopo quella che porta il nome di Giovanni Gentile. Inoltre, l’enfasi sulla meritocrazia anche nella pubblica amministrazione è stimolo per far restare in Grecia i giovani migliore o fare tornare quelli che hanno espatriato.
E’ triste notare che il principale studio sul “brain drain” dall’Italia non sia stato condotto dai nostri numerosi istituti pubblici di ricerca (che non mancano certo di personale) ma dall’Iza , l’istituto tedesco di studi del lavoro a cura di Amelie Constant che lavora da anni in Germania e di Elena D’Agosto dell’Università di Roma , Tor Vergata. La prima parte del lavoro è descrittiva: esamina, sulla base di una vasta rassegna della letteratura, il fattore “push”, ossia ciò che “spinge” i giovani più promettenti a cercare fortuna altrove. La seconda è analitica : la costruzione di un modello econometrico (di stampo migratorio) per individuare i Paesi “di preferenza”, ossia quelli che meglio utilizzano capitale umano formato, almeno in parte in Italia- con grave danno economico, quindi, per il nostro Paese. Nella terza il modello viene applicato ad una banca dati al 2001 costruita utilizzando informazioni derivanti da studi del Censis, della Fondazione Cassa di Risparmio di Venezia, dal Ministero degli Affari Esteri e dal progetto europeo “Leonardo da Vici”- un campione di circa 3.000 i uomini e donne (in Canada, Ue e Usa), interpellati dall’Iza (ancora una volta è spontaneo chiedersi perché non lo abbiano fatto i nostri enti di ricerca) tramite questionari. La risposta è stata buona: hanno risposto circa un terzo di coloro contattati.
L’età media dei “cervelli italiani” all’estero è 38 anni. Ci sono differenze profonde di genere. Gli uomini sono molto più numerosi delle donne, specialmente negli Usa – segno che il “brain drain” femminile è soprattutto verso il resto dell’Ue, in modo particolare il Regno Unito. In Gran Bretagna troviamo anche la percentuale più alta (il 53%) di italiani con dottorati di ricerca ottenuti al di fuori dell’Italia (rispetto al 31% negli Usa). Paradossalmente, quindi, gli Stati Uniti sono un Paese a capitale umano fortemente “sussidiato” dai contribuenti italiani. Ciò appare marcatamente nelle discipline scientifiche: il 46% degli scienziati italiani in America ha oltre un titolo accademico elevato del nostro Paese anche esperienza all’estero (prima di approdare negli Usa). Il 64% dei “cervelli” italiani negli Usa afferma che la motivazione all’espatrio risiede nelle migliori condizioni economiche, per il 39% in migliori opportunità di carriera, per il 37% per la mancanza di fondi di ricerca in Patria. Il 42% ed il 27% degli scienziati italiani in Gran Bretagna sostiene di avere varcato i confini per determinanti economiche o di carriera, mentre il 20% perché in Italia non c’erano le condizioni di base per fare ricerca. Appena il 10% dei “cervelli italiani” all’estero considera la loro condizione “normale” o frutto della globalizzazione. Imputano la loro scelta alla situazione (tutt’altro che soddisfacente) delle università e della ricerca in generale in Italia. Pronti a rientrare? Certo, purché ci siano condizioni migliori di progressione economica e di carriera e soprattutto di ricerca.
Interessanti alcune conclusioni che si evincono dall’applicazione del modello econometrico. La tendenza è ad emigrare per lavoro nel Regno Unito ed ad andare a studiare negli Usa. In pratica, la Gran Bretagna diventa spesso una tappa di passaggio verso gli Stati Uniti ed in America ci si resta a ragione delle condizioni nettamente migliori offerte dopo il completamento degli studi.
Cosa può fare la politica? Guardare al medio e lungo termine (impostando sin da ora il cambiamento). Altrimenti non si verificherà mai.
lunedì 9 giugno 2008
FRENATI DALLA NOSTALGIA DELL'ACCOMODANTE LIRA Il Tempo 9 giugno
Il pil pro-capite della Grecia ha già raggiunto, secondo l’Eurostat, il 90% della media di quello dell’area dell’euro. La notizia rileva non tanto per i numeri assoluti quanto perché da quando nel 2001 la Grecia è entrata nell’area dell’euro ha riportato una crescita sostenuta mentre dalla nascita della moneta unica, l’Italia ristagna. Per l’anno in corso, si stima per il nostro Paese un aumento del pil dello 0,6% (ma molti ritengono che sarà più basso) mentre per la Repubblica Ellenica se ne prevede uno del 3% circa.
Negli anni del percorso verso l’euro in Italia la pressione fiscale sul pil è aumentata di sette punti percentuali. Nel 1996 il Governo impose pure una tassa per l’Europa promettendo di restituirla ed assicurando che, una volta nell’euro, saremmo andati a tutta velocità. Non solo si aspetta ancora la restituzione dell’imposta, ma da allora viaggiamo a tassi raso terra.
Cosa ha impedito che scattasse per noi una molla analoga a quella che messo un tigre nel motore della Grecia? Quali lezioni possono essere utili al Governo in carica?In primo luogo – lo ha scritto di recente Yanni Stournaras, dell’Università di Atene- , la Grecia ha assimilato nei propri comportamenti la morte della dracma: ciò ha una comportato una politica di liberalizzazioni molto estese nei servizi (specialmente nel comparto di quelli finanziari), un aumento dei consumi e degli investimenti privati (stimolati dal ribasso dei tassi d’interesse e dal clima generale di fiducia, nonché da ritocchi all’ingiù della pressione fiscale), un’attenta valutazione della spesa pubblica in generale, e di quella per investimenti in particolare, una strategia diretta a sostenere le esportazioni ed incoraggiare il turismo. In molte aree territoriali e settori dell’Italia, c’è ancora molta, troppa nostalgia della lira, dei suoi suffusi e soffici protezionismi, della possibilità di “aggiustare il cambio”, della prassi a fare i furbetti , delle miopie quotidiane. Urge liberarci da tale nostalgia.
In secondo luogo, in Grecia si colgono i frutti di una politica che da decenni pone l’accento sulla qualità dell’istruzione e sull’utilizzazione al meglio del capitale umano. Mentre dall’Italia è in atto un vero e proprio brain drain (“fuga di cervelli” analizzata in dettaglio da uno studio recente dell’Istituto Tedesco di Ricerche sui problemi del lavoro, IZA Working Paper n. 3325) , in Grecia si cerca di incoraggiare i giovani con maggior potenziale a restare in Patria.
In terzo luogo – sottolinea George Pscacharoupolos a lungo, alla London School of Economics e successivamente alla guida di un partito iperliberista piccolo ma influente come pungolo per gli altri – puntando sull’istruzione si è anche facilitata la mobilità sociale. Lo mostra il recente studio PISA sui livelli di apprendimento dei quindicenni . I Paesi del Nord Europa sono quelli con i più elevati livelli di apprendimento dei quindicenni ; la Grecia sta molto indietro; l’Italia ancora di più.
Negli anni del percorso verso l’euro in Italia la pressione fiscale sul pil è aumentata di sette punti percentuali. Nel 1996 il Governo impose pure una tassa per l’Europa promettendo di restituirla ed assicurando che, una volta nell’euro, saremmo andati a tutta velocità. Non solo si aspetta ancora la restituzione dell’imposta, ma da allora viaggiamo a tassi raso terra.
Cosa ha impedito che scattasse per noi una molla analoga a quella che messo un tigre nel motore della Grecia? Quali lezioni possono essere utili al Governo in carica?In primo luogo – lo ha scritto di recente Yanni Stournaras, dell’Università di Atene- , la Grecia ha assimilato nei propri comportamenti la morte della dracma: ciò ha una comportato una politica di liberalizzazioni molto estese nei servizi (specialmente nel comparto di quelli finanziari), un aumento dei consumi e degli investimenti privati (stimolati dal ribasso dei tassi d’interesse e dal clima generale di fiducia, nonché da ritocchi all’ingiù della pressione fiscale), un’attenta valutazione della spesa pubblica in generale, e di quella per investimenti in particolare, una strategia diretta a sostenere le esportazioni ed incoraggiare il turismo. In molte aree territoriali e settori dell’Italia, c’è ancora molta, troppa nostalgia della lira, dei suoi suffusi e soffici protezionismi, della possibilità di “aggiustare il cambio”, della prassi a fare i furbetti , delle miopie quotidiane. Urge liberarci da tale nostalgia.
In secondo luogo, in Grecia si colgono i frutti di una politica che da decenni pone l’accento sulla qualità dell’istruzione e sull’utilizzazione al meglio del capitale umano. Mentre dall’Italia è in atto un vero e proprio brain drain (“fuga di cervelli” analizzata in dettaglio da uno studio recente dell’Istituto Tedesco di Ricerche sui problemi del lavoro, IZA Working Paper n. 3325) , in Grecia si cerca di incoraggiare i giovani con maggior potenziale a restare in Patria.
In terzo luogo – sottolinea George Pscacharoupolos a lungo, alla London School of Economics e successivamente alla guida di un partito iperliberista piccolo ma influente come pungolo per gli altri – puntando sull’istruzione si è anche facilitata la mobilità sociale. Lo mostra il recente studio PISA sui livelli di apprendimento dei quindicenni . I Paesi del Nord Europa sono quelli con i più elevati livelli di apprendimento dei quindicenni ; la Grecia sta molto indietro; l’Italia ancora di più.
domenica 8 giugno 2008
ECONOMISTA MELOMANE FA LE PULCI AL PROSSIMO CARTELLONE DELLA SCALA, Il Foglio 8 giugno
Circa nove mesi fa, il Sovrintendente (e Direttore Artistico) della Scala, Stéphane Lissner, lanciò una proposta che non erano riusciti a realizzare né Arturo Toscanini né Giacomo Puccini: creare un Teatro d’Opera Nazionale (ovviamente il tempio milanese) analogo all’Opéra di Parigi od al Royal Opera House di Londra e che avrebbe dovuto fruire di privilegi (anche e soprattutto per le proprie maestranze) differenti (ossia superiori) di quelli degli altri. Toscanini non articolò mai così schiettamente un analogo progetto. Puccini, trattato bene alla Scala solo dopo morto, presentò a Mussolini in persona uno schema dettagliato per istituire tale Teatro Nazionale a Roma, ottenendo una risposta gelida:”non c’è una lira”.
Torniamo all’idea Lissner: in prossimità di Sant’Ambrogio, le maestranze minacciavano scioperi ove non fosse rimosso un vincolo a contratti integrativi (ed a aumenti di stipendi) per teatri con i conti non ancora in ordine. Nel breve periodo, la prospettiva di un Teatro Nazionale era un grimaldello per paghe più consistenti. La minaccia dello sciopero costrinse il Governo Prodi a rimuovere il vincolo (incoraggiando scioperi in altri teatri). E di Teatro Nazionale non si parlò più.
Ove si fosse voluto farlo, il cartellone 2009 della Scala avrebbe affossato l’idea una volta per sempre. In primo luogo, soltanto cinque dei 13 titoli programmati sono nuovi allestimenti. Vengono ripresentati gli allestimenti delle ultime tre inaugurazioni di stagione (ossia del “triennio” Lissner), un’idea poco elegante in quanto potrebbe sembrare auto-celebrativa oltre che poco appropriata in quanto, mentre il “Tristano ed Isotta” del 2007 è stato un successo sotto tutti i profili (e per questa ragione ha avuto il “Premio Abbiati”, l’Oscar della Lirica), “Idomeneo” del 2005 è apparso discutibile sotto il lato della regia e “Aida” del 2006 sotto quello musicale (soprattutto vocale). Si ripescano due allestimenti vetusti di Ronconi: il “Viaggio a Reims” è stato concepito per il piccolo Auditorium Pedrotti di Pesaro (400 posti) nel 1984 ed è apparso striminzito nei palcoscenici della Scala e di Vienna (quando messo in scena una ventina d’anni fa); “L’Affare Makroupolos” di Janaceck risale al 1993 ed è stato già visto a Torino, a Bologna ed a Napoli. Presentano indubbiamente interesse le nuove produzioni di “Alcina” di Haendel, “A Midsummer Night’s Dream” di Britten, “Assassinio nella Cattedrale” di Pizzetti, “Orfeo” di Monteverdi e “Le Convenienze ed Incovenienze Teatrali” di Donizzetti. Tranne l’opera di Pizzetti sono lavori pensati per teatri di piccole dimensioni, con organici orchestrali ridotti e un numero limitato di solisti. Nessuna (tranne forse “Alcina”) permette di utilizzare il costoso palcoscenico che si è data La Scala e di cui sino ad ora unicamente Franco Zeffirelli è stato capace di utilizzare a pieno il potenziale (per l’”Aida” del 2006).
Il titolo più complicato è quello dell’inaugurazione. “Don Carlo” di Verdi. Innanzitutto, è opera di cui ci sono almeno tre versioni principali (ed altre con numerose varianti). Dalla presentazione del cartellone si evince che verrà messa in scena quella, approntata per la Scala, nel 1884 in quattro atti ed in lingua italiana, mentre la più fedele alle intenzioni di Verdi è quella in cinque atti (in italiano) messa in scena a Modena nel 1885. Luchino Visconti (che s’intendeva di drammaturgia) e Carlo Maria Giulini (direttore musicale attentissimo) la consideravano la più bella sotto il profilo sia di azione teatrale sia di linguaggio musicale. E’ arduo vedere come il geniale ma minimalista Stéphane Braunschweig (con una forte tendenza ad attualizzare un pò tutto) riesca a trattare un dramma politico e storico prima ancora che psicologico. Specialmente se troncato del primo atto che, amava ripetere Visconti, fornisce la chiave storico-politica per capire il resto dell’opera.
La vera curiosità è l’anteprima aperta alle scuole (al prezzo di dieci euro al biglietto) in programma il 4 dicembre. Attenzione: il 4 dicembre si è sempre fatta una prova ad inviti per i critici ed i congiunti dei dipendenti, un pubblico a cui si può comunque mostrare uno spettacolo non ancora del tutto rifinito. Viene sostituita da quella per le scuole? Oppure ci saranno due anteprime, una il primo dicembre per critici e parenti ed una il 4 per le scuole? E perché alle scuole non si dedica una delle tante repliche, con uno spettacolo rodato? O meglio ancora scegliendo un titolo meno complesso di “Don Carlo”?
Torniamo all’idea Lissner: in prossimità di Sant’Ambrogio, le maestranze minacciavano scioperi ove non fosse rimosso un vincolo a contratti integrativi (ed a aumenti di stipendi) per teatri con i conti non ancora in ordine. Nel breve periodo, la prospettiva di un Teatro Nazionale era un grimaldello per paghe più consistenti. La minaccia dello sciopero costrinse il Governo Prodi a rimuovere il vincolo (incoraggiando scioperi in altri teatri). E di Teatro Nazionale non si parlò più.
Ove si fosse voluto farlo, il cartellone 2009 della Scala avrebbe affossato l’idea una volta per sempre. In primo luogo, soltanto cinque dei 13 titoli programmati sono nuovi allestimenti. Vengono ripresentati gli allestimenti delle ultime tre inaugurazioni di stagione (ossia del “triennio” Lissner), un’idea poco elegante in quanto potrebbe sembrare auto-celebrativa oltre che poco appropriata in quanto, mentre il “Tristano ed Isotta” del 2007 è stato un successo sotto tutti i profili (e per questa ragione ha avuto il “Premio Abbiati”, l’Oscar della Lirica), “Idomeneo” del 2005 è apparso discutibile sotto il lato della regia e “Aida” del 2006 sotto quello musicale (soprattutto vocale). Si ripescano due allestimenti vetusti di Ronconi: il “Viaggio a Reims” è stato concepito per il piccolo Auditorium Pedrotti di Pesaro (400 posti) nel 1984 ed è apparso striminzito nei palcoscenici della Scala e di Vienna (quando messo in scena una ventina d’anni fa); “L’Affare Makroupolos” di Janaceck risale al 1993 ed è stato già visto a Torino, a Bologna ed a Napoli. Presentano indubbiamente interesse le nuove produzioni di “Alcina” di Haendel, “A Midsummer Night’s Dream” di Britten, “Assassinio nella Cattedrale” di Pizzetti, “Orfeo” di Monteverdi e “Le Convenienze ed Incovenienze Teatrali” di Donizzetti. Tranne l’opera di Pizzetti sono lavori pensati per teatri di piccole dimensioni, con organici orchestrali ridotti e un numero limitato di solisti. Nessuna (tranne forse “Alcina”) permette di utilizzare il costoso palcoscenico che si è data La Scala e di cui sino ad ora unicamente Franco Zeffirelli è stato capace di utilizzare a pieno il potenziale (per l’”Aida” del 2006).
Il titolo più complicato è quello dell’inaugurazione. “Don Carlo” di Verdi. Innanzitutto, è opera di cui ci sono almeno tre versioni principali (ed altre con numerose varianti). Dalla presentazione del cartellone si evince che verrà messa in scena quella, approntata per la Scala, nel 1884 in quattro atti ed in lingua italiana, mentre la più fedele alle intenzioni di Verdi è quella in cinque atti (in italiano) messa in scena a Modena nel 1885. Luchino Visconti (che s’intendeva di drammaturgia) e Carlo Maria Giulini (direttore musicale attentissimo) la consideravano la più bella sotto il profilo sia di azione teatrale sia di linguaggio musicale. E’ arduo vedere come il geniale ma minimalista Stéphane Braunschweig (con una forte tendenza ad attualizzare un pò tutto) riesca a trattare un dramma politico e storico prima ancora che psicologico. Specialmente se troncato del primo atto che, amava ripetere Visconti, fornisce la chiave storico-politica per capire il resto dell’opera.
La vera curiosità è l’anteprima aperta alle scuole (al prezzo di dieci euro al biglietto) in programma il 4 dicembre. Attenzione: il 4 dicembre si è sempre fatta una prova ad inviti per i critici ed i congiunti dei dipendenti, un pubblico a cui si può comunque mostrare uno spettacolo non ancora del tutto rifinito. Viene sostituita da quella per le scuole? Oppure ci saranno due anteprime, una il primo dicembre per critici e parenti ed una il 4 per le scuole? E perché alle scuole non si dedica una delle tante repliche, con uno spettacolo rodato? O meglio ancora scegliendo un titolo meno complesso di “Don Carlo”?
MARRAZZO VADA A SCUOLA A PECCIOLI, Il Tempo 8 giugno
Caro Governatore,
siamo preoccupati da un’emergenza rifiuti che rischia di fare diventare la nostra regione e la Capitale d’Italia, centro anche della Cristianità, simile alla Campania. Il Tempo ha presentato dati ed analisi; ha proposto anche soluzioni tecniche (quali la pirolisi) innovative. La S.V. presenterà il 24 giugno in Consiglio Regionale un aggiornamento del piano rifiuti. Quello sarà il giorno della verità entro la quale avrà risolto le differenze, all’interno della maggioranza, sul gassificatore di Albano, che , con gli inceneritori di Colleferro, San Vittore e Malagrotta dovrebbe costituire il nerbo dell’aggiornamento.
Proponiamo che, prima di mettere il sigillo sull’aggiornamento, La S.V. vada in gita, l’11 ed il 12 giugno (se possibile con il Vice Presidente Esterino Montino e l’Assessore all’Ambiente Filippo Zaratti) in un comune nella campagna pisana: Peccioli. Non per fare turismo culturale ma per prendere parte ad un convegno organizzato dal Consiglio d’Europa, dall’United Nations Development Program (un’agenzia Onu), con il contributo della Fondazione Soros, volto ad esaminare come è stato risolto, in maniera originale, il problema dello smaltimento rifiuti e additarlo ad esponenti di alcuni Paesi Europei (Polonia, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria, Macedonia, Romania ma anche Francia e Svizzera).
Peccioli è un piccolo comune di 5000 anime. Tuttavia se tanti osservatori internazionali s’interessano a come partendo da un settore che scotta si può ampliare progressivamente la collaborazione ai più svariati comparti, è possibile che anche la S.V., il Vice Presidente e l’Assessore compente della Giunta che Ella presiede possano trovare qualche idea utile per uscire da un nodo che pare incarti il Governo regionale, ne inasprisca i dissidi interni e danneggi tutti.
A Piecioli una vecchia discarica è stata gradualmente risanata, bonificata, ampliata; ad essa è stato agganciato un impianto di cogenerazione che vende energia all’Enel e fornisce acqua calda a quartieri interi. L’impianto di smaltimento è aumentato di capacità dai 450.000 m3 ai 1.750.000 m3. Non solo ma l’azienda comunale (una s.p.a. ad azionariato diffuso) ne ha progettato un altro, molto più grande, per la capitale della Colombia Bogotà (sette milioni d’abitanti). In prospettiva, l’esportazione de “il modello Peccioli” sta diventando un’importante fonte d’entrate per l’amministrazione (oltre che elemento di prestigio internazionale). Non ha prevalso il fenomeno Nimby (not in my backyard- purché non si faccia nel mio giardino) che, unitamente a determinanti meno eleganti, ha portato la Campania ad essere indicata, in tutto il mondo, come esempio da non seguire.
Non abbia timore. La Giunta Comunale di Peccioli non ha il vessillo del centro-destra. Come quasi ovunque in Toscana, è di centro-sinistra. Ma di un centro-sinistra moderno che si è liberato del vecchiume a cui gli elettori hanno precluso l’ingresso in Parlamento.
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siamo preoccupati da un’emergenza rifiuti che rischia di fare diventare la nostra regione e la Capitale d’Italia, centro anche della Cristianità, simile alla Campania. Il Tempo ha presentato dati ed analisi; ha proposto anche soluzioni tecniche (quali la pirolisi) innovative. La S.V. presenterà il 24 giugno in Consiglio Regionale un aggiornamento del piano rifiuti. Quello sarà il giorno della verità entro la quale avrà risolto le differenze, all’interno della maggioranza, sul gassificatore di Albano, che , con gli inceneritori di Colleferro, San Vittore e Malagrotta dovrebbe costituire il nerbo dell’aggiornamento.
Proponiamo che, prima di mettere il sigillo sull’aggiornamento, La S.V. vada in gita, l’11 ed il 12 giugno (se possibile con il Vice Presidente Esterino Montino e l’Assessore all’Ambiente Filippo Zaratti) in un comune nella campagna pisana: Peccioli. Non per fare turismo culturale ma per prendere parte ad un convegno organizzato dal Consiglio d’Europa, dall’United Nations Development Program (un’agenzia Onu), con il contributo della Fondazione Soros, volto ad esaminare come è stato risolto, in maniera originale, il problema dello smaltimento rifiuti e additarlo ad esponenti di alcuni Paesi Europei (Polonia, Ungheria, Croazia, Serbia, Bulgaria, Macedonia, Romania ma anche Francia e Svizzera).
Peccioli è un piccolo comune di 5000 anime. Tuttavia se tanti osservatori internazionali s’interessano a come partendo da un settore che scotta si può ampliare progressivamente la collaborazione ai più svariati comparti, è possibile che anche la S.V., il Vice Presidente e l’Assessore compente della Giunta che Ella presiede possano trovare qualche idea utile per uscire da un nodo che pare incarti il Governo regionale, ne inasprisca i dissidi interni e danneggi tutti.
A Piecioli una vecchia discarica è stata gradualmente risanata, bonificata, ampliata; ad essa è stato agganciato un impianto di cogenerazione che vende energia all’Enel e fornisce acqua calda a quartieri interi. L’impianto di smaltimento è aumentato di capacità dai 450.000 m3 ai 1.750.000 m3. Non solo ma l’azienda comunale (una s.p.a. ad azionariato diffuso) ne ha progettato un altro, molto più grande, per la capitale della Colombia Bogotà (sette milioni d’abitanti). In prospettiva, l’esportazione de “il modello Peccioli” sta diventando un’importante fonte d’entrate per l’amministrazione (oltre che elemento di prestigio internazionale). Non ha prevalso il fenomeno Nimby (not in my backyard- purché non si faccia nel mio giardino) che, unitamente a determinanti meno eleganti, ha portato la Campania ad essere indicata, in tutto il mondo, come esempio da non seguire.
