E’ noto, anzi notorio, che Romano Prodi non ha mai amato WV (Walter Veltroni) & Co (i suoi associata). Li considera una ditta da non premiare in quanto alla origine delle sue sventure e del vero e proprio crollo del suo ormai ultimo (per sempre) Governo. Una ditta ingrata in quanto avrebbe volentieri ceduto loro con garbo Palazzo Chigi (ed annessi e connessi) nel 2011 quando lui avrebbe raggiunto l’età appropriata per fare il nonno politico-spirituale del neonato Partito Democratico (PD). Ora è stato nonnificato anzitempo ed anche costretto a fare buon viso a cattivo gioco ed a mostrare simpatia e supporto per la compagnia di giro (in autobus) WV & Co dei cui è Presidente onorario.
Come riuscire a rovinare la ditta, portandola (ove possibile) al fallimento, pur dando ad intendere di essere il principale leader spirituale e sostenitore? Interrogativo a cui è arduo dare una risposta. Seguendo lo shakespeariano Macbeth , si dovrebbe andare a chiedere consiglio (alle streghe) in una radura di un bosco scozzese. Ma, in Italia, le streghe sono rare. Ed i boschi scozzesi ancora di più.
I nostri informatori dalla profonda Emilia ci dicono che il consueto manipolo di Prodi si è dato convegno nella villa di famiglia, nel modenese, di un noto economista specializzato in fonti di energia; là ormai da decenni, con l’aiuto di una medium, si chiede consiglio all’aldilà. E’ stato invocato Don Sturzo, il quale , però, non si è fatto proprio vedere. Ormai il prete liberale ha molto poca considerazione per questo rampollo superirizzato e più statalista di quel La Pira con cui in vita ebbe un aspro carteggio.
Si presentò, invece, Mefistofele in persona, fresco fresco dal Teatro Massimo di Palermo dove era in scena quel 24 gennaio in cui (a ragione dei complotti di WV & Co) si è arrivati alla sfiducia, con sfratto, nei confronti dei nostri eroi. Mefistofele, esperto distruttore pure di chi ha le migliori intenzioni, venne abbracciato con affetto dai nostri prodi nella pianura modenese.
E si prodigò in consigli. Primo, si collegassero a Internet facendo (con Google o Dogpile) una ricerca cliccando le parole “Casa della Libertà-CdL” e “Programma elettorale 2006”. Scaricati i dieci punti del 2006 li portassero a WV & Co come base per ispirare la piattaforma elettorale del PD (da rimaneggiare qua e là per farla sembrare nuova). Tanto presi a negoziare accordi e candidatura con questo e quello, e così poco usi alla lettura (WV dai tempi – dicono le pagelle- del Liceo Tasso), i compilatori di programmi sarebbero stati ben lieti di avere un prête-à-porter pronto all’uso e lo avrebbero in buona parte scopiazzato. Ciò vuol dire che il programma CdL del 2006 era sbagliato? Niente affatto, precisò Mefistofele con tono luciferino. E’, però, sufficientemente spostato al centro, anzi al centrodestra, da mettere in fuga una fascia importante del bacino elettorale potenziale di WV & Co. E farla correre verso l’Arcobaleno.
In secondo luogo, i prodiani inducessero WV & Co a fare accordi elettorali (in barba alla proclamata “solitudine del maratoneta”, roba da topi di cineteca in quanto è proprio al Labirinto Cine Club a Via Pompeo Magno che WV ne ha tratto l’ispirazione vedendo un film britannico, così intitolato, degli Anni 60). “La vendetta – ha aggiunto Mefistofele sussurrando un verso di Lorenzo Da Ponte – è un piacere serbato ai saggi”. Che i prodiani se lo godessero tutto: intese di vario tipo con i dipietristi ed i pannellani porterebbero allo scontro le varie “anime”, per così dire, del PD: garantisti contro giustizialisti, laicisti contro cattolici. La maniera peggiore per fare la campagna elettorale. E se queste strategie non bastassero? Chiesero nella notte emiliana i prodiani mentre i bicchieri suonavano e da sotto il tavolo si sentiva più di un colpo. “Il buco”, affermò perentoriamente Mefistofele. Termine, al tempo stesso, eloquente e misterioso. Ove, nonostante tutto, per disgrazia di Dio ed in barba alla volontà della Nazione, si arrivasse ad un pareggio, o qualcosa di analogo, non resta che l’arma del “buco, la falla di bilancio lascia in eredità dalla triade Prodi-TPS-Visco (senza che WV & Co se ne accorgessero) al nuovo Governo, il quale dovrà, comunque, o arrabbattarsi con qualche miscela di ritocchi alle spese ed alle entrate oppure rinegoziare gli accordi con l'Eurogruppo. Nell'immediato chiunque sarà a Palazzo Chigi e a via Venti Settembre dovrà colmare una falla di 8-10 miliardi di euro per raggiungere, a fine anno, gli impegni sottoscritti con gli altri Stati dell'area dell'euro. In caso di pareggio e di tentativo di “larghe intese”, nel “buco” sprofonderà WV. Così come sprofondò Occhetto, sussurrò Mefistofele . Allontanandosi nella nebbia emiliana.
venerdì 29 febbraio 2008
STRAUSS RISUONA IN BUCA
Nelle buche d’orchestra dei teatri lirici risuonano, tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo, le note di Richard Strauss, e più precisamente due dei più noti atti unici del compositore di Monaco di Baviera :Subito dopo una ripresa de “Il cavaliere della rosa” a Genova è in scena a Torini un nuovo allestimento di “Salome” (con la regia di Robert Carsen e la bacchetta di Gianandrea Noseda) mentre l’opera di Belgrado ne porta la propria produzione di repertorio, tra cui c’è anche il dramma dell’eroina morbosa e lussuriosa a Ravenna, Rovigo ed altri teatri.
Al Regio di Torino, l’allestimento è osé: la protagonista non si toglie i veli ma sette giovanotti che recitano in palcoscenico con lei sono in desabillé, mentre è di impianto tradizionale la produzione serba. Firenze e Venezia, invece, ospitano due allestimenti di “Elektra”, primo dei sette capolavori del binomio Richard Strauss- Hugo von Hofmannsthal, sono anche scena; nel capoluogo toscano la messainscena vede una nuova coproduzione di Robert Carsen (con il Teatro Nomori di Tokio) ed a Venezia sale sul palco quella di Klaus Michael Gruber che inaugurò nel dicembre 2003 la stagione del San Carlo. In questi giorni, inoltre, nella penisola iberica l’edizione di ”Elektra” di Barcellona viene mostrata in 50 sale cinematografiche in diretta
Nel catalogo Strauss- Hofmannsthal, “Elektra” è uno dei lavori rappresentati con maggiore frequenza in Italia: negli ultimi anni si è visto alla Scala, all’Opera di Roma, al Maggio Musicale fiorentino, al Massimo Bellini di Catania, al Filarmonico di Verona, nonché nei Festival di Taormina, Macerata, Pompei e Spoleto. Nella vulgata di storia della musica, la magia di “Elektra” viene illustrata nel prodigio, al tempo stesso, di complementarità e di contrasto tra il testo di Hofmannsthal e la partitura di Strauss; circolare il primo (con il proprio epicentro nel confronto-scontro tra Elektra e Klytämnestra); vettoriale il secondo sino all’orgia sonora in do maggiore del finale. L’edizione fiorentina (su cui ci soffermiamo data l’importanza dell’allestimento e della direzione musicale di Seji Ozawa) mostra come sia l’azione sia la musica abbiano una struttura ad ellisse; un’introduzione quasi contrappuntistica (il dialogo delle ancelle per preparare al monologo di Elektra) si snoda in una vasta parte centrale in cui il confronto tra Elektra e Klytämnestra (colmo di disperazione) è inserito tra due altri confronti – quelli tra Elektra e Chrysothemis (rispettivamente sul significato della vita e sul valore della vendetta); in tutta questa parte centrale si sovrappongono due tonalità musicali molto differenti per unificarsi dalla scena del ritorno di Orest e del duplice assassinio e predisporre, quindi, il do maggiore della danza macabra finale.
Nell’edizione fiorentina la Reggia dei Atridi a Micine sono tre mura grigie che racchiudono il palcoscenico.In questo clima tra il claustrofobico e l’ossessivo, Elektra, Christothemis ,lo loro ancelle sono in scarne tuniche nere, Orest ed il suo precettore in grigio, Klytämnestra e Augestih in bianco (le scene di Michael Levine, costumi di Vasul Matuz, luci di Peter van Praet). La tragedia si svolge serrata tanto più che Ozawa legge la partitura dandole una concezione lirica, soffermandosi sulle sofferenza dei personaggi e facendo esprimere dall’orchestra un fasto di colori , ascoltato solo in recenti esecuzioni di Abbado. Tutte di gran livello di voci. Notissime nel ruolo Agnes Balsta ( Klytämnestra) e Susan Bullock (Elektra), la vera scoperta, per il pubblico italiano, è la straordinaria Chrysothemis di Christine Goerke.
Al Regio di Torino, l’allestimento è osé: la protagonista non si toglie i veli ma sette giovanotti che recitano in palcoscenico con lei sono in desabillé, mentre è di impianto tradizionale la produzione serba. Firenze e Venezia, invece, ospitano due allestimenti di “Elektra”, primo dei sette capolavori del binomio Richard Strauss- Hugo von Hofmannsthal, sono anche scena; nel capoluogo toscano la messainscena vede una nuova coproduzione di Robert Carsen (con il Teatro Nomori di Tokio) ed a Venezia sale sul palco quella di Klaus Michael Gruber che inaugurò nel dicembre 2003 la stagione del San Carlo. In questi giorni, inoltre, nella penisola iberica l’edizione di ”Elektra” di Barcellona viene mostrata in 50 sale cinematografiche in diretta
Nel catalogo Strauss- Hofmannsthal, “Elektra” è uno dei lavori rappresentati con maggiore frequenza in Italia: negli ultimi anni si è visto alla Scala, all’Opera di Roma, al Maggio Musicale fiorentino, al Massimo Bellini di Catania, al Filarmonico di Verona, nonché nei Festival di Taormina, Macerata, Pompei e Spoleto. Nella vulgata di storia della musica, la magia di “Elektra” viene illustrata nel prodigio, al tempo stesso, di complementarità e di contrasto tra il testo di Hofmannsthal e la partitura di Strauss; circolare il primo (con il proprio epicentro nel confronto-scontro tra Elektra e Klytämnestra); vettoriale il secondo sino all’orgia sonora in do maggiore del finale. L’edizione fiorentina (su cui ci soffermiamo data l’importanza dell’allestimento e della direzione musicale di Seji Ozawa) mostra come sia l’azione sia la musica abbiano una struttura ad ellisse; un’introduzione quasi contrappuntistica (il dialogo delle ancelle per preparare al monologo di Elektra) si snoda in una vasta parte centrale in cui il confronto tra Elektra e Klytämnestra (colmo di disperazione) è inserito tra due altri confronti – quelli tra Elektra e Chrysothemis (rispettivamente sul significato della vita e sul valore della vendetta); in tutta questa parte centrale si sovrappongono due tonalità musicali molto differenti per unificarsi dalla scena del ritorno di Orest e del duplice assassinio e predisporre, quindi, il do maggiore della danza macabra finale.
Nell’edizione fiorentina la Reggia dei Atridi a Micine sono tre mura grigie che racchiudono il palcoscenico.In questo clima tra il claustrofobico e l’ossessivo, Elektra, Christothemis ,lo loro ancelle sono in scarne tuniche nere, Orest ed il suo precettore in grigio, Klytämnestra e Augestih in bianco (le scene di Michael Levine, costumi di Vasul Matuz, luci di Peter van Praet). La tragedia si svolge serrata tanto più che Ozawa legge la partitura dandole una concezione lirica, soffermandosi sulle sofferenza dei personaggi e facendo esprimere dall’orchestra un fasto di colori , ascoltato solo in recenti esecuzioni di Abbado. Tutte di gran livello di voci. Notissime nel ruolo Agnes Balsta ( Klytämnestra) e Susan Bullock (Elektra), la vera scoperta, per il pubblico italiano, è la straordinaria Chrysothemis di Christine Goerke.
giovedì 28 febbraio 2008
RUSALKA a Roma
Roma/ Teatro dell’Opera
RUSALKA
Opera fantastica in tre atti di Antonin Dvořák
Una recensione del capolavoro di Dvořák per il teatro in musica necessita una duplice premessa: la scarsa fortuna delle opere fantastiche nell’Italia dell’Ottocento e del Novecento ed il ruolo del compositore nello sviluppo dell’opera nella Cèchia.
Agli italiani, si potrebbe dire, non piacciono le favole. Tendenzialmente scettici e disillusi, abbiamo poca dimestichezza con il fiabesco nella letteratura in generale. Probabilmente l’unico apporto alla letteratura mondiale nel genere è “L’Orlando Furioso” dell’Ariosto. Nella narrativa possiamo vantare unicamente una favola per bambini: “Pinocchio” di Collodi. Nel teatro, le stupende favole di Carlo Gozzi vennero offuscate dalle commedie borghesi di Carlo Goldoni. Nel teatro in musica, il favolistica finì con il Barocco. I tentativi di Mascagni, Malipiero e pochi altri di riprendere il genere che, all’inizio del Novecento aveva grande fortuna in Germania, Francia e nell’Europa centrale ed orientale, fallirono miseramente: anche quando suscitarono reazioni positive dalla critica, il pubblico voltò loro le spalle. E’ vero che la pucciniana “Turandot” viene situata nella Cina “dei tempi delle favole”, ma né il libretto né la musica hanno un vero elemento magico: l’accento è sul dramma intimo in un quadro, per certi aspetti, autobiografico. Lo ha ben compreso il regista Henning Brockhaus nella sua recente lettura dell’ultima opera di Giacomo Puccini.
Eppure proprio “la musa bizzarra ed altera”, l’opera lirica, nata in Italia e che in Italia ha avuto la sua più lunga e più importante stagione come spettacolo commerciale per il grande pubblico di tutti i ceti sociali, si presta meravigliosamente al fiabesco per la fusione di azione scenica, canto, danza ed orchestra. E come tale nasce a Firenze . Nel nostro Paese il fantastico sparisce alla fine del Settecento: la stessa “Armida” di Rossina, pur ispirata al fiabesco dell’Ariosto, diventa innanzitutto un’opera erotico-sensuale. Il melodramma del romanticismo italiano quasi rigetta il fiabesco, centrale invece all’opera tedesca (si pensi a Marschner, Weber, allo stesso Wagner) dello stesso periodo, nonché a quella del Novecento (si pensi a Strauss). Nella Francia della Terza Repubblica il fiabesco viene utilizzato per dilatare nel mito i temi della società borghese nel periodo dell’industrializzazione trionfante (si pensi a “Cendrillon”, “Chérubin” e “Le Joungleur de Nôtre Dame-” di Massenet). In Europa centrale ed orientale, le favole antiche (unitamente alla storia nazionale) alimentano la nascita di forme di teatro in musica che prendono nettamente le distanze da quelle assunte in Europa occidentale.
Dvořák ha, nel corso della sua vita, costantemente avuto l’ambizione di diventare un grande autore di teatro in musica: sette delle otto opera precedenti “Rusalka” traevano ispirazione o da truculenti drammi storici o da commedie, pure essere storiche o semi-storiche (l’obiettivo era dar vita ad una scuola operistica nazionale boema) Si avvicino al fiabesco in “Il Diavolo e Caterina”, lavoro in cui all’orchestra viene dato un peso sinfonico e nel canto ci si avvicina al declamato. Grazie al direttore del Teatro Nazionale, Frantisek Subert, il compositore conobbe un lavoro del giovane scrittore Jaroslav Kvapil, in seguito una figura importante del teatro boemo. Trovò congeniale il libretto, che era stato in precedenza offerto senza successo ad altri musicisti. Anche “Rusalka” era nell’alveo del racconto fiabesco, nel mondo della natura incantata particolarmente caro alla sensibilità del compositore Dvorák, che vi si era ispirato per vari altri lavori, e in particolare per il gruppo di poemi sinfonici tratti dalle ballate popolari di Erben (1896), tra cui ve n’è uno intitolato appunto “Spirito delle acque”. In “Rusalka” il fiabesco è di carattere sentimentale e simbolico, anziché comico e fantastico come nell’opera immediatamente precedente, “Il diavolo e Caterina”. Kvapil si ispirò al tema della creatura acquatica che prende natura umana per amore pagandone le conseguenze: un antico motivo della letteratura nordica ripreso con ampiezza dal romanticismo, di cui sono esempi ben noti la novella “Undine” dell’ugonotto tedesco Friedrich de La Motte-Fouqué e la “Sirenetta” di Hans Christian Andersen; il poeta vi aggiunse inoltre altri elementi eterogenei, in particolare legati al folklore popolare boemo. L’opera è diventata col tempo, assieme alla “Sposa venduta” di Smetana, il maggiore classico del teatro boemo.
La vicenda è molto semplice. La ninfa Rusalka è innamorata del Principe. Per incontrarlo, è disposta ad assumere sembianze umane, pur al prezzo di perdere la parola. Il giovane si innamora ma non troppo: nel giorno delle nozze segue senza farsi troppi problemi una rabbiosa e passionale principessa straniera cattura le sue attenzioni. Rusalka ritorna al lago, avviata a un destino di tristezza eterna. Il principe non riesce però a liberarsi dell'ossessione-Rusalka. Morirà chiedendo perdono tra le sue braccia. Il fiabesco (siamo all’inizio del Novecento) si coniuga, quindi, con il simbolismo: il desiderio di diventare donna dell’essere semi-sovrumano e la passione-maledizione.
Siamo, però, lontani anni luce dal contemporaneo Debussy oppure da Janáček, i cui capolavori sarebbero stati composti, nel teatro cèco, soltanto qualche lustro più tardi. Dvořák , sotto molto aspetti, è il nesso tra Smetana e Janáček, rivolto però all’Ottocento mentre il moravo era lanciato verso un Novecento la cui portata innovativa venne compresa da pochi dei suoi contemporanei. Il temperamento di Dvořák è lirico e melodico, per se utilizza un grande organico ed i lietmotive wagneriani (ossia non mnemonici ma legati a personaggi ed a situazioni) : l’attenzione è più sul contesto e sui singoli personaggi che sull’azione drammatica. Inoltre, il sinfonismo non può non permeare l’intera partitura. Mentre nella scrittura vocale, il declamato wagneriano si trasforma in leider anche a più voci (come nel duetto finale) e le voci fanno da contrappunto all’orchestra (come nel quadro iniziale delle ninfe).
La scarsa fortuna di “Rusalka” in Italia deve attribuirsi in gran misura alla poca attenzione di critici e pubblico nei confronti del fiabesco, nonché alle difficoltà di realizzazione scenica. Tuttavia, qualcosa sta mutando: l’opera che mancava dalla scene romane dalla stagione 1992-93 (quando ebbe la sua “prima” nella capitale) ha avuto un grande successo a Torino due anni fa. Un nuovo allestimento è annunciato alla Scala per la prossima stagione. Inoltre, il fiabesco sta tornando in scena: Cagliari inaugura la stagione 2008 con una delle opere più fiabesche di Rimski-Korsakov : “La leggenda della città invisibile di Kitez”.
L’allestimento viene dal Teatro Dvořák (una sala di circa 600 posti) di Ostrava (una città di 300.000 abitanti nel Nord Est della Repubblica Chéchia- quindi ai confini con la Polonia e con la Slovacchia). E’ un buon esempio di come teatri relativamente piccoli, e relativamente minori, dell’Europa centrali riescono con pochi mezzi a creare produzioni dignitose. I tre atti sono divisi da un solo intervallo. La scena unica (di Jaroslav Marina) ed i costumi (Helena Helena Anýžová ) sono ispirati al visivo di Klimt – quindi all’epoca ed al clima in cui l’opera venne concepita. Efficace , e descrittiva, la regia di Ludeck Golat. L’aziona di dipana rapida senza concedere agli spettatori un solo minuto di stanchezza o noia nelle due ore ed un quarto dello spettacolo.
Strepitosa la resa orchestrale sotto l’abile direzione di Günter Neuhold. Dvořák è probabilmente uno dei maggiori orchestratori europei del periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio dell’Ottocento. L’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma dà una grande lettura della passione degli archi, su cui si staglia la delicatezza dell’arpa (specie negli asolo) e la melanconia dei celli e dei fagotti. Il clima fiabesco, ma dolente, viene interpretato magnificamente.
I cantati sono in gran misura giovani ed attraenti, il che non nuoce. Tra le voci spicca Anna-Louise Bozga (nel ruolo della protagonista); un soprano lirico spinto a tutto tondo, che può raggiungere quasi momenti wagneriani in quanto ha una tessitura ampia ed un volume adatto anche alle dimensioni del Teatro Costanzi di Roma. Buona, ma non eccelsa, la prova di Kostyantyn Andreyez: la parte è scritta per un heldentenor dal timpo chiaro (un Ben Heppner negli anni migliori quale quello nella versione in disco di riferimento – quella diretta da Sir Charles Mackerras). Andreyez è un tenore lirico spinto con un volume uso più ai teatri dell’Europa centrale e orientale che alla vasta cavea del Costanzi. Non tiene il passo con la sfolgorante vocalità della Bozga (specialmente nel duetto finale). Di ottimo livello Andreas Marco (Lo Spirito della Acque) specialmente per la capacità di scendere dalla mmezza-voce alle tonalità più gravi. Efficaci Francesca Franci (La Maga) e Patrizia Orciai (La Principessa straniera). Ottime le numerose parti minori, specialmente le Ninfe.
Grande successe, ma troppe file vuoti e troppi palchi spenti la sera della prima.
Giuseppe Pennisi
Roma, Teatro dell’Opera 22 febbraio 2008
LA LOCANDINA
RUSALKA
Opera fantastica in tre atti di Antonin Dvořák Libretto di Jaroslav Kvapli
· Regia
Ludek Golat
· Scene
Jaroslav Malina
· Costumi
Helena Anýžová
· Movimenti coreografici
Luigi Martelletta
· Rusalka
Angeles Blancas Gulin / Il principe
Kostyantyn Andreyev /
· Ježibaba, strega
Francesca Franci
· Lo spirito dell’acqua
Andreas Macco
· La principessa straniera
Patrizia Orciani
· Prima ninfa del bosco
Anna Maria Wilk
· Seconda ninfa del bosco
Katarzyna Medlarska
· Terza ninfa del bosco
Katarina Nikolich
· Il guardiacaccia
Armando Ariostini
· Lo sguattero
Gemma Gabriella Stimola
· Un cacciatore
Francesco Musinu
Direzione musicale
Günter Neuhold
Maestro del Coro
Gea Garatti Ansini
RUSALKA
Opera fantastica in tre atti di Antonin Dvořák
Una recensione del capolavoro di Dvořák per il teatro in musica necessita una duplice premessa: la scarsa fortuna delle opere fantastiche nell’Italia dell’Ottocento e del Novecento ed il ruolo del compositore nello sviluppo dell’opera nella Cèchia.
Agli italiani, si potrebbe dire, non piacciono le favole. Tendenzialmente scettici e disillusi, abbiamo poca dimestichezza con il fiabesco nella letteratura in generale. Probabilmente l’unico apporto alla letteratura mondiale nel genere è “L’Orlando Furioso” dell’Ariosto. Nella narrativa possiamo vantare unicamente una favola per bambini: “Pinocchio” di Collodi. Nel teatro, le stupende favole di Carlo Gozzi vennero offuscate dalle commedie borghesi di Carlo Goldoni. Nel teatro in musica, il favolistica finì con il Barocco. I tentativi di Mascagni, Malipiero e pochi altri di riprendere il genere che, all’inizio del Novecento aveva grande fortuna in Germania, Francia e nell’Europa centrale ed orientale, fallirono miseramente: anche quando suscitarono reazioni positive dalla critica, il pubblico voltò loro le spalle. E’ vero che la pucciniana “Turandot” viene situata nella Cina “dei tempi delle favole”, ma né il libretto né la musica hanno un vero elemento magico: l’accento è sul dramma intimo in un quadro, per certi aspetti, autobiografico. Lo ha ben compreso il regista Henning Brockhaus nella sua recente lettura dell’ultima opera di Giacomo Puccini.
Eppure proprio “la musa bizzarra ed altera”, l’opera lirica, nata in Italia e che in Italia ha avuto la sua più lunga e più importante stagione come spettacolo commerciale per il grande pubblico di tutti i ceti sociali, si presta meravigliosamente al fiabesco per la fusione di azione scenica, canto, danza ed orchestra. E come tale nasce a Firenze . Nel nostro Paese il fantastico sparisce alla fine del Settecento: la stessa “Armida” di Rossina, pur ispirata al fiabesco dell’Ariosto, diventa innanzitutto un’opera erotico-sensuale. Il melodramma del romanticismo italiano quasi rigetta il fiabesco, centrale invece all’opera tedesca (si pensi a Marschner, Weber, allo stesso Wagner) dello stesso periodo, nonché a quella del Novecento (si pensi a Strauss). Nella Francia della Terza Repubblica il fiabesco viene utilizzato per dilatare nel mito i temi della società borghese nel periodo dell’industrializzazione trionfante (si pensi a “Cendrillon”, “Chérubin” e “Le Joungleur de Nôtre Dame-” di Massenet). In Europa centrale ed orientale, le favole antiche (unitamente alla storia nazionale) alimentano la nascita di forme di teatro in musica che prendono nettamente le distanze da quelle assunte in Europa occidentale.
Dvořák ha, nel corso della sua vita, costantemente avuto l’ambizione di diventare un grande autore di teatro in musica: sette delle otto opera precedenti “Rusalka” traevano ispirazione o da truculenti drammi storici o da commedie, pure essere storiche o semi-storiche (l’obiettivo era dar vita ad una scuola operistica nazionale boema) Si avvicino al fiabesco in “Il Diavolo e Caterina”, lavoro in cui all’orchestra viene dato un peso sinfonico e nel canto ci si avvicina al declamato. Grazie al direttore del Teatro Nazionale, Frantisek Subert, il compositore conobbe un lavoro del giovane scrittore Jaroslav Kvapil, in seguito una figura importante del teatro boemo. Trovò congeniale il libretto, che era stato in precedenza offerto senza successo ad altri musicisti. Anche “Rusalka” era nell’alveo del racconto fiabesco, nel mondo della natura incantata particolarmente caro alla sensibilità del compositore Dvorák, che vi si era ispirato per vari altri lavori, e in particolare per il gruppo di poemi sinfonici tratti dalle ballate popolari di Erben (1896), tra cui ve n’è uno intitolato appunto “Spirito delle acque”. In “Rusalka” il fiabesco è di carattere sentimentale e simbolico, anziché comico e fantastico come nell’opera immediatamente precedente, “Il diavolo e Caterina”. Kvapil si ispirò al tema della creatura acquatica che prende natura umana per amore pagandone le conseguenze: un antico motivo della letteratura nordica ripreso con ampiezza dal romanticismo, di cui sono esempi ben noti la novella “Undine” dell’ugonotto tedesco Friedrich de La Motte-Fouqué e la “Sirenetta” di Hans Christian Andersen; il poeta vi aggiunse inoltre altri elementi eterogenei, in particolare legati al folklore popolare boemo. L’opera è diventata col tempo, assieme alla “Sposa venduta” di Smetana, il maggiore classico del teatro boemo.
La vicenda è molto semplice. La ninfa Rusalka è innamorata del Principe. Per incontrarlo, è disposta ad assumere sembianze umane, pur al prezzo di perdere la parola. Il giovane si innamora ma non troppo: nel giorno delle nozze segue senza farsi troppi problemi una rabbiosa e passionale principessa straniera cattura le sue attenzioni. Rusalka ritorna al lago, avviata a un destino di tristezza eterna. Il principe non riesce però a liberarsi dell'ossessione-Rusalka. Morirà chiedendo perdono tra le sue braccia. Il fiabesco (siamo all’inizio del Novecento) si coniuga, quindi, con il simbolismo: il desiderio di diventare donna dell’essere semi-sovrumano e la passione-maledizione.
Siamo, però, lontani anni luce dal contemporaneo Debussy oppure da Janáček, i cui capolavori sarebbero stati composti, nel teatro cèco, soltanto qualche lustro più tardi. Dvořák , sotto molto aspetti, è il nesso tra Smetana e Janáček, rivolto però all’Ottocento mentre il moravo era lanciato verso un Novecento la cui portata innovativa venne compresa da pochi dei suoi contemporanei. Il temperamento di Dvořák è lirico e melodico, per se utilizza un grande organico ed i lietmotive wagneriani (ossia non mnemonici ma legati a personaggi ed a situazioni) : l’attenzione è più sul contesto e sui singoli personaggi che sull’azione drammatica. Inoltre, il sinfonismo non può non permeare l’intera partitura. Mentre nella scrittura vocale, il declamato wagneriano si trasforma in leider anche a più voci (come nel duetto finale) e le voci fanno da contrappunto all’orchestra (come nel quadro iniziale delle ninfe).
La scarsa fortuna di “Rusalka” in Italia deve attribuirsi in gran misura alla poca attenzione di critici e pubblico nei confronti del fiabesco, nonché alle difficoltà di realizzazione scenica. Tuttavia, qualcosa sta mutando: l’opera che mancava dalla scene romane dalla stagione 1992-93 (quando ebbe la sua “prima” nella capitale) ha avuto un grande successo a Torino due anni fa. Un nuovo allestimento è annunciato alla Scala per la prossima stagione. Inoltre, il fiabesco sta tornando in scena: Cagliari inaugura la stagione 2008 con una delle opere più fiabesche di Rimski-Korsakov : “La leggenda della città invisibile di Kitez”.
L’allestimento viene dal Teatro Dvořák (una sala di circa 600 posti) di Ostrava (una città di 300.000 abitanti nel Nord Est della Repubblica Chéchia- quindi ai confini con la Polonia e con la Slovacchia). E’ un buon esempio di come teatri relativamente piccoli, e relativamente minori, dell’Europa centrali riescono con pochi mezzi a creare produzioni dignitose. I tre atti sono divisi da un solo intervallo. La scena unica (di Jaroslav Marina) ed i costumi (Helena Helena Anýžová ) sono ispirati al visivo di Klimt – quindi all’epoca ed al clima in cui l’opera venne concepita. Efficace , e descrittiva, la regia di Ludeck Golat. L’aziona di dipana rapida senza concedere agli spettatori un solo minuto di stanchezza o noia nelle due ore ed un quarto dello spettacolo.
Strepitosa la resa orchestrale sotto l’abile direzione di Günter Neuhold. Dvořák è probabilmente uno dei maggiori orchestratori europei del periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio dell’Ottocento. L’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma dà una grande lettura della passione degli archi, su cui si staglia la delicatezza dell’arpa (specie negli asolo) e la melanconia dei celli e dei fagotti. Il clima fiabesco, ma dolente, viene interpretato magnificamente.
I cantati sono in gran misura giovani ed attraenti, il che non nuoce. Tra le voci spicca Anna-Louise Bozga (nel ruolo della protagonista); un soprano lirico spinto a tutto tondo, che può raggiungere quasi momenti wagneriani in quanto ha una tessitura ampia ed un volume adatto anche alle dimensioni del Teatro Costanzi di Roma. Buona, ma non eccelsa, la prova di Kostyantyn Andreyez: la parte è scritta per un heldentenor dal timpo chiaro (un Ben Heppner negli anni migliori quale quello nella versione in disco di riferimento – quella diretta da Sir Charles Mackerras). Andreyez è un tenore lirico spinto con un volume uso più ai teatri dell’Europa centrale e orientale che alla vasta cavea del Costanzi. Non tiene il passo con la sfolgorante vocalità della Bozga (specialmente nel duetto finale). Di ottimo livello Andreas Marco (Lo Spirito della Acque) specialmente per la capacità di scendere dalla mmezza-voce alle tonalità più gravi. Efficaci Francesca Franci (La Maga) e Patrizia Orciai (La Principessa straniera). Ottime le numerose parti minori, specialmente le Ninfe.
Grande successe, ma troppe file vuoti e troppi palchi spenti la sera della prima.
Giuseppe Pennisi
Roma, Teatro dell’Opera 22 febbraio 2008
LA LOCANDINA
RUSALKA
Opera fantastica in tre atti di Antonin Dvořák Libretto di Jaroslav Kvapli
· Regia
Ludek Golat
· Scene
Jaroslav Malina
· Costumi
Helena Anýžová
· Movimenti coreografici
Luigi Martelletta
· Rusalka
Angeles Blancas Gulin / Il principe
Kostyantyn Andreyev /
· Ježibaba, strega
Francesca Franci
· Lo spirito dell’acqua
Andreas Macco
· La principessa straniera
Patrizia Orciani
· Prima ninfa del bosco
Anna Maria Wilk
· Seconda ninfa del bosco
Katarzyna Medlarska
· Terza ninfa del bosco
Katarina Nikolich
· Il guardiacaccia
Armando Ariostini
· Lo sguattero
Gemma Gabriella Stimola
· Un cacciatore
Francesco Musinu
Direzione musicale
Günter Neuhold
Maestro del Coro
Gea Garatti Ansini
TROVATORE A CATANIA
Catania/Teatro Massimo Bellini
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti di Salvatore Cammaramo- Musica di Giuseppe Verdi
“Il Trovatore” è opera troppo conosciuta perché sia necessaria, od anche solamente opportuna, una nota di presentazione da parte del vostro chroniqueur. Quindi, questa recensione tratta esclusivamente dello spettacolo visto ed ascoltato il 26 febbraio al al Teatro Massimo Bellini di Catania, una “prima” in grande stile con la partecipazione di ambasciatori stranieri e la proiezione dello spettacolo in diretta nella piazza antistante, addobbata con falò e, ovviamente, una pira. Sono almeno una dozzina d’anni che l’opera mancava dalla città etnea. Per l’occasione, non si è ripreso né un allestimento di repertorio né produzioni noleggiate da altri teatri.
Il Direttore degli allestimenti scenici del Massimo Bellini, Roberto Laganà Manoli ha firmato scene, costumi e regia. Segue un approccio tradizione. Ciò non è affatto male dopo versioni in cui la Spagna tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento è stata trasportata nell’Italia della battaglia di Custioza, in un impianto metallurgico, o nel contesto della guerra civile americana. L’allestimento scenico è semplice: un impianto unico con fondali su cui vengono proiettate immagini (dalle montagne innevate del primo quadro del secondo atto al visivo ispirato a Bruegel e Bőchlin). Efficaci, ma senza grande innovazione, i movimenti scenici. Ottima l’idea di interrompere con un solo intervallo le quattro parti (otto quadri) del macchinoso libretto di Cammarano. Una notazione: pieno accordo con allestimenti a basso costo (specialmente di questi tempi), ma perché nessun regista e scenografo riprende l’idea della produzione di Luchino Visconti, in cartellone alla Scala del 1966 al 1978? Era semplice e geniale: il primo quadro di ciascuno dei quattro atti si svolgeva sul boccascena in un’atmosfera notturna, ma al suo termini si apriva a tutto palcoscenico in piena luce (od in una luce di tramonto nel secondo quadro del primo atto oppure di alba nel quadro finale). E’ un chiaro-scuro che viene dall’orchestra. Mentre l’allestimento di Laganà Manoli è essenzialmente tutto in penombra, anche se non così buia come quella di Pizzi al Maggio Fiorentino del 2001.
Ma Il Trovatore più che azione teatrale, scene e costumi – ricordo una produzione ai limiti del grottesco al Metropolitan di New York negli Anni 70- è musica pura, soprattutto vocale. Antonio Pirolli è un diligente e coscienzioso concertatore di teatro di repertorio (è direttore musicale generale dell’Opera di Stato di Istanbul); una direzione musicale, quindi, puntuale ma senza scavare negli anfratti di una partitura più affascinante di quanto non si pensi. La sua è una lettura a supporto delle voci, quasi ad esaltare la vocalità de Il Trovatore . Efficace il coro guidato da Tiziana Carlini.
Alla “prima” abbiamo avuto due Leonore: Dmitra Theodossiou nella prima parte e Katia Pellegrino nella seconda. La Theodossiou, che ha al suo attivo almeno 100 interpretazioni de Il Trovatore, ha affrontato il palcoscenico nonostante che fosse ammalata (probabilmente la brutta influenza di stagione). Con la sua perizia tecnica e professionalità, ha dribblato le difficoltà di “Tacea la notte placida”, schivandone il sovracuto e contenendone la coloratura, specialmente nella “cabaletta”. Non è riapparsa dopo l’intervallo. La Pellegrino ha dovuto cantare L’onda dei suoni mistici, In questa oscura notte ed il duetto finale quasi a freddo- senza potersi “caricare” gradualmente nelle prime due parti. Non ha lo stile della Theodossiou ed un vibrato piuttosto stridulo.
Di buon livello la Azucena di Irina Makarova ; anche lei una veterana del ruolo, in grado di scendere molto efficacemente nelle tonalità gravi, ha una forte presenza scenica ed una dizione perfetta. Alexandru Agache è un Conte di Luna provetto, morbido in Il balen del suo bel viso, tormentano in Abuso io forse, entra perfettamente nel personaggio. Marco Spotti un Ferrando di bel timbro vocale e di bella presenza scenica – sa di essere un bel ragazzo e se ne compiace-; dovrebbe mostrare maggiore agilità nel racconto del primo quadro.
Veniamo adesso al trionfatore della serata: il giovane coreano Francesco Hong nel ruolo di Manrico. Da alcuni anni canta in Italia per lo più in circuiti considerati minori, ma si è esibito anche al Comunale di Firenze ed all’Arena di Verona e tra un paio di settimane impersonerà Manrico al Caio Felice di Genova. E’ un tenore lirico spinto con una bella pasta vocale, un timbro molto chiaro, un volume tale da sovrastare tutti gli altri e quasi da fare tremare i candelabri del Massimo Bellini con il prolungato “do” del finale del terzo atto, una tessitura perfetta per il ruolo, un’estensione in grado di passare dagli acuti del terzo atto alla difficile mezza-voce del quarto. Non alto di statura ed un po’ abbondante di corporatura è a volte impacciato sulla scena. Ma non lo era José Carreras quando, all’inizio degli Anni 70, debuttò in “Tosca” alla New York City Opera, avendo al suo franco la felina e super-sexy Marilyn Niska? Auguriamogli di non fare errori (come tentare troppo presto “Otello” o simili) e di continuare a studiare: potrà diventare uno dei tenori verdiani di riferimento di questo primo scorcio del XXI secolo.
Ottima la risposta del pubblico con applausi in scena aperta e richieste di bis a Hong.
Giuseppe Pennisi
26 febbraio 2008
LA LOCANDINA
IL TROVATOREdi Giuseppe VerdiDirettoreANTONIO PIROLLIRegia, scene, costumi e luciROBERTO LAGANA' MANOLIMaestro del coroTIZIANA CARLINIIl Conte di Luna Alexandru Agache,
Leonora Dimitra Theodossiou, Katia Pellegrino Azucena Irina Makarova, Manrico Francesco Hong
Ferrando Marco Spotti, Ines Maria MottaRuiz Domenico GhegghiUn vecchio zingaro Armando CaforioUn messo Francesco La SpadaNuovo allestimento del Teatro Massimo BelliniOrchestra, coro, corpo di ballo e tecnici del Teatro Massimo Bellini
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti di Salvatore Cammaramo- Musica di Giuseppe Verdi
“Il Trovatore” è opera troppo conosciuta perché sia necessaria, od anche solamente opportuna, una nota di presentazione da parte del vostro chroniqueur. Quindi, questa recensione tratta esclusivamente dello spettacolo visto ed ascoltato il 26 febbraio al al Teatro Massimo Bellini di Catania, una “prima” in grande stile con la partecipazione di ambasciatori stranieri e la proiezione dello spettacolo in diretta nella piazza antistante, addobbata con falò e, ovviamente, una pira. Sono almeno una dozzina d’anni che l’opera mancava dalla città etnea. Per l’occasione, non si è ripreso né un allestimento di repertorio né produzioni noleggiate da altri teatri.