Non abbia timore. La Giunta Comunale di Peccioli non ha il vessillo del centro-destra. Come quasi ovunque in Toscana, è di centro-sinistra. Ma di un centro-sinistra moderno che si è liberato del vecchiume a cui gli elettori hanno precluso l’ingresso in Parlamento.
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sabato 7 giugno 2008
E ORA LIBERIAMO LE LIBERALIZZAZIONI Charta maggio
Premessa Occorre cominciare dalle licenze per i taxi e dal sistema di regolamentazione delle farmacie – come ha tentato, senza grandi esiti, il Governo della breve XV Legislatura – oppure porre l’accento sul buon funzionamento della Borsa elettrica (tassello cruciale in fase di prezzi del petrolio alle stelle) – come effettuato nella XIV legislatura- oppure sulla deregolamentazione dei servizi pubblici locali – argomento che nessun Governo ha osato sfiorare?
Le liberalizzazioni sono state presentate nella campagna elettorale come tema prioritario per la politica pubblica tanto dal Pdl quanto dal Pd e da forze minori, con eccezione di quelle che si richiamano ancora all’ideologia marxista. Lo sono almeno da quando sono state eliminati (nel novembre 1989) gli ultimi controlli valutari e , con la firma dei Trattati di Maastricht nel 1992, ci si è messi sulla strade dell’unione economica e monetaria europea. Ciò nonostante, la strada fatta è stata molto poca.
Privitazzazioni senza liberalizzazioni. E negli ultimi tempi ci sono stati anche seri passi all’indietro come documentato dal più recente aggiornamento dell’Index of Economic Freedom pubblicato dalla Heritage Foundation e presentato in febbraio a Roma. E’ importante ricordare che negli Anni Novanta, i Governi che si sono succeduti (di centro-sinistra tranne una breve parentesi dalla primavera 1994 al gennaio 1995) hanno realizzato un vasto programma di privatizzazioni e denazionalizzazioni senza liberare precedentemente i mercati e definire un adeguato quadro regolatorio. Si è proceduto frammentariamente creando, di volta in volta, autorità di garanzia dette in gergo Authorities. Ne è risultata un’architettura ormai entrata in crisi profonda. In casi clamorosi che hanno attratto l’interesse dell’opinione pubblica, quali Cirio, Parmalat e infine scalate bancarie, il ruolo di vigilanza a tutela dei risparmiatori si è rivelato assolutamente inadeguato. I progetti di razionalizzazione e riforma che da tempo investono il variegato settore delle Authorities dovrebbero far tesoro di una esperienza non sempre brillante. Spesso nate dietro impulsi specifici la loro razionalizzazione è stata al centro dei lavoro della XIV e della XV legislatura. Nel febbraio 2007 il Governo Prodi ha varato un disegno di legge (ddl) rimasto all’esame del Senato in sede referente. In 22 articoli, il ddl- che teneva conto anche dei lavori predatori effettuati nella precedente legislatura - aveva l’obiettivo di colmare vuoti di regolazione (principalmente nel campo di servizi a rete), di semplificare l’architettura specialmente in materia di regolamentazione e vigilanza finanziaria, di adeguare ordinamenti, numero dei componenti e metodi di nomina. Era allora ritenuto così urgente che conteneva norme per consentire “l’immediata operatività della riorganizzazione”. Non che il ddl non avesse carenze; frutto anche del lavoro fatto dai Ministri della Funzione Pubblica del Governo Berlusconi, rappresentava comunque una base su cui elaborare una nuova proposta diretta a semplificare l’intera architettura: secondo alcune stime (approssimate per difetto) il solo costo alle imprese di fornire informazioni alla selva delle Autorithies è almeno 40 miliardi euro l’anno ed a tale costo non corrisponde efficienza ed efficacia, nonché vera tutela dei mercati e di chi vi opera. Negli ultimi mesi, inoltre, le tensioni sui mercati finanziari e le difficoltà del decollo della previdenza complementare hanno mostrato a tutto tondo come la debolezza del sistema di regolazione e di vigilanza possa fare correre a tutti più rischi del dovuto. Il suo iter è stato bloccato dalle pressioni particolaristiche e dai veti incrociati che hanno caratterizzato il Governo prima ancora che il Parlamento della XV Legislatura. Occorre riprenderne i punti salienti al più presto nella XVI Legislatura e giungere ad un’architettura che assicuri un miglior funzionamento delle Authorities, eliminando incongruenze e sovrapposizioni.
Liberalizzazioni, capitale umano e, capitale sociale Oggi la Nazione è afflitta da un deficit di liberalismo, una povertà di cultura liberale ascrivibile alla classe dirigente, non solo politica, nel suo complesso. Questo è il punto centrale dei “Rapporti sul processo di liberalizzazione nella società italiana” che dal 1999 Società Libera pubblica ogni anno- l’edizione relativa al 2007 è in uscita in maggio. “Società Libera” è un’associazione apolitica ed apartitica di analisi e riflessioni sui problemi del liberalismo: in giugno di ogni anno conferisce il Premio Internazionale per la Libertà a personalità italiane e straniere. A conclusioni analoghe giungono i “Rapporti” annuali del Censis. E - quel che più conta- le analisi del sistema Italia effettuate annualmente dall’Ocse e dal Fondo monetario.
Negli ultimi anni non soltanto le cosiddette “lenzuolate” promosse dal Ministro allo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani hanno avuto effetti trascurabili ma si si è proceduto all’inverso (ad esempio nel caso dell’acquisizione della società Serravalle da parte dell’amministrazione provinciale di Milano a guida di centro-sinistra - , i ritardi nella ristrutturazione dei servizi finanziari, il mantenimento della golden share (e di forme surrettizie ad esse equivalenti). La complessità della regolazione, gli attriti alla circolazione d’informazioni, la debolezza dei meccanismi concorrenziali e di protezione dei diritti di proprietà incentivano l’investimento in attività redistributive e di influenza sul potere pubblico, piuttosto che nello sviluppo di talento creativo, innovazioni e conoscenze utili a competere nei mercati mondiali. Gli alti costi di transazione che appesantiscono il sistema produttivo ed incidono negativamente sulla produttività
L’esigenza di liberalizzazione non riguarda soltanto i beni ed i servizi di mercato ma anche i processi per la produzione dei beni più preziosi alla modernizzazione dell’Italia: il capitale umano ed il capitale sociale. La “riforma Moratti” non solo ha iniziato un adeguamento ai sistemi europei, ma ha rappresentato una di rivoluzione per la scuola in Italia: curriculum personalizzato dello studente, portfolio delle competenze acquisite, forte coinvolgimento delle famiglie, istituzione della nuova figura del tutor per facilitare il rapporto tra insegnanti e genitori, il tutto per moltiplicare le possibilità di scelta consapevole dello studente. Sul fronte degli assetti due sono i punti di responsabilizzazione e consapevolezza: la valutazione di sistema quasi totalmente ignota nella prassi scolastica italiana e l’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria anche nei licei come apertura al mondo del lavoro. Il binomio competizione-cooperaziore tra istituti anche nel settore pubblico è l’elemento centrale del lavoro. Occorre riconoscere che “Il quaderno bianco sulla scuola” presentato nell’autunno 2007 prosegue in gran misura sul tracciato allestito nella XIV Legislatura. L’impatto della riforma sulla realtà scolastica non è ad oggi valutabile; segnali di una maturazione dal basso verso una disposizione all’autonomia e alla scelta sono dati, da un lato, dall’impatto delle nuove tecnologie sulla docenza a seguito di una specifica formazione in materia promossa e dall’adozione di sistemi di controllo di qualità nelle scuole che hanno fatto richiesta di finanziamenti europei. Quanto all’Università i provvedimenti varati nella XV Legislatura non offrono novità sostanziali e rappresentano per molti aspetti un passo indietro.
Il mondo della comunicazione, infine, si presenta come un mercato ancora troppo ingessato, nonostante la massiccia introduzione di tecnologie e gli sforzi del legislatore per ampliare gli spazi di libertà e partecipazione. Libertà dei media e libertà degli operatori del mondo dell'informazione sono due dimensioni fortemente interrelate.
I servizi pubblici locali Se dal livello nazionale si passa a quello locale si affronta il variegato capitalismo municipale sviluppatosi in Italia. I dati essenziali sono i seguenti: 370 aziende, 200.000 addetti, un contributo al pil nazionale che varia, per regione, dall’1% al 6% . In questo segmento così rilevante dell’economia italiana si è prodotto tra il 2001 ed il 2006 un calo degli investimenti in rapporto al fatturato dal 20% al 17%. Il calo è stato ancora più pronunciato nei comparti dell’energia dal 20% al 13% e dei trasporti pubblici locali,dal 23 al 20%), Ciò a fronte di persistenti nonché vistose differenze costi del personale e della redditività fra le varia macro-aree (Sud,Centro e Nord)
Queste cifre, danno corpo all’ipotesi secondo cui in certe aree del Paese ed in certi settori l’”ingombro” della politica locale è maggiore che in altre con l’esito che il management, anche di qualità, ha le mani legati pure nel reperimento di finanziamenti (nonostante la disponibilità di risorse private per finanza di progetto). Inoltre, il forte aumento dell’imposizione locale (nel solo 2007 il gettito dei comuni è aumentato dell’8,5%) ha comportato un freno alle tariffe: uno studio delle Università di Brescia e Padova indica che dal 1998 al 2005, gli esborsi per acqua, elettricità e riscaldamento delle famiglie a basso reddito è passata dallo 0,0648% allo 0,0595% della spesa familiare totale, restando al di sotto dei livelli di soglia definiti nel resto dell’Ue. Infine, i tentativi di liberalizzazione e di privatizzazione, che avrebbero dovuto avere grazie alle misure previste nella finanziaria del 2002 sono stati meramente formali. Ci si è mossi in modo discordante in materia di trasporto pubblico locale, gas, energia elettrica e acque. Causando frammentazione ed ingenerando disorientamento tra i potenziali investitori.
La varie versioni del cosiddetto ddl Lanzilotta (lo strumento predisposto nella XV Legislatura per operare in questo campo) non solo prevedevano privatizzazioni prima di dare corpo alle liberalizzzioni (replicando l’errore compiuto a livello nazionale negli Anni Novanta) ma non riducevano l’incertezza né sugli obiettivi dei servizi pubblici locali (trasporti ed energia in prima fila) né sugli strumenti per offrirli ai cittadini nelle condizioni migliori. Non rappresenta un punto d’avvio per la XVI Legislatura.
Come uscirne? Il Dipartimento di Economia del “La Sapienza” propone, in uno studio recente, “una scelta radicale”:“una gestione pubblica separata dalla fornitura del servizio, almeno sino al momento in cui non sarà risolto il nodo degli assetti gestionali” . E’ una soluzione sensata piuttosto che radicale, specialmente in un quadro in cui c’è una spinta imprenditoriale in campi (telecomunicazioni, energia, autostrade) con prospettive di profitto
Un ultimo punto, negli ultimi dieci mesi (mentre l’attenzione del mondo politico era in gran misura rivolta al progressivo disfacimento del Governo Prodi e del Parlamento della XV Legislatura , e quindi alle inevitabili elezioni) le cronache sulla vita delle aziende nelle prime pagine della stampa finanziaria riguardano, in gran misura, tensioni e fibrillazioni tra s.p.a. (Hera, Iride, Gesac, Aem-Asm, Acea) di cui i Comuni, le Province ed in certi casi le Regioni sono tra i maggiori azionisti. E’ un universo vasto, ma poco conosciuto.
Una radiografia utile del settore è stata condotta dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem). L’analisi si distingue da altre effettuate in questi ultimi anni – ad esempio dallo studio della Fondazione Civicum che ha esaminato i dati di bilancio di 35 società a controllo comunale in sei grandi comuni e dalle ricerche periodiche della Conservizi – perché esamina il capitalismo municipale, la forma più consistente di imprenditoria pubblica, sotto il profilo dell’entità della partecipazione delle autonomie locali in società di capitali invece che sotto quello della spesa, dell’occupazione o del ruolo degli enti locali (a cui sono affiliate) nella governance delle fondazioni bancarie, temi centrali delle analisi precedenti.
I risultati sollevano più interrogativi di quelli a cui rispondono. In primo luogo, le 370 imprese partecipate da enti locali formano il 6% del pil prodotto in loco ed il 2% dell’occupazione. Siamo, quindi, alle prese con un fenomeno importante sotto il profilo sia dell’economia reale sia della finanza (e pubblica e d’impresa) sia, infine, dell’imprenditorialità.
Il capitalismo municipale è presente non soltanto nei comparti tradizionali dei servizi di pubblica utilità (come l’energia, l’acqua, i trasporti) ma anche in campi puramente di mercato e non necessariamente di competenza pubblica, come le costruzioni, il commercio, il manifatturiero ed i servizi nei comparti più differenti e più variegati. Ci sono incroci complessi nell’assetto azionario delle multiutility: ad esempio, l’azionista di maggioranza della GESAC (Società di gestione degli aeroporti campani) è una multinazionale di origine britannica e tra gli altri soci si contano oltre al Comune ed alla Provincia di Napoli, in posizione nettamente minoritaria, anche il Comune e la Provincia di Milano ed altri privati. La complessità dell’assetto azionario è una delle determinanti delle difficoltà nei processi di aggregazioni in corso, sotto lo stimolo dell’integrazione europea ed internazionale.
Un aspetto dell’analisi riguarda gli effetti dell’ingresso d’azionisti e capitale privato sugli indicatori consueti di redditività finanziaria; le società miste presentano redditività superiore di quelle solamente municipali specialmente in termine di margine operativo lordo. L’eccezione è rappresentata dai trasporti locali, su cui gravano forti vincoli politici a carattere occupazionale che di conseguenza influiscono negativamente su un indice d’efficienza significativo - l’utile per addetto.
Quanto influisce la politica, specialmente quella a livello locale, sulle scelte imprenditoriali? Lo studio non fornisce una risposta puntuale: da un lato, si riconosce ormai generalmente l’esigenza di una professionale manageriale ben distinta da interferenze burocratiche e di politica di piccolo cabotaggio. Dall’altro, la presenza del capitalismo municipale (spesso in perdita) in settori di mercato che poco hanno a che fare con interessi di pubblica utilità suggerisce che a livello locale lo Stato produttore continua ad esistere con i difetti delle partecipazioni statali di un tempo (nonché della Rai, delle Poste, delle Ferrovie, dell’Alitalia ancora oggidì). La maggiore redditività delle società miste rispetto a quelle puramente pubbliche dovrebbe essere un impulso a privatizzare o a meglio regolamentare.
Il percorso non è semplice . Varie alternative sono indicate in un lavoro importante (ma non citato nella ricca bibliografia dell’analisi della Feem): i due volumi, per oltre 1000 pagine (ed in vendita a $ 470, circa € 400) curati da Ray Rees sull’economia delle aziende di pubblica utilità pubblicato alcuni mesi fa dalla casa editrice Cheltenham del Massachusetts.
Conclusioni In termini operativi per la XVI Legislatura, tre linee d’azione appaiono essenziali:
· Riformare le Authorities , riducendone il numero (tramite accorpamenti), eliminando duplicazioni, uniformando criteri di selezione e nomina dei componenti, nonché durata degli incarichi e entità compensi.
· Incoraggiare il binomio competizione-cooperazione nel vasto settore del capitale umano e del capitale sociale.
· Liberalizzare i settori protetti mettendo a punto con le categorie un big bang in nodo che i costi relative (o le perdite relative di rendite di posizione) si elidano a vicenda,
· Definire con una legge quadro le liberalizzazioni, prima, e le privatizzazioni, poi, dei servizi pubblici locali.
Le liberalizzazioni sono state presentate nella campagna elettorale come tema prioritario per la politica pubblica tanto dal Pdl quanto dal Pd e da forze minori, con eccezione di quelle che si richiamano ancora all’ideologia marxista. Lo sono almeno da quando sono state eliminati (nel novembre 1989) gli ultimi controlli valutari e , con la firma dei Trattati di Maastricht nel 1992, ci si è messi sulla strade dell’unione economica e monetaria europea. Ciò nonostante, la strada fatta è stata molto poca.
Privitazzazioni senza liberalizzazioni. E negli ultimi tempi ci sono stati anche seri passi all’indietro come documentato dal più recente aggiornamento dell’Index of Economic Freedom pubblicato dalla Heritage Foundation e presentato in febbraio a Roma. E’ importante ricordare che negli Anni Novanta, i Governi che si sono succeduti (di centro-sinistra tranne una breve parentesi dalla primavera 1994 al gennaio 1995) hanno realizzato un vasto programma di privatizzazioni e denazionalizzazioni senza liberare precedentemente i mercati e definire un adeguato quadro regolatorio. Si è proceduto frammentariamente creando, di volta in volta, autorità di garanzia dette in gergo Authorities. Ne è risultata un’architettura ormai entrata in crisi profonda. In casi clamorosi che hanno attratto l’interesse dell’opinione pubblica, quali Cirio, Parmalat e infine scalate bancarie, il ruolo di vigilanza a tutela dei risparmiatori si è rivelato assolutamente inadeguato. I progetti di razionalizzazione e riforma che da tempo investono il variegato settore delle Authorities dovrebbero far tesoro di una esperienza non sempre brillante. Spesso nate dietro impulsi specifici la loro razionalizzazione è stata al centro dei lavoro della XIV e della XV legislatura. Nel febbraio 2007 il Governo Prodi ha varato un disegno di legge (ddl) rimasto all’esame del Senato in sede referente. In 22 articoli, il ddl- che teneva conto anche dei lavori predatori effettuati nella precedente legislatura - aveva l’obiettivo di colmare vuoti di regolazione (principalmente nel campo di servizi a rete), di semplificare l’architettura specialmente in materia di regolamentazione e vigilanza finanziaria, di adeguare ordinamenti, numero dei componenti e metodi di nomina. Era allora ritenuto così urgente che conteneva norme per consentire “l’immediata operatività della riorganizzazione”. Non che il ddl non avesse carenze; frutto anche del lavoro fatto dai Ministri della Funzione Pubblica del Governo Berlusconi, rappresentava comunque una base su cui elaborare una nuova proposta diretta a semplificare l’intera architettura: secondo alcune stime (approssimate per difetto) il solo costo alle imprese di fornire informazioni alla selva delle Autorithies è almeno 40 miliardi euro l’anno ed a tale costo non corrisponde efficienza ed efficacia, nonché vera tutela dei mercati e di chi vi opera. Negli ultimi mesi, inoltre, le tensioni sui mercati finanziari e le difficoltà del decollo della previdenza complementare hanno mostrato a tutto tondo come la debolezza del sistema di regolazione e di vigilanza possa fare correre a tutti più rischi del dovuto. Il suo iter è stato bloccato dalle pressioni particolaristiche e dai veti incrociati che hanno caratterizzato il Governo prima ancora che il Parlamento della XV Legislatura. Occorre riprenderne i punti salienti al più presto nella XVI Legislatura e giungere ad un’architettura che assicuri un miglior funzionamento delle Authorities, eliminando incongruenze e sovrapposizioni.
Liberalizzazioni, capitale umano e, capitale sociale Oggi la Nazione è afflitta da un deficit di liberalismo, una povertà di cultura liberale ascrivibile alla classe dirigente, non solo politica, nel suo complesso. Questo è il punto centrale dei “Rapporti sul processo di liberalizzazione nella società italiana” che dal 1999 Società Libera pubblica ogni anno- l’edizione relativa al 2007 è in uscita in maggio. “Società Libera” è un’associazione apolitica ed apartitica di analisi e riflessioni sui problemi del liberalismo: in giugno di ogni anno conferisce il Premio Internazionale per la Libertà a personalità italiane e straniere. A conclusioni analoghe giungono i “Rapporti” annuali del Censis. E - quel che più conta- le analisi del sistema Italia effettuate annualmente dall’Ocse e dal Fondo monetario.
Negli ultimi anni non soltanto le cosiddette “lenzuolate” promosse dal Ministro allo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani hanno avuto effetti trascurabili ma si si è proceduto all’inverso (ad esempio nel caso dell’acquisizione della società Serravalle da parte dell’amministrazione provinciale di Milano a guida di centro-sinistra - , i ritardi nella ristrutturazione dei servizi finanziari, il mantenimento della golden share (e di forme surrettizie ad esse equivalenti). La complessità della regolazione, gli attriti alla circolazione d’informazioni, la debolezza dei meccanismi concorrenziali e di protezione dei diritti di proprietà incentivano l’investimento in attività redistributive e di influenza sul potere pubblico, piuttosto che nello sviluppo di talento creativo, innovazioni e conoscenze utili a competere nei mercati mondiali. Gli alti costi di transazione che appesantiscono il sistema produttivo ed incidono negativamente sulla produttività
L’esigenza di liberalizzazione non riguarda soltanto i beni ed i servizi di mercato ma anche i processi per la produzione dei beni più preziosi alla modernizzazione dell’Italia: il capitale umano ed il capitale sociale. La “riforma Moratti” non solo ha iniziato un adeguamento ai sistemi europei, ma ha rappresentato una di rivoluzione per la scuola in Italia: curriculum personalizzato dello studente, portfolio delle competenze acquisite, forte coinvolgimento delle famiglie, istituzione della nuova figura del tutor per facilitare il rapporto tra insegnanti e genitori, il tutto per moltiplicare le possibilità di scelta consapevole dello studente. Sul fronte degli assetti due sono i punti di responsabilizzazione e consapevolezza: la valutazione di sistema quasi totalmente ignota nella prassi scolastica italiana e l’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria anche nei licei come apertura al mondo del lavoro. Il binomio competizione-cooperaziore tra istituti anche nel settore pubblico è l’elemento centrale del lavoro. Occorre riconoscere che “Il quaderno bianco sulla scuola” presentato nell’autunno 2007 prosegue in gran misura sul tracciato allestito nella XIV Legislatura. L’impatto della riforma sulla realtà scolastica non è ad oggi valutabile; segnali di una maturazione dal basso verso una disposizione all’autonomia e alla scelta sono dati, da un lato, dall’impatto delle nuove tecnologie sulla docenza a seguito di una specifica formazione in materia promossa e dall’adozione di sistemi di controllo di qualità nelle scuole che hanno fatto richiesta di finanziamenti europei. Quanto all’Università i provvedimenti varati nella XV Legislatura non offrono novità sostanziali e rappresentano per molti aspetti un passo indietro.
Il mondo della comunicazione, infine, si presenta come un mercato ancora troppo ingessato, nonostante la massiccia introduzione di tecnologie e gli sforzi del legislatore per ampliare gli spazi di libertà e partecipazione. Libertà dei media e libertà degli operatori del mondo dell'informazione sono due dimensioni fortemente interrelate.
I servizi pubblici locali Se dal livello nazionale si passa a quello locale si affronta il variegato capitalismo municipale sviluppatosi in Italia. I dati essenziali sono i seguenti: 370 aziende, 200.000 addetti, un contributo al pil nazionale che varia, per regione, dall’1% al 6% . In questo segmento così rilevante dell’economia italiana si è prodotto tra il 2001 ed il 2006 un calo degli investimenti in rapporto al fatturato dal 20% al 17%. Il calo è stato ancora più pronunciato nei comparti dell’energia dal 20% al 13% e dei trasporti pubblici locali,dal 23 al 20%), Ciò a fronte di persistenti nonché vistose differenze costi del personale e della redditività fra le varia macro-aree (Sud,Centro e Nord)
Queste cifre, danno corpo all’ipotesi secondo cui in certe aree del Paese ed in certi settori l’”ingombro” della politica locale è maggiore che in altre con l’esito che il management, anche di qualità, ha le mani legati pure nel reperimento di finanziamenti (nonostante la disponibilità di risorse private per finanza di progetto). Inoltre, il forte aumento dell’imposizione locale (nel solo 2007 il gettito dei comuni è aumentato dell’8,5%) ha comportato un freno alle tariffe: uno studio delle Università di Brescia e Padova indica che dal 1998 al 2005, gli esborsi per acqua, elettricità e riscaldamento delle famiglie a basso reddito è passata dallo 0,0648% allo 0,0595% della spesa familiare totale, restando al di sotto dei livelli di soglia definiti nel resto dell’Ue. Infine, i tentativi di liberalizzazione e di privatizzazione, che avrebbero dovuto avere grazie alle misure previste nella finanziaria del 2002 sono stati meramente formali. Ci si è mossi in modo discordante in materia di trasporto pubblico locale, gas, energia elettrica e acque. Causando frammentazione ed ingenerando disorientamento tra i potenziali investitori.
La varie versioni del cosiddetto ddl Lanzilotta (lo strumento predisposto nella XV Legislatura per operare in questo campo) non solo prevedevano privatizzazioni prima di dare corpo alle liberalizzzioni (replicando l’errore compiuto a livello nazionale negli Anni Novanta) ma non riducevano l’incertezza né sugli obiettivi dei servizi pubblici locali (trasporti ed energia in prima fila) né sugli strumenti per offrirli ai cittadini nelle condizioni migliori. Non rappresenta un punto d’avvio per la XVI Legislatura.
Come uscirne? Il Dipartimento di Economia del “La Sapienza” propone, in uno studio recente, “una scelta radicale”:“una gestione pubblica separata dalla fornitura del servizio, almeno sino al momento in cui non sarà risolto il nodo degli assetti gestionali” . E’ una soluzione sensata piuttosto che radicale, specialmente in un quadro in cui c’è una spinta imprenditoriale in campi (telecomunicazioni, energia, autostrade) con prospettive di profitto
Un ultimo punto, negli ultimi dieci mesi (mentre l’attenzione del mondo politico era in gran misura rivolta al progressivo disfacimento del Governo Prodi e del Parlamento della XV Legislatura , e quindi alle inevitabili elezioni) le cronache sulla vita delle aziende nelle prime pagine della stampa finanziaria riguardano, in gran misura, tensioni e fibrillazioni tra s.p.a. (Hera, Iride, Gesac, Aem-Asm, Acea) di cui i Comuni, le Province ed in certi casi le Regioni sono tra i maggiori azionisti. E’ un universo vasto, ma poco conosciuto.
Una radiografia utile del settore è stata condotta dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem). L’analisi si distingue da altre effettuate in questi ultimi anni – ad esempio dallo studio della Fondazione Civicum che ha esaminato i dati di bilancio di 35 società a controllo comunale in sei grandi comuni e dalle ricerche periodiche della Conservizi – perché esamina il capitalismo municipale, la forma più consistente di imprenditoria pubblica, sotto il profilo dell’entità della partecipazione delle autonomie locali in società di capitali invece che sotto quello della spesa, dell’occupazione o del ruolo degli enti locali (a cui sono affiliate) nella governance delle fondazioni bancarie, temi centrali delle analisi precedenti.
I risultati sollevano più interrogativi di quelli a cui rispondono. In primo luogo, le 370 imprese partecipate da enti locali formano il 6% del pil prodotto in loco ed il 2% dell’occupazione. Siamo, quindi, alle prese con un fenomeno importante sotto il profilo sia dell’economia reale sia della finanza (e pubblica e d’impresa) sia, infine, dell’imprenditorialità.
Il capitalismo municipale è presente non soltanto nei comparti tradizionali dei servizi di pubblica utilità (come l’energia, l’acqua, i trasporti) ma anche in campi puramente di mercato e non necessariamente di competenza pubblica, come le costruzioni, il commercio, il manifatturiero ed i servizi nei comparti più differenti e più variegati. Ci sono incroci complessi nell’assetto azionario delle multiutility: ad esempio, l’azionista di maggioranza della GESAC (Società di gestione degli aeroporti campani) è una multinazionale di origine britannica e tra gli altri soci si contano oltre al Comune ed alla Provincia di Napoli, in posizione nettamente minoritaria, anche il Comune e la Provincia di Milano ed altri privati. La complessità dell’assetto azionario è una delle determinanti delle difficoltà nei processi di aggregazioni in corso, sotto lo stimolo dell’integrazione europea ed internazionale.
Un aspetto dell’analisi riguarda gli effetti dell’ingresso d’azionisti e capitale privato sugli indicatori consueti di redditività finanziaria; le società miste presentano redditività superiore di quelle solamente municipali specialmente in termine di margine operativo lordo. L’eccezione è rappresentata dai trasporti locali, su cui gravano forti vincoli politici a carattere occupazionale che di conseguenza influiscono negativamente su un indice d’efficienza significativo - l’utile per addetto.
Quanto influisce la politica, specialmente quella a livello locale, sulle scelte imprenditoriali? Lo studio non fornisce una risposta puntuale: da un lato, si riconosce ormai generalmente l’esigenza di una professionale manageriale ben distinta da interferenze burocratiche e di politica di piccolo cabotaggio. Dall’altro, la presenza del capitalismo municipale (spesso in perdita) in settori di mercato che poco hanno a che fare con interessi di pubblica utilità suggerisce che a livello locale lo Stato produttore continua ad esistere con i difetti delle partecipazioni statali di un tempo (nonché della Rai, delle Poste, delle Ferrovie, dell’Alitalia ancora oggidì). La maggiore redditività delle società miste rispetto a quelle puramente pubbliche dovrebbe essere un impulso a privatizzare o a meglio regolamentare.
Il percorso non è semplice . Varie alternative sono indicate in un lavoro importante (ma non citato nella ricca bibliografia dell’analisi della Feem): i due volumi, per oltre 1000 pagine (ed in vendita a $ 470, circa € 400) curati da Ray Rees sull’economia delle aziende di pubblica utilità pubblicato alcuni mesi fa dalla casa editrice Cheltenham del Massachusetts.
Conclusioni In termini operativi per la XVI Legislatura, tre linee d’azione appaiono essenziali:
· Riformare le Authorities , riducendone il numero (tramite accorpamenti), eliminando duplicazioni, uniformando criteri di selezione e nomina dei componenti, nonché durata degli incarichi e entità compensi.
· Incoraggiare il binomio competizione-cooperazione nel vasto settore del capitale umano e del capitale sociale.
· Liberalizzare i settori protetti mettendo a punto con le categorie un big bang in nodo che i costi relative (o le perdite relative di rendite di posizione) si elidano a vicenda,
· Definire con una legge quadro le liberalizzazioni, prima, e le privatizzazioni, poi, dei servizi pubblici locali.
I PROMESSI SPOSI DEL CIELO TRICOLORE DEVONO STARE ATTENTI AI LOW COST, Libero del 7 giugno
E’ nato un nuovo partito, quello delle nozze tra Alitalia ed Air One per dare vita ad una fusione a cui, forse in futuro, aggregare altri partner industriali e finanziari. Il gruppo bancario Intesa San Paolo ha fatto sapere che “per ora presterà opera di sola consulenza” al Governo (ossia esaminare i conti, le potenzialità, le possibilità e le probabilità di un rilancio di Alitalia – nulla di più); le “banche con le ali”, come ha scritto Libero Mercato lo scorso dicembre, non piacciono neanche a loro in quanto si rendono conto dei pericoli (non solo dei rischi) di entrare in un tale ménage (pure nella sola veste di testimone di nozze). Tuttavia il partito pare solido (almeno in Italia; nel resto del mondo si dà, a torto od a ragione, Alitalia per spacciata se non riuscirà ad entrare, da socio minoritario, in una partnership internazionale). E’ un partito chiaramente bi-partisan, dati i contatti su cui conta il vettore con sede sociale a Chiedi ed operativa a Roma. Ha propri coreofi nei giornali e nelle televisioni, ammaliati dal fascino dell’italianità dell’operazione. Prende le distanze dal partito delle nozze “Il Sole-24 Ore”, nei cui servizi vengono presentati dati secondo cui la capacità di carico media dei voli Air One sarebbe al 50%, ben al di sotto di quel 75-80% che con gli attuali alti costi di gestione viene considerato necessario per sopravvivere. Sempre “Il Sole-24 Ore” riporta analisi sconfortanti su margine operativo lordo, indebitamento e capitale effettivamente disponibile d’Air One: se nessuno smentisce i dati, a mio parere la fusione equivarrebbe a dare al vettore un’”opzione call” sul bilancio dello Stato per invocare (ed ottenere) sostegno allo scopo d’impedire interruzioni di pubblico servizio. Sarà probabilmente Intesa San Paolo a condurre un’analisi dei conti e della capacità industriale non soltanto di Alitalia ma anche d’Air One: quando ci si vuole sposare, di norma, si offrono assicurazione sulla propria capacità di far fronte ai doveri coniugali, sotto il profilo tecnico e finanziario , specialmente se un giovanotto (Air One ha circa 25 anni) sposa un’attempata un po’ malconcia e messa decisamente male dal punto di vista del patrimonio e del reddito.
Il partito bipartisan delle nozze Alitalia-Air One ha lanciato nel contempo un attacco nei confronti delle “low cost” (Raynair , non dimentichiamolo, ha fatto ricorso alle autorità europee contro il prestito/aumento di capitale di 300 milioni di euro per fare sopravvivere Alitalia ancora un po’- c’è chi stima 12 mesi chi parla di, al massimo, sei). Le “low cost” vengono additate come le bestie nere che avrebbe portato disordine nell’armonia nella navigazione aerea. A chi fa presente che esse hanno invece aperto un mercato dove l’oligopolio collusivo era la prassi, si risponde con un nuovo argomento: stanno danneggiando l’ambiente (con un forte inquinamento atmosferico) tanto che dovrebbero essere messe al bando o quasi in base al Protocollo di Kyoto. Inoltre, sarebbe diventate fragilissime e, quindi, inaffidabili a ragione degli aumenti dei prezzi del carburante che ne avrebbero messo a repentaglio i conti economici. Questi argomenti hanno sostanza ma si applicano a tutte le compagnie aeree: quanto più si vola (quale sia il “carrier”) tanto più s’inquina. Le prime compagnie a cadere sotto la scure dell’incremento dei prezzi dal carburante sono state alcune major americane. In questi giorni, alla riunione annuale dell’IATA tenutasi a Istanbul, è stato messo in rilievo come non è il modello “low cost” ad essere in discussione; saranno le tariffe aree di tutti a dover essere ritoccate all’insù sino al ritorno a mercati meno burrascosi.
Le “low cost”, anzi, non soltanto continueranno ad essere una minaccia a sponsali con le ali tra partner squattrinati, ma ad apportare benefici economici di rilievo a Paesi a vocazione turistica come l’Italia. Lo dice a tutto tondo uno degli ultimi documenti firmati , il 14 marzo, da Pier Luigi Bersani nella sua veste di Ministro per lo Sviluppo Economico. Le “low cost” hanno generato flussi “nuovi” di turisti stimolati dai bassi prezzi dei biglietti che hanno rappresentato un’opportunità per le regioni del Mezzogiorno per incrementare il turismo nei flussi di bassa stagione e contrastare la stagionalità del turismo (ed i costi finanziari, economici e sociali che essa comporta). Un’analisi dettagliata relativa al traffico allo scalo d’Alghero analizza la distribuzione mensile del numero dei passeggeri confronta i dati del 2000 con quelli del 2006 e dimostra come uno degli esiti principali sia stato quello di ridurre la pressione nei mesi di luglio ed agosto per spalmare il turismo sui 12 mesi dell’anno (incoraggiando anche in inverno attività collegate, ad esempio, al golf). Un indice di stagionalità, calcolato come deviazione standard dei flussi mensili di traffico, evidenzia come nel 2000-2006 dove c’è stata una maggiore specializzazione nei collegamenti a basso costo (Ciampino, Bergamo, Treviso) la stagionalità turistica è quasi dimezzata. Di conseguenza, l’enfasi nei programmi di sviluppo delle Regioni del Sud (a valere sui fondi strutturali europei) nell’attrezzare i loro scali per le “low cost”. Anche in base ad una decisione assunta dalla Commissione Europea (Decisione 2004/393/CE del 12 febbraio 2004) in materia di interpretazione della normativa per gli aiuti di Stato rispetto al traffico “low cost”, ed alla apertura dei mercati che ne consegue. Non agli sponsali con le ali che minacciano, invece, di restringere i mercati proprio nelle rotte più redditizie.
Il partito bipartisan delle nozze Alitalia-Air One ha lanciato nel contempo un attacco nei confronti delle “low cost” (Raynair , non dimentichiamolo, ha fatto ricorso alle autorità europee contro il prestito/aumento di capitale di 300 milioni di euro per fare sopravvivere Alitalia ancora un po’- c’è chi stima 12 mesi chi parla di, al massimo, sei). Le “low cost” vengono additate come le bestie nere che avrebbe portato disordine nell’armonia nella navigazione aerea. A chi fa presente che esse hanno invece aperto un mercato dove l’oligopolio collusivo era la prassi, si risponde con un nuovo argomento: stanno danneggiando l’ambiente (con un forte inquinamento atmosferico) tanto che dovrebbero essere messe al bando o quasi in base al Protocollo di Kyoto. Inoltre, sarebbe diventate fragilissime e, quindi, inaffidabili a ragione degli aumenti dei prezzi del carburante che ne avrebbero messo a repentaglio i conti economici. Questi argomenti hanno sostanza ma si applicano a tutte le compagnie aeree: quanto più si vola (quale sia il “carrier”) tanto più s’inquina. Le prime compagnie a cadere sotto la scure dell’incremento dei prezzi dal carburante sono state alcune major americane. In questi giorni, alla riunione annuale dell’IATA tenutasi a Istanbul, è stato messo in rilievo come non è il modello “low cost” ad essere in discussione; saranno le tariffe aree di tutti a dover essere ritoccate all’insù sino al ritorno a mercati meno burrascosi.
Le “low cost”, anzi, non soltanto continueranno ad essere una minaccia a sponsali con le ali tra partner squattrinati, ma ad apportare benefici economici di rilievo a Paesi a vocazione turistica come l’Italia. Lo dice a tutto tondo uno degli ultimi documenti firmati , il 14 marzo, da Pier Luigi Bersani nella sua veste di Ministro per lo Sviluppo Economico. Le “low cost” hanno generato flussi “nuovi” di turisti stimolati dai bassi prezzi dei biglietti che hanno rappresentato un’opportunità per le regioni del Mezzogiorno per incrementare il turismo nei flussi di bassa stagione e contrastare la stagionalità del turismo (ed i costi finanziari, economici e sociali che essa comporta). Un’analisi dettagliata relativa al traffico allo scalo d’Alghero analizza la distribuzione mensile del numero dei passeggeri confronta i dati del 2000 con quelli del 2006 e dimostra come uno degli esiti principali sia stato quello di ridurre la pressione nei mesi di luglio ed agosto per spalmare il turismo sui 12 mesi dell’anno (incoraggiando anche in inverno attività collegate, ad esempio, al golf). Un indice di stagionalità, calcolato come deviazione standard dei flussi mensili di traffico, evidenzia come nel 2000-2006 dove c’è stata una maggiore specializzazione nei collegamenti a basso costo (Ciampino, Bergamo, Treviso) la stagionalità turistica è quasi dimezzata. Di conseguenza, l’enfasi nei programmi di sviluppo delle Regioni del Sud (a valere sui fondi strutturali europei) nell’attrezzare i loro scali per le “low cost”. Anche in base ad una decisione assunta dalla Commissione Europea (Decisione 2004/393/CE del 12 febbraio 2004) in materia di interpretazione della normativa per gli aiuti di Stato rispetto al traffico “low cost”, ed alla apertura dei mercati che ne consegue. Non agli sponsali con le ali che minacciano, invece, di restringere i mercati proprio nelle rotte più redditizie.
venerdì 6 giugno 2008
ALITALIA INFORMAZIONI PARZIALI ED INUTILI ALLARMISMI COMPLICANO LA PARTITA L'Occidentale 6 giugno
ALITALIA INFORMAZIONI PARZIALI ED INUTLI ALLARMISMI COMPLICANO LA PARTITA
Nel pomeriggio del 5 giugno si è diffuso grande allarmismo in Alitalia a ragione di informazioni in parte vecchie e in parte parziali e di dichiarazioni fuorvianti di Walter Veltroni.
Il leader dell'opposizione ha dichiarato che “il Governo è in stato confusionale” in materia della strategia da seguire per il futuro della compagnia.
La dichiarazione è stata innescata da due “news”: i dati sul tracollo dei passeggeri rilevato in aprile (una riduzione del 25% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente) e la possibile apertura di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea nei confronti del prestito-ricapitalizzazione del Governo italiano per dare tempo alla eventuale cordata pro-Alitalia di formarsi e prendere consistenza.
Esaminiamo queste “news” con cura. In primo luogo, i dati sul tracollo del traffico passeggeri – più eloquenti di quelli relativi al solo mese di aprile quelli afferenti al primo quadrimestre 2008 (-13, 4% rispetto allo stesso periodo del 2007) - sono il risultato non tanto degli avvenimenti dell’ultimo periodo quando della confusa e pasticciata non-procedura seguita dal dicembre 2006 (un percorso che ha fatto scappare tutti i pretendenti alle nozze con Alitalia ed ha fatto temere il fallimento della compagnia da un giorno all’altro).
Il Governo Prodi ed i sindacati hanno una responsabilità non secondaria nella complicata vicenda. Le prenotazioni aeree, di solito, si fanno con anticipo (specialmente quelle per gruppi); il dato di aprile e del primo quadrimestre 2008 rispecchia la situazione caotica del secondo semestre 2007. Non che il quadro degli ultimi giorni sia molto più rassicurante: data la situazione trovata, si sta cercando di mantenere in vita Alitalia per un certo lasso di tempo (c’è chi dice anche un anno) al fine di trovare un innamorato dotato di risorse finanziarie ed industriali.
In secondo luogo, la prima udienza del procedimento sul caso Alitalia verrà tenuta dalla Commissione Europea l’11 giugno. Non è scontato che la decisione sarà negativa, anche a ragione dell’atteggiamento assunto a propositivo di maxi-salvataggi bancari nel Regno Unito ed in Francia. Il Vice Presidente della Commissione (incaricato inoltre del settore trasporti) è Antonio Tajani. Anche se una volta a Bruxelles Tajani non riferisce più alle autorità italiane, è stato nominato alla Commissione con il portafoglio specifico dei trasporti proprio perché utilizzi tutta la propria conoscenza di regole comunitarie (acquisita in circa tre legislature al Parlamento Europeo) e la propria eloquenza per convincere i colleghi di come , nel contesto attuale, la strategia delineata da Roma sia la più sensata.
In caso non ci riesca, dal giorno della notifica del verdetto (non necessariamente l’11 giugno) Roma ha un mese per rispondere e quattro mesi per trovare (ed attuare) una soluzione; altrimenti, con la restituzione del prestito (dall’Alitalia all’erario e le sanzioni dell’Ue nei confronti dell’Italia) scatterà l’inevitabile procedura di commissariamento ed il probabile fallimento della compagnia.
Non siamo affatto fuori dal tunnel. L’allarmismo derivante dall’interpretazione artata di news imprecise non semplifica la situazione. La complica.
Nel pomeriggio del 5 giugno si è diffuso grande allarmismo in Alitalia a ragione di informazioni in parte vecchie e in parte parziali e di dichiarazioni fuorvianti di Walter Veltroni.
Il leader dell'opposizione ha dichiarato che “il Governo è in stato confusionale” in materia della strategia da seguire per il futuro della compagnia.
La dichiarazione è stata innescata da due “news”: i dati sul tracollo dei passeggeri rilevato in aprile (una riduzione del 25% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente) e la possibile apertura di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea nei confronti del prestito-ricapitalizzazione del Governo italiano per dare tempo alla eventuale cordata pro-Alitalia di formarsi e prendere consistenza.
Esaminiamo queste “news” con cura. In primo luogo, i dati sul tracollo del traffico passeggeri – più eloquenti di quelli relativi al solo mese di aprile quelli afferenti al primo quadrimestre 2008 (-13, 4% rispetto allo stesso periodo del 2007) - sono il risultato non tanto degli avvenimenti dell’ultimo periodo quando della confusa e pasticciata non-procedura seguita dal dicembre 2006 (un percorso che ha fatto scappare tutti i pretendenti alle nozze con Alitalia ed ha fatto temere il fallimento della compagnia da un giorno all’altro).
Il Governo Prodi ed i sindacati hanno una responsabilità non secondaria nella complicata vicenda. Le prenotazioni aeree, di solito, si fanno con anticipo (specialmente quelle per gruppi); il dato di aprile e del primo quadrimestre 2008 rispecchia la situazione caotica del secondo semestre 2007. Non che il quadro degli ultimi giorni sia molto più rassicurante: data la situazione trovata, si sta cercando di mantenere in vita Alitalia per un certo lasso di tempo (c’è chi dice anche un anno) al fine di trovare un innamorato dotato di risorse finanziarie ed industriali.
In secondo luogo, la prima udienza del procedimento sul caso Alitalia verrà tenuta dalla Commissione Europea l’11 giugno. Non è scontato che la decisione sarà negativa, anche a ragione dell’atteggiamento assunto a propositivo di maxi-salvataggi bancari nel Regno Unito ed in Francia. Il Vice Presidente della Commissione (incaricato inoltre del settore trasporti) è Antonio Tajani. Anche se una volta a Bruxelles Tajani non riferisce più alle autorità italiane, è stato nominato alla Commissione con il portafoglio specifico dei trasporti proprio perché utilizzi tutta la propria conoscenza di regole comunitarie (acquisita in circa tre legislature al Parlamento Europeo) e la propria eloquenza per convincere i colleghi di come , nel contesto attuale, la strategia delineata da Roma sia la più sensata.
In caso non ci riesca, dal giorno della notifica del verdetto (non necessariamente l’11 giugno) Roma ha un mese per rispondere e quattro mesi per trovare (ed attuare) una soluzione; altrimenti, con la restituzione del prestito (dall’Alitalia all’erario e le sanzioni dell’Ue nei confronti dell’Italia) scatterà l’inevitabile procedura di commissariamento ed il probabile fallimento della compagnia.
Non siamo affatto fuori dal tunnel. L’allarmismo derivante dall’interpretazione artata di news imprecise non semplifica la situazione. La complica.
VA IN SCENA IL GREGORIANO ELETTROACUSTICO, Il Velino 6 giugno
“E’ Festa grande a Palazzo Farnese”, dice il Sacrestano nel primo atto di “Tosca”. Con una “festa grande” proprio a Palazzo Farnese si è inaugurato la sera del 5 giugno il Festival Suona Francese organizzato da Nuova Consonanza. Si estende sino al 17 giugno (i concerti successivi a quello inaugurale si svolgono al Teatro Palladio). Tra i tanti aspetti interessanti della manifestazione ci sono le prime esecuzioni si ascolteranno prime italiane di lavori di autori italiani (anche se di scuola francese) della contemporaneità più ardita come “Les machines spirituelles” di Valerio Murat e “Aqua Sapienza/Angelus Domini” di Alessandro Cipriani, due giovani compositori italiani ambedue di scuola francese e specializzati in elettroacustica.. Il brano di Murat è un elogio a Marinetti ed al mito futuristico della velocità e della sintesi tra arte future, mentre quello di Cipriani realizza un contrappunto virtuale segmentando e spazializzando frammenti di canti gregoriani spezzettati e ri-composti. Un’occasione davvero unica per toccare con mano il percorso della musica dello spirito quasi dagli inizi ai giorni nostri.