Il Direttore degli allestimenti scenici del Massimo Bellini, Roberto Laganà Manoli ha firmato scene, costumi e regia. Segue un approccio tradizione. Ciò non è affatto male dopo versioni in cui la Spagna tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento è stata trasportata nell’Italia della battaglia di Custioza, in un impianto metallurgico, o nel contesto della guerra civile americana. L’allestimento scenico è semplice: un impianto unico con fondali su cui vengono proiettate immagini (dalle montagne innevate del primo quadro del secondo atto al visivo ispirato a Bruegel e Bőchlin). Efficaci, ma senza grande innovazione, i movimenti scenici. Ottima l’idea di interrompere con un solo intervallo le quattro parti (otto quadri) del macchinoso libretto di Cammarano. Una notazione: pieno accordo con allestimenti a basso costo (specialmente di questi tempi), ma perché nessun regista e scenografo riprende l’idea della produzione di Luchino Visconti, in cartellone alla Scala del 1966 al 1978? Era semplice e geniale: il primo quadro di ciascuno dei quattro atti si svolgeva sul boccascena in un’atmosfera notturna, ma al suo termini si apriva a tutto palcoscenico in piena luce (od in una luce di tramonto nel secondo quadro del primo atto oppure di alba nel quadro finale). E’ un chiaro-scuro che viene dall’orchestra. Mentre l’allestimento di Laganà Manoli è essenzialmente tutto in penombra, anche se non così buia come quella di Pizzi al Maggio Fiorentino del 2001.
Ma Il Trovatore più che azione teatrale, scene e costumi – ricordo una produzione ai limiti del grottesco al Metropolitan di New York negli Anni 70- è musica pura, soprattutto vocale. Antonio Pirolli è un diligente e coscienzioso concertatore di teatro di repertorio (è direttore musicale generale dell’Opera di Stato di Istanbul); una direzione musicale, quindi, puntuale ma senza scavare negli anfratti di una partitura più affascinante di quanto non si pensi. La sua è una lettura a supporto delle voci, quasi ad esaltare la vocalità de Il Trovatore . Efficace il coro guidato da Tiziana Carlini.
Alla “prima” abbiamo avuto due Leonore: Dmitra Theodossiou nella prima parte e Katia Pellegrino nella seconda. La Theodossiou, che ha al suo attivo almeno 100 interpretazioni de Il Trovatore, ha affrontato il palcoscenico nonostante che fosse ammalata (probabilmente la brutta influenza di stagione). Con la sua perizia tecnica e professionalità, ha dribblato le difficoltà di “Tacea la notte placida”, schivandone il sovracuto e contenendone la coloratura, specialmente nella “cabaletta”. Non è riapparsa dopo l’intervallo. La Pellegrino ha dovuto cantare L’onda dei suoni mistici, In questa oscura notte ed il duetto finale quasi a freddo- senza potersi “caricare” gradualmente nelle prime due parti. Non ha lo stile della Theodossiou ed un vibrato piuttosto stridulo.
Di buon livello la Azucena di Irina Makarova ; anche lei una veterana del ruolo, in grado di scendere molto efficacemente nelle tonalità gravi, ha una forte presenza scenica ed una dizione perfetta. Alexandru Agache è un Conte di Luna provetto, morbido in Il balen del suo bel viso, tormentano in Abuso io forse, entra perfettamente nel personaggio. Marco Spotti un Ferrando di bel timbro vocale e di bella presenza scenica – sa di essere un bel ragazzo e se ne compiace-; dovrebbe mostrare maggiore agilità nel racconto del primo quadro.
Veniamo adesso al trionfatore della serata: il giovane coreano Francesco Hong nel ruolo di Manrico. Da alcuni anni canta in Italia per lo più in circuiti considerati minori, ma si è esibito anche al Comunale di Firenze ed all’Arena di Verona e tra un paio di settimane impersonerà Manrico al Caio Felice di Genova. E’ un tenore lirico spinto con una bella pasta vocale, un timbro molto chiaro, un volume tale da sovrastare tutti gli altri e quasi da fare tremare i candelabri del Massimo Bellini con il prolungato “do” del finale del terzo atto, una tessitura perfetta per il ruolo, un’estensione in grado di passare dagli acuti del terzo atto alla difficile mezza-voce del quarto. Non alto di statura ed un po’ abbondante di corporatura è a volte impacciato sulla scena. Ma non lo era José Carreras quando, all’inizio degli Anni 70, debuttò in “Tosca” alla New York City Opera, avendo al suo franco la felina e super-sexy Marilyn Niska? Auguriamogli di non fare errori (come tentare troppo presto “Otello” o simili) e di continuare a studiare: potrà diventare uno dei tenori verdiani di riferimento di questo primo scorcio del XXI secolo.
Ottima la risposta del pubblico con applausi in scena aperta e richieste di bis a Hong.
Giuseppe Pennisi
26 febbraio 2008
LA LOCANDINA
IL TROVATOREdi Giuseppe VerdiDirettoreANTONIO PIROLLIRegia, scene, costumi e luciROBERTO LAGANA' MANOLIMaestro del coroTIZIANA CARLINIIl Conte di Luna Alexandru Agache,
Leonora Dimitra Theodossiou, Katia Pellegrino Azucena Irina Makarova, Manrico Francesco Hong
Ferrando Marco Spotti, Ines Maria MottaRuiz Domenico GhegghiUn vecchio zingaro Armando CaforioUn messo Francesco La SpadaNuovo allestimento del Teatro Massimo BelliniOrchestra, coro, corpo di ballo e tecnici del Teatro Massimo Bellini
AGLI ECONOMISTI NON SI ADDICE LA MARSINA
Così come il lutto si addice ad Elettra – secondo il drammone ( 9 ore di spettacolo) di Eugene O’Neill -, agli economisti non si addice la marsina. Nel tentativo di dare al PD l’immagine di soggetto politico di centro a vocazione maggioritaria, e di fare così dimenticare agli italiani l’esperienza del Governo Prodi (e dei quattro Governi succedutesi dal 1996 al 2001), WV (Walter Veltroni) ha lanciato una campagna acquisti tra gli economisti. Dio solo sa se ha bisogno di aiuto da parte di economisti: nel dodecalogo (termine infausto data la sorte avuta da quello stilato da Prodi un anno fa nella Reggia di Caserta) i buchi in materia economica sono pari alle contraddizioni. WV ha esigenza di un apporto serio per indicare agli elettori come a) risolvere la falla di 8-12 miliardi di euro che verosimilmente in giugno apparirà nei conti pubblici, b) dare corpo a liberalizzazioni e privatizzazioni, c) modificare parti del dodecalogo che irritano (a ragione) sindacati e donne. E via discorrendo.
Il corteggiamento di WV nei confronti degli economisti (specialmente di quelli che coniugano la vita accademica con la professione di editorialisti presso testate come “Il Corriere della Sera”,”Il Sole-24 Ore”, “La Stampa”, Repubblica”) non ha, però, l’obiettivo di correggere il dodecalogo. Vuole arruolare, nella veste di candidati e – chissà- di deputati e senatori firme autorevoli che lo fiancheggino sia che vinca sia che perda. E’ in fase avanzata – si dice – l’arruolamento dell’intera redazione del periodico on line www.lavoce.info.
Nell’augurare che i colleghi diano un’eloquente smentita, vorrei ricordare che nei 16 anni vissuti a Washington ho avuto grande dimestichezza con economisti di sentimenti “democratici” come Arthur Okun e di sentimenti “repubblicani” come Arthur Burns. Pur se ambedue furono, in differenti Amministrazioni, Presidenti del Comitato dei Consiglieri Economici della Casa Bianca (ed il secondo anche della Federal Reserve), non accettarono mai candidature od incarichi di parte proprio per preservare l’indipendenza e l’onestà intellettuale che deve contraddistinguere l’economista. Burns (grande giocatore di bridge) diceva che altrimenti anche i maggiori economisti avrebbero fatto la fine del gigante della musica Joseph Haydn- 1760 al 1690, alla corte degli Esterházy doveva indossare la marsina (come il resto della servitù). Più severo Okun (superbo inventore di cocktail al gin): alla corte di Hitler, il compositore Carl Orff non portava la marsina ma era come se lo facesse. WV non ricorda che il lavoro più noto di Orff (composto nel 1937 per un “evento”, si direbbe oggi, a Norimberga) venisse regolarmente suonato alle manifestazioni della Fgci da lui guidata. Accompagna ancora le “adunate” nelle città dove giunge il bus del PD. Freud, Jung e Adler (discordi su tante cose) avrebbero detto che è un lapsus rivelatore di ciò che intende fare con gli economisti e gli editorialisti “a Palazzo”.
Il corteggiamento di WV nei confronti degli economisti (specialmente di quelli che coniugano la vita accademica con la professione di editorialisti presso testate come “Il Corriere della Sera”,”Il Sole-24 Ore”, “La Stampa”, Repubblica”) non ha, però, l’obiettivo di correggere il dodecalogo. Vuole arruolare, nella veste di candidati e – chissà- di deputati e senatori firme autorevoli che lo fiancheggino sia che vinca sia che perda. E’ in fase avanzata – si dice – l’arruolamento dell’intera redazione del periodico on line www.lavoce.info.
Nell’augurare che i colleghi diano un’eloquente smentita, vorrei ricordare che nei 16 anni vissuti a Washington ho avuto grande dimestichezza con economisti di sentimenti “democratici” come Arthur Okun e di sentimenti “repubblicani” come Arthur Burns. Pur se ambedue furono, in differenti Amministrazioni, Presidenti del Comitato dei Consiglieri Economici della Casa Bianca (ed il secondo anche della Federal Reserve), non accettarono mai candidature od incarichi di parte proprio per preservare l’indipendenza e l’onestà intellettuale che deve contraddistinguere l’economista. Burns (grande giocatore di bridge) diceva che altrimenti anche i maggiori economisti avrebbero fatto la fine del gigante della musica Joseph Haydn- 1760 al 1690, alla corte degli Esterházy doveva indossare la marsina (come il resto della servitù). Più severo Okun (superbo inventore di cocktail al gin): alla corte di Hitler, il compositore Carl Orff non portava la marsina ma era come se lo facesse. WV non ricorda che il lavoro più noto di Orff (composto nel 1937 per un “evento”, si direbbe oggi, a Norimberga) venisse regolarmente suonato alle manifestazioni della Fgci da lui guidata. Accompagna ancora le “adunate” nelle città dove giunge il bus del PD. Freud, Jung e Adler (discordi su tante cose) avrebbero detto che è un lapsus rivelatore di ciò che intende fare con gli economisti e gli editorialisti “a Palazzo”.
LA POLPETTA AVVELENATA DI ROMANO PRODI
[27 feb 08] E’ noto, anzi notorio, che Romano Prodi considera Walter Veltroni & Co (i suoi associata) alla origine delle sue sventure e del vero e proprio crollo del suo ormai ultimo (per sempre) governo. Non si sarebbe verificato se Veltroni non avesse indicato l’intenzione di voler“correre da solo”, creando lo scompiglio tra i partitini della litigiosa coalizione. Prodi li vede come una ditta ingrata in quanto avrebbe volentieri ceduto loro con garbo Palazzo Chigi (ed annessi e connessi) nel 2011, una volta raggiunta l’età appropriata per fare il nonno politico-spirituale del neonato Partito democratico. Ora è stato nonnificato anzitempo ed anche costretto a fare buon viso a cattivo gioco ed a mostrare simpatia e supporto per la compagnia di giro (in autobus) Veltroni & Co della quale è presidente onorario.
In questa veste avrebbe offerto più di un suggerimento. Sarebbe stata sua l’idea di ispirare il programma del Pd (con i necessari aggiustamenti) a quello della Casa della libertà del 2006; in tal modo, si sarebbe dato un segnale di discontinuità. Inoltre, presi a negoziare accordi e candidatura con questo e quello, i compilatori di programmi sarebbero stati ben lieti di avere un prête-à-porter pronto all’uso e lo avrebbero in buona parte scopiazzato. Ciò vuol dire che il programma CdL del 2006 era sbagliato? No, ma era sufficientemente spostato al centro, anzi al centrodestra, da mettere in fuga una fascia importante del bacino elettorale potenziale di Veltroni & Co. E farla correre verso l’Arcobaleno. In secondo luogo, i prodiani hanno indotto il Pd a fare accordi elettorali (in barba alla proclamata “solitudine del maratoneta”, roba da topi di cineteca, ispirata forse da un film britannico, così intitolato, degli anni Sessanta).
Intese come quelle con i dipietristi ed i pannellani porterebbero allo scontro le varie anime, per così dire, del Pd: garantisti contro giustizialisti, laicisti contro cattolici. La maniera peggiore per fare la campagna elettorale. E se queste strategie non bastassero? Ove, nonostante tutto, per disgrazia di Dio ed in barba alla volontà della nazione, si arrivasse ad un pareggio, o qualcosa di analogo, non resta che l’arma del “buco”, la falla di bilancio lascia in eredità dalla triade Prodi-Padoa Schioppa-Visco (senza che Veltroni & Co se ne accorgessero) al nuovo governo, il quale dovrà, comunque, o arrabattarsi con qualche miscela di ritocchi alle spese ed alle entrate oppure rinegoziare gli accordi con l'Eurogruppo. Nell'immediato chiunque sarà a Palazzo Chigi e a via Venti Settembre dovrà colmare una falla di 8-10 miliardi di euro per raggiungere, a fine anno, gli impegni sottoscritti con gli altri Stati dell'area dell'euro. In caso di pareggio e di tentativo di larghe intese, nel “buco” sprofonderà Walter Veltroni.
In questa veste avrebbe offerto più di un suggerimento. Sarebbe stata sua l’idea di ispirare il programma del Pd (con i necessari aggiustamenti) a quello della Casa della libertà del 2006; in tal modo, si sarebbe dato un segnale di discontinuità. Inoltre, presi a negoziare accordi e candidatura con questo e quello, i compilatori di programmi sarebbero stati ben lieti di avere un prête-à-porter pronto all’uso e lo avrebbero in buona parte scopiazzato. Ciò vuol dire che il programma CdL del 2006 era sbagliato? No, ma era sufficientemente spostato al centro, anzi al centrodestra, da mettere in fuga una fascia importante del bacino elettorale potenziale di Veltroni & Co. E farla correre verso l’Arcobaleno. In secondo luogo, i prodiani hanno indotto il Pd a fare accordi elettorali (in barba alla proclamata “solitudine del maratoneta”, roba da topi di cineteca, ispirata forse da un film britannico, così intitolato, degli anni Sessanta).
Intese come quelle con i dipietristi ed i pannellani porterebbero allo scontro le varie anime, per così dire, del Pd: garantisti contro giustizialisti, laicisti contro cattolici. La maniera peggiore per fare la campagna elettorale. E se queste strategie non bastassero? Ove, nonostante tutto, per disgrazia di Dio ed in barba alla volontà della nazione, si arrivasse ad un pareggio, o qualcosa di analogo, non resta che l’arma del “buco”, la falla di bilancio lascia in eredità dalla triade Prodi-Padoa Schioppa-Visco (senza che Veltroni & Co se ne accorgessero) al nuovo governo, il quale dovrà, comunque, o arrabattarsi con qualche miscela di ritocchi alle spese ed alle entrate oppure rinegoziare gli accordi con l'Eurogruppo. Nell'immediato chiunque sarà a Palazzo Chigi e a via Venti Settembre dovrà colmare una falla di 8-10 miliardi di euro per raggiungere, a fine anno, gli impegni sottoscritti con gli altri Stati dell'area dell'euro. In caso di pareggio e di tentativo di larghe intese, nel “buco” sprofonderà Walter Veltroni.
La tempesta internazionale ha già travolto l'economia italiana ma il Pd non se ne è accorto da L'Occidentale del 28 febbraio
La tempesta internazionale in corso in questi giorni (ulteriore ribasso del valore internazionale del dollaro, aumenti delle quotazioni del petrolio e di altre materie prime, nonché delle derrate) avrà effetti sull’economia italiana e sulle politiche economiche con le quali i maggiori schieramenti propongono di affrontarne i nodi? La risposta non può che essere positiva.
In primo luogo, se gli economisti che collaborano con Walter Veltroni si mettessero ai loro computer e farebbero girare i loro modelli econometrici, si accorgerebbero che le implicazioni più pesanti sono quelle sulla piattaforma programmatica del Partito Democratico.
Una chiosa tecnica: la modellistica macro-economica in uso presso il PD si basa in gran misura sul lavoro pionieristico fatto circa mezzo secolo fa da Lawrence Klein – è, quindi, di impianto neo-keynesiano e la sua più importante variabile esogena è il commercio internazionale. In parole povere, e semplificando al massimo, quanto più cresce il resto del mondo e l’intercambio tanto più cresce la domanda per beni e servizi prodotti dall’Italia (sempre che si sia in grado di essere competitivi) e, con essa la produzione, l’occupazione, la massa salariale ed i consumi interni.
Alcune settimane fa, quando si disponeva solamente del “dodecalogo”, abbiamo sottolineato come a maggio-giugno i conti pubblici avrebbero evidenziato una falla di 8-12 miliardi di euro dato che la crescita del pil nel 2008 era allora stimabile allo 0,7% (invece dell’1,5% ipotizzato dalla triade Prodi-Padoa-Visco quando hanno messo a punto la manovra di bilancio per l’esercizio finanziario in corso.
Su L’Occidentale del 27 febbraio è stato messo in rilievo, non più sulla base del “dodecalogo” ma del programma appena presentato alla stampa e all’elettorato, che l’applicazione integrale delle misure proposte comporta (oltre ad una manovra di metà esercizio finanziario nel 2008) maggiori spese pubbliche e riduzioni di entrate valutabili, in prima approssimazione, in 40-60 miliardi di euro nel triennio 2009-2011.
Il rallentamento dell’economia internazionale rischia di comportare una crescita davvero rasoterra per l’Italia nel 2008 e nel 2009 (l’orizzonte temporale dei modelli econometrici a cui è fatto riferimento è di norma 24 mesi). Ciò dovrebbe comportare un drastico ridimensionamento del programma elettorale del PD tanto in materia di spese pubbliche (concessione all’area sindacale ed ai settori maggiormente intervestiti del partito) quanto in materia di riduzione di tasse ed imposta (promessa invece all’ala liberale, nonché tesa alla conquista del centro).
In secondo luogo, è prematuro esaminare le implicazioni sul programma del PdL poiché non ancora presentato. Alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, tuttavia, sarebbe quanto mai opportuno tenere conto di un quadro internazionale che è notevolmente cambiato non solamente in termini di crescita ma anche e soprattutto di andamento dei prezzi e, dunque, di potere d’acquisto di individui e famiglie.
Anche se i mercati obbligazionari ed altri indicatori sembrano dire che si sta tornando ad una situazione analoga a quella degli Anni 70 (inflazione elevata e bassa crescita dell’economia reale), le determinanti sono profondamente differenti da quelle di allora: non siamo tanto alle prese con brusche variazioni delle ragioni di scambio e con il riassetto interno delle remunerazioni del lavoro e del capitale (come negli Anni 70) quanto con un mutamento strutturale dell’economia mondiale.
Ciò comporta – lo dice a tutto tondo l’ultimo rapporto Fao – la fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte). Questa determinante è più importante degli aumenti dei corsi del petrolio (cresciuti del 50% nel solo 2007). In tema di energia, c’è una gamma di alternative tecnologiche molto più ampia di quella in tema di produzione di cibo, la cui domanda è in rapida crescita poiché centinaia di milioni di persone stanno uscendo dalla miseria: mediamente un cinese mangiava 20 chili di carne l’anno nel 1985, oggi ne mangia 44 (e ci vogliono 8 chili di grano per produrne uno di carne).
Il Pdl dovrebbe sottolineare che non sono certo le politiche di bilancio e della moneta dei singoli Paesi Ocse (anche ove concertate) a potere incidere su questo fenomeno. Ancor meno possono fare eventuali politiche dei redditi nazionali o conati di quelle “europee”; lasciamo stare la politica dei redditi “mondiale” (di cui si conciò ai tempi di quel primo Governo Prodi in cui si finanziavano convegni sull’Ulivo mondiale e si progettava anche “mani pulite nel mondo”). Appartiene ad Alice nel Paese delle Meraviglie.
“Mr. Prezzi”, creato dal centrosinistra, è una via di mezzo tra politica dei redditi in surroga ed uno spaventapasseri con la funzione di essere quello con cui prendersela. Se si tenterà di introdurre controlli, potrà aggravare la situazione (con distorsioni dell’allocazione delle risorse), come provano tutte le esperienze del passato (soprattutto quella degli Usa nel 1971-73).
C’è una strategia alternativa: liberalizzare mercati (specialmente nei servizi) e ridurre regole (a quando i risultati dei tanti annunciati studi sull’impatto della regolazione?). Dovrebbe essere l’architrave del programma PdL. I mercati obbligazionari ed altri indicatori sembrano dire che si sta tornando ad una situazione analoga a quella degli Anni 70: inflazione elevata e bassa crescita dell’economia reale.
Le determinanti sono, però, profondamente differenti da quelle di allora: non siamo alle prese con brusche variazioni delle ragioni di scambio e con il riassetto interno delle remunerazioni del lavoro e del capitale (come negli Anni 70) ma con un mutamento strutturale dell’economia mondiale. Ciò comporta – lo dice a tutto tondo l’ultimo rapporto Fao – la fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte).
Questa determinante è più importante degli aumenti dei corsi del petrolio (cresciuti del 50% nel solo 2007). In tema di energia, c’è una gamma di alternative tecnologiche molto più ampia di quella in tema di produzione di cibo, la cui domanda è in rapida crescita poiché centinaia di milioni di persone stanno uscendo dalla miseria: mediamente un cinese mangiava 20 chili di carne l’anno nel 1985, oggi ne mangia 44 (e ci vogliono 8 chili di grano per produrne uno di carne).
Non sono certo le politiche di bilancio e della moneta dei singoli Paesi Ocse (anche ove concertate) a potere incidere su questo fenomeno. Ancor meno possono fare eventuali politiche dei redditi nazionali o conati di quelle “europee”; lasciamo la politica dei redditi “mondiale” (di cui alcuni concionano) ad Alice nel Paese delle Meraviglie. “Mr. Prezzi” è una politica dei redditi in surroga. Chi ne vestirà i panni sarà un malcapitato che avrà le funzioni di essere quello con cui prendersela. Se tenterà di introdurre controlli, potrà aggravare la situazione (con distorsioni dell’allocazione delle risorse), come provano tutte le esperienze del passato (soprattutto quella degli Usa nel 1971-73).
C’è una strategia alternativa: liberalizzare mercati (specialmente nei servizi) e ridurre regole (a quando i risultati dei tanti annunciati studi sull’impatto della regolazione?).
In primo luogo, se gli economisti che collaborano con Walter Veltroni si mettessero ai loro computer e farebbero girare i loro modelli econometrici, si accorgerebbero che le implicazioni più pesanti sono quelle sulla piattaforma programmatica del Partito Democratico.
Una chiosa tecnica: la modellistica macro-economica in uso presso il PD si basa in gran misura sul lavoro pionieristico fatto circa mezzo secolo fa da Lawrence Klein – è, quindi, di impianto neo-keynesiano e la sua più importante variabile esogena è il commercio internazionale. In parole povere, e semplificando al massimo, quanto più cresce il resto del mondo e l’intercambio tanto più cresce la domanda per beni e servizi prodotti dall’Italia (sempre che si sia in grado di essere competitivi) e, con essa la produzione, l’occupazione, la massa salariale ed i consumi interni.
Alcune settimane fa, quando si disponeva solamente del “dodecalogo”, abbiamo sottolineato come a maggio-giugno i conti pubblici avrebbero evidenziato una falla di 8-12 miliardi di euro dato che la crescita del pil nel 2008 era allora stimabile allo 0,7% (invece dell’1,5% ipotizzato dalla triade Prodi-Padoa-Visco quando hanno messo a punto la manovra di bilancio per l’esercizio finanziario in corso.
Su L’Occidentale del 27 febbraio è stato messo in rilievo, non più sulla base del “dodecalogo” ma del programma appena presentato alla stampa e all’elettorato, che l’applicazione integrale delle misure proposte comporta (oltre ad una manovra di metà esercizio finanziario nel 2008) maggiori spese pubbliche e riduzioni di entrate valutabili, in prima approssimazione, in 40-60 miliardi di euro nel triennio 2009-2011.
Il rallentamento dell’economia internazionale rischia di comportare una crescita davvero rasoterra per l’Italia nel 2008 e nel 2009 (l’orizzonte temporale dei modelli econometrici a cui è fatto riferimento è di norma 24 mesi). Ciò dovrebbe comportare un drastico ridimensionamento del programma elettorale del PD tanto in materia di spese pubbliche (concessione all’area sindacale ed ai settori maggiormente intervestiti del partito) quanto in materia di riduzione di tasse ed imposta (promessa invece all’ala liberale, nonché tesa alla conquista del centro).
In secondo luogo, è prematuro esaminare le implicazioni sul programma del PdL poiché non ancora presentato. Alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, tuttavia, sarebbe quanto mai opportuno tenere conto di un quadro internazionale che è notevolmente cambiato non solamente in termini di crescita ma anche e soprattutto di andamento dei prezzi e, dunque, di potere d’acquisto di individui e famiglie.
Anche se i mercati obbligazionari ed altri indicatori sembrano dire che si sta tornando ad una situazione analoga a quella degli Anni 70 (inflazione elevata e bassa crescita dell’economia reale), le determinanti sono profondamente differenti da quelle di allora: non siamo tanto alle prese con brusche variazioni delle ragioni di scambio e con il riassetto interno delle remunerazioni del lavoro e del capitale (come negli Anni 70) quanto con un mutamento strutturale dell’economia mondiale.
Ciò comporta – lo dice a tutto tondo l’ultimo rapporto Fao – la fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte). Questa determinante è più importante degli aumenti dei corsi del petrolio (cresciuti del 50% nel solo 2007). In tema di energia, c’è una gamma di alternative tecnologiche molto più ampia di quella in tema di produzione di cibo, la cui domanda è in rapida crescita poiché centinaia di milioni di persone stanno uscendo dalla miseria: mediamente un cinese mangiava 20 chili di carne l’anno nel 1985, oggi ne mangia 44 (e ci vogliono 8 chili di grano per produrne uno di carne).
Il Pdl dovrebbe sottolineare che non sono certo le politiche di bilancio e della moneta dei singoli Paesi Ocse (anche ove concertate) a potere incidere su questo fenomeno. Ancor meno possono fare eventuali politiche dei redditi nazionali o conati di quelle “europee”; lasciamo stare la politica dei redditi “mondiale” (di cui si conciò ai tempi di quel primo Governo Prodi in cui si finanziavano convegni sull’Ulivo mondiale e si progettava anche “mani pulite nel mondo”). Appartiene ad Alice nel Paese delle Meraviglie.
“Mr. Prezzi”, creato dal centrosinistra, è una via di mezzo tra politica dei redditi in surroga ed uno spaventapasseri con la funzione di essere quello con cui prendersela. Se si tenterà di introdurre controlli, potrà aggravare la situazione (con distorsioni dell’allocazione delle risorse), come provano tutte le esperienze del passato (soprattutto quella degli Usa nel 1971-73).
C’è una strategia alternativa: liberalizzare mercati (specialmente nei servizi) e ridurre regole (a quando i risultati dei tanti annunciati studi sull’impatto della regolazione?). Dovrebbe essere l’architrave del programma PdL. I mercati obbligazionari ed altri indicatori sembrano dire che si sta tornando ad una situazione analoga a quella degli Anni 70: inflazione elevata e bassa crescita dell’economia reale.
Le determinanti sono, però, profondamente differenti da quelle di allora: non siamo alle prese con brusche variazioni delle ragioni di scambio e con il riassetto interno delle remunerazioni del lavoro e del capitale (come negli Anni 70) ma con un mutamento strutturale dell’economia mondiale. Ciò comporta – lo dice a tutto tondo l’ultimo rapporto Fao – la fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte).
Questa determinante è più importante degli aumenti dei corsi del petrolio (cresciuti del 50% nel solo 2007). In tema di energia, c’è una gamma di alternative tecnologiche molto più ampia di quella in tema di produzione di cibo, la cui domanda è in rapida crescita poiché centinaia di milioni di persone stanno uscendo dalla miseria: mediamente un cinese mangiava 20 chili di carne l’anno nel 1985, oggi ne mangia 44 (e ci vogliono 8 chili di grano per produrne uno di carne).
Non sono certo le politiche di bilancio e della moneta dei singoli Paesi Ocse (anche ove concertate) a potere incidere su questo fenomeno. Ancor meno possono fare eventuali politiche dei redditi nazionali o conati di quelle “europee”; lasciamo la politica dei redditi “mondiale” (di cui alcuni concionano) ad Alice nel Paese delle Meraviglie. “Mr. Prezzi” è una politica dei redditi in surroga. Chi ne vestirà i panni sarà un malcapitato che avrà le funzioni di essere quello con cui prendersela. Se tenterà di introdurre controlli, potrà aggravare la situazione (con distorsioni dell’allocazione delle risorse), come provano tutte le esperienze del passato (soprattutto quella degli Usa nel 1971-73).
C’è una strategia alternativa: liberalizzare mercati (specialmente nei servizi) e ridurre regole (a quando i risultati dei tanti annunciati studi sull’impatto della regolazione?).
sabato 23 febbraio 2008
Prodi, Padoa e Visco lasciano una falla di 10 miliardi da L'Occidentale del 23 febbraio
In questi giorni, gli schierameni politici stanno mettendo a punto i programmi con cui presentarsi agli elettori. I temi economici acquistano nuova centralità in seguito alla pubblicaziobne delle previsioni pubblicate dalla Commisione Europea: sfortunatamente, confermano le stime quantitative de L'Occidentale secondo cui nel 2008 la crescita del pil dell'Italia sarà rasoterra.
Le determinanti sono molteplici. Già alla fine degli Anni Novanta un'analisi della Banca d'Italia ne attribuiva la responsabilità al forte aumento della pressione fiscale (sette punti percentuali del pil) attuato dai Governi di centro-sinistra nella fase del percorso verso l'unione monetaria (invece di giungere all'euro riducende la spesa corrente). Il Governo Prodi-Padoa Schioppa- Visco, con la guida politico-spirituale di Walter Veltroni, ha preseguito sulla strada dell'incremento della pressione e dei vincoli mettendo un'ipoteca sul futuro della crescita italiana.
Altre determinanti (la bassa produttività del lavoro) non dipendo interamente dalla sfera politica. Ce ne è, però, una che è fortemente correlata all'azione di Governo ed alle misure lesgislative: il peso del debito pubblico il cui stock è al 105% del pil ed il cui servizio (per ammortamento ed interessi assorbe il 3% del pil, percentuale che potrebbe aumentare se, come non è impossibile, i tassi d'interesse viaggiano, ancorché leggermente, all'insù). E' un fardello sul potenziale di crescita dell'Italia (rispetto alle altre econonomie europee).
Nell'immediato chiunque sarà a Palazzo Chigi e via Venti Settembre dovrà colmare una falla di 8-10 miliardi di euro per raggiungere, a fine anno, gli impegni sottoscritti con gli altri Stati dell'area dell'euro.
E' un'eredità pesante lasciata dalla triade Prodi-TPS-Visco (con la benedizione di Veltroni) al nuovo Governo, il quale dovrà o arrabbattarsi con qualche miscela di ritocchi alle spese ed alle entrate oppure rinegoziare gli accordi con l'Eurogruppo.
Ipotizzando che, per grazia di Dio e per volontà della Nazione, si riesca a saldare il buco annunciato di breve periodo, resta il dilemma di quale strategia seguire per ridurrel'onere del debito, con le sue conseguenze negative sulla crescita dei redditi, della produzione, dei consumi, dell'occupazione e del benessere in generale degli italiani.
Ci sono due percorsi possibili. Uno prevede un ripiano lento e progressivo, mantenendo un avanzo primario (saldo positivo tra entrate e spese) pari al 5% del pil per i prossimi 15-20 anni. Il secondo comporta un'operazione shock per tagliare una fetta del debito nell'ambito di pochi anni. Sono ambedue fattibili. Il primo, però, vuole dire un lungo periodo di crescita lenta in quanto il 10% circa delle entrate dovrà essere indirizzato non alla produzione di beni pubblici (giustizia, difesa) o di beni sociali (istruzione, sanità, previdenza) o di servizi a cittadini ed imprese ma al graduale smaltimento del debito.
Il secondo non è facile in un contesto finanziario internazionale in cui, a ragione delle tensioni in corso sin dall'estate, si stanno esaurendo titolarizzazioni e cartolarizzazioni, nonostante al mondo la liquidità non sia mai stata così ampia.
Tuttavia, una strategia diretta a privatizzare Eni, Enel, Rai, Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Sviluppo Italia, municipalizzate e quant'altro, potrebbe ridurre lo stock di debito dal 105% all'80-85% del pil nell'arco di cinque anni, sempre che sia coniugata con una strategia parallela di liberalizzazione dei mercati dei servizi, dei prodotti e dei fattori di produzione.
Potrebbe essere la chiave per far rialzare l'Italia e metterla al passo con il resto d'Europa.
Da non pagare: No
Le determinanti sono molteplici. Già alla fine degli Anni Novanta un'analisi della Banca d'Italia ne attribuiva la responsabilità al forte aumento della pressione fiscale (sette punti percentuali del pil) attuato dai Governi di centro-sinistra nella fase del percorso verso l'unione monetaria (invece di giungere all'euro riducende la spesa corrente). Il Governo Prodi-Padoa Schioppa- Visco, con la guida politico-spirituale di Walter Veltroni, ha preseguito sulla strada dell'incremento della pressione e dei vincoli mettendo un'ipoteca sul futuro della crescita italiana.
Altre determinanti (la bassa produttività del lavoro) non dipendo interamente dalla sfera politica. Ce ne è, però, una che è fortemente correlata all'azione di Governo ed alle misure lesgislative: il peso del debito pubblico il cui stock è al 105% del pil ed il cui servizio (per ammortamento ed interessi assorbe il 3% del pil, percentuale che potrebbe aumentare se, come non è impossibile, i tassi d'interesse viaggiano, ancorché leggermente, all'insù). E' un fardello sul potenziale di crescita dell'Italia (rispetto alle altre econonomie europee).
Nell'immediato chiunque sarà a Palazzo Chigi e via Venti Settembre dovrà colmare una falla di 8-10 miliardi di euro per raggiungere, a fine anno, gli impegni sottoscritti con gli altri Stati dell'area dell'euro.
E' un'eredità pesante lasciata dalla triade Prodi-TPS-Visco (con la benedizione di Veltroni) al nuovo Governo, il quale dovrà o arrabbattarsi con qualche miscela di ritocchi alle spese ed alle entrate oppure rinegoziare gli accordi con l'Eurogruppo.
Ipotizzando che, per grazia di Dio e per volontà della Nazione, si riesca a saldare il buco annunciato di breve periodo, resta il dilemma di quale strategia seguire per ridurrel'onere del debito, con le sue conseguenze negative sulla crescita dei redditi, della produzione, dei consumi, dell'occupazione e del benessere in generale degli italiani.
Ci sono due percorsi possibili. Uno prevede un ripiano lento e progressivo, mantenendo un avanzo primario (saldo positivo tra entrate e spese) pari al 5% del pil per i prossimi 15-20 anni. Il secondo comporta un'operazione shock per tagliare una fetta del debito nell'ambito di pochi anni. Sono ambedue fattibili. Il primo, però, vuole dire un lungo periodo di crescita lenta in quanto il 10% circa delle entrate dovrà essere indirizzato non alla produzione di beni pubblici (giustizia, difesa) o di beni sociali (istruzione, sanità, previdenza) o di servizi a cittadini ed imprese ma al graduale smaltimento del debito.
Il secondo non è facile in un contesto finanziario internazionale in cui, a ragione delle tensioni in corso sin dall'estate, si stanno esaurendo titolarizzazioni e cartolarizzazioni, nonostante al mondo la liquidità non sia mai stata così ampia.
Tuttavia, una strategia diretta a privatizzare Eni, Enel, Rai, Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Sviluppo Italia, municipalizzate e quant'altro, potrebbe ridurre lo stock di debito dal 105% all'80-85% del pil nell'arco di cinque anni, sempre che sia coniugata con una strategia parallela di liberalizzazione dei mercati dei servizi, dei prodotti e dei fattori di produzione.
Potrebbe essere la chiave per far rialzare l'Italia e metterla al passo con il resto d'Europa.
Da non pagare: No
VELOCITA’ TUTTA DA ASCOLTARE
Il Novecento è stato chiamato “il secolo breve” (a ragione dalle rapide trasformazioni sociali che si sono verificate) ed il “secolo crudele” (a ragione dell’uso della tecnologia per il terrore e gli stermini di massa). Adesso, una mostra, inaugurata il 19 febbraio a Roma nel Pala Expò completamente rimesso a nuovo, lo chiama “il secolo veloce”. Il mito della velocità viene raccontato tramite oltre 350 opere e testimonianze sul secolo appena trascorso: quadri, auto d’epoca, motociclette, abiti, filmati e persino un aereo- una carrellata sul Novecento attraverso il concetto di velocità inteso come mito soprattutto, ma non esclusivamente, nel nostro Paese. Nell’ambito della mostra (che andrà in altre città), in particolare nell’elegante auditorium del Pala Expò, l’Accademia Filarmonica Romana ha organizzato una serie di concerti di musica da camera (a prezzi ridottissimi ed affollati principalmente da giovani) per dare spazio agli aspetti musicali della velocità (nel “secolo veloce” e non solo).
Il primo, il giorno dell’inaugurazione della mostra, è stato affidato a Daniele Lombardi. Il programma è stato dedicato quasi interamente alla musica rapidissima del futurismo europeo (non solo italiano ma anche francese, americano e russo), completato da due novità contemporanee che rievocano lo stile dell’avanguardia 1915-25. Si è passati da una strepitosa composizione di Alberto Savinio da fare sanguinare le mani (come avvenne alla prima assoluta organizzata a Parigi da Apollinaire) all’atonalità di Arthur Vincent Lourié, alla dodecafonia di Silvio Mix, al caberet vienneseggiante di Franco Casavola, al jazz intellettuale e raffinato di Giacinto Scelsi, al collage di frammenti di Gerge Anthell per concludere con due pezzi nuovissimi rispettivamente di Sylvano Bussotti e di Daniele Lombardi in persona. Lombardi ha mostrato una tecnica mozzafiato coniugata con il controllo assoluto dello strumento. Dopo “The Bad Boys of the Piano” (“I ragazzacci del pianoforte”) – questo il titolo del concerto inaugurale - è in programma una serata (il 26 febbraio) in memoria di John Cage con Margaret Leng Tan al pianoforte. La pianista di Singapore, considerata tra le maggiori interpreti del “pianoforte eccentrico” del Novecento, suonerà musiche di Cage, utilizzando singole corde di pianoforte, nonché radio, fischietti, bacinelle d’acqua, mazzi di carte (tutti oggetti impiegati in “Water Music” del 1952) e tre diversi tipi di piano: il pianoforte ‘classico’, il pianoforte giocattolo (ossia il Toy Piano, cui Cage dedica una Suite nel 1948) e il pianoforte “preparato”; il tutto corredato da proiezioni video. In programma anche il 4’33’’ che prevede da parte dell’esecutore di rispettare il silenzio per il tempo indicato nel titolo del brano.
A questi appuntamenti imperniati sull’avanguardia del secolo scorso seguono una serie di concerti allestiti per indicare la continuità della velocità nella storia della musica. Sono affidati al Quartetto Bernini, con Roberto Posseda al pianoforte, che eseguirà l’integrale dei quartetti di Mozart. Come si inserirà il salisburghese nel futurismo e nello sperimentalismo del Novecento e nel contesto di una mostra in cui i motori affiancano i quadri, le sculture, la moda ed i film d’epoca? E’ una risposta che daranno principalmente i giovani , spesso giovanissimi, se continueranno ad affollare la serie dei concerti così come hanno riempito ogni ordine di posto la prima serata. Per i dettagli www.filarmonicaromana.org
Il primo, il giorno dell’inaugurazione della mostra, è stato affidato a Daniele Lombardi. Il programma è stato dedicato quasi interamente alla musica rapidissima del futurismo europeo (non solo italiano ma anche francese, americano e russo), completato da due novità contemporanee che rievocano lo stile dell’avanguardia 1915-25. Si è passati da una strepitosa composizione di Alberto Savinio da fare sanguinare le mani (come avvenne alla prima assoluta organizzata a Parigi da Apollinaire) all’atonalità di Arthur Vincent Lourié, alla dodecafonia di Silvio Mix, al caberet vienneseggiante di Franco Casavola, al jazz intellettuale e raffinato di Giacinto Scelsi, al collage di frammenti di Gerge Anthell per concludere con due pezzi nuovissimi rispettivamente di Sylvano Bussotti e di Daniele Lombardi in persona. Lombardi ha mostrato una tecnica mozzafiato coniugata con il controllo assoluto dello strumento. Dopo “The Bad Boys of the Piano” (“I ragazzacci del pianoforte”) – questo il titolo del concerto inaugurale - è in programma una serata (il 26 febbraio) in memoria di John Cage con Margaret Leng Tan al pianoforte. La pianista di Singapore, considerata tra le maggiori interpreti del “pianoforte eccentrico” del Novecento, suonerà musiche di Cage, utilizzando singole corde di pianoforte, nonché radio, fischietti, bacinelle d’acqua, mazzi di carte (tutti oggetti impiegati in “Water Music” del 1952) e tre diversi tipi di piano: il pianoforte ‘classico’, il pianoforte giocattolo (ossia il Toy Piano, cui Cage dedica una Suite nel 1948) e il pianoforte “preparato”; il tutto corredato da proiezioni video. In programma anche il 4’33’’ che prevede da parte dell’esecutore di rispettare il silenzio per il tempo indicato nel titolo del brano.
A questi appuntamenti imperniati sull’avanguardia del secolo scorso seguono una serie di concerti allestiti per indicare la continuità della velocità nella storia della musica. Sono affidati al Quartetto Bernini, con Roberto Posseda al pianoforte, che eseguirà l’integrale dei quartetti di Mozart. Come si inserirà il salisburghese nel futurismo e nello sperimentalismo del Novecento e nel contesto di una mostra in cui i motori affiancano i quadri, le sculture, la moda ed i film d’epoca? E’ una risposta che daranno principalmente i giovani , spesso giovanissimi, se continueranno ad affollare la serie dei concerti così come hanno riempito ogni ordine di posto la prima serata. Per i dettagli www.filarmonicaromana.org
LA TEORIA DEI GIOCHI PER SALVARE LO SCALO VARESINO DI MALPENSA
La decisione del Tar di non concedere la sospensiva a APHolding permette, per ilil momento, la prosecuzione della trattativa tra Alitalia, da un lato, e AirFrance-Klm, dall’altro. Ciò non vuole dire né che l’accordo sia dietro l’angolo né che, nonostante lo zucchero messo all’ultimo momento dal Governo Prodi nel decreto mille proroghe, si sia risolto il nodo del grande aeroscalo nei pressi di Varese. Anzi, chiunque vincerà le prossime elezioni troverà, tra i tanti fascicoli problematici sulla sua scrivania, quello relativo al rebus di Malpensa , ossia cosa fare con una grande infrastruttura se – come pare probabile- viene a mancare l’attività economica (il traffico aereo) che è destinata a servire. E’ un’infrastruttura a destinazione irreversibile: un aeroporto costruito per essere un “hub” non può essere facilmente trasformato in un impianto industriale od in un centro commerciale. Il rebus è particolarmente difficile se va al Governo il PdL. La Lega Nord e buona parte dello schieramento settentrionale del PdL si è ripetutamente espresso a favore del mantenimento di un ruolo strategico per Malpensa. D’altro canto, in tempi non sospetti (con l’articolo “Malpensa: limiti e misfatti” su www.lavoce.info) due consiglieri economici del leader del Pd Walter Veltroni hanno già dato per scontato una ridimensionamento dell’infrastruttura nell’ipotesi in cui il regime di open skies non si allarghi rapidamente dai voli transatlantici (per i quali i cieli si apriranno a fine marzo) a quelli verso l'Asia e verso l'Africa.
Con il senno del poi, è facile dire che l’aeroporto e l’insieme degli scali nel Nord Italia non sono stati programmati con la cura e con le analisi economiche e finanziarie auspicabili per investimenti di tali portata: è sufficiente raffrontare la poca consistenza degli studi di fattibilità per Malpensa (peraltro mai divulgati ma che ho avuto modo di sfogliare quando dirigevo il nucleo di valutazione degli investimenti pubblici presso il Ministero del Bilancio) con lo spessore della analisi condotte, più o meno nello stesso periodo, per il terzo aeroporto di Londra (di cui chiunque poteva acquistare copia, per poche sterline, allo H.M. Stationery Office – l’equivalente del nostro Poligrafico dello Stato).
Tuttavia, l’infrastruttura ormai esiste, si stanno prendendo misure per migliorarne il funzionamento (ad esempio, tempo di attesa per i bagagli) e per accorciare la durata dei collegamento con Milano. Non è interesse di nessuno trattarla, contabilmente, come un “sunk cost” (costo da accantonarsi poiché “chi ha dato, ha dato; chi ha avuto, ha avuto”, come dice una canzone napoletana).
Se, come probabile, verrà definito un periodo di transizione prima che gran parte degli “slots” ora in carico ad Alitalia venga abbandonato, tale lasso di tempo deve essere utilizzato non solo per individuare nuovi vettori, probabilmente asiatici (e negoziare con loro l’utilizzazione dell’infrastruttura) ma anche per condurre una nuova analisi economica sia di Malpensa sia degli altri aeroporti dell’area. Non si tratta solo di aggiornare i dati (anche per tenere conto delle profonde modifiche intervenute nel traffico aereo da quando venne progettato l’”hub”) ma di trarre vantaggio dal progresso effettuato nelle metodologie economiche. Un esempio eloquente è la riorganizzazione degli aeroporti del Nord Europa effettuata negli anni scorsi sulla base di uno studio pionieristico condotto dall’Università di Rotterdam ed i cui esiti principali sono stati pubblicati sul periodico “Financial Management” (Han T.J. Smit “Infrastructure Investment as a Real Options Game: the case of European Airport Exapansion”). Una lezione importante è che utilizzando la strumentazione derivante dalla teoria delle opzioni reali e dalla teoria dei giochi si giunge a quantizzare aspetti non facilmente apparenti in un’analisi costi benefici tradizionale, quale il valore della “opzione di flessibilità” in caso di congestione del traffico negli altri scali. Soprattutto, nell’analisi degli aeroporti nel Nord Europa, la valutazione economica ha permesso di vedere come quelli meno vincolati da regolazioni pubbliche sulla loro crescita e da trattamenti preferenziali per quelle un tempo chiamate “compagnie di bandiera” sono quelli che meglio riescono ad esercitare le opzioni di crescita disponibili nel settore.
In Italia non si dispone di tutte le informazioni necessarie per condurre uno studio identico a quello dell’Università di Rotterdam. Manca un dato tecnico: nel 1996, con il primo Governo Prodi, l’Istat ha smesso di aggiornare la matrice di contabilità sociale del Paese (una rappresentazione analitica che consente di simulare impatti di strategie alternative). Si può, ciò nonostante, fare qualcosa di analogo come mostrano, ad esempio, alcuni lavori condotti durante la XIV Legislatura: l’analisi con opzione reali della transizione da televisione analogica e digitale terrestre (le cui conclusioni sono state recepite dal Governo dell’epoca ed i cui punti salienti sono riassunti nel volume Bezzi et altri “Valutazione in Azione”, F.Angeli) e quella del sistema di trasporti della Basilicata (disponibile presso il Ministero dello Sviluppo Economico).
Abbiamo quindi gli strumenti di base per risolvere il rebus di Malpensa. Non strappiamoci i capelli e non facciamoci prendere dalla disperazione.
Con il senno del poi, è facile dire che l’aeroporto e l’insieme degli scali nel Nord Italia non sono stati programmati con la cura e con le analisi economiche e finanziarie auspicabili per investimenti di tali portata: è sufficiente raffrontare la poca consistenza degli studi di fattibilità per Malpensa (peraltro mai divulgati ma che ho avuto modo di sfogliare quando dirigevo il nucleo di valutazione degli investimenti pubblici presso il Ministero del Bilancio) con lo spessore della analisi condotte, più o meno nello stesso periodo, per il terzo aeroporto di Londra (di cui chiunque poteva acquistare copia, per poche sterline, allo H.M. Stationery Office – l’equivalente del nostro Poligrafico dello Stato).
Tuttavia, l’infrastruttura ormai esiste, si stanno prendendo misure per migliorarne il funzionamento (ad esempio, tempo di attesa per i bagagli) e per accorciare la durata dei collegamento con Milano. Non è interesse di nessuno trattarla, contabilmente, come un “sunk cost” (costo da accantonarsi poiché “chi ha dato, ha dato; chi ha avuto, ha avuto”, come dice una canzone napoletana).
Se, come probabile, verrà definito un periodo di transizione prima che gran parte degli “slots” ora in carico ad Alitalia venga abbandonato, tale lasso di tempo deve essere utilizzato non solo per individuare nuovi vettori, probabilmente asiatici (e negoziare con loro l’utilizzazione dell’infrastruttura) ma anche per condurre una nuova analisi economica sia di Malpensa sia degli altri aeroporti dell’area. Non si tratta solo di aggiornare i dati (anche per tenere conto delle profonde modifiche intervenute nel traffico aereo da quando venne progettato l’”hub”) ma di trarre vantaggio dal progresso effettuato nelle metodologie economiche. Un esempio eloquente è la riorganizzazione degli aeroporti del Nord Europa effettuata negli anni scorsi sulla base di uno studio pionieristico condotto dall’Università di Rotterdam ed i cui esiti principali sono stati pubblicati sul periodico “Financial Management” (Han T.J. Smit “Infrastructure Investment as a Real Options Game: the case of European Airport Exapansion”). Una lezione importante è che utilizzando la strumentazione derivante dalla teoria delle opzioni reali e dalla teoria dei giochi si giunge a quantizzare aspetti non facilmente apparenti in un’analisi costi benefici tradizionale, quale il valore della “opzione di flessibilità” in caso di congestione del traffico negli altri scali. Soprattutto, nell’analisi degli aeroporti nel Nord Europa, la valutazione economica ha permesso di vedere come quelli meno vincolati da regolazioni pubbliche sulla loro crescita e da trattamenti preferenziali per quelle un tempo chiamate “compagnie di bandiera” sono quelli che meglio riescono ad esercitare le opzioni di crescita disponibili nel settore.
In Italia non si dispone di tutte le informazioni necessarie per condurre uno studio identico a quello dell’Università di Rotterdam. Manca un dato tecnico: nel 1996, con il primo Governo Prodi, l’Istat ha smesso di aggiornare la matrice di contabilità sociale del Paese (una rappresentazione analitica che consente di simulare impatti di strategie alternative). Si può, ciò nonostante, fare qualcosa di analogo come mostrano, ad esempio, alcuni lavori condotti durante la XIV Legislatura: l’analisi con opzione reali della transizione da televisione analogica e digitale terrestre (le cui conclusioni sono state recepite dal Governo dell’epoca ed i cui punti salienti sono riassunti nel volume Bezzi et altri “Valutazione in Azione”, F.Angeli) e quella del sistema di trasporti della Basilicata (disponibile presso il Ministero dello Sviluppo Economico).
Abbiamo quindi gli strumenti di base per risolvere il rebus di Malpensa. Non strappiamoci i capelli e non facciamoci prendere dalla disperazione.
ED ORA AD ALITALIA NON RESTA CHE ASPETTARE AIRFRANCE
Alle 20 e qualche minuto (quindi a mercati chiusi) del 20 febbraio un laconico comunicato ha informato che il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato da AirOne per la sospensiva della trattativa in esclusiva tra Air France-Klm e Alitalia. La decisione è stata presa al termine di una camera di consiglio durata circa tre ore, seguita all'udienza svoltasi nel pomeriggio. Nonostante da settimane giungessero dichiarazioni ottimistiche tanto dal patron di AirOne , l’imprenditore abruzzese Carlo Toto quanto dalle banche e dai fondi (nonché gli altri imprenditori) che si erano mostrati disponibili ad affiancarlo nell’intrapresa, da qualche giorno si respirava aria di un responso negativo al marchingegno giuridico che avrebbe potuto riaprire i giochi e frenare la trattativa tra Alitalia ed AirFrance-Klm , rimettendo in pista APHolding,, la finanziaria controllata da Toto. In primo luogo, il 17 febbraio, il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha effettuato un’apertura a AirFrance-Klm proprio nel corso di una manifestazione in quello che sarebbe dovuto essere l’”hub”: “Alitalia vada a AirFrance-Klm purchè si salvi Malpensa”. In seondo luogo, il 18 febbraio Alitalia ha annunciato che avrebbe tagliato altri voli dallo scalo spostando decine di collegamenti a Linate ed a Fiumicino: in breve, l’aeroporto nei pressi di Busto Arsizio, dopo avere perso 13 strategici voli intercontinentali, resterebbe collegato soltanto a nove città della Penisola (Treviso, Venezia, Firenze, Pisa, Roma, Napoli, Brindisi, Palermo e Catania). In terzo luogo – e questo era il segnale più eloquente- il 19 febbraio, alla vigilia, dunque, dell’udienza al Tar, un emendamento del Governo alla ddl di conversione in legge del decreto Milleproroghe prevede la cassa integrazione straordinaria per i dipendenti che finiranno in esubero, ad un costo complessivo, a carico dei contribuenti, per 255 milioni di euro. Ove ciò non bastasse, articoli su “IlSole-24Ore”, quotidiano che riflette gli umori della “business community” italiana; ponevano l’accento sulla fragilità finanziaria ed industriale di AirOne – quasi a voler dire che un’eventuale fusione con Alitalia avrebbe prodotto un’azienda al limite del collasso ma “too big to fail” , e tale dunque da imporre intervento pubblico per diversi anni ove non per sempre. I dati presentati dal quotidiano milanese non sono mai stati nettamente e totalmente smentiti anche se i portavoce di AirOne hanno sottolineato che la loro presentazione includeva distorsioni e forzature.
In breve, la possibilità di cassa integrazione completa un quadro coerente con la decisione Alitalia di ridurre i voli da Malpensa e dall’atteggiamento più morbido del leader della Lega Nord nei confronti di AirFrance-Klm. Tutti segnali che il Tar non avrebbe riaperto i giochi. Interessante la motivazione con la quale si respinge la sospensiva (alla trattativa in corso tra Alitalia e AirFrance-Klm) richiesta da AirOne. Nell'ordinanza siglata dal presidente della III Sezione, Stefano Baccarini e dall'estensore Domenico Lundini, si motiva il respingimento dell'istanza cautelare poiché "non sussistono i presupposti per l'accoglimento dell'istanza cautelare, sia per la carenza di elementi di irreparabilità del danno, sia per la mancanza di 'fumus boni iuris'". AirOne ha annunciato un ricorso al Consiglio di Stato. A Palazzo Spada vige naturalmente il riserbo, ma, nei suoi corridoi, a chi pone domande si risponde con un’alzata di braccia ed occhiate intensi agli affreschi sul soffitto. Come dire che se il ricorso mai arriverà si tratterà di una perdita di tempo per tutti. Tanto netta e chiara è la motivazione del Tar. Questi gli aspetti salienti “in punta di diritto”.
Sotto il profilo economico, il dato principale è che la prosecuzione della trattativa esclusiva con AirFrance-Klm allontana (speriamo per sempre) lo spettro del fallimento di Alitalia e promette la nascita di un “campione europeo” con le carte per diventare “campione internazionale”; tale “campione” avrebbe azionisti anche italiani. Sempre sotto il profilo economico resta il nodo di Malpensa . Per mal programmato che sia stata, l’infrastruttura ormai esiste, si stanno prendendo misure per migliorarne il funzionamento (ad esempio, tempo di attesa per i bagagli) e per accorciare la durata dei collegamento con Milano. Non è interesse di nessuno trattarla, contabilmente, come un “sunk cost” (costo da accantonarsi poiché “chi ha dato, ha dato; chi ha avuto, ha avuto”, come dice una canzone napoletana). Occorrerà studiare con cura la sua utilizzazione riorganizzando al meglio l’insieme degli aeroporti dell’Italia settentrionali: si possono trarre lezioni utili dalle analisi effettuate, a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, per riorganizzare gli aeroporti nel Nord Europa (pur sotto la competenza amministrativa di diversi Stati).
Siamo, però, in campagna elettorale . Dunque, occorre esaminare anche “the politics”(gli aspetti puramente politici) della decisione del Tar. Il fatto che sia stata preceduta da aperture della Lega Nord ad Alitalia, della concessione della cassa integrazione straordinaria, da una serie di articoli su un’importante testata vuole dire che ormai il mondo della politica non prende più in nessuna considerazione il tentativo di AirOne. A sinistra vige la proprietà transitiva: gli amici dei miei avversari sono i miei avversari. Nota la dimestichezza tra Carlo Toto e Romano Prodi, non ci si poteva altro dal buonista Walter Veltroni. Quel che resta del centro è alle prese con travagli complicati tra rose e scudi. Nel PdL , Silvio Berlusconi ha alzato la voce in difesa dell’”italianità” della compagnia: un’interpretazione potrebbe essere quella secondo cui la partecipazione azionaria del Tesoro e di investitori italiani alla nuova azienda (risultato della fusione) ed una voce del CdA potrebbero assicurare tale requisito. Alla luce del “buco annunciato” – 8-12 miliardi da racimolare in giugno per fare fronte all’eredità di Prodi (e del compatto che oggi propone Veltroni- non ci sono mezzi finanziari per salvataggi. Quindi (ed in tal modo si deve leggere l’invito di Umberto Bossi) più utile e più promettente destinare la risorsa più scarsa – il tempo- per riprogrammare gli scali del Nord (e alimentare così Malpensa).
In breve, la possibilità di cassa integrazione completa un quadro coerente con la decisione Alitalia di ridurre i voli da Malpensa e dall’atteggiamento più morbido del leader della Lega Nord nei confronti di AirFrance-Klm. Tutti segnali che il Tar non avrebbe riaperto i giochi. Interessante la motivazione con la quale si respinge la sospensiva (alla trattativa in corso tra Alitalia e AirFrance-Klm) richiesta da AirOne. Nell'ordinanza siglata dal presidente della III Sezione, Stefano Baccarini e dall'estensore Domenico Lundini, si motiva il respingimento dell'istanza cautelare poiché "non sussistono i presupposti per l'accoglimento dell'istanza cautelare, sia per la carenza di elementi di irreparabilità del danno, sia per la mancanza di 'fumus boni iuris'". AirOne ha annunciato un ricorso al Consiglio di Stato. A Palazzo Spada vige naturalmente il riserbo, ma, nei suoi corridoi, a chi pone domande si risponde con un’alzata di braccia ed occhiate intensi agli affreschi sul soffitto. Come dire che se il ricorso mai arriverà si tratterà di una perdita di tempo per tutti. Tanto netta e chiara è la motivazione del Tar. Questi gli aspetti salienti “in punta di diritto”.
Sotto il profilo economico, il dato principale è che la prosecuzione della trattativa esclusiva con AirFrance-Klm allontana (speriamo per sempre) lo spettro del fallimento di Alitalia e promette la nascita di un “campione europeo” con le carte per diventare “campione internazionale”; tale “campione” avrebbe azionisti anche italiani. Sempre sotto il profilo economico resta il nodo di Malpensa . Per mal programmato che sia stata, l’infrastruttura ormai esiste, si stanno prendendo misure per migliorarne il funzionamento (ad esempio, tempo di attesa per i bagagli) e per accorciare la durata dei collegamento con Milano. Non è interesse di nessuno trattarla, contabilmente, come un “sunk cost” (costo da accantonarsi poiché “chi ha dato, ha dato; chi ha avuto, ha avuto”, come dice una canzone napoletana). Occorrerà studiare con cura la sua utilizzazione riorganizzando al meglio l’insieme degli aeroporti dell’Italia settentrionali: si possono trarre lezioni utili dalle analisi effettuate, a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, per riorganizzare gli aeroporti nel Nord Europa (pur sotto la competenza amministrativa di diversi Stati).
Siamo, però, in campagna elettorale . Dunque, occorre esaminare anche “the politics”(gli aspetti puramente politici) della decisione del Tar. Il fatto che sia stata preceduta da aperture della Lega Nord ad Alitalia, della concessione della cassa integrazione straordinaria, da una serie di articoli su un’importante testata vuole dire che ormai il mondo della politica non prende più in nessuna considerazione il tentativo di AirOne. A sinistra vige la proprietà transitiva: gli amici dei miei avversari sono i miei avversari. Nota la dimestichezza tra Carlo Toto e Romano Prodi, non ci si poteva altro dal buonista Walter Veltroni. Quel che resta del centro è alle prese con travagli complicati tra rose e scudi. Nel PdL , Silvio Berlusconi ha alzato la voce in difesa dell’”italianità” della compagnia: un’interpretazione potrebbe essere quella secondo cui la partecipazione azionaria del Tesoro e di investitori italiani alla nuova azienda (risultato della fusione) ed una voce del CdA potrebbero assicurare tale requisito. Alla luce del “buco annunciato” – 8-12 miliardi da racimolare in giugno per fare fronte all’eredità di Prodi (e del compatto che oggi propone Veltroni- non ci sono mezzi finanziari per salvataggi. Quindi (ed in tal modo si deve leggere l’invito di Umberto Bossi) più utile e più promettente destinare la risorsa più scarsa – il tempo- per riprogrammare gli scali del Nord (e alimentare così Malpensa).
LA POLITICA ECONOMICA DEL PARTITO DEMOCRATICO NON CONVINCE
. Se si dovesse giudicare sulla base delle dichiarazioni del suo leader, Walter Veltroni (VW), la politica economica del Partito Democratico (PD) non meriterebbe neanche il tradizionale “18 e sigaro toscano (che non si negano a nessuno)” , secondo la cinica tradizione di molte università italiane (nessuna peraltro frequentata dal nostro che pare non abbia neanche completato la scuola secondaria superiore).
WV è inciampato in primo luogo sullo stato dei conti pubblici lasciati in eredità dal Governo Prodi. Ha ammiccato gli occhi alle stime di sindacati ed altri a proposito di un eventuale “tesoretto” di ben 10 miliardi di euro. Lo ha frenato lo stesso Ministro dell’Economia TPS che ha suggerito di attendere i dati della trimestrale di cassa che verrà diramata a metà marzo. Anche nell’eventualità che nei primi mesi del 2008 il gettito effettivo aumenti più delle previsioni, non ci sarebbe – per dirla alla romana – trippa per gatti. Le stime non sono rosee: la sera del 14 febbraio il “consensus” dei 20 istituti econometrici privati internazionali ha annunciato un ulteriore rallentamento dell’economia italiana nel 2008 rispetto alle elaborazioni di due mesi fa. In media si sfiora un aumento del pil del’1% ma 9 istituti ne prevedono uno attorno allo 0,5%. La finanziaria è stata costruita ipotizzando incrementi del pil tra l’1,5% e l’1,7%. L’effetto congiunto di esaurimento degli effetti dei condoni e dei concordati e di rallentamento, fa si che è più realistico parlare “buco annunciato”. Le mie stime lo pongono tra gli 8 ed i 12 miliardi – l’equivalente di una legge finanziaria degli Anni Novanta. Con un margine d’errore del 50%, restiamo nell’ordine di almeno 4-6 miliardi , una cifra che non si può raggranellare con qualche ritardo alle erogazioni per pagamenti, facendoli slittare dall’esercizio 2008 a quello 2009. Chi sarà in carica in maggio-giugno dovrà spalmarla su sei mesi all’assestamento di bilancio: difficile tagliare spese per un’entità (almeno) tra i 2 miliardi ed i 600 milioni al mese.
Ove ciò non bastasse, WV ha promesso riduzioni del carico fiscale ma non della spesa pubblica che dal 2000 al 2006 (ultimo anno per il quale si dispone di un consuntivo) la spesa pubblica è passata dal 46,2% al 50,5% del pil: stime preliminari Ocse-Fmi la portano al 51% del pil nel 2007. Non ha, infine, preso posizione sulle richieste dei sindacati del pubblico impiego che chiedono a gran voce aumenti salariali tali da aggravare la spesa pubblica di circa 7 miliardi già nel 2008.
Il silenzio in materia di spesa è davvero assordante. In questi giorni, la Banca Mondiale pubblicava (e metteva on line) un’analisi comparata del nesso tra spesa pubblica e crescita basata su un lavoro econometrico in cui si esamina l’esperienza di 140 Paesi (118 in via di sviluppo e 21 appartenenti all’Ocse) in un lasso di tempo (1972-2005) sufficientemente lungo da essere significativo. La crescita (definita in quanto aumento del pil pro-capite del 2% l’anno per almeno un lustro) si verifica quando per almeno cinque anni di seguito la spesa primaria (ossia al netto del pagamento degli interessi sul debito) non cresce più dell’1% l’anno e l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non supera mai il tetto del 2% del pil. Perché si verifichino queste due condizioni, occorre un’effettiva cura dimagrante della macchina pubblica italiana con i suoi annessi e connessi: non basta promettere che non verrà ulteriormente aumentata la pressione fiscale. Il Popolo delle Libertà (PdL) ha fornito indicazioni specifiche quali a) abrogazione della contro-riforma della previdenza varata dal Governo Prodi alla fine del 2007; c) terapia d’urto per colmare il “buco annunciato” d) introduzione di meritocrazia negli apparati pubblici (Ministeri e Regioni in primo luogo).
Quanto meno contraddittorie, poi, le proposte di WV sulla legiferazione di minimi salariali. Uno dei maggiori studiosi svedesi, Assar Lindbeck, da sempre considerato contiguo alla sinistra, ha avuto il Premio Nobel per l’Economia proprio perché ha dimostrato come il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra) ha mostrato in un libro, giudicato una pietra miliare in materia, le implicazioni macro-economiche negative (per le politiche di crescita) di un “salario minimo”. Soprattutto,i studi comprati dell’Ocse e dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro- agenzia delle Nazioni Unite nei cui organi di governo e di gestione sono rappresentati i sindacati) documentano che nei Paesi in cui esiste il “minumun wage” la contrattazione collettiva nazionale non riguarda minimi salariali (punto centrale del sindacalismo dell’Europa continentale , e fiore all’occhiello, ad esempio, della IG Metall). La fine della contrattazione collettiva è stata chiesta da tempo dall’economista PdL Renato Brunetta. La proposta di WV, quindi, se portata avanti, ridurre il ruolo dei suoi grandi elettori principali, i sindacati.
Un lungo elenco di economisti italiani si dice consigliere del PdL. Dovrebbero chiedersi se i loro consigli vengono ascolati.
WV è inciampato in primo luogo sullo stato dei conti pubblici lasciati in eredità dal Governo Prodi. Ha ammiccato gli occhi alle stime di sindacati ed altri a proposito di un eventuale “tesoretto” di ben 10 miliardi di euro. Lo ha frenato lo stesso Ministro dell’Economia TPS che ha suggerito di attendere i dati della trimestrale di cassa che verrà diramata a metà marzo. Anche nell’eventualità che nei primi mesi del 2008 il gettito effettivo aumenti più delle previsioni, non ci sarebbe – per dirla alla romana – trippa per gatti. Le stime non sono rosee: la sera del 14 febbraio il “consensus” dei 20 istituti econometrici privati internazionali ha annunciato un ulteriore rallentamento dell’economia italiana nel 2008 rispetto alle elaborazioni di due mesi fa. In media si sfiora un aumento del pil del’1% ma 9 istituti ne prevedono uno attorno allo 0,5%. La finanziaria è stata costruita ipotizzando incrementi del pil tra l’1,5% e l’1,7%. L’effetto congiunto di esaurimento degli effetti dei condoni e dei concordati e di rallentamento, fa si che è più realistico parlare “buco annunciato”. Le mie stime lo pongono tra gli 8 ed i 12 miliardi – l’equivalente di una legge finanziaria degli Anni Novanta. Con un margine d’errore del 50%, restiamo nell’ordine di almeno 4-6 miliardi , una cifra che non si può raggranellare con qualche ritardo alle erogazioni per pagamenti, facendoli slittare dall’esercizio 2008 a quello 2009. Chi sarà in carica in maggio-giugno dovrà spalmarla su sei mesi all’assestamento di bilancio: difficile tagliare spese per un’entità (almeno) tra i 2 miliardi ed i 600 milioni al mese.
Ove ciò non bastasse, WV ha promesso riduzioni del carico fiscale ma non della spesa pubblica che dal 2000 al 2006 (ultimo anno per il quale si dispone di un consuntivo) la spesa pubblica è passata dal 46,2% al 50,5% del pil: stime preliminari Ocse-Fmi la portano al 51% del pil nel 2007. Non ha, infine, preso posizione sulle richieste dei sindacati del pubblico impiego che chiedono a gran voce aumenti salariali tali da aggravare la spesa pubblica di circa 7 miliardi già nel 2008.
Il silenzio in materia di spesa è davvero assordante. In questi giorni, la Banca Mondiale pubblicava (e metteva on line) un’analisi comparata del nesso tra spesa pubblica e crescita basata su un lavoro econometrico in cui si esamina l’esperienza di 140 Paesi (118 in via di sviluppo e 21 appartenenti all’Ocse) in un lasso di tempo (1972-2005) sufficientemente lungo da essere significativo. La crescita (definita in quanto aumento del pil pro-capite del 2% l’anno per almeno un lustro) si verifica quando per almeno cinque anni di seguito la spesa primaria (ossia al netto del pagamento degli interessi sul debito) non cresce più dell’1% l’anno e l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non supera mai il tetto del 2% del pil. Perché si verifichino queste due condizioni, occorre un’effettiva cura dimagrante della macchina pubblica italiana con i suoi annessi e connessi: non basta promettere che non verrà ulteriormente aumentata la pressione fiscale. Il Popolo delle Libertà (PdL) ha fornito indicazioni specifiche quali a) abrogazione della contro-riforma della previdenza varata dal Governo Prodi alla fine del 2007; c) terapia d’urto per colmare il “buco annunciato” d) introduzione di meritocrazia negli apparati pubblici (Ministeri e Regioni in primo luogo).
Quanto meno contraddittorie, poi, le proposte di WV sulla legiferazione di minimi salariali. Uno dei maggiori studiosi svedesi, Assar Lindbeck, da sempre considerato contiguo alla sinistra, ha avuto il Premio Nobel per l’Economia proprio perché ha dimostrato come il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra) ha mostrato in un libro, giudicato una pietra miliare in materia, le implicazioni macro-economiche negative (per le politiche di crescita) di un “salario minimo”. Soprattutto,i studi comprati dell’Ocse e dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro- agenzia delle Nazioni Unite nei cui organi di governo e di gestione sono rappresentati i sindacati) documentano che nei Paesi in cui esiste il “minumun wage” la contrattazione collettiva nazionale non riguarda minimi salariali (punto centrale del sindacalismo dell’Europa continentale , e fiore all’occhiello, ad esempio, della IG Metall). La fine della contrattazione collettiva è stata chiesta da tempo dall’economista PdL Renato Brunetta. La proposta di WV, quindi, se portata avanti, ridurre il ruolo dei suoi grandi elettori principali, i sindacati.
Un lungo elenco di economisti italiani si dice consigliere del PdL. Dovrebbero chiedersi se i loro consigli vengono ascolati.
CARDIA ED I SENATARI DEI CDA
I Senatori preoccupano Lamberto Cardia. Non si tratta del Senato con cui mediava con abilità ed eleganza nelle suo numerose incarnazioni ministeriali nella veste di Capo di Gabinetto (cruciale quella circa venti anni fa quando era al fianco di Amintore Fanfani al Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica) . Ma del “Senato della Borsa” quale definito in un saggio ancora inedito, ma la cui versione preliminare è stata vista sulla sua scrivania dai topi di biblioteca di Ex Libris. E’ un’analisi della composizione dei CdA delle aziende italiane quotate nel periodo 1998-2006; ne sono autori un funzionario della Commissione Europea e due professori nelle Università di Cambridge, Regno Unito, e di Napoli (la Federico II): lo studio mostra che un numero molto limitato di persone (per lo più di genere maschile) siede nei principali CdA, che le nomine incrociate sono la prassi e che il ricambio avviene principalmente quando qualche “Senatore della Borsa” è chiamato all’altro mondo. Il livello più alto di “connettività” (è questo il termine tecnico) sia ha nelle s.p.a. del Mib30 e dello S&P-Mib 40- ossia le Blue Chips. Ciò “solleva dubbi sul loro comportamento competitivo”. Questa conclusione lascerebbe il tempo che trova ove si trattasse delle i una ricerca effettuata unicamente da professorini. Ma la presenza, nella squadra, di un esperto della DG Mercato Interno della Commissione Europea può essere foriera di avvertimenti. Da anticipare e precedere.
Altro elemento che merita attenzione (specialmente in questa fase in cui il riassetto delle authority è stato in pratica accantonato) è lo svilupparsi in Europa di quel mercato secondario dei titoli che, di fatto, sfugge alla regolazione . Un lavoro della Università Pompeu Fabra di Barcellona (Nber Working Paper N. 13559) documenta come la debolezza delle istituzioni di regolazione e vigilanza (specialmente sotto il profilo della capacità di fare applicare le regole) è causa di inefficienza; lo studio sostiene (con analisi sia teoriche sia empiriche) che i mercati secondari sono, per così dire, una benedizione in maschera in quanto contribuiscono a restaurare l’efficienza. Tesi pericolosa perché indebolisce le richieste dirette a rendere più forti le authority . Soprattutto in una fase in cui i mercati dei titoli sono alle prese con nuovi protagonisti come il private equity, di cui nell’ultimo numero del Journal of Corporate Finance un saggio di docenti della London Business School chiede se non sia doveroso aumentare la trasparenza. Aumentando potestà e risorse delle autorità di regolazione e vigilanza sulle Borse.
Altro elemento che merita attenzione (specialmente in questa fase in cui il riassetto delle authority è stato in pratica accantonato) è lo svilupparsi in Europa di quel mercato secondario dei titoli che, di fatto, sfugge alla regolazione . Un lavoro della Università Pompeu Fabra di Barcellona (Nber Working Paper N. 13559) documenta come la debolezza delle istituzioni di regolazione e vigilanza (specialmente sotto il profilo della capacità di fare applicare le regole) è causa di inefficienza; lo studio sostiene (con analisi sia teoriche sia empiriche) che i mercati secondari sono, per così dire, una benedizione in maschera in quanto contribuiscono a restaurare l’efficienza. Tesi pericolosa perché indebolisce le richieste dirette a rendere più forti le authority . Soprattutto in una fase in cui i mercati dei titoli sono alle prese con nuovi protagonisti come il private equity, di cui nell’ultimo numero del Journal of Corporate Finance un saggio di docenti della London Business School chiede se non sia doveroso aumentare la trasparenza. Aumentando potestà e risorse delle autorità di regolazione e vigilanza sulle Borse.
giovedì 21 febbraio 2008
LA VELTRONIECONOMICS NON PIACE AI SINDACATI
I sindacati (soprattutto la Cgil) sono stati il grande elettore dell’Unione nel 2006. Svolgeranno un ruolo analogo nel 2008 rispetto al Partito Democratico (PD)? La risposta può essere negativa. Il 16 febbraio numerosi sindacalisti erano alla Fiera di Roma ad ascoltare il programma economico con cui WV (Walter Veltroni) intende presentarsi all’elettrorato. E’ riassunto in un dodecalogo. Per i sindacalisti che credono nella scaramanzia è naturale ricordare che a Prodi non portò molto bene il dodecalogo concluso un anno fa nella Vanvitelliana Reggia di Caserta. Soprattutto, alcuni dei 12 punti non rappresentano tesi condivise dal “grande sindacato”. Non sono mancati i sindacalisti che lo hanno fatto sapere. O una correzione di rotta (da parte di WV) o una correzione di voto (da parte di segmenti più o meno importanti del sindacato).
Il punto più difficile da ingoiare è il 9. La proposta Agenzia nazionale per la sicurezza e (la lotta alla) precarietà è un carrozzone ma toglierebbe a patronati sindacali molte delle loro funzioni, Il salario minimo garantito spunta l’arma principale delle confederazioni – la contrattazione collettiva nazionale. L’Organizzazione Internazionali del Lavoro documenta che ciò è avvenuto in quasi tutti i Paesi dove è stato introdotto. Inoltre, un economista considerato tra i numi della sinistra, Assar Lindbeck, ha ottenuto il Nobel proprio per i saggi in cui dimostra che il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Considerazioni analoghe (sulle distorsioni macro-economiche della misura) sono alla base del pensiero Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra sindacale). Di recente in Germania, la IG Metall si è schierata contro un provvedimento analogo.
Piace poco (a sindacalisti, come la Cisl e molti settori dell’Uil, che hanno basi importanti nel pubblico impiego) il punto 3. Le riduzioni alla spesa pubblica, infatti, verrebbero effettuate principalmente riducendo organici (tramite l’accorpamento di uffici) e l’introduzione di quella meritocrazia (bonus individuali e simili), nonché la mobilità interna della Pa prevista nel punto 10. Tali misure considerate anatema dalle fasce più anziane di statali, proprio i più attivi nel sindacato e da cui il sindacato più dipende per proselitismo. Si tratta, intendiamoci bene, di passi essenziali per migliorare la macchina pubblica (oltre che per contenere la dinamica della spesa). Per la base sindacale, però, cozzano con un retaggio storico ultra-centenario.
Il punto 4 dà sui nervi (e soprattutto piglia nelle tasche) delle parti del sindacato che esprimono i lavoratori autonomi. Le riduzioni fiscali promesse (e la stessa “dote tributaria” del punto 7) sono esplicitamente limitate ai lavoratori dipendenti, lasciando esercenti, commercianti, padroncini, artigiani e via discorrendo a bocca asciutta. A confederazioni la maggioranza dei cui iscritti è composta da pensionati non è gradita, infine, l’aura di giovanilismo che pervade il catalogo.
Non sorprendiamoci se saranno i sindacati a scompigliare il voto.
Il punto più difficile da ingoiare è il 9. La proposta Agenzia nazionale per la sicurezza e (la lotta alla) precarietà è un carrozzone ma toglierebbe a patronati sindacali molte delle loro funzioni, Il salario minimo garantito spunta l’arma principale delle confederazioni – la contrattazione collettiva nazionale. L’Organizzazione Internazionali del Lavoro documenta che ciò è avvenuto in quasi tutti i Paesi dove è stato introdotto. Inoltre, un economista considerato tra i numi della sinistra, Assar Lindbeck, ha ottenuto il Nobel proprio per i saggi in cui dimostra che il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Considerazioni analoghe (sulle distorsioni macro-economiche della misura) sono alla base del pensiero Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra sindacale). Di recente in Germania, la IG Metall si è schierata contro un provvedimento analogo.