Per mera coincidenza il 14 giugno si tiene a Roma un concerto di grande rilieno nell’ambito di una delle manifestazioni tradizionali più importanti di musica dello spiriti: il Festival Creator , giunto alla quarta edizione. Presso S.Maria di Chiesa Nuova, viene eseguito un Oratorio dedicato a Giovanni Pierluigi da Palestrina, costruito secondo la forma originale degli oratori di San Filino Neri in cui canto, preghiera e parola si fondevano intorno ad un tema particolare. L’Oratorio è incentrato sulla figura di Palestrina ed è basato su alcune delle pagine più suggestive della produzione palestriniana. Questa edizione del Festival Creator 2008 è iniziato a Faenza a metà marzo con la messa in scena, per la prima volta in tempi moderni, de “Il Re del dolore in Gesù Cristo Signor nostro coronato di spine”di Antonio Caldara. L’oratorio (del 1722) è un vero e proprio esempio di teatro in musica quaresimale, poiché è altamente drammatico e richiede solisti, coro ed orchestra di medio organico Per l’occasione è stato recuperato un fondale storico, di Romolo Liverani , lo scenografo romagnolo più importante dell'epoca romantica. L’esecuzione, curata dall’Accademia Bizantina guidata da Ottavio Dantone, ha avuto notevole successo ed è stata replicata, pochi giorni dopo a Cracovia. Significativo pure l’accostamento tra visivo e musica sacra russa: una mostra di 80 icone russe ha fatto da sfondo ad un concerto, per coro, di brani della ricca tradizione bizantino-slava, accentuando il simbolismo della musica religiosa dell’Europa Orientale. Altro appuntamento di rilievo una serie di percorsi di musica sacra per chitarra (dalle laudi medioevali, alle corali luturane alle finissime armonizzazioni catalane e venezuelane).
Sempre il 5 giugno infine, ha avuto luogo, a Firenze, la prima italiana di Phaedra di Hans Werner Henze che a 82 anni sta vivendo una seconda giovinezza. Prodotta per Berlino , prontamente ripresa a Bruxelles, Phaedra, in due atti, si ispira al mito greco noto soprattutto tramite tragedie antiche di Euripide e di Seneca e moderne di Racine e D’Annunzio, Nell’opera di Henze, la tragedia dell’amore peccaminoso della regina per il figliastro è coniugata con una sua continuazione in Italia mutuata da alcuni testi latini (Virgilio, Ovidio, il commento di Servio a Virgilio) e dall’indagine di J. Frazer nel Ramo d’oro. I personaggi hanno caratteri molto differenti da quelli della tradizione letteraria, c’è poca azione in scena, il racconto delle vicende è affidato a potenti monologhi a una voce e anche a più voci quando immaginazioni e volontà dei personaggi si incontrano e si confondano. Tutto in Phaedra è costruito sulla coniugazione d’opposti, su di un'aurea dualità che conferisce all’opera la serena nobiltà delle costruzioni classiche. La duplice natura è esplicitata già nella definizione: «Konzertoper», concerto e opera. I due atti hanno pari durata (ciascuno circa 45 minuti), ma sono contrapposti per colore musicale: il primo è di compostezza apollinea, il secondo è invece dionisiaco. Un organico ridotto a 23 strumentisti per una trentina di strumenti e cinque cantanti-interpreti. Attraverso la scrittura musicale e vocale, prima ancora che per il soggetto, Henze sembra dare un significato all'utopia della propria esistenza. Ancora una volta, quindi, del “sacro” contemporaneo.
Per mera coincidenza il 14 giugno si tiene a Roma un concerto di grande rilieno nell’ambito di una delle manifestazioni tradizionali più importanti di musica dello spiriti: il Festival Creator , giunto alla quarta edizione. Presso S.Maria di Chiesa Nuova, viene eseguito un Oratorio dedicato a Giovanni Pierluigi da Palestrina, costruito secondo la forma originale degli oratori di San Filino Neri in cui canto, preghiera e parola si fondevano intorno ad un tema particolare. L’Oratorio è incentrato sulla figura di Palestrina ed è basato su alcune delle pagine più suggestive della produzione palestriniana. Questa edizione del Festival Creator 2008 è iniziato a Faenza a metà marzo con la messa in scena, per la prima volta in tempi moderni, de “Il Re del dolore in Gesù Cristo Signor nostro coronato di spine”di Antonio Caldara. L’oratorio (del 1722) è un vero e proprio esempio di teatro in musica quaresimale, poiché è altamente drammatico e richiede solisti, coro ed orchestra di medio organico Per l’occasione è stato recuperato un fondale storico, di Romolo Liverani , lo scenografo romagnolo più importante dell'epoca romantica. L’esecuzione, curata dall’Accademia Bizantina guidata da Ottavio Dantone, ha avuto notevole successo ed è stata replicata, pochi giorni dopo a Cracovia. Significativo pure l’accostamento tra visivo e musica sacra russa: una mostra di 80 icone russe ha fatto da sfondo ad un concerto, per coro, di brani della ricca tradizione bizantino-slava, accentuando il simbolismo della musica religiosa dell’Europa Orientale. Altro appuntamento di rilievo una serie di percorsi di musica sacra per chitarra (dalle laudi medioevali, alle corali luturane alle finissime armonizzazioni catalane e venezuelane).
Sempre il 5 giugno infine, ha avuto luogo, a Firenze, la prima italiana di Phaedra di Hans Werner Henze che a 82 anni sta vivendo una seconda giovinezza. Prodotta per Berlino , prontamente ripresa a Bruxelles, Phaedra, in due atti, si ispira al mito greco noto soprattutto tramite tragedie antiche di Euripide e di Seneca e moderne di Racine e D’Annunzio, Nell’opera di Henze, la tragedia dell’amore peccaminoso della regina per il figliastro è coniugata con una sua continuazione in Italia mutuata da alcuni testi latini (Virgilio, Ovidio, il commento di Servio a Virgilio) e dall’indagine di J. Frazer nel Ramo d’oro. I personaggi hanno caratteri molto differenti da quelli della tradizione letteraria, c’è poca azione in scena, il racconto delle vicende è affidato a potenti monologhi a una voce e anche a più voci quando immaginazioni e volontà dei personaggi si incontrano e si confondano. Tutto in Phaedra è costruito sulla coniugazione d’opposti, su di un'aurea dualità che conferisce all’opera la serena nobiltà delle costruzioni classiche. La duplice natura è esplicitata già nella definizione: «Konzertoper», concerto e opera. I due atti hanno pari durata (ciascuno circa 45 minuti), ma sono contrapposti per colore musicale: il primo è di compostezza apollinea, il secondo è invece dionisiaco. Un organico ridotto a 23 strumentisti per una trentina di strumenti e cinque cantanti-interpreti. Attraverso la scrittura musicale e vocale, prima ancora che per il soggetto, Henze sembra dare un significato all'utopia della propria esistenza. Ancora una volta, quindi, del “sacro” contemporaneo.
giovedì 5 giugno 2008
IL VERTICE FAO E’ STATO UN FALLIMENTO (ANCHE PER LA FAO) L'Occidentale 5 giugno
Ancora una volta un “vertice straordinario” della Fao (Food and Agricolture Organization, Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, agenzia specializzata delle Nazioni Unite) si chiude con torrenti di parole, geremiadi, auspici, richieste d’aumenti degli aiuti dal Nord al Sud del mondo ma con un sostanziale nulla di fatto. Un nuovo fallimento, quindi, della principale tra le organizzazioni agro-alimentari con sede a Roma (le altre due sono il Wfp, World Food Program o programma mondiale alimentare e l’Ifad, International Fund for Agricultural Development, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo). Anche poiché la Fao ha la sede a Roma, il Governo italiano ne è il principale finanziatore. Dopo questo ulteriore scacco, sarebbe appropriato che il Ministero degli Affari Esteri rivedesse le priorità nell’allocazione degli scarsi fondi per la cooperazione allo sviluppo.
Dopo tre giorni di riunioni, la stampa internazionale (interessanti i commenti del “New York Times” e di “Le Monde”) sottolinea come la politica pura (principalmente il desiderio di esibirsi dal pulpito Fao da parte di Capi di governi autoritari, messi al mando dalla comunità internazionale) hanno avuto il sopravvento sui temi sostanziali: come affrontare il doppio problema della fame sempre più mortale per un miliardo di persone e dell’aumento dei prezzi delle derrate. Nelle sessioni “tecniche” si è discusso molto nel nesso tra l’alto (e crescente) costo degli alimentari ed i prodotti bioconbustibili, del protezionismo, dell’ascesa dei prezzi del petrolio e delle distorsioni apportate dai sussidi. Si è anche parlato di un’espansione degli aiuti alimentari (ossia di convogliare una crescente parte delle eccedenze di Paesi Ocse verso i Paesi in via di sviluppo). Tuttavia, poco o nulla dei dibattiti hanno riguardato il nodo centrale: come investire di più nell’agricoltura dei Paesi il cui reddito pro-capite è nella scala più bassa, facilitare l’aumento delle rese in quello che un tempo veniva chiamato il Terzo Mondo e spendere di meno nel trasportare alimentari attraverso del metà del globo (con perdite anche considerevoli di merci) per tentare di dare da mangiare agli affamati.
A Viale Aventino, dove hanno sede gli uffici principeschi della Fao, si afferma che le responsabilità del fallimento sono interamente degli Stati membri non dell’Organizzazione. C’è del vero in questa constatazione. Tuttavia non si può ignorare la Fao in quanto tale ha mancato ad i suoi compiti istituzionali essenziali.
In primo luogo, con i suoi 4000 dipendenti (sostanzialmente privi di funzioni operative, affidate invece agli 8000 dipendenti del Wpf ed i 600 circa dell’Ifad) , non ha previsto per tempo il mutamento strutturale dell’economia mondiale in corso da un decennio. E’ vero che in un rapporto provocato l’autunno scorso (ossia quando la tendenza in atto da oltre due lustri era chiara a tutti) avvertiva che siamo alla fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte). Un nuovo documento Fao ricorda anche che nel 2007, i prezzi mondiali dei lattiero-caseari sono aumentati dell’80%, quelli del frumento del 42%. Due anni prima della Fao, l’Ocse aveva avvertito, nei prossimi dieci anni i prezzi del granturco aumenteranno del 27%, quelli dei semi d’olio del 23% e quelli del riso del 9%. All’ultima tornata, l’indice aggregato dell’Economist dei prezzi degli alimentari corre ben del 60% tra il giugno 2007 ed il giugno 2008.
In secondo luogo, la Fao è virtualmente assente dalle discussioni della Doha development agenda (Dda), la trattativa multilaterale in corso dal 2001 in seno all’Omc (Organizzazione mondiale del commercio) , uno dei cui obiettivi principali è la liberalizzazione del commercio agricolo (strumento essenziale) per incoraggiare la produzione agricola.
In terzo luogo, la Fao è stata ambivalente ed ambigua in termini di nuove tecnologie per aumentare le rese agricole (omg e non solo). Già alla fine degli Anni Sessanta un’analoga ambivalenza ed ambiguità caratterizzarono la Fao di fronte a quell’”agribusiness” che avrebbe innescato la cosiddetta “rivoluzione verde”: Restò tale anche quando nel 1967, il 20th Century Fund dava alle stampe uno studio in tre fitti volumi curato dal Premio Nobel Gunnard Myrdal: “Asia Drama – An enquiry into the poverty of Nations” (“Il dramma asiatico: un’indagine sulla povertà delle Nazioni”) che tratteggiava un quadro apocalittico del futuro della regione. Myrdal , uomo di sinistra, invocava, tra l’altro, l’aumento delle rese tramite l’”agribusiness”.
L’incapacità della Fao di adempiere alla propria funzione di base – essere un maxi-ufficio studi, affetto da endemica lentocrazia – dipende da numerose determinanti. La principale è che il senegalese Jacqued Diouf ne è alla guida dall’8 novembre 1993 e, in seguito a vari rinnovi, è in carica sino al 2012. Quasi vent’anni alla testa dell’organizzazione sono davvero troppi. Qualsiasi istituzione si sclerotizzerebbe. All’inizio del suo primo mandato, Diouf ha cercato di riorganizzare la Fao, decentrarne le funzioni e ridurre il personale. Da quando, nel 1998, si avvicinava la rielezione il suo obiettivo principale è stato quello di restare in carica, anche accentuando assunzioni seguendo criteri non effettivamente meritocratici.
Dopo tre giorni di riunioni, la stampa internazionale (interessanti i commenti del “New York Times” e di “Le Monde”) sottolinea come la politica pura (principalmente il desiderio di esibirsi dal pulpito Fao da parte di Capi di governi autoritari, messi al mando dalla comunità internazionale) hanno avuto il sopravvento sui temi sostanziali: come affrontare il doppio problema della fame sempre più mortale per un miliardo di persone e dell’aumento dei prezzi delle derrate. Nelle sessioni “tecniche” si è discusso molto nel nesso tra l’alto (e crescente) costo degli alimentari ed i prodotti bioconbustibili, del protezionismo, dell’ascesa dei prezzi del petrolio e delle distorsioni apportate dai sussidi. Si è anche parlato di un’espansione degli aiuti alimentari (ossia di convogliare una crescente parte delle eccedenze di Paesi Ocse verso i Paesi in via di sviluppo). Tuttavia, poco o nulla dei dibattiti hanno riguardato il nodo centrale: come investire di più nell’agricoltura dei Paesi il cui reddito pro-capite è nella scala più bassa, facilitare l’aumento delle rese in quello che un tempo veniva chiamato il Terzo Mondo e spendere di meno nel trasportare alimentari attraverso del metà del globo (con perdite anche considerevoli di merci) per tentare di dare da mangiare agli affamati.
A Viale Aventino, dove hanno sede gli uffici principeschi della Fao, si afferma che le responsabilità del fallimento sono interamente degli Stati membri non dell’Organizzazione. C’è del vero in questa constatazione. Tuttavia non si può ignorare la Fao in quanto tale ha mancato ad i suoi compiti istituzionali essenziali.
In primo luogo, con i suoi 4000 dipendenti (sostanzialmente privi di funzioni operative, affidate invece agli 8000 dipendenti del Wpf ed i 600 circa dell’Ifad) , non ha previsto per tempo il mutamento strutturale dell’economia mondiale in corso da un decennio. E’ vero che in un rapporto provocato l’autunno scorso (ossia quando la tendenza in atto da oltre due lustri era chiara a tutti) avvertiva che siamo alla fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte). Un nuovo documento Fao ricorda anche che nel 2007, i prezzi mondiali dei lattiero-caseari sono aumentati dell’80%, quelli del frumento del 42%. Due anni prima della Fao, l’Ocse aveva avvertito, nei prossimi dieci anni i prezzi del granturco aumenteranno del 27%, quelli dei semi d’olio del 23% e quelli del riso del 9%. All’ultima tornata, l’indice aggregato dell’Economist dei prezzi degli alimentari corre ben del 60% tra il giugno 2007 ed il giugno 2008.
In secondo luogo, la Fao è virtualmente assente dalle discussioni della Doha development agenda (Dda), la trattativa multilaterale in corso dal 2001 in seno all’Omc (Organizzazione mondiale del commercio) , uno dei cui obiettivi principali è la liberalizzazione del commercio agricolo (strumento essenziale) per incoraggiare la produzione agricola.
In terzo luogo, la Fao è stata ambivalente ed ambigua in termini di nuove tecnologie per aumentare le rese agricole (omg e non solo). Già alla fine degli Anni Sessanta un’analoga ambivalenza ed ambiguità caratterizzarono la Fao di fronte a quell’”agribusiness” che avrebbe innescato la cosiddetta “rivoluzione verde”: Restò tale anche quando nel 1967, il 20th Century Fund dava alle stampe uno studio in tre fitti volumi curato dal Premio Nobel Gunnard Myrdal: “Asia Drama – An enquiry into the poverty of Nations” (“Il dramma asiatico: un’indagine sulla povertà delle Nazioni”) che tratteggiava un quadro apocalittico del futuro della regione. Myrdal , uomo di sinistra, invocava, tra l’altro, l’aumento delle rese tramite l’”agribusiness”.
L’incapacità della Fao di adempiere alla propria funzione di base – essere un maxi-ufficio studi, affetto da endemica lentocrazia – dipende da numerose determinanti. La principale è che il senegalese Jacqued Diouf ne è alla guida dall’8 novembre 1993 e, in seguito a vari rinnovi, è in carica sino al 2012. Quasi vent’anni alla testa dell’organizzazione sono davvero troppi. Qualsiasi istituzione si sclerotizzerebbe. All’inizio del suo primo mandato, Diouf ha cercato di riorganizzare la Fao, decentrarne le funzioni e ridurre il personale. Da quando, nel 1998, si avvicinava la rielezione il suo obiettivo principale è stato quello di restare in carica, anche accentuando assunzioni seguendo criteri non effettivamente meritocratici.
mercoledì 4 giugno 2008
IL SUD PUO' FARCELA...........SE DIMENTICA LA LIRA , Libero 4 giugno
IL SUD PUO’ FARCELA…………SE DIMENTICA LA LIRA
Il 3 giugno, il “laboratorio per le politiche dello sviluppo” – un gruppo informale di funzionari dello Stato e delle autonomie, di tecnici e d’accademici – ha tenuto un seminario di riflessione su dove sta andando il Mezzogiorno e su come migliorarne le prospettive. L’occasione è stata fornita dalla pubblicazione del Rapporto Annuale 2007 del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione sugli interventi nelle aree meno utilizzate (eufemismo con il quale sono ora chiamate le regioni in ritardo di sviluppo). Il rapporto è disponibile in versione integrale al link www.dps.tesoro/rapporto-annuale-2007asp Tra qualche settimana ne sarà distribuita una sintesi (i due volumi, pur se più brevi delle edizioni precedenti del documento, occupano oltre 500 pagine a formato grande ed a stampa fitta). Il rapporto contiene analisi vaste ed approfondite (particolarmente innovativa quella sui servizi e sulle differenze di qualità, per tipologia d’attività, tra le varie aree del Paese). E’ un lavoro quantitativo che evita giudizi espliciti (anche e soprattutto poiché proviene dall’Amministrazione).
E’ utile, tuttavia, a sfatare alcuni luoghi comuni ed a fornire indicazioni, anche controcorrente, nei confronti di quella “questione meridionale” che tale è rimasta sin dagli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia.
In primo luogo, il rapporto documenta che, anche in questi anni di congiuntura difficile, il Sud e le Isole hanno riportato tassi di crescita abbastanza buoni: il pil pro-capite era pari al 56.3% di quello del Centro-Nord nel 2000 ed al 57,9% nel 2006. Il divario si sta colmando, anche se molto lentamente. E’ una crescita trainata dall’export (la fase di ripresa delle esportazioni iniziata nel 2004 è continuata nei primi nove mesi del 2007), mentre il turismo, la creazione netta d’imprese e l’occupazione restano sostanzialmente stazionari. I dati sull’occupazione – in particolare quelli sull’occupazione femminile (al mero 30,9% della forza lavoro)- mostrano che il potenziale esiste ma che occorre trovare idee e strategie per svilupparlo. E per passare da un circolo vizioso di progressivo impoverimento ad uno virtuoso di crescente sviluppo.
Alla lettura del rapporto, la scuola neo-istituzionale (che coniuga storia economia con teoria dei giochi ed analisi dei costi di transazione) direbbe che il nodo fondamentale sta negli alti costi di transazione politici che caratterizzano il Mezzogiorno e sono, a loro volta, caratterizzati da asimmetrie informative e posizionali (“i politici” hanno più informazioni e migliore modo di utilizzarle degli altri soggetti economici). Una sezione del documento – quella sulla scuola – mostra a tutto tondo come tali asimmetrie dipendono in buona misura dalla scarsa qualità del sistema d’istruzione; ne trae anche le conseguenze indicando come questa debba essere priorità d’intervento dei fondi strutturali europei. Si tratta, però, di quelli che gli economisti chiamano incentivi “a basso potenziale”, essenziali ma tali da dare frutti soltanto nel lungo termine (riducendo gradualmente asimmetrie e promovendo mobilità sociale). Devono essere accompagnati da incentivi “ad alto potenziale”- o “azioni irreversibili” oppure “giochi ripetuti” che penalizzano chi bara con una forte perdita di reputazione (e, se del caso, esclusione sociale). Il rapporto non ne parla. Il Mezzogiorno non ha colto a pieno che la scelta dell’euro è stata “un’azione irreversibile”: poiché non si può ricorrere a svalutazioni competitive, o ci si adatta alle nuove regole oppure si affoga. Una partita cruciale è, in ogni caso, in corso in questi giorni in Campania: o si risolve il problema dei rifiuti o la sanzione (interna ed internazionale) in termini di perdita di reputazione sarà durissima (c’è chi la ha la calcolata a 15 volte il danno finanziario). Molto più pesante dalla perdita dei finanziamenti Ue , della dismissione di gran parte dell’attività turistica e di conseguenze pesanti per il manifatturiero e l’agricoltura. La pagheranno tutti. Anche quelli che tentano di evitarla.
Il 3 giugno, il “laboratorio per le politiche dello sviluppo” – un gruppo informale di funzionari dello Stato e delle autonomie, di tecnici e d’accademici – ha tenuto un seminario di riflessione su dove sta andando il Mezzogiorno e su come migliorarne le prospettive. L’occasione è stata fornita dalla pubblicazione del Rapporto Annuale 2007 del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione sugli interventi nelle aree meno utilizzate (eufemismo con il quale sono ora chiamate le regioni in ritardo di sviluppo). Il rapporto è disponibile in versione integrale al link www.dps.tesoro/rapporto-annuale-2007asp Tra qualche settimana ne sarà distribuita una sintesi (i due volumi, pur se più brevi delle edizioni precedenti del documento, occupano oltre 500 pagine a formato grande ed a stampa fitta). Il rapporto contiene analisi vaste ed approfondite (particolarmente innovativa quella sui servizi e sulle differenze di qualità, per tipologia d’attività, tra le varie aree del Paese). E’ un lavoro quantitativo che evita giudizi espliciti (anche e soprattutto poiché proviene dall’Amministrazione).
E’ utile, tuttavia, a sfatare alcuni luoghi comuni ed a fornire indicazioni, anche controcorrente, nei confronti di quella “questione meridionale” che tale è rimasta sin dagli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia.
In primo luogo, il rapporto documenta che, anche in questi anni di congiuntura difficile, il Sud e le Isole hanno riportato tassi di crescita abbastanza buoni: il pil pro-capite era pari al 56.3% di quello del Centro-Nord nel 2000 ed al 57,9% nel 2006. Il divario si sta colmando, anche se molto lentamente. E’ una crescita trainata dall’export (la fase di ripresa delle esportazioni iniziata nel 2004 è continuata nei primi nove mesi del 2007), mentre il turismo, la creazione netta d’imprese e l’occupazione restano sostanzialmente stazionari. I dati sull’occupazione – in particolare quelli sull’occupazione femminile (al mero 30,9% della forza lavoro)- mostrano che il potenziale esiste ma che occorre trovare idee e strategie per svilupparlo. E per passare da un circolo vizioso di progressivo impoverimento ad uno virtuoso di crescente sviluppo.
Alla lettura del rapporto, la scuola neo-istituzionale (che coniuga storia economia con teoria dei giochi ed analisi dei costi di transazione) direbbe che il nodo fondamentale sta negli alti costi di transazione politici che caratterizzano il Mezzogiorno e sono, a loro volta, caratterizzati da asimmetrie informative e posizionali (“i politici” hanno più informazioni e migliore modo di utilizzarle degli altri soggetti economici). Una sezione del documento – quella sulla scuola – mostra a tutto tondo come tali asimmetrie dipendono in buona misura dalla scarsa qualità del sistema d’istruzione; ne trae anche le conseguenze indicando come questa debba essere priorità d’intervento dei fondi strutturali europei. Si tratta, però, di quelli che gli economisti chiamano incentivi “a basso potenziale”, essenziali ma tali da dare frutti soltanto nel lungo termine (riducendo gradualmente asimmetrie e promovendo mobilità sociale). Devono essere accompagnati da incentivi “ad alto potenziale”- o “azioni irreversibili” oppure “giochi ripetuti” che penalizzano chi bara con una forte perdita di reputazione (e, se del caso, esclusione sociale). Il rapporto non ne parla. Il Mezzogiorno non ha colto a pieno che la scelta dell’euro è stata “un’azione irreversibile”: poiché non si può ricorrere a svalutazioni competitive, o ci si adatta alle nuove regole oppure si affoga. Una partita cruciale è, in ogni caso, in corso in questi giorni in Campania: o si risolve il problema dei rifiuti o la sanzione (interna ed internazionale) in termini di perdita di reputazione sarà durissima (c’è chi la ha la calcolata a 15 volte il danno finanziario). Molto più pesante dalla perdita dei finanziamenti Ue , della dismissione di gran parte dell’attività turistica e di conseguenze pesanti per il manifatturiero e l’agricoltura. La pagheranno tutti. Anche quelli che tentano di evitarla.