Piace poco (a sindacalisti, come la Cisl e molti settori dell’Uil, che hanno basi importanti nel pubblico impiego) il punto 3. Le riduzioni alla spesa pubblica, infatti, verrebbero effettuate principalmente riducendo organici (tramite l’accorpamento di uffici) e l’introduzione di quella meritocrazia (bonus individuali e simili), nonché la mobilità interna della Pa prevista nel punto 10. Tali misure considerate anatema dalle fasce più anziane di statali, proprio i più attivi nel sindacato e da cui il sindacato più dipende per proselitismo. Si tratta, intendiamoci bene, di passi essenziali per migliorare la macchina pubblica (oltre che per contenere la dinamica della spesa). Per la base sindacale, però, cozzano con un retaggio storico ultra-centenario.
Il punto 4 dà sui nervi (e soprattutto piglia nelle tasche) delle parti del sindacato che esprimono i lavoratori autonomi. Le riduzioni fiscali promesse (e la stessa “dote tributaria” del punto 7) sono esplicitamente limitate ai lavoratori dipendenti, lasciando esercenti, commercianti, padroncini, artigiani e via discorrendo a bocca asciutta. A confederazioni la maggioranza dei cui iscritti è composta da pensionati non è gradita, infine, l’aura di giovanilismo che pervade il catalogo.
Non sorprendiamoci se saranno i sindacati a scompigliare il voto.
lunedì 18 febbraio 2008
NEI 12 PUNTI DELLA VELTRONIECONOMICS NON C’E’ POSTO PER ALITALIA
Una lettura attenta dei 12 punti del programma del Partito Democratico (PD) alla Fiera di Roma mostra che la Veltronieconomcs si ispira più a Erica Jong che a Barak Obama. Ha, infatti, paura di volare. Le stesse stampelle femministe previste nel programma (quali quelle del punto 5 sul lavoro delle donne) si riallacciano al femminismo Usa degli Anni 70 ed 80, per l’appunto quello di Erica Jong non alle neo-feminist economics della seconda metà degli Anni 90 e dell’inizio del XXI; ove lo avesse fatto avrebbe contemplato l’equiparazione dell’età previdenziale per le donne (ove non la possibilità di estendere la vita attiva, dato che lo donne vivono mediamente 8 anni più degli uomini, compensandola con congedi più lunghi in età in cui crescono i figli).
Altro punto in cui, anche letteralmente, traspare la paura di volare della Veltronieconomics è l’ambiguità in materia di privatizzazioni e di liberalizzazioni. Nessuno dei 12 punti è dedicato specificatamente al tema anche se molti hanno un’aria di ciò che in inglese viene chiamato “liberalish” – ossia “liberal”, non liberale, ma non troppo. Ove si privatizzasse tutto il privatizzabile (lo si ascolti bene presso il Partito della Libertà – PdL) , lo stock di debito pubblico scenderebbe, secondo i miei calcoli, dal 105% all’80-85% del pil , contribuendo alla riduzione della spesa per il servizio del debito, ammortamento ed interessi, ma non necessariamente alla spesa primaria per il funzionamento della macchina pubblica, alle spese sociale e via discorrendo (punto 3 della Veltronieconomics). Per essere efficaci – è noto – le privatizzazioni devono fare parte di un programma di liberalizzazioni (di cui non c’è traccia nella Veltroeconomics). Oggidì, poi, la madre di tutte le privatizzazioni è quella dell’Alitalia. In merito alla quale non c’è neanche un vago accenno. Nonostante che si entri in dettagli sulle nuove università (punto 8), sulla banda larga (punto 12), sulle case in affitto (punto 6) e simili.
Perché? Nel loft e dintorni non si sa che pesci pigliare. Da un lato, si vuole corteggiare il voto del Nord (che naturalmente chiede salvaguardie per Malpensa). Da un altro, non si vuole smentire l’operato del Governo Prodi e meno che meno, nell’eventualità di una vittoria elettorale, trovarsi a gestire il probabile fallimento di Alitalia. Da un altro ancora vige la proprietà transitiva (di cui WV, ossia Walter Veltroni, era maestro, al Tasso, negli anni delle scuole secondarie inferiori): gli amici dei miei avversari sono miei avversari – è noto che il “patron” di Air One Carlo Totò sia amico di Romano Prodi e che, nonostante gli abbracci di facciata, WV consideri il professore bolognese un pesante fardello. Quindi, meglio seguire la massima di Maurice Chevalier in un capolavoro di René Clair (WV si intende di storia del cinema): Le Silence est d’Or . il silenzio è d’oro.
Tuttavia, mentre gli altri punti del programma possono restare nel vago – e tentare di raccogliere consensi a destra ed a manca, proprio grazie alla paura di volare alto- su Alitalia WV dovrà abbastanza presto dire la sua – finendo per scontentare qualcuno. Infatti, non soltanto il 14 marzo si chiude la trattativa tra la compagnia di bandiera italiana e AirFrance-Klm, ma soprattutto l’ultimo CdA che alla Magliana la cassa è davvero striminzita. Se non si trova un acquirente che ricapitalizzi, arriva il liquidatore mettendo a repentaglio almeno 20.000 posti di lavoro a Roma e dintorni – un regalo avvelenato al candidato della sinistra a Sindaco della Capitale nonché argomento che potrebbe fare ribaltare i risultati delle elezioni senatoriali in Lazio.
Altro punto in cui, anche letteralmente, traspare la paura di volare della Veltronieconomics è l’ambiguità in materia di privatizzazioni e di liberalizzazioni. Nessuno dei 12 punti è dedicato specificatamente al tema anche se molti hanno un’aria di ciò che in inglese viene chiamato “liberalish” – ossia “liberal”, non liberale, ma non troppo. Ove si privatizzasse tutto il privatizzabile (lo si ascolti bene presso il Partito della Libertà – PdL) , lo stock di debito pubblico scenderebbe, secondo i miei calcoli, dal 105% all’80-85% del pil , contribuendo alla riduzione della spesa per il servizio del debito, ammortamento ed interessi, ma non necessariamente alla spesa primaria per il funzionamento della macchina pubblica, alle spese sociale e via discorrendo (punto 3 della Veltronieconomics). Per essere efficaci – è noto – le privatizzazioni devono fare parte di un programma di liberalizzazioni (di cui non c’è traccia nella Veltroeconomics). Oggidì, poi, la madre di tutte le privatizzazioni è quella dell’Alitalia. In merito alla quale non c’è neanche un vago accenno. Nonostante che si entri in dettagli sulle nuove università (punto 8), sulla banda larga (punto 12), sulle case in affitto (punto 6) e simili.
Perché? Nel loft e dintorni non si sa che pesci pigliare. Da un lato, si vuole corteggiare il voto del Nord (che naturalmente chiede salvaguardie per Malpensa). Da un altro, non si vuole smentire l’operato del Governo Prodi e meno che meno, nell’eventualità di una vittoria elettorale, trovarsi a gestire il probabile fallimento di Alitalia. Da un altro ancora vige la proprietà transitiva (di cui WV, ossia Walter Veltroni, era maestro, al Tasso, negli anni delle scuole secondarie inferiori): gli amici dei miei avversari sono miei avversari – è noto che il “patron” di Air One Carlo Totò sia amico di Romano Prodi e che, nonostante gli abbracci di facciata, WV consideri il professore bolognese un pesante fardello. Quindi, meglio seguire la massima di Maurice Chevalier in un capolavoro di René Clair (WV si intende di storia del cinema): Le Silence est d’Or . il silenzio è d’oro.
Tuttavia, mentre gli altri punti del programma possono restare nel vago – e tentare di raccogliere consensi a destra ed a manca, proprio grazie alla paura di volare alto- su Alitalia WV dovrà abbastanza presto dire la sua – finendo per scontentare qualcuno. Infatti, non soltanto il 14 marzo si chiude la trattativa tra la compagnia di bandiera italiana e AirFrance-Klm, ma soprattutto l’ultimo CdA che alla Magliana la cassa è davvero striminzita. Se non si trova un acquirente che ricapitalizzi, arriva il liquidatore mettendo a repentaglio almeno 20.000 posti di lavoro a Roma e dintorni – un regalo avvelenato al candidato della sinistra a Sindaco della Capitale nonché argomento che potrebbe fare ribaltare i risultati delle elezioni senatoriali in Lazio.
PRIVATIZZARE . LA PRIMA SVISTA
Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha lanciato un invito affinché la politica delle privatizzazioni abbia nuovo slancio. Il guanto è stato accolto dal PdL che ha annunciato non solamente una strategia aggressiva che riguarderebbe Enel, Eni, Poste e Rai (come peraltro già previsto nel Dpef del giugno 2005, l’ultimo firmato dal centro destra), nonché Consap, Consip, Enav, Anas ed Arcus ma anche e soprattutto il variegato universo dei servizi pubblici locali (dall’Acea all’Iride, passando per Acegas, A2A, Acsm, Ascopiave, Enia ed Hera). Da parte del Pd , e del suo loquace leader Walter Veltroni (WV per gli amici del loft) c’è invece stato un assordante silenzio.
Alcuni economisti arruolati da WV affermano che questo non sarebbe il momento di vendere imprese statali od a partecipazioni statali a ragione delle tensioni sui mercati finanziari internazionali. La risposta più eloquente viene da un documento (disponibile solo agli abbonati) di EPFR Global datato 12 febbraio: EPFR Global è uno dei più noti osservatori internazionali dell’andamento dei fondi comuni e sottolinea come nonostante la tempesta della finanza subprime i risparmiatori stiano tornando ai fondi azionari (negli Usa un afflusso di 1,3 miliardi di dollari nella settimana terminata il 6 febbraio). In aggiunta, c’è una molteplicità di fondi internazionali sovrani alla ricerca di opportunità quali quelle offerte dalle denazionalizzazioni. Quindi, il vincolo non è dal lato della domanda ma della volontà politica che determina, in Italia, l’offerta. Ciò vuol dire che una strategia di privatizzazioni (quale delineata dal PdL) troverebbe un mercato pronto ad accoglierla. Il suo effetto potrebbe essere (secondo mie stime preliminari) una riduzione dello stock di debito pubblico dal 105% all’80-85% del pil nell’arco dei prossimi sei anni. Liberando risorse per lo sviluppo e per il miglioramento della qualità della vita di tutti specialmente di coloro che sono nei gradini più bassi della scala dei redditi e dei consumi. Più che parlare, WV deve mostrare con fatti concreti (visto che la sua maggioranza è al Governo, pur se solo per gli affari ordinari) le intenzioni del Pd, chiarendone in primo luogo la posizione sulla trattativa di Alitalia con AirFrance-Kml: uno studio di Andrea Giuricin dell’Istituto Bruno Leoni documenta che un rinvio può provocare il fallimento dell’azienda. I numeri diramati il 13 febbraio al termine del CdA sono chiari: le perdite operative (anche se ridotte rispetto all’anno scorso) sfiorano sempre i 700.000 euro al giorno, c’è in cassa liquidità sino a giugno, incombe la minaccia di una svalutazione della flotta in caso di ritardi nella trattativa. Ove si giungesse al fallimento di Alitalia, Roma ed il Lazio subirebbero un forte aumento della disoccupazione. WV è stato sindaco della capitale sino all’altro giorno; una ragione (ed un dovere) in più per dire chiaro e tondo in modo chiaro e tondo da che parte st
Alcuni economisti arruolati da WV affermano che questo non sarebbe il momento di vendere imprese statali od a partecipazioni statali a ragione delle tensioni sui mercati finanziari internazionali. La risposta più eloquente viene da un documento (disponibile solo agli abbonati) di EPFR Global datato 12 febbraio: EPFR Global è uno dei più noti osservatori internazionali dell’andamento dei fondi comuni e sottolinea come nonostante la tempesta della finanza subprime i risparmiatori stiano tornando ai fondi azionari (negli Usa un afflusso di 1,3 miliardi di dollari nella settimana terminata il 6 febbraio). In aggiunta, c’è una molteplicità di fondi internazionali sovrani alla ricerca di opportunità quali quelle offerte dalle denazionalizzazioni. Quindi, il vincolo non è dal lato della domanda ma della volontà politica che determina, in Italia, l’offerta. Ciò vuol dire che una strategia di privatizzazioni (quale delineata dal PdL) troverebbe un mercato pronto ad accoglierla. Il suo effetto potrebbe essere (secondo mie stime preliminari) una riduzione dello stock di debito pubblico dal 105% all’80-85% del pil nell’arco dei prossimi sei anni. Liberando risorse per lo sviluppo e per il miglioramento della qualità della vita di tutti specialmente di coloro che sono nei gradini più bassi della scala dei redditi e dei consumi. Più che parlare, WV deve mostrare con fatti concreti (visto che la sua maggioranza è al Governo, pur se solo per gli affari ordinari) le intenzioni del Pd, chiarendone in primo luogo la posizione sulla trattativa di Alitalia con AirFrance-Kml: uno studio di Andrea Giuricin dell’Istituto Bruno Leoni documenta che un rinvio può provocare il fallimento dell’azienda. I numeri diramati il 13 febbraio al termine del CdA sono chiari: le perdite operative (anche se ridotte rispetto all’anno scorso) sfiorano sempre i 700.000 euro al giorno, c’è in cassa liquidità sino a giugno, incombe la minaccia di una svalutazione della flotta in caso di ritardi nella trattativa. Ove si giungesse al fallimento di Alitalia, Roma ed il Lazio subirebbero un forte aumento della disoccupazione. WV è stato sindaco della capitale sino all’altro giorno; una ragione (ed un dovere) in più per dire chiaro e tondo in modo chiaro e tondo da che parte st
IL TORO VORREBBE CORRERE PURCHE' TRICHET........
I mercati azionari potrebbero avere già toccato il fondo della crisi subprime. Ma contrariamente alle previsioni di alcuni analisti che guardano alle piazze emergenti come una possibilità di rinvigorire i mercati , potrebbero essere gli Usa il motore della svolta. Secondo EPFR Global, un osservatorio dell’andamento dei fondi comuni, dagli Stati Uniti starebbero già venendo segnali eloquenti: nella settimana terminata il 6 febbraio c’è stato un flusso positivo netto verso i fondi azionari americani di 1,33 miliardi di dollari – un flusso quasi analogo a quello segnato nell’intero 2007. La marcata riduzione dei tassi d’interesse non soltanto ha arrestato quella che era parsa una caduta libera dell’azionario ma ha anche indotto un’inversione di rotta: l’interbancario è passato dal 5,25% l’anno in agosto al 3% e la Fed ha fatto comprendere agli operatori che se necessario ne guiderà ulteriori ribassi. Complice il fatto che si sono di fatto azzerate le emissioni di Cdo (con elementi di subprime).
Certo i listini hanno ancora molta strada da fare per recuperare quanto perso negli ultimi mesi del 2007 ed all’inizio del 2008. Soprattutto in Europa dove il FTSE Eurofirst 300 dovrebbe aumentare del 12% solo per azzerare, nell’anno in corso, le perdite subite dall’autunno. Tuttavia, si comincia a respirare aria di ripresa. E con essa l’impressione che le opportunità non colte adesso non si ripresenteranno. Da un’indagine appena condotta tra 500 gestori dell’area Usa-Eu emerge che il 74% afferma che è il momento di comprare, non di vendere o di tenere immobile il portafoglio. Gli stessi gestori in gennaio avevano segnato un alto grado di avversione al rischio Segno che il punto di minima è stato superato. L’elevato numero di possibilisti potrebbe fare pensare ad una eccessiva di ottimismo ma da un’altra inchiesta risulta che le 500 s.p.a. dell’indice S&P 500 ritengono di chiudere il 2008 con un aumento degli utili netti mediamente dell’8,6% .
E anche Morgan Stanley esprime cautela sui tempi e sui modi necessari perché la ripresa dell’azionario americano si espanda in Europa, può indurre ad un certo ottimismo un’analisi del premio di rischio del servizio studi della Bce nei principali settori dell’azionario in Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. L’analisi giunge alla conclusione che il grado di integrazione finanziaria è molto forte. Non appena la ripresa dei mercati proveniente dagli Usa tocca un Paese si diffonde nel resto dell’area. Un invito alla Bce perché riduca i tassi?
Certo i listini hanno ancora molta strada da fare per recuperare quanto perso negli ultimi mesi del 2007 ed all’inizio del 2008. Soprattutto in Europa dove il FTSE Eurofirst 300 dovrebbe aumentare del 12% solo per azzerare, nell’anno in corso, le perdite subite dall’autunno. Tuttavia, si comincia a respirare aria di ripresa. E con essa l’impressione che le opportunità non colte adesso non si ripresenteranno. Da un’indagine appena condotta tra 500 gestori dell’area Usa-Eu emerge che il 74% afferma che è il momento di comprare, non di vendere o di tenere immobile il portafoglio. Gli stessi gestori in gennaio avevano segnato un alto grado di avversione al rischio Segno che il punto di minima è stato superato. L’elevato numero di possibilisti potrebbe fare pensare ad una eccessiva di ottimismo ma da un’altra inchiesta risulta che le 500 s.p.a. dell’indice S&P 500 ritengono di chiudere il 2008 con un aumento degli utili netti mediamente dell’8,6% .
E anche Morgan Stanley esprime cautela sui tempi e sui modi necessari perché la ripresa dell’azionario americano si espanda in Europa, può indurre ad un certo ottimismo un’analisi del premio di rischio del servizio studi della Bce nei principali settori dell’azionario in Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. L’analisi giunge alla conclusione che il grado di integrazione finanziaria è molto forte. Non appena la ripresa dei mercati proveniente dagli Usa tocca un Paese si diffonde nel resto dell’area. Un invito alla Bce perché riduca i tassi?
sabato 16 febbraio 2008
SASSI ISPIRATO SUI FONDI PENSIONE
Il Presidente dell’Inps, Giampaolo Sassi, (in predicato di andare alla guida dell’ente che unificherà Inps, Inpdap, Ipsema, se mai si farà) sa che la riforma delle pensioni necessita il decollo dei fondi pensione. I dati della Covip e quelli dell’Ocse sono scoraggianti: nonostante gli sforzi fatti (devoluzione ai fondi del trattamento di fine rapporto, tfr, incentivi tributari, campagna mediatica), gli aderenti a fondi pensione od a piani previdenziali individuali sono meno del 20% degli occupati e le risorse impegnate non raggiungono lo 0,5 dello stock di ricchezza degli italiani. Altra classifica in cui in sede Ocse siamo il fanalino di coda. L’urgenza del decollo è indicata tra l’altro in un libro della Fondazione cattolica Novae Terrae (saggistica a cui Sassi è molto attenta): “La vera verità sulle pensioni” di Giovanni Palladino. Sassi lo ha letto raffrontandolo con due lavori, che per quanto di autori italiani, hanno avuto una circolazione modesta:a) il quaderno di ricerca n.27/07 della Università Cà Foscari ( ne sono autori Erich Battistini, Agar Brugiavini, Enrico Rettore e Guglielmo Weber) in cui si esamina, con un ricco armamentario statistico, la riduzione dei consumi delle famiglie che segue il pensionamento; b) un’analisi di Bankitalia - il documento di lavoro n. 8 del servizio studi (firmato da Riccardo Cesari , Giuseppe Grande e Fabio Panetta) che documenta come gli alti costi di gestione, l’opacità e la frammentazione della previdenza complementare facciano da deterrente (ancora più dei rendimenti relativamente bassi) alle scelte dei lavoratori.
I suoi collaboratori hanno selezionato alcuni studi specifici sui fondi in Spagna – uno della Università di Navarra fresco di stampa- ed in Gran Bretagna - saggi apparsi sul Financial Analysis Journal e la Financial Services Review. Roba ostica per un manager il cui tempo per la lettura è contingentato. I lavori più utili sono quelli sui risparmi (e gli investimenti) in vista della terza età apparsi nella sezione monografica dedicata al tema nell’ultimo numero del Journal of Economic Perspectives, la rivista di alta divulgazione dell’American Economic Association: ancora una volta, l’invito è a concentrare i circa 600 fondi esistenti in Italia in numero più piccolo ma in cui ciascun fondo abbia una solida consistenza. Non è la prima volta che viene formulato: si riuscirà a raggiungere questo obiettivo senza una riforma della normativa (del lontano 1993) che , per accontentare tutti, basava la previdenza integrativa sui “cento fiori” (quanti più fondi nascono, anche piccoli, tanto meglio è)?
I suoi collaboratori hanno selezionato alcuni studi specifici sui fondi in Spagna – uno della Università di Navarra fresco di stampa- ed in Gran Bretagna - saggi apparsi sul Financial Analysis Journal e la Financial Services Review. Roba ostica per un manager il cui tempo per la lettura è contingentato. I lavori più utili sono quelli sui risparmi (e gli investimenti) in vista della terza età apparsi nella sezione monografica dedicata al tema nell’ultimo numero del Journal of Economic Perspectives, la rivista di alta divulgazione dell’American Economic Association: ancora una volta, l’invito è a concentrare i circa 600 fondi esistenti in Italia in numero più piccolo ma in cui ciascun fondo abbia una solida consistenza. Non è la prima volta che viene formulato: si riuscirà a raggiungere questo obiettivo senza una riforma della normativa (del lontano 1993) che , per accontentare tutti, basava la previdenza integrativa sui “cento fiori” (quanti più fondi nascono, anche piccoli, tanto meglio è)?
SOCIETE’ GENERALE, LONE STAR………. IL DIFETTO STA NEL MANICO
Se, al di là di implicazioni giudiziarie (frodi) ed organizzative (controlli interni poco efficienti), il difetto stia nel manico, ossia nei metodi, nelle tecniche, nelle procedure e nelle prassi per valutare il rischio finanziario e, quindi, contenerlo? Occorre chiederselo in seguito alle vicende della Sociètè Générale, nonché di quelle (per molti aspetti analoghe ma meno note in Europa) che hanno portato ad una maxi-condanna , a Seul, di Paul Yoo (amministratore delegato della filiale coreane di Lone Star, uno dei maggiori fondi internazionali di private equity). Oltre che di alcune caratteristiche della crisi subprime.
Jérôme Kerviel e Paul Yoo hanno un tratto comune (nonostante le differenze di età e di continente): un addestramento molto matematico nell’approccio al rischio – il CAPM (Capital Asset Pricing Model) nelle versioni tecniche più raffinate era il loro cibo quotidiano, croce e delizia del loro lavoro. Avevano, però, poca dimestichezza con gli assunti teorici del CAPM e dei suoi limiti: un tratto condiviso con migliaia di operatori che utilizzano il CAPM ogni giorno. Inoltre, né l’uno né l’altro andavano mai in ferie (comportamento normale in Corea ma quanto mai insolito in Francia dove vige addirittura una mistica delle vacanze) . Kerviel agganciato al suo computer , You non solo al suo ed impartendo istruzioni a quelli dei suoi collaboratori erano certi di minimizzare il rischio finanziario (sino quasi ad azzerarlo) grazie alla strumentazione di cui avevano intima conoscenza. E di meritarsi premi di produzione molto consisenti. Per Kerviel (che ha chiesto un bonus di 600.000 euro a fine 2007) 50 miliardi di euro di “put” e 49 di “call” volevano dire un rischio quasi impercettibile a ragione della bassa probabilità che tutti i controlli della Soc-Gén saltassero simultaneamente proprio nei rari minuti (a suo parere) di debolezza del marchingegno.
IL CAPM ha limiti noti agli studiosi (principalmente le ipotesi che gli operatori hanno una modesta propensioni al rischio e un dominio perfetto di tutte le informazioni necessarie a valutare un titolo). Negli ultimi anni, il rischio è cresciuto; spesso si opera in condizioni di incertezza (cambia l’intero quadro; non si possono utilizzare tecniche di minimizzazione del rischio basate sul calcolo delle probabilità) Un’analisi ancora inedita della Università dell’Ontario Occidentale mostra sulla base di panieri analoghi a quelli dello Standard & Poor 500 e del Russell Index 1000 che le variazioni di liquidità (vengono impiegate tre misure differenti della liquidità) incidono molto sul rischio – negli ultimi mesi si è passati, nel settore bancario, da abbondanza di liquidità a credit crunch. Uno studio dell’Università di Lipsia sottolinea i rischi associati al “vagabondare della liquidità” (altro fenomeno di questi mesi – si pensi a fondi sovrani, a mercati emergenti; essi non vengono colti nelle tecniche derivanti dal CAPM. Sulla base dello Standard & Poor 500 per la valutazione delle “options”, l’Istituto Svizzero di Studi Finanziari ha appena proposto un nuovo metodo per valutare “put” e “call” (ciò che facevano Kerviel e Yoo) sulla base, oltre che parametrica (come nel CAPM), anche di misure quantitative delle innovazioni. Su linee simili si muovono analisi del servizio studi della Federal Reserve.
Pure se questi argomenti sono in parte trattati nel “North Holland Handbook of Finance” pubblicato nel 2006 (uno dei manuali più aggiornati in materia), si tratta di metodi allo stadio di discussione scientifica, non distillati in tecniche e procedure e, quindi, poco, ove non pochissimo, diffusi tra gli operatori.
Per fare attenzione a non inciampare, occorre, dunque, riprendere in mano i testi sui limiti del CAPM (e di tecniche e prassi su di esso basate) e tenere presente che dalla fine degli Anni 90 i progressi sono stati rapidissimi. Il CAPM, ricordiamolo, è stato formulato alla fine degli Anni 60 e testato empiricamente all’inizio degli Anni 70. L’anagrafe (e l’invecchiamento) esistono anche per i modelli. Non è il caso di aprire un dibattito, su Libero Mercato, nella professione?
Jérôme Kerviel e Paul Yoo hanno un tratto comune (nonostante le differenze di età e di continente): un addestramento molto matematico nell’approccio al rischio – il CAPM (Capital Asset Pricing Model) nelle versioni tecniche più raffinate era il loro cibo quotidiano, croce e delizia del loro lavoro. Avevano, però, poca dimestichezza con gli assunti teorici del CAPM e dei suoi limiti: un tratto condiviso con migliaia di operatori che utilizzano il CAPM ogni giorno. Inoltre, né l’uno né l’altro andavano mai in ferie (comportamento normale in Corea ma quanto mai insolito in Francia dove vige addirittura una mistica delle vacanze) . Kerviel agganciato al suo computer , You non solo al suo ed impartendo istruzioni a quelli dei suoi collaboratori erano certi di minimizzare il rischio finanziario (sino quasi ad azzerarlo) grazie alla strumentazione di cui avevano intima conoscenza. E di meritarsi premi di produzione molto consisenti. Per Kerviel (che ha chiesto un bonus di 600.000 euro a fine 2007) 50 miliardi di euro di “put” e 49 di “call” volevano dire un rischio quasi impercettibile a ragione della bassa probabilità che tutti i controlli della Soc-Gén saltassero simultaneamente proprio nei rari minuti (a suo parere) di debolezza del marchingegno.
IL CAPM ha limiti noti agli studiosi (principalmente le ipotesi che gli operatori hanno una modesta propensioni al rischio e un dominio perfetto di tutte le informazioni necessarie a valutare un titolo). Negli ultimi anni, il rischio è cresciuto; spesso si opera in condizioni di incertezza (cambia l’intero quadro; non si possono utilizzare tecniche di minimizzazione del rischio basate sul calcolo delle probabilità) Un’analisi ancora inedita della Università dell’Ontario Occidentale mostra sulla base di panieri analoghi a quelli dello Standard & Poor 500 e del Russell Index 1000 che le variazioni di liquidità (vengono impiegate tre misure differenti della liquidità) incidono molto sul rischio – negli ultimi mesi si è passati, nel settore bancario, da abbondanza di liquidità a credit crunch. Uno studio dell’Università di Lipsia sottolinea i rischi associati al “vagabondare della liquidità” (altro fenomeno di questi mesi – si pensi a fondi sovrani, a mercati emergenti; essi non vengono colti nelle tecniche derivanti dal CAPM. Sulla base dello Standard & Poor 500 per la valutazione delle “options”, l’Istituto Svizzero di Studi Finanziari ha appena proposto un nuovo metodo per valutare “put” e “call” (ciò che facevano Kerviel e Yoo) sulla base, oltre che parametrica (come nel CAPM), anche di misure quantitative delle innovazioni. Su linee simili si muovono analisi del servizio studi della Federal Reserve.
Pure se questi argomenti sono in parte trattati nel “North Holland Handbook of Finance” pubblicato nel 2006 (uno dei manuali più aggiornati in materia), si tratta di metodi allo stadio di discussione scientifica, non distillati in tecniche e procedure e, quindi, poco, ove non pochissimo, diffusi tra gli operatori.
Per fare attenzione a non inciampare, occorre, dunque, riprendere in mano i testi sui limiti del CAPM (e di tecniche e prassi su di esso basate) e tenere presente che dalla fine degli Anni 90 i progressi sono stati rapidissimi. Il CAPM, ricordiamolo, è stato formulato alla fine degli Anni 60 e testato empiricamente all’inizio degli Anni 70. L’anagrafe (e l’invecchiamento) esistono anche per i modelli. Non è il caso di aprire un dibattito, su Libero Mercato, nella professione?
venerdì 15 febbraio 2008
DUE SETTIMANE DI FESTA INTERNAZIONALE PER I 100 ANNI DELL'ORCHESTRA DI SANTA CECILIA
Dal 16 al 25 febbraio il Parco della Musica di Roma (ed altre città italiane) saranno in festa per celebrare il centenario dell’Orchestra sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. L’Accademia è molto più antica: venne istituita da Papa Sisto V nel 1585. La creazione di una formazione dedicata interamente alla sinfonica (ed ora anche al teatro in musica in edizioni semi-sceniche) rappresentava un’assoluta novità nel panorama italiana dell’inizio del Novecento quando gran parte delle orchestre erano quelle dei teatri d’opera. Solo più tardi vennero costituite le sinfoniche dell’Eiar , prima, e della Rai, poi – oggi confluite nell’Orchestra sinfonica nazionale di Torino.
Adesso, la sinfonica di Santa cecilia da ottobre a giugno attira circa 9.000 spettatori la settimana ad ascoltare la grande musica con programmi che coniugano il repertorio classico con il Novecento “storico”; nelle sale più piccole del complesso ci si spinge sino alla contemporaneità ed all’avanguardia, nonché all’interazione con altri generi. La festa comprende tre repliche del programma inaugurale dal 16 al 19 febbraio a Roma (con tourné a Perugia, Ferrara, Parma e Torino sino al 25 febbraio). Nella capitale ci sarà pure una maratona musicale con spettacoli per lo più gratuiti dalle 10 alle 22 di domenica 17 febbraio nelle cinque sale di cui è dotato il Parco della Musica. E’ una maratona internazionale in cui a Beethoven, Schumann, Brahms ed al barocco vengono affiancati il jazz, dixieland, il tango, il fox-trot, la canzone americana e molto altro.
Quando, nel febbraio 1908, alle 16 del pomeriggio, veniva inaugurata a Roma la sinfonica di Santa Cecilia la sua sede era una delle più grandi sale da concerto del mondo, l’Augusteo, con 3500 posti. Svettava sul cocuzzolo del Mausoleo di Augusto, (ora Piazza Augusto Imperatore) ed altro non era che l’anfiteatro Corea (dal nome della famiglia proprietaria), ricoperto e ristrutturato. Prima di essere trasformato in un auditorio con un’acustica di cui ancora si raccontano meraviglia, l’anfiteatro era un politeama adibito a spettacoli di varia natura – anche circensi. Anfiteatro Corea e Aditorium Augusteo sono stati demoliti nel riassetto urbanistico dell’area negli Anni Trenta, mentre il Mausoleo di Augusto, che di tale riassetto sarebbe dovuto diventare il punto centrale d’attenzione e di attrazione, attende da oltre 70 anni di essere aperto al pubblico. Secondo l’uso dell’epoca, il programma del concerto inaugurate (replicato oggi con la bacchetta di Antonio Pappano), era eterogeneo: coniugava “classici” come la sinfonia de “L’Assedio di Corinto” di Rossini, l’Eroica di Beethoven, una parte di una sonata di Mozart (difficile comprendere perché non venisse eseguita integralmente), con l’ouverture del “Tannhäser” ed il “mormorio della foresta” di Wagner. La musica di Wagner era allora considerata innovativa rispetto a quella di Rossini, Beethoven e Mozart. Il programma verrà portato nella tournée che si conclude il 25 febbraio al Lingotto.
In margine alle manifestazioni viene inaugurato il nuovo museo degli strumenti musicali, il secondo di questo genere a Roma – il primo, frutto della passione di un collezionista privato, è in una ex-caserma nei pressi della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Il nuovo museo è, con la medioteca in funzione da qualche anno al Parco della Musica, è una chicca per i più giovani a ragione dello spazio dato anche alla live electronics.
Adesso, la sinfonica di Santa cecilia da ottobre a giugno attira circa 9.000 spettatori la settimana ad ascoltare la grande musica con programmi che coniugano il repertorio classico con il Novecento “storico”; nelle sale più piccole del complesso ci si spinge sino alla contemporaneità ed all’avanguardia, nonché all’interazione con altri generi. La festa comprende tre repliche del programma inaugurale dal 16 al 19 febbraio a Roma (con tourné a Perugia, Ferrara, Parma e Torino sino al 25 febbraio). Nella capitale ci sarà pure una maratona musicale con spettacoli per lo più gratuiti dalle 10 alle 22 di domenica 17 febbraio nelle cinque sale di cui è dotato il Parco della Musica. E’ una maratona internazionale in cui a Beethoven, Schumann, Brahms ed al barocco vengono affiancati il jazz, dixieland, il tango, il fox-trot, la canzone americana e molto altro.
Quando, nel febbraio 1908, alle 16 del pomeriggio, veniva inaugurata a Roma la sinfonica di Santa Cecilia la sua sede era una delle più grandi sale da concerto del mondo, l’Augusteo, con 3500 posti. Svettava sul cocuzzolo del Mausoleo di Augusto, (ora Piazza Augusto Imperatore) ed altro non era che l’anfiteatro Corea (dal nome della famiglia proprietaria), ricoperto e ristrutturato. Prima di essere trasformato in un auditorio con un’acustica di cui ancora si raccontano meraviglia, l’anfiteatro era un politeama adibito a spettacoli di varia natura – anche circensi. Anfiteatro Corea e Aditorium Augusteo sono stati demoliti nel riassetto urbanistico dell’area negli Anni Trenta, mentre il Mausoleo di Augusto, che di tale riassetto sarebbe dovuto diventare il punto centrale d’attenzione e di attrazione, attende da oltre 70 anni di essere aperto al pubblico. Secondo l’uso dell’epoca, il programma del concerto inaugurate (replicato oggi con la bacchetta di Antonio Pappano), era eterogeneo: coniugava “classici” come la sinfonia de “L’Assedio di Corinto” di Rossini, l’Eroica di Beethoven, una parte di una sonata di Mozart (difficile comprendere perché non venisse eseguita integralmente), con l’ouverture del “Tannhäser” ed il “mormorio della foresta” di Wagner. La musica di Wagner era allora considerata innovativa rispetto a quella di Rossini, Beethoven e Mozart. Il programma verrà portato nella tournée che si conclude il 25 febbraio al Lingotto.
In margine alle manifestazioni viene inaugurato il nuovo museo degli strumenti musicali, il secondo di questo genere a Roma – il primo, frutto della passione di un collezionista privato, è in una ex-caserma nei pressi della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Il nuovo museo è, con la medioteca in funzione da qualche anno al Parco della Musica, è una chicca per i più giovani a ragione dello spazio dato anche alla live electronics.
DAL TESORETTO ALLA CRONACA DEL BUCO ANNUNCIATO
C’è o non c’è il “tesoretto”? Viene quantizzato da fonti sindacali in 10 miliardi di euro ma, dopo numerose conferme implicite da parte di esponenti dell’attuale maggioranza, nonché dello stesso leader del PD, Walter Veltroni, è stato negato dal Ministro dell’Economia TPS. Secondo sussurri e grida dai grigi corridoi di Via Venti Settembre, dopo la presa di posizione dell’Ue sui tempi per raggiungere il pareggio di bilancio c’è da dubitare che, il marzo prossimo, la trimestrale di cassa confermi la disponibilità di risorse che, alla vigilia delle elezioni, l’Esecutivo (in carica per gli affari correnti) vorrebbe utilizzare per sgravi tributari alle famiglie a più basso reddito. Lungi da noi che si tratti di misura elettorale! Non solamente a tali sgravi si accompagnerebbero costi di transazione che ne vanificano parte della portata, ma dal 2000 al 2006 (ultimo anno per il quale si dispone di un consuntivo) la spesa pubblica è passata dal 46,2% al 50,5% del pil: stime preliminari Ocse-Fmi la portano al 51% del pil nel 2007.
Anche nell’eventualità che il gettito effettivo aumentasse più delle previsioni, non ci sarebbe – per dirla alla romana – trippa per gatti. Le previsioni non sono rosee: la sera dell’8 febbraio il “consensus” dei 20 istituti econometrici privati internazionali (nessuno è italiano) ha sentenziato un ulteriore rallentamento delle stime dell’economia italiana nel 2008 rispetto alle elaborazioni di un mese fa. In media si sfiora un aumento del pil del’1% ma 9 istituti ne prevedono uno attorno allo 0,5%. La finanziaria è stata costruita ipotizzando incrementi del pil tra l’1,5% e l’1,7%. L’effetto congiunto di esaurimento degli effetti dei condoni e dei concordati e di rallentamento, fa si che è più realistico parlare non di presunto “tesoretto” ma di “cronaca di un buco annunciato” piuttosto che di un “tesoretto”.
A quanto ammonta il “buco annunciato”? Un centro studi lo ha quantizzato in 7 miliardi di euro. Le mie stime lo pongono tra gli 8 ed i 12 miliardi – l’equivalente di una legge finanziaria degli Anni Novanta. Con un margine d’errore del 50%, restiamo nell’ordine di almeno 4-6 miliardi , una cifra che non si può raggranellare con qualche ritardo alle erogazioni per pagamenti, facendoli slittare dall’esercizio 2008 a quello 2009. Chi sarà in carica in maggio-giugno dovrà spalmarla su sei mesi all’assestamento di bilancio: difficile tagliare spese per un’entità (almeno) tra i 2 miliardi ed i 600 milioni al mese. Se torna VVV (Vice Ministro Vincenzo Visco) avrà una motivazione seria per il suo diletto preferito: aumenterà tasse. Se arriverà un’altra squadra, dovrà avere nervi di ghiaccio per non mettersi le mani tra i capelli.
Il quadro sarebbe ancora più inquietante se prima del voto (per avere i sindacati come grandi elettori) verranno concessi dal Governo in carica i 7 miliardi che chiede a gran voce il pubblico impiego.
Anche nell’eventualità che il gettito effettivo aumentasse più delle previsioni, non ci sarebbe – per dirla alla romana – trippa per gatti. Le previsioni non sono rosee: la sera dell’8 febbraio il “consensus” dei 20 istituti econometrici privati internazionali (nessuno è italiano) ha sentenziato un ulteriore rallentamento delle stime dell’economia italiana nel 2008 rispetto alle elaborazioni di un mese fa. In media si sfiora un aumento del pil del’1% ma 9 istituti ne prevedono uno attorno allo 0,5%. La finanziaria è stata costruita ipotizzando incrementi del pil tra l’1,5% e l’1,7%. L’effetto congiunto di esaurimento degli effetti dei condoni e dei concordati e di rallentamento, fa si che è più realistico parlare non di presunto “tesoretto” ma di “cronaca di un buco annunciato” piuttosto che di un “tesoretto”.