IL RISANAMENTO DELLA FINANZA PUBBLICA, Formiche giugno
In giugno, a poche settimane dal proprio insediamento, il nuovo Governo, dotato da una forte maggioranza parlamentare, dovrà affrontare come porre riparo al primo (in ordine di tempo) problema di finanza pubblica (e d’economia reale): una falla variamente stimata tra gli 8 ed i 12 miliardi d’euro nell’esercizio finanziario in corso per restare nell’alveo del programma di rientro concordato con gli altri Stati dell’area dell’euro. Queste stime provengono dai maggiori istituti di ricerca econometrica, tanto italiani quanto internazionali. Anche se le previsioni fossero errate del 50%, ci si troverebbe pur sempre con un “buco” di bilancio di 4-6 miliardi di euro rispetto a quelle dell’autunno scorso su cui è stata costruita la legge finanziaria. I numeri esatti saranno forniti (ci si augura) da una “due diligence” da effettuare proprio nel mese di giugno con l’apporto principale della Ragioneria Generale dello Stato , supportata, se necessario, da esperti esterni.
Sulla politica economica del resto della legislatura inciderà il modo in cui sarà risolto il problema del “buco” di bilancio al suo inizio. In ogni caso, la normativa sulla contabilità dello Stato precisa che l’”aggiustamento di bilancio” deve essere completato entro giugno. Pure ove si potesse posporlo, spalmare il riassetto su quattro invece che su sei mesi lo renderebbe sia più difficile sia più pesante. Un conto, tagliare spese ed aumentare spese (per almeno 4-6 miliardi d’euro) su un arco di sei mesi. Un conto farlo su quattro mesi. La “bolletta” mensile aumenta del 50%.
Le strade sul tappeto devono curare sia il flusso di disavanzo annuale sia lo stock di debito pubblico. Alla vigilia delle elezioni, il Factbook 2008 dell’Ocse ci ha ammonito che, anche e soprattutto grazie alle linee seguite negli ultimi due anni, abbiamo la maglia nera del debito pubblico tra i 30 Paesi più avanzati. Il debito –occorre ricordalo - incide sul deficit annuale(specialmente se, come sta avvenendo in questi giorni, i tassi d’interesse puntano al rialzo). Tuttavia tanto nel breve termine quanto nel medio e lungo è bene tenere i due problemi distinti sotto il profilo metodologico.
Nell’immediato, c’è una sola strada percorribile: rinegoziare con l’Ue l’impegno di giungere al pareggio di bilancio (un flusso relativo all’esercizio annuale) entro il 2010 (da riportare realisticamente al 2012) ed iniziare una serie di misure per contenere la spesa di parte corrente- specialmente l’eliminazione dei cosiddetti “sprechi attivi” (frutto non di sciatteria ma di particolarismi chiaramente individuabili). Il rallentamento dell’economia internazionale fornisce giustificazione per la rinegoziare gli accordi, anche poiché, come contropartita, il Governo, dotato di una maggioranza forte e coesa, può offrire una politica economica seria e con la barra dritta.
Più complicata la definizione di una strategia di medio periodo. Da un canto, si può pensare ad una strategia ancorata su un avanzo primario (ossia differenza tra entrate e spese al netto del servizio del debito) pari al 5% del pil (o giù di lì) allo scopo di ridurre lo stock di debito in una prospettiva a lungo termine. Ciò avrebbe però implicazioni negative sull’economia reale: riduzione del tasso di risparmio privato e dell’intensità di capitale, come sottolinea Karl Farmer dell’Università di Graz in un saggio importante ma poco conosciuto in Italia. Da un altro, si può pensare ad una terapia d’urto mirata direttamente allo stock e basata su liberalizzazioni e privatizzazioni che comportino una riduzione del debito pubblico dal 105% al 90% del pil nei prossimi cinque anni.
La soluzione del nodo di breve periodo incide su quello a medio e lungo perché l’impegno alla riduzione dello stock (tramite privatizzazioni e liberalizzazioni) deve diventare parte fondante del negoziato con l’Eurogruppo.
Per saperne di più
Bandiera O, Prat. A., Valletti T.M "Active and Passive Waste in Government “Regulating the Rulemakers: A Proposal for Deliberative Cost-Benefit Analysis” CEIS Working Paper No. 115
Farmer K “Reducing public debt under dynamic efficiency in Diamond OLG model” Atlantic Economic Journal June 2006
OECD “ Factbook 2008””
Sulla politica economica del resto della legislatura inciderà il modo in cui sarà risolto il problema del “buco” di bilancio al suo inizio. In ogni caso, la normativa sulla contabilità dello Stato precisa che l’”aggiustamento di bilancio” deve essere completato entro giugno. Pure ove si potesse posporlo, spalmare il riassetto su quattro invece che su sei mesi lo renderebbe sia più difficile sia più pesante. Un conto, tagliare spese ed aumentare spese (per almeno 4-6 miliardi d’euro) su un arco di sei mesi. Un conto farlo su quattro mesi. La “bolletta” mensile aumenta del 50%.
Le strade sul tappeto devono curare sia il flusso di disavanzo annuale sia lo stock di debito pubblico. Alla vigilia delle elezioni, il Factbook 2008 dell’Ocse ci ha ammonito che, anche e soprattutto grazie alle linee seguite negli ultimi due anni, abbiamo la maglia nera del debito pubblico tra i 30 Paesi più avanzati. Il debito –occorre ricordalo - incide sul deficit annuale(specialmente se, come sta avvenendo in questi giorni, i tassi d’interesse puntano al rialzo). Tuttavia tanto nel breve termine quanto nel medio e lungo è bene tenere i due problemi distinti sotto il profilo metodologico.
Nell’immediato, c’è una sola strada percorribile: rinegoziare con l’Ue l’impegno di giungere al pareggio di bilancio (un flusso relativo all’esercizio annuale) entro il 2010 (da riportare realisticamente al 2012) ed iniziare una serie di misure per contenere la spesa di parte corrente- specialmente l’eliminazione dei cosiddetti “sprechi attivi” (frutto non di sciatteria ma di particolarismi chiaramente individuabili). Il rallentamento dell’economia internazionale fornisce giustificazione per la rinegoziare gli accordi, anche poiché, come contropartita, il Governo, dotato di una maggioranza forte e coesa, può offrire una politica economica seria e con la barra dritta.
Più complicata la definizione di una strategia di medio periodo. Da un canto, si può pensare ad una strategia ancorata su un avanzo primario (ossia differenza tra entrate e spese al netto del servizio del debito) pari al 5% del pil (o giù di lì) allo scopo di ridurre lo stock di debito in una prospettiva a lungo termine. Ciò avrebbe però implicazioni negative sull’economia reale: riduzione del tasso di risparmio privato e dell’intensità di capitale, come sottolinea Karl Farmer dell’Università di Graz in un saggio importante ma poco conosciuto in Italia. Da un altro, si può pensare ad una terapia d’urto mirata direttamente allo stock e basata su liberalizzazioni e privatizzazioni che comportino una riduzione del debito pubblico dal 105% al 90% del pil nei prossimi cinque anni.
La soluzione del nodo di breve periodo incide su quello a medio e lungo perché l’impegno alla riduzione dello stock (tramite privatizzazioni e liberalizzazioni) deve diventare parte fondante del negoziato con l’Eurogruppo.
Per saperne di più
Bandiera O, Prat. A., Valletti T.M "Active and Passive Waste in Government “Regulating the Rulemakers: A Proposal for Deliberative Cost-Benefit Analysis” CEIS Working Paper No. 115
Farmer K “Reducing public debt under dynamic efficiency in Diamond OLG model” Atlantic Economic Journal June 2006
OECD “ Factbook 2008””
martedì 3 giugno 2008
IL TEATRO CELEBRA PUCCINI, ULTIMO GRANDE DELLA LIRICA ITALIANA, Il Domenicale 2 giugno
Il 15 giugno, con un grande concerto della Filarmonica della Scala diretto da Riccardo Chially (“Puccini IV Atto, inquietudini moderniste), viene inaugurato del nuovo Grande Teatro a Torre del Lago (una struttura fissa ad anfiteatro all’aperto per 3200 posti con, nel suo ambito, un auditorium al chiuso per circa 500 spettatori). Una struttura finanziata interamente da enti locali e da privati (in primo luogo il Monte dei Paschi di Siena) , dimostrazione di come, quando si vuole, la “finanza di progetto” può funzionare e dare buoni risultati. Poche settimane dopo, il 12 luglio, inizia il 54simo Festival Pucciniano con un nuovo allestimento di “Turandot” seguito da riprese di “Tosca” e di “Madama Butterfly” e da una rarità l’opera giovanile “Edgard” che soltanto di recente si è cominciato ad apprezzare. Con le manifestazioni a Lucca e Torre del Lago – il 23 maggio è iniziato un convegno internazionale in varie puntate che si snoderà sino a novembre anche a Milano e New York- le manifestazioni per i 150 anni dalla nascita di Giacomo Puccini raggiungono il loro momento più alto: iniziate il 19 gennaio a Roma con il nuovo allestimento di “Tosca” (replicato sino a fine aprile al Teatro dell’Opera) terminano il 22 dicembre 2008 (giorno della nascita) con un importante concerto al Teatro del Giglio di Lucca.
In Italia tutti i maggiori teatri hanno programmato e realizzato nuovi allestimenti delle dieci opere di Puccini; un opuscolo del Comitato per le Celebrazioni Pucciniane appena uscito riporta i dettagli. A New York (con Roma, Patria di adozione di Puccini) il Metropolitan ha messo in atto un cartellone davvero speciale.
Occorre chiedersi se “l’anno pucciniano”, ancora in corso, è l’occasione per una riflessione sul periodo in cui operò Puccini (dall’ultimo scorcio del XIX secolo ai primi 25 anni del XX) e sulla eredità lasciata alle generazioni future.
. Per il teatro d’opera italiano i decenni di attività di Puccini coincisero con la fine della fase in cui in Italia trionfò la lirica commerciale. La “musa bizzarra e altera” (come definita accuratamente da Herbert Lindenberger) non era una riserva dei mecenati o dei palchettisti-sostenitori provenienti della aristocrazia ed alta borghesia, ma uno degli spettacoli popolari per eccellenza; in tutte le città italiane si costruivano o si ammodernavano teatri che si sostenevano quasi interamente con i proventi da biglietteria; nelle città maggiori più teatri operavano in concorrenza, anche sotto il profilo dei prezzi e della qualità (a Milano ad esempio le “stagioni” della Scala contenevano un numero limitato di titoli ma le rappresentazioni erano di alto livelli; al Dal Verme ed al Manzoni si offrivano, a prezzi contenuti, cartelloni più estesi con titoli di solito molto conosciuti, inframmezzati, di tanto in tanto, da novità di giovani). L’iniziativa imprenditoriale dei grandi impresari (che aveva caratterizzato la prima metà dell’Ottocento) era stata sostituita da quella dei grandi editori (quali Ricordi e Sonzogno) e dalle loro rivalità; mentre all’inizio del XIX secolo gli autori trattavano direttamente con gli impresari (e dovevano spesso seguirne i capricci in tema di scelte di libretti e di interpreti) , alla fine del secolo gli editori fungevano da intermediari tra compositori e impresari;si affermavano le normative nazionali e le convenzioni internazionali sui copyright. Vigeva un sistema di mercato - ma di mercato autoregolato dalla concorrenza-competizione-cooperazione (pure collusione) tra editori. In tale mercato autoregolato stava entrando la politica. Dopo Puccini , la politica diventò centrale nella vita musicale italiana.
Quale il lascito musicale ? Da un lato, come scrive uno dei maggiori studiosi di Puccini, Julian Budden, “con “Turandot” la tradizione dell’opera italiana, che durava più di tre secoli, giunse alla sua conclusione”. Da un altro, però, come si è accennato, Puccini fu il solo compositore italiano a cavallo tra il XIX e XX secolo ad essere realmente internazionale, a superare il melodramma ed altre forme d’opera italiane innescando in esse elementi tanto francesi quanto tedeschi ed anche asiatici. La sua eredità più che in Italia fu nel resto del mondo: un nuovo modo di concepire il teatro in musica venne compreso soprattutto da Benjamin Britten e dai compositori americani della metà del Novecento – quali Carlisle Floyd, Thea Musgrave , Robert Ward, Jack Beeson, Kirche Meechem- e da quelli che stanno mietendo successi in questo primo scorcio di XXI secolo – quali André Previn, Gerald Barry, Nicholas Maw . John Adams, Thomas Pasateri, Dominick Argento. Ed ovviamente, il loro “zio” putativo Giancarlo Menotti.
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In Italia tutti i maggiori teatri hanno programmato e realizzato nuovi allestimenti delle dieci opere di Puccini; un opuscolo del Comitato per le Celebrazioni Pucciniane appena uscito riporta i dettagli. A New York (con Roma, Patria di adozione di Puccini) il Metropolitan ha messo in atto un cartellone davvero speciale.
Occorre chiedersi se “l’anno pucciniano”, ancora in corso, è l’occasione per una riflessione sul periodo in cui operò Puccini (dall’ultimo scorcio del XIX secolo ai primi 25 anni del XX) e sulla eredità lasciata alle generazioni future.
. Per il teatro d’opera italiano i decenni di attività di Puccini coincisero con la fine della fase in cui in Italia trionfò la lirica commerciale. La “musa bizzarra e altera” (come definita accuratamente da Herbert Lindenberger) non era una riserva dei mecenati o dei palchettisti-sostenitori provenienti della aristocrazia ed alta borghesia, ma uno degli spettacoli popolari per eccellenza; in tutte le città italiane si costruivano o si ammodernavano teatri che si sostenevano quasi interamente con i proventi da biglietteria; nelle città maggiori più teatri operavano in concorrenza, anche sotto il profilo dei prezzi e della qualità (a Milano ad esempio le “stagioni” della Scala contenevano un numero limitato di titoli ma le rappresentazioni erano di alto livelli; al Dal Verme ed al Manzoni si offrivano, a prezzi contenuti, cartelloni più estesi con titoli di solito molto conosciuti, inframmezzati, di tanto in tanto, da novità di giovani). L’iniziativa imprenditoriale dei grandi impresari (che aveva caratterizzato la prima metà dell’Ottocento) era stata sostituita da quella dei grandi editori (quali Ricordi e Sonzogno) e dalle loro rivalità; mentre all’inizio del XIX secolo gli autori trattavano direttamente con gli impresari (e dovevano spesso seguirne i capricci in tema di scelte di libretti e di interpreti) , alla fine del secolo gli editori fungevano da intermediari tra compositori e impresari;si affermavano le normative nazionali e le convenzioni internazionali sui copyright. Vigeva un sistema di mercato - ma di mercato autoregolato dalla concorrenza-competizione-cooperazione (pure collusione) tra editori. In tale mercato autoregolato stava entrando la politica. Dopo Puccini , la politica diventò centrale nella vita musicale italiana.
Quale il lascito musicale ? Da un lato, come scrive uno dei maggiori studiosi di Puccini, Julian Budden, “con “Turandot” la tradizione dell’opera italiana, che durava più di tre secoli, giunse alla sua conclusione”. Da un altro, però, come si è accennato, Puccini fu il solo compositore italiano a cavallo tra il XIX e XX secolo ad essere realmente internazionale, a superare il melodramma ed altre forme d’opera italiane innescando in esse elementi tanto francesi quanto tedeschi ed anche asiatici. La sua eredità più che in Italia fu nel resto del mondo: un nuovo modo di concepire il teatro in musica venne compreso soprattutto da Benjamin Britten e dai compositori americani della metà del Novecento – quali Carlisle Floyd, Thea Musgrave , Robert Ward, Jack Beeson, Kirche Meechem- e da quelli che stanno mietendo successi in questo primo scorcio di XXI secolo – quali André Previn, Gerald Barry, Nicholas Maw . John Adams, Thomas Pasateri, Dominick Argento. Ed ovviamente, il loro “zio” putativo Giancarlo Menotti.
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HENZE O LA SECONDA GIOVINEZZA Il Domenicale 1 giugno
Circa due anni fa, il “Dom” dedicò un articolo a Hans Werner Henze. Il compositore compiva 80 anni e li celebrava in Italia: vive nei pressi Roma dal 1954. Non avrebbe preso parte ai festeggiamenti predisposti al Cantiere d’Arte di Montepulciano (da lui creato e diretto per alcuni lustri) a ragione di uno stato di salute, ritenuto terminale. Analogamente pochi mesi prima (nel dicembre 2005) non aveva assistito alla ripresa della sua opera Elegy for Young Lovers, uno dei capolavori del Novecento, al Teatro delle Muse d’Ancona, prima, e al San Carlo di Napoli, poi. Era visto come un protagonista della seconda metà del secolo scorso, ormai in procinto di spegnersi. A 82 anni, invece, la sua musica sta vivendo una seconda giovinezza.
Nel 2003, quindi a 78 anni, al Festival di Salisburgo, aveva trionfato L’Upupa, una commedia in musica tratta da una leggenda siriana; era stata interpretata quale un addio alla vita. Alcuni hanno pensato che gli applausi fossero alla carriera non al lavoro specifico. Da allora, L’Upupa riporta un successo dopo l’altro nei maggiori teatri europei ed americani; il DvD tratto dall’edizione di Salisburgo è in testa alle classifiche delle vendite. Critici di rango (ad esempio Paolo Isotta) la considerano come la prima opera di grande livello per il teatro in musica del XXI secolo. L’Upupa, viaggio iniziatico di un giovane alla ricerca del significato della vita, ha i tratti, ove non le caratteristiche, di un’opera “ultima”, anche per la fattura magistrale della musica, nell'orchestrazione, nello sviluppo delle cellule tematiche, nella scrittura vocale, nella ricchezza armonica e soprattutto nella capacità di strutturare un'azione drammatica con i mezzi tradizionali del linguaggio musicale. La sintesi del secolo trascorso guardando al secolo nuovo, nella consapevolezza che lo spettatore e l’ascoltare devono comprendere il testo e la partitura ed essere trascinati, non annoiati.
Henze non ha chiuso la propria esperienza con la visione serena de L’Upupa. Lo scorso dicembre, dopo quattro anni di malattia, e dopo la perdita di persone care, ha messo in scena a Berlino in nuovo lavoro Phaedra, prontamente ripreso a Bruxelles, Francoforte e Vienna, E’ in arrivo, in un nuovo allestimento, il 5 giugno al Maggio Musicale Fiorentino che dovrebbe aprirgli le porte d’altri teatri italiani. Phaedra, in due atti, si ispira al mito greco noto soprattutto tramite tragedie antiche di Euripide e di Seneca e moderne di Racine e D’Annunzio, oltre che film relativamente recenti come quello di Dassin. Nell’opera di Henze, la tragedia dell’amore peccaminoso della regina per il figliastro è coniugata con una sua continuazione in Italia mutuata da alcuni testi latini (Virgilio, Ovidio, il commento di Servio a Virgilio) e dall’indagine di J. Frazer nel Ramo d’oro. I personaggi hanno caratteri molto differenti da quelli della tradizione letteraria, c’è poca azione in scena, il racconto delle vicende è affidato a potenti monologhi a una voce e anche a più voci quando immaginazioni e volontà dei personaggi si incontrano e si confondano. Tutto in Phaedra è costruito sulla coniugazione d’opposti, su di un'aurea dualità che conferisce all’opera la serena nobiltà delle costruzioni classiche. La duplice natura è esplicitata già nella definizione: «Konzertoper», concerto e opera. I due atti hanno pari durata (ciascuno circa 45 minuti), ma sono contrapposti per colore musicale: il primo è di compostezza apollinea, il secondo è invece dionisiaco. Un organico ridotto a 23 strumentisti per una trentina di strumenti e cinque cantanti-interpreti. Dualità e simmetrie si ritrovano persino nella strumentazione, concepita in funzione drammaturgica e articolata sui due grandi blocchi degli ottoni - che evocano la regalità del mondo di Fedra - e dei legni - che restituiscono il colore dei boschi nei quali caccia Ippolito - cui si aggiunge un contributo delle percussioni che tingono d’ arcaico alcuni passaggi dell'opera. Attraverso questi elementi, prima ancora che per il soggetto, Henze sembra dare un significato all'utopia della propria esistenza.
Dell’avventura umana e musicale di Henze, il “Dom” ha trattato nel 2006. E’ importante chiederci, alla luce di questi ultimi lavori, come mai un compositore do cui una certa sinistra ha cercato di appropriarsi, nell’Italia “a sinistra” sia stato rappresentato di rado mentre era regolarmente nei programmi del Covent Garden negli anni di Margaret Thatcher (sua grande estimatrice), ha composto opere su testi di Yukio Mishima ed è di frequente sulle scene americane e spagnole (oltre che su quelle tedesche, austriache e svizzere). Henze ha portato la musica dodecafonica al grande pubblico combinandola (grazie ad un eclettismo inconfondibile ) con la musica cromatica e diatonica tradizionale. E’ ancora una volta in questi lavori recenti non tratta i consueti temi “di sinistra”, ma quelli dell’individuo di fronte all’avventura umana ed a Dio.
Nel 2003, quindi a 78 anni, al Festival di Salisburgo, aveva trionfato L’Upupa, una commedia in musica tratta da una leggenda siriana; era stata interpretata quale un addio alla vita. Alcuni hanno pensato che gli applausi fossero alla carriera non al lavoro specifico. Da allora, L’Upupa riporta un successo dopo l’altro nei maggiori teatri europei ed americani; il DvD tratto dall’edizione di Salisburgo è in testa alle classifiche delle vendite. Critici di rango (ad esempio Paolo Isotta) la considerano come la prima opera di grande livello per il teatro in musica del XXI secolo. L’Upupa, viaggio iniziatico di un giovane alla ricerca del significato della vita, ha i tratti, ove non le caratteristiche, di un’opera “ultima”, anche per la fattura magistrale della musica, nell'orchestrazione, nello sviluppo delle cellule tematiche, nella scrittura vocale, nella ricchezza armonica e soprattutto nella capacità di strutturare un'azione drammatica con i mezzi tradizionali del linguaggio musicale. La sintesi del secolo trascorso guardando al secolo nuovo, nella consapevolezza che lo spettatore e l’ascoltare devono comprendere il testo e la partitura ed essere trascinati, non annoiati.