A quanto ammonta il “buco annunciato”? Un centro studi lo ha quantizzato in 7 miliardi di euro. Le mie stime lo pongono tra gli 8 ed i 12 miliardi – l’equivalente di una legge finanziaria degli Anni Novanta. Con un margine d’errore del 50%, restiamo nell’ordine di almeno 4-6 miliardi , una cifra che non si può raggranellare con qualche ritardo alle erogazioni per pagamenti, facendoli slittare dall’esercizio 2008 a quello 2009. Chi sarà in carica in maggio-giugno dovrà spalmarla su sei mesi all’assestamento di bilancio: difficile tagliare spese per un’entità (almeno) tra i 2 miliardi ed i 600 milioni al mese. Se torna VVV (Vice Ministro Vincenzo Visco) avrà una motivazione seria per il suo diletto preferito: aumenterà tasse. Se arriverà un’altra squadra, dovrà avere nervi di ghiaccio per non mettersi le mani tra i capelli.
Il quadro sarebbe ancora più inquietante se prima del voto (per avere i sindacati come grandi elettori) verranno concessi dal Governo in carica i 7 miliardi che chiede a gran voce il pubblico impiego.
LA VELTRONIECONOMICS SI E' SCORDATA LA SPESA PUBBLICA
Nel discorso programmatico con cui ha aperto, nella francescana Spello, la campagna elettorale del Partito Democratico, Walter Veltroni ha glissato su un punto essenziale di politica economica: verrà contenuta o non verrà contenuta la spesa pubblica che supera la metà del prodotto interno lordo? L’ambiguità non è dovuta al caso od alla poca abilità dei suoi speech writers. Da un canto, Veltroni tende a tranquillizzare la grandissima parte dell’elettorato tartassata nei 20 mesi del Governo Prodi – e lo fa con la giaculatoria “pagheremo meno tasse perché le pagheranno tutti”. Da un altro, deve tenere a bada il “partito della spesa” che, sindacati in prima linea (soprattutto Cgil e Cisl), è l’architrave stessa del Partito Democratico ed ha già posto sul piatto una richiesta di 7 miliardi di euro di aumenti di stipendio ai dipendenti pubblici. Se ne è accorto anche Il Sole-24 Ore (nella cui redazione, e direzione, non manca chi guarda con grande interesse, e con più di una punta di malcelata simpatia, all’esperimento veltroniano). L’editoriale del 13 febbraio invitava apertamente ad indicare quali poste di spesa ridurre. A riguardo, indicazioni puntuali sono già vendute dal Popolo della Libertà PdL (specialmente in materia di ritorno al sistema previdenziale modificato dalla costosa controriforma Prodi-Damiano-TPS).
In effetti, proprio mentre la Veltronieconomcs non si pronunciava in materia di spesa pubblica, la Banca Mondiale pubblicava (e metteva on line) un’analisi comparata del nesso tra spesa pubblica e crescita basata su un lavoro econometrico in cui si esamina l’esperienza di 140 Paesi (118 in via di sviluppo e 21 appartenenti all’Ocse) in un lasso di tempo (1972-2005) sufficientemente lungo da essere significativo. La crescita (definita in quanto aumento del pil pro-capite del 2% l’anno per almeno un lustro) si verifica quando per almeno cinque anni di seguito la spesa primaria (ossia al netto del pagamento degli interessi sul debito) non cresce più dell’1% l’anno e l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non supera mai il tetto del 2% del pil. Perché si verifichino queste due condizioni, occorre un’effettiva cura dimagrante della macchina pubblica italiana con i suoi annessi e connessi: non basta promettere che non verrà ulteriormente aumentata la pressione fiscale.
Un’alta spesa pubblica non è solamente una palla di piombo alla crescita. E’ anche un concime per la criminalità. Lo documenta un’analisi quantitativa effettuate nell’ambito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ed ancora in corso di pubblicazione. Si può, se si desidera esaminarne i dettagli, rivolgersi all’autore Raul Caruso (raul.caruso@unicatt.it) , il cui cognome non individua una secolare dinastia bergamasca o trentina. Dopo un’introduzione teorica (ancorata alle teorie economica della rendita), il lavoro contiene un’analisi empirica su dati di 20 Regioni nell’arco di tempo 1977-2003. L’analisi contiene la costruzione di un indice di intensità e diffusione della criminalità organizzata. I risultati principali sono i seguenti: a) una correlazione negativa tra investimenti nel settore privato e criminalità organizzata; b) una correlazione positiva molto forte tra spesa ed investimenti pubblici (specialmente nell’edilizia) e criminalità organizzata; c) una correlazione negativa, invece, tra tutela sociale e criminalità organizzata. E’ utile ricordare che nel 1998 Giuseppe Tullio e Stefano Quarella (allora ambedue all’Università di Brescia) giunsero a conclusioni analoghe con un apparato statistico molto più semplice di quello di Caruso: le aree a più alto tasso di spesa pubblica erano proprio quelle con il più alto tasso di omicidi.
Quindi è bene che la Veltronieconomics sia chiara (se può) su come il PD intende tagliare la spesa e, di conseguenza, migliorare la sicurezza dei cittadini ed il controllo del territorio da parte dello Stato.
Riferimenti
Caruso R. "Public Spending and Organised Crime in Italy - A Panel-Data Analysis Over the Period 1997-2003 (Spesa Pubblica E Criminalità Organizzata in Italia Evidenza Empirica Su Dati Panel Nel Periodo 1997-2003)" In corso di stampa; si può richieder a raul.caruso@unicatt.it
Carrerw C., De Melo J."Fiscal Spending and Economic Performance: Some Stylized Facts" World Bank Policy Research Working Paper No. 4452
In effetti, proprio mentre la Veltronieconomcs non si pronunciava in materia di spesa pubblica, la Banca Mondiale pubblicava (e metteva on line) un’analisi comparata del nesso tra spesa pubblica e crescita basata su un lavoro econometrico in cui si esamina l’esperienza di 140 Paesi (118 in via di sviluppo e 21 appartenenti all’Ocse) in un lasso di tempo (1972-2005) sufficientemente lungo da essere significativo. La crescita (definita in quanto aumento del pil pro-capite del 2% l’anno per almeno un lustro) si verifica quando per almeno cinque anni di seguito la spesa primaria (ossia al netto del pagamento degli interessi sul debito) non cresce più dell’1% l’anno e l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non supera mai il tetto del 2% del pil. Perché si verifichino queste due condizioni, occorre un’effettiva cura dimagrante della macchina pubblica italiana con i suoi annessi e connessi: non basta promettere che non verrà ulteriormente aumentata la pressione fiscale.
Un’alta spesa pubblica non è solamente una palla di piombo alla crescita. E’ anche un concime per la criminalità. Lo documenta un’analisi quantitativa effettuate nell’ambito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ed ancora in corso di pubblicazione. Si può, se si desidera esaminarne i dettagli, rivolgersi all’autore Raul Caruso (raul.caruso@unicatt.it) , il cui cognome non individua una secolare dinastia bergamasca o trentina. Dopo un’introduzione teorica (ancorata alle teorie economica della rendita), il lavoro contiene un’analisi empirica su dati di 20 Regioni nell’arco di tempo 1977-2003. L’analisi contiene la costruzione di un indice di intensità e diffusione della criminalità organizzata. I risultati principali sono i seguenti: a) una correlazione negativa tra investimenti nel settore privato e criminalità organizzata; b) una correlazione positiva molto forte tra spesa ed investimenti pubblici (specialmente nell’edilizia) e criminalità organizzata; c) una correlazione negativa, invece, tra tutela sociale e criminalità organizzata. E’ utile ricordare che nel 1998 Giuseppe Tullio e Stefano Quarella (allora ambedue all’Università di Brescia) giunsero a conclusioni analoghe con un apparato statistico molto più semplice di quello di Caruso: le aree a più alto tasso di spesa pubblica erano proprio quelle con il più alto tasso di omicidi.
Quindi è bene che la Veltronieconomics sia chiara (se può) su come il PD intende tagliare la spesa e, di conseguenza, migliorare la sicurezza dei cittadini ed il controllo del territorio da parte dello Stato.
Riferimenti
Caruso R. "Public Spending and Organised Crime in Italy - A Panel-Data Analysis Over the Period 1997-2003 (Spesa Pubblica E Criminalità Organizzata in Italia Evidenza Empirica Su Dati Panel Nel Periodo 1997-2003)" In corso di stampa; si può richieder a raul.caruso@unicatt.it
Carrerw C., De Melo J."Fiscal Spending and Economic Performance: Some Stylized Facts" World Bank Policy Research Working Paper No. 4452
LA VELTRONIECONOMICS FA LO SGAMBETTO AI SINDACATI
La Veltroeconomics ne ha fatta un’altra ancora: uno sgambetto a quelle tre sigle sindacali confederali che pur dovrebbero essere i suoi grandi elettori. Altri, più malignamente, dicono che si tratta di vero e proprio un colpo di stivale là non batte il sole della Triplice e dei suoi leader. Nel loft non si discute più se lo sgarbo (o lo sgarro) ci sia stato , ma se sia stato intenzionale o preterintenzionale. Nel primo caso, sapendo di perdere, il leader del PD vuole fare terra bruciata nei confronti di “Mimì metallurgico” e dei suoi discendenti per presentarsi , craxianamente, come espressione dei ceti emergenti. Nel secondo, si tratterebbe solamente di un’ulteriore indicazione della sua modesta dimestichezza con l’economia (croce più che delizia del dolce e paziente Marco Causi, da 12 anni suo precettore nei labirinti della disciplina); Goffredo Bettini starebbe già facendo il pontiere con le centrali della Triplice. Lo si è visto a Corso d’Italia, Via Po e Via Lucullo- Probabilmente non in una “promenade de santé”.
Veniamo ai fatti nudi e crudi. Nel salotto di Bruno Vespa, il candidato del PD a Palazzo Chigi ha annunciato che punto fondante del suo programma legislativo è una normativa per definire i minimi salariali ed ha pure indicato quale dovrebbe essere il valore monetario mensile di tali minimi. Non sta a noi discettare se tale normativa sia appropriata o meno. In materia c’è un dibattito intenso da lustri tra economisti del lavoro e tra giuslavoristi. Non possiamo certo pensare che Veltroni abbia dimestichezza con la critica serrata formulata da uno dei maggiori studiosi svedesi, Assar Lindbeck, Premio Nobel per l’Economia, da sempre considerato contiguo alla sinistra e insignito dell’importante onorificenza proprio perché ha dimostrato come il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Veltroni è un politico in tante cose affaccendato; quindi, non ha probabilmente mai letto neanche una sintesi del libro fondamentale di Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra) sulle implicazioni macro-economiche negative (per le politiche di crescita) di un “salario minimo”.
Da politico, che indossa abiti di taglio americano, avrebbe dovuto seguire, però, il recente dibattito sul tema al Congresso Usa; quanto meno si sarebbe dovuto fare fornire un sunto dei lavori dello Institute for Policy Studies di Washington D.C, il pensatoio per eccellenza del movimento sindacale collaterale alla sinistra americana (negli Usa ci sono anche sindacati molto vicini alla destra). Ove l’America fosse troppo distinta e distante , sarebbe stato utile, prima di esporsi su questo tema, che prendesse visione della ricca, e freschissima, letteratura disponibile sul sito dell’Istituto tedesco di studi del lavoro (www.iza.org) ; gran parte della documentazione è in lingua inglese e – come Veltroni certamente sa (si spera, ne abbiano contezza i suoi consiglieri) – nella Repubblica Federale ci sono state negli ultimi mesi discussioni molto accese sull’argomento. Il maggior sindacato tedesco, la Deutscher Gewerkschaftsbund, DGB, è stato seriamente diviso, al proprio interno, su che posizione prendere in materia. Il potentissimo IG Metall si è espresso contro la misura.
Le ragioni dell’opposizione sindacale al salario minimo riflettono soltanto in parte le determinanti economiche documentate da Assar Lindbeck e Edmund Phelps. Hanno a che fare con la “politics” (l’analisi politica) oltre che con l’”econonomics” (l’analisi economica) del salario minimo normato: come documentato da lustri di studi comprati dell’Ocse e dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro- agenzia delle Nazioni Unite nei cui organi di governo e di gestione sono rappresentati i sindacati) , i Paesi in cui esiste il “minumun wage” la contrattazione collettiva nazionale non riguarda minimi salariali (punto centrale del sindacalismo dell’Europa continentale , e fiore all’occhiello, ad esempio, della IG Metall) ma altri aspetti (dalle consultazioni in fabbrica, alle vacanze, a soprattutto i salari aziendali).
La proposta di Veltroni, dunque, spezza una delle spade a cui il sindacalismo italiano è più affezionato. I leader sindacali italiani sanno leggere e scrivere (anche in lingue straniere). Non vogliono essere mandati in pensione da un “ex”. Consigliano, quindi, di guardare con attenzione all’Arcobaleno.
Veniamo ai fatti nudi e crudi. Nel salotto di Bruno Vespa, il candidato del PD a Palazzo Chigi ha annunciato che punto fondante del suo programma legislativo è una normativa per definire i minimi salariali ed ha pure indicato quale dovrebbe essere il valore monetario mensile di tali minimi. Non sta a noi discettare se tale normativa sia appropriata o meno. In materia c’è un dibattito intenso da lustri tra economisti del lavoro e tra giuslavoristi. Non possiamo certo pensare che Veltroni abbia dimestichezza con la critica serrata formulata da uno dei maggiori studiosi svedesi, Assar Lindbeck, Premio Nobel per l’Economia, da sempre considerato contiguo alla sinistra e insignito dell’importante onorificenza proprio perché ha dimostrato come il “minimum wage” danneggia individui e famiglie negli scalini più bassi dei redditi e dei consumi. Veltroni è un politico in tante cose affaccendato; quindi, non ha probabilmente mai letto neanche una sintesi del libro fondamentale di Edmud Phelps (altro beniamino della sinistra) sulle implicazioni macro-economiche negative (per le politiche di crescita) di un “salario minimo”.
Da politico, che indossa abiti di taglio americano, avrebbe dovuto seguire, però, il recente dibattito sul tema al Congresso Usa; quanto meno si sarebbe dovuto fare fornire un sunto dei lavori dello Institute for Policy Studies di Washington D.C, il pensatoio per eccellenza del movimento sindacale collaterale alla sinistra americana (negli Usa ci sono anche sindacati molto vicini alla destra). Ove l’America fosse troppo distinta e distante , sarebbe stato utile, prima di esporsi su questo tema, che prendesse visione della ricca, e freschissima, letteratura disponibile sul sito dell’Istituto tedesco di studi del lavoro (www.iza.org) ; gran parte della documentazione è in lingua inglese e – come Veltroni certamente sa (si spera, ne abbiano contezza i suoi consiglieri) – nella Repubblica Federale ci sono state negli ultimi mesi discussioni molto accese sull’argomento. Il maggior sindacato tedesco, la Deutscher Gewerkschaftsbund, DGB, è stato seriamente diviso, al proprio interno, su che posizione prendere in materia. Il potentissimo IG Metall si è espresso contro la misura.
Le ragioni dell’opposizione sindacale al salario minimo riflettono soltanto in parte le determinanti economiche documentate da Assar Lindbeck e Edmund Phelps. Hanno a che fare con la “politics” (l’analisi politica) oltre che con l’”econonomics” (l’analisi economica) del salario minimo normato: come documentato da lustri di studi comprati dell’Ocse e dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro- agenzia delle Nazioni Unite nei cui organi di governo e di gestione sono rappresentati i sindacati) , i Paesi in cui esiste il “minumun wage” la contrattazione collettiva nazionale non riguarda minimi salariali (punto centrale del sindacalismo dell’Europa continentale , e fiore all’occhiello, ad esempio, della IG Metall) ma altri aspetti (dalle consultazioni in fabbrica, alle vacanze, a soprattutto i salari aziendali).
La proposta di Veltroni, dunque, spezza una delle spade a cui il sindacalismo italiano è più affezionato. I leader sindacali italiani sanno leggere e scrivere (anche in lingue straniere). Non vogliono essere mandati in pensione da un “ex”. Consigliano, quindi, di guardare con attenzione all’Arcobaleno.
mercoledì 13 febbraio 2008
IL SINDACO CHE VERRA' TENGA A MENTE I RIFIUTI
Le imminenti elezioni hanno conseguenze a catena: si voterà presto pure per il Comune e la Provincia di Roma (nonché per altre amministrazioni del Lazio). L’importanza del “voto locale” non deve essere oscurata da quella delle “politiche nazionali”. In linea con quanto sostenuto da Il Tempo, è essenziale che gli schieramenti si confrontino su temi concreti , vicini alla qualità della vita ed al progresso di individui, famiglie ed imprese. Per le elezioni al Comune ed alla Provincia uno dei nodi cruciali (e di cui poco si parla) è l’ambiente: il territorio si sta avviando, secondo il parere di esperti distinti e distanti dalle nostre beghe, ad una crisi analoga, per molti aspetti, a quella nel napoletano.
A Roma e provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e 2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di gassificazione di Malagrotta, non è stato svolta nessuna Valutazione di impatto ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240 ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la produzione di energia.
I termovalorizzatori , previsti dal cosiddetto “Decreto Ronchi” (dal nome del Ministro dell’Ambiente dell’epoca) e contro cui spesso si oppongono le comunità più vicine agli impianti, rappresentano una tecnologia ormai superata. Portare a pieno regime il ciclo dei rifiuti così come è previsto dal “Decreto Ronchi” rimanderebbe il problema solo di qualche anno. La pirolisi, invece, è una degradazione termica in assenza di ossigeno, che, sotto particolari condizioni di pressione e temperatura (circa 450-500° c di temperatura, pressione inferiore a quella atmosferica di circa 10 mm di mercurio) trasforma le sostanze organiche presenti nel rifiuto in prodotti solidi, liquidi e gassosi combustibili. Il gas viene recuperato in energia mediante schemi processuali a ciclo di vapore, mentre il carbone prodotto può essere utilizzato in cementifici, centrali a carbone o ulteriormente trattato in una apposita sezione dell’impianto per il suo recupero energetico.
“Hic Rhodus, hic salta”, diciamo ai canditati: sul tema cruciale di Roma e provincia, niente chiacchiere ma programmi operativi concreti che tengano conto delle esigenze dei cittadini e del progresso tecnologico.
A Roma e provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e 2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di gassificazione di Malagrotta, non è stato svolta nessuna Valutazione di impatto ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240 ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la produzione di energia.
I termovalorizzatori , previsti dal cosiddetto “Decreto Ronchi” (dal nome del Ministro dell’Ambiente dell’epoca) e contro cui spesso si oppongono le comunità più vicine agli impianti, rappresentano una tecnologia ormai superata. Portare a pieno regime il ciclo dei rifiuti così come è previsto dal “Decreto Ronchi” rimanderebbe il problema solo di qualche anno. La pirolisi, invece, è una degradazione termica in assenza di ossigeno, che, sotto particolari condizioni di pressione e temperatura (circa 450-500° c di temperatura, pressione inferiore a quella atmosferica di circa 10 mm di mercurio) trasforma le sostanze organiche presenti nel rifiuto in prodotti solidi, liquidi e gassosi combustibili. Il gas viene recuperato in energia mediante schemi processuali a ciclo di vapore, mentre il carbone prodotto può essere utilizzato in cementifici, centrali a carbone o ulteriormente trattato in una apposita sezione dell’impianto per il suo recupero energetico.
“Hic Rhodus, hic salta”, diciamo ai canditati: sul tema cruciale di Roma e provincia, niente chiacchiere ma programmi operativi concreti che tengano conto delle esigenze dei cittadini e del progresso tecnologico.
IL TESORETTO TENIAMOLO DA PARTE IL CREDIT CRUNCH
Tra le cattive notizie emerse dal G7 a Tokyo di fine settimana c’è ne una particolarmente negativa: la “credit crunch” negli Usa si sta espandendo all’Europa più velocemente del previsto, nonostante la riduzione del tasso d’interesse Usa e l’apertura dei rubinetti del credito da parte della Bce. Al punto che i Paesi dalle finanze pubbliche in buono stato sono stati invitati (per la prima volta dai tempi della crisi petrolifera dell’inizio Anni 70) a rispondere con manovre di bilancio pubblico reflazioniste (quindi, allentando i vincoli alla spesa pubblica per sostenere la domanda aggregata).
Il motivo per cui la crisi del credito si espande più velocemente all’Europa è che le restrizioni sono molto più severe oggi di quelle avutesi a cavallo tra la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90 in seguito alla crisi delle casse di risparmio, di quelle risultanti dal fallimento dello hedge fund Long Term Capital Market (LTCM) alla metà degli Anni 90, di quelle dell’implosione della bolla delle “dot.com” della net economy alla fine dello scorso decennio. Ciò a sua volta si spiega con la scarsa capacità da parte di revisori e sindaci non sanno di valutare attività registrate in bilancio nella casella “liquidità e titoli commerciabili” ma che di fatto, nelle attuali condizioni, nessuno è pronto ad acquistare – in pratica non hanno, quindi, valore di mercato e non possono essere quantizzate al prezzo a cui sono state inizialmente comprate. Il fenomeno non riguarda soltanto il settore finanziario; occorre analizzare, sulla base di giudizi soggettivi, i singoli titoli di attività finanziarie strutturate molto complesse. Ciò complica e rallenta le operazioni di credito; in molti casi, nuove valutazioni della situazione finanziaria di un’impresa, comportano lo stop a prestiti in fase avanzata di negoziato. E una riduzione dei tassi di interesse non porta giovamento a chi non può in ogni caso prendere in prestito, a ragione di nuove e più critiche valutazioni della sua solvibilità.
Purtroppo l’Europa non dispone delle robuste protezioni esistenti in Asia sotto forma di elevati livelli di riserve che, anche a ragione dei limiti dei rispettivi mercati interni, hanno dato origine a “fondi sovrani”). E allora ecco che le previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti privati indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia se la passa peggio: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventuale di un nuovo “tesoretto”, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
Il motivo per cui la crisi del credito si espande più velocemente all’Europa è che le restrizioni sono molto più severe oggi di quelle avutesi a cavallo tra la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90 in seguito alla crisi delle casse di risparmio, di quelle risultanti dal fallimento dello hedge fund Long Term Capital Market (LTCM) alla metà degli Anni 90, di quelle dell’implosione della bolla delle “dot.com” della net economy alla fine dello scorso decennio. Ciò a sua volta si spiega con la scarsa capacità da parte di revisori e sindaci non sanno di valutare attività registrate in bilancio nella casella “liquidità e titoli commerciabili” ma che di fatto, nelle attuali condizioni, nessuno è pronto ad acquistare – in pratica non hanno, quindi, valore di mercato e non possono essere quantizzate al prezzo a cui sono state inizialmente comprate. Il fenomeno non riguarda soltanto il settore finanziario; occorre analizzare, sulla base di giudizi soggettivi, i singoli titoli di attività finanziarie strutturate molto complesse. Ciò complica e rallenta le operazioni di credito; in molti casi, nuove valutazioni della situazione finanziaria di un’impresa, comportano lo stop a prestiti in fase avanzata di negoziato. E una riduzione dei tassi di interesse non porta giovamento a chi non può in ogni caso prendere in prestito, a ragione di nuove e più critiche valutazioni della sua solvibilità.
Purtroppo l’Europa non dispone delle robuste protezioni esistenti in Asia sotto forma di elevati livelli di riserve che, anche a ragione dei limiti dei rispettivi mercati interni, hanno dato origine a “fondi sovrani”). E allora ecco che le previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti privati indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia se la passa peggio: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventuale di un nuovo “tesoretto”, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
LA VELTRONIECONOMICS ALLONTANA L'ITALIA DALL'EUROPA
Walter Veltroni sa che verrà sconfitto. Lo dimostra una campagna elettorale impostata sull’irrealizzabile- promesse che non sarà chiamato a mantenere, ma i cui contenuti verranno rinfacciati a chi andrà a Palazzo Chigi ed a Via Venti Settembre. In materia di politica economica sono così poco credibili che è difficile vedervi la mano del buon e competente Marco Causi, professore alla Università Roma III, assessore al bilancio ed alla programmazione al Comune e da 12 anni suo paziente mentore nel labirinto della “triste scienza”. C’ è forse il ditino, o meglio il ditone, del suo suggeritore Goffedro Bettini, il quale si vanta (probabilmente a ragione) di intendersi di gestione ma non ha mai proclamato di saperne di economia. Nel loft del Partito Democratico, si mormora che il leader è uso alla “politique d’abord”, ma non ha le basi per entrare anche nei primi elementi della scienza economica: lasciato il Liceo Tasso – dicono suoi compagni un po’ malignetti – per essere stato bocciato più volte, ha tentato senza grande successo la strada del Centro Sperimentale di Cinematografia ed ha alla fine preso un diploma sì nei variopinti campi della Settima Arte, ma di un corso professionale. Comunque, che i politici debbano essere laureati – e meglio ancora titolari di un Master o di un PhD se non di un titolo conferito dall’Ena- lo credono soltanto pochi (come Amato e Bassanini- un tempo Visentini). Ciò che conta è che quando discettano di economia sappiano mettere in fila i numeri.
Nel discorso di apertura della campagna elettorale, la Velotronieconomics è ancorata ad uno slogan che ascolteremo spesso nelle prossime settimane: “meno tasse e più salari”. Inoltre, la multiforme coalizione prodiana vorrebbe varare (in questi giorni) un provvedimento per abbassare l’imposizione sulle fasce basse del lavoro dipendente- verrebbe finanziato tramite un nuovo “tesoretto” che gli uffici di TPS certificherebbero a metà marzo. Su quali cifre si regge questa prospettiva? La tornata (diramata il 9 febbraio) di previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% - nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Quindi, il Governo Prodi lascia in eredità non “la sconfitta dell’evasione fiscale all’insegna paghiamo meno perché paghiamo tutti” (altro cardine della Veltronieconomics) ma una voragine che renderà difficilissima la vita del prossimo Governo: è di fatto impraticabili una manovra di circa 2 miliardi di euro al mese da effettuarsi dall’entrata in funzione del nuovo Esecutivo e la fine del 2008. I nuovo Esecutivo dovrà andare a Bruxelles come Enrico IV andò a Canossa: chiedendo venia ed autorizzazione a attuare un nuovo programma.ù
Un pozzo avvelenato, quindi. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventualità di un nuovo “tesoretto” (cosa peraltro improbabile) e tale “tesoretto” si materializzasse, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
I veleni riguardano pure gli amici. Francesco Rutelli lo sa e, per questo, tentenna prima di accettare di candidarsi a sindaco di Roma. I suoi sodali affermano che ha chiesto una “due diligence” per evitare di prendesi un bidone. Tutti sanno che da quando Veltroni è sindaco i problemi veri della città vengono trascurati dato che il Primo Cittadino si interessa più di Africa e di cinema che di come funzionano servizi essenziali – ci vogliono ad esempio diversi mesi per avere la documentazione necessaria per sposarsi civilmente – e della manutenzione minima all’infrastruttura – strade, trasporti pubblici, nettezza urbana. Negli ultimi giorni sono trapelate grida accorate che (tranne la festa del cinema) altri aspetti del “panem et circenses” veltroniano sono in forse: l’estate romana e la notte bianca. Pochi però hanno contezza della crisi ambientale sul punto di esplodere. A Roma e provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e 2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di gassificazione di Malagrotta, non è stato svolta nessuna Valutazione di impatto ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240 ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la produzione di energia. Il rischio è che la capitale – che sarebbe stata retta da un Nerone senza Seneca, secondo la battuta frequente nei corridoi degli uffici comunali – si avvii ad una situazione analoga a quella di Napoli. Rutelli teme di finire avvelenato. Oltretevere si è inquieti: lo sfascio della capitale renderebbe difficile l’operatività del piccolo Stato “enclave” che è nel suo interno.
Bastano questi dati per indicare come la Veltronieconomics ci porterebbe fuori dall’euro, dall’Ue, dall’Ocse. Avvicinerebbe l’Italia all’Africa; gli italiani che lo desiderano sanno per chi votare.
Nel discorso di apertura della campagna elettorale, la Velotronieconomics è ancorata ad uno slogan che ascolteremo spesso nelle prossime settimane: “meno tasse e più salari”. Inoltre, la multiforme coalizione prodiana vorrebbe varare (in questi giorni) un provvedimento per abbassare l’imposizione sulle fasce basse del lavoro dipendente- verrebbe finanziato tramite un nuovo “tesoretto” che gli uffici di TPS certificherebbero a metà marzo. Su quali cifre si regge questa prospettiva? La tornata (diramata il 9 febbraio) di previsioni econometriche dei 20 maggiori istituti indicano un rallentamento non solo nell’anno in corso ma anche nel seguente (per l’area dell’euro le stime di crescita del pil variano tra l’1,3% ed il 2,4% nel 2008 e tra l’1,3% ed il 2,3% per il 2009). Quindi, una frenata non più brusca ma più lunga di quanto anticipato (sempre dei 20 istituti) solo un mese fa. In questo quadro, l’Italia: una crescita tra lo 0,8% e l’1.8% nel 2008 con una leggera ripresa – crescita tra l’1,1% ed il 2.1% - nel 2009. Dato che la legge finanziaria è stata costruita su ipotesi di aumento del pil attorno all’1,5% , ciò può comportare all’”assestamento di bilancio”, in giugno, la necessità di una manovra di aggiustamento tra gli 8 ed i 12 miliardi di euro – oppure rinegoziare il programma di rientro definito con l’Ue. Quindi, il Governo Prodi lascia in eredità non “la sconfitta dell’evasione fiscale all’insegna paghiamo meno perché paghiamo tutti” (altro cardine della Veltronieconomics) ma una voragine che renderà difficilissima la vita del prossimo Governo: è di fatto impraticabili una manovra di circa 2 miliardi di euro al mese da effettuarsi dall’entrata in funzione del nuovo Esecutivo e la fine del 2008. I nuovo Esecutivo dovrà andare a Bruxelles come Enrico IV andò a Canossa: chiedendo venia ed autorizzazione a attuare un nuovo programma.ù
Un pozzo avvelenato, quindi. Ove in marzo, le stime preliminari delle entrate indicassero l’eventualità di un nuovo “tesoretto” (cosa peraltro improbabile) e tale “tesoretto” si materializzasse, buon senso consiglierebbe di non impegnarlo prima di giugno: può servire a saldare una falla che viene anche da lontano ma di cui si vedono già le dimensioni quantitative.
I veleni riguardano pure gli amici. Francesco Rutelli lo sa e, per questo, tentenna prima di accettare di candidarsi a sindaco di Roma. I suoi sodali affermano che ha chiesto una “due diligence” per evitare di prendesi un bidone. Tutti sanno che da quando Veltroni è sindaco i problemi veri della città vengono trascurati dato che il Primo Cittadino si interessa più di Africa e di cinema che di come funzionano servizi essenziali – ci vogliono ad esempio diversi mesi per avere la documentazione necessaria per sposarsi civilmente – e della manutenzione minima all’infrastruttura – strade, trasporti pubblici, nettezza urbana. Negli ultimi giorni sono trapelate grida accorate che (tranne la festa del cinema) altri aspetti del “panem et circenses” veltroniano sono in forse: l’estate romana e la notte bianca. Pochi però hanno contezza della crisi ambientale sul punto di esplodere. A Roma e provincia vengono prodotti circa 1.600.000 t/anno di rifiuti solidi urbani e 2.300.000 t/anno nell’intera regione. Mentre in Italia lo smaltimento in discarica è in media pari al 22% (del totale), nel Lazio è al 25,7 %, 5 e 3 punti percentuali tali da avvicinare il Lazio più al Sud che al Nord, dove oltre il 33% dei rifiuti vengono trattati in termovalorizzatori e gassificatori. Lo smaltimento in discarica inquina la falde e porta malattie. Per il nuovo impianto di gassificazione di Malagrotta, non è stato svolta nessuna Valutazione di impatto ambientale (Via) nonostante si tratti della discarica più grande d’Europa (240 ettari) ed ormai quasi satura. Dal 1999 il territorio di Roma e provincia è in stato di emergenza. La zona di Malagrotta, è fra le diciotto aree nazionali a rischio. Nonostante le conclusioni del rapporto congiunto dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Innovazione presentato in pompa magna lo scorso 24 aprile dai due Ministri competenti, Comune e Provincia non hanno fatto nulla per promuovere nuove tecnologie (come la pirolisi) che consentono di utilizzare circa il 90% del volume dei rifiuti per la produzione di energia. Il rischio è che la capitale – che sarebbe stata retta da un Nerone senza Seneca, secondo la battuta frequente nei corridoi degli uffici comunali – si avvii ad una situazione analoga a quella di Napoli. Rutelli teme di finire avvelenato. Oltretevere si è inquieti: lo sfascio della capitale renderebbe difficile l’operatività del piccolo Stato “enclave” che è nel suo interno.
Bastano questi dati per indicare come la Veltronieconomics ci porterebbe fuori dall’euro, dall’Ue, dall’Ocse. Avvicinerebbe l’Italia all’Africa; gli italiani che lo desiderano sanno per chi votare.
domenica 10 febbraio 2008
DOPO 50 ANNI DI ANTIFASCISMO ALFANO VA IN SCENA ALLA SCALA da L'Occidentale
Dopo circa 50 anni di epurazione ritorna sui palcoscenici italiani uno dei nostri maggiori musicisti del Novecento: Franco Alfano. E’ alla Scala sino al 15 settembre la versione originale integrale del suo “Cyrano de Bergerac”. Alfano è noto da decenni come colui che completò “Turandot” di Giacomo Puccini. Ha pesato su di lui per almeno cinque decenni una maledizione (e l’oblio) in quanto firmatario nel 1925 del “Manifesto degli Intellettuali Fascisti” e molto legato al regime sino al 1945. Napoletano, ma di cultura musicale tedesca e francese, ha una scrittura elegante sia orchestrale (interessante l’impiego del contrappunto) sia vocale (il declamato scivola in arie e numeri a più voci). Due anni fa, in Italia la maledizione è stata rotta da Gianluigi Gelmetti che ne ha ripreso, a Roma, il suo capolavoro (“La leggenda di Sakùntala”); l’esito è stato ottimo –l’opera verrà ripresa all’estero e .- si spera- pure da qualche coraggiosa e non conformista fondazione lirica italiana. “Cyrano de Bergerac”, grande successo negli Anni 30 e 40, è riapparsa oltre un lustro fa – prima in Germania e successivamente negli Usa, in Gran Bretagna ed in Francia. E’in repertorio al Metropolitan, al Covent Garden ed in teatri francesi e tedeschi. L’allestimento alla Scala è stato prodotto a New York (Metropolitan ) e Londra (Covent Garden) e sta viaggiando (con la stessa messa scena ed i medesimi protagonisti) verso la Staatsoper di Vienna.
L’oblio caduto su Alfano (ed altri) è degno della “Entartete Musik”- “musica degenerata”, il nome che la Germania nazista diede a gran parte dell’innovazione musicale che tra il 1920 ed il 1942 si sviluppò al di là delle Alpi e del Reno. Una mostra sulla “Entertete Musik” venne addirittura organizzata a Düsserdolf nel maggio 1938 quando quasi tutti i musicisti “degenerati” erano riparati all’estero e qualcuno di loro (ad esempio, Walter Baunfels) inviato al confino Si possono individuare due filoni distinti: uno principalmente austriaco che ebbe sbocco nella dodecafonia (Schömberg, Berg, Zemliksky) ed uno di stampo più prettamente tedesco (Korngold, Schreker, Krenek, Weill) in cui l’esperienza post-romantica si fondeva con l’espressionismo, la musica popolare ed il jazz . La “Entarteke Musik” non è mai stata considerata “degenerata” in Italia. In piena guerra, nel novembre 1942, al Teatro dell’Opera di Roma è stato rappresentato “Wozzek” di Alban Berg (opera vietatissima in Germania) in versione ritmica italiana (secondo l’uso dell’epoca), con Tito Gobbi nella veste di protagonista e Tullio Serafin alla guida dell’orchestra . Inoltre, oltre a Berg, un altro “degenerato”, Krenek, era tra gli ospiti abituale del Festival internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, lanciato per decisione specifica di Palazzo Venezia come concorrente del Festival di Salisburgo.
C’è però anche una “Entartete Musik” italiana che per parafrasare il titolo del lavoro di Schreker, è rimasta “bollata” per decenni dall’accusa di essere “musica fascista”. Benito Mussolini, violinista dilettante (di pessima qualità), aveva un notevole interesse nella musica, e nella politica musicale, ed era appassionato di lirica. Considerava l’opera come espressione di italianità con un forte appello popolare. In effetti, nel ventennio, nonostante l’avanzata del cinema come forma di spettacolo e la crisi finanziaria dei teatri d’opera, la lirica era ancora di grande richiamo. Nascevano gli enti lirico- sinfonici ed i teatri di tradizione , sovvenzionati in varia misura dallo Stato; tutte le città, anche le più piccole, avevano stagioni d’opera; la mano pubblica sosteneva artisticamente i palcoscenici di provincia con iniziative itineranti , quali il “carro di Tespi”. Il Governo (Mussolini trattava in prima persona molte di queste questioni) doveva barcamenarsi tra due scuole contrapposte: i tradizionalisti (Mascagni, Cilea, Giordano, Montemezzi) e gli innovatori (Casella, Malipiero, Pizzetti, Dallapiccola, Russolo, Pratella). Con rare eccezioni (quali le opere più popolari di Mascagni, Cilea e Giordano), tutti i loro titoli sono spariti dai nostri cartelloni, mentre alcuni (si pensi a “L’amore dei tre Re” di Italo Montemezzi ed “I capricci di Callot” di Gian Francesco Malipiero) sono nella programmazione ordinaria dei maggiori teatri americani, tedeschi e britannici. E’ stata accusata di fascismo pure la musica di Dallapiccola nonostante il compositore sia stato uno dei rari professori universitari a dare le dimissioni dalla cattedra al varo delle leggi razziali.
Sarebbe uno sbaglio sostenere che si tratta di lavori che meritano di essere indiscriminatamente riproposti anche perché alcuni come il “Nerone” di Pietro Mascagni (al cui libretto pare abbia collaborato Mussolini in persona), “La Nave” di Italo Montemezzi o “L’Orfeide” di Gian Francesco Malipiero richiedono uno sforzo produttivo che pochi teatri sarebbero in grado di sostenere.
Molti, però, come alcune opere di Alfano o “I capricci di Caillot” di Malipiero meritano attenzione e, al bando in Italia, sono sempre state nei cartelloni stranieri.
Veniamo al “Cyrano” scaligero. Affascinante, pur se tradizionale, la messa in scena di Francesca Zambello (regista che vorremo vedere più spesso in Italia). Di grande livello le voci. Deludente, però, la più attesa: quella di Placido Domingo. Poco adatta a mettere in luce la raffinata delicatezza della partitura la bacchetta di Patrick Fourniller. Questo, telegraficamente, il giudizio.