Henze non ha chiuso la propria esperienza con la visione serena de L’Upupa. Lo scorso dicembre, dopo quattro anni di malattia, e dopo la perdita di persone care, ha messo in scena a Berlino in nuovo lavoro Phaedra, prontamente ripreso a Bruxelles, Francoforte e Vienna, E’ in arrivo, in un nuovo allestimento, il 5 giugno al Maggio Musicale Fiorentino che dovrebbe aprirgli le porte d’altri teatri italiani. Phaedra, in due atti, si ispira al mito greco noto soprattutto tramite tragedie antiche di Euripide e di Seneca e moderne di Racine e D’Annunzio, oltre che film relativamente recenti come quello di Dassin. Nell’opera di Henze, la tragedia dell’amore peccaminoso della regina per il figliastro è coniugata con una sua continuazione in Italia mutuata da alcuni testi latini (Virgilio, Ovidio, il commento di Servio a Virgilio) e dall’indagine di J. Frazer nel Ramo d’oro. I personaggi hanno caratteri molto differenti da quelli della tradizione letteraria, c’è poca azione in scena, il racconto delle vicende è affidato a potenti monologhi a una voce e anche a più voci quando immaginazioni e volontà dei personaggi si incontrano e si confondano. Tutto in Phaedra è costruito sulla coniugazione d’opposti, su di un'aurea dualità che conferisce all’opera la serena nobiltà delle costruzioni classiche. La duplice natura è esplicitata già nella definizione: «Konzertoper», concerto e opera. I due atti hanno pari durata (ciascuno circa 45 minuti), ma sono contrapposti per colore musicale: il primo è di compostezza apollinea, il secondo è invece dionisiaco. Un organico ridotto a 23 strumentisti per una trentina di strumenti e cinque cantanti-interpreti. Dualità e simmetrie si ritrovano persino nella strumentazione, concepita in funzione drammaturgica e articolata sui due grandi blocchi degli ottoni - che evocano la regalità del mondo di Fedra - e dei legni - che restituiscono il colore dei boschi nei quali caccia Ippolito - cui si aggiunge un contributo delle percussioni che tingono d’ arcaico alcuni passaggi dell'opera. Attraverso questi elementi, prima ancora che per il soggetto, Henze sembra dare un significato all'utopia della propria esistenza.
Dell’avventura umana e musicale di Henze, il “Dom” ha trattato nel 2006. E’ importante chiederci, alla luce di questi ultimi lavori, come mai un compositore do cui una certa sinistra ha cercato di appropriarsi, nell’Italia “a sinistra” sia stato rappresentato di rado mentre era regolarmente nei programmi del Covent Garden negli anni di Margaret Thatcher (sua grande estimatrice), ha composto opere su testi di Yukio Mishima ed è di frequente sulle scene americane e spagnole (oltre che su quelle tedesche, austriache e svizzere). Henze ha portato la musica dodecafonica al grande pubblico combinandola (grazie ad un eclettismo inconfondibile ) con la musica cromatica e diatonica tradizionale. E’ ancora una volta in questi lavori recenti non tratta i consueti temi “di sinistra”, ma quelli dell’individuo di fronte all’avventura umana ed a Dio.
“MANON LESCAUT” IN CARTOLINA, Milano Finanza 30 maggio
Il romanzo dell’Abbate Prévost sul Cavalier Des Grieux e Manon Lescaut racconta le vicenda di come una bella fanciulla (destinata al convento ma predisposta al bordello di lusso) perde sé stessa e il suo giovane innamorato (anche lui indirizzato al seminario ma predisposto alla bisca). Sui due, vigila il fratello della fanciulla, sergente delle guardie del Re, ma lenone e puttaniere. Imperano libidine, corruttela e corruzione vera e propria. Si è distanti dall’immaginario da “love story” nella tradizione operistica che il romanzo ha ispirato: dal grand-opéra di Halévy all’opéra comique di Aubert sino alle eleganti statuine di Massenet. La lettura forse più fedele e quella datane in “Boulevard Solitude” da Henze dove, nel 1952, il dramma veniva attualizzato con grande efficacia alla Francia post-bellica.
La “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini è’un “dramma lirico” che ha rivoluzionato il teatro in musica italiano. Nel 1893, dopo il lungo sonno quasi asessuato del melodramma verdiano, riporta in scena l’eros, in modo suadente nel primo atto, in modo prepotente nel secondo, in modo struggente nel terzo e nel quarto. E’ un eros giovane, quindi senza falsi pudori. Ciò avviene fa operando non sul libretto (che in quegli anni doveva essere castigato) ma sulle voci e soprattutto sull’orchestra. Il lavoro inizia con un “chiacchierar cantando” (precursore dello Strauss più maturo) e giunge ai turgidi “do” del duetto delle frenesia sessuale del secondo atto. Il grande organico si cimenta con una scrittura frammentata, spezzata e ricomposta. (anticipando Janaceck) anche nel notissimo “intermezzo”.
Con una co-produzione dell’opera, i due “Massimi” teatri siciliani offrono un contributo ai 150 anni dalla nascita di Puccini. Dopo Catania e Palermo (in scena sino al 19 giugno) lo spettacolo andrà a Firenze in autunno. In tempi magri per la finanza pubblica e per i conti teatrali è un’ottima idea.
La regia di Pierfrancesco Maestrini e le scene ed i costumi (rispettivamente di Tiziana Carlini e di Fiorella Mariani) sono, volutamente, molto tradizionali: in un elegante Settecento da cartoline illustrate su sfondi “gravure” – un po’ come le messe in scena degli Anni Cinquanta-, si perde, nonostante la buona recitazione, la carica innovativa (ed ancora attuale del lavoro). Anche perché il protagonista Maurizio Graziani non ha né le “physique” ne la voce del ruolo ; ha l’attenuante di sostituire un collega ammalatosi (e di migliorare gradualmente nel corso dello spettacolo), ma ingola i “do” e scansa i “sì”. Lo si nota anche di più perché Adina Nitescu è una perfetta Manon: soprano lirico puro, dal timbro chiarissimo e della vasta estensione. Nei duetti più importanti – quelli del secondo e del terzo atto- l’eros è tutto dalla parte di lei. Efficaci Domenico Balzani (l’ambiguo fratello di Manon), Andrea Patucelli (il vecchio protettore della ragazza) ed i numerosi caratteristi.
Oltre a Adina Nitescu, lo spettacolo conta molto sulla capacità di Stefano Ranzani, forse il direttore d’orchestra più adatto a questo tipo di repertorio. Non solo l’orchestra di Catania (altalenante negli ultimi anni) ha suonato magnificamente (specialmente gli archi ed i fiati), ma Ranzani interpreta con cura e trasporto i vari colori della partitura. La carica erotica è nel golfo mistico più che sul palcoscenico. Per le rappresentazioni palermitane e fiorentine sono stati annunciati cambiamenti di cast.
La “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini è’un “dramma lirico” che ha rivoluzionato il teatro in musica italiano. Nel 1893, dopo il lungo sonno quasi asessuato del melodramma verdiano, riporta in scena l’eros, in modo suadente nel primo atto, in modo prepotente nel secondo, in modo struggente nel terzo e nel quarto. E’ un eros giovane, quindi senza falsi pudori. Ciò avviene fa operando non sul libretto (che in quegli anni doveva essere castigato) ma sulle voci e soprattutto sull’orchestra. Il lavoro inizia con un “chiacchierar cantando” (precursore dello Strauss più maturo) e giunge ai turgidi “do” del duetto delle frenesia sessuale del secondo atto. Il grande organico si cimenta con una scrittura frammentata, spezzata e ricomposta. (anticipando Janaceck) anche nel notissimo “intermezzo”.
Con una co-produzione dell’opera, i due “Massimi” teatri siciliani offrono un contributo ai 150 anni dalla nascita di Puccini. Dopo Catania e Palermo (in scena sino al 19 giugno) lo spettacolo andrà a Firenze in autunno. In tempi magri per la finanza pubblica e per i conti teatrali è un’ottima idea.
La regia di Pierfrancesco Maestrini e le scene ed i costumi (rispettivamente di Tiziana Carlini e di Fiorella Mariani) sono, volutamente, molto tradizionali: in un elegante Settecento da cartoline illustrate su sfondi “gravure” – un po’ come le messe in scena degli Anni Cinquanta-, si perde, nonostante la buona recitazione, la carica innovativa (ed ancora attuale del lavoro). Anche perché il protagonista Maurizio Graziani non ha né le “physique” ne la voce del ruolo ; ha l’attenuante di sostituire un collega ammalatosi (e di migliorare gradualmente nel corso dello spettacolo), ma ingola i “do” e scansa i “sì”. Lo si nota anche di più perché Adina Nitescu è una perfetta Manon: soprano lirico puro, dal timbro chiarissimo e della vasta estensione. Nei duetti più importanti – quelli del secondo e del terzo atto- l’eros è tutto dalla parte di lei. Efficaci Domenico Balzani (l’ambiguo fratello di Manon), Andrea Patucelli (il vecchio protettore della ragazza) ed i numerosi caratteristi.
Oltre a Adina Nitescu, lo spettacolo conta molto sulla capacità di Stefano Ranzani, forse il direttore d’orchestra più adatto a questo tipo di repertorio. Non solo l’orchestra di Catania (altalenante negli ultimi anni) ha suonato magnificamente (specialmente gli archi ed i fiati), ma Ranzani interpreta con cura e trasporto i vari colori della partitura. La carica erotica è nel golfo mistico più che sul palcoscenico. Per le rappresentazioni palermitane e fiorentine sono stati annunciati cambiamenti di cast.
TERZA MAHLER
Roma/Parco della Musica
LA TERZA SINFONIA DI GUSTAV MAHLER
Gustav Mahler è nato in Boemia nella seconda metà dell’Ottocento. Si è costruita una prima carriera a cavallo tra l’Impero tedesco (sempre più dominato dalla Prussia) e la Monarchia austro-ungarica. Si è stabilitosi a Vienna proprio mentre un secolo stava per terminare l’altro per iniziare. Esiliatosi a New York per fuggire dagli intrighi di una società già sul punto di correre al suicidio (la prima guerra mondiale); è rientrato a Vienna solo in tempo per morirvi. In sintesi, Mahler esprime la crisi della cultura occidentale a cavallo tra due epoche. Crisi molto presente nella terza delle sue sinfonie, la più prossima, per struttura e contenuto, ad un dramma in musica.
Mahler è stato direttore d’orchestra acclamato ed innovativo di musica lirica prima ancora che di sinfonica poiché volto alla rigorosa interpretazione della partitura senza abbellimenti da parte degli interpreti. In effetti, in vita, è stato apprezzato più come concertatore che come compositore perché troppo netta era la rottura sia nella sinfonia (dove venivano introdotti elementi folcloristici e popolari, oltre alla voce umana) sia nel lieder (dove il canto veniva giustapposto al grande organico); l’Olanda diventò la roccaforte degli stimatori delle sue composizioni. La sua musica, messa al bando in Germania nel 1933, è tornata ad essere eseguita con frequenza dalla fine degli Anni Cinquanta, non solo grazie ai suoi allievi (Walter, Kemplerer) ed alla nidiata di (allora) giovani concertatori (Kubelik, Bernstein, Solti, Haitink) ma pure a ragione della stereofonia che ha reso possibile la realizzazione del concetto mahleriano di suono spaziale. Concetto- si badi bene- che si applica al teatro in musica quasi più che alla musica sinfonica e che è stato ed è, dunque, centrale all’opera sia del “Novecento storico” sia, anzi soprattutto, contemporanea.
Mahler è stato partecipe attivo dei movimenti culturali al tempo stesso più nuovi e più tormentati del suo periodo (in primo luogo la “secessione” in architettura e nelle arti figurative): ben lo raffigurano le riproduzioni di Klimt nel cofanetto fine Anni Sessanta dei 14 long-playing delle sinfonie dirette da Kubelik alla guida dall’orchestra della radio della Baviera. Avido lettore di Dostojevsky, di Nietzche e (ovviamente) di Goethe, ed accompagnato da una vita interiore complessa (da una conversione di maniera al cattolicesimo al complicato rapporto con la giovane e bellissima moglie Alma Schindler), Mahler rappresenta più di altri le difficoltà dell’intellettuale mittle-europeo agganciato ad un passato sul punto di scomparire e rivolto verso un futuro da contenuti e contorni ancora non definiti.
A titolo di raffronto, Richard Strauss è stato anche lui espressione di una crisi di transizione, almeno sino ad “Elektra”; già con il “Rosenkavalier” mostrò di avere meravigliosamente metabolizzato il passaggio del tempo; con “Ariadne auf Naxos” e “Die frau ohne schatten” (rispettivamente, trionfo dell’eros sulla morte e inno alla paternità ed alla maternità) provò d’aver superato ogni tremore e di essere tra gli intellettuali del XX secolo che guardavano con una punta di ironica melanconia al XIX.
Si era al crepuscolo degli Stati Nazione e degli Imperi multinazionali; il centro della politica, dell’economia e dell’intellighentzia cominciava a spostarsi dall’Europa all’altra sponda dell’Atlantico. Nell’immaginario del pubblico meno accorto, Mahler condivide, con Wagner, una leggenda: quella di essere stato un compositore fluviale. Al pari di Wagner, Mahler compose relativamente poche ore di musica. Wagner rivoluzionò il teatro in musica, ove non la musica occidentale in tutti i suoi canoni, con 13 drammi (e pochissime composizioni orchestrali). Mahler ci ha lasciato appena dieci sinfonie (di cui l’ultima incompiuta) e 43 lieder (uno di meno di quelli contenuti nel solo ciclo del “libro dei lieder spagnoli” di Hugo Wolf), numero modesto rispetto a quelli di Schubert, Schumann e Brahms. Mahler, tuttavia, rivoluzionò la sinfonia togliendola dalle strutture formali rimaste sostanzialmente immutate da Haydn a Beethoven, aggiungendovi voci e cori e fondendola con il lied (si pensi al quarto tempo della seconda, della terza e della quarta sinfonia, nonché al quinto della terza). Una concezione nuovissima che la avvicinava all’opera: Luigi Rognoni ha scritto efficacemente che così come Wagner introdusse la sinfonia nell’opera, Mahler introdusse l’opera nella sinfonia. Inoltre, nelle prime quattro sinfonie è presente quella “musica a programma” (i “poemi sinfonici” nel lessico italiano) che Mahler affermava di respingere in toto.
Un grimaldello per comprendere Mahler come espressione di crisi è l’accostamento, della “Settima” del 1908 alla “Terza” del 1895-96. La “Settima” entusiasmò Schoenberg poiché ha, in nuce, tutti i contrasti e le contraddizioni del secolo breve: è avvolta in un mistero notturno in mi minore (gli è stato attribuito il nome di “Canto della notte”) dominato da fantasmi, specialmente nello sterminato primo movimento. Gli spettri paiono avere il sopravvento anche nello “scherzo” e ricompaiono infuocati nel rondò finale- un’orgia di suoni modernissimi su un tema antico (come il finale di “Elektra” di Strauss). La “Terza” è, invece, un immenso poema in re minore che inneggia al risveglio della natura in una mattina d’estate. Un saluto gioioso al nuovo secolo, anche con toni elegantemente sguaiati, la “Terza”; premonitrice del suicidio d’Europa, la “Settima”.
Ciò ne rende ancora di più i suoi contenuti analoghi a quelli di un dramma in musica – sulla falsariga di come il teatro in musica stava evolvendo in Germania ed Europa Centrale, lontano quindi da tentazioni veristiche ma sempre più agganciato al simbolismo (si pensi a Bartòk, a Korngold, a Schekrek , a Krenek, a Zemlisky). Tanto più che c’è un personaggio: il contralto che nel quarto movimento intona un passaggio dal “Così parlo Zaratustra” di Nietzsche e nel quinto dialoga con un coro femminile ed un corso di voci bianche su liriche dal “Corno magico del fanciullo”. La presenza del personaggio e del doppio coro preparano, dopo l’esaltato primo movimento (un vero e proprio quadro sul risveglio della natura), il finale sereno (quasi buddista) di un sesto movimento in cui quasi si anticipa l’addio al mondo del “Adschield” del “Das Lied von der Erbe”.
L’esecuzione dei complessi dell’Accademia di Santa Cecilia diretta dal 27enne Gustavo Dudamel (e con Michelle DeYoung nel ruolo di solista vocale) si differenzia molto da altre letture recenti della partitura. Sinopoli, ad esempio, ne ha dato un’interpretazione filosofica, Chung una religiosa, Abbado una tecnicamente perfetta ma quasi glaciale, Ferro una passionale, Maazel una elegante e precisa. Dunadel ne offre una lettura originalissima, non soltanto perché fresca e giovane ma soprattutto perché passionale e caratterizzata da una grande abilità di affrettare i tempi in certi passaggi e dilatarli in altri. E’ anche una lettura grandiosa e monumentale: dura complessivamente un’ora e 50 minuti, invece di un’ora e 40 minuti (come di prammatica).
Il piglio si avverte sin dall’esordio della lunga (35 minuti) e complessa prima parte. L’inizio è impetuoso, ma, successivamente, Dudamel scivola, volutamente, in un lirismo molto delicato che quindi fa notare ancora di più l’annuncio delle varie marce (da quella funebre e quella festosa e vagamente sguaiata) che si intrecciano prima dell’allegro moderato con cui si chiude il movimento. Impeto, lirismo ed intreccio di marce esaltano il panteismo al centro specialmente della prima parte della sinfonia.
Il “minuetto” con cui viene intitolato, con un pizzico d’ironia, il secondo movimento, quello con cui si apre la seconda parte, è trattato con un piglio tra il languido e lo scherzoso, tenuto anche nel terzo movimento, incentrato sull’episodio del “corno del postiglione” ; l’atmosfera è quella di un viaggio allegro quale vorrebbe essere quello della vita. Al quarto movimento –chiamato da Mahler “misterioso”- Dudamel , splendidamente aiutato non solo dall’orchestra ma anche dall’ampio registro e dal timbro chiaro di Michelle DeYoung, ci riporta al punto centrale della sinfonia, ed al suo anticipare l’opera più amata da Richard Strauss , “Die frau ohne schatten”: non ci può essere gioia, neanche quella del risveglio panteistico in un mezzogiorno d’estate, senza dolore, Lo dicono i bei versi di Nietzsche cantati da Michelle DeYoung e l’orchestra tutta (specialmente i fagotti). La tensione drammatica, fortissima, sfocia nell’esplosione di gioia del quinto movimento – dal “Bim Bam” del coro dei bambini all’evocazione del peccato e della redazione (nell’interazione tra solista e coro femminile); Dunadel affretta i tempi di un movimento già breve (meno di cinque minuti) per dilatarli nella mezz’ora circa del sesto e ultimo movimento. Una chiusura lenta (quasi in aperta polemica con la struttura convenzionale delle sinfonie) ma in cui, prima del diminuendo finale, fiati, percussioni ed archi rievocano l’afflato panteistico iniziale.
Una direzione musicale strepitosa a cui il pubblico ha risposto con vere ovazioni da stadio.
Giuseppe Pennisi
24 maggio 2008
LA LOCANDINA
Orchestra e Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Coro di Voci Bianche di Roma
direttore: Gustavo Dudamel
mezzosoprano: Michelle DeYoung
Mahler
Sinfonia n. 3
LA TERZA SINFONIA DI GUSTAV MAHLER
Gustav Mahler è nato in Boemia nella seconda metà dell’Ottocento. Si è costruita una prima carriera a cavallo tra l’Impero tedesco (sempre più dominato dalla Prussia) e la Monarchia austro-ungarica. Si è stabilitosi a Vienna proprio mentre un secolo stava per terminare l’altro per iniziare. Esiliatosi a New York per fuggire dagli intrighi di una società già sul punto di correre al suicidio (la prima guerra mondiale); è rientrato a Vienna solo in tempo per morirvi. In sintesi, Mahler esprime la crisi della cultura occidentale a cavallo tra due epoche. Crisi molto presente nella terza delle sue sinfonie, la più prossima, per struttura e contenuto, ad un dramma in musica.
Mahler è stato direttore d’orchestra acclamato ed innovativo di musica lirica prima ancora che di sinfonica poiché volto alla rigorosa interpretazione della partitura senza abbellimenti da parte degli interpreti. In effetti, in vita, è stato apprezzato più come concertatore che come compositore perché troppo netta era la rottura sia nella sinfonia (dove venivano introdotti elementi folcloristici e popolari, oltre alla voce umana) sia nel lieder (dove il canto veniva giustapposto al grande organico); l’Olanda diventò la roccaforte degli stimatori delle sue composizioni. La sua musica, messa al bando in Germania nel 1933, è tornata ad essere eseguita con frequenza dalla fine degli Anni Cinquanta, non solo grazie ai suoi allievi (Walter, Kemplerer) ed alla nidiata di (allora) giovani concertatori (Kubelik, Bernstein, Solti, Haitink) ma pure a ragione della stereofonia che ha reso possibile la realizzazione del concetto mahleriano di suono spaziale. Concetto- si badi bene- che si applica al teatro in musica quasi più che alla musica sinfonica e che è stato ed è, dunque, centrale all’opera sia del “Novecento storico” sia, anzi soprattutto, contemporanea.
Mahler è stato partecipe attivo dei movimenti culturali al tempo stesso più nuovi e più tormentati del suo periodo (in primo luogo la “secessione” in architettura e nelle arti figurative): ben lo raffigurano le riproduzioni di Klimt nel cofanetto fine Anni Sessanta dei 14 long-playing delle sinfonie dirette da Kubelik alla guida dall’orchestra della radio della Baviera. Avido lettore di Dostojevsky, di Nietzche e (ovviamente) di Goethe, ed accompagnato da una vita interiore complessa (da una conversione di maniera al cattolicesimo al complicato rapporto con la giovane e bellissima moglie Alma Schindler), Mahler rappresenta più di altri le difficoltà dell’intellettuale mittle-europeo agganciato ad un passato sul punto di scomparire e rivolto verso un futuro da contenuti e contorni ancora non definiti.
A titolo di raffronto, Richard Strauss è stato anche lui espressione di una crisi di transizione, almeno sino ad “Elektra”; già con il “Rosenkavalier” mostrò di avere meravigliosamente metabolizzato il passaggio del tempo; con “Ariadne auf Naxos” e “Die frau ohne schatten” (rispettivamente, trionfo dell’eros sulla morte e inno alla paternità ed alla maternità) provò d’aver superato ogni tremore e di essere tra gli intellettuali del XX secolo che guardavano con una punta di ironica melanconia al XIX.
Si era al crepuscolo degli Stati Nazione e degli Imperi multinazionali; il centro della politica, dell’economia e dell’intellighentzia cominciava a spostarsi dall’Europa all’altra sponda dell’Atlantico. Nell’immaginario del pubblico meno accorto, Mahler condivide, con Wagner, una leggenda: quella di essere stato un compositore fluviale. Al pari di Wagner, Mahler compose relativamente poche ore di musica. Wagner rivoluzionò il teatro in musica, ove non la musica occidentale in tutti i suoi canoni, con 13 drammi (e pochissime composizioni orchestrali). Mahler ci ha lasciato appena dieci sinfonie (di cui l’ultima incompiuta) e 43 lieder (uno di meno di quelli contenuti nel solo ciclo del “libro dei lieder spagnoli” di Hugo Wolf), numero modesto rispetto a quelli di Schubert, Schumann e Brahms. Mahler, tuttavia, rivoluzionò la sinfonia togliendola dalle strutture formali rimaste sostanzialmente immutate da Haydn a Beethoven, aggiungendovi voci e cori e fondendola con il lied (si pensi al quarto tempo della seconda, della terza e della quarta sinfonia, nonché al quinto della terza). Una concezione nuovissima che la avvicinava all’opera: Luigi Rognoni ha scritto efficacemente che così come Wagner introdusse la sinfonia nell’opera, Mahler introdusse l’opera nella sinfonia. Inoltre, nelle prime quattro sinfonie è presente quella “musica a programma” (i “poemi sinfonici” nel lessico italiano) che Mahler affermava di respingere in toto.
Un grimaldello per comprendere Mahler come espressione di crisi è l’accostamento, della “Settima” del 1908 alla “Terza” del 1895-96. La “Settima” entusiasmò Schoenberg poiché ha, in nuce, tutti i contrasti e le contraddizioni del secolo breve: è avvolta in un mistero notturno in mi minore (gli è stato attribuito il nome di “Canto della notte”) dominato da fantasmi, specialmente nello sterminato primo movimento. Gli spettri paiono avere il sopravvento anche nello “scherzo” e ricompaiono infuocati nel rondò finale- un’orgia di suoni modernissimi su un tema antico (come il finale di “Elektra” di Strauss). La “Terza” è, invece, un immenso poema in re minore che inneggia al risveglio della natura in una mattina d’estate. Un saluto gioioso al nuovo secolo, anche con toni elegantemente sguaiati, la “Terza”; premonitrice del suicidio d’Europa, la “Settima”.
Ciò ne rende ancora di più i suoi contenuti analoghi a quelli di un dramma in musica – sulla falsariga di come il teatro in musica stava evolvendo in Germania ed Europa Centrale, lontano quindi da tentazioni veristiche ma sempre più agganciato al simbolismo (si pensi a Bartòk, a Korngold, a Schekrek , a Krenek, a Zemlisky). Tanto più che c’è un personaggio: il contralto che nel quarto movimento intona un passaggio dal “Così parlo Zaratustra” di Nietzsche e nel quinto dialoga con un coro femminile ed un corso di voci bianche su liriche dal “Corno magico del fanciullo”. La presenza del personaggio e del doppio coro preparano, dopo l’esaltato primo movimento (un vero e proprio quadro sul risveglio della natura), il finale sereno (quasi buddista) di un sesto movimento in cui quasi si anticipa l’addio al mondo del “Adschield” del “Das Lied von der Erbe”.
L’esecuzione dei complessi dell’Accademia di Santa Cecilia diretta dal 27enne Gustavo Dudamel (e con Michelle DeYoung nel ruolo di solista vocale) si differenzia molto da altre letture recenti della partitura. Sinopoli, ad esempio, ne ha dato un’interpretazione filosofica, Chung una religiosa, Abbado una tecnicamente perfetta ma quasi glaciale, Ferro una passionale, Maazel una elegante e precisa. Dunadel ne offre una lettura originalissima, non soltanto perché fresca e giovane ma soprattutto perché passionale e caratterizzata da una grande abilità di affrettare i tempi in certi passaggi e dilatarli in altri. E’ anche una lettura grandiosa e monumentale: dura complessivamente un’ora e 50 minuti, invece di un’ora e 40 minuti (come di prammatica).
Il piglio si avverte sin dall’esordio della lunga (35 minuti) e complessa prima parte. L’inizio è impetuoso, ma, successivamente, Dudamel scivola, volutamente, in un lirismo molto delicato che quindi fa notare ancora di più l’annuncio delle varie marce (da quella funebre e quella festosa e vagamente sguaiata) che si intrecciano prima dell’allegro moderato con cui si chiude il movimento. Impeto, lirismo ed intreccio di marce esaltano il panteismo al centro specialmente della prima parte della sinfonia.
Il “minuetto” con cui viene intitolato, con un pizzico d’ironia, il secondo movimento, quello con cui si apre la seconda parte, è trattato con un piglio tra il languido e lo scherzoso, tenuto anche nel terzo movimento, incentrato sull’episodio del “corno del postiglione” ; l’atmosfera è quella di un viaggio allegro quale vorrebbe essere quello della vita. Al quarto movimento –chiamato da Mahler “misterioso”- Dudamel , splendidamente aiutato non solo dall’orchestra ma anche dall’ampio registro e dal timbro chiaro di Michelle DeYoung, ci riporta al punto centrale della sinfonia, ed al suo anticipare l’opera più amata da Richard Strauss , “Die frau ohne schatten”: non ci può essere gioia, neanche quella del risveglio panteistico in un mezzogiorno d’estate, senza dolore, Lo dicono i bei versi di Nietzsche cantati da Michelle DeYoung e l’orchestra tutta (specialmente i fagotti). La tensione drammatica, fortissima, sfocia nell’esplosione di gioia del quinto movimento – dal “Bim Bam” del coro dei bambini all’evocazione del peccato e della redazione (nell’interazione tra solista e coro femminile); Dunadel affretta i tempi di un movimento già breve (meno di cinque minuti) per dilatarli nella mezz’ora circa del sesto e ultimo movimento. Una chiusura lenta (quasi in aperta polemica con la struttura convenzionale delle sinfonie) ma in cui, prima del diminuendo finale, fiati, percussioni ed archi rievocano l’afflato panteistico iniziale.
Una direzione musicale strepitosa a cui il pubblico ha risposto con vere ovazioni da stadio.
Giuseppe Pennisi
24 maggio 2008
LA LOCANDINA
Orchestra e Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Coro di Voci Bianche di Roma
direttore: Gustavo Dudamel
mezzosoprano: Michelle DeYoung
Mahler
Sinfonia n. 3
MANON LESCAUT, Operaclick 29 maggio
Catania/Massimo Bellini
MANON LESCAAUT
Dramma lirico in quattro atti di Giuseppe Giocosa, Luigi Illica, Domenico Oliva, Ruggero Loncavallo, Marco Praga, Giacomo Puccini e Giulio Ricordi
Musica di Giacomo Puccini
Manon Lescaut, primo importante successo di Giacomo Puccini . Come sottolineato nella recensione apparsa nel giugno 2007 su Operaclick in occasione di una messa in scena a Roma, il dramma lirico in quattro atti chiude l’epoca in cui dominava il melodramma verdiano ed anticipa il Novecento “storico” Manon Lescaut è opera analizzata per oltre un secolo da musicologi ed amata dal pubblico di tutti i Continenti (ne vidi un’edizione in Corea negli Anni 70 e mi sono stati raccontati allestimenti in un cinema-teatro in Africa a sud del Sahara).
E’ errato (come ancora fanno molti registi) considerarla, sotto il profilo drammaturgico, un’interpretazione più fedele del romanzo L’Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut dell’Abbate Antoine- François Prévost di quanto non siano altre Manon (quali quelle di Halévi, Aubert, e Massenet). Il romanzo, in gran misura, autobiografico è imperniato sul protagonista maschile che Prévost non esita a mostrare come un gaglioffo tormentato, ma corrotto (oltre che corruttore) e sgradevole. Nulla di simile al tenero giovincello innamorato di Jules Massenet o allo studente sensuale e passionale di Puccini. In effetti, occorre aspettare il 1950 (o giù di lì) perché con il Boulevard Solitude di Hans Werner Henze si ritrovino – trasportati nella Francia della prostituzione e della droga degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale – i personaggi ed il clima di Prévost, pur se, sulla scena, non ci sono riferimenti ai più espliciti aspetti sessuali del romanzo settecentesco. Del lavoro di Henze è in circolazione un magnifico DvD che si suggerisce di vedere ed ascoltare per apprezzarne la differenza da altre versione scenico-musicali del romanzo.
Con una qualifica: come molti scrittori libertini (tra cui lo stesso Marchese De Sade), l’Abbate ha non solo un vero senso di colpa ma anche intenzioni moralistiche (ambedue distinte e distanti dall’opera di Henze, come, peraltro, da quelle di Puccini, Massenet, Auber e Halévi) tanto che eros e sesso non venivano vissuti in modo gioioso. Puccini ( e la vera e propria squadra di librettisti che lavorarono con lui) leggono l’intreccio come una vicenda di eros e di passione. Qui l’importante novità: la passione aveva un posto privilegiato nel melodramma verdiano (si pensi al duetto carnale del secondo atto di Un ballo in maschera), ma per gran parte dell’Ottocento, l’eros era di fatto bandito dal teatro in musica italiano. Nel melodramma era giunto a conclusione con La Favorite di Gaetano Donizetti, nell’opera comica con Le Conte Ory di Giaocchino Rossini. Con Manot Lescaut torna prepotentemente in scena , proprio in quella Torino che non più capitale del Regno era alla ricerca della propria identità ed aveva, tutto sommato, un’anima bigotta.
In secondo luogo, l’eros è nella scrittura orchestrale e soprattutto vocale. Come in La Favorite il personaggio maggiormente avvinto dall’eros è il protagonista maschile, per il quale Puccini introduce una vocalità nuova: respinge virtuosismi e dolcezza, sceglie una linea sobria, puntando tutto la zona centrale dove il canto raggiunge la maggior intensità sensuale. Nell’Ottocento, questa era stata una caratteristica di alcuni tenori wagneriani (Siegfried nell’opera eponima, Walter von Stolzing ne I maestri cantori) . Con il Des Grieux di Manon Lescaut si apre la strada, in Italia, ai personaggi costruiti sulla sensualità virile – si pensi a quelli concepiti per Enrico Caruso. Più sfumato l’eros della protagonista che, per esplodere, necessita del grande duetto del secondo atto. La parte è scritta per un soprano lirico puro e tale è stata interpretata sino agli Anni 60 (si pensi a come il ruolo veniva cantato da Clara Putrella e da Virginia Zeani); nel 1984, Giuseppe Sinopoli scelte un soprano lirico puro (Mirella Freni) per un’importante edizione discografica. In tempi più recenti, in gran misura in seguito all’interpretazione di Maria Callas della caloratura da lei data all’aria del secondo atto (In quelle trine morbide), oltre che dal colore bruno da lei dato al duetto sempre del secondo atto (Tu , amore? Tu?) e al finale “Sola, perduta, abbandonata), si è favorita una tinta a volte più scura, sino al soprano drammatico di agilità – è stato per lustri il ruolo preferito da Renata Scotto al Metropolitan. Ancorato in gran misurata al baritono verdiano è Lescaut. E tale il basso brillante Geronte de Ravoir.
In terzo luogo, la funzione dell’orchestrazione. In Manon Lescaut , l’orchestra non è essenzialmente di supporto al canto (ed all’azione scenica) come nel melodramma verdiano. Ha assorbito, in parte, la lezione wagneriana del sisfonismo continuo nel golfo mistico. Quindi, l’organico si è ampliato ed arricchito e ci sono momenti (l’intermezzo) in cui la musica a programma, ossia il poema sinfonico, vengono inclusi nel gioco scenico. Inizia quel processo di orchestrazione opulenta (ed impervia) in cui la partitura è frastagliata e frammentata ma si ricompone di continuo in nuove unità – un processo che avrà, in Puccini, in suo apogeo in La Fanciulla del West ma a cui stava lavorando, in parallelo, in una piccola città provinciale di Moravia (priva di un vero e proprio teatro , nonché di una sala da concerto) Léos Janaceck. Manon Lescaut appartiene al Novecento storico per l’orchestrazione (che nelle esecuzioni e nelle recensioni riceve, spesso, poca attenzione) quasi più che per la vocalità. Se nelle voci si apre con un sublime “chiacchierar cantando” (quanto dovette imparare Strauss da “Manon Lescaut”!) e si giunge ai turgidi “la” del duetto delle frenesia erotica del secondo atto, in orchestra, il grande organico si deve cimentare con una scrittura frammentata, spezzata e ricostruita
Con una co-produzione dell’opera, il “Massimo Bellini” di Catania ed il “Massimo” di Palermo offrono un contributo ai 150 anni dalla nascita di Puccini. Dopo Catania e Palermo (in scena sino al 19 giugno) lo spettacolo verrà visto a Firenze in autunno e forse in altri teatri. In tempi magri per la finanza pubblica e per i conti teatrali è un’ottima idea. Non è un allestimento nuovo di zecca. Il vostro “chroniqueur” lo ha già visto al “Massimo” palermitano nell’inverno 1999, quando fu in scena una sera soltanto a ragione degli scioperi che allora, come oggi, travagliano il teatro.
La regia di Pierfrancesco Maestrini e le scene ed i costumi (rispettivamente di Tiziana Carlini e di Fiorella Mariani) sono, volutamente, molto tradizionali: in un elegante Settecento da cartoline illustrate su sfondi “gravure” – un po’ come le messe in scena degli Anni Quaranta e Cinquanta-, si perde, nonostante la buona recitazione, la carica innovativa (ed ancora attuale del lavoro). E’ un omaggio, per molti aspetti, alle regie di suo padre, Carlo Maestrini, scomparso nel 1994 a 74 anni e per decenni protagonista indiscusso della regia lirica all'Arena di Verona, alla Scala, al Metropolitan di New York, al Lyric di Chicago ed al Colòn di Buenos Aires. La messa in scena, la recitazione, ed i costumi seguono fedelmente il libretto, sono eleganti (quasi preziosi) ma non c’è ancor tentativo di re-interpretazione o rilettura del testo. E’ un Settecento di maniera (come poteva piacere al pubblico di fine Ottocento-inizio Novecento), con l’accento più sulla vicenda di un amore sentimentale che di trascinamento erotico in modo già votato alla decadenza ed alla propria dissoluzione. Il pubblico catanase la ha gradita. Tuttavia, in future riprese (a Palermo e Firenze) si eviti l’intervallo di 20 minuti tra il terzo ed il quarto atto (come ormai si fa ovunque.
Il protagonista Maurizio Grazian (chiamato a sostituire Marcello Giordani che ammalato ha cancellato tutte le rappresentazioni) non ha né le “physique” ne la voce del ruolo ; è migliorato gradualmente nel corso dello spettacolo, ma ingola i “do” e scansa i “sì”. L’esito è stato meno che adeguato tanto in “Donna non vidi mai”al primo atto quando nell’appassionante duetto “Tu, amore? Tu” , al secondo atto, - duetto è il vero fulcro dell’opera. A suo merito, ha un buon registro di centro ed un apprezzabile tono brunito.
Le sua carenze spiccano ancora di più perché Adina Nitescu è una perfetta Manon: soprano lirico puro, dal timbro chiarissimo e della vasta estensione. Affascinante in “In quelle trine morbide”, nei duetti più importanti – quelli del secondo e del terzo atto- l’eros è tutto dalla parte di lei. Efficaci Domenico Balzani (l’ambiguo fratello di Manon), Andrea Patucelli (il vecchio protettore della ragazza) ed i numerosi caratteristi.
La riuscita complessiva dello spettacolo deve moltissimo a Stefano Ranzani, forse il direttore d’orchestra più adatto a questo tipo di repertorio. Non solo l’orchestra di Catania (altalenante negli ultimi anni) ha suonato magnificamente (specialmente gli archi ed i fiati), ma Ranzani interpreta con cura e trasporto i vari colori della partitura. La carica erotica è nel golfo mistico più che sul palcoscenico. Per le rappresentazioni palermitane e fiorentine sono stati annunciati cambiamenti di cast.
26 maggio 2008
Giuseppe Pennisi
MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti di Giuseppe Giocosa, Luigi Illica, Domenico Oliva, Ruggero Loncavallo, Marco Praga, Giacomo Puccini e Giulio Ricordi
Musica di Giacomo Puccini
Direttore
STEFANO RANZANI
Regia
PIERFRANCESCO MAESTRINI
Scene
FIORELLA MARIANI
Costumi
FRANCESCO FOLINEA
Luci
FIAMMETTA BALDISERRI
Maestro del coro
TIZIANA CARLINI
Manon Lescaut Adina Nitescu,
Lescaut Domenico Balzani
Renato des Grieux Maurizio Graziani
Geronte di Ravoir Andrea Patucelli
Edmondo Saverio Fiore
L'oste Angelo Nardinocchi
Il maestro di ballo Giuseppe Conte
Un musico Josè Maria Lo Monaco,
Il sergente degli arcieri Alessandro Busi
Il lampionaio Mauro Buffoli
Il comandante di marina Ezio Maria Tisi
Allestimento della Fondazione Teatro Massimo di Palermo
Orchestra, coro e tecnici del Teatro Massimo Bellini
MANON LESCAAUT
Dramma lirico in quattro atti di Giuseppe Giocosa, Luigi Illica, Domenico Oliva, Ruggero Loncavallo, Marco Praga, Giacomo Puccini e Giulio Ricordi
Musica di Giacomo Puccini
Manon Lescaut, primo importante successo di Giacomo Puccini . Come sottolineato nella recensione apparsa nel giugno 2007 su Operaclick in occasione di una messa in scena a Roma, il dramma lirico in quattro atti chiude l’epoca in cui dominava il melodramma verdiano ed anticipa il Novecento “storico” Manon Lescaut è opera analizzata per oltre un secolo da musicologi ed amata dal pubblico di tutti i Continenti (ne vidi un’edizione in Corea negli Anni 70 e mi sono stati raccontati allestimenti in un cinema-teatro in Africa a sud del Sahara).
E’ errato (come ancora fanno molti registi) considerarla, sotto il profilo drammaturgico, un’interpretazione più fedele del romanzo L’Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut dell’Abbate Antoine- François Prévost di quanto non siano altre Manon (quali quelle di Halévi, Aubert, e Massenet). Il romanzo, in gran misura, autobiografico è imperniato sul protagonista maschile che Prévost non esita a mostrare come un gaglioffo tormentato, ma corrotto (oltre che corruttore) e sgradevole. Nulla di simile al tenero giovincello innamorato di Jules Massenet o allo studente sensuale e passionale di Puccini. In effetti, occorre aspettare il 1950 (o giù di lì) perché con il Boulevard Solitude di Hans Werner Henze si ritrovino – trasportati nella Francia della prostituzione e della droga degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale – i personaggi ed il clima di Prévost, pur se, sulla scena, non ci sono riferimenti ai più espliciti aspetti sessuali del romanzo settecentesco. Del lavoro di Henze è in circolazione un magnifico DvD che si suggerisce di vedere ed ascoltare per apprezzarne la differenza da altre versione scenico-musicali del romanzo.
Con una qualifica: come molti scrittori libertini (tra cui lo stesso Marchese De Sade), l’Abbate ha non solo un vero senso di colpa ma anche intenzioni moralistiche (ambedue distinte e distanti dall’opera di Henze, come, peraltro, da quelle di Puccini, Massenet, Auber e Halévi) tanto che eros e sesso non venivano vissuti in modo gioioso. Puccini ( e la vera e propria squadra di librettisti che lavorarono con lui) leggono l’intreccio come una vicenda di eros e di passione. Qui l’importante novità: la passione aveva un posto privilegiato nel melodramma verdiano (si pensi al duetto carnale del secondo atto di Un ballo in maschera), ma per gran parte dell’Ottocento, l’eros era di fatto bandito dal teatro in musica italiano. Nel melodramma era giunto a conclusione con La Favorite di Gaetano Donizetti, nell’opera comica con Le Conte Ory di Giaocchino Rossini. Con Manot Lescaut torna prepotentemente in scena , proprio in quella Torino che non più capitale del Regno era alla ricerca della propria identità ed aveva, tutto sommato, un’anima bigotta.
In secondo luogo, l’eros è nella scrittura orchestrale e soprattutto vocale. Come in La Favorite il personaggio maggiormente avvinto dall’eros è il protagonista maschile, per il quale Puccini introduce una vocalità nuova: respinge virtuosismi e dolcezza, sceglie una linea sobria, puntando tutto la zona centrale dove il canto raggiunge la maggior intensità sensuale. Nell’Ottocento, questa era stata una caratteristica di alcuni tenori wagneriani (Siegfried nell’opera eponima, Walter von Stolzing ne I maestri cantori) . Con il Des Grieux di Manon Lescaut si apre la strada, in Italia, ai personaggi costruiti sulla sensualità virile – si pensi a quelli concepiti per Enrico Caruso. Più sfumato l’eros della protagonista che, per esplodere, necessita del grande duetto del secondo atto. La parte è scritta per un soprano lirico puro e tale è stata interpretata sino agli Anni 60 (si pensi a come il ruolo veniva cantato da Clara Putrella e da Virginia Zeani); nel 1984, Giuseppe Sinopoli scelte un soprano lirico puro (Mirella Freni) per un’importante edizione discografica. In tempi più recenti, in gran misura in seguito all’interpretazione di Maria Callas della caloratura da lei data all’aria del secondo atto (In quelle trine morbide), oltre che dal colore bruno da lei dato al duetto sempre del secondo atto (Tu , amore? Tu?) e al finale “Sola, perduta, abbandonata), si è favorita una tinta a volte più scura, sino al soprano drammatico di agilità – è stato per lustri il ruolo preferito da Renata Scotto al Metropolitan. Ancorato in gran misurata al baritono verdiano è Lescaut. E tale il basso brillante Geronte de Ravoir.
In terzo luogo, la funzione dell’orchestrazione. In Manon Lescaut , l’orchestra non è essenzialmente di supporto al canto (ed all’azione scenica) come nel melodramma verdiano. Ha assorbito, in parte, la lezione wagneriana del sisfonismo continuo nel golfo mistico. Quindi, l’organico si è ampliato ed arricchito e ci sono momenti (l’intermezzo) in cui la musica a programma, ossia il poema sinfonico, vengono inclusi nel gioco scenico. Inizia quel processo di orchestrazione opulenta (ed impervia) in cui la partitura è frastagliata e frammentata ma si ricompone di continuo in nuove unità – un processo che avrà, in Puccini, in suo apogeo in La Fanciulla del West ma a cui stava lavorando, in parallelo, in una piccola città provinciale di Moravia (priva di un vero e proprio teatro , nonché di una sala da concerto) Léos Janaceck. Manon Lescaut appartiene al Novecento storico per l’orchestrazione (che nelle esecuzioni e nelle recensioni riceve, spesso, poca attenzione) quasi più che per la vocalità. Se nelle voci si apre con un sublime “chiacchierar cantando” (quanto dovette imparare Strauss da “Manon Lescaut”!) e si giunge ai turgidi “la” del duetto delle frenesia erotica del secondo atto, in orchestra, il grande organico si deve cimentare con una scrittura frammentata, spezzata e ricostruita
Con una co-produzione dell’opera, il “Massimo Bellini” di Catania ed il “Massimo” di Palermo offrono un contributo ai 150 anni dalla nascita di Puccini. Dopo Catania e Palermo (in scena sino al 19 giugno) lo spettacolo verrà visto a Firenze in autunno e forse in altri teatri. In tempi magri per la finanza pubblica e per i conti teatrali è un’ottima idea. Non è un allestimento nuovo di zecca. Il vostro “chroniqueur” lo ha già visto al “Massimo” palermitano nell’inverno 1999, quando fu in scena una sera soltanto a ragione degli scioperi che allora, come oggi, travagliano il teatro.
La regia di Pierfrancesco Maestrini e le scene ed i costumi (rispettivamente di Tiziana Carlini e di Fiorella Mariani) sono, volutamente, molto tradizionali: in un elegante Settecento da cartoline illustrate su sfondi “gravure” – un po’ come le messe in scena degli Anni Quaranta e Cinquanta-, si perde, nonostante la buona recitazione, la carica innovativa (ed ancora attuale del lavoro). E’ un omaggio, per molti aspetti, alle regie di suo padre, Carlo Maestrini, scomparso nel 1994 a 74 anni e per decenni protagonista indiscusso della regia lirica all'Arena di Verona, alla Scala, al Metropolitan di New York, al Lyric di Chicago ed al Colòn di Buenos Aires. La messa in scena, la recitazione, ed i costumi seguono fedelmente il libretto, sono eleganti (quasi preziosi) ma non c’è ancor tentativo di re-interpretazione o rilettura del testo. E’ un Settecento di maniera (come poteva piacere al pubblico di fine Ottocento-inizio Novecento), con l’accento più sulla vicenda di un amore sentimentale che di trascinamento erotico in modo già votato alla decadenza ed alla propria dissoluzione. Il pubblico catanase la ha gradita. Tuttavia, in future riprese (a Palermo e Firenze) si eviti l’intervallo di 20 minuti tra il terzo ed il quarto atto (come ormai si fa ovunque.
Il protagonista Maurizio Grazian (chiamato a sostituire Marcello Giordani che ammalato ha cancellato tutte le rappresentazioni) non ha né le “physique” ne la voce del ruolo ; è migliorato gradualmente nel corso dello spettacolo, ma ingola i “do” e scansa i “sì”. L’esito è stato meno che adeguato tanto in “Donna non vidi mai”al primo atto quando nell’appassionante duetto “Tu, amore? Tu” , al secondo atto, - duetto è il vero fulcro dell’opera. A suo merito, ha un buon registro di centro ed un apprezzabile tono brunito.
Le sua carenze spiccano ancora di più perché Adina Nitescu è una perfetta Manon: soprano lirico puro, dal timbro chiarissimo e della vasta estensione. Affascinante in “In quelle trine morbide”, nei duetti più importanti – quelli del secondo e del terzo atto- l’eros è tutto dalla parte di lei. Efficaci Domenico Balzani (l’ambiguo fratello di Manon), Andrea Patucelli (il vecchio protettore della ragazza) ed i numerosi caratteristi.