Il libretto, in francese, ricalca la “commedia eroica” di Edmond Rostand di cui si sono viste di recente produzioni sia in teatro sia in cinema. Ha una partitura elegante, ispirata allo “stile francese” dell’epoca: l’orchestra ha un ruolo cruciale nel soffondere con un lirismo malinconico l’azione scenica. Patrick Fourniller concerta in modo puntuale ma specialmente nei finali dei cinque atti calca eccessivamente, accentuando un’enfasi “eroica” ad Alfano piuttosto distante. L’opera richiede 19 solisti, coro e mini. Quattro i protagonisti: due tenori, una rarità dai tempi di Rossini – un “lirico spinto” (Cyrano), un “lirico puro” (Christian), un soprano “lirico puro” (Roxane), un baritono (il comandante De Guiche). Pietro Spagnoli conferma di essere uno dei migliori baritoni italiani su piazza: morbido, delicatissimo nei “legato”. Sondra Radvanosky è una Roxana quasi drammatica (la voleva così Alfano che non gradiva la pupattola di Rostand): ha un temperamento forte che la renderebbe perfetta nel “Rosenkavalier” di Strauss. Germain Villar è una vera scoperta: timbro chiarissimo, capace di ascendere a tonalità elevate senza il minor sforzo. Il circa 70nne Placido Domingo non ha mai avuto la tessitura prevista da Alfano per Cyrano (ruolo pensato per Gigli) poiché anche venti anni fa raramente saliva oltre il “sì naturale”; gli è scurita la voce (è quasi baritonale, come lo era all’inizio della sua carriera), ha una grande presenza scenica ed una recitazione intesa ma, nonostante siano state abbassate le tonalità, ha avuto, alla “prima”, difficoltà di emissione proprio nell’aria di apertura.
Un elogio a Francesca Zambello ed alla sua squadra di scenografi e costumisti: la messa in scena è al tempo stesso spettacolare ed elegante, con cura nei particolari ed attenzione a realizzare un allestimento che possa essere adattato a palcoscenici differenti. Come, giovanissima, fece 20 anni fa con un “Billy Bud” di Britten che si è visto nei maggiori teatri di Usa, Europa e Giappone
L’oblio caduto su Alfano (ed altri) è degno della “Entartete Musik”- “musica degenerata”, il nome che la Germania nazista diede a gran parte dell’innovazione musicale che tra il 1920 ed il 1942 si sviluppò al di là delle Alpi e del Reno. Una mostra sulla “Entertete Musik” venne addirittura organizzata a Düsserdolf nel maggio 1938 quando quasi tutti i musicisti “degenerati” erano riparati all’estero e qualcuno di loro (ad esempio, Walter Baunfels) inviato al confino Si possono individuare due filoni distinti: uno principalmente austriaco che ebbe sbocco nella dodecafonia (Schömberg, Berg, Zemliksky) ed uno di stampo più prettamente tedesco (Korngold, Schreker, Krenek, Weill) in cui l’esperienza post-romantica si fondeva con l’espressionismo, la musica popolare ed il jazz . La “Entarteke Musik” non è mai stata considerata “degenerata” in Italia. In piena guerra, nel novembre 1942, al Teatro dell’Opera di Roma è stato rappresentato “Wozzek” di Alban Berg (opera vietatissima in Germania) in versione ritmica italiana (secondo l’uso dell’epoca), con Tito Gobbi nella veste di protagonista e Tullio Serafin alla guida dell’orchestra . Inoltre, oltre a Berg, un altro “degenerato”, Krenek, era tra gli ospiti abituale del Festival internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, lanciato per decisione specifica di Palazzo Venezia come concorrente del Festival di Salisburgo.
C’è però anche una “Entartete Musik” italiana che per parafrasare il titolo del lavoro di Schreker, è rimasta “bollata” per decenni dall’accusa di essere “musica fascista”. Benito Mussolini, violinista dilettante (di pessima qualità), aveva un notevole interesse nella musica, e nella politica musicale, ed era appassionato di lirica. Considerava l’opera come espressione di italianità con un forte appello popolare. In effetti, nel ventennio, nonostante l’avanzata del cinema come forma di spettacolo e la crisi finanziaria dei teatri d’opera, la lirica era ancora di grande richiamo. Nascevano gli enti lirico- sinfonici ed i teatri di tradizione , sovvenzionati in varia misura dallo Stato; tutte le città, anche le più piccole, avevano stagioni d’opera; la mano pubblica sosteneva artisticamente i palcoscenici di provincia con iniziative itineranti , quali il “carro di Tespi”. Il Governo (Mussolini trattava in prima persona molte di queste questioni) doveva barcamenarsi tra due scuole contrapposte: i tradizionalisti (Mascagni, Cilea, Giordano, Montemezzi) e gli innovatori (Casella, Malipiero, Pizzetti, Dallapiccola, Russolo, Pratella). Con rare eccezioni (quali le opere più popolari di Mascagni, Cilea e Giordano), tutti i loro titoli sono spariti dai nostri cartelloni, mentre alcuni (si pensi a “L’amore dei tre Re” di Italo Montemezzi ed “I capricci di Callot” di Gian Francesco Malipiero) sono nella programmazione ordinaria dei maggiori teatri americani, tedeschi e britannici. E’ stata accusata di fascismo pure la musica di Dallapiccola nonostante il compositore sia stato uno dei rari professori universitari a dare le dimissioni dalla cattedra al varo delle leggi razziali.
Sarebbe uno sbaglio sostenere che si tratta di lavori che meritano di essere indiscriminatamente riproposti anche perché alcuni come il “Nerone” di Pietro Mascagni (al cui libretto pare abbia collaborato Mussolini in persona), “La Nave” di Italo Montemezzi o “L’Orfeide” di Gian Francesco Malipiero richiedono uno sforzo produttivo che pochi teatri sarebbero in grado di sostenere.
Molti, però, come alcune opere di Alfano o “I capricci di Caillot” di Malipiero meritano attenzione e, al bando in Italia, sono sempre state nei cartelloni stranieri.
Veniamo al “Cyrano” scaligero. Affascinante, pur se tradizionale, la messa in scena di Francesca Zambello (regista che vorremo vedere più spesso in Italia). Di grande livello le voci. Deludente, però, la più attesa: quella di Placido Domingo. Poco adatta a mettere in luce la raffinata delicatezza della partitura la bacchetta di Patrick Fourniller. Questo, telegraficamente, il giudizio.
Il libretto, in francese, ricalca la “commedia eroica” di Edmond Rostand di cui si sono viste di recente produzioni sia in teatro sia in cinema. Ha una partitura elegante, ispirata allo “stile francese” dell’epoca: l’orchestra ha un ruolo cruciale nel soffondere con un lirismo malinconico l’azione scenica. Patrick Fourniller concerta in modo puntuale ma specialmente nei finali dei cinque atti calca eccessivamente, accentuando un’enfasi “eroica” ad Alfano piuttosto distante. L’opera richiede 19 solisti, coro e mini. Quattro i protagonisti: due tenori, una rarità dai tempi di Rossini – un “lirico spinto” (Cyrano), un “lirico puro” (Christian), un soprano “lirico puro” (Roxane), un baritono (il comandante De Guiche). Pietro Spagnoli conferma di essere uno dei migliori baritoni italiani su piazza: morbido, delicatissimo nei “legato”. Sondra Radvanosky è una Roxana quasi drammatica (la voleva così Alfano che non gradiva la pupattola di Rostand): ha un temperamento forte che la renderebbe perfetta nel “Rosenkavalier” di Strauss. Germain Villar è una vera scoperta: timbro chiarissimo, capace di ascendere a tonalità elevate senza il minor sforzo. Il circa 70nne Placido Domingo non ha mai avuto la tessitura prevista da Alfano per Cyrano (ruolo pensato per Gigli) poiché anche venti anni fa raramente saliva oltre il “sì naturale”; gli è scurita la voce (è quasi baritonale, come lo era all’inizio della sua carriera), ha una grande presenza scenica ed una recitazione intesa ma, nonostante siano state abbassate le tonalità, ha avuto, alla “prima”, difficoltà di emissione proprio nell’aria di apertura.
Un elogio a Francesca Zambello ed alla sua squadra di scenografi e costumisti: la messa in scena è al tempo stesso spettacolare ed elegante, con cura nei particolari ed attenzione a realizzare un allestimento che possa essere adattato a palcoscenici differenti. Come, giovanissima, fece 20 anni fa con un “Billy Bud” di Britten che si è visto nei maggiori teatri di Usa, Europa e Giappone
sabato 9 febbraio 2008
DE CHIRICO, PICASSO ED IL TEATRO IN MUSICA
Per mera coincidenza, per due settimane (sino a quasi metà febbraio), due istituzioni romane (il Teatro dell’Opera e l’Orchestra Sinfonica di Roma, Osr) mettono in scena spettacoli pensati e musicati negli Anni Trenta per allestimenti firmati da grandi pittori del Novecento: De Chirico e Picasso. Al Teatro dell’Opera sono stati ricostruiti scene e costumi sulla base dei bozzetti originali di De Chirico e di Ricasso. All’Ors (che ha a prezzi molto bassi – dai 7 ai 15 euro a poltrona ed opera con il palcoscenico largo ma poco profondo dell’Auditorium di Via della Conciliazione), scene (di Salvatore Liistro) e costumi (Fabrizio Onali) si ispirano a De Chirico. E’ una festa per gli occhi, oltre che per gli orecchi.
Igor Stravinskij fa la parte del leone. Al Teatro dell’Opera si presenta “Apollon Musagète” (allestimento De Chirico) e “Pulcinella” (Ricasso), all’Ors l’oratorio-opera “Oedipus Rex” . Il primo ed il terzo sono lavori di quello che viene definito il periodo neo-classico del compositore russo, divenuto poi francese e successivamente americano ma che – pochi se ne ricordano – ha chiesto, nel proprio testamento, di riposare in Italia (nell’isola di San Marcello di Venezia). Il secondo è il ricalco di una composizione precedente di Pergolesi in cui danza, scene, musica e canto (in buca di orchestra) si fondono mirabilmente. Buone le bacchette (Ottavio Marino per lo spettacolo “De Chirico”, Massimiliano Stefanelli per quello “Picasso”, Francesco La Vecchia per “Oedipus Rex”); interessante in particolare la lettura “verdiana” (sulla scorta dell’insegnamento di Leonard Bernstein, data a “Oedipus Rex”.
Oltre a Stravinskij vengono riproposti lavori di Alfredo Casella (“La Giara”), Vittorio Rieti (“Le Bal”) , Albert Roussel (“Bacchus et Ariane”) , Eric Satie (“Parade”) e Manuel De Falla (“Il Cappello a Tre Punte”) sempre negli allestimenti di De Chirico o Ricasso. In breve, un campione abbastanza ampio di teatro in cui il visivo si integrava con il canto, con l’orchestra , con la voce e con la danza. Se “Oedipus Rex” è una tragedia e Pulcinella una rievocazione all’insegna della melanconia “La Giara” e soprattutto “Il Cappello a Tre Punte” sono vere e proprie farse , intrise a critica sociale, che riflettono gli umori del periodo tra le due guerre mondiali. Interessano ancora oggi? Si direbbe di sì data l’affluenza di giovani (determinata anche dai prezzi scontati per la loro fascia di età).
Igor Stravinskij fa la parte del leone. Al Teatro dell’Opera si presenta “Apollon Musagète” (allestimento De Chirico) e “Pulcinella” (Ricasso), all’Ors l’oratorio-opera “Oedipus Rex” . Il primo ed il terzo sono lavori di quello che viene definito il periodo neo-classico del compositore russo, divenuto poi francese e successivamente americano ma che – pochi se ne ricordano – ha chiesto, nel proprio testamento, di riposare in Italia (nell’isola di San Marcello di Venezia). Il secondo è il ricalco di una composizione precedente di Pergolesi in cui danza, scene, musica e canto (in buca di orchestra) si fondono mirabilmente. Buone le bacchette (Ottavio Marino per lo spettacolo “De Chirico”, Massimiliano Stefanelli per quello “Picasso”, Francesco La Vecchia per “Oedipus Rex”); interessante in particolare la lettura “verdiana” (sulla scorta dell’insegnamento di Leonard Bernstein, data a “Oedipus Rex”.
Oltre a Stravinskij vengono riproposti lavori di Alfredo Casella (“La Giara”), Vittorio Rieti (“Le Bal”) , Albert Roussel (“Bacchus et Ariane”) , Eric Satie (“Parade”) e Manuel De Falla (“Il Cappello a Tre Punte”) sempre negli allestimenti di De Chirico o Ricasso. In breve, un campione abbastanza ampio di teatro in cui il visivo si integrava con il canto, con l’orchestra , con la voce e con la danza. Se “Oedipus Rex” è una tragedia e Pulcinella una rievocazione all’insegna della melanconia “La Giara” e soprattutto “Il Cappello a Tre Punte” sono vere e proprie farse , intrise a critica sociale, che riflettono gli umori del periodo tra le due guerre mondiali. Interessano ancora oggi? Si direbbe di sì data l’affluenza di giovani (determinata anche dai prezzi scontati per la loro fascia di età).
IL PROSSIMO ESECUTIVO ITALIANO SIA COME QUELLO DI REAGAN
Chi ricorda David Stockman? Il suo nome è tornato nel 2007 nelle cronache Usa in seguito ad una vicenda giudiziaria relativa ad un fondo di private equity. Nel 1985 aveva dato un lungo addio alla politica ed a Washington D.C. . Non è tornato nella piccola Fort Hood del nativo Texas né nel Michigan dove ha studiato né a Harvard dove ha iniziato una carriera accademica alla Facoltà di Teologia. A 39 anni, calato il sipario della vita pubblica, è stato prima a Salomon Brother, poi al Gruppo Blackstone , infine, allo Heartland Infustrial Partner – il fondo che alla soglia dei 60 anni lo ha messo nei guai.
L’ultimo quarto di secolo della sua carriera interessano poco. E’ importante ricordare il ruolo svolto nel 1981-85, nella veste di Direttore del Bilancio del Governo Reagan per rimettere in sesto l’economia americana e risvegliarla dal torpore della seconda metà degli Anni 70. Ronald Reagan aveva quasi 70 anni quando entrò alla Casa Bianca. Come da tradizione, scelse un Segretario al Tesoro proveniente dalla finanza (Donald T. Regan) ma chiamò il giovane teologo repubblicano (era stato eletto deputato a 29 anni) per l’energia con cui aveva pilotato il gruppo parlamentare della Camera negli Anni 70. Gli affidò il riassetto della spesa e delle entrate: il Direttore del Bilancio ha il rango di Ministro ed è parte del Gabinetto. Stockman era digiuno di tasse e tributi; lo affiancò con un giovane avvocato, Richard Barman. Stockman era la prima persona che Reagan vedeva la mattina e l’ultima che salutava alla fine della giornata di lavoro. Lo ricorda il politologo Paul Pierson (Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della California a Berkeley e a lungo docente all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole) nel suo libro fondamentale sulla rivoluzione liberale negli Anni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Ero stato presentato a Stockman da amici della Georgetown University. Più giovane di me di circa un lustro (allora sembrava molto), viveva asceticamente in un monolocale (diventò un one-bedroom apartment alla nomina a Ministro). Sapeva poco di teoria economica ma aveva una voglia matta di rimettere in sesto i conti e ridurre l’intervento pubblico, nonché l’energia per negoziare sino all’alba con il Congresso. Riservato e tenace, ancora celibe, distinto e distante dalla Washington-che-gode (nella capitale le nubili sono circa il doppio dei giovani non sposati), in un momento di sconforto esternò le difficoltà di tagliare la spesa e liberalizzare in un mondo politico dominato da lobby ad un amico giornalista che aveva un registratore in tasca e le pubblicò sull’ Atlantic Monthly. Rassegnò le dimissioni, ma Reagan non le accolse e lo tenne al Governo.
Il prossimo Esecutivo italiano sarà di 12 Ministri (oltre al Presidente del Consiglio). La carte vincente consiste nell’annunciare che saranno giovani (come lo era Stockman). Si sgombrerà da molti pretendenti e da complesse alchimie per tentare di fare quadrare il cerchio. Si intercetterà quel 7-10% dell’elettorato attratto dall’antipolitica. Si potrà definire e, soprattutto, attuare un programma che sappia intercettare le esigenze dell’Italia del futuro. Come, per gli Usa, seppe fare, con Stockman al Bilancio, il settantenne Reagan nel lontano 1981.
L’ultimo quarto di secolo della sua carriera interessano poco. E’ importante ricordare il ruolo svolto nel 1981-85, nella veste di Direttore del Bilancio del Governo Reagan per rimettere in sesto l’economia americana e risvegliarla dal torpore della seconda metà degli Anni 70. Ronald Reagan aveva quasi 70 anni quando entrò alla Casa Bianca. Come da tradizione, scelse un Segretario al Tesoro proveniente dalla finanza (Donald T. Regan) ma chiamò il giovane teologo repubblicano (era stato eletto deputato a 29 anni) per l’energia con cui aveva pilotato il gruppo parlamentare della Camera negli Anni 70. Gli affidò il riassetto della spesa e delle entrate: il Direttore del Bilancio ha il rango di Ministro ed è parte del Gabinetto. Stockman era digiuno di tasse e tributi; lo affiancò con un giovane avvocato, Richard Barman. Stockman era la prima persona che Reagan vedeva la mattina e l’ultima che salutava alla fine della giornata di lavoro. Lo ricorda il politologo Paul Pierson (Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della California a Berkeley e a lungo docente all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole) nel suo libro fondamentale sulla rivoluzione liberale negli Anni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Ero stato presentato a Stockman da amici della Georgetown University. Più giovane di me di circa un lustro (allora sembrava molto), viveva asceticamente in un monolocale (diventò un one-bedroom apartment alla nomina a Ministro). Sapeva poco di teoria economica ma aveva una voglia matta di rimettere in sesto i conti e ridurre l’intervento pubblico, nonché l’energia per negoziare sino all’alba con il Congresso. Riservato e tenace, ancora celibe, distinto e distante dalla Washington-che-gode (nella capitale le nubili sono circa il doppio dei giovani non sposati), in un momento di sconforto esternò le difficoltà di tagliare la spesa e liberalizzare in un mondo politico dominato da lobby ad un amico giornalista che aveva un registratore in tasca e le pubblicò sull’ Atlantic Monthly. Rassegnò le dimissioni, ma Reagan non le accolse e lo tenne al Governo.
Il prossimo Esecutivo italiano sarà di 12 Ministri (oltre al Presidente del Consiglio). La carte vincente consiste nell’annunciare che saranno giovani (come lo era Stockman). Si sgombrerà da molti pretendenti e da complesse alchimie per tentare di fare quadrare il cerchio. Si intercetterà quel 7-10% dell’elettorato attratto dall’antipolitica. Si potrà definire e, soprattutto, attuare un programma che sappia intercettare le esigenze dell’Italia del futuro. Come, per gli Usa, seppe fare, con Stockman al Bilancio, il settantenne Reagan nel lontano 1981.
PER IL RIASSETTO DELLE AUTHORITY IL NOSTRO TEMPO E’ QUASI SCADUTO
In un’Italia in campagna elettorale, pochi politici dei due schieramenti (anche tra i candidati, e gli auto-candidati, alla guida dei dicasteri economici) hanno preso il cannocchiale per seguire il G7 dei Ministri economici e finanziari che si svolge a Tokyo oggi 9 febbraio. I suoi esiti, e quelli dei lavori dell’International Stability Forum (Isf) che si concluderanno, sempre a Tokyo, in aprile (quando l’Italià sarà alle prese con gli esiti del voto) possono avere un impatto sull’agenda dei lavori del prossimo Governo e della XVI legislatura. Mentre l’attenzione dei media è puntata sulla cena di oggi a Tokyo, quando al tavolo del G7 si aggiungeranno i rappresentanti Corea del Sud, Cina, Indonesia e Russia, e sulle anticipazioni relative ai toni ottimisti del comunicato ufficiale (peraltro già scritto ed approvato da alcuni giorni), il punto centrale riguarda la regolazione e la vigilanza finanziaria internazionale: man mano che si hanno maggiori notizie sul pasticciaccio brutto della Société Générale (e non solo) aumenta la preoccupazione di Ministri, di sherpas e di barracuda-esperti.
Libero Mercato del 2 febbraio ha sottolineato che è in corso una “guerra fredda” tra tendenze dirigiste e liberiste in questo campo. Quale che sia il risultato del confronto tra le due tendenze, ci sono implicazioni di peso per l’Italia. Un riassetto della regolazione e della vigilanza in materia finanziaria era uno dei punti centrali delle proposte di riforma delle authority tentate nella XIV e XV legislatura. Il disegno di legge varato un anno fa prevedeva la soppressione di Isvap e Covip ed una razionalizzazione delle funzioni delle altre autorità di tutela (Bankitalia, Antitrust, Consob); il ddl è rimesto sepolto da particolarismi e vedi incrociati in Senato. Un saggio di Leonardo Giani e Riccardo Vannini (ambedue dell’Università di Siena), in corso di pubblicazione su “Studi e Note di Economia”, traccia un interessante parallelo sul “percorso evolutivo” di regolazione e vigilanza bancaria negli Usa ed in Italia. In tal senso la razionalizzazione prevista nel ddl ormai decaduto deve essere letta come un passo verso una unica autorità di garanzia e regolazione secondo il modello già adottato da numerosi Paesi Ue . Indubbiamente, il mercato assicurativo ha specificità da salvaguardare nell’ambito di un’autorità unica; più complessa la situazione della Covip a cui viene addebitata (a torto od a ragione) una frammentazione della previdenza complementare (in oltre 700 mini-fondi pensione) tale da intimorire potenziali investitori.
A ragione dell’inazione da parte dell’Esecutivo (comunque ora in carica solo per gli affari correnti) , e del Parlamento ormai sciolto , il G7 (ossia l’insieme del mondo industriale) potrà indurci a stralciare la parte della riforma delle authority relativa alla regolazione ed alla vigilanza dei mercati finanziari ed a proporla tra le misure prioritarie da affrontare e risolvere nella prossima legislatura. Non è tema che riguarda pochi esperti, gli operatori di mercati finanziari, le banche ed i gestori di fondi comuni e di private equity. Nonché i soliti barracuda esperti. Ma tutti gli italiani.
Pure le ipotesi meno vincolistiche, tra quelle sul tappeto, contemplano una più stretta collaborazione sia tra authority nazionali per la regolazione e la vigilanza dei mercati finanziari in senso lato (inclusi quelli assicurativi e previdenziali) sia tra queste ultime e le istituzioni europee (quali la Commissione e la Bce) ed internazionali (Fmi, Comitati Ocse, eventuali istituzionalizzazione dell’Isf).
E’ in questo contesto che l’assetto italiano (segmentato tra varie authority e commissioni di vigilanza) non soltanto appare anomalo rispetto a quello della maggioranza dei Paesi Ocse (ed oltre la metà di quelli Ue) ma comporta difficoltà di coordinamento al proprio interno e rispetto al resto del mondo; lo si ricava, tra l’altro, da un documento del Fondo monetario di pochi mesi fa (IMF Working Paper No. 07/227). E’ bene che gli schieramenti politici dicano chiaramente come intendono affrontarlo. Prima che la soluzione ci venga imposta da fuori. Sempre che non si preferisca un modello imposto dall’esterno rispetto ad uno sviluppato dall’Italia tenendo conto delle esigenze internazionali.
Libero Mercato del 2 febbraio ha sottolineato che è in corso una “guerra fredda” tra tendenze dirigiste e liberiste in questo campo. Quale che sia il risultato del confronto tra le due tendenze, ci sono implicazioni di peso per l’Italia. Un riassetto della regolazione e della vigilanza in materia finanziaria era uno dei punti centrali delle proposte di riforma delle authority tentate nella XIV e XV legislatura. Il disegno di legge varato un anno fa prevedeva la soppressione di Isvap e Covip ed una razionalizzazione delle funzioni delle altre autorità di tutela (Bankitalia, Antitrust, Consob); il ddl è rimesto sepolto da particolarismi e vedi incrociati in Senato. Un saggio di Leonardo Giani e Riccardo Vannini (ambedue dell’Università di Siena), in corso di pubblicazione su “Studi e Note di Economia”, traccia un interessante parallelo sul “percorso evolutivo” di regolazione e vigilanza bancaria negli Usa ed in Italia. In tal senso la razionalizzazione prevista nel ddl ormai decaduto deve essere letta come un passo verso una unica autorità di garanzia e regolazione secondo il modello già adottato da numerosi Paesi Ue . Indubbiamente, il mercato assicurativo ha specificità da salvaguardare nell’ambito di un’autorità unica; più complessa la situazione della Covip a cui viene addebitata (a torto od a ragione) una frammentazione della previdenza complementare (in oltre 700 mini-fondi pensione) tale da intimorire potenziali investitori.
A ragione dell’inazione da parte dell’Esecutivo (comunque ora in carica solo per gli affari correnti) , e del Parlamento ormai sciolto , il G7 (ossia l’insieme del mondo industriale) potrà indurci a stralciare la parte della riforma delle authority relativa alla regolazione ed alla vigilanza dei mercati finanziari ed a proporla tra le misure prioritarie da affrontare e risolvere nella prossima legislatura. Non è tema che riguarda pochi esperti, gli operatori di mercati finanziari, le banche ed i gestori di fondi comuni e di private equity. Nonché i soliti barracuda esperti. Ma tutti gli italiani.
Pure le ipotesi meno vincolistiche, tra quelle sul tappeto, contemplano una più stretta collaborazione sia tra authority nazionali per la regolazione e la vigilanza dei mercati finanziari in senso lato (inclusi quelli assicurativi e previdenziali) sia tra queste ultime e le istituzioni europee (quali la Commissione e la Bce) ed internazionali (Fmi, Comitati Ocse, eventuali istituzionalizzazione dell’Isf).
E’ in questo contesto che l’assetto italiano (segmentato tra varie authority e commissioni di vigilanza) non soltanto appare anomalo rispetto a quello della maggioranza dei Paesi Ocse (ed oltre la metà di quelli Ue) ma comporta difficoltà di coordinamento al proprio interno e rispetto al resto del mondo; lo si ricava, tra l’altro, da un documento del Fondo monetario di pochi mesi fa (IMF Working Paper No. 07/227). E’ bene che gli schieramenti politici dicano chiaramente come intendono affrontarlo. Prima che la soluzione ci venga imposta da fuori. Sempre che non si preferisca un modello imposto dall’esterno rispetto ad uno sviluppato dall’Italia tenendo conto delle esigenze internazionali.
venerdì 8 febbraio 2008
UNA NUOVA TECNOLOGIA PER L'EMERGENZA RIFIUTI
Non solamente i teleschermi con le drammatiche immagini della crisi in Campania ma le cronache di ogni giorno ci ricordano che in Italia i rifiuti sono diventati un’emergenza permanente, i dati Istat ammoniscono che altre aree sono sulla soglia di problemi analoghi ed un’inchiesta Eurispes che il Lazio potrebbe essere presto al cento di difficoltà simili a quelle di Napoli e dintorni. In Italia, produciamo circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti l'anno, il cui smaltimento costa circa 75 euro per tonnellata, con punte che possono arrivare anche a 135 euro.. L'emergenza in Italia ha come effetto che i rifiuti smaltiti in Germania ci sostano mediamente 5/6 volte la media nazionale.
Sono passati dieci anni dalla promulgazione del “Decreto Ronchi”, dal nome del Ministro dell’Ambiente dell’epoca , che regola il trattamento dei rifiuti, recependo le normative comunitarie. Nel provvedimento, si stabilisce che il classico sacchetto nero che ognuno di noi getta nel cassonetto,non possa andare in discarica senza prima essere passato attraverso una fase di recupero dei materiale riciclabili, e da una fase di “termovalorizzazione”. Con questo termine si intende un processo industriale tramite il quale bruciando rifiuti, opportunamente trattati, produce energia elettrica. In base alla tecnologia dell’epoca (dieci anni passano velocemente in un periodo di rapido progresso tecnologico come quello che ha caratterizzato la fine del XX e l’inizio del XXI secolo) si raggiungeva il doppio obiettivo si smaltire i rifiuti e produrre energia.
Tuttavia, anche ove si fosse tutti ligi e disciplinati, nel separare accortamente carta, vetro ed alluminio, e nel porli nelle apposite campane di raccolta (ipotizzando che ce ne siano agli angoli di ogni strada), rimane pur sempre un’ingente quantità di rifiuti. Questi devono essere assoggettati ad un primo passaggio, quello nei cosiddetti “selezionatori”, macchinari che separano la parte che viene definita “umida” (prevalentemente scarti alimentari di cucina) dalla parte “secca”. Mediamente , questo primo passaggio restituirà circa un 40% di “umido” ed un 60% di “secco”. Il trattamento dei due tipi di rifiuti a questo punto del ciclo prende percorsi divergenti. I rifiuti “umidi” non possono infatti essere termovalorizzati, ma non possono nemmeno essere smaltiti in discarica senza prima un opportuno trattamento teso a “stabilizzarli”. Se fossero infatti smaltiti in discarica senza una preventiva “stabilizzazione” rischierebbero di inquinare le falde sottostanti e, quindi, i corsi d’acqua, nonché di disperdere biogas in atmosfera producendo “effetto serra” prodotto. La “stabilizzazione” avviene attraverso la decantazione in vasche che dura fino anche a 30 giorni con un processo che è detto “compostaggio”. Una volta stabilizzato, il residuo “umido” viene stoccato il discarica. In breve, che circa il 40% del sacchetto di rifiuti finisce per riempire le già esauste discariche anche dopo il processo di recupero della parte “secca”.
Quest’ultima prende un’altra strada. Viene trattata e trasformata in “Cdr”, ovvero il combustibile che alimenta i termovalorizzatori, destinati a produrre energia elettrica. Anche il processo di combustione, però, produce i suoi scarti, che ammonteranno alla fine a circa il 10% del totale (sempre in termini di volume) del sacchetto. In sostanza, alla fine del ciclo circa la metà dei rifiuti finisce in discarica, mentre l’altra metà è utilizzata per produrre energia elettrica (che serve a sua volta ad alimentare i processi industriali che siamo esaminando) nei termovalorizzatori.
Uno degli aspetti socialmente e politicamente più controversi è legato proprio ai termovalorizzatori. Ogni volta che se ne progetta uno, esplodono manifestazioni e contestazioni poiché nessuno vuole vivere vicino ad un termovalorizzatore, dato che esso produce, in seguito alla combustione del Cdr veleni come la diossina o i furani.
I termovalorizzatori sono necessari all’attuazione di quanto previsto dal “Decreto Ronchi” ed è possibile controllarne gli effetti esterni negativi se sono ben realizzati e gestiti, anche se, alla temperatura alla quale il “Cdr” viene bruciato, alla presenza di ossigeno (essenziale al processo), si produce diossina. I termovalorizzatori sono, comunque, “vicini di casa scomodi”, in quanto “potenzialmente” pericolosi. E’ un potenziale controllabile tramite un complesso sistema di trattamento dei fumi, che evita il disperdersi nell’ambiente esterno della diossina ma che necessita di uno scrupoloso controllo. Ed il management , necessario per controlli efficaci ed efficienti, è una merce rara.
Sono soprattutto una tecnologia ormai superata e che non risolve buona parte dei problemi dello smaltimento dei rifiuti. Le discariche sono esauste, molte erano state chiuse e sono state riaperte per far fronte all’emergenza, e non hanno più di qualche hanno di vita. Portare a pieno regime il ciclo dei rifiuti così come è previsto dal “Decreto Ronchi” rimanderebbe il problema solo di qualche anno.
Un percorso a portata di mano, economicamente vantaggioso e di facile realizzazione, è la pirolisi, ossia una degradazione termica in assenza di ossigeno, che, sotto particolari condizioni di pressione e temperatura (circa 450-500° c di temperatura, pressione inferiore a quella atmosferica di circa 10 mm di mercurio) trasforma le sostanze organiche presenti nel rifiuto in prodotti solidi, liquidi e gassosi combustibili.
Attraverso questa conversione termochimica si perviene, alla rottura dei legami chimici (fenomeno di piroscissione) con formazione di una componente gassosa combustibile (gas da pirolisi o syngas in quantitativo pari al 70% in massa dei rifiuti immessi) composta prevalentemente da metano ed altri idrocarburi di basso peso molecolare, ed una componente solida (coal o char da pirolisi) in quantitativo pari al 30% in massa dei rifiuti immessi.
Il gas prodotto viene recuperato in energia mediante ormai consolidati schemi processuali a ciclo di vapore, mentre il carbone prodotto può essere utilizzato in cementifici, centrali a carbone o ulteriormente trattato in una apposita sezione dell’impianto per il suo recupero energetico. Attraverso un processo che non prevede ne la combustione diretta del rifiuto, né la presenza di ossigeno, circa il 90% del volume totale può essere utilizzato per la produzione di energia (trasyngas e carbone da pirolisi). Il restante 10%, che è rappresentato dal prodotto di scarto della ripirolizzazione del carbone da pirolisi, è la sola parte del sacchetto di immondizia che lascia la nostra pattumiera per finire in discarica.
Un altro sostanziale vantaggio di questo processo risiede nel fatto che esso avviene senza la combustione diretta dei rifiuti ed in assenza di ossigeno. Quindi, non si formano diossina furani o altre sostanze velenose. Il costo per realizzare un pirolizzatore, è pari a quello per la realizzazione di un termovalorizzatore, tuttavia il primo impianto è in grado di gestire nel suo globale il ciclo integrato dei rifiuti. Questo significa che sul complesso del ciclo, il costo dell'impianto si abbatte. Inoltre, mantenendo costi contenuti i rifiuti possono essere trattati in impianti più piccoli, dal momento che viene a mancare l'effetto scala di un termovalorizzatore, che richiede il trattamento di un minimo di 300,000 tonnellate di rifiuti affinché sia economicamente vantaggioso
A questo punto, sorge spontanea una domanda: cosa aspettiamo a mettere questa tecnologia al servizio delle nostre città e dell’ambiente? La risposta và, come sempre, cercata nelle resistenze di grandi lobbies che hanno interessi diversi e contrapposti. Basti pensare a quanti hanno investito nella complessa rete di strutture necessaria alla realizzazione del ciclo dei rifiuti previsto dal “Decreto Ronchi” ed agli interessi di quanti realizzano le tecnologie per il trattamento dei fumi, inutili nel caso della pirolisi, o a quanti speculano sull’emergenza, ad esempio trasportando i rifiuti in altri paesi europei.
E’ utile ricordare che nell’aprile 2007, il rapporto della Commissione interministeriale (Innovazione ed Ambiente) concludeva a favore dell’esigenza di “promuovere uno o più progetti guida su pirolisi e combustione di bassa temperatura dei rifiuti solidi urbani con sperimentazione di piccola unità di smaltimento (dell’ordine di una decina di tonnellate al giorno) da sperimentare sul campo per realtà rappresentative di piccoli bacini”. In Germania – ricorda il rapporto - vi sono due stabilimenti di pirolisi:a Hamm (di proprietà del colosso dell’energia elettrica tedesco Rwe) e a Burgao. Nel mondo gli stabilimenti sono più di quaranta ed hanno dato buona prova.
Il documento è stato presentato alla stampa (ed alla comunità scientifica) il 24 aprile scorso a Palazzo Vidoni. Ma , mentre l’Esecutivo Prodi saltava da crisi a crisi, non se ne è fatto nulla. E’ utile rileggerlo in giorni in cui preparano programmi non solo per l’Italia ma anche per aree a rischio (come Roma e più in generale il Lazio). Mostra come la crisi può fare da molla al progresso tecnologico per l’attuazione di soluzioni concrete.
Sono passati dieci anni dalla promulgazione del “Decreto Ronchi”, dal nome del Ministro dell’Ambiente dell’epoca , che regola il trattamento dei rifiuti, recependo le normative comunitarie. Nel provvedimento, si stabilisce che il classico sacchetto nero che ognuno di noi getta nel cassonetto,non possa andare in discarica senza prima essere passato attraverso una fase di recupero dei materiale riciclabili, e da una fase di “termovalorizzazione”. Con questo termine si intende un processo industriale tramite il quale bruciando rifiuti, opportunamente trattati, produce energia elettrica. In base alla tecnologia dell’epoca (dieci anni passano velocemente in un periodo di rapido progresso tecnologico come quello che ha caratterizzato la fine del XX e l’inizio del XXI secolo) si raggiungeva il doppio obiettivo si smaltire i rifiuti e produrre energia.
Tuttavia, anche ove si fosse tutti ligi e disciplinati, nel separare accortamente carta, vetro ed alluminio, e nel porli nelle apposite campane di raccolta (ipotizzando che ce ne siano agli angoli di ogni strada), rimane pur sempre un’ingente quantità di rifiuti. Questi devono essere assoggettati ad un primo passaggio, quello nei cosiddetti “selezionatori”, macchinari che separano la parte che viene definita “umida” (prevalentemente scarti alimentari di cucina) dalla parte “secca”. Mediamente , questo primo passaggio restituirà circa un 40% di “umido” ed un 60% di “secco”. Il trattamento dei due tipi di rifiuti a questo punto del ciclo prende percorsi divergenti. I rifiuti “umidi” non possono infatti essere termovalorizzati, ma non possono nemmeno essere smaltiti in discarica senza prima un opportuno trattamento teso a “stabilizzarli”. Se fossero infatti smaltiti in discarica senza una preventiva “stabilizzazione” rischierebbero di inquinare le falde sottostanti e, quindi, i corsi d’acqua, nonché di disperdere biogas in atmosfera producendo “effetto serra” prodotto. La “stabilizzazione” avviene attraverso la decantazione in vasche che dura fino anche a 30 giorni con un processo che è detto “compostaggio”. Una volta stabilizzato, il residuo “umido” viene stoccato il discarica. In breve, che circa il 40% del sacchetto di rifiuti finisce per riempire le già esauste discariche anche dopo il processo di recupero della parte “secca”.
Quest’ultima prende un’altra strada. Viene trattata e trasformata in “Cdr”, ovvero il combustibile che alimenta i termovalorizzatori, destinati a produrre energia elettrica. Anche il processo di combustione, però, produce i suoi scarti, che ammonteranno alla fine a circa il 10% del totale (sempre in termini di volume) del sacchetto. In sostanza, alla fine del ciclo circa la metà dei rifiuti finisce in discarica, mentre l’altra metà è utilizzata per produrre energia elettrica (che serve a sua volta ad alimentare i processi industriali che siamo esaminando) nei termovalorizzatori.
Uno degli aspetti socialmente e politicamente più controversi è legato proprio ai termovalorizzatori. Ogni volta che se ne progetta uno, esplodono manifestazioni e contestazioni poiché nessuno vuole vivere vicino ad un termovalorizzatore, dato che esso produce, in seguito alla combustione del Cdr veleni come la diossina o i furani.
I termovalorizzatori sono necessari all’attuazione di quanto previsto dal “Decreto Ronchi” ed è possibile controllarne gli effetti esterni negativi se sono ben realizzati e gestiti, anche se, alla temperatura alla quale il “Cdr” viene bruciato, alla presenza di ossigeno (essenziale al processo), si produce diossina. I termovalorizzatori sono, comunque, “vicini di casa scomodi”, in quanto “potenzialmente” pericolosi. E’ un potenziale controllabile tramite un complesso sistema di trattamento dei fumi, che evita il disperdersi nell’ambiente esterno della diossina ma che necessita di uno scrupoloso controllo. Ed il management , necessario per controlli efficaci ed efficienti, è una merce rara.
Sono soprattutto una tecnologia ormai superata e che non risolve buona parte dei problemi dello smaltimento dei rifiuti. Le discariche sono esauste, molte erano state chiuse e sono state riaperte per far fronte all’emergenza, e non hanno più di qualche hanno di vita. Portare a pieno regime il ciclo dei rifiuti così come è previsto dal “Decreto Ronchi” rimanderebbe il problema solo di qualche anno.
Un percorso a portata di mano, economicamente vantaggioso e di facile realizzazione, è la pirolisi, ossia una degradazione termica in assenza di ossigeno, che, sotto particolari condizioni di pressione e temperatura (circa 450-500° c di temperatura, pressione inferiore a quella atmosferica di circa 10 mm di mercurio) trasforma le sostanze organiche presenti nel rifiuto in prodotti solidi, liquidi e gassosi combustibili.