La riuscita complessiva dello spettacolo deve moltissimo a Stefano Ranzani, forse il direttore d’orchestra più adatto a questo tipo di repertorio. Non solo l’orchestra di Catania (altalenante negli ultimi anni) ha suonato magnificamente (specialmente gli archi ed i fiati), ma Ranzani interpreta con cura e trasporto i vari colori della partitura. La carica erotica è nel golfo mistico più che sul palcoscenico. Per le rappresentazioni palermitane e fiorentine sono stati annunciati cambiamenti di cast.
26 maggio 2008
Giuseppe Pennisi
MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti di Giuseppe Giocosa, Luigi Illica, Domenico Oliva, Ruggero Loncavallo, Marco Praga, Giacomo Puccini e Giulio Ricordi
Musica di Giacomo Puccini
Direttore
STEFANO RANZANI
Regia
PIERFRANCESCO MAESTRINI
Scene
FIORELLA MARIANI
Costumi
FRANCESCO FOLINEA
Luci
FIAMMETTA BALDISERRI
Maestro del coro
TIZIANA CARLINI
Manon Lescaut Adina Nitescu,
Lescaut Domenico Balzani
Renato des Grieux Maurizio Graziani
Geronte di Ravoir Andrea Patucelli
Edmondo Saverio Fiore
L'oste Angelo Nardinocchi
Il maestro di ballo Giuseppe Conte
Un musico Josè Maria Lo Monaco,
Il sergente degli arcieri Alessandro Busi
Il lampionaio Mauro Buffoli
Il comandante di marina Ezio Maria Tisi
Allestimento della Fondazione Teatro Massimo di Palermo
Orchestra, coro e tecnici del Teatro Massimo Bellini
DAZI AGRICOLI E INDUSTRIALI IL NEGOZIATO WTO E’ ORMAI DEFUNTO, Libero 31 maggio
In questi giorni c’è stata una vera e propria offensiva mediatica del Direttore Generale del Wto (World Trade Organization anche chiamata Organizzazione Mondiale del Commercio, Omc), Pascal Lamy per giungere ad un accordo quanto meno su dazi e tariffe relative ai prodotti industriali ed a qualche ritocco al regime commerciale in materia di agricoltura entro l’inizio dell’estate. L’accordo verrebbe concluso ad un vertice “informale”, a Parigi, dei Ministri dei maggiori Paesi coinvolti nella Doha development agenda (il negoziato multilaterale sugli scambi che si trascina dal novembre 2001). L’offensiva mediatica è accompagnata da un’intensa attività diplomatica da parte del Commissario Europeo incaricato di rappresentare l’Ue , Peter Mandelson, a Roma il 29 maggio. A livello tecnico, il Presidente del gruppo di lavoro Wto “accesso ai mercati non agricoli”, Don Stephenson, ha chiesto, il 27 maggio, ai suoi colleghi di redigere una bozza di testo con urgenza- in modo che a Parigi si possa giungere alla parafasi, o meglio ancora alla firma di un documento.
Cosa possono produrre questi sforzi? In primo luogo, è utile chiarire ai lettori che né Lamy né Mandelson sono “free trader” (ossia liberisti in materia commerciale). Considerarli tali è una caricatura tanto quanto lo è chiamare “protezionista” Giulio Tremonti. Lamy è stato a lungo assistente, prima, e Capo di Gabinetto, poi, di Jacques Delors; è un cattolico socialista francese che al colbertismo dello Stato intervista (tipico del Dna d’Oltralpe) aggiunge un pizzico di catto-socialismo. La Francia gli ha assicurato la poltrona di Direttore Generale del Wto proprio in quanto è un volto rassicurante per chi non è troppo “free trader” (gli asiatici, soprattutto).
Neanche Peter Mandelson ha credenziali “free trader”. Ministro dell’Industria dì Tony Blair, tento di rivitalizzare la programmazione economica in una Gran Bretagna ormai allergica allo stesso termine. Lasciò l’incarico per un piccolo scandalo di sesso e favori. Prima di approdare a Bruxelles, è stato alla guida del Policy Network, la rete di pensatoi di quello che Romano Prodi chiamava “l’Ulivo Mondiale” (sembrano passati secoli ma si tratta di meno di due lustri). Presenzialista ai convegni di ItalianiEuropei, amico personale di Massimo D’Alema, Mandelson ha anche progettato un mini-Iri da esportazione in Paesi in transizione dal socialismo reale al mercato. Alla Commissione non è riuscito ad incidere di mezzo millimetro sulla Politica agricola comune (Pac) pure poiché di tanto in tanto la stampa francese (molto legata alla Pac) gli ricorda la vecchia storia che portò alle sue dimissioni dal Gabinetto Blair. Il negoziato, quindi, non è proprio nelle mani più adatte; né Lamy né Mandelson sono credibili. Soprattutto se si mettono sul pulpito e pronunciano prediche sulle virtù del libero mercato.
Più importante delle personalità coinvolte è il clima generale. Dopo oltre sette anni di negoziati estenuanti (senza che da Lamy sia venuta una sola idea nuova ed originale) sono tutti stanchi di un’intrapresa che sembra destinata al fallimento per vari motivi. Da un lato, dall’altra sponda dell’Atlantico spira un forte vento protezionista specialmente nell’eventualità di vittoria di Barack Obama o peggio ancora di Hillary Clinton; lo stesso McCain mostra cautela poiché la lobby protezionista può essere decisiva sull’esito elettorale. Da un altro, il marasma finanziario da mesi sui mercati mondiali non favorisce gli accordi commerciali multilaterali. Da un altro ancora, alcuni nuovi soci del Wto (per eleganza non facciamo nomi- in ogni caso sono sulla bocca di tutti) sono usi non ad applicare le regole ma a distorcerle per i loro fini – quindi, a barare (pure in maniera poco garbata).
In queste circostanze, c’è il rischio di un accordo “de minimis”, per soddisfare l’orgoglio di Lamy, Mandelson e pochi altri ma privo di veri effetti sul commercio mondiale d’oggi e soprattutto di domani. Di fronte ad un negoziato defunto, è preferibile pronunciare un requiem. E cominciare a tessere la tela per una nuova trattativa da mettere in campo dopo le lezioni americane, se c’è l’atmosfera adatta. Con un copione nuovo. Con nuovi interpreti. Anche con nuovi comprimari.
Cosa possono produrre questi sforzi? In primo luogo, è utile chiarire ai lettori che né Lamy né Mandelson sono “free trader” (ossia liberisti in materia commerciale). Considerarli tali è una caricatura tanto quanto lo è chiamare “protezionista” Giulio Tremonti. Lamy è stato a lungo assistente, prima, e Capo di Gabinetto, poi, di Jacques Delors; è un cattolico socialista francese che al colbertismo dello Stato intervista (tipico del Dna d’Oltralpe) aggiunge un pizzico di catto-socialismo. La Francia gli ha assicurato la poltrona di Direttore Generale del Wto proprio in quanto è un volto rassicurante per chi non è troppo “free trader” (gli asiatici, soprattutto).
Neanche Peter Mandelson ha credenziali “free trader”. Ministro dell’Industria dì Tony Blair, tento di rivitalizzare la programmazione economica in una Gran Bretagna ormai allergica allo stesso termine. Lasciò l’incarico per un piccolo scandalo di sesso e favori. Prima di approdare a Bruxelles, è stato alla guida del Policy Network, la rete di pensatoi di quello che Romano Prodi chiamava “l’Ulivo Mondiale” (sembrano passati secoli ma si tratta di meno di due lustri). Presenzialista ai convegni di ItalianiEuropei, amico personale di Massimo D’Alema, Mandelson ha anche progettato un mini-Iri da esportazione in Paesi in transizione dal socialismo reale al mercato. Alla Commissione non è riuscito ad incidere di mezzo millimetro sulla Politica agricola comune (Pac) pure poiché di tanto in tanto la stampa francese (molto legata alla Pac) gli ricorda la vecchia storia che portò alle sue dimissioni dal Gabinetto Blair. Il negoziato, quindi, non è proprio nelle mani più adatte; né Lamy né Mandelson sono credibili. Soprattutto se si mettono sul pulpito e pronunciano prediche sulle virtù del libero mercato.
Più importante delle personalità coinvolte è il clima generale. Dopo oltre sette anni di negoziati estenuanti (senza che da Lamy sia venuta una sola idea nuova ed originale) sono tutti stanchi di un’intrapresa che sembra destinata al fallimento per vari motivi. Da un lato, dall’altra sponda dell’Atlantico spira un forte vento protezionista specialmente nell’eventualità di vittoria di Barack Obama o peggio ancora di Hillary Clinton; lo stesso McCain mostra cautela poiché la lobby protezionista può essere decisiva sull’esito elettorale. Da un altro, il marasma finanziario da mesi sui mercati mondiali non favorisce gli accordi commerciali multilaterali. Da un altro ancora, alcuni nuovi soci del Wto (per eleganza non facciamo nomi- in ogni caso sono sulla bocca di tutti) sono usi non ad applicare le regole ma a distorcerle per i loro fini – quindi, a barare (pure in maniera poco garbata).
In queste circostanze, c’è il rischio di un accordo “de minimis”, per soddisfare l’orgoglio di Lamy, Mandelson e pochi altri ma privo di veri effetti sul commercio mondiale d’oggi e soprattutto di domani. Di fronte ad un negoziato defunto, è preferibile pronunciare un requiem. E cominciare a tessere la tela per una nuova trattativa da mettere in campo dopo le lezioni americane, se c’è l’atmosfera adatta. Con un copione nuovo. Con nuovi interpreti. Anche con nuovi comprimari.
I SIGNORI DELL’EURO FANNO I CONTI CON IL DOLLARO, Il Tempo 3 giugno
I Ministri economici e finanziari dell’area dell’euro nel primo pomeriggio, a Francoforte nella sede della Bce, hanno celebrano i dieci anni dalla nascita dell’euro, mentre la sera, a Lussemburgo, hanno avuto la consueta cena mensile per prendere il polso allo stato dell’economia dell’unione monetaria, della finanza pubblica e via discorrendo. La manifestazione a Francoforte ha natura simbolica. La riunione a Lussemburgo non è affatto un incontro di routine con occhiatacce ai Paesi i cui conti pubblici non sono in regola e pacche sulle spalle a quelli che si comportano da bravi ragazzi. E’ l’ultima in programma prima del G8 del 7-9 luglio a Hokkaido, nel Nord del Giappone dove si dovrebbe definire un accordo sui tassi di cambio analogo, per portata, a quello raggiunto tra i 5 “grandi” all’Hotel Plaza di New York il 22 settembre 1985; allora si giunse ad una strategia coordinata per deprezzare il dollaro Usa rispetto al marco tedesco ed allo yen giapponese. E rimettere così ordine nell’economia mondiale.
E’ un argomento che tocca direttamente le tasche di tutti noi. Un apprezzamento del dollaro (rispetto all’euro) vuol dire maggiori opportunità d’esportazione per l’Europa, ed in particolare per l’Italia. Può indurre i Paesi produttori di petrolio ad una strategia differente da quella degli ultimi 12 mesi (basata sulla tesaurizzazione dell’oro nero sotto terra). Soprattutto, può curare gli squilibri dell’economia internazionale all’origine dell’instabilità finanziaria che danneggia famiglie ed imprese. Un lavoro del servizio studi del Fondo Monetario (IMF working paper n. 07/111) tratteggia un percorso (di cui l’eventuale accordo di Hokkaido sarebbe l’architrave) per giungere ad un nuovo equilibrio evitando traumi pesanti. In parallelo, un’analisi ancora a diffusione limitata dal servizio studi della Banca centrale europea (ECB Working Paper No. 884 ) traccia le prospettive di un’area monetaria atlantica (non necessariamente una moneta unica). Inoltre, un lavoro che rispecchia il pensiero della Banca centrale giapponese apparso di recente sulla “Pacific Economic Review” delinea la strada per giungere ad accordi di cambio tra le monete analoghe asiatiche analoghi a quelli che caratterizzarono lo Sme in Europa negli Anni 80 e 90.
Ancora più interessanti, sono alcune misure precise di questi ultimi giorni poco notate sulla stampa. Il 27 maggio, le banche centrali dell’Indonesia, della Corea del Sud, delle Filippine e di Formosa hanno effettuato interventi ingenti sui mercati per sostenere le loro valute (a rischio di deprezzamento a ragione della forte inflazione interna). Il 28 maggio, un documento del Tesoro Usa ha rivelato che i Paesi del Golfo Persico e l’Arabia Saudita starebbero per sganciarsi dal cambio fisso con il dollaro Usa.
C’è, quindi, molto che bolle in pentola. Non solo studi, ma azioni concrete che sembrano preludere ad un cambiamento importante. Ed in cui il nostro Paese vuole essere protagonista.
E’ un argomento che tocca direttamente le tasche di tutti noi. Un apprezzamento del dollaro (rispetto all’euro) vuol dire maggiori opportunità d’esportazione per l’Europa, ed in particolare per l’Italia. Può indurre i Paesi produttori di petrolio ad una strategia differente da quella degli ultimi 12 mesi (basata sulla tesaurizzazione dell’oro nero sotto terra). Soprattutto, può curare gli squilibri dell’economia internazionale all’origine dell’instabilità finanziaria che danneggia famiglie ed imprese. Un lavoro del servizio studi del Fondo Monetario (IMF working paper n. 07/111) tratteggia un percorso (di cui l’eventuale accordo di Hokkaido sarebbe l’architrave) per giungere ad un nuovo equilibrio evitando traumi pesanti. In parallelo, un’analisi ancora a diffusione limitata dal servizio studi della Banca centrale europea (ECB Working Paper No. 884 ) traccia le prospettive di un’area monetaria atlantica (non necessariamente una moneta unica). Inoltre, un lavoro che rispecchia il pensiero della Banca centrale giapponese apparso di recente sulla “Pacific Economic Review” delinea la strada per giungere ad accordi di cambio tra le monete analoghe asiatiche analoghi a quelli che caratterizzarono lo Sme in Europa negli Anni 80 e 90.
Ancora più interessanti, sono alcune misure precise di questi ultimi giorni poco notate sulla stampa. Il 27 maggio, le banche centrali dell’Indonesia, della Corea del Sud, delle Filippine e di Formosa hanno effettuato interventi ingenti sui mercati per sostenere le loro valute (a rischio di deprezzamento a ragione della forte inflazione interna). Il 28 maggio, un documento del Tesoro Usa ha rivelato che i Paesi del Golfo Persico e l’Arabia Saudita starebbero per sganciarsi dal cambio fisso con il dollaro Usa.
C’è, quindi, molto che bolle in pentola. Non solo studi, ma azioni concrete che sembrano preludere ad un cambiamento importante. Ed in cui il nostro Paese vuole essere protagonista.
SU ALITALIA IL GOVERNO HA GIA' MESSO A SEGNO DUE COLPI, L'Occidentale 3 giugno
SU ALITALIA IL GOVERNO HA GIA’ MESSO A SEGNO DUE COLPI
Negli ultimi giorni, caratterizzati da un “ponte” festivo, il Governo ha messo a segno due colpi: a) l’approvazione da parte dell’Ue (e quel che più conto dell’Eurogruppo- ossia dei Paesi che fanno parte dell’area dell’euro) del programma di risanamento presentato, a nome dell’Italia, dal Ministro del Tesoro e delle Finanze Giulio Tremonti; b) la conversione in legge del decreto relativo al prestito/ricapitalizzazione di Alitalia.
Il primo è un colpo effettivo anche se ci vorrà ancora molta strada, costellata di lacrime e sangue sotto il profilo delle operazioni specifiche per arrivare in porto (ossia al pareggio di bilancio ed alla riduzione del rapporto tra stock di debito pubblico e pil). Il secondo è un colpo che, almeno per il momento, appare più mediatico che sostanziale. Senza dubbio, il prestito/ricapitalizzazione consente ad Alitalia di respirare ancora per alcuni mesi: 12 secondo stime ufficiose dell’Amministrazione, molto meno secondo un documento diramato on line il 2 giugno dall’Istitutito Bruno Leoni. Ove non si fosse effettuato il prestito/ricapitalizzazione, le autorità di vigilanza e controllo (sia nazionali sia internazionali) avrebbero dovuto trasformare in “parziale” la licenza di Alitalia; limitandone, quindi, le operazioni ai biglietti già venduti, accorpando voli e atterrando gran parte della flotta. E’ stata evitata – ammettiamolo – una débâcle analoga alla battaglia di Verdun. Ciò già rappresenta un successo.
Non s’intravede, però, ancora la luce alla fine del tunnel. AiFrance-Klm ha detto in tono sprezzante che ormai solo un esorcista può tentare di rimettere insieme i pezzi di quel che resta dalla compagnia “di bandiera” italiana. I tedeschi di Lufthansa ribadiscono di non essere interessati sino a quando c’è sul fondale un partner italiano (Air One) a loro non gradito poiché non considerato all’altezza. Il Presidente di Intesa San Paolo precisa che l’incarico accettato dall’istituto è “per ora di sola consulenza” al Governo (ossia esaminare i conti, le potenzialità, le possibilità e le probabilità – nulla di più). Air One fa sapere di essere pronta a tornare dal fondale al bocca scena , ma il Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà ne frena gli entusiasmi uscendo dal proprio proverbiale silenzio con una durissima intervista su “La Stampa”.
In sintesi, quindi, la situazione appare oggi tanto ingarbugliata quanto le era l’altro ieri. Dato che i possibili partner internazionali hanno, per ora, preso le distanze, alla Magliana e dintorni si profila ciò che un anno e mezzo fa veniva considerato un anatema: una fusione con Air One (le critiche dell’Antitrust , si dice, non sono insormontabili ) a cui aggiungere dopo-domani non socio industriale internazionale.
E’ realistico questo scenario? Tutto dipende da come si presentano i conti e la capacità industriale di Air One. Ripetiamo : aprendo la tratta Roma-Milano (ed altri segmenti del mercato interno) ad altre compagnie potrebbero venir rimosse parte delle barriere erette dall’Antitrust. Ciò che, invece, disturba sono i dati sulla capacità industriale e finanziaria di quello che pare essere l’unico pretendente alle nozze con Alitalia. Da mesi, su “Il Sole-24 Ore”, appaiono dati secondo cui la capacità di carico media dei voli Air One sarebbe al 50%, ben al di sotto di quel 75-80% (che in molti casi può portare ad overbooking) ma che con gli alti costi di gestione viene considerato necessario per sopravvivere. Sempre “Il Sole-24 Ore” riporta analisi sconfortanti su margine operativo lordo, indebitamento e capitale effettivamente disponibile di Air One: la fusione – sembra dirsi tra le righe – equivarrebbe a porre anche il vettore chietino sulla groppa di Pantalone. Alla Magliana, dove una corrente di pensiero (e di personale) non è affatto favorevole a nozze con Air One, si maligna che in alcuni scali ci si rifiuterebbe di fornire carburante al vettore tali e tanti sarebbero le fatture non pagate ai fornitori.
Non sta certo a noi de L’Occidentale fare un auditing dei conti e della capacità industriale d’Air One. Dovrebbe però farlo la compagnia con sede sociale a Chieti e base operativa a Roma. Quando ci si vuole sposare, di norma, si offrono assicurazione sulla propria capacità di far fronte ai doveri coniugali, sotto il profilo finanziario e non solo. Altrimenti si rischia che il matrimonio venga dichiarato nullo. Con danni per tutti.
Negli ultimi giorni, caratterizzati da un “ponte” festivo, il Governo ha messo a segno due colpi: a) l’approvazione da parte dell’Ue (e quel che più conto dell’Eurogruppo- ossia dei Paesi che fanno parte dell’area dell’euro) del programma di risanamento presentato, a nome dell’Italia, dal Ministro del Tesoro e delle Finanze Giulio Tremonti; b) la conversione in legge del decreto relativo al prestito/ricapitalizzazione di Alitalia.
Il primo è un colpo effettivo anche se ci vorrà ancora molta strada, costellata di lacrime e sangue sotto il profilo delle operazioni specifiche per arrivare in porto (ossia al pareggio di bilancio ed alla riduzione del rapporto tra stock di debito pubblico e pil). Il secondo è un colpo che, almeno per il momento, appare più mediatico che sostanziale. Senza dubbio, il prestito/ricapitalizzazione consente ad Alitalia di respirare ancora per alcuni mesi: 12 secondo stime ufficiose dell’Amministrazione, molto meno secondo un documento diramato on line il 2 giugno dall’Istitutito Bruno Leoni. Ove non si fosse effettuato il prestito/ricapitalizzazione, le autorità di vigilanza e controllo (sia nazionali sia internazionali) avrebbero dovuto trasformare in “parziale” la licenza di Alitalia; limitandone, quindi, le operazioni ai biglietti già venduti, accorpando voli e atterrando gran parte della flotta. E’ stata evitata – ammettiamolo – una débâcle analoga alla battaglia di Verdun. Ciò già rappresenta un successo.
Non s’intravede, però, ancora la luce alla fine del tunnel. AiFrance-Klm ha detto in tono sprezzante che ormai solo un esorcista può tentare di rimettere insieme i pezzi di quel che resta dalla compagnia “di bandiera” italiana. I tedeschi di Lufthansa ribadiscono di non essere interessati sino a quando c’è sul fondale un partner italiano (Air One) a loro non gradito poiché non considerato all’altezza. Il Presidente di Intesa San Paolo precisa che l’incarico accettato dall’istituto è “per ora di sola consulenza” al Governo (ossia esaminare i conti, le potenzialità, le possibilità e le probabilità – nulla di più). Air One fa sapere di essere pronta a tornare dal fondale al bocca scena , ma il Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà ne frena gli entusiasmi uscendo dal proprio proverbiale silenzio con una durissima intervista su “La Stampa”.
In sintesi, quindi, la situazione appare oggi tanto ingarbugliata quanto le era l’altro ieri. Dato che i possibili partner internazionali hanno, per ora, preso le distanze, alla Magliana e dintorni si profila ciò che un anno e mezzo fa veniva considerato un anatema: una fusione con Air One (le critiche dell’Antitrust , si dice, non sono insormontabili ) a cui aggiungere dopo-domani non socio industriale internazionale.
E’ realistico questo scenario? Tutto dipende da come si presentano i conti e la capacità industriale di Air One. Ripetiamo : aprendo la tratta Roma-Milano (ed altri segmenti del mercato interno) ad altre compagnie potrebbero venir rimosse parte delle barriere erette dall’Antitrust. Ciò che, invece, disturba sono i dati sulla capacità industriale e finanziaria di quello che pare essere l’unico pretendente alle nozze con Alitalia. Da mesi, su “Il Sole-24 Ore”, appaiono dati secondo cui la capacità di carico media dei voli Air One sarebbe al 50%, ben al di sotto di quel 75-80% (che in molti casi può portare ad overbooking) ma che con gli alti costi di gestione viene considerato necessario per sopravvivere. Sempre “Il Sole-24 Ore” riporta analisi sconfortanti su margine operativo lordo, indebitamento e capitale effettivamente disponibile di Air One: la fusione – sembra dirsi tra le righe – equivarrebbe a porre anche il vettore chietino sulla groppa di Pantalone. Alla Magliana, dove una corrente di pensiero (e di personale) non è affatto favorevole a nozze con Air One, si maligna che in alcuni scali ci si rifiuterebbe di fornire carburante al vettore tali e tanti sarebbero le fatture non pagate ai fornitori.
Non sta certo a noi de L’Occidentale fare un auditing dei conti e della capacità industriale d’Air One. Dovrebbe però farlo la compagnia con sede sociale a Chieti e base operativa a Roma. Quando ci si vuole sposare, di norma, si offrono assicurazione sulla propria capacità di far fronte ai doveri coniugali, sotto il profilo finanziario e non solo. Altrimenti si rischia che il matrimonio venga dichiarato nullo. Con danni per tutti.
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