Attraverso questa conversione termochimica si perviene, alla rottura dei legami chimici (fenomeno di piroscissione) con formazione di una componente gassosa combustibile (gas da pirolisi o syngas in quantitativo pari al 70% in massa dei rifiuti immessi) composta prevalentemente da metano ed altri idrocarburi di basso peso molecolare, ed una componente solida (coal o char da pirolisi) in quantitativo pari al 30% in massa dei rifiuti immessi.
Il gas prodotto viene recuperato in energia mediante ormai consolidati schemi processuali a ciclo di vapore, mentre il carbone prodotto può essere utilizzato in cementifici, centrali a carbone o ulteriormente trattato in una apposita sezione dell’impianto per il suo recupero energetico. Attraverso un processo che non prevede ne la combustione diretta del rifiuto, né la presenza di ossigeno, circa il 90% del volume totale può essere utilizzato per la produzione di energia (trasyngas e carbone da pirolisi). Il restante 10%, che è rappresentato dal prodotto di scarto della ripirolizzazione del carbone da pirolisi, è la sola parte del sacchetto di immondizia che lascia la nostra pattumiera per finire in discarica.
Un altro sostanziale vantaggio di questo processo risiede nel fatto che esso avviene senza la combustione diretta dei rifiuti ed in assenza di ossigeno. Quindi, non si formano diossina furani o altre sostanze velenose. Il costo per realizzare un pirolizzatore, è pari a quello per la realizzazione di un termovalorizzatore, tuttavia il primo impianto è in grado di gestire nel suo globale il ciclo integrato dei rifiuti. Questo significa che sul complesso del ciclo, il costo dell'impianto si abbatte. Inoltre, mantenendo costi contenuti i rifiuti possono essere trattati in impianti più piccoli, dal momento che viene a mancare l'effetto scala di un termovalorizzatore, che richiede il trattamento di un minimo di 300,000 tonnellate di rifiuti affinché sia economicamente vantaggioso
A questo punto, sorge spontanea una domanda: cosa aspettiamo a mettere questa tecnologia al servizio delle nostre città e dell’ambiente? La risposta và, come sempre, cercata nelle resistenze di grandi lobbies che hanno interessi diversi e contrapposti. Basti pensare a quanti hanno investito nella complessa rete di strutture necessaria alla realizzazione del ciclo dei rifiuti previsto dal “Decreto Ronchi” ed agli interessi di quanti realizzano le tecnologie per il trattamento dei fumi, inutili nel caso della pirolisi, o a quanti speculano sull’emergenza, ad esempio trasportando i rifiuti in altri paesi europei.
E’ utile ricordare che nell’aprile 2007, il rapporto della Commissione interministeriale (Innovazione ed Ambiente) concludeva a favore dell’esigenza di “promuovere uno o più progetti guida su pirolisi e combustione di bassa temperatura dei rifiuti solidi urbani con sperimentazione di piccola unità di smaltimento (dell’ordine di una decina di tonnellate al giorno) da sperimentare sul campo per realtà rappresentative di piccoli bacini”. In Germania – ricorda il rapporto - vi sono due stabilimenti di pirolisi:a Hamm (di proprietà del colosso dell’energia elettrica tedesco Rwe) e a Burgao. Nel mondo gli stabilimenti sono più di quaranta ed hanno dato buona prova.
Il documento è stato presentato alla stampa (ed alla comunità scientifica) il 24 aprile scorso a Palazzo Vidoni. Ma , mentre l’Esecutivo Prodi saltava da crisi a crisi, non se ne è fatto nulla. E’ utile rileggerlo in giorni in cui preparano programmi non solo per l’Italia ma anche per aree a rischio (come Roma e più in generale il Lazio). Mostra come la crisi può fare da molla al progresso tecnologico per l’attuazione di soluzioni concrete.
IL RITORNO DELL'INFLAZIONE NON SI BATTE CON MR. PREZZI
In primo luogo, una precisazione: nonostante la revisione del “paniere” (per renderlo maggiormente in linea con le spese delle famiglie a reddito medio basso , i dati sottostimano il fenomeno quale percepito dai nuclei e risultante dai cambiamenti nella suddivisione dei loro consumi nel 2006-2007. Negli ultimi 12 mesi, a livello mondiale, l’indice dei prezzi degli alimentari è cresciuto quasi del 50%; in due anni, è quasi raddoppiato. Ciò ha comportato un ri-orientamento della spesa verso il cibo; per questo la stagione dei “saldi” dell’abbigliamento è stata triste e “tengono”, in termini di pubblico, principalmente gli spettacoli altamente sovvenzionati e, dunque, con biglietti a basso prezzo Questo quadro è molto più inquietante del dato aggregato in base al quale in gennaio l’andamento dei prezzi al consumo ha sfiorato il 3% l’anno, il tasso più alto dal 2001, superiore (ben del 50%) del limite oltre in quale, secondo gli statuti della Bce, occorre mettere in atto restrizioni monetarie. In sintesi, i tenori di vita stanno regredendo perché la riduzione della spesa per gli alimentari (e il corrispondente aumento di quella per altre poste- abbigliamento, casa, istruzione, vacanze, salute) è dai tempi di Simon Kutznets – ossia dagli Anni 50 – la caratteristica che accompagna il miglioramento dei loro standard.
Sarebbe ingeneroso imputarne la responsabilità principalmente al Governo Prodi (in carica nel periodo dell’impoverimento degli italiani); la determinante principale è internazionale – l’aumento dei consumi alimentari di circa un miliardo di persone precedentemente alla mera sussistenza. Il Governo Prodi, però, non sembra averne compreso la portata: ha eretto come barriera un Mr. Prezzi che, come indicato su ItaliaOggi a metà dicembre, minaccia di creare più danni che vantaggi o, nella ipotesi migliore, avere l’effetto della melatonina.
Cosa potrà fare il Governo che risulterà dal voto? Ad una spinta inflativa determinata, in gran misura, dall’aumento della domanda internazionale la risposta più promettente consiste in una politica per rilanciare l’offerta e ridurre i costi di distribuzione. Ciò non vuol dire rinunciare a comprare da chi vende a prezzi più bassi e stanare chi specula sulla situazione- come predica, più o meno inutilmente, il buon Mr.Prezzi. Ciò comporta porre l’enfasi sull’apertura dei mercati e la concorrenza. Ciò vuole dire indurre gli enti locali a modificare regolamentazioni (di loro competenza) che restringono il mercato. Ciò vuole anche dire pilotare ciò che resta della concertazione verso questo obiettivo.
Al Governo centrale, dunque, resta solo “moral suasion” (“persuasione morale”) su enti locali e parti sociali? No, ha un compito chiave suo proprio: ridurre tasse, imposte e regole che frenano offerta ed aumentano costi.
Sarebbe ingeneroso imputarne la responsabilità principalmente al Governo Prodi (in carica nel periodo dell’impoverimento degli italiani); la determinante principale è internazionale – l’aumento dei consumi alimentari di circa un miliardo di persone precedentemente alla mera sussistenza. Il Governo Prodi, però, non sembra averne compreso la portata: ha eretto come barriera un Mr. Prezzi che, come indicato su ItaliaOggi a metà dicembre, minaccia di creare più danni che vantaggi o, nella ipotesi migliore, avere l’effetto della melatonina.
Cosa potrà fare il Governo che risulterà dal voto? Ad una spinta inflativa determinata, in gran misura, dall’aumento della domanda internazionale la risposta più promettente consiste in una politica per rilanciare l’offerta e ridurre i costi di distribuzione. Ciò non vuol dire rinunciare a comprare da chi vende a prezzi più bassi e stanare chi specula sulla situazione- come predica, più o meno inutilmente, il buon Mr.Prezzi. Ciò comporta porre l’enfasi sull’apertura dei mercati e la concorrenza. Ciò vuole dire indurre gli enti locali a modificare regolamentazioni (di loro competenza) che restringono il mercato. Ciò vuole anche dire pilotare ciò che resta della concertazione verso questo obiettivo.
Al Governo centrale, dunque, resta solo “moral suasion” (“persuasione morale”) su enti locali e parti sociali? No, ha un compito chiave suo proprio: ridurre tasse, imposte e regole che frenano offerta ed aumentano costi.
mercoledì 6 febbraio 2008
LA BORSA CORRE DIETRO IL PALLONE, L'ECONOMIA NO
Il 9 febbraio, a Tokyo, i Ministri economici e finanziari del G7 parleranno di calcio. E’ un’indiscrezione che circola tra sherpas e barracuda-esperti e che L’Occidentale ritiene utile portare a conoscenza del colto e dell’inclito. Il tema dominerà il lunch non soltanto perché TPS ed altri sono innamorati del pallone ma perché i mercati finanziari languono. Da settimane.
Dove il nesso? Non si è verificato quello che gli operatori chiamano il “January Effect”, l”effetto di gennaio”, che, dal lontano 1982/83 all’inizio dell’anno dà una marcia in più ai “futures” ed ai titoli di imprese a bassa capitalizzazione. Neanche la luna piena che secondo gli indiani d’America rinvigora le Borse (una teoria presa sul serio anche su dotte riviste scientifiche dedicate alla finanza) ha fatto, questi mesi, il proprio dovere. Le determinanti dell’andamento scoraggiante delle piazze sono molteplici: la crisi subprime (che dagli Usa si estende sul resto del mondo), i timori di una recessione Usa , il pasticciaccio brutto della Société Générale, le preoccupazioni sullo stato di salute di banche e finanziarie di qua e di là.
Dipietramente parlando, è proprio qui che ci azzecca il calcio. Nella borsa di TPS ci sono alcuni saggi quantitativi prodotti da una squadra di economisti – sportivi dell’Università di Siena che da anni studiano, con solerzia e con profitto, i legami tra i risultati delle partite con l’andamento della Borsa. Per il momento, la ricerca riguarda le squadre italiane (quotate) e Piazza Affari, ma se il Cnr dà una mano ed altre università si associano potrebbe diventare internazionale. Ed aprire nuovi spiragli al G7. E’ dal 2005 che gli economisti senesi pubblicano saggi sulla “mood” (anche irrazionale) che muove in alto ed in basso listini e singoli titoli. Nel loro ultimo lavoro analizzano il calcio (in quanto sport che porta “lacrime e gioia”, “sofferenze ed emozioni” tale, quindi, da incidere sulla “mood” degli operatori). Lo studio ha due parti: la prima è teorica e coniuga econometria, finanza, psicologia e conoscenza dettagliata del gioco del calcio; la seconda è empirica ed articolata su Roma, Lazio e Juventus – tre squadre quotate da anni . Nudi e crudi i dati mostrano che indicatori di Borsa come, dopo una vittoria. il rapporto prezzi:rendimenti (p./e. ratio nel gergo degli operatori finanziari) sia più alto che dopo una sconfitta. I pareggi, poi, sono da evitare: fanno male a tutti gli indici.
Se le gambe (dei calciatori fanno bene alle Borse) giovano anche all’economia reale? Ci spera tanto la Repubblica del Sud Africa dove si giocherà la Coppa del Mondo nel 2010. Un’analisi costi benefici basata (ex-post) sul caso della Coppa nel 2006 (quando si giocò nella Repubblica Federale Tedesca) raffredda gli animi. Secondo gli indicatori convenzionali – valore attuale netto, tasso di rendimento interno, rapporto benefici costi attualizzato – non è un grande affare per l’economia del Paese. Spesso anzi porta alla costruzione di infrastrutture (stadi) di dubbia sostenibilità finanziaria ed economica. I risultati cambierebbe se si riuscisse a quantizzare il beneficio di orgoglio ed entusiasmo sull’economia reale. Pare, però, che incidano più sulla Borsa che sul pil.
Riferimenti
Boido C., Fasano A. "Football and Mood in Italian Stock Exchange" The Icfai Journal of Behavioral Finance, Vol. 4, No. 4, pp. 32-50, December 2007
Chandy P.R., Haensly P. "Does Full or New Moon Influence Stock Markets?: A Methodological Approach" Journal of Financial Management and Analysis, Vol. 20, No.1, January-June 2007
Meanning W., Du Plessis S. "World Cup 2010: South African Economic Perspectives and Policy Challenges Informed By the Experience of Germany 2006" Contemporary Economic Policy, Vol. 25, No. 4, pp. 578-590, October 2007
Rendo J, Ziemba, W. "Is the January Effect Still Alive in the Futures Markets?"
Financial Markets and Portfolio Management, Vol. 21, No. 3,
pp. 381-396, 2007
Dove il nesso? Non si è verificato quello che gli operatori chiamano il “January Effect”, l”effetto di gennaio”, che, dal lontano 1982/83 all’inizio dell’anno dà una marcia in più ai “futures” ed ai titoli di imprese a bassa capitalizzazione. Neanche la luna piena che secondo gli indiani d’America rinvigora le Borse (una teoria presa sul serio anche su dotte riviste scientifiche dedicate alla finanza) ha fatto, questi mesi, il proprio dovere. Le determinanti dell’andamento scoraggiante delle piazze sono molteplici: la crisi subprime (che dagli Usa si estende sul resto del mondo), i timori di una recessione Usa , il pasticciaccio brutto della Société Générale, le preoccupazioni sullo stato di salute di banche e finanziarie di qua e di là.
Dipietramente parlando, è proprio qui che ci azzecca il calcio. Nella borsa di TPS ci sono alcuni saggi quantitativi prodotti da una squadra di economisti – sportivi dell’Università di Siena che da anni studiano, con solerzia e con profitto, i legami tra i risultati delle partite con l’andamento della Borsa. Per il momento, la ricerca riguarda le squadre italiane (quotate) e Piazza Affari, ma se il Cnr dà una mano ed altre università si associano potrebbe diventare internazionale. Ed aprire nuovi spiragli al G7. E’ dal 2005 che gli economisti senesi pubblicano saggi sulla “mood” (anche irrazionale) che muove in alto ed in basso listini e singoli titoli. Nel loro ultimo lavoro analizzano il calcio (in quanto sport che porta “lacrime e gioia”, “sofferenze ed emozioni” tale, quindi, da incidere sulla “mood” degli operatori). Lo studio ha due parti: la prima è teorica e coniuga econometria, finanza, psicologia e conoscenza dettagliata del gioco del calcio; la seconda è empirica ed articolata su Roma, Lazio e Juventus – tre squadre quotate da anni . Nudi e crudi i dati mostrano che indicatori di Borsa come, dopo una vittoria. il rapporto prezzi:rendimenti (p./e. ratio nel gergo degli operatori finanziari) sia più alto che dopo una sconfitta. I pareggi, poi, sono da evitare: fanno male a tutti gli indici.
Se le gambe (dei calciatori fanno bene alle Borse) giovano anche all’economia reale? Ci spera tanto la Repubblica del Sud Africa dove si giocherà la Coppa del Mondo nel 2010. Un’analisi costi benefici basata (ex-post) sul caso della Coppa nel 2006 (quando si giocò nella Repubblica Federale Tedesca) raffredda gli animi. Secondo gli indicatori convenzionali – valore attuale netto, tasso di rendimento interno, rapporto benefici costi attualizzato – non è un grande affare per l’economia del Paese. Spesso anzi porta alla costruzione di infrastrutture (stadi) di dubbia sostenibilità finanziaria ed economica. I risultati cambierebbe se si riuscisse a quantizzare il beneficio di orgoglio ed entusiasmo sull’economia reale. Pare, però, che incidano più sulla Borsa che sul pil.
Riferimenti
Boido C., Fasano A. "Football and Mood in Italian Stock Exchange" The Icfai Journal of Behavioral Finance, Vol. 4, No. 4, pp. 32-50, December 2007
Chandy P.R., Haensly P. "Does Full or New Moon Influence Stock Markets?: A Methodological Approach" Journal of Financial Management and Analysis, Vol. 20, No.1, January-June 2007
Meanning W., Du Plessis S. "World Cup 2010: South African Economic Perspectives and Policy Challenges Informed By the Experience of Germany 2006" Contemporary Economic Policy, Vol. 25, No. 4, pp. 578-590, October 2007
Rendo J, Ziemba, W. "Is the January Effect Still Alive in the Futures Markets?"
Financial Markets and Portfolio Management, Vol. 21, No. 3,
pp. 381-396, 2007
martedì 5 febbraio 2008
OEDIPUS REX
Igor Stravinskij
ROMA- AUDITORIUM DI VIA DELLA CONCILIAZIONE
OEDIPUS REX
Nella cultura francese il 1927 è ricordato come l’anno il cui il genio profilico e multiforme di Jean Cocteau (scrittore, poeta, pittore e regista di film di rottura) vide la prima di tre opere , su suoi libretti, messe in musica tra tre dei più noti musicisti dell’epoca ed accolte dalla critica e dal pubblico con strepitoso successo: “Oedipus Rex” di Igor Stravinskij al Teatro Sarah Bernard di Parigi, “Le Pauvre Matelot” di Darius Milhaud al Palais Garnier (ossia all’Opéra vera e propria) e “Antigone” di Arthur Honneger al Teatro de la Monnaie a Bruxelles. Delle tre, le seconde due sono opere vere e proprie, strutturate in tre atti e di un durata (peraltro non lunga) tale da occupare un’intera serata. La terza è di fatto sparita dalle scene (salvo qualche rara ripresa in teatri che danno enfasi alla musica di quel periodo, come l’Opéra di Marsiglia). La prima e la seconda (purtroppo raramente rappresentata e di cui è difficile trovare incisioni) sono tra i capolavori del teatro in musica del “Novecento storico” (il secolo appena trascorso ma già storicizzato sotto il profilo musicale). Sono differentissime, anche se ambedue articolate su due “gialli noir” – uno contemporaneo ed uno che si perde nella notte dei tempi che avvolge i miti. Il “Matelot” è ispirato alle ballate marinare ed alla tradizione dei “complaintes”. “Oedipus” è un oratorio in due atti (della durata complessiva di meno di un’ora) in lingua latina in 12 numeri collegati da un narratore (che recita, in smoking, nella lingua del Paese in cui l’opera viene, di volta in volta, messa in scena).
Di “Oedipus Rex” ricordiamo, nella capitale, un’ottima esecuzione all’Accademia di Santa Cecilia alcuni anni fa ed una all’Opera di Roma nel 2005 (in tandem con il balletto “L’uccello di fuoco” , che già lo accompagnò la serata inaugurale il 30 maggio 1927) in un allestimento di lusso (regia di Luigi Squarzina, scene e costumi di Giacomo Manzù, concertazione di Zoltan Plesko , protagonisti specializzati nei vari ruoli). E’ ora in versione scenica a cura dell’Orchestra Sinfonica di Roma- un’istituzione sostenuta dalla Cassa di Risparmio della capitale e che grazie ad una politica di bassi prezzi dei biglietti porta un pubblico giovane alla grande musica.
Stravinskij (1882-1971) è uno dei giganti del “Novecento storico”. “Oedipus” è una delle sue otto opere , di cui solamente “The Rake’s Progress” (commissionata da La Fenice) ha la durata “normale” di un dramma in musica; in un’altra, nessuno canta; in due altre, la danza è più importante della voce e l’ultima venne concepita per la televisione (con un intervallo per la pubblicità). Si va da lavori ispirati a leggende russe ed a musica russa (Rimisky-Korsakov era stato il suo maestro) alla musica elettronica e dodecafonica dell’opera per la televisione. Nella vita e nell’opera di Stravinskij, l’Italia ha avuto un ruolo importante; nonostante il compositore abbia vissuto principalmente in Francia e negli Usa, Stravinskij ha chiesto di essere sepolto in suolo italiano e riposa all’isola di San Michele nell’arcipelago veneziano.
“Oedipus Rex” viene considerata come l’epicentro del periodo “neo-classico” di Stravinskij: la lingua latina, la struttura a numeri chiusi, la severità stessa del lessico musicale militano per questa interpretazione. C’è, però, anche una lettura differente. Meno nota e meno consueta. Quella fattane da Leonard Bernstein in una serie di conferenze (ed esecuzioni) tenute nel 1973. Secondo questa lettura, “Oedipus” (riduzione fedele della tragedia di Sofocle) avrebbe un’ispirazione verdiana , e, come tale, sarebbe un omaggio di Stravinskij al grande compositore italiano il cui melodramma appare, ad un ascoltare superficiale, agli antipodi stessi della sua poetica. “Il primo numero, l’implorazione dei tebani, rievoca la supplica di “Aida”, l’aria dell’”invidia” è ancora una volta una serie di battute di “Aida” rovesciate” - dice Bernstein. Lo stesso Stravinskij in un’intervista a Buenos Aires nel 1936 scioccò un giornalista affermando : “Non sarò mai tanto grande da potere comporre il delizioso brindisi de”. Ed ancora, in una conferenza ad Amburgo negli Anni 30, disse: “se fossi stato Nietzsche avrei contrapposto a Wagner non ma ”. Secondo questa lettura, “Oedipus” è la prosecuzione di quella discesa negli anfratti più scuri dell’uomo che Verdi aveva fatto in “Otello”.
Ricordiamo questi riferimenti, presi all’autobiografia di Bernstein e raramente accennati nei programmi di sala (neanche nel saggio scritto da Tommaso Manera per le rappresentazioni all’Auditorium di Via della Conciliazione a Roma), perché la direzione musicale di Francesco La Vecchia ha dato un’impostazione verdiana al lavoro: grande enfasi sul ritmo (a tratti eccessiva nell’accento sugli strumenti a percussione), tempi stringati, accento passionale (nella scena ed aria di Giocasta). E’ una lettura legittima (e che forse sarebbe piaciuta a Stravinskij) anche se piuttosto distante da quelle (marcatamente ieratiche o monumentali) a cui ci siamo abituati. Efficaci l’allestimento scenico di Salvatore Liitro e la regia di Otello Camponeschi: siamo in una Tebe stilizzata dove il bianco dei costumi (ed il nero del fondale) hanno echi del visivo degli Anni Trenta (De Chirico, ad esempio) ma al tempo stesso situano la tragedia in un’elegante cornice regale.
Il coro è il vero protagonista musicale sotto il profilo vocale. L’ensemble “Luca Marenzio” diretto da Martino Faggiani fa veri e propri miracoli con la impervia (e faticosa) scrittura. Tra i solisti primeggiano i due duetoragonisti: Edipo e Giocasta. John Hulenhoop aveva impersonato il medesimo ruolo al Teatro dell’Opera tre anni fa; è un “tenore eroico” di grande potenza vocale che affronta senza difficoltà un ruolo vocale interamente articolato sul registro di centro (come in molti ruoli wagneriani). Mariana Pentcheva conferma di essere uno dei migliori mezzo-soprani su piazza; in linea con la lettura “verdiana” della partitura, la sua è una Giocasta passionale ed anche sensuale, con cenni di coloratura e discese smaglianti vero le tonalità gravi. Di tutti gli altri particolarmente efficace Mario Alves che nel ruolo del Pastore ha il difficile compito di reggere l’ultimo lungo numero dell’opera.
Molti applausi da parte di un pubblico che riempiva ogni ordine di posti, nonché più uso al Settecento ed all’Ottocento che al “Novecento Storico”.
Roma , Auditorium di Via della Conciliazione 3 febbraio 2008
Giuseppe Pennisi
LA LOCANDINAI. STRAVINSKIJOedipus rex
Opera-oratorio in due atti
Testo di Igor Stravinskij e Jean Cocteau (traduzione in latino di Jean Daniélou)
Regia: Otello Camponeschi
Scene: Salvatore Liistro
Costumi: Fabrizio Onali
JOHN UHLENHOPP, Edipo MARIANA PENTCHEVA, Giocasta ALESSANDRO GUERZONI, Creonte PETRI LINDROOS, Tiresia MARIO ALVES, Pastore EUGENIO MARINELLI, Narratore
Coro “Luca Marenzio” diretto da Martino Faggiani Direzione Musicale FRANCESCO LA VECCHIA
ORCHESTRA SINFONICA DI ROMA
ROMA- AUDITORIUM DI VIA DELLA CONCILIAZIONE
OEDIPUS REX
Nella cultura francese il 1927 è ricordato come l’anno il cui il genio profilico e multiforme di Jean Cocteau (scrittore, poeta, pittore e regista di film di rottura) vide la prima di tre opere , su suoi libretti, messe in musica tra tre dei più noti musicisti dell’epoca ed accolte dalla critica e dal pubblico con strepitoso successo: “Oedipus Rex” di Igor Stravinskij al Teatro Sarah Bernard di Parigi, “Le Pauvre Matelot” di Darius Milhaud al Palais Garnier (ossia all’Opéra vera e propria) e “Antigone” di Arthur Honneger al Teatro de la Monnaie a Bruxelles. Delle tre, le seconde due sono opere vere e proprie, strutturate in tre atti e di un durata (peraltro non lunga) tale da occupare un’intera serata. La terza è di fatto sparita dalle scene (salvo qualche rara ripresa in teatri che danno enfasi alla musica di quel periodo, come l’Opéra di Marsiglia). La prima e la seconda (purtroppo raramente rappresentata e di cui è difficile trovare incisioni) sono tra i capolavori del teatro in musica del “Novecento storico” (il secolo appena trascorso ma già storicizzato sotto il profilo musicale). Sono differentissime, anche se ambedue articolate su due “gialli noir” – uno contemporaneo ed uno che si perde nella notte dei tempi che avvolge i miti. Il “Matelot” è ispirato alle ballate marinare ed alla tradizione dei “complaintes”. “Oedipus” è un oratorio in due atti (della durata complessiva di meno di un’ora) in lingua latina in 12 numeri collegati da un narratore (che recita, in smoking, nella lingua del Paese in cui l’opera viene, di volta in volta, messa in scena).
Di “Oedipus Rex” ricordiamo, nella capitale, un’ottima esecuzione all’Accademia di Santa Cecilia alcuni anni fa ed una all’Opera di Roma nel 2005 (in tandem con il balletto “L’uccello di fuoco” , che già lo accompagnò la serata inaugurale il 30 maggio 1927) in un allestimento di lusso (regia di Luigi Squarzina, scene e costumi di Giacomo Manzù, concertazione di Zoltan Plesko , protagonisti specializzati nei vari ruoli). E’ ora in versione scenica a cura dell’Orchestra Sinfonica di Roma- un’istituzione sostenuta dalla Cassa di Risparmio della capitale e che grazie ad una politica di bassi prezzi dei biglietti porta un pubblico giovane alla grande musica.
Stravinskij (1882-1971) è uno dei giganti del “Novecento storico”. “Oedipus” è una delle sue otto opere , di cui solamente “The Rake’s Progress” (commissionata da La Fenice) ha la durata “normale” di un dramma in musica; in un’altra, nessuno canta; in due altre, la danza è più importante della voce e l’ultima venne concepita per la televisione (con un intervallo per la pubblicità). Si va da lavori ispirati a leggende russe ed a musica russa (Rimisky-Korsakov era stato il suo maestro) alla musica elettronica e dodecafonica dell’opera per la televisione. Nella vita e nell’opera di Stravinskij, l’Italia ha avuto un ruolo importante; nonostante il compositore abbia vissuto principalmente in Francia e negli Usa, Stravinskij ha chiesto di essere sepolto in suolo italiano e riposa all’isola di San Michele nell’arcipelago veneziano.
“Oedipus Rex” viene considerata come l’epicentro del periodo “neo-classico” di Stravinskij: la lingua latina, la struttura a numeri chiusi, la severità stessa del lessico musicale militano per questa interpretazione. C’è, però, anche una lettura differente. Meno nota e meno consueta. Quella fattane da Leonard Bernstein in una serie di conferenze (ed esecuzioni) tenute nel 1973. Secondo questa lettura, “Oedipus” (riduzione fedele della tragedia di Sofocle) avrebbe un’ispirazione verdiana , e, come tale, sarebbe un omaggio di Stravinskij al grande compositore italiano il cui melodramma appare, ad un ascoltare superficiale, agli antipodi stessi della sua poetica. “Il primo numero, l’implorazione dei tebani, rievoca la supplica di “Aida”, l’aria dell’”invidia” è ancora una volta una serie di battute di “Aida” rovesciate” - dice Bernstein. Lo stesso Stravinskij in un’intervista a Buenos Aires nel 1936 scioccò un giornalista affermando : “Non sarò mai tanto grande da potere comporre il delizioso brindisi de
Ricordiamo questi riferimenti, presi all’autobiografia di Bernstein e raramente accennati nei programmi di sala (neanche nel saggio scritto da Tommaso Manera per le rappresentazioni all’Auditorium di Via della Conciliazione a Roma), perché la direzione musicale di Francesco La Vecchia ha dato un’impostazione verdiana al lavoro: grande enfasi sul ritmo (a tratti eccessiva nell’accento sugli strumenti a percussione), tempi stringati, accento passionale (nella scena ed aria di Giocasta). E’ una lettura legittima (e che forse sarebbe piaciuta a Stravinskij) anche se piuttosto distante da quelle (marcatamente ieratiche o monumentali) a cui ci siamo abituati. Efficaci l’allestimento scenico di Salvatore Liitro e la regia di Otello Camponeschi: siamo in una Tebe stilizzata dove il bianco dei costumi (ed il nero del fondale) hanno echi del visivo degli Anni Trenta (De Chirico, ad esempio) ma al tempo stesso situano la tragedia in un’elegante cornice regale.
Il coro è il vero protagonista musicale sotto il profilo vocale. L’ensemble “Luca Marenzio” diretto da Martino Faggiani fa veri e propri miracoli con la impervia (e faticosa) scrittura. Tra i solisti primeggiano i due duetoragonisti: Edipo e Giocasta. John Hulenhoop aveva impersonato il medesimo ruolo al Teatro dell’Opera tre anni fa; è un “tenore eroico” di grande potenza vocale che affronta senza difficoltà un ruolo vocale interamente articolato sul registro di centro (come in molti ruoli wagneriani). Mariana Pentcheva conferma di essere uno dei migliori mezzo-soprani su piazza; in linea con la lettura “verdiana” della partitura, la sua è una Giocasta passionale ed anche sensuale, con cenni di coloratura e discese smaglianti vero le tonalità gravi. Di tutti gli altri particolarmente efficace Mario Alves che nel ruolo del Pastore ha il difficile compito di reggere l’ultimo lungo numero dell’opera.
Molti applausi da parte di un pubblico che riempiva ogni ordine di posti, nonché più uso al Settecento ed all’Ottocento che al “Novecento Storico”.
Roma , Auditorium di Via della Conciliazione 3 febbraio 2008
Giuseppe Pennisi
LA LOCANDINAI. STRAVINSKIJOedipus rex
Opera-oratorio in due atti
Testo di Igor Stravinskij e Jean Cocteau (traduzione in latino di Jean Daniélou)
Regia: Otello Camponeschi
Scene: Salvatore Liistro
Costumi: Fabrizio Onali
JOHN UHLENHOPP, Edipo MARIANA PENTCHEVA, Giocasta ALESSANDRO GUERZONI, Creonte PETRI LINDROOS, Tiresia MARIO ALVES, Pastore EUGENIO MARINELLI, Narratore
Coro “Luca Marenzio” diretto da Martino Faggiani Direzione Musicale FRANCESCO LA VECCHIA
ORCHESTRA SINFONICA DI ROMA
L'INFLAZIONE AUMENTA ED ALL'ITALIA SERVE UN NUOVO GOVERNO
Le consultazioni con le parti sociali (ed in effetti soltanto con alcune di esse non la trentacinquina di sigle che dal luglio 1993 firmano accordi e protocolli “di concertazione”) è una novità assoluta nelle procedure e nella prassi italiana per tentare di formare un nuovo Governo oppure andare allo scioglimento delle Camere ed a nuove elezioni. Dai comunicati diramati da Palazzo Giustiniani e dalle dichiarazioni rese dai “consultati” non è chiaro se negli incontri abbiano trattato (oltre che di riforma elettorale, tema non strettamente di loro competenza) delle materie che dovrebbero più vicine alle loro preoccupazioni quali
a) I numeri dei conti pubblici sono chiari: con un aumento del pil dello 0,8% - stime Fmi - rispetto all’1,5% sulla cui base è stata fatta la finanziaria, nel giugno 2008 (all’”assestamento di bilancio”) si dovrà fare un aggiustamento (per il resto dell’anno) di 10-12 miliardi- quindi, una nuova finanziaria. Come si è visto su L’Occidentale del 29 gennaio, una manovra di tale natura peserà molto su imprese e lavoratori se spalmata su sei mesi, ma rischia di stangare gli uni e gli altri se si ritarda il voto ed occorrerà effettuarla su tre mesi.
b) I Paesi neo-comunitari stanno attuando politiche fiscale aggressive basate su bassa imposizione e “flat tax” (aliquota unica). Se non ci mettiamo al passo, le imprese rischiano di affondare oppure di essere costretti a produrre (e creare occupazione) all’estero per vendere in Italia. E’ essenziale riformare al più presto il fisco, ridurre la spesa pubblica e, a tale fine, abrogare la contro-riforma della previdenza varata in dicembre e la sprecopoli degli ultimi 20 mesi.
c) Le preoccupazioni lanciate a proposito del deterioramento dei tenori di vita delle fasce medio-basse a ragione del modo in cui si andava verso l’euro, ha visto confermati i propri timori. L’unica strada percorribile è la riduzione della spesa pubblica di parte corrente per mettere alleggerimenti tributari e contributivi.
d) L’invecchiamento è la principale determinante di una stagnazione della produttività che minaccia di diventare contrazione. Ciò dovrebbe allarmare imprese e sindacati. Le misure per i redditi ed i consumi della famiglia possono dare un contributo. Senza programmi espliciti per incoraggiare la natalità, non si potrà arrestare il declino dell’Italia.
Al silenzio su questi temi si aggiunge quello davvero assordante in materia di inflazione. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo per l’area dell’euro, in gennaio è aumentato ad un tasso del 3,2%, rispetto al 3,1% l’anno segnato in dicembre. E’ il saggio più alto segnato dal 1999 quando è nata la moneta unica. E’ un ritmo che supera alla lunga il tetto del 2% definito negli statuti della Banca centrale europea (Bce) come limite oltre il quale la politica monetaria dell’area dell’euro deve diventare restrittiva. Per il 2008, l’ultima tornata delle stime del “consensus” (i 20 istituti econometrici internazionali - tutti privati, nessuno italiano – che ogni mese producono previsioni dell’economia mondiale) annunciano un’accelerazione degli aumenti dei prezzi per l’intera area dell’euro e specialmente per l’Italia. Ciò dovrebbe inquietare le imprese perché una politica monetaria “non accomodante” vuole dire “credit crunch” (restrizioni creditizie) sulle loro operazioni. I sindacati dovrebbero essere ancora più preoccupati poiché ciò significa un ulteriore erosione del potere d’acquisto dei lavoratori.
Ove la situazione non fosse abbastanza complicata, la legge finanziaria ha aggravato il quadro. Prodi & Co. sapevano che spirava aria di chiamata alle urne; hanno, quindi, prodotto una legge di bilancio fatta di regali natalizi (tali da fare arrossire anche quelle che uscivano dalla Commissione Bilancio della Camera alla metà degli Anni Ottanta). Una finanziaria sbrindellata non agevola, ma rende più difficile, una politica diretta a frenare l’inflazione. Per coprire i doni a questo o quello con un velo, anche esso natalizio, la finanziaria ha regalato agli italiani più creduloni un Mr. Prezzi , come in gergo viene chiamato il "garante per la sorveglianza dei prezzi", un alto dirigente del Ministero dello Sviluppo Economico. Il quale, senza dubbia, ce la metterà tutta nell’affrontare una missione impossibile.
Le determinanti degli aumenti dei prezzi, però, sono strutturali: non siamo alle prese con brusche variazioni delle ragioni di scambio e con il riassetto interno delle remunerazioni del lavoro e del capitale (come negli Anni 70) ma con un mutamento drastico dell’economia mondiale. Ciò comporta – lo dice a tutto tondo l’ultimo rapporto Fao – la fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte). Questa determinante è più importante degli aumenti dei corsi del petrolio (cresciuti del 50% nel solo 2007). In tema di energia, c’è una gamma di alternative tecnologiche molto più ampia di quella in tema di produzione di cibo, la cui domanda è in rapida crescita poiché centinaia di milioni di persone stanno uscendo dalla miseria: mediamente un cinese mangiava 20 chili di carne l’anno nel 1985, oggi ne mangia 44 (e ci vogliono 8 chili di grano per produrne uno di carne).
“Mr. Prezzi” è una politica dei redditi in surroga, anzi un malcapitato che ha le vesti di colui con cui prendersela (scaricando parte delle responsabilità dalle autorità politiche). Se tenterà di introdurre controlli, potrà aggravare la situazione (con distorsioni dell’allocazione delle risorse), come provano tutte le esperienze del passato (soprattutto quella degli Usa nel 1971-73). Nelle consultazioni delle parti sociali a Palazzo Giustiniani nessuno pare abbia trattato questi temi. Oppure lo ho fatto in grande riservatezza. In effetti, per contenere gli aumenti dei prezzi al consumo e difendere il potere d’acquisto delle famiglie, in un’economia aperta come la nostra, c’è una unica strategia: liberalizzare mercati (specialmente nei servizi) e ridurre regole (a quando i risultati dei tanti annunciati studi sull’impatto della regolazione?). E’ risultata ostica al Parlamento della XV legislatura ed al Governo espresso nel 2006 da Camera e Senato.
La lezione da trarne dovrebbe essere quella di andare al più presto alle urne. Non si procrastinare . Rendendo i nodi più stretti per tutti.
a) I numeri dei conti pubblici sono chiari: con un aumento del pil dello 0,8% - stime Fmi - rispetto all’1,5% sulla cui base è stata fatta la finanziaria, nel giugno 2008 (all’”assestamento di bilancio”) si dovrà fare un aggiustamento (per il resto dell’anno) di 10-12 miliardi- quindi, una nuova finanziaria. Come si è visto su L’Occidentale del 29 gennaio, una manovra di tale natura peserà molto su imprese e lavoratori se spalmata su sei mesi, ma rischia di stangare gli uni e gli altri se si ritarda il voto ed occorrerà effettuarla su tre mesi.
b) I Paesi neo-comunitari stanno attuando politiche fiscale aggressive basate su bassa imposizione e “flat tax” (aliquota unica). Se non ci mettiamo al passo, le imprese rischiano di affondare oppure di essere costretti a produrre (e creare occupazione) all’estero per vendere in Italia. E’ essenziale riformare al più presto il fisco, ridurre la spesa pubblica e, a tale fine, abrogare la contro-riforma della previdenza varata in dicembre e la sprecopoli degli ultimi 20 mesi.
c) Le preoccupazioni lanciate a proposito del deterioramento dei tenori di vita delle fasce medio-basse a ragione del modo in cui si andava verso l’euro, ha visto confermati i propri timori. L’unica strada percorribile è la riduzione della spesa pubblica di parte corrente per mettere alleggerimenti tributari e contributivi.
d) L’invecchiamento è la principale determinante di una stagnazione della produttività che minaccia di diventare contrazione. Ciò dovrebbe allarmare imprese e sindacati. Le misure per i redditi ed i consumi della famiglia possono dare un contributo. Senza programmi espliciti per incoraggiare la natalità, non si potrà arrestare il declino dell’Italia.
Al silenzio su questi temi si aggiunge quello davvero assordante in materia di inflazione. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo per l’area dell’euro, in gennaio è aumentato ad un tasso del 3,2%, rispetto al 3,1% l’anno segnato in dicembre. E’ il saggio più alto segnato dal 1999 quando è nata la moneta unica. E’ un ritmo che supera alla lunga il tetto del 2% definito negli statuti della Banca centrale europea (Bce) come limite oltre il quale la politica monetaria dell’area dell’euro deve diventare restrittiva. Per il 2008, l’ultima tornata delle stime del “consensus” (i 20 istituti econometrici internazionali - tutti privati, nessuno italiano – che ogni mese producono previsioni dell’economia mondiale) annunciano un’accelerazione degli aumenti dei prezzi per l’intera area dell’euro e specialmente per l’Italia. Ciò dovrebbe inquietare le imprese perché una politica monetaria “non accomodante” vuole dire “credit crunch” (restrizioni creditizie) sulle loro operazioni. I sindacati dovrebbero essere ancora più preoccupati poiché ciò significa un ulteriore erosione del potere d’acquisto dei lavoratori.
Ove la situazione non fosse abbastanza complicata, la legge finanziaria ha aggravato il quadro. Prodi & Co. sapevano che spirava aria di chiamata alle urne; hanno, quindi, prodotto una legge di bilancio fatta di regali natalizi (tali da fare arrossire anche quelle che uscivano dalla Commissione Bilancio della Camera alla metà degli Anni Ottanta). Una finanziaria sbrindellata non agevola, ma rende più difficile, una politica diretta a frenare l’inflazione. Per coprire i doni a questo o quello con un velo, anche esso natalizio, la finanziaria ha regalato agli italiani più creduloni un Mr. Prezzi , come in gergo viene chiamato il "garante per la sorveglianza dei prezzi", un alto dirigente del Ministero dello Sviluppo Economico. Il quale, senza dubbia, ce la metterà tutta nell’affrontare una missione impossibile.
Le determinanti degli aumenti dei prezzi, però, sono strutturali: non siamo alle prese con brusche variazioni delle ragioni di scambio e con il riassetto interno delle remunerazioni del lavoro e del capitale (come negli Anni 70) ma con un mutamento drastico dell’economia mondiale. Ciò comporta – lo dice a tutto tondo l’ultimo rapporto Fao – la fine dei bassi costi delle derrate alimentari (dal 1850 al 1970 l’indice delle loro quotazione è aumentato appena del 50% per poi prendere un impennata che lo ha portato nel 2005 a superare di dieci volte il livello del 1850 ed all’ultima rilevazione di ben quindici volte). Questa determinante è più importante degli aumenti dei corsi del petrolio (cresciuti del 50% nel solo 2007). In tema di energia, c’è una gamma di alternative tecnologiche molto più ampia di quella in tema di produzione di cibo, la cui domanda è in rapida crescita poiché centinaia di milioni di persone stanno uscendo dalla miseria: mediamente un cinese mangiava 20 chili di carne l’anno nel 1985, oggi ne mangia 44 (e ci vogliono 8 chili di grano per produrne uno di carne).
“Mr. Prezzi” è una politica dei redditi in surroga, anzi un malcapitato che ha le vesti di colui con cui prendersela (scaricando parte delle responsabilità dalle autorità politiche). Se tenterà di introdurre controlli, potrà aggravare la situazione (con distorsioni dell’allocazione delle risorse), come provano tutte le esperienze del passato (soprattutto quella degli Usa nel 1971-73). Nelle consultazioni delle parti sociali a Palazzo Giustiniani nessuno pare abbia trattato questi temi. Oppure lo ho fatto in grande riservatezza. In effetti, per contenere gli aumenti dei prezzi al consumo e difendere il potere d’acquisto delle famiglie, in un’economia aperta come la nostra, c’è una unica strategia: liberalizzare mercati (specialmente nei servizi) e ridurre regole (a quando i risultati dei tanti annunciati studi sull’impatto della regolazione?). E’ risultata ostica al Parlamento della XV legislatura ed al Governo espresso nel 2006 da Camera e Senato.
La lezione da trarne dovrebbe essere quella di andare al più presto alle urne. Non si procrastinare . Rendendo i nodi più stretti per tutti.
AL GOVERNO SOLO MINISTRI GIOVANI E NON ELETTI
Su Il Tempo del 3 febbraio ho indicato quattro riforme che, chiunque vinca le ormai non lontane elezioni (l’esito del mandato esplorativo affidato al Presidente del Senato potrà spostarle di qualche settimana), dovranno essere realizzate per rimettere in marcia l’Italia. Date le esperienze fatte, è difficile pensare che tali riforme possano essere attuate da un’eventuale Governo e maggioranza di centro-sinistra. Può farlo un Governo di centro-destra? In una fase in cui soffia il vento dell’anti-politica può un Governo di centro-destra fruire di una maggioranza così ampia da consentire che le riforme non finiscano insabbiate da veti reciproci e da mille compromessi di piccolo cabotaggio?
Per essere in grado di dare corpo un programma di riforme e soprattutto di attuarlo, la carta vincente consiste nell’attrarre parte di quegli italiani oggi affascinati dalle sirene dell’anti-politica e nel costituire un esecutivo coeso e sensibile alle istanze dell’Italia più giovane- quella che, se non altro per ragioni anagrafiche, meglio percepisce le istanze del futuro. Il bacino elettorale potenziale dell’anti-politica è molto vasto: secondo i sondaggi più accrediti eventuali liste benedette da Beppe Grillo catturerebbero il 7% del voto popolare, a cui si può aggiungere un altro 7% di antipolitici non “grillino”. L’invecchiamento della classe dirigente italiana, e dal ceto politico in particolare, è una delle molle più importanti dell’anti-politica.
Intercettando gli elettori attirati dall’antipolitica e proponendo un esecutivo relativamente giovane, negli Anni 80 Ronald Reagan negli Usa e Margaret Thatcher nel Regno Unito sono riusciti a realizzare il profondo riassetto strutturale che ha assicurato un quarto di secolo di crescita rapida (e di miglioramento della distribuzione dei redditi) ai due Paesi. Lo ha analizzato tre lustri fa l’allora giovane politologo americano Paul Pierson che conosce bene l’Italia in quanto è stato docente all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.
La mente (ed il braccio) economico della squadra di Reagan è stato il giovane (allora aveva 35 anni) Ministro del Bilancio, David Stockman. In seguito a confronti durissimi con il Congresso e con le lobby ha portato a casa la riduzione delle imposte (ed i tagli alla spesa). Anche se Stockman riuscì ad attuare solo parte del programma (come ammise nella sua autobiografia) e la sua carriera successive nel private equity ha ombre, nel 1981-85 con la sua energia e determinazione riuscì a rimettere in moto una macchina (gli Usa) afflitta da stagnazione e inflazione.
Il prossimo Esecutivo sarà di 12 Ministri (oltre al Presidente del Consiglio). Vincerà chi sin da adesso annuncerà che saranno giovani (un età non superiore ai 50 anni all’assunzione dell’incarico) e non parlamentari. Si sgombrerà rapidamente il campo da molti pretendenti ad un numero ristrettissimo di incarichi e da complesse alchimie per tentare di fare quadrare il cerchio.
Per essere in grado di dare corpo un programma di riforme e soprattutto di attuarlo, la carta vincente consiste nell’attrarre parte di quegli italiani oggi affascinati dalle sirene dell’anti-politica e nel costituire un esecutivo coeso e sensibile alle istanze dell’Italia più giovane- quella che, se non altro per ragioni anagrafiche, meglio percepisce le istanze del futuro. Il bacino elettorale potenziale dell’anti-politica è molto vasto: secondo i sondaggi più accrediti eventuali liste benedette da Beppe Grillo catturerebbero il 7% del voto popolare, a cui si può aggiungere un altro 7% di antipolitici non “grillino”. L’invecchiamento della classe dirigente italiana, e dal ceto politico in particolare, è una delle molle più importanti dell’anti-politica.
Intercettando gli elettori attirati dall’antipolitica e proponendo un esecutivo relativamente giovane, negli Anni 80 Ronald Reagan negli Usa e Margaret Thatcher nel Regno Unito sono riusciti a realizzare il profondo riassetto strutturale che ha assicurato un quarto di secolo di crescita rapida (e di miglioramento della distribuzione dei redditi) ai due Paesi. Lo ha analizzato tre lustri fa l’allora giovane politologo americano Paul Pierson che conosce bene l’Italia in quanto è stato docente all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.
La mente (ed il braccio) economico della squadra di Reagan è stato il giovane (allora aveva 35 anni) Ministro del Bilancio, David Stockman. In seguito a confronti durissimi con il Congresso e con le lobby ha portato a casa la riduzione delle imposte (ed i tagli alla spesa). Anche se Stockman riuscì ad attuare solo parte del programma (come ammise nella sua autobiografia) e la sua carriera successive nel private equity ha ombre, nel 1981-85 con la sua energia e determinazione riuscì a rimettere in moto una macchina (gli Usa) afflitta da stagnazione e inflazione.
Il prossimo Esecutivo sarà di 12 Ministri (oltre al Presidente del Consiglio). Vincerà chi sin da adesso annuncerà che saranno giovani (un età non superiore ai 50 anni all’assunzione dell’incarico) e non parlamentari. Si sgombrerà rapidamente il campo da molti pretendenti ad un numero ristrettissimo di incarichi e da complesse alchimie per tentare di fare quadrare il cerchio.
domenica 3 febbraio 2008
A GIUGNO L’ITALIA DOVRA’ RISCRIVERE LA FINANZIARIA
L’eventuale, ma improbabile, accordo su una legge elettorale che consenta di governare effettivamente il Paese è indubbiamente importante. Tuttavia, come già sottolineato su Il Tempo , l’argomento non è il più pressante per tutti quegli italiani che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese (oltre il 7% delle famiglie dei lavoratori è sotto la fascia della povertà, secondo Bankitalia).
Dato che, dopo l’esperienza prodiana (280 priorità!! Ossia nessuna: Leporello diceva a Don Giovanni che avere 300 donne era come non averne neanche una), chiunque andrà Palazzo Chigi dovrà concentrarsi su temi economici essenziali (e sul riordinamento dell’ordinamento giudiziario in quanto la politicizzazione dell’azione giudiziaria e la durata dei processi ostacolano il funzionamento dell’economia):
a) Conti pubblici. Non ascoltiamo le sirene su nuovi “tesoretti” (ultima coda dei provvedimenti della XIV legislatura e della crescita mondiale del 2005-7). I numeri sono chiari: con un aumento del pil dello 0,8% - stime Fmi - rispetto all’1,5% sulla cui base è stata fatta la finanziaria, nel giugno 2008 (all’”assestamento di bilancio”) si dovrà fare un aggiustamento (per il resto dell’anno) di 10-12 miliardi- quindi, una nuova finanziaria. Soltanto un Governo con un forte mandato popolare può formularlo e pilotarlo in Parlamento.
b) Imprese- I Paesi neo-comunitari stanno attuando politiche fiscale aggressive basate su bassa imposizione e “flat tax” (aliquota unica). Se non ci mettiamo al passo, affondiamo oppure saremo costretti a produrre (e creare occupazione) all’estero per vendere in Italia. Per evitare di fare annegare il sistema produttivo, occorre abrogare la contro-riforma della previdenza varata in dicembre e la sprecopoli messa in atto negli ultimi 20 mesi.
c) Redditi e consumi delle famiglie. Purtroppo chi, come chi scrive, aveva lanciato preoccupazioni sul deterioramento dei tenori di vita delle fasce medio-basse a ragione del modo in cui si andava verso l’euro, ha visto confermati i propri timori. Non si può tornare indietro. L’unica strada percorribile è la riduzione della spesa pubblica di parte corrente per mettere alleggerimenti tributari e contributivi. Ciò implica sacrifici per i dipendenti pubblici (in attesa di aumenti salariali): una tregua salariale può avere come contropartita un maggior ruolo nella definizione delle strategie, più ampia responsabilizzazione e abolizione dello spoil system.
d) La svolta demografica. L’invecchiamento è la principale determinante di una stagnazione della produttività che minaccia di diventare contrazione. Aumentano le coppie senza figli o con un solo figlio, diminuiscono quelle con più di un figlio. Le misure per i redditi ed i consumi della famiglia in c) possono dare un contributo. Senza programmi espliciti per incoraggiare la natalità, non si potrà arrestare il declino dell’Italia.
Dato che, dopo l’esperienza prodiana (280 priorità!! Ossia nessuna: Leporello diceva a Don Giovanni che avere 300 donne era come non averne neanche una), chiunque andrà Palazzo Chigi dovrà concentrarsi su temi economici essenziali (e sul riordinamento dell’ordinamento giudiziario in quanto la politicizzazione dell’azione giudiziaria e la durata dei processi ostacolano il funzionamento dell’economia):
a) Conti pubblici. Non ascoltiamo le sirene su nuovi “tesoretti” (ultima coda dei provvedimenti della XIV legislatura e della crescita mondiale del 2005-7). I numeri sono chiari: con un aumento del pil dello 0,8% - stime Fmi - rispetto all’1,5% sulla cui base è stata fatta la finanziaria, nel giugno 2008 (all’”assestamento di bilancio”) si dovrà fare un aggiustamento (per il resto dell’anno) di 10-12 miliardi- quindi, una nuova finanziaria. Soltanto un Governo con un forte mandato popolare può formularlo e pilotarlo in Parlamento.
b) Imprese- I Paesi neo-comunitari stanno attuando politiche fiscale aggressive basate su bassa imposizione e “flat tax” (aliquota unica). Se non ci mettiamo al passo, affondiamo oppure saremo costretti a produrre (e creare occupazione) all’estero per vendere in Italia. Per evitare di fare annegare il sistema produttivo, occorre abrogare la contro-riforma della previdenza varata in dicembre e la sprecopoli messa in atto negli ultimi 20 mesi.
c) Redditi e consumi delle famiglie. Purtroppo chi, come chi scrive, aveva lanciato preoccupazioni sul deterioramento dei tenori di vita delle fasce medio-basse a ragione del modo in cui si andava verso l’euro, ha visto confermati i propri timori. Non si può tornare indietro. L’unica strada percorribile è la riduzione della spesa pubblica di parte corrente per mettere alleggerimenti tributari e contributivi. Ciò implica sacrifici per i dipendenti pubblici (in attesa di aumenti salariali): una tregua salariale può avere come contropartita un maggior ruolo nella definizione delle strategie, più ampia responsabilizzazione e abolizione dello spoil system.
d) La svolta demografica. L’invecchiamento è la principale determinante di una stagnazione della produttività che minaccia di diventare contrazione. Aumentano le coppie senza figli o con un solo figlio, diminuiscono quelle con più di un figlio. Le misure per i redditi ed i consumi della famiglia in c) possono dare un contributo. Senza programmi espliciti per incoraggiare la natalità, non si potrà arrestare il declino dell’Italia.
sabato 2 febbraio 2008
MARIO DRAGHI SI INFORMA SULLA STABILITA' FINANZIARIA
Nella veste di Presidente dell’International Stability Forum (Isf), il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, segue con accresciuta attenzione le tensioni sui mercati finanziari, le tematiche attinenti al subprime, le serie difficoltà di una banca britannica e di due tedesche, nonché i nodi del secondo istituto creditizio francese e le perplessità che all’interno del Fondo monetario internazionale (Fmi) qualche voce esprime sullo stato di salute italiano. Ha un compito difficile: il rapporto che l’Isf dovrà presentare in aprile deve accontentare sia la scuola di pensiero secondo cui ulteriori paratie devono essere basate sull’autoregolazione di banche ed affini sia la tesi contrapposta in favore di nuove regole (internazionali, oltre che nazionali) Il 29 gennaio, a Londra, i quattro”grandi” dell’Ue sono sembrati divisi: Germania e Gran Bretagna in supporto della prima soluzione; Francia e Italia della seconda.
E’ in questo contesto che il Governatore esamina alcuni saggi recenti giunti sulla sua scrivania. In primo luogo, un saggio sulle prospettive (ed i rischi del private equity ) nell’ultimo fascicolo del”Journal of Applied Corporate Finance”. Ne sono autori tre professori della London Business School. Prima dell’attuale contrazione, il mercato è cresciuto rapidamente (da 9,5 miliardi di dollari nel 1991 a 500 miliardi nel 2006, contando unicamente Ue e Usa). Negli ultimi anni ci si è accontentati di rapporti piuttosto bassi tra Ebitda e capitale; dunque con una forte leva finanziaria. Secondo il lavoro più inportante di tale leva è la scarsità di informazione; vengono proposte una serie di misure per aumentare la trasparenza. Tassello utile per l’Isf.
Un contributo interessante viene anche dal servizio studi Fmi: il Working Paper No. WP/0//281 sulla diversificazione internazionale degli istituti di credito. Sulla base dei dati di 38 banche internazionali e delle loro sussidiarie all’estero (nel periodo 1995-2004), l’analisi conclude che le banche internazionale con una forte proporzione di attività allocate a filiali all’estero, specialmente in Paesi emergenti, hanno riportato i rendimenti più elevati (se aggiustati per il fattori rischio): la diversificazione, quindi, è elemento di stabilità (il “secondo pilastro” di un sistema, secondo lo studio, in cui Basilea II è il primo).
L’ultima chicca, per Draghi, viene da Liegi: un nuovo indice (pubblicato sul “Journal of Finance Management”) per valutare la volatilità degli hedge fund. Un contributo utile in terreno arduo.
E’ in questo contesto che il Governatore esamina alcuni saggi recenti giunti sulla sua scrivania. In primo luogo, un saggio sulle prospettive (ed i rischi del private equity ) nell’ultimo fascicolo del”Journal of Applied Corporate Finance”. Ne sono autori tre professori della London Business School. Prima dell’attuale contrazione, il mercato è cresciuto rapidamente (da 9,5 miliardi di dollari nel 1991 a 500 miliardi nel 2006, contando unicamente Ue e Usa). Negli ultimi anni ci si è accontentati di rapporti piuttosto bassi tra Ebitda e capitale; dunque con una forte leva finanziaria. Secondo il lavoro più inportante di tale leva è la scarsità di informazione; vengono proposte una serie di misure per aumentare la trasparenza. Tassello utile per l’Isf.
Un contributo interessante viene anche dal servizio studi Fmi: il Working Paper No. WP/0//281 sulla diversificazione internazionale degli istituti di credito. Sulla base dei dati di 38 banche internazionali e delle loro sussidiarie all’estero (nel periodo 1995-2004), l’analisi conclude che le banche internazionale con una forte proporzione di attività allocate a filiali all’estero, specialmente in Paesi emergenti, hanno riportato i rendimenti più elevati (se aggiustati per il fattori rischio): la diversificazione, quindi, è elemento di stabilità (il “secondo pilastro” di un sistema, secondo lo studio, in cui Basilea II è il primo).
L’ultima chicca, per Draghi, viene da Liegi: un nuovo indice (pubblicato sul “Journal of Finance Management”) per valutare la volatilità degli hedge fund. Un contributo utile in terreno arduo.
GUERRA FREDDA IN EUROPA SULLA REGOLAZIONE DEI MERCATI
Martedì 29 gennaio, nelle brume di Londra, Romano Prodi (nelle vesti di Presidente del Consiglio in carica per l’ordinaria amministrazione) si è riunito con il Presidente della Commisione Europea José Manuel Barroso, il Primo Ministro britannico Gordon Brown, il Cancelliere tedesco Angela Merker ed il Presidente Francese Nicolas Sarkozy (in rigoroso ordine alfabetico). Per Prodi si è trattato dell’ultimo “high tea” con una compagnia di tale rango.
Sarà la melanconia di un “high tea” in fumo di Londra, ma poco o nulla è trapelato sui contenuti delle quattro ore passate insieme dai leader che parlano per l’Europa al G7 (su questa base sono stati scelti i partecipanti). Negli incontri con la stampa, e nelle veline dei portavoce, i consueti sussurri e grida sulla delicatezza della congiuntura, uniti a qualche rimbrotto a banche e società di rating ed ad asserzioni sulla “solidità” dell’Ue (rispetto, presumibilmente, ad altri continenti).
In effetti, la riunione ha mostrato come sull’argomento principe all’ordine del giorno (la regolazione finanziaria internazionale e relativa vigilanza) sia in atto in Europa una vera e propria “guerra fredda”. Non si tratta di un confronto tecnico o accademico. Dalla scorsa estate, la crisi subprime esplosa negli Usa, i travagli di una grande banche britannica e due tedesche, il pasticciaccio brutto della Société Générale ed i timori che il Fondo monetario internazionale (Fmi) nutre per istituti di altri Paesi (Italia e Grecia, in prima fila), si stanno delineando due “scuole di pensiero”, per utilizzare un lessico elegante, in vista di quando in aprile a Tokio verrà esaminato il rapporto dell’International Stability Forum (Isf) – comitato internazionale presieduto da Mario Draghi.
Una decisamente vincolistica – a Londra gli hanno dato voce Francia ed Italia- auspica nuovi controlli o maggiore rigore nell’applicazione di quelli esistenti. Una più marcatamente liberista (a Londra presentata da Gordon Brown e Angela Merker) che accentuerebbe invece l’autoregolamentazione da parte degli istituti (soprattutto sui veicoli speciali di investimento, in gergo Siv, da loro creati o alimentati).
La prima scuola ha una varietà di proposte: da quelle relative alla riforma del Fmi che avrebbe così vere funzioni operative (interessante a riguardo un saggio di Graham Bird del Clarement College sull’ultimo fascicolo del Journal of Economic Surveys) a quelle attinenti all’aumento degli obblighi di riserva. Queste ultime, a loro volta, hanno una vasta gamma di alternative: uniformare le riserve obbligatorie presso le banche centrali nei Paesi Ocse (ora tale uniformità vige solamente nell’area dell’euro), definire obblighi di riserva “interni” alle banche – ossia per tutelarsi nei confronti dei Siv. I vincolisti hanno argomenti suadenti nel marasma finanziario degli ultimi mesi ed in alcune prassi poco incoraggianti da parte degli istituti di credito: il 29 gennaio, la banca centrale della Finlandia ha messo on line un lavoro del proprio servizio studi da cui risulta che, nello stesso Eurosistema, per i fini delle transazioni interbancarie gli istituti usano tenere riserve appena sufficienti per coprire il periodo richiesto per la regolazione (Bank of Finland Discussion Paper N. 30/2007)
Le tesi vincolistiche hanno, però, trappole: non solo creano burocrazia o danno ragione di vita a quella esistente anche priva di funzioni (il Managing Director del Fmi stima che il 20% dell’organico dovrebbe essere eliminato) e con essa nuovi controlli amministrativi (che poco incidono sulla sostanza) ma crea e diffonde ciò che gli economisti chiamano “azzardo morale”: se sai che c’è un “grande fratello” pronto a fare “il buon samaritano” se propenso a comportamenti rischiosi.
Tra le due scuole c’è un abisso profondo. Dal servizio studi della Banca per i regolamenti internazionali , nella paciosa Basilea, un’idea interessante di convergenza : una rete di centri bancari per una prassi di verifiche tra pari (peer reviews) sulla base di indicatori trasparenti (e concordati). Non sappiamo se l’Isf la stia prendendo in considerazione. E’ una proposta di mercato. Il mercato premia e punisce meglio delle burocrazie e dei politici. Ha tanti difetti ma non si è ancora trovato uno strumento che imponga una migliore disciplina.
Sarà la melanconia di un “high tea” in fumo di Londra, ma poco o nulla è trapelato sui contenuti delle quattro ore passate insieme dai leader che parlano per l’Europa al G7 (su questa base sono stati scelti i partecipanti). Negli incontri con la stampa, e nelle veline dei portavoce, i consueti sussurri e grida sulla delicatezza della congiuntura, uniti a qualche rimbrotto a banche e società di rating ed ad asserzioni sulla “solidità” dell’Ue (rispetto, presumibilmente, ad altri continenti).
In effetti, la riunione ha mostrato come sull’argomento principe all’ordine del giorno (la regolazione finanziaria internazionale e relativa vigilanza) sia in atto in Europa una vera e propria “guerra fredda”. Non si tratta di un confronto tecnico o accademico. Dalla scorsa estate, la crisi subprime esplosa negli Usa, i travagli di una grande banche britannica e due tedesche, il pasticciaccio brutto della Société Générale ed i timori che il Fondo monetario internazionale (Fmi) nutre per istituti di altri Paesi (Italia e Grecia, in prima fila), si stanno delineando due “scuole di pensiero”, per utilizzare un lessico elegante, in vista di quando in aprile a Tokio verrà esaminato il rapporto dell’International Stability Forum (Isf) – comitato internazionale presieduto da Mario Draghi.
Una decisamente vincolistica – a Londra gli hanno dato voce Francia ed Italia- auspica nuovi controlli o maggiore rigore nell’applicazione di quelli esistenti. Una più marcatamente liberista (a Londra presentata da Gordon Brown e Angela Merker) che accentuerebbe invece l’autoregolamentazione da parte degli istituti (soprattutto sui veicoli speciali di investimento, in gergo Siv, da loro creati o alimentati).
La prima scuola ha una varietà di proposte: da quelle relative alla riforma del Fmi che avrebbe così vere funzioni operative (interessante a riguardo un saggio di Graham Bird del Clarement College sull’ultimo fascicolo del Journal of Economic Surveys) a quelle attinenti all’aumento degli obblighi di riserva. Queste ultime, a loro volta, hanno una vasta gamma di alternative: uniformare le riserve obbligatorie presso le banche centrali nei Paesi Ocse (ora tale uniformità vige solamente nell’area dell’euro), definire obblighi di riserva “interni” alle banche – ossia per tutelarsi nei confronti dei Siv. I vincolisti hanno argomenti suadenti nel marasma finanziario degli ultimi mesi ed in alcune prassi poco incoraggianti da parte degli istituti di credito: il 29 gennaio, la banca centrale della Finlandia ha messo on line un lavoro del proprio servizio studi da cui risulta che, nello stesso Eurosistema, per i fini delle transazioni interbancarie gli istituti usano tenere riserve appena sufficienti per coprire il periodo richiesto per la regolazione (Bank of Finland Discussion Paper N. 30/2007)
Le tesi vincolistiche hanno, però, trappole: non solo creano burocrazia o danno ragione di vita a quella esistente anche priva di funzioni (il Managing Director del Fmi stima che il 20% dell’organico dovrebbe essere eliminato) e con essa nuovi controlli amministrativi (che poco incidono sulla sostanza) ma crea e diffonde ciò che gli economisti chiamano “azzardo morale”: se sai che c’è un “grande fratello” pronto a fare “il buon samaritano” se propenso a comportamenti rischiosi.
Tra le due scuole c’è un abisso profondo. Dal servizio studi della Banca per i regolamenti internazionali , nella paciosa Basilea, un’idea interessante di convergenza : una rete di centri bancari per una prassi di verifiche tra pari (peer reviews) sulla base di indicatori trasparenti (e concordati). Non sappiamo se l’Isf la stia prendendo in considerazione. E’ una proposta di mercato. Il mercato premia e punisce meglio delle burocrazie e dei politici. Ha tanti difetti ma non si è ancora trovato uno strumento che imponga una migliore disciplina.
venerdì 1 febbraio 2008
IL CYRANO DEL MET E DELLA RHO APPRODA IN SCALA
Affascinante, pur se tradizionale, la messa in scena di Francesca Zambello (regista che vorremo vedere più spesso in Italia). Di grande livello le voci. Deludente, però, la più attesa: quella di Placido Domingo. Poco adatta a mettere in luce la raffinata delicatezza della partitura la bacchetta di Patrick Fourniller. Questo, telegraficamente, il giudizio sul “Cyrano de Bergerac” di Franco Alfano, in un allestimento in repertorio da circa 3 anni al Metropolitan di New York ed al Covent Garden di Londra (stesso cast, oltre che stesse scene e stessi costumi). Conteso a lungo tra Opera di Roma e Scala è a Milano sino al 15 febbraio.
Alfano è noto principalmente come colui che completò “Turandot” di Puccini. E’ uno dei maggiori autori italiana della prima metà del Novecento: ha pesato su di lui una maledizione che ne ha comportato l’oblio in quanto firmatario nel 1925 del “Manifesto degli Intellettuali Fascisti” e molto legato al regime sino al 1945. Napoletano, ma di cultura musicale tedesca e francese, ha una scrittura elegante sia orchestrale (interessante l’impiego del contrappunto) sia vocale (il declamato scivola in arie e numeri a più voci). Di recente è stato ripreso, a Roma, il suo capolavoro (“Sakùntala”). “Cyrano”, grande successo negli Anni 30 e 40, è riapparsa poco più di un lustro fa – prima in Germania e successivamente negli Usa, in Gran Bretagna ed in Francia.
Il libretto, in francese, ricalca la “commedia eroica” di Edmond Rostand di cui si sono viste di recente produzioni sia in teatro sia in cinema. Ha una partitura elegante, ispirata allo “stile francese” dell’epoca: l’orchestra ha un ruolo cruciale nel soffondere con un lirismo malinconico l’azione scenica. Patrick Fourniller concerta in modo puntuale ma specialmente nei finali dei cinque atti calca eccessivamente, accentuando un’enfasi “eroica” ad Alfano piuttosto distante. L’opera richiede 19 solisti, coro e mini. Quattro i protagonisti: due tenori, una rarità dai tempi di Rossini – un “lirico spinto” (Cyrano), un “lirico puro” (Christian), un soprano “lirico puro” (Roxane), un baritono (il comandante De Guiche). Pietro Spagnoli conferma di essere uno dei migliori baritoni italiani su piazza: morbido, delicatissimo nei “legato”. Sondra Radvanosky è una Roxana quasi drammatica (la voleva così Alfano che non gradiva la pupattola di Rostand): ha un temperamento forte che la renderebbe perfetta nel “Rosenkavalier” di Strauss. Germain Villar è una vera scoperta: timbro chiarissimo, capace di ascendere a tonalità elevate senza il minor sforzo. Il circa 70nne Placido Domingo non ha mai avuto la tessitura prevista da Alfano per Cyrano (ruolo pensato per Gigli) poiché anche venti anni fa raramente saliva oltre il “sì naturale”; gli è scurita la voce (è quasi baritonale, come lo era all’inizio della sua carriera), ha una grande presenza scenica ed una recitazione intesa ma, nonostante siano state abbassate le tonalità, ha avuto, alla “prima”, difficoltà di emissione proprio nell’aria di apertura.
Un elogio a Francesca Zambello ed alla sua squadra di scenografi e costumisti: la messa in scena è al tempo stesso spettacolare ed elegante, con cura nei particolari ed attenzione a realizzare un allestimento che possa essere adattato a palcoscenici differenti. Come, giovanissima, fece 20 anni fa con un “Billy Bud” di Britten che si è visto nei maggiori teatri europei, americani e giapponesi. Una vera gioia visiva.
Alfano è noto principalmente come colui che completò “Turandot” di Puccini. E’ uno dei maggiori autori italiana della prima metà del Novecento: ha pesato su di lui una maledizione che ne ha comportato l’oblio in quanto firmatario nel 1925 del “Manifesto degli Intellettuali Fascisti” e molto legato al regime sino al 1945. Napoletano, ma di cultura musicale tedesca e francese, ha una scrittura elegante sia orchestrale (interessante l’impiego del contrappunto) sia vocale (il declamato scivola in arie e numeri a più voci). Di recente è stato ripreso, a Roma, il suo capolavoro (“Sakùntala”). “Cyrano”, grande successo negli Anni 30 e 40, è riapparsa poco più di un lustro fa – prima in Germania e successivamente negli Usa, in Gran Bretagna ed in Francia.
Il libretto, in francese, ricalca la “commedia eroica” di Edmond Rostand di cui si sono viste di recente produzioni sia in teatro sia in cinema. Ha una partitura elegante, ispirata allo “stile francese” dell’epoca: l’orchestra ha un ruolo cruciale nel soffondere con un lirismo malinconico l’azione scenica. Patrick Fourniller concerta in modo puntuale ma specialmente nei finali dei cinque atti calca eccessivamente, accentuando un’enfasi “eroica” ad Alfano piuttosto distante. L’opera richiede 19 solisti, coro e mini. Quattro i protagonisti: due tenori, una rarità dai tempi di Rossini – un “lirico spinto” (Cyrano), un “lirico puro” (Christian), un soprano “lirico puro” (Roxane), un baritono (il comandante De Guiche). Pietro Spagnoli conferma di essere uno dei migliori baritoni italiani su piazza: morbido, delicatissimo nei “legato”. Sondra Radvanosky è una Roxana quasi drammatica (la voleva così Alfano che non gradiva la pupattola di Rostand): ha un temperamento forte che la renderebbe perfetta nel “Rosenkavalier” di Strauss. Germain Villar è una vera scoperta: timbro chiarissimo, capace di ascendere a tonalità elevate senza il minor sforzo. Il circa 70nne Placido Domingo non ha mai avuto la tessitura prevista da Alfano per Cyrano (ruolo pensato per Gigli) poiché anche venti anni fa raramente saliva oltre il “sì naturale”; gli è scurita la voce (è quasi baritonale, come lo era all’inizio della sua carriera), ha una grande presenza scenica ed una recitazione intesa ma, nonostante siano state abbassate le tonalità, ha avuto, alla “prima”, difficoltà di emissione proprio nell’aria di apertura.
Un elogio a Francesca Zambello ed alla sua squadra di scenografi e costumisti: la messa in scena è al tempo stesso spettacolare ed elegante, con cura nei particolari ed attenzione a realizzare un allestimento che possa essere adattato a palcoscenici differenti. Come, giovanissima, fece 20 anni fa con un “Billy Bud” di Britten che si è visto nei maggiori teatri europei, americani e giapponesi. Una vera gioia visiva.
FMI STUDIA NUOVE REGOLE PER LA FINANZA. MA SERVONO?
Una nuova regolazione finanziaria internazionale è all’orizzonte, anche se nessuno ne vede i contenuti. L’argomento è stato al centro del World Economic Forum appena tenutosi a Davos. L’ impulso è arrivato la crisi del subprime che ha travolto non solo elementi del sistema bancario americano ma anche due dei maggiori istituti tedeschi a partecipazione statale. Ove ciò non bastasse, le complicate (ed ancora oscure) vicende che hanno portato la Société Générale ad una perdita di circa 5 miliardi di euro rivelerebbero che gli istituti non sono ancora adulti poiché avrebbero bisogno di bastoni e carote esterni al fine di organizzare un’efficace vigilanza interna. Il sistema bancario italiano afferma di non essere stato sfiorato dalla crisi e di avere controlli interni efficienti. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) non ne è convinto e una delegazione in questi giorni a Roma per l’esame annuale della situazione economica e finanziaria del Paese sta conducendo un’analisi approfondita delle banche italiane. Oggi si terrà un incontro (non di mera cortesia) con i maggiori banchieri italiani. I lineamenti (ed i contenuti) di una proposta dovrebbero essere rivelati (almeno in parte) in aprile a Tokyo quando l’International Stability Forum, Isf (creato l’autunno scorso e guidato dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi) riferirà ai Ministri economici e finanziari del G7. Di conseguenza, l’officina dove si conduce parte importante del lavoro è a Roma (anche se pochi paiono rendersene conto).
Quando si predispone una nuova regolamentazione internazionale (che si sovrapponga a quelle nazionali e regionali esistenti) vale la pena chiedersi quali saranno i benefici e chi ne fruirà. I costi, in termini non soltanto di peso burocratico ma anche di dati da fornire ai regolatori ed alla vigilanza, sono di solito facilmente stimabili. Più arduo il calcolo quantitativo dei benefici e l’individuazione dei beneficiari; spesso si resta in affermazioni di principio molto generali sulla speranza di evitare nuove crisi (subprime, lasca vigilanza interna) nell’interesse del risparmio e della crescita ordinata della liquidità mondiale.
MF ha già espresso (ad esempio il 12 settembre) perplessità sull’efficacia di forme di vigilanza internazionale sugli hedge fund, che una scuola di pensiero vorrebbe affidare al Fmi. In queste settimane, proprio mentre il Fondo cerca di fare le pulci agli istituti italiani, chi sta lavorando alle proposte dell’Isf ha sotto gli occhi alcune analisi che suscitano dubbi sulla desiderabilità di nuovi controlli e nuovi controllori. Significativa (e fresca di stampa) quella condotta da una delle maggiori università tedesche (quella di Tubinga) e la New York Università: sulla base di un campione di circa 2300 banche in 60 Paesi (in un arco di tempo circa decennale) conclude che “non ci sono indicazioni di effetti della regolazione bancaria, nazionale ed internazionale, in termini di volatilità degli utili bancari al lordo di tasse ed imposte”, l’indicatore “più eloquente di rischio bancario”. Invece, “la volatilità macro-economica aumenta i rischi bancari” e “l’apertura del sistema li riduce”. Un consiglio a “chi fa politica”: “se intendete ridurre i rischi bancari, gestite bene la macro-economia, evitando alti e bassi del ciclo, ed aumentate l’apertura del sistema creditizio”. Un’altra analisi – del Dipartimento banche e finanza della Griffith University – scava nel subprime: la crisi avrebbe mostrato “il fallimento di una regolazione” che avrebbe “sovvenzionato il trasferimento di ricchezza dal settore regolato a quello non regolato”. La conclusione: “riformare la regolazione, non espanderla perché potrebbe soffocare la parte migliore del sistema bancario”. Dall’interno del Federal Reserve Board, poi, giunge un lavoro in cui si sottolinea come la crescita del mercato dei derivati sia un indicazione che il mercato li ritenga “uno strumento utile per il contenimento del rischio” e come occorra migliorare l’efficacia dei meccanismi di vigilanza interni agli istituti invece di crearne di nuovi.
Aumentano, quindi, i dubbi su cosa serva (ed a chi) una nuova paratia di regole e vigilanza internazionale.
Quando si predispone una nuova regolamentazione internazionale (che si sovrapponga a quelle nazionali e regionali esistenti) vale la pena chiedersi quali saranno i benefici e chi ne fruirà. I costi, in termini non soltanto di peso burocratico ma anche di dati da fornire ai regolatori ed alla vigilanza, sono di solito facilmente stimabili. Più arduo il calcolo quantitativo dei benefici e l’individuazione dei beneficiari; spesso si resta in affermazioni di principio molto generali sulla speranza di evitare nuove crisi (subprime, lasca vigilanza interna) nell’interesse del risparmio e della crescita ordinata della liquidità mondiale.
MF ha già espresso (ad esempio il 12 settembre) perplessità sull’efficacia di forme di vigilanza internazionale sugli hedge fund, che una scuola di pensiero vorrebbe affidare al Fmi. In queste settimane, proprio mentre il Fondo cerca di fare le pulci agli istituti italiani, chi sta lavorando alle proposte dell’Isf ha sotto gli occhi alcune analisi che suscitano dubbi sulla desiderabilità di nuovi controlli e nuovi controllori. Significativa (e fresca di stampa) quella condotta da una delle maggiori università tedesche (quella di Tubinga) e la New York Università: sulla base di un campione di circa 2300 banche in 60 Paesi (in un arco di tempo circa decennale) conclude che “non ci sono indicazioni di effetti della regolazione bancaria, nazionale ed internazionale, in termini di volatilità degli utili bancari al lordo di tasse ed imposte”, l’indicatore “più eloquente di rischio bancario”. Invece, “la volatilità macro-economica aumenta i rischi bancari” e “l’apertura del sistema li riduce”. Un consiglio a “chi fa politica”: “se intendete ridurre i rischi bancari, gestite bene la macro-economia, evitando alti e bassi del ciclo, ed aumentate l’apertura del sistema creditizio”. Un’altra analisi – del Dipartimento banche e finanza della Griffith University – scava nel subprime: la crisi avrebbe mostrato “il fallimento di una regolazione” che avrebbe “sovvenzionato il trasferimento di ricchezza dal settore regolato a quello non regolato”. La conclusione: “riformare la regolazione, non espanderla perché potrebbe soffocare la parte migliore del sistema bancario”. Dall’interno del Federal Reserve Board, poi, giunge un lavoro in cui si sottolinea come la crescita del mercato dei derivati sia un indicazione che il mercato li ritenga “uno strumento utile per il contenimento del rischio” e come occorra migliorare l’efficacia dei meccanismi di vigilanza interni agli istituti invece di crearne di nuovi.
Aumentano, quindi, i dubbi su cosa serva (ed a chi) una nuova paratia di regole e vigilanza internazionale.
